CAPITOLO PRIMO.

§ 1.

L’Impero tedesco. — Manfredi, re di Sicilia. — Sue relazioni col Papa

in Italia. — Grande vittoria dei Ghibellini a Montaperti. — Firenze

ed altre città prestano omaggio a Manfredi. — I Guelfi si volgono a

Corradino in Germania. — Alessandro IV muore nel 1261. — Urbano IV,

papa.

Le guerre italiche avevano spossato Germania; scissa internamente, era

caduta in debolezza profonda da cui l’Impero antico non si risollevò

mai più. Morto Guglielmo di Olanda nella guerra dei Frisoni (ai

28 Gennaio 1256), la corona di Alemagna fu disdegnata da’ principi

discordi e venduta a chi ne dava maggior prezzo: così avvenne che

l’infiacchito sentimento nazionale tollerò che al grande soglio

imperiale si esaltassero due signori stranieri, Riccardo di Cornovaglia

e Alfonso di Castiglia; e tanto stremate s’erano dappertutto le forze,

che la duplice elezione (onde i Papi tornarono ad essere arbitri

dell’Impero) non trasse più guerre dietro di sè. Quei re forestieri

senza repugnanza alcuna riconobbero nel Pontefice la podestà di giudice

dell’Impero; e, assisi sulle rovine di questo, vere ombre, non fecero

che rappresentarne al vivo il decadimento profondo[464].

Più avventurato fu Manfredi nelle Puglie ed in Sicilia, di cui nessun

soldato pontificio calpestava più il suolo. Manfredi aveva mirato alla

corona e l’ottenne. Profittando abilmente della fama che Corradino

fosse morto (nè è difficile che egli ad arte ne avesse fatto spargere

il grido), addì 11 Agosto 1258 si fe’ coronare a Palermo. Sebbene fosse

una manifesta usurpazione dei diritti di Corradino, tuttavia la voce

del paese ne la aveva richiesta; le condizioni delle cose la avevano

imposta e giustificata; e già un esempio se ne aveva avuto in Filippo

di Svevia, che parimenti di tutore del nipote s’era fatto usurpatore

della sua corona. Ai legati di Corradino venuti per protestare

Manfredi con buone ragioni dichiarò essere cosa impossibile che un

re il quale dimorava nella lontana Germania tenesse la signoria di

Sicilia; dover questa terra obbedire non ad altri che a un principe

domestico suo; per nascita e per costume sè essere italiano; voler

da monarca legittimo dominare sul reame che aveva, mercè la sua buona

spada, conquistato contro due Papi; aggiunse finalmente che Corradino

avrebbe potuto succedergli dopo ch’ei fosse morto. La coronazione di

Manfredi era stata un atto tale che lui doveva rendere nemico eterno

delle legittime pretese degli Hohenstaufen sopra Sicilia; perciò ei fu

costretto a combatterle, a tenerle remote dalle frontiere italiche ed a

farsi sostenitore dell’idea nazionale d’Italia. E così ne fu distrutta

l’antica associazione politica di questa contrada con Germania, e

composto uno stato di cose quale era quello cui i Guelfi avevano inteso

a creare.

Come or Manfredi, di luogotenente di Corradino s’ebbe tramutato in

suo nemico, e di vicario di Germania si cambiò in principe nazionale

italiano, può darsi che accortezza suggerisse ad Alessandro IV di

confermarlo, sotto certe condizioni, a re vassallo della Chiesa,

similmente di quello che altra volta un Papa aveva fatto levando il

normanno Ruggero al trono di Sicilia. Ma non volle Manfredi essere

principe vassallo, sibbene monarca independente, laonde conseguenza

della sua coronazione si fu che il Pontefice protestasse quella

esser nulla, che pronunciasse una novella scomunica, e scagliasse

l’interdetto contro tutti i vescovi e tutte le città che lo

riverivano[465]. L’odio della Curia pontificia contro la schiatta di

Federico durava inestinguibile; sospettava essa (e con buona ragione)

che Manfredi avrebbe sempre osteggiato le pretensioni del Papa, senza

posar mai finchè non avesse conquistato il reame d’Italia e postosi in

capo la corona imperiale.

La conciliazione tentata più volte fallì eziandio poichè il Papa

chiedeva che s’allontanassero d’Italia i Saraceni. La durata di questa

colonia di Musulmani nelle Puglie fa ricordare la storia di que’ tempi

in cui gli Arabi dai loro covi del Garigliano avevano incusso spavento

a tutta l’Italia. Federico II aveva trapiantato a Luceria i loro

compatriotti di Sicilia, facendosene un campo di arcieri abilissimi,

sempre parati a combattere. I frati predicatori, che Gregorio IX aveva

mandato ripetute volte fra loro, non erano giunti a convertire uno solo

di quegli infedeli; e anche dopo di lui, e sempre, il nome di Allah

gridato dalle scolte risonò dalle torri di Luceria, e i letterati vi

andarono spiegando nelle moschee il Corano. Federico aveva composto

di Saraceni la sua guardia, e, scevro di pregiudizî, aveva eletto ad

alti officî parecchi uomini ragguardevoli di loro gente: la tolleranza

degli Hohenstaufen serbò in vita quei Maomettani, che rimasero fedeli

a loro fino alla morte. Se anche sia esagerata la notizia data dal

Cronista inglese che i Saraceni contassero sessantamila uomini atti

alle armi, erano però abbastanza numerosi perchè tenessero il Pontefice

in angustie[466]. Nelle guerre degli Hohenstaufen contro la Chiesa

furono essi il solo esercito permanente che quei principi avessero:

guerrieri fervidissimi e distruttori senza pietà, invulnerati dalle

scomuniche, trucidavano allegramente preti e frati mendicanti; senza

rimorsi bruciavano chiese e conventi, e devastavano città conquistate,

sì come fecero di Albano e di Sora al tempo di Federico II, e di Ariano

a quello di Manfredi. La loro colonia nell’Italia meridionale fu una

spina confitta in cuore dei Papi[467]. Alessandro IV chiese che si

bandissero; ma Manfredi non vedeva altra salute che nella loro fedeltà,

e doveva i suoi primi successi di prosperità ai loro archi ed alle

loro frecce; li protesse, e, come il padre suo, chiamò schiere sempre

novelle di Arabi, che vennero dalle coste di Africa a porsi a’ suoi

stipendî. I Papi lo chiamarono sultano e alleato dei Pagani, e le loro

crociate furono sempre indiritte contro Manfredi e insieme contro i

Saraceni di Luceria.

Coronato che fu, Manfredi entrò in una nuova epoca della sua

vita politica. Presto ottenne ascendente nell’Italia di mezzo e

settentrionale; la sua potenza prese dimensioni maggiori, e, quantunque

il compimento di un tanto disegno trovasse difficoltà insuperabili, lo

affaticava il pensiero di riunire tutta Italia sotto al suo scettro

come re nazionale. La sua rottura con Corradino e coi Tedeschi lo

fece avvicinare ai Guelfi; s’era fatto accogliere nella confederazione

intesa a debellare Ezzelino, e conchiudeva trattati con Genova e con

Venezia. Ma presto venne in aperto che la parte guelfa non era più

la vera nazionale, perlochè Manfredi, come ebbe compreso esser cosa

impossibile rappattumarsi col Papa, tornò alle tradizioni della sua

famiglia, e alleatosi ai Ghibellini combattè insieme con essi contro

lo Stato della Chiesa. Nominò il Palavicini, loro duce nell’Italia

superiore, a suo capitano in Lombardia; elesse il genovese Percivallo

Doria a suo vicario a Spoleto e nelle Marche; e Giordano di Anglano

conte di San Severino, suo consanguineo, fe’ vicario di Toscana[468].

Questo paese, di cui Siena era il quartiere dei Ghibellini, dopo la

celebre giornata di Montaperti, prestò omaggio a Manfredi come a

supremo signore e protettor suo. I Sanesi congiunti ai Ghibellini

fuorusciti di Firenze, che s’erano raccolti sotto il loro gran

capitano Farinata degli Uberti, e soccorsi da genti tedesche venute con

Giordano di Anglano, ruppero ivi sulle rive dell’Arbia, ai 4 Settembre

1260, i confederati Guelfi: e Firenze la ricca, la potente aperse

ai Ghibellini le porte, e tributò ossequio al conte Giordano, che lo

ricevette per Manfredi. Avvenimento gravido di conseguenze! Diminuì

la forza della Chiesa, accrebbe la considerazione di Manfredi in tutta

Italia, schiacciò la fazione guelfa, ma anche la rese per sempre nemica

implacabile di quel Re; e lui incatenò piè e mani ai Ghibellini di

cui si buttò adesso in braccio, e gli tolse agio di far pace colla

Chiesa, che nelle sue distrette chiamò a soccorso un despota straniero:

tuttavolta fornì eziandio di repente a Manfredi una base nuova di

potenza nell’Italia di mezzo, donde potè agire più gagliardamente

contro il Papa e tenere in commovimento lo Stato ecclesiastico fin

sotto le porte di Roma[469].

I Guelfi di Firenze e di altre città si gittarono sconsigliatamente

dentro di Lucca, loro ultima trincea. Si volsero eglino (così

stravaganti erano a quel tempo gli indirizzi dei partiti!) financo

a Germania, e richiesero Corradino che scendesse per togliere la

corona all’usurpatore e per restaurare i diritti dell’Impero. L’ultimo

nipote di Federico II, fanciullo di otto anni, rispose loro per bocca

di suo zio Luigi di Baviera; tolse Firenze e la federazione guelfa

sotto l’imbelle suo patrocinio, proclamò che Manfredi ed i Ghibellini

erano suoi nemici, e promise che presto sarebbe venuto egli stesso in

Italia o che vi avrebbe mandato suoi legati, se i Principi tedeschi

lo avessero concesso[470]. Alessandro IV frattanto, costernato della

caduta di Firenze, scomunicò Siena ed i Ghibellini, li citò a comparire

davanti il suo tribunale, e scongiurò Pisa affinchè abbandonasse la

lega con Manfredi. Ma, ai 28 Marzo 1261, Firenze or fatta ghibellina,

Pisa, Siena e molte altre città, sotto l’autorità del Re conchiusero

una alleanza offensiva e difensiva contro tutti i Guelfi ed i loro

partigiani; e così l’antica federazione tusca venne in balia di

Manfredi[471]. Solamente la lega delle città umbre, di cui era capo

la guelfa Perugia, rimase fedele alla Chiesa e impedì che l’altra lega

facesse maggiori progressi.

Poco appresso morì il debole Alessandro IV, affranto dai dispiaceri:

passò di vita il dì 25 Maggio 1261 a Viterbo, dove alcun tempo prima

s’era recato, dopo di aver fatto un lungo soggiorno ad Anagni, ed uno

breve nella turbolenta Roma[472].

Gli otto Cardinali (che tanti e non più componevano allora il sacro

Collegio) si congregarono per la nuova elezione a Viterbo. Per più di

un mese non se la intesero, finchè, ai 29 di Agosto, essendo presente

per caso il Patriarca di Gerusalemme, questi fu eletto papa. Jacopo

Pantaleone, figlio di un calzolaio di Troyes, era un prelato francese,

il quale col suo ingegno e con prospera fortuna era venuto a grande

stato nella Chiesa. Il fatto che un Francese era salito alla cattedra

santa fu tosto nuncio che si sarebbero composte novelle attenenze

politiche; ed invero il Papato per sua sventura abbandonò l’indirizzo

nazionale e si gettò fra le braccia della monarchia di Francia. La mira

dei Pontefici di mandare a precipizio gli ultimi Hohenstaufen che erano

in Italia fu ragione di quella stretta colleganza con Francia; e cotal

meta non fu raggiunta che a prezzo immensamente caro.

Pantaleone, eletto a Viterbo nel dì 4 Settembre 1261 con nome di Urbano

IV, s’infervorò nell’odio ereditato dai suoi predecessori contro il

«nido delle vipere» di Federico II, e si mise all’opera con passione di

nemico personale. A Roma non andò; in Laterano non pose mai piede[473].

§ 2.

A Roma si lotta per la elezione del senatore. — Giovanni Savelli e

Anibaldo Anibaldi, senatori (1261). — I Guelfi fanno senatore Riccardo

di Cornovaglia; i Ghibellini vi eleggono Manfredi. — Carlo di Angiò,

candidato senatore. — Urbano IV offre a lui la Sicilia. — Trattative

per ragione del Senato. — Il Gaucelin e il Cantelmi, primi prosenatori

di Carlo. — I Guelfi e i Ghibellini si guerreggiano nella Tuscia

romana. — Pietro di Vico. — Manfredi è deluso nelle sue mire su Roma. —

Pietro di Vico è ricacciato della Città. — Urbano IV muore nel 1264.

A Roma ferveva allora contesa per la elezione del senatore. In tale

officio a Napoleone Orsini ed a Riccardo Anibaldi erano succeduti

Giovanni de Sabello e Anibaldo Anibaldi, nipote quest’ultimo di

Alessandro IV: e dopo che, intorno alla Pasqua dell’anno 1261, i due

erano usciti di carica, si era anche accesa una sì veemente disputa per

l’elezione, che Alessandro IV aveva dovuto scampare a Viterbo[474]. Le

fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini dividevano a quel tempo la Città

con tanta recisione che da allora in poi se ne afforzò durevolmente

l’essere dei loro partiti. Poco prima che morisse Alessandro, e tosto

che il cardinal Giovanni di san Lorenzo, inglese, ebbe comperato i

loro voti, i Guelfi elessero senatore a vita Riccardo di Cornovaglia,

già coronato re dei Romani: per lo contrario acclamarono gli altri re

Manfredi a senatore. Fu questa la prima volta che i Romani dessero ad

un signore regio e straniero la podestà senatoria già vigilata così

gelosamente; e fu prova che gli spiriti democratici fra loro erano in

decadenza. Il genio della libertà aveva tolto commiato da Roma insieme

con Brancaleone, avvegnaddio questo generoso uomo fosse l’ultimo

republicano vero del Campidoglio. L’amore d’independenza e la grandezza

di tutte le virtù civili che da quello scaturiscono caddero a questa

età in basso anche negli altri Comuni: la potenza eroica che loro aveva

infuso la lotta di libertà combattuta contro gli Hohenstaufen sparve

insieme col pericolo esteriore; il lusso prese il sopravvento; i Comuni

spossati di forze furon giuoco or di governi plebei ed or di tirannidi,

e manifestamente vennero accostandosi all’idea monarchica.

Perciò i Romani, diventati troppo deboli per sostenere i diritti della

Republica contro il Pontefice, elessero dei Principi a loro senatori,

e posero sotto la protezione di questi il Campidoglio: ed invero

reputavano che un senatore regio avrebbe difeso la loro libertà contro

le pretese della santa Sede più efficacemente di quello che avrebbe

potuto farlo qualsiasi altro Podestà. Manfredi inoltre ne dava loro

speranza, perchè egli avversava quella podestà giudiziaria sull’Impero

che i due pretendenti della corona di buon animo consentivano invece al

Pontefice: e già Manfredi affermava che la santa Sede non poteva avere

il diritto della elezione imperatoria, appunto perchè questo diritto

apparteneva al Senato, ai nobili ed al Comune di Roma[475].

Il Re, uomo pien d’ingegno, era al colmo delle buone fortune, e godeva

(ma doveva essere breve!) il favore di Sicilia e delle Puglie, in mezzo

allo splendore della sua gaia corte, ornata del sorriso delle muse.

Col suo ascendente giungeva fino sul Po ed in Piemonte; Re potenti

aveva per amici. Dopo la morte di sua moglie Beatrice aveva menato in

donna, nel Giugno dell’anno 1259, Elena figliuola di Michele Angelo

Ducas despota dell’Epiro; ed ora, nel 1262, la sua giovine e bella

figlia Costanza (egli, lo scomunicato della Chiesa) sposava con Pietro

di Aragona, figliuolo di re Jacopo, ad onta che il Papa vi opponesse

sue proteste, quasi che fosse presago della fatale vendetta che gli

Hohenstaufen avrebbero un dì raccolto da cotal maritaggio[476]. La

elezione a senatore doveva essere di massima importanza per Manfredi,

poichè avrebbe potuto servirgli di fondamento a’ suoi disegni audaci.

Che cosa poteva infatti bramare di più, che tenere in podestà sua

Roma oltre alle città di Toscana? Ma a Roma adesso Ghibellini e

Guelfi ivano accapigliandosi in gran furia pro e contro Manfredi, pro

e contro Riccardo, in quello che il Papa studiavasi di metter fuori

della porta entrambi questi pretendenti. E veramente ad Alessandro

IV, breve tempo prima della sua morte, era riuscito di por fine alla

lotta dei partiti; e, lui trapassato, era paruto che la quiete si fosse

ristabilita nella Città[477], dacchè il popolo aveva provvisoriamente

posto il reggimento nelle mani di uomini di sua confidenza, appellati

_boni homines_, con facoltà di sottoporre a revisione gli Statuti e di

eleggere definitivamente il senatore. Quella giunta di conservatori

della Republica s’era tenuta alla testa delle cose cittadine più

che un anno[478]; ma, come il popolo aveva chiesto che la si finisse

collo stato provvisorio, e che all’uno o all’altro dei due, Riccardo

o Manfredi, si desse l’officio senatorio, i partiti erano venuti

nuovamente a guerra civile. Una fazione, composta di gente moderata,

propose che si eleggesse Pietro di Aragona genero di Manfredi; quanto

ai Guelfi, lasciato in disparte Riccardo ch’era lontano, riunirono i

loro voti sopra il vicino Carlo di Angiò.

La elezione di questo Principe francese ebbe grandissima rilevanza

storica. Infatti Urbano IV teneva con lui negoziati per conferirgli

la corona di Sicilia, il qual reame o piuttosto il suo popolo (cui

i Papi non facevano che dar parolone di libertà e di independenza)

erane trattato da anni in qua come una greggia stupida, ed esibito a

chi avesse meno esigenze. Enrico III d’Inghilterra ne aveva accettato

l’offerta per suo figlio, ed allora era paruto che i Normanni, dopo

la caduta di lor dinastia, fossero destinati a tornare nell’antico

regno per l’ampio giro di un passaggio dall’Inghilterra. Però le

continue guerre coi baroni di quel paese, cui il Re aveva rotto la

fede della costituzione, il rifiuto della Chiesa inglese di lasciarsi

imporre ancora tributi, la lontananza e l’incertezza dell’intrapresa,

impedirono che Enrico mantenesse le sue promesse. Il giovine Edmondo

rimase nella remota Britannia, re di un mero titolo scritto in

pergamena; nè fu egli certo che turbasse i sonni di Manfredi. Urbano IV

pertanto risolse di trarre in campo un altro pretendente, un Principe

famoso in guerra, di quella Francia ch’era ricca e fervidamente

cattolica: e questi fu Carlo, minor fratello di Luigi IX. Conte di

Angiò e del Maine, era eziandio signore di Provenza e di Forcalquier

i quali due paesi, dopo la morte di Raimondo Berengario IV, ultimo

conte di Provenza, gli aveva recato in dote Beatrice figlia di questo

Principe[479]. Ancora in addietro Innocenzo IV aveva offerto Sicilia

all’istesso Carlo, ma il negozio era allora fallito, chè Francia

vi si era opposta. Sennonchè adesso il francese Urbano IV ripigliò

le trattative, dopo che, per conseguenza della battaglia combattuta

sull’Arbia, era cresciuta di tanto momento la potenza di Manfredi:

nell’anno 1262 il Papa mandò il notaio Alberto da negoziatore in

Francia, e Carlo senza battere ciglio afferrò la corona che gli

si veniva proponendo. Spingevanlo cupidigia sua propria d’impero e

ambizione della sua donna; avvegnaddio l’orgoglio di Beatrice non

potesse tollerare di dovere esser da meno per grado delle sue tre

sorelle, tutte regine: infatti Margherita era moglie di Luigi IX,

Eleonora aveva sposato Enrico III, e Sancia aveva per marito Riccardo

di Cornovaglia. È cosa che torna ad onore di Luigi il Santo, che egli

non volesse aderire all’usurpazione di Sicilia, onde doveva farsi

stromento il fratel suo offendendo altrui diritti: però il Pontefice

seppe acchetare alla fine i suoi scrupoli, dimostrandogli che la

conquista di Sicilia spianava la via dell’Oriente.

Urbano IV, ai 28 di Luglio 1263, protestò essere sciolto il

patto conchiuso con Edmondo: per verità Enrico III fu restio ad

abbandonare le sue pretese sopra Sicilia per cui Inghilterra aveva

profuso senza alcun pro le sue ricchezze; ma il Re, insieme con

Riccardo di Cornovaglia, era a quel momento prigioniero di Simone

conte di Leicester e di Monfort, e dovette finalmente acconciarsi

a dar la rinuncia. Allora Urbano trattò con Carlo sulle condizioni

dell’investitura feudale; e, intanto che di quest’argomento si

discuteva, il Conte, all’insaputa del Pontefice e per via di abili

agenti, si maneggiò per essere eletto senatore di Roma. Questo avvenne

sul principio di Agosto dell’anno 1263.[480]. Gli Italiani accusano

Urbano IV di avere, egli francese di nascita, tratto in Italia una

dinastia straniera; però questa colpa ricade a più forte ragione sopra

tutto il partito guelfo del loro paese, che era deviato dalla sua

idea nazionale. I Guelfi ed i Papi, nel cui gretto animo non alitava

più lo spirito grande di Alessandro III e di Innocenzo III, apersero

nuovamente Italia ad un signore straniero; venne questi cupido di

impero, e vinse, e soffocò il pensiero nazionale, onde insieme con esso

tramontò la grandezza del Papato antico.

Del resto i Romani rispettavano sì poco i diritti dei loro Pontefici,

viventi costantemente in esilio, che o non significarono ad Urbano IV

la elezione del nuovo senatore, o, se lo fecero, gliela annunziarono

soltanto dopo che da lunghissimo tempo la fama gliene aveva recato la

novella[481]. Dimorava egli in Orvieto, e con Roma trovavasi in mali

termini. I banchieri romani erano ancora creditori di ragguardevoli

somme verso la Chiesa, che non aveva modo di pagarle; e se Urbano

s’avesse fatto vedere in Laterano, sarebbe stato l’anima dannata

delle turbe di quei creditori e di furibondi Ghibellini. Di fatto

egli non possedeva più in Roma alcuna podestà civile, e, fino dal

tempo di Brancaleone, la santa Sede s’era lasciata scappare di mano la

investitura del Senato. La inattesa elezione di Carlo a senatore cadde

dunque come un fulmine secco in mezzo alle trattative che pendevano per

la infeudazione di Sicilia. Urbano ne fu costernato. La futura unione

della podestà senatoria colla corona di Sicilia nella persona di un

Principe ambizioso minacciava di serio pericolo la independenza del

Papa. Temeva egli di cader di Scilla in Cariddi, dal giogo degli Svevi

nella tirannide dei Provenzali; in breve giocava sopra una carta la

signoria suprema di Roma[482].

Fra le condizioni che primamente avevasi imposte al Conte di Angiò

per riguardo a Sicilia, s’era inserito l’articolo che egli nè a Roma

nè altrove nello Stato ecclesiastico avrebbe potuto tenere officio di

senatore o di podestà[483]: tuttavolta adesso Urbano videsi costretto

a modificare il patto, ed anzi a consigliare con grande insistenza che

Carlo accettasse la dignità senatoria. Se questi rifiutata la avesse,

probabilmente essa sarebbe capitata in mano del genero di Manfredi,

e ciò avrebbe impedito la conquista del reame; invece, il possesso di

Roma era per Carlo il primo e sicuro passo ad ottenerla. Dopo consulte

lunghe coi Cardinali, Urbano incaricò il suo legato di rappresentare la

cosa al Conte, ma di vietargli che assumesse la carica di senatore a

vita, e di imporgli che in quella faccenda destreggiasse con artificî

diplomatici: bastano questi suggerimenti per dimostrare che ometto

fosse quel prete nell’abilità di farsi giuoco dei giuramenti. Se Carlo

avesse a quest’ora anche promesso ai Romani di essere loro senatore

per tutta la vita, doveva il legato proscioglierlo del giuramento,

e secretamente obligarlo ad un altro, che avrebbe tenuto l’officio

temporaneamente, a piacimento del Papa[484]: a lui infatti pareva

cosa tanto importante limitar la durata della senatoria di Carlo che

ne fece dipendere l’infeudazione di Sicilia. Così fu che mandò in

Francia uno dei più esperti Cardinali, Simone di santa Cecilia, e lo

provvide di due diverse minute di scritture, comandandogli di indurre

Carlo ad accettare quello dei due trattati che era il meno pericoloso.

L’uno portava che il Conte dovesse tener l’officio di senatore per

cinque anni; se in questo periodo di tempo avesse conquistato Sicilia,

avrebbe dovuto rinunciare immantinente alla carica di senatore, sotto

pena della scomunica e della perdita de’ suoi diritti al reame. La

seconda formula recava invece ch’ei promettesse ai Romani di accettare

l’officio soltanto per quel tempo che gli avrebbe talentato, e che

indi al Papa giurasse di durar senatore per cinque anni al più, o

per quel termine che gli verrebbe stabilito: per il caso poi che i

Romani avessero insistito onde l’officio durasse a vita, Carlo doveva

promettere che, fatta la conquista di Sicilia, od altrimenti conosciuto

essere essa impossibile, avrebbe deposto l’officio di senatore nelle

mani del Pontefice appena che questi ne l’avesse richiesto: in ogni

evento avrebbe dovuto provvedere che la dominazione di Roma tornasse

alla santa Sede[485]. Ed il Papa comandava al legato che se Carlo

rifiutasse di guarentire solennemente i diritti della Chiesa sul

Senato, ei dovesse abbandonare ogni trattativa per riguardo a Sicilia e

tornarsene a casa[486].

Urbano era involto in grandissime difficoltà. Sicilia, fatale

egualmente per gli Imperatori che per i Pontefici, fino dai tempi

di Leone IX aveva cagionato alla Chiesa umiliazioni molte, e mille

pene e cure. Il dominio di questa terra, in cui i Papi avevano visto

riposare il fondamento di loro independenza civile, era stato origine

di formidabili guerre coll’Impero; ed eglino stessi erano costretti

a confessare che ambivano ad una signoria politica senza aver forza

bastevole di conservarsene padroni nemmanco per un anno solo. Ed era

un lamento che l’inquietudine gli strappava dal profondo dell’anima,

quella parola onde Urbano IV sclamò: «Dice Geremia, che ogni male ne

sarebbe venuto dal settentrione; però io confesso che esso ci viene di

Sicilia»[487]. Nondimeno egli aveva abilmente saputo associare l’affare

del Senato coll’investitura del reame; e ciò obligò Carlo a rinunciare

alla durata vitalizia dell’officio senatorio, e, per rimostranze del Re

di Francia, a sottoporsi alle condizioni imposte da Urbano.

Dalle lettere del Pontefice si pare che i Romani e Carlo lo lasciarono

al buio delle trattative che fra sè tennero. I Guelfi romani avevano

effettivamente nominato il Conte a _dominus_ e _signor_ della Città

finchè avesse vivuto: e l’aver gettato la loro libertà in grembo ad

un ignoto, che non si aveva acquistato alcun merito fra essi, destò

lo sprezzo perfino de’ contemporanei, quantunque fossero guelfi come

loro; avvegnaddio la cosa provasse che Roma era divenuta indegna di

libertà[488].

Dopo che il conte di Angiò ebbe accettato le proposte del cardinale

Simone (il quale adempiè bravamente il suo incarico) ed ebbe promesso

di essere a Roma per il giorno di san Michele dell’anno 1264, mandò

alla Città Jacopo Gaucelin da suo vicario nel senato, ed alcuni

cavalieri provenzali. Il Gaucelin, sul principio di Maggio del 1264,

prese, in nome di Carlo, possedimento della rocca Capitolina, ma

tosto dopo morì, e in officio di prosenatore gli succedette Jacopo

Cantelmi[489]. Così fu che il Principe francese si cacciò primamente in

Campidoglio da pretendente contro Manfredi, col proposito di balzarlo

poi anche dal trono di Sicilia.

Indarno Manfredi aveva parecchie volte tentato di appiccare trattative

con Urbano; con grande suo cruccio vedeva ora un avversario straniero,

chiamato dal Pontefice, metter radice in Roma. Di qui i Ghibellini

erano stati discacciati ancor prima che vi facesse comparsa il

Vicario di Carlo. Si raccolsero essi in Toscana intorno al proconsole

_Petrus Romani_ di Vico, un signore potente della terra dei Prefetti,

zelantissimo partigiano di Manfredi e suo luogotenente ossia vicario

nel Senato[490]: i Guelfi dalla lor parte si ordinarono sotto

il vessillo di Pandolfo, conte di Anguillara, presso al lago di

Bracciano[491]. Dì non passava che le due fazioni non si azzuffassero

per disputarsi le castella di Toscana. Pietro di Vico, cui Giordano

di Anglano aveva mandato milizie, potè financo conquistare la città di

Sutri, ma ne lo ricacciò il Cantelmi vicario di Carlo. Sulla fine anzi

del Maggio questo prosenatore lo assediò nel castello di Vico; però le

divisioni e la paura di una venuta di Manfredi gli fecero abbandonare

l’impresa; e le soldatesche romane oramai sui primi di Giugno del 1264

tornarono nella Città, per modo che Pietro ne fu liberato[492]. Come

or Manfredi ebbe sicurezza che Carlo di Angiò sarebbe tosto entrato

in campo, decise di muovere contro Roma, e in pari tempo, unito coi

Ghibellini, risolse di tentare un bel colpo contro il Pontefice in

Orvieto[493]. Dalle Marche, da Toscana, dalla Campania (dove il Re

stesso pose campo sul Liri), dovevasi imprendere una grande spedizione

nello Stato ecclesiastico. Però malvagità di destino da qualche tempo

infiacchiva le forze di Manfredi. Speranza di potersi intendere col

Papa aveva fino dapprincipio tolto lena alla sua attività; e, ad onta

che Toscana gli porgesse opportunità propizia (anche Lucca aveva aperto

le porte ai Ghibellini), gli fecero difetto in ogni opera sua unità

di piano ed energia: così, invece di sgombrarsi audacemente la via di

Roma, ristette dalla sua marcia, poichè la Campagna romana gli negava

il passaggio. Il Lazio aveva allora abbracciato la parte guelfa; il

Pontefice aveva ordinato a tutti i baroni ed a tutti i vescovi di

serrare ermeticamente le porte della loro terra; nessun castello poteva

concedersi in investitura a chi non fosse del paese, nè permettevasi

che si conchiudessero maritaggi fra abitatori della Campagna e sudditi

del Re[494]. Manfredi per conseguenza nell’estate tornò in Puglia:

bensì in soccorso di Vico e contro a Roma aveva mandato con milizie il

suo capitano Percivallo Doria, e questi per gli Abruzzi s’era aperta

una via nelle terre romane, ma il generale non potè conquistare Tivoli

che ora obbediva sommessamente alla Città, nè osar di effettuare su di

Roma un’impresa progettata: il Doria entrò nel territorio di Spoleto,

e infelicemente annegò nelle acque della Nera, vicino Rieti, e così il

Papa se la levò liscia del pericolo che lo minacciava.

Tuttavolta ogni dì più le condizioni di Urbano IV facevansi gravi:

la lega delle città di Narni, di Perugia, di Todi, di Assisi e di

Spoleto gli negava soccorsi; vuoti erano gli scrigni; e soltanto con

grande fatica poteva raccogliere qualche po’ di soldati. Dugento ne

gettò nella rocca del Campidoglio, e, composto un piccolo esercito

nel distretto di Orvieto sotto gli ordini del maresciallo Bonifacio di

Canossa, fe’ in tutti i paesi predicare la croce contro Manfredi ed i

suoi Saraceni, scongiurò Carlo che si affrettasse a venire, e lo pose

in guardia contro i sicarî che, diceva, quell’altro mandava per torlo

di vita[495].

Il fatto che Roma restasse allora in potere dei Guelfi decise delle

sorti di tutto l’avvenire. Fu per Manfredi massima sventura che non

antivenisse il suo avversario entrando egli nella Città, e che non

potesse impedire l’ingresso di Carlo in Campidoglio. Roma era divenuta

il ricettacolo di tutti i suoi nemici, massime anche dei numerosi

fuorusciti pugliesi che smaniavano di tornare in patria e di far loro

vendette. Vollesi per verità tentare di togliere la Città dalle mani

dei Guelfi prima che Carlo giungesse: a quest’uopo si compose un piano,

e (sebbene Tivoli non acconsentisse ad accogliere i Ghibellini) Ostia,

donde poteva impedirsi uno sbarco di Carlo, cadde in potere di Riccardo

degli Anibaldi, la cui famiglia potente seguiva la parte ghibellina,

ad eccezione del cardinale di pari nome che era stato dei più zelanti

a far eleggere Carlo a senatore[496]. Una vittoria di Pietro di Vico,

che, unito con Francesco di Treviso capitano di Manfredi, aveva presso

Vetralla fatto prigioniero il Conte di Anguillara, incorò gli esuli

ghibellini, che ora sperarono di penetrare in Roma mercè un attacco

notturno. Pietro sbucò di Cervetri, l’antica Cere, che era un suo

castello; e, senza pur attendere gli altri, come avrebbe dovuto fare

conformemente alle intelligenze prese, in una notte giunse su Roma. I

suoi amici gli apersero la porta di san Pancrazio, ma egli non vi potè

porre piè forte, e, mentre voleva impadronirsi dell’isola Tiberina, le

guardie diedero l’allarme: il Cantelmi coi suoi Provenzali accorse dal

Campidoglio; i Guelfi romani condotti da Giovanni Savelli sopravvennero

dalla Città, e Pietro dopo ostinata resistenza fu incalzato nel

quartiere transteverino detto Piscinula, e completamente battuto. Il

figlio suo annegò guadando il Tevere; quanto a lui potè con tre soli

compagni fuggire a Cervetri[497]. La mala riuscita di questo piano ebbe

conseguenze sventurate, chè Roma rimase in possesso dei Guelfi, e i

Ghibellini non osarono più alcuna impresa nuova.

Frattanto, ai 2 Ottobre 1264 Urbano IV morì a Perugia, ove era venuto

fuggendo dalla ribellata Orvieto dopo un soggiorno fattovi per quasi

due anni. In tutto il suo pontificato non pose mai piede in Roma. Il

suo pontificato fu spoglio di grandezza; la sua politica mancò di vera

prosperità: non ebbe infatti raggiunto l’altissimo scopo che ei s’era

proposto, la caduta di Manfredi e l’esaltamento di Carlo di Angiò al

trono di Sicilia[498].

§ 3.

Clemente IV papa (1265). — Eccita Carlo alla conquista di Sicilia. —

Apparati guerreschi di Manfredi. — Condizioni difficili dei Guelfi in

Roma. — Carlo parte e sbarca felicemente: entra in Roma. — È costretto

a sgombrare il palazzo Lateranense. — Prende possesso del Senato. — I

legati del Papa lo investono di Sicilia.

Morto Urbano, i Cardinali stettero un pezzo prima d’intendersi. Fra

loro v’era una fazione che nutriva sentimenti patriottici, ed essa

ripudiò l’indirizzo politico fin qui seguito, ed espresse il desiderio

che si facesse con Manfredi la pace, e s’impedisse l’invasione

provenzale in Italia. Momenti preziosi erano questi, poichè la

decisione che allora conveniva prendere celava in grembo destini

venturi d’incalcolabile importanza per l’Italia e per il Papato. Un

uomo di genio avrebbe potuto trarre salva la Chiesa da quel labirinto;

ma questo genio non vi fu. Prevalse il partito guelfo e francese;

perfino l’elezione del Pontefice cadde sopra un Provenzale, suddito

di Carlo di Angiò, e così fu confermata e continuata la politica non

italiana di Urbano IV. Guido Le Gros Fulcodi, nativo di Saint Gilles

in Linguadoca, laico dapprima, padre di parecchi figliuoli avuti di

legittime nozze, era stato avvocato di rinomanza e consigliere secreto

di Luigi di Francia. Preso in uggia il mondo dopo che gli fu morta

la moglie, s’era fatto monaco certosino; indi era diventato vescovo

di Puy ed arcivescovo di Narbona, e s’aveva acquistato fama di pio:

Urbano IV nell’anno 1261 lo aveva creato cardinale di santa Sabina; e

adesso, in sul principio dell’anno 1265, veniva eletto papa. Trovavasi

a questo tempo in Francia, e vi si stava allestendo per una missione

in Inghilterra, allorchè gli giunse novella della sua elezione, che

per tema dei Ghibellini era ancor tenuta secreta. Ambizione non lo

allettava, chè esperienza della vita e la filosofia attinta da quella

gliene avevano sradicato ogni cura: perciò Guido, vecchio, amante di

pace, di costumi severi, sentì reluttanza di accettare la tiara; ma,

andato a Perugia, dovette cedere alle impetuose instanze dei cardinali,

e ai 22 Febbraio del 1265 fu consecrato nel duomo di quella città con

nome di Clemente IV[499].

Al nuovo Pontefice non rimase altra scelta che di continuare nell’opera

del suo predecessore e di presto condurla a fine. Confermò pertanto

la elezione di Carlo; al legato Simone comandò che affrettasse

la conchiusione del trattato; chiese a re Luigi che soccorresse

all’impresa del fratel suo, e gli convertì il voto della Crociata

nell’obligo di combattere contro Manfredi. Il nerbo dell’impresa era il

denaro, e procacciarselo era sommamente difficile. Sebbene Roma avesse

ormai succhiato il sangue e le ossa ai vescovati della Cristianità,

tuttavia la Chiesa di Francia dovette adesso sostenere anche le spese

di questa spedizione nella forma tradizionale di decima levata per

le Crociate, sì come Urbano IV la aveva già percepita da tre anni; e

financo i malcontenti vescovi di Inghilterra e di Scozia furono posti a

croce perchè soddisfacessero un pari tributo. Clemente IV, come il suo

antecessore, caricò tutta Europa di imposte per conservare alla santa

Sede la signoria feudale di Sicilia, ma almeno nol tocca rimbrotto di

avarizia e di nepotismo, chè ei seppe tenersene mondo[500].

Beatrice, moglie di Carlo, impegnò i suoi gioielli, accattò denaro dai

baroni di Francia e contrasse imprestiti. Avventurieri si fregiarono di

croce, e baroni provenzali e francesi bramosi di signorie furono lesti

a prender parte ad una guerra che loro dava speranza di acquistarsi

dominio di città e di contee nella bellissima delle terre del mondo.

Mentre dunque l’impresa si andava apparecchiando con grande fervore

in Francia, Manfredi in Italia si armava per opporvi impedimento.

Ad un esercito che fosse venuto dalla via di terra sperava egli, se

non di chiudere i passi delle Alpi, almeno di preparare in Lombardia

una disfatta sicura, perciocchè là il Palavicini (che sempre era

il capitano di quei Ghibellini), Boso da Doara, i margravî Lancia e

Giordano di Anglano e le città amiche gli offerissero il loro eribanno.

Se poi Carlo fosse venuto da mare, doveva tagliargli il cammino un

naviglio composto di galee sicule e pisane, che incrociavano fra

Marsiglia e la costiera romana: e Toscana era ancora in potere di

Manfredi, e Guido Novello conte palatino, che era ivi suo vicario,

governava per lui la lega delle potenti città ghibelline, fra le

quali nell’estate del 1264 era entrata anche Lucca. Minor frutto

promettevano invece gli sforzi del Papa che, giovandosi dello zelo di

Guglielmo vescovo di Arezzo, aveva recato in essere una federazione dei

fuorusciti Guelfi[501]. Pietro di Vico e gli Anibaldi difendevano la

Maritima, nell’Etruria romana; presso a quella marina erano disposti

presidî di vedetta; e la stessa foce del Tevere Manfredi aveva reso

impraticabile. Ei fece una levata di tutti gli uomini del suo reame,

prese a stipendio Saraceni d’Africa, assoldò milizie anche in Alemagna,

fortificò le rocche della Campania, e s’avanzò alle frontiere del Lazio

per minacciar Roma: ed in vicinanza della Città soldatesche siciliane e

Ghibellini romani, capitanati da Jacopo Napoleone della casa Orsini di

Vicovaro, tenevano in loro mani la chiave della via Valeria, in quello

che altri nelle loro castella aspettavano l’occasione propizia di

penetrare in Roma e di vendicarsi degli avversarî.

Come i Guelfi della Città videro farsi tanti apparati, rosero il freno

dall’impazienza. Carlo lor senatore aveva promesso di essere a Roma

per le feste di Pentecoste, eppure ch’ei venisse si dubitava; ed il

Cantelmi vicario suo era così ridotto al verde da non raccogliere che

sprezzo. «Il popolo romano», scriveva Clemente a Carlo, «popolo di

illustre nome e di animo orgoglioso, te chiamò al governo della Città

e brama di vedere il tuo volto:» «ei vuole esser trattato con grande

prudenza questo popolo, perocchè i Romani», soggiungeva il Pontefice

con ironia, «richieggano dai loro governanti grandioso incesso, frasi

sonore e geste formidabili: non per nulla affermano che loro compete

la dominazione del mondo. Io voglio pure tributar lode al tuo vicario

Cantelmi e ai suoi compagni, ma l’esiguo numero di loro e la meschinità

onde lesina egli nello spendere sminuiscono la reverenza per lui e per

te»[502]. Il Cantelmi stringeva il Papa con richieste di denaro; un

giorno forzò lo scrigno del Laterano e prese tutto quello che entro

vi si racchiudeva, e Clemente, anch’esso trovandosi involto in estreme

angustie a Perugia, mandò una protesta dichiarando non essere obligato

di mantenere a spese sue la Città nel favore di Carlo conte: nondimeno

fece dei prestiti tratti da’ banchieri di città toscane e dell’Umbria,

e, ad onta di tutto questo, non passava giorno che non lo tormentassero

Provenzali e Romani per averne moneta[503]. La città di Roma si faceva

frattanto sempre più inquieta; fuorusciti ghibellini tornavansene in

gran secreto e seminavano torbidi; cessava la sicurezza del vivere;

l’andava a chi più rubava e uccideva; le strade si sbarravano. I

nobili guelfi scrivevano al Papa lettere pressantissime per affrettare

la venuta di Carlo, dicendo che ove questa si fosse protratta non

avrebbero potuto, privi com’erano di mezzi e spossati di guardia diurna

e notturna, tener più a lungo Roma in loro potere. Il Papa dolente

gli ammonì a perseverare; protestò non aver nè denaro nè armi; contare

sui sussidî della Chiesa francese; essergli data certezza del presto

arrivo del Conte: e scongiurò quest’ultimo ad affrettarsi, poichè Roma

era in pericolo di cadere nelle ugne degli inimici. Finalmente Carlo

di Angiò annunciò che fra breve sarebbe venuto; ma prima, essendo

giunto felicemente a Roma un suo cavaliere, il Ferrerio, con una mano

di Provenzali, quel capitano guascone si gettava tosto temerariamente

contro ai Ghibellini presso Vicovaro, ne era battuto, e, preso, mandato

al campo di Manfredi. Così il primo fatto d’arme riuscì a male dei

Francesi; il lieto presagio fe’ crescer di coraggio l’esercito siculo,

e fra le soldatesche corsero epigrammi alle spalle del povero conte

Carlotto che correva incontro alla aperta sepoltura, se pur avesse mai

potuto toccare il suolo di Roma.

L’impresa di Carlo di Angiò contro Sicilia va registrata fra quelle

spedizioni avventurose e avventurate che compierono i Crociati di

quell’età. Colla sua smania di conquiste, colla sua propensione

romantica alle guerre, coi suoi arditi cavalieri (ancor prima che

Spagnuoli, Portoghesi e Inglesi intraprendessero le loro spedizioni

marittime), Francia fu la patria vera della cavalleria errante e

dei baroni in cerca di province e di corone regie. Di Normandia

erano venuti i primi conquistatori di Sicilia; giusto per intento

di conquista il duca Guglielmo (cui Carlo tolse ad esemplare) s’era

gettato sull’Inghilterra; e di Francia erano partite le prime e le

ultime Crociate; e cavalieri francesi s’erano impadroniti di Bisanzio.

Carlo, già illustratosi fra’ Crociati in Oriente dove un dì era caduto

prigioniero col suo regal fratello vicin Mansura, cercava una corona

ed una terra da saziar la sua ambizione e da satollare la sua povertà

carca di debiti. Nessuno scrupolo trattenne questo Principe da una

guerra ingiusta contro un Re che non l’avea offeso; agli occhi di

lui e dei suoi Provenzali desiderosi di battaglie quella spedizione

era cosa cavalleresca, una vera continuazione delle Crociate. Se pur

la coscienza gli avrà fatto udir la sua voce, l’Angioino la pose a

coperto sotto la croce bianca e rossa ovvero sotto la bandiera del

Papa, il quale adulandolo lo paragonava a Carlo figliuolo di Pipino,

che anticamente era venuto da quella medesima terra di Francia a

liberare la Chiesa[504]. E per fermo una remota analogia di cose faceva

ricordare di que’ tempi in cui i Pontefici avevano chiamato in Italia

il Re dei Franchi a liberarli dal giogo dei Longobardi; però all’età

di Carlo magno avrebbe parso bestemmia che ad un’impresa di conquista

contro un principe cristiano si avesse dato nome di crociata santa.

La tetra persona di Carlo d’Angiò si erige sulla scena stessa dove si

combatterono le battaglie antiche fra Romani e Germani, e somiglia a

quella di Narsete, laddove Manfredi veste l’abito tragico di Totila. E

la storia compieva adesso la curva di un circolo perfetto, avvegnaddio

quantunque le relazioni delle podestà e delle cose fossero differenti

da quelle di un tempo, le condizioni nel fondo continuavano ad essere

le stesse: il Papa nuovamente chiamava in Italia dei conquistatori

stranieri, perchè lo liberassero dalla signoria dei Germani. Un destino

inesorabile fe’ crollare la dinastia degli Svevi in Italia, come in

antico aveva precipitato quella dei Goti: e la estinzione, divenuta

necessaria, di entrambe quelle signorie e la morte dei loro eroi

parimenti simpatici e belli illustrarono uno stesso e classico teatro

con una duplice tragedia, di cui l’ultima parve non essere altro che

l’esatta ripetizione della prima.

Il Conte di Angiò non aveva peranco compiuto i suoi armamenti,

allorquando la sua impazienza e l’appello di Roma e del Papa lo

spinsero a tentar la sua impresa. Lasciò in Provenza la parte

maggiore dell’esercito da lui raccolto, con ordine che per terra si

sgomberasse la via dell’Italia superiore; ed egli per mare andossene a

Marsiglia co’ vascelli suoi. Era l’Aprile dell’anno 1265. La fortuna

cieca guidò il suo temerario viaggio. L’uragano che sperdette le

sue navi, e lui con tre soli bastimenti gettò sulla costa di Porto

Pisano, ricacciò in alto mare la flotta dell’ammiraglio di Manfredi;

e quando il conte Guido Novello, che per Manfredi comandava a Pisa,

ne uscì colla cavalleria tedesca per cogliere Carlo (e la cosa

sarebbe infallibilmente avvenuta se Guido fosse capitato qualche

momento prima), l’Angioino s’era rimesso in mare. Alla nuova che era

stato visto a Porto Pisano, Pietro di Vico e gli Anibaldi tornarono

frettolosi dalla Sabina dove erano entrati, e tentarono di impedire che

sbarcasse nella Maritima[505]; ma Carlo frattanto navigava imperterrito

in mezzo alla burrasca, passò vicinissimo alla flotta nemica (e par

miracolo) senza danno, e felicemente trascorse lungo capo Argentaro e

in vista di Corneto.

Alla fine fra il tuonare e il lampeggiare del cielo egli si trovò di

fronte alla costiera romana, rimpetto ad Ostia. Il mare era grosso, mal

sicuro l’approdo, il lido ignoto; non sapevano che fare. Tuttavia Carlo

da uomo risoluto si gettò in un palischermo, timoneggiò prosperamente

attraverso le onde rinfrante, e toccò terra. Le scolte di Ostia non gli

opposero impedimento alcuno; nessun nemico si presentò. Alla fama che

si sparse che il Conte di Angiò fosse sbarcato, le più nobili famiglie

guelfe di Roma corsero ad Ostia per andarselo a levare: fra loro furono

visti i Frangipani, i Cenci, gli Anibaldi del ramo di Molara, i figli

di _Ursus_, i Paparoni, i Capizucchi, i Conti, i Colonna, i Crescenzî,

i Parenzi, i Malabranca, i De Ponte, i Pierleoni ed altri[506].

Questi signori giubilanti condussero Carlo al san Paolo, e nel giovedì

innanzi alla Pentecoste, addì 21 Maggio del 1265, il Conte scavalcò

a quel convento, per tenere indi la sua entrata in Roma[507]. E nel

frattempo, unitesi nuovamente le galee, anch’esse giunsero in breve

all’imboccatura del Tevere; rotti i serragli del fiume, tutta la flotta

provenzale senza pur combattere vogò su per il fiume fino al san Paolo

innanzi a Roma.

I Romani si rovesciarono fuori della Città per poter mirare il futuro

Re di Sicilia, il loro senatore eletto. Era uomo sui quarantasei anni,

alto della persona, di struttura robusta, con piglio da re. Il suo

volto di tinta olivastra aveva fattezze severe e dure; l’occhio era

fiero e metteva paura. Uno spirito irrequieto teneva sempre in moto

quell’indole di ferro; non posava mai, e soleva lamentare che il sonno

accorciasse il tempo all’operare degli uomini. Aveva animo sobrio,

chiuso alla giovialità ed insensibile al sorriso delle grazie. Non

rideva quasi mai. Era fervido cattolico, ma la sua religione non gli

impediva di essere un egoista senza legge nè fede. Possedeva tutte le

qualità che occorrono ad un guerriero, ancorchè non sia un genio per

farsi conquistatore e tiranno; e le possedeva in sì larga misura che

diventò acconcissimo strumento agl’intendimenti del Pontefice: infatti

aveva valore cavalleresco, prudenza, continenza quasi di stoico,

penetrazione acuta di giudizio, volontà indomabile, crudeltà, cupidigia

di dominare, avarizia, ambizione immensa[508].

Nel sabato di Pentecoste, ai 23 di Maggio, il Conte tenne il suo

ingresso in Roma per la porta di san Paolo. Venne con soli mille

cavalieri senza cavalcatura, e fu accolto dalle processioni del clero

e de’ cittadini, dai gonfaloni della milizia, della nobiltà e dei

cavalieri a cavallo. I Romani guelfi spiegarono un’insolita pompa per

far onore al loro senatore; vollero mostrargli che anche nella città

dei Papi la cavalleria aveva forme gentili e di corte, e innanzi a

lui tennero un armeggiamento di foggia romana. Invero può darsi che la

nobiltà fosse allora usa di esercitarsi in cotali prove fra i ruderi

della grandezza antica, ed è probabile che la forma di quelle corse

ascanie e di quei getti di lance togliessero a imitazione di ciò che

ne scrive Virgilio[509]. Il popolo, in man recando corone di fiori e

palme, accompagnò il suo senatore; a suon di cetre ballavano a gruppi,

e cantavano inni di lode della novella signoria di Carlo; le strade

e le piazze della Città erano tutte da cima a fondo addobbate di

tappeti: a ricordanza di uomo (lo attestano i contemporanei) i Romani

non avevano mai adoperato tanto sfarzo per alcuno dei loro signori.

Circondato da’ suoi Francesi e da’ Provenzali, il novello senatore

cavalcò per la festosa Città, ma l’avido popolo non ebbe a raspar dal

suolo neppur un meschino quattrinello, perocchè non vi fossero famigli

che gettassero denaro.

Il Conte era venuto a Roma a mani vuote[510]. Non era egli che facesse

dei regali al popolo; erano i Guelfi che dovevano darne a lui. Lo

si condusse al san Pietro, e conformemente al costume de’ principi,

primamente smontò a quel palazzo: e sebbene a lui senatore spettasse la

residenza in Campidoglio, tuttavia senza più ei s’accomodò in Laterano

che offriva agi maggiori. Clemente si stupì della inurbana sfrontatezza

di un ospite che, non facendo troppi complimenti, col suo sciame di

cavalieri provenzali si allogava nelle dimore dei Pontefici come se

fossero casa sua, senza pur chiederne licenza. Gli scrisse pertanto

una lettera che è degna di nota. «Tu di tuo capo», vi diceva, «hai

fatto cosa che nessun re cristiano di fare s’arrogò mai. Contro ogni

convenienza, per ordine tuo, le tue genti sono entrate nel palazzo

lateranense. Or saper devi che non mi aggrada niente affatto che

il senatore della Città, per illustre e onoranda che possa esser la

sua persona, prenda stanza in uno dei palazzi del Pontefice. Io vo’

prevenire abusi venturi; la preminenza della Chiesa non dev’essere

offesa da chicchessia, e meno ancora da te che Noi abbiamo chiamato

a esaltazione di lei. Non pigliartela a male, ma cerca altrove nella

Città la tua abitazione; palazzi spaziosi haccene abbastanza. E d’altra

parte non dire che contro decoro te abbiamo cacciato fuor dei nostri

palagi; di’ anzi che al decoro tuo abbiamo voluto provvedere»[511].

L’altiero Conte punto di vergogna uscì del Laterano, e dovette

ricordarsi di non essere altro che la creatura del favore pontificio.

Dimora non pose nel palazzo senatorio del Campidoglio, dove continuò a

risiedere il suo vicario, ma prese ad abitare nel palazzo dei Quattro

Coronati sul Celio[512].

Ai 21 di Giugno Carlo fu solennemente vestito delle insegne di senatore

nel convento di Araceli[513], e tosto dopo volle serbare eterna

ricordanza della presa di possesso della sua podestà municipale,

facendo coniare una moneta e fregiandola del suo nome[514]. Conforme

agli Statuti di Roma aveva condotto con sè i suoi giudici e i suoi

notai; e conservò altresì un suo vicario nel senato avvegnaddio egli

avesse per il capo faccende troppo rilevanti perchè potesse perdersi

nelle meschine cure del reggimento civico o delle liti del popolo

romano[515]. Certo che per lui era di valore inapprezzabile tenere la

podestà senatoria, nè molto andò ch’ei si diede perfino aria di voler

esercitare il suo officio da capo sovrano della Republica romana,

sì come aveva fatto Brancaleone. Il Papa vide chiaro che il Conte

usciva dei limiti delle sue funzioni, n’ebbe gelosia, e lo ammonì; e

poichè l’altro gli fe’ notare che intendeva di esercitare i diritti

dei senatori più antichi, da uom risoluto gli rispose: ricordasse che

i Papi avevano ad essi fatto sempre opposizione, che non lo si aveva

chiamato perchè imitasse la tracotanza dei suoi antecessori, nè perchè

usurpasse i diritti della Chiesa[516].

Ai 28 di Giugno Carlo ricevette la investitura di Sicilia. I quattro

cardinali che ebbero dal Papa l’incarico di impartirla, Anibaldo dei

dodici Apostoli, Riccardo di sant’Angelo, Giovanni di san Nicolò,

e Jacopo di santa Maria, ne publicarono gli atti nella basilica

lateranense, presente il popolo congregato. Il Conte prestò nelle

loro mani il giuramento di vassallaggio alla Chiesa, e ne ricevette la

bandiera di san Pietro come simbolo dell’investitura. Clemente, come

già Urbano IV, aveva dapprima cercato di serrarne l’autorità regia

entro angusti confini e sotto condizioni così oppressive, che il Conte,

da re, non sarebbe stato dappiù di uomo ligio ai suoi servigi, cui

egli ne avesse concesso l’affittanza temporanea. Però, dopo difficili

negoziati, Carlo aveva potuto stabilire dei patti più benigni; ed

ora con grandi limitazioni e coll’obligo di lasciar piena immunità al

clero, ei ricevette il reame indivisibile delle Puglie e di Sicilia,

tranne Benevento; e lo ebbe come feudo ecclesiastico, ereditario

nella sua famiglia, per l’annuo tributo di ottomila once, e salva la

restituzione degli imprestiti fattigli. E nuovamente giurò di dimettere

in mano del Papa l’officio senatorio e l’autorità che aveva in Roma,

tosto che avesse conquistato le Puglie.

Da allora in poi Carlo tenne sè stesso in conto di re di Sicilia,

sebbene il Papa tergiversando confermasse gli atti di investitura

solamente ai 4 di Novembre[517]. Già fin dal Luglio l’Angioino aveva

promulgato dei decreti regî, e addì 14 Ottobre 1265, a beneficio

dell’illustre Città, e a monumento durevole della sua podestà senatoria

in Roma, cui (diceva) il volere di Dio lo aveva appellato, ordinò la

fondazione di un’università[518]. Ma adesso gli conveniva fare il gran

passo per conquistare effettivamente quel regno che possedeva soltanto

in pergamena: eppure pareva che per mille ostacoli la cosa si rendesse

impossibile.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 · 第 15 / 29 题