CAPITOLO SESTO.

§ 1.

Sinibaldo Fieschi è eletto papa con nome di Innocenzo IV (1243). —

Trattative di pace. — Il Pontefice viene a Roma. — Viterbo si stacca

dall’Imperatore, che è ricacciato da questa città. — Un Anibaldi

e Napoleone Orsini, senatori. — Preliminari di pace in Roma. —

L’Imperatore non vi acconsente. — Il Papa fugge a Genova (1244).

L’Imperatore strinse Roma d’assedio per alcune settimane, finchè i

Cardinali lo supplicarono di sostare dalle devastazioni che vi si

accompagnavano, promettendo che si sarebbero tosto raccolti ad eleggere

il Papa. Di già nell’Agosto dell’anno antecedente Federico aveva

messo in libertà il cardinale Ottone; adesso nel Maggio scioglieva

di prigionia anche Jacopo di Preneste, e sulla metà del Giugno si

ritirava nel regno per aspettarvi il risultato della elezione. I

Cardinali congregatisi ad Anagni acclamarono finalmente a pontefice,

addì 24 Giugno 1243, il Cardinale di san Lorenzo in Lucina. Sinibaldo

Fieschi nasceva della famiglia genovese dei Conti di Lavagna, i quali,

investiti di titoli feudali dall’Imperatore, erano tenuti in conto

di maggiorenti dell’Impero: aveva fama di essere uno fra i più chiari

giureconsulti della sua età, ma nelle faccende politiche della Chiesa

non aveva avuto occasione di segnalarsi in modo eminente. L’umiliante

ricordanza della sciagurata battaglia navale dei 3 Maggio fu la ragione

del papato di Innocenzo IV di casa Fieschi. Colla sua elezione si volle

compensar Genova del sofferto danno, e nel tempo medesimo si avvisò

che il novello Pontefice avrebbe tratto un potente sostegno dalla

potenza marittima della sua patria. Da cardinale egli s’era trovato

in rapporti di buona amicizia con Federico, che aveva onorato in lui

un prelato inchinevole alla conciliazione, e che appunto perciò non

poteva nemmanco supporre che sarebbe stato egli l’eletto. Sotto ogni

riguardo quell’elezione fu un tratto maestro e fece onor grande alla

prudenza dei Cardinali. Se vero sia che alla notizia della nomina di

Sinibaldo l’Imperatore dicesse: «Ho perduto fra i Cardinali un buon

amico, poichè nessun Papa può essere ghibellino», tale parola dimostra

che egli giudicava rettamente quale avvenire si preparasse: se poi vero

non sia che parlasse così, quel motto ha sempre il merito di dipingere

egregiamente una condizione essenziale della storia[322].

Spossato di spedizioni guerresche sì lunghe e che gli avevano tanto

costato, consapevole della forza del Papato, bramava Federico II di

venire a conciliazione colla Chiesa, massime dacchè i suoi disegni si

spuntavano contro la fermezza di Roma. S’affrettò pertanto a porgere

gratulazioni al nuovo Papa, e nella sua lettera espresse la speranza

di comporre la pace con Innocenzo IV, suo amico vero ed ora padre suo:

e ad Anagni mandò l’ammiraglio Ansaldo da Mare e i suoi gran giudici

Pietro e Taddeo, nel tempo stesso che a Melfi ricevette i messaggi di

pace del Pontefice.

Dopo di essere stato consecrato ai 29 di Giugno, Innocenzo IV rimase

ancora in Anagni per istarsi vicino all’Imperatore, con cui intraprese

a negoziare vivamente. Soltanto dopo che fu trascorsa la stagione

estiva, ai 16 Ottobre del 1243, il Papa andò a Roma, dove era pur

sempre senatore _Matheus Rubeus_[323]. I Romani mirarono il novello

Pontefice con curiosità e con avida aspettazione. Di loro egli non si

fidava, avvegnaddio dovesse averli abituati a independenza la lunga

vacanza, durante cui Matteo aveva governato la Republica sovranamente;

e il Papa aveva posto appena stanza in Laterano, che la sua

tranquillità veniva turbata dalla pressura di creditori, che con grande

impeto chiedevano restituzione di una somma di quarantamila marchi

prestata al suo antecessore. Quant’era lungo il giorno, si affollavano

nell’aula pontificia turbe di mercanti romani, e la empievano di

clamori: ed è pure uno spettacolo strano vedere un Pontefice, appena

entrato in Roma, non saper come salvarsi da’ creditori, non trovar pace

nemmanco a mensa, dover chiudersi nella sua camera fino a tanto che non

abbia rimandato, pagandoli, quegli schiamazzatori[324].

A Roma Innocenzo IV era stato specialmente chiamato da un avvenimento

che minacciava di mandare a monte le trattative di pace. Dall’anno 1240

in poi l’Imperatore era signore di Viterbo; e gli abitatori di questa

città, che gli si erano dati in balia per l’odio che nutrivano contro i

Romani, avevano servito volonterosi nel suo esercito nei due assedî di

Roma, parimenti come per quell’istesso odio erano accorsi in addietro

sotto le bandiere del Barbarossa. Nel Luglio del 1242, i Viterbesi

s’erano spinti nelle più prossime vicinanze della Città, e avevano

distrutto il castello di Longhezza; e nel Giugno del 1243 avevano

sfogato ancora una volta sulla Campagna la loro sete di vendetta[325].

Però l’elezione del Pontefice raccoglieva adesso i Guelfi sfiniti dalla

lotta intorno ad un nuovo capo, ne rianimava le forze, ed anche in

Viterbo ridava coraggio ai partigiani della Chiesa. Colà Federico aveva

fatto edificare un palazzo imperiale ben munito; e ciò minacciava i

cittadini di un giogo perpetuo[326]. Il capitano imperiale di Viterbo

(era Simeone conte di Chieti) represse duramente il partito che gli

resisteva con veemenza, e riempì la cittadella di prigionieri. Se ne

dolsero i Viterbesi presso Federico, e domandarono che richiamasse il

capitano; ma nel tempo medesimo il caporione dei Guelfi, Rainero dei

Gatti, congregava intorno a sè in silenzio congiurati, e trattava col

cardinale Rainero Capocci, viterbese di nascita, il quale, accorto

e zelante uomo, era legato in Tuscia, dove Federico aveva incamerato

tutti i possedimenti pontificî facendoli governare dal conte Riccardo

di Caserta. Viterbo, stanca della dominazione dell’Imperatore, levò

alla fine il grido guelfo: «Chiesa! Chiesa!»; la ribellione scoppiò

nell’Agosto del 1243; i cospiratori, come s’era convenuto, chiamarono

di Sutri il cardinale Rainero e il conte palatino Guglielmo di Tuscia;

e addì 9 di Settembre aprirono loro le porte, per guisa che il conte

Simone restò chiuso con trecento uomini di soldatesche imperiali nel

palazzo di san Lorenzo, e vi fu assediato fieramente. Rainero, quello

stesso Cardinale che, pochi anni prima, unito all’Imperatore aveva

difeso Viterbo contro i Romani, ricevette adesso il giuramento di

vassallaggio che Viterbo prestò alla Chiesa, e conchiuse alleanza colla

Republica di Roma[327].

Allorchè gli assediati del castello ebbero chiamato in aiuto, con

urgentissima istanza, Riccardo di Caserta e Federico stesso, venne in

gran fretta l’Imperatore, e agli 8 di Ottobre pose l’assedio alla forte

città, nella quale il conte Simeone era ormai ridotto alle estreme

angustie. Innocenzo IV, dopo qualche titubanza officiale, aveva fatto

buon viso alla rivoluzione di Viterbo; spediva infatti denaro al suo

intraprendente Cardinale, scongiurava i Romani di muovere in soccorso

dei Viterbesi, esortava questi a perdurare, e raccoglieva milizie nella

Campagna e nella Maritima[328]. Così dunque, mentre pur si negoziava

della pace, il Papa s’era tirato nuovamente sulle braccia la guerra

contro l’Imperatore; ed in vero si trattava di riacquistare una città

che stava entro la periferia di quello Stato ecclesiastico di cui un

trattato aveva confermato i limiti; una città che aveva incontestabile

diritto di congiungersi novellamente alla Chiesa. I Romani, già nemici

acerbi, ora alleati guelfi di Viterbo, si accinsero di buon grado alla

spedizione, bramosi di cavarne bottino, in quello che l’Imperatore

(reso forte di seimila uomini che di Toscana gli aveva condotti il

conte Pandolfo di Fasanella) assaltava con impeto la ribellata città.

L’assedio di Viterbo forma un memorando episodio nella storia del

medio evo romano. Un piccolo Comune di Tuscia, difeso da un Cardinale

armato in tutto punto, vi si ornò di allori guerrieri, nè più nè

meno che Brescia. Gli assalti ripetuti furono bravamente respinti,

e, ai 10 di Novembre, un’abile sortita, nella quale si bruciarono le

salmerie degli assedianti, mise Federico stesso in grave pericolo, e

lo costrinse ad abbandonare l’impresa di Viterbo. Il grande Imperatore

rodendosi del dispetto si chiuse nella sua tenda, e accondiscese alle

proposte che gli recò al campo il cardinale Ottone, un dì prigioniero

suo e di cui in carcere aveva fatto conoscenza personale, prendendolo

a stimare. Così levò egli l’assedio. Giusta i patti fu concesso al

conte Simone libertà che partisse ai 13 di Novembre, ma mentre ei si

ritirava coi suoi, furono tutti contro la data fede massacrati: non si

rispettò l’amnistia promessa ai Ghibellini di Viterbo; ed eziandio per

parte loro i Romani, che tenevansi a Sutri in atteggiamento ambiguo,

si scagliarono (partiti che furono gli Imperiali) sopra Ronciglione,

s’impadronirono di castel Vico, presero Pandolfo conte, e lo mandarono

prigioniero a Roma. Federico si dolse della rottura del trattato,

ma non se ne potè vendicare[329]: innanzi alle mura di Viterbo la

fortuna gli volse le spalle; e la sua ritirata ingloriosa, onde sulla

fine dell’anno mosse nell’agro Pisano, diminuì la reverenza per lui e

invogliò anche altre città a inalberare la bandiera guelfa.

La caduta di Viterbo fu trionfo del Papa, avvilimento di Federico che

di sua bocca confessò, quell’avvenimento «avergli tocco dolorosamente

i nervi del cuore»: la cosa tuttavia non impedì che si perseverasse

nei negoziati, giacchè anzi l’Imperatore s’era ritirato da Viterbo

nella mira di far la pace. Il Pontefice lo trattò adesso da uomo

che aveva pigliato le busse: le condizioni che gli impose a prezzo

dell’assoluzione furono umilianti, poichè lo condannavano ad una

penitenza disdicevole; e furono dure, giacchè dovevano costringerlo a

deporre come un vinto le armi dinanzi ai Lombardi, prima ancora che gli

fosse data sufficiente malleveria dei suoi diritti e dell’assoluzione

dall’anatema. Credeva l’Imperatore che lo Stato ecclesiastico, da

lui occupato e governato per mezzo di vicarî la più parte italiani,

fosse divenuto proprietà sua per diritto di conquista, causa la guerra

provocata da Gregorio IX. L’Impero, ei diceva, s’è ripigliato le terre

donate un tempo alla Chiesa, perciocchè i Pontefici ripagassero con

moneta d’ingratitudine quella liberalità; però aggiungeva di voler ciò

nondimeno farnele restituzione, purchè indi la Chiesa lui ne infeudasse

verso pagamento di un censo. Sennonchè Innocenzo IV non accondiscese a

cotale proposta; non volle dare in feudo all’Imperatore anche lo Stato

della Chiesa, ed allora Federico rinunciò bensì alla sua prima domanda,

ma pretese riservarsi alcuni diritti regî. Finalmente, nel Marzo del

1244, si giunse a intendersi in Roma, dove trovavasi l’imperatore

Baldovino di Bisanzio, che, venuto a implorare soccorsi, si dava gran

faccenda per mettere pace fra i due contendenti. Gli ambasciadori

imperiali si assoggettarono a durissimi patti; giurarono di restituire

alla Chiesa il suo Stato in tutta l’ampiezza; di concedere che il

Papa esercitasse la podestà spirituale sopra tutti i Principi; di

graziare tutti i partigiani di lui. Ma neanche per questo si fissava

il termine dell’assoluzione, chè, quantunque Federico avessela chiesta

prima e sopra di ogni altra cosa, il Papa s’era ostinato a dichiarare

che darebbela dopo che l’Imperatore avesse adempiuto agli oblighi

contratti. Ai 31 Marzo 1244 i plenipotenziarî Raimondo conte di Tolosa,

Pier delle Vigne e Taddeo di Suessa giurarono in Laterano nel nome

del signor loro i preliminari di pace, essendo presenti l’imperatore

Baldovino, i senatori Annibale degli Anibaldi e Napoleone Orsini, e il

popolo romano. La cosa riuscì tanto inaspettata che il Papa fece tosto

trascrivere gli articoli del trattato su foglietti volanti di carta, e

vendere in Laterano quelle scritture al prezzo di sei denari l’una: fu

cosa che fece montare in bizza l’Imperatore[330].

La sentenza della Chiesa ed eziandio la voce dell’inglese Matteo

Paris (storico non certo amico dell’indirizzo cui aveva preso allora

il Papato) fanno conoscere che l’Imperatore in brevissima ora ruppe

i patti[331]. Fu grave errore di Federico sottoporsi a condizioni

che adempiere non avrebbe potuto senza venir meno alla dignità

imperatoria. Come vide adesso che il Papa astutamente cercava di

scansare che si traducessero in patto concreto gli articoli dei

preliminari (i quali nella loro generalità indeterminata non potevano

che servire di fondamento ad una formula da stabilirsi esattamente

nelle particolarità) Federico trasse in lungo l’adempimento del

trattato, e si tenne lo Stato ecclesiastico in pegno. Il Papa

non bramava sul serio la pace; aveva un solo pensiero; quello di

schiacciare il suo avversario sotto il peso di un Concilio, cui

però non era possibile congregare in Italia. L’ostacolo maggiore che

impediva una riconciliazione erano pur sempre le attenenze dell’Impero

colla Lombardia, della quale negli articoli non s’era fatta menzione

speciale: solamente in forma indefinita era stata inchiusa fra quelli

cui dovevasi accordare amnistia. Nè Federico s’acconciava a confessare

che i preliminari stipulati avessero valore di pace definitiva, per

guisa che egli dovesse rimettersi a mercè del Pontefice e di Lombardia;

nè voleva mettere in libertà i prigionieri lombardi, se prima le

città non gli avessero prestato giuramento di fedeltà, e rinunciato

ai patti di Costanza. Per di più chiedeva che il Papa lo assolvesse

dalla scomunica; e questo il Pontefice rifiutava di fare, se avanti

non fossegli restituito lo Stato della Chiesa fino all’ultimo palmo di

terra, e se la lega lombarda non venisse compresa nella pace.

Anche Roma dava al Pontefice cagione di sospettare. Quantunque

l’Imperatore avesse protestato di rimettere all’arbitrato del

Papa il sopimento della sua controversia co’ Romani, si sapeva che

egli coltivava relazioni con quei Ghibellini, e lo si accusava di

eccitarli secretamente a tumultuare[332]. Ancor nell’Aprile dell’anno

1244 ad Aquapendente Federico rendeva vassalli suoi Enrico e Jacopo

Frangipani, dando loro in feudo una metà del Colosseo. Ma il Papa

dichiarava tosto che l’atto era nullo; anzi costringeva quei baroni a

riceverne l’infeudazione dalla Chiesa[333], e in pari tempo obligava

il Prefetto a confessare che la investitura del suo officio spettava

al Pontefice. Così egli distruggeva quanto avea fatto l’Imperatore,

allorchè, occupate le terre di Tuscia, aveva indotto quel magistrato

a farsi dare da lui l’investitura, e cercato così di tramutare

novellamente la Prefettura in un feudo imperiale: ed invero il diritto

di porre in carica il Prefetto, che Innocenzo III aveva conquistato

alla Chiesa, Federico negava di riconoscere[334]. Da altra parte

chiedeva il Pontefice che l’Imperatore rinunciasse assolutamente

ai diritti imperiali, e che si facesse ritorno alle basi poste nei

trattati di Neuss e di Egra. Se pertanto Innocenzo IV diffidava del

suo scaltro avversario, l’Imperatore nutriva pari sospetto di lui:

infatti correva fama che il Papa avesse detto agli ambasciatori di

Francia, di volere, anche dopo concessa l’assoluzione, prestare il suo

aiuto ai Lombardi, se questi non venissero compresi nella pace. Per

questo l’Imperatore teneva in mano sua il patrimonio della Chiesa come

guarentia; tuttavia nuove proposte ei fece a Innocenzo, e lo invitò

a venirgli presso, affinchè, abboccandosi personalmente, potessero

intendersi in modo definitivo. Il Papa gli diè ascolto, tanto per

parere; ma, perseverando in un astuto disegno che da lunghissimo tempo

coltivava in mente, nominò ai 28 Maggio dieci nuovi Cardinali per dar

maggior nerbo al sacro Collegio; indi ai 7 di Giugno andossene a Civita

Castellana che era terra fortemente munita. L’Imperatore gli chiese

che venisse a Narni, poichè egli stesso trovavasi accampato a Terni;

però il Pontefice se ne schermì, pur mostrandosi pronto a trattative;

e frattanto mandò in gran secretezza un frate francescano con lettere

pressantissime a Filippo Vicedomini podestà di Genova. Egli poi rimase

diciannove giorni a Civita Castellana[335]; e mentre qui si scambiavano

ambasciate fra lui e l’Imperatore, un naviglio genovese, accompagnato

da tre Fieschi cugini del Pontefice, faceva vela per il mare Tusco,

e ai 27 di Giugno gittava l’ancora innanzi a Civitavecchia. A Sutri,

dov’ei s’era recato quell’istesso giorno, Innocenzo ebbe in pari

tempo novella dell’entrata delle navi, e dell’avvicinarsi di trecento

cavalieri che venivano per impadronirsi di lui: così almeno s’era

sparso il grido. Lo sbigottimento suo fu grande, e nella notte dei 28

Giugno decise di fuggire. Innocenzo IV si rifece conte Sinibaldo, vestì

l’armatura, montò a cavallo, e seguito da famigli, da amici (fra quali

fu Nicolò de Curbio suo biografo) e da nipoti parecchi (fra cui il

cardinale Guglielmo Fieschi), galoppò in mezzo alle ombre della notte

e fuori dei sentieri battuti per le campagne di Tuscia; e tanto corse

che sul mattino toccò Civitavecchia e giunse alla flotta genovese. Il

giorno dopo capitarono a quel porto altri cinque Cardinali, che non

avevano potuto con eguale celerità tener dietro al loro più spigliato

signore[336]. Sette altri travestiti fuggirono a Genova per la via di

terra; e tre Innocenzo ne lasciò: il cardinale Stefano di santa Maria,

che nominò a suo vicario in Roma; Rainero che era legato in Tuscia, a

Spoleto e nelle Marche; Riccardo di sant’Angelo, che avea officio di

rettore della Campagna e della Maritima.

Nel giorno in cui ricorreva la festa del principe degli Apostoli, ai 29

di Giugno, le navi si staccarono dal molo di Civitavecchia e presero

il largo. Erano in trepidanza perchè minacciava burrasca, e perchè si

sapeva che l’ammiraglio imperiale, Ansaldo da Mare, incrociava in quei

mari: l’avvenimento dei 3 Maggio si sarebbe ripetuto in più grandiose

dimensioni, se il caso avesse spinto la flotta genovese incontro

all’altra. Costretti a cercar riparo dall’uragano nella selvaggia

isola di Capraia che è vicino Corsica, i Pontificî sbarcarono addì 4

di Luglio a Porto Venere, per necessità di dar un po’ di riposo ad

Innocenzo affranto di fatica: indi le galere della Republica tutte

pavesate di bandiere e ornate magnificamente di tappeti porporini,

giunsero felicemente ai 7 di Luglio nel loro porto. Il popolo di

Genova accolse a suon di campane e di trombe e fra cori solenni il

suo concittadino Fieschi, papa fuggito dai lacci del grande nemico: e

i Cardinali ebbri di gioia, sbarcando a terra cantarono il versetto

del Salmista: «Fuggì l’anima nostra come un uccello dalle reti

dell’uccellatore; rotta è la rete e noi siam liberi»[337].

§ 2.

Innocenzo raduna un Concilio a Lione (1245). — L’Imperatore è deposto.

— Conseguenze di questa sentenza. — Federico esorta i Principi d’Europa

ad unirsi con lui. — Manifesto del Papa. — Opinione publica in Europa.

— Che cosa volesse l’Imperatore. — Innocenzo IV giura guerra a morte

contro la stirpe degli Hohenstaufen.

La fuga del Pontefice fu un colpo maestro, onde nel grande dramma

che si agitava tutto volse a favore di lui. Mercè di quella Federico

parve essere un persecutore, Innocenzo un martire; e nel tempo stesso

l’audacia fortunata del Papa gli die’ sembianza di uomo energico.

Quella fuga fece profonda impressione pel mondo, e recò alla dignità di

Federico un colpo grave, più che non sarebbe stato se avesse perduto

qualche grande battaglia. Sgomentato, l’Imperatore mandò a Genova

il Conte di Tolosa per invitare il fuggitivo a tornare e a far la

pace; fe’ noti al mondo in un lungo manifesto gli avvenimenti, svelò

i negoziati che aveva tenuto col Pontefice fino al momento della sua

partenza[338], e ancora una volta si vide tratto a nuova guerra colla

Chiesa, e in istato peggio che prima. Nel luogo di Gregorio IX era

subentrato Innocenzo IV; invece di un nemico accalorato, ma di animo

aperto ed onesto, Federico aveva contro di sè adesso un avversario

disonesto ed astuto.

Innocenzo IV dimorò tre lunghi mesi nel convento di sant’Andrea vicino

Genova per rifare le sue forze stremate; indi pel Moncenisio andò in

Francia a cercarvi, come i suoi predecessori, un asilo: e dopo lunghe

traversie giunse a Lione soltanto nel giorno 2 di Dicembre. Quella

città ricca e possente stava per fermo sotto l’autorità dell’Impero,

ma era libera e indipendente, e gli offriva sufficiente sicurezza. La

fortuna di dar albergo alla Curia romana, era certamente cosa di gran

costo e di pericolo; laonde Innocenzo, che avrebbe bramato di ottenere

accoglimento negli Stati di qualche Re potente, fu avvisato politamente

da Inghilterra, da Aragona e benanco da Francia che li dispensasse

da quell’onore; pertanto egli restò a Lione. Ai 3 di Gennaio del 1245

convocò un Concilio, e innanzi ad esso citò l’Imperatore, ma preterendo

le forme legali.

Nel Giugno si radunarono a Lione centoquaranta prelati, e non più:

francesi la maggior parte; molti di Spagna di già oscurata dal

fanatismo, come confessarono gli stessi accusatori di Federico; di

Germania quasi nessuno. Mal potè questo Sinodo romanesco appellarsi

ecumenico. Aperto ai 28 di Giugno, Taddeo di Suessa, celebrato

giureconsulto e deputato di Federico, con molta dignità e con eloquenza

efficace, difese il signor suo, e chiese una proroga, che gli venne

accordata, ma troppo breve. L’Imperatore, il quale allora trovavasi a

Torino, sdegnò di comparire in persona, e mandò nuovi messaggi di cui

i preti non attendevano la venuta. Addì 17 di Luglio fu pronunciata

ancora una volta la scomunica contro di Federico, e formalmente

si dichiarò che il grande Imperatore era deposto. Questa sentenza

fu a precipizio letta dal Papa all’assemblea colta di sorpresa;

ed all’inquisizione mancò massimamente (checchè possa dirsene in

contrario) forma legale di citazione, prova accertata di testimonî e

sufficiente difesa. L’avvocato dell’Imperatore, che già s’era appellato

al Pontefice futuro e ad un futuro Concilio ecumenico dei re, dei

principi e dei prelati, si picchiò il petto disperatamente quando udì

quel malaugurato giudizio; depose la sua protesta e se ne andò[339].

Il decreto del Concilio di Lione è uno dei più fatali avvenimenti

che la storia universale registri: la sua influenza mortifera demolì

l’antico Impero germanico; ma in pari tempo la Chiesa n’ebbe bruciata

la mano del suo proprio folgore. La deposizione dell’Imperatore traeva

adesso con sè la conseguenza che gli si levasse contro un Antirè, senza

che Federico II potesse pur pensare di combattere il Papato con le

eguali armi di uno scisma, sì come un tempo avevano fatto Enrico IV e i

suoi successori. Non era più il caso di cacciare un Papa ecclesiastico

per via di uno imperiale; meglio valeva piuttosto reprimere nel

Pontefice quella potenza spirituale che, cresciuta a dismisura,

aveva distrutto l’equilibrio delle podestà; meglio valeva affrancare

l’autorità temporale dal despotismo del sacerdozio.

Federico II invocò tutti i Principi di Europa in suo aiuto, e nel suo

manifesto di memorabile ricordanza parlò ad essi così: «Gli antichi

chiamarono fortunati coloro, cui il male altrui serve di ammonimento

salutare. Chi viene prima per tempo apparecchia le sorti di chi verrà

più tardi; e come il sigillo imprime la sua cifra sulla cera, così

l’esempio stampa la sua orma nella vita morale degli uomini. Avessero

altri Principi, offesi nel loro diritto, lasciato a me un esempio

tanto prezioso quale è quello che io offro a voi, o Re cristiani!

Coloro che oggidì appellansi preti opprimono i figli di quei padri

che li cibarono colle loro elemosine: figli dei sudditi nostri,

dimenticano che cosa fossero i loro padri, e non onorano Imperatore nè

Re tosto che son giunti all’apostolica dignità. La boria di Innocenzo

vel provi. Dopo di aver congregato un concilio ecumenico (com’ei lo

chiama), senza citarmi, senza provar colpe a carico mio, si arrogò di

dichiararmi deposto; e con questo oltraggiò gravemente i Re tutti. Or

che non potete aspettarvi voi, Re, uno per uno, dalla audacia di questo

Principe sacerdote, se egli, che nessuna potestà di giudice possede

su di me nelle cose temporali, pur osa depormi; me, che per solenne

elezione de’ Principi, e per adesione di tutta la Chiesa (ed allora era

ancor giusta e buona), fui coronato del diadema imperiale? Ma non son

io il primo, nè sarò l’ultimo che l’abuso della podestà sacerdotale

cerchi balzar dal trono. E voi siete partecipi della colpa, poichè

obbedite a quel finto santo la cui sete di signoria è tale che non

basterebbe tutta l’acqua del Giordano a smorzarla. Se la vostra credula

ingenuità non fosse accalappiata dalla ipocrisia di quegli scribi e di

quei farisei, conoscereste e abborrireste i vizî della Curia, osceni

sì che il pudore vieta parlarne. Sapete bene come coloro spremano

grandi entrate da molti reami; quest’è, quest’è l’origine della loro

insana tracotanza. Da voi, Cristiani, vengono questuando perchè poi in

mezzo ad essi facciano crapula gli eretici; e voi atterrate le case

dei vostri amici per edificare città ai nemici. Però non crediate

che la sentenza del Papa possa piegare l’animo mio. Ho la coscienza

monda; Dio è con me. Lui invoco a testimonio: fu sempre disegno mio

di ricondurre i preti di ogni ceto, massime i maggiori, alla vita

apostolica, all’umiltà del Signore, all’ordinamento della pura Chiesa

primitiva. Imperocchè allora solessero i sacerdoti sollevare lo sguardo

agli angeli, splendere per virtù di miracoli, resuscitare i morti,

e superare Principi e Re colla santità della vita, non con violenza

d’arme. Invece, questi preti servitori del mondo, briachi di vizî

mondani, disprezzano Dio, giacchè la loro religione ha fatto naufragio

nel mare della ricchezza. A cotal gente torre questi beni nocevoli,

questa soma di lor dannazione, è senza dubbio opera di carità; ed a

farlo Noi e tutti i Principi dobbiamo fervidamente por mano, affinchè

il clero si spogli di tutto il superfluo, e, contento di beni modesti,

torni a dedicare la vita al servizio del Signore»[340].

Alle gravi accuse dell’Imperatore rispose il Papa traendo fuori le

più esagerate teorie, per dimostrare che aveva autorità di giudicare

Imperatori e Re. Nerbo infatti del disegno del Pontefice si era

di elevare per sempre a diritto incontestabile la dottrina della

Chiesa, già provata praticamente per avvenimenti anteriori, che il

Papa avesse ricevuto da Cristo podestà di giudicare i Re. Pertanto

Innocenzo IV affermava che il Papa era legato generale di Cristo;

che questi gli aveva dato facoltà piena di giudice sulle terre;

che Costantino umilmente aveva abdicato a favore della Chiesa la

illegittima tirannia dell’Impero; che dalla Chiesa quell’antico l’aveva

riavuta in feudo, ricavandone allora soltanto titolo di legittima

autorità: dichiarava alla Chiesa spettare le due spade; ella essere

che consegnava all’Imperatore, quando lo coronava, la spada temporale

affinchè l’adoperasse in servizio suo; e diceva che, giusta la

tradizione antica, si era l’Imperatore il quale prestava giuramento

di vassallaggio al Papa, come a signor suo feudale e supremo, dal

quale riceveva titolo e corona. L’Imperatore, soggiungeva Innocenzo,

sprezza la Chiesa perchè della virtù dei miracoli non isplende più

tanto spesso come ne’ suoi tempi primitivi; perchè, conformemente

alla profezia di Davide, il suo seme diventò potente in terra, ed i

preti sono sfolgoranti di onori e di dovizia. Anche noi, proseguiva,

preferiamo la povertà in ispirito, che nella sovrabbondanza della

richezza difficilmente si custodisce; però protestiamo non l’uso, ma

l’abuso delle dovizie esser cosa peccaminosa[341]. Questa lettera è

il documento più importante del concetto che nel medio evo s’avevano

foggiato i preti intorno all’officio pontificio. In siffatto modo

Innocenzo IV spezzava svelatamente la bilancia dell’autorità spirituale

e di quella temporale, e con aperta usurpazione riuniva sotto la

signoria della santa Sede le due podestà: nè contro queste dottrine

smodate e micidiali di tutte le libertà i Re d’Europa avrebbero dovuto

più tardi pugnare per secoli, se allora avessero fatto causa comune con

Federico[342].

In Occidente, a quel tempo, la vita morale si divideva fra monachismo

e cavalleria, fra arbitrio feudale da un lato e servitù di vassalli

dall’altro, fra cieco fanatismo da una parte ed eresia e libero

pensiero dall’altra, fra laboriosa attività di cittadini e meditazioni

silenziose di scienziati: la vita si scindeva in varietà innumerevoli

di diritti e di franchigie che formavano tanti Stati dentro dello

Stato, oppure si angustiava entro a ceppi e sbarre di caste: la

monarchia unificatrice e creatrice degli Stati nazionali trovavasi

ancora nei suoi inizî primi. In mezzo alla confusione infinita di

intenti partigiani combattenti gli uni contro gli altri, di impulsi

nazionali, di individualità cittadine e di signorie feudali, non

v’era che la Chiesa la quale formasse un solido sistema, fornito

di membra molte, ma infinitamente semplice, colla sua gerarchia

uniforme e comprensiva di tutti i popoli cristiani, col suo dogma

e col suo giure canonico, con Roma a centro, e col Pontefice capo

suo universalmente riverito. La Chiesa, signora delle anime, aveva

preso il luogo dell’Impero. Re e paesi erano diventati tributarî del

Papa; il suo tribunale di giudice e la sua collettoria di imposte

s’erigevano in tutte le province; tutti i Vescovi rendevano omaggio

al suo primato. A quegli stessi Principi, cui Federico II s’appellava

contro le aggressioni che il sacerdozio moveva avverso la podestà

civile, faceva invocazione il Papa; e gli esortava a porsi sotto

la bandiera della Chiesa, la quale (così ei diceva) difendeva Re e

nazioni dagli intendimenti tirannici dell’Hohenstaufen: e il mondo si

acquetava dell’abuso dell’autorità pontificia, poichè rifletteva che

in essa v’era almeno un tribunale delle responsabilità, che giudicava

anche degli Imperatori e dei Re[343]. Il mondo consentiva che il Papa

avesse questa podestà di giudice; soltanto si univa alle querimonie di

Federico contro l’avarizia del clero, che minava la sua agiatezza. Nè

questi lamenti erano nuovi. Tutti i contemporanei, vescovi, principi,

storici, poeti, ne son pieni[344]. La Curia aveva necessità di denaro

per provvedere a’ suoi bisogni cresciuti; il Papa ne abbisognava

per sostenere le sue guerre, e pertanto i paesi cristiani erano alla

lettera crivellati di decime ecclesiastiche. Gli Inglesi si sarebbero

ribellati contro il Papa, se avessero avuto un appoggio nel loro debole

Re[345]; e ancor più favorevole eco il grido di Federico trovava

in Francia, dove molti baroni conchiudevano un’alleanza formale per

difendersi dalle aggressioni del clero contro i diritti temporali. I

maggiori ottimati, fra’ quali furono il Duca di Borgogna e il Conte di

Bretagna, protestarono negli articoli della loro lega che il reame di

Francia «non s’era composto per diritto scritto, nè per usurpazione

del clero, ma per virtù belligera; che essi, nobili del paese,

riprendevano la giurisdizione ch’era stata loro strappata di mano, onde

il sacerdozio, arricchitosi con avarizia, avrebbe dovuto ritornare alla

povertà della Chiesa primitiva»[346].

Per conseguenza la voce di Federico trovava ascolto in Europa; la

società laicale, si scaldava all’amore dell’independenza e si sollevava

contro le prepotenze del clero deviato dalla vita evangelica. Ma

furono moti che rimasero isolati e senza unità. Conveniva rovesciare

il Pontefice dal supremo officio di giudice ch’ei s’era arrogato

sopra il potere dei Principi; conveniva ricondurre la Chiesa alle

sue origini e torle ogni ingerenza politica, secolarizzandone i

beni: quest’era la riforma che il grande Imperatore chiedeva, ma che

non potè far trionfare perchè non fu considerata da meglio che una

opinione individuale. Nè egli trascendette oltre quelle dottrine che,

ormai all’età di Arnaldo da Brescia o durante la controversia delle

investiture, erano state più dibattute e più acutamente dimostrate,

di quello che al suo tempo sia avvenuto. Federico II, fino a che

visse, combattè il Papato quale Innocenzo III protettor suo lo aveva

nuovamente fondato; però in tutti i suoi attacchi battè sempre in

breccia la smoderata podestà politica, neppure una volta prese di mira

l’autorità ecclesiastica del Pontificato[347]. Nessun Imperatore de’

Carolingi o dei Sassoni o de’ Franchi avrebbe accordato tanta larghezza

al Papa, quanta Federico II era stato costretto di concedere, dappoichè

il mondo aveva fatto buona accoglienza ai principî di Gregorio VII, ed

egli stesso aveva lasciato cadere il Concordato di Calisto II sulle

investiture, e, plaudendo alla deposizione di Ottone IV, se n’era

servito per farsene predella al trono. I fatti parlavano contro di

lui e toglievano forze alla sua dottrina, mercè cui i Pontefici non

dovevano possedere autorità di giudici sopra i Re. Nella sua lotta

contro il Papato restò pertanto solo e debole, perchè la sostenne in

nome di un concetto astratto e perciò mal pratico, in nome dell’Impero

ossia dell’autorità temporale, non di uno Stato propriamente tale, e

di una nazione che fosse stata offesa nei suoi diritti. Non v’erano

vantaggi che associassero la causa dei Re con quella dell’Imperatore;

i Re badavano ai loro interessi speciali, e, come i Vescovi, avevano

ancor paura di essere scomunicati e deposti. Non ancora avevano aperto

gli occhi sulle funeste conseguenze delle dottrine pontificie; e

invano l’Imperatore, che aveva vista acuta, gridava ad essi che la

causa sua contro il Papa era anche la loro. O non lo capivano o non

l’ascoltavano. Il Papa aveva l’inestimabile vantaggio che allora sul

trono di Francia sedesse un Re religiosissimo, quantunque d’animo

risoluto anche di fronte alla Chiesa, e che su quello d’Inghilterra

sedesse un Principe d’animo imbelle. Enrico III, fedifrago alla _Magna

Charta_, aveva bisogno del Papa contro a’ suoi baroni, nè ajutava il

cognato suo contro quella medesima gerarchia romana che del suo regno

aveva fatto un feudo ecclesiastico: quanto poi a Luigi di Francia,

cui Federico in ispecialità aveva conferito autorità di arbitro,

ei si lasciò bensì indurre a qualche futile officio di mediazione,

ma non volle avviluppare la sua Francia fiorente a monarchia nelle

faccende dell’Impero ridotto fantasima. Alemagna, stanca delle guerre

d’Italia, che non voleva riguardar più come guerre dell’Impero, sulle

prime tenne coraggiosamente testa contro gli artificî romani, indi si

divise in partiti; levò degli Antirè, e cominciò a lasciar solo il

grande Imperatore, intanto che egli senza più speranza di salvezza

s’impigliava nei labirinti delle cose d’Italia, e consumava le

qualità egregie del suo animo in un paese che era troppo angusto per

il suo genio. A favore di lui si alzava soltanto la voce di eretici

evangelici, ma a quel tempo ell’era ancor priva di valore[348].

Come la Chiesa, dopo la sentenza pronunciata a Lione, passò dallo stato

di oppressa a quello di veementissima assalitrice, ogni conciliazione

fu resa impossibile. Il Pontefice medesimo aveva deciso la guerra a

vita e a morte; e protestava fermamente che mai non avrebbe conchiuso

pace con Federico, nè tollerato che sul trono durassero egli e i

figli suoi, «famiglia di vipere»[349]. Innocenzo IV deliberò di

compiere ad ogni costo quello che già Innocenzo III prima di lui

avrebbe voluto: detronare per sempre gli Hohenstaufen, e sollevare un

Imperatore, creatura pontificia, che rinunciasse per sempre allo Stato

ecclesiastico e all’Italia.

Innocenzo IV combattè la sua guerra con tutti quei modi più riprovevoli

che suole adoperare l’egoismo dei Principi temporali: seduzione alle

diserzioni, subornazione per denaro ai tradimenti più vigliacchi,

arti e raggiri di legati e di agenti che cercando un Antirè trascinano

Principi e Vescovi a ribellione, e tentano di traviare perfino Corrado

figliuolo dell’Imperatore[350]. Sciami di frati mendicanti accendevano

gli animi di fanatismo; e i popoli miravano in pace il loro ben di

Dio affluire agli scrigni di Roma, le indulgenze della santa Crociata

dispensarsi a coloro che fellonescamente alzassero le armi contro

il loro signore, il voto della Crociata convertirsi nell’obligo di

combattere contro l’Imperatore. Già Gregorio IX lo aveva infamato

publicamente accusandolo di eresia; e la taccia che ei fosse nemico

della fede cristiana era un’arma potente nelle mani dei preti. Il

suo codazzo di Saraceni, le sue relazioni amichevoli coi Sultani

dell’Asia, il suo grande ingegno davano all’odio opportunità di accuse

velenosissime. In tutti i paesi si andò predicando la croce contro

l’Imperatore, come contro un pagano; e un principe tedesco, Enrico

Raspe conte di Turingia, che nella primavera dell’anno 1246 si levò

da antirè, non arrossì di esortare i Milanesi a muover guerra contro

Federico, «nemico del Crocifisso»[351]. Ben capì l’Imperatore che

nella sua lotta contro le violenze del Papato non gli sarebbe toccata

sorte diversa da quella dei suoi predecessori nell’Impero: perciò

volle riconciliarsi colla Chiesa anche a condizioni umiliantissime

che offerse per ottenere l’assoluzione. Ma indarno ei depose la sua

professione di fede cattolica nelle mani di alcuni Vescovi; invano

questi la portarono stesa in iscritto al Papa; il Papa la rigettò.

Innocenzo IV voleva la ruina di Federico e della sua famiglia; laonde

fu lui che costrinse l’Imperatore a proseguire la guerra[352].

§ 3.

Alcuni baroni di Sicilia congiurano contro l’Imperatore: la

cospirazione è repressa. — Fortuna guerresca di Federico. — Ei

s’impadronisce di Viterbo e di Firenze. — Condizioni di Roma. —

Il Senatore scrive al Papa ammonendolo di ritornare. — Il Papa dà

Taranto in feudo ai Frangipani. — L’Imperatore vuol muovere contro

Lione. — Deserzione di Parma; sventura dell’Imperatore. — Enzo è fatto

prigioniero dai Bolognesi. — Fine di Pier delle Vigne. — Federico II

muore (1250). — La persona di lui nella storia.

Il teatro di questa guerra di distruzione continuò ad essere

essenzialmente Italia, dove l’Imperatore fu costretto a sostenere la

lotta soltanto con forze italiane. Alla testa dei Ghibellini stavano

il terribile Ezzelino, tiranno efferatissimo, il conte Manfredo Lancia

e Oberto Palavicini, nel tempo stesso che vicarî in Tuscia e nella

Maritima erano Enzo re, luogotenente dell’Imperatore, e l’altro suo

figlio bastardo Federico di Antiochia. Frattanto il Papa scriveva

in ogni parte lettere esortando i paesi a ribellarsi; e ne trovava

la via in Sicilia, e perfino alla corte imperiale. Sperava infatti

Innocenzo IV di indurre alcuni di quei baroni venali a congiurare, di

torre così all’Imperatore il fondamento della sua potenza in Italia,

e di impadronirsi del retaggio degli Hohenstaufen. In Sicilia v’era

buon numero di malcontenti. Il clero posto da Federico a tributo,

frenato dalle leggi dello Stato, duramente perseguitato; la nobiltà

feudale tenuta sotto un morso di ferro, privata dei privilegî dell’alta

giurisdizione; la cittadinanza dissanguata dal fisco, erano altrettanti

elementi fecondi di rivoluzione; e i vagabondi frati mendicanti e

gli agenti del Papa gareggiavano di zelo per accendervene la fiamma.

Però la podestà monarcale fondata da Federico nel suo reame, si

mostrava alla prova forte abbastanza: al popolo ed alle città erano

state bensì tolte le franchigie comunali, ma della perdita erano

stati compensati mercè di parecchie leggi sapienti, che, massime, li

proteggevano dai baroni; laonde non si rivoltarono contro il loro

signore, e la cospirazione rimase ristretta alla nobiltà. Teobaldo

Francesco, fin allora podestà di Parma, Pandolfo Fasanella, fino a quel

momento capitano dell’Imperatore in Tuscia, i signori di Sanseverino,

di Morra e di Cicala, d’intesa coi legati pontificî, ordirono un

astutissimo piano di congiura, nel quale neppur si risparmiava la vita

dell’Imperatore. Ma questi scoperse il complotto, quando, nel Marzo

dell’anno 1246, trovavasi accampato a Grosseto. Pandolfo ed altri

congiurati fuggirono e trovarono passeggiera accoglienza in Roma,

perlochè Federico ne scrisse una lettera veementissima ai Senatori

ed al popolo[353]. Il Pontefice stesso approvava e incoraggiava

fervidamente la cospirazione, e, adescandoli colla speranza di

ricuperare i privilegî perduti, esortava con linguaggio da demagogo i

Siciliani a sollevarsi contro il «nuovo Nerone», a spezzare le loro

catene di schiavi, a riconquistarsi i beni perduti della libertà e

della pace. E oggidì ancora possiam leggere le lettere invereconde che

egli scriveva a quei traditori, chiamandoli «illustri figliuoli della

Chiesa, che Dio irradiava collo splendore della sua faccia»[354].

L’Imperatore inseguì davvicino i ribelli fuggiti nelle Puglie; con

terribile ira gli schiacciò nelle loro castella di Scala e di Capaccio;

indi tornossene al settentrione per muovere, com’era intenzione sua, a

Lione, e snidare di là il nemico. Pareva che la fortuna gli arridesse

propizia. In Toscana e nell’Umbria i suoi capitani avevano trionfato;

Marino di Eboli aveva vinto il cardinale Rainero Capocci e la lega

guelfa dei Perugini e di quei di Assisi; Camerino tornava sotto il

dominio imperiale; Pisa e Siena combattevano per Federico contro le

città guelfe[355]. Già nell’anno 1245, nelle terre romane, Corneto

era stata domata colla prigionia e col supplizio di molti cittadini,

e adesso anche Viterbo era per fame costretta ad abbandonare il Papa,

e ad arrendersi (nel 1247) a Federico di Antiochia: e questo istesso

figliuolo dell’Imperatore entrava benanco a Firenze donde cacciavansi i

Guelfi, e dove a lui era data la signoria della città. Così Federico II

diventò padrone di tutta Toscana.

La città di Roma era abbandonata a sè medesima. Durante l’assenza del

Papa i Cronisti tacciono delle condizioni sue, ed incerti sono financo

i nomi dei Senatori allora governanti[356]. Che ivi il partito guelfo

fosse pur sempre il dominatore lo dimostra la lettera di un Senatore,

il quale invitava il Papa assente a tornarsene di Lione, e facevalo

con tanta insistenza quanta cent’anni più tardi ne misero in eguale

intento i Romani allorchè i loro Pontefici dimoravano in Avignone.

In quella scrittura Roma, signora del mondo, è dipinta come se fosse

un corpo privo di capo, poichè mancava del suo pastore; è paragonata

a donna vedova e mesta; e si rammenta al Pontefice la leggenda di

Pietro fuggente di Roma, allorchè, incontrato per via il Redentore, e

chiestogli: _Domine, quo vadis?_, ne aveva avuto in risposta: «Vado a

Roma per esservi nuovamente crocifisso»; onde l’Apostolo vergognatosi

se ne era anch’egli tornato[357]. La lunga assenza di Innocenzo IV

cominciava a crucciare i Romani del sospetto che il loro Pontefice

volesse per sempre piantare in Francia il suo trono, e che poi Roma,

«pupilla del mondo, tribunale della giustizia, sede di santità, trono

di gloria», potesse essere orbata dell’onoranza sua, ovvero, a dir

più esatto, dell’unica sua fonte di agiatezza. Pare quasi che la

lettera dell’ignoto Senatore abbia un presagio di ciò che sarebbe stato

Avignone; ma Innocenzo IV non poteva assecondare l’invito de’ Romani (e

sì che a lui tornava gradito), perciocchè il suo ritorno avrebbe reso

vani il disegno e l’opera della sua fuga. Ei cercò invece di rafforzare

in Roma il suo partito, traendo dalla sua seguaci dell’Imperatore.

E presto alla sua fede guadagnò i Frangipani, che fino allora erano

stati capi dei Ghibellini, avvegnaddio confermasse i loro diritti sul

principato di Taranto, che un tempo Costanza imperatrice aveva concesso

ad Ottone Fragipane, ma che Federico II aveva poi dato a Manfredi suo

proprio figlio. Innocenzo, in nome della Chiesa, ne infeudò Enrico

Frangipane conte palatino lateranense, e in pari tempo lo investì delle

entrate del giudicato di Arborea in Sardegna. Così quella famiglia

romana disertò la causa degli Hohenstaufen, e diventò l’aperta nemica

degli eredi di Federico II[358]. Del rimanente, l’Imperatore non

molestò più Roma, poichè là dentro non v’era più l’oggetto dell’odio

suo. Ei volle mostrare a’ Romani che faceva guerra al Papa e non alla

loro Republica, laonde contro di Roma non mosse più ostilità[359].

Ridivenuto potente in Italia, Federico volle fare un’impresa contro

Lione, passando per Savoia, onde in faccia del suo nemico persuadere

il mondo che il buon diritto per sè stava. Se alla testa di milizie

vittoriose ei fosse fin là penetrato veramente, se avesse di nuovo

raccolto Germania sotto la sua bandiera (Enrico Raspe antirè vinto da

Corrado v’era morto di sue ferite ai 17 Febbraio del 1247), allora

sì che la lotta avrebbe acquistato forme nuove e maggiori. Ma, per

disgrazia dell’Imperatore, una città fin adesso fedele gli si ribellò

alle spalle, lo costrinse a far ritorno, e lo allontanò di Germania,

che avrebbe dovuto essere il piedistallo naturale di sua potenza.

Resistenza indomita opponevano le città; ognuna di esse era una

fortezza cinta di mura; ognuna era uno Stato autonomo composto di

vigorosi cittadini. L’indole formidabile, che è propria delle guerre

di città, franse le forze di Federico; se alcune cedevano, altre

città insorgevano, e financo era malsecura la fedeltà di Comuni amici,

poichè talvolta avveniva che, repente come un uragano, si sollevasse la

fazione ostile e piantasse la sua bandiera sulle porte della città fino

a quel momento cheta e tranquilla. Pertanto la guerra dell’Imperatore

contro cotali cittadinanze incostanti, audaci ed eroiche, era opera

affannosa come quella di Sisifo, cui sempre conveniva rifarsi da capo:

triste monotonia di marce e contromarce eterne, di eterni assedî, di

devastazioni di campagne e di crudeltà d’ogni maniera. Noi, uomini

di questi nostri tempi, possiamo a mala pena comprendere come mai

Principi di gran genio avessero tanta pazienza, e popoli industri

avessero tanto patrimonio da sopportare quel perpetuo stato di cose.

Ai 16 di Giugno del 1247, con un colpo maestro, Parma cadde in mano

di quelli che n’erano stati esiliati, segnatamente dei Rossi, cugini

di papa Innocenzo. L’Imperatore, che era giunto a Torino, tornò tosto

addietro, e mosse contro quella città, di cui incominciò l’assedio

ai 2 di Agosto. La guerra si addensò intorno a Parma, perciocchè ivi

dentro, con molto popolo di città guelfe e di Principi, si fosse

gettato Gregorio di Montelongo, parente di Innocenzo III, legato

del Pontefice, e prete valente in guerra come in arti diplomatiche.

Pare che il destino annebbiasse la mente dell’Imperatore, poichè lo

tenne inchiodato a lungo assedio di quella sola città, intorno a cui

perdette tempo, forza ed efficacia di maggiori imprese. Gli è certo

del rimanente che la conquista di Parma, dove si raccoglieva il nerbo

maggiore dei suoi nemici sotto ai più illustri capi, sarebbe stata per

lui una vittoria decisiva in Italia.

Federico passò l’autunno e l’inverno nelle trincee innanzi a Parma,

dimorando nella città che, speranzoso di trionfare, aveva costruita

nel suo campo ed appellata per lo appunto Vittoria. Le loro tremende

sofferenze misero finalmente gli assediati al colmo della disperazione,

laonde, mentre Federico era assente sollazzandosi alla caccia, fecero

una sortita: addì 18 Febbraio 1248, Vittoria fu incendiata; migliaia

di cadaveri copersero il campo; e vi perì anche Taddeo di Suessa

pro’ guerriero e grande uomo di Stato, già avvocato eloquente del

suo signore a Lione, ed ora morto gloriosamente da buon soldato, in

questo più avventurato di Pier delle Vigne. A migliaia furono quelli

che caddero prigionieri dei Parmensi; immenso il bottino raccolto

nel campo; in mano del nemico venne fin la corona imperiale, ed un

uomo della plebe, una specie di folletto, la portò in città fra le

grida di giubilo del popolo. Tale è la sorte di tutte le grandezze

umane! chè, alla lunga, anche il pazzo può vestirsi della loro

porpora! Per le città guelfe la giornata di Parma fu una seconda

Legnano: la magnificarono con versi e con canti: la stella di Federico

tramontò[360].

Fuggitivo capitò egli a Cremona, vi raccozzò le reliquie del suo

esercito disperso, e sitibondo di vendetta tornò nel Parmense, ma le

città guelfe gli tennero testa. Sventura si accumulava sopra sventura:

il bello Enzo, fior di cavaliere, fra tutti i suoi figliuoli il più

diletto a Federico, cadeva nel dì 26 Maggio 1249, vicino Fossalta, in

mano dei Bolognesi. I vincitori lietamente trassero quella preziosa

preda nelle mura della loro città fortunata, e alle istanze e alle

minacce dell’Imperatore risposero con eroica audacia, il cui linguaggio

orgoglioso è esempio vivissimo del forte animo dei Republicani di

quell’età. Ed Enzo seppellì la sua giovinezza e il suo regno in un

carcere che durò vent’anni, e nel quale morì[361].

Il migliore dei figliuoli di Federico era prigioniero, il più fido dei

suoi consiglieri ucciso; alla fine l’Imperatore perdeva anche il suo

ministro, uomo di gran genio, sia che veramente fosse colpevole, sia

che cadesse vittima del sospetto che morde sempre il cuor degli uomini,

quando la fortuna gli abbandona e sta per crollarne la signoria. La

fine di Pier delle Vigne, del celebre cittadino di Capua, che col

valore del suo intelletto si era sollevato dal nulla fino a diventare

il primo statista del suo tempo, gitta un’ombra oscura sulla vita

del grande Imperatore, parimenti come la morte di Boezio fu il punto

nero nella vita del gran Teodorico. Entrambi quei due Re germanici

si rassomigliarono, sulle ultime ore della loro vita, nel destino e

nella disgrazia, all’istesso modo che pienamente si somigliò la rapida

e tragica fine delle loro famiglie. La storia non ha spiegato di

che colpa Pietro sia stato accusato, nè di che morte o in qual tempo

preciso sia caduto: certo è che Dante, un mezzo secolo dopo, a lui

dedicò un monumento espiatorio ne’ suoi versi immortali[362].

Nel Maggio del 1249 l’Imperatore tornò nelle Puglie, nè più abbandonò

l’Italia meridionale. Condizioni di cose, di cui non potè rompere

il circolo fatale che lo recingeva, lo tennero incatenato per sua

sciagura al paese entro cui non era più possibile che la grande lotta

si decidesse. Seppur si possa affermare che Federico II non era stato

vinto, che fino alla estrema ora tenne alta la sua possanza non solo

nel reame, ma eziandio nella massima parte d’Italia, conviene peraltro

confessare che egli aveva perduto il suo ascendente sulle grandi

attenenze del mondo, e che in Italia era rimasto solo e abbandonato.

Avrebbe potuto vincere la Chiesa romana, soltanto allora ch’ei fosse

ricomparso in Alemagna, che avesse trascinato dietro a sè in guerra

la nazione tedesca, che avesse potuto conchiudere in Inghilterra ed in

Francia un’alleanza con tutti gli elementi ostili al Papato. E, invece,

giunto al termine di sua vita operosa e splendida del suo genio,

Federico II morì dopo breve infermità, nel giorno 17 Dicembre dell’anno

1250, a Ferentino, vicino Luceria[363].

Se sia vero quello che narrano alcuni Cronisti antichi, il magnifico

Imperatore, il grande nemico dei Pontefici sarebbe morto con

rassegnazione filosofica, compreso del nulla di tutte le pompe mondane,

sperando cristianamente nella vita eterna: coperto della tonaca dei

Cisterciensi, avrebbe ricevuto l’assoluzione delle sue peccata da

Berardo arcivescovo di Palermo, amico suo fedele. E noi vi crediamo,

poichè tutto questo è conforme all’indole dell’uomo. Ottone IV morì

circondato di monaci, che a sua istanza e supplicazione lo avevano

flagellato a sangue con colpi di disciplina; presso al capezzale

di Napoleone morente si sedette un meschino prete che gli aveva

amministrato il viatico[364]. L’eroe del suo secolo, il cui genio empiè

il mondo di ammirazione, dopo di avere lottato a lungo per liberarlo

dal giogo despotico del sacerdozio, morì come la maggior parte dei

grandi uomini del suo tempo, incompreso, abbandonato, in tragica

solitudine. L’erede delle sue corone erane lontano, in Germania,

combattente contro l’usurpatore Guglielmo d’Olanda; intorno al letto

dell’Imperatore non assistettero che il suo bastardo Manfredi di cui

spirò in braccio, e il fido arcivescovo Berardo. Al castello tenevano

guardia i suoi Saraceni; e la bara fu trasportata a Taranto, donde il

morto Imperatore fu recato a Messina, indi, sempre per mare, a Palermo.

E in quel duomo egli riposa nel suo sarcofago di porfido.

Ancora a’ dì nostri, nei giudizî del mondo si trova traccia delle

passioni che sollevò la violenta battaglia combattuta da Federico

II contro il Papato. Di lui si giudica da una parte con idee guelfe,

dall’altra con mente ghibellina, avvegnaddio quei due partiti sotto

altre forme durino tuttora, e dureranno fin tanto che continuerà

la ragione del loro contrasto. La dipintura più turpe che siasi

fatta dell’indole di Federico II è quella che ne diede la fazione

ecclesiastica vissuta alla sua età. È facile a comprendersi che un

Innocenzo IV non potesse vedere nel suo grande avversario altr’uomo

che un anticristo, un efferato tiranno, un Faraone, un Nerone,

nemico pessimo della Chiesa: ed invero di questa allora s’era già

da lunghissimo tempo falsato il concetto evangelico, e le quante

volte di Chiesa parlano scolastici e preti, sotto il suo nome per

la più parte deve intendersi la gerarchia o il Papato. Ma quello

onde a ragione dobbiamo meravigliarci si è che la sentenza dettata

dall’odio sacerdotale in giorni tanto remoti, abbia trovato un eco

anche fra gli Storici d’oggidì. Sia però come si voglia: la mente del

pensatore si rasserena allorchè volge chetamente il pensiero all’ordine

mondiale, i cui contrapposti ostili (qualunque nome partigiano

ricevano nel tempo) si vengono alla fine conciliando nell’ambiente

delle idee: le quali sono eterne, e non temono fortuna di eventi,

e assumono forma tale da diventare forze e strumento della ragione

sovrana che plasma il mondo. E per fermo un esempio stupendo ce ne

offre la serie lunga di Pontefici, in parte grandi, che dalla fede

degli uomini furono investiti di autorità religiosa, e combatterono

animosamente per liberare la Chiesa dalla legge politica: e un

pari esempio ce ne presenta l’altra serie di Imperatori gloriosi

e benemeriti dell’umanità, che da egual fede degli uomini furono

investiti di podestà civile, e difesero contro la Chiesa la libertà

del mondo. Innocenzo IV raccolse in sè la successione di quei Papi e i

risultamenti dei loro sforzi; Federico II in sè raccolse la successione

di quegli Imperatori e i risultamenti dell’opera loro. Come concetto

ideale, il mondo del medio evo fu un sistema cosmico perfetto, di cui

l’accordo, l’unità, e financo il pensiero filosofico ci costringono ad

ammirazione, perciocchè a cotal sistema che cessò la gente umana non

abbia peranco saputo sostituire una costituzione egualmente armonica.

Quel mondo del medio evo somigliava ad una sfera perfetta, ed aveva

due poli opposti, Imperatore e Papa. I principî guidatori dell’umanità

di quel tempo avevano preso forma corporea in queste due persone

mondiali, creazioni storiche eternamente memorande, che non avranno

più ripetizione d’esempio. Erano come due demiurgi, due spiriti della

luce e della potenza, posti nel mondo ciascuno nella sua cerchia,

a spingerla innanzi e a governarla: creazioni entrambe del pensiero

civile del Cristianesimo, non ispento mai per quante perturbazioni

gli abbiano recato le necessità terrene. L’uno rappresentava l’ordine

civile; l’altro l’ordine religioso: e poichè l’uno era rappresentante

sovrano della terra, l’altro del cielo, se ne accese quella lotta

titanica del medio evo, educatrice dell’umanità, che empiè di sè i

secoli, e, spettacolo grandiosissimo di tutti i tempi, ne costituì il

vincolo che fra loro gli strinse. Federico II ne fu l’ultimo eroe vero.

Con tutti i suoi errori e colle sue virtù fu il più geniale e compiuto

uomo del suo secolo, e l’indice vivo della sua cultura[365].

Tuttavolta si volle sollevare Federico II troppo più in alto della

sua età, e attribuirgli il disegno che avesse inteso a distruggere

la costituzione esistente della Chiesa ed a riunire in sè la podestà

regia e quella sacerdotale, come papa-imperatore[366]. Ma una Chiesa

senza pontefice usciva affatto dei concetti politici di quel tempo.

L’idea dei due lumi del mondo continuava ad essere accettata per

simbolo, nè fuvvi Imperatore alcuno che abbia avuto il pensiero

di distruggere il Papato, nè alcun Pontefice che abbia meditato di

annientare l’Impero. L’uno dell’altro riveriva la autorità suprema;

quella ecclesiastica e quell’altra temporale: se combattevano fra sè,

gli era soltanto perchè ciascuno dei due voleva allargare la cerchia

della sua podestà[367]. Federico, il formidabile nemico dei traviamenti

politici del Pontificato, nutriva fede religiosa profondamente

cattolica, pari a quella che professò Dante ghibellino. Nè combattè

la podestà apostolica del Pontefice, ma ai Principi disse: «Aiutateci

da coraggiosi nella guerra contro i preti malvagi, affinchè possiamo

fiaccare le corna della loro superbia, e dare migliori duci alla santa

Chiesa madre nostra: avvegnaddio il farlo si spetti al nostro officio

imperiale, e nostro leale desiderio sia di riformarla ad onore di

Dio»[368]. La parola «riforma» suona qui in bocca di Federico; ma,

pronunciandola, egli intendeva solamente dire che voleva affrancare la

monarchia dalle ingerenze del giure ecclesiastico, separare la podestà

temporale da quella religiosa, tenere il clero ristretto all’officio

apostolico, secolarizzare la Chiesa secondo le idee di Arnaldo da

Brescia abbracciate dai Ghibellini, restaurare finalmente il diritto

regio d’investitura, sì come aveva fatto in Sicilia[369]. Un’immensa

distanza per fermo separava ancora la gente umana dalle confessioni di

Augusta e di Worms; e perchè Alemagna ci arrivasse occorreva un lungo

lavorio degli spiriti, e faceva mestieri maturarlo coll’intermezzo

della discussione scolastica e degli studî classici. La separazione di

Germania dalla Chiesa romana avvenne per via della Riforma, ma questa

non iscaturì bella e compiuta in un tempo determinato di limiti: chè

anzi il suo processo, come una catena di cause continue, risale fino al

Vangelo; e la serie lunga di Imperatori che combatterono le lotte delle

investiture e dell’Impero contro la signoria universale di Roma fu

soltanto una premessa storica conducente per diritta via alla Riforma

tedesca. Sotto questo aspetto pertanto è cosa innegabile che nelle

guerre combattute da Federico II contro le intemperanze del Papato si

sieno sparsi in Europa molti germi nuovi di riformazione.

Federico II, che sopra tutti gli altri rappresentanti dell’antico

principio imperiale ebbe idee conservatrici e fu insieme novatore, da

una parte percorse la sua età, da un’altra ne disconobbe l’indole.

Dovremo forse meravigliarci che egli credesse ancora nell’idea

dell’Impero romano, se, tuttavia un secolo dopo di lui, a nobilissimi

intelletti italiani quell’idea stessa parve essere continuazione

legittima dell’Impero antico, ordinamento universale non mai

interrotto, concetto d’ogni coltura umana? Ed invero questo fu l’errore

(errore di genio) di Dante e del Petrarca. Fu una tradizione sublime

che si mantenne viva attraverso il corso dei secoli; fu una concezione

teocratica dell’organamento del mondo e dell’unità della gente umana,

onde i Germani, sfasciato che fu l’Impero romano, avevano espresso

il bisogno di una forma giuridica in cui si raccogliesse la vita

civile accanto all’unità religiosa: fu una grande idea archetipa di

civiltà; fu un concetto cosmopolitico che non diventò mai pienamente

realtà, ma che dominò tutto il medio evo colla saldezza di un dogma:

e durò eziandio dopo che le nazioni latine e germaniche (le quali

s’erano comunicate le une alle altre e i due rappresentanti del

mondo, Imperatore e Papa) ebbero mercè un lungo lavorio di progresso

acquistato forme politiche, e leggi, e nazionalità, e lingue loro

proprie. All’età di Federico II la razza latina aveva assorbito

interamente nel suo organismo gli elementi germanici, e di qua dalle

Alpi sedeva oramai nazione nuova, di specie tutto sua: era diventata

la nazione italiana, affrancata adesso dalla preponderanza antica del

feudalismo germanico, poichè nella costituzione comunale e nel giure

romano aveva ritemprato sè stessa. La democrazia nazionale, di cui si

fece alleata la Chiesa, protestò pertanto e contro la restaurazione

del principio feudale germanico operata da Enrico VI, e contro il

nuovo principio monarchico bandito da Federico II: l’intendimento dei

Ghibellini, che furono i legittimisti politici di quell’età, si rivolse

a dare all’Italia la dubbia fortuna dell’unità politica per via di un

Imperatore straniero, anche a spese della sua independenza nazionale

e della libertà cittadina; ma questo intendimento non fu da meglio

del fiero impulso di libertà dei Guelfi, i quali non per altro che per

loro bisogno e per loro utilità cercarono appoggio nel Papa, avversario

naturale del principio monarchico in Italia.

Con Federico II si chiuse l’epoca dell’antico Impero germanico, che di

qua dalle Alpi era già venuto in termine di vita; vincitori e padroni

dell’avvenire rimasero la Chiesa e il partito Guelfo. Però Federico

pose fine a quell’Impero in forma nuova, poichè fu egli il primo

che sia stato veramente monarca; fondatore di un principio politico

di governo unitario, fu il primo Principe che desse al suo popolo

un codice legislativo bene ordinato, che iniziasse la lotta della

monarchia contro il feudalismo, che chiamasse il terzo stato a sedere

nei parlamenti: e fu nel suo retaggio di Sicilia che egli ebbe fatto

esperimento delle sue dottrine, secondo le quali avrebbero poi dovuto

appianarsi nella monarchia le disuguaglianze feudali e democratiche. Il

tempo s’impadronì di cosiffatte tendenze monarcali, e alla lunga venne

educando lo Stato moderno. Seguendo queste vie nuove sgombrate alla

lotta antica contro la gerarchia pontificia, avvenne che, cinquant’anni

dopo di Federico II, la monarchia francese colla forza del suo diritto

publico, col principio della independenza nazionale e colla volontà

degli Stati riuniti a parlamento del paese, potè ottenere vittoria del

Papato innocenziano e dell’autorità pontificia medioevale.

§ 4.

I figli di Federico II. — Corrado IV. — Il Papa torna in Italia. —

Condizioni di questo paese. — Manfredi vicario di Corrado. — Corrado

viene in Italia e prende possesso del reame. — Innocenzo IV ne concede

l’investitura prima a Carlo d’Angiò, indi ad un Principe inglese. — Il

senatore Brancaleone lo costringe a porre nuovamente la sua residenza

in Roma (1253). — Il principe Edmondo riceve Sicilia in feudo dal Papa.

— Morte fatale di Corrado IV (1254).

La morte di Federico II fu un grave avvenimento per tutto il mondo.

Allorchè il grande Imperatore, che per quarant’anni aveva riempiuto

Europa di sè, si fu adagiato nel suo feretro, parve che la lunga e

formidabile lotta dell’Impero contro la Chiesa fosse decisa a pro

di questa; parve che spuntasse pei Pontefici una stagione nuova di

signoria universale senza limiti.

È perciò facile a credersi se Innocenzo IV ne andasse lieto; ma la sua

gioia fu così contraria a carità sacerdotale, uscì tanto dall’onesto,

che si espandette in declamazioni invereconde[370]. Sembrava adesso che

il destino offerisse a lui ed alla santa Sede la signoria di Italia;

e adesso, più che qualunque altra volta mai, dovevasi vedere per

prova se il problema antico potesse risolversi in favore dei Papi. Dei

figliuoli che a Federico erano nati dai suoi matrimonî con Costanza di

Aragona, con Giolanda di Gerusalemme e con Isabella di Inghilterra, ne

vivevano ancora due; Corrado re, figlio di Giolanda, che aveva ventidue

anni, ed Enrico, figlio di Isabella, che ne avea dodici. Dei tre

bastardi, Enzo languiva in carcere a Bologna; Federico di Antiochia,

cacciato di Firenze, trovavasi nella Italia di mezzo; Manfredi era

nelle Puglie[371]. Conformemente al testamento, Corrado IV, eletto re

di Germania fin dal 1237, ereditava le corone del padre; e Manfredi,

principe di Taranto, doveva governare le terre italiane in officio di

suo _balivus_ o vicario.

Innocenzo IV non perdè tempo a voler torre di mano agli eredi di

Federico II le Puglie e la Sicilia, che egli teneva in conto di

feudi riversibili alla Chiesa. Ammonì pertanto i Siciliani affinchè

tornassero sotto alla signoria della Chiesa, ed offerse loro privilegî

e franchigie; esortò i Tedeschi a serbarsi nella fede di re Guglielmo,

cui promise la corona imperiale; ed intanto fece dappertutto predicar

la croce contro Corrado, che era pure scevro di qualsiasi colpa. Le

città guelfe invitarono il Papa a venire in Italia, e infatti ai 19

Aprile dell’anno 1251 egli partì di Lione, dove l’antirè Guglielmo

aveva con lui celebrato le feste di Pasqua[372]. Quella città, ridotto

di piaceri ed insieme emporio di traffici, vide partire la Curia

pontificia dopo sei anni di soggiorno; nè si sarebbe indovinato che

cinquant’anni più tardi un Papa vi avrebbe fatto ritorno per torsi

la corona, e per indi apparecchiare al Pontificato una residenza di

settant’anni su quelle stesse sponde del Rodano[373].

Per Marsiglia e per la riviera Innocenzo venne a Genova. Il fuggiasco

dell’anno 1244 ricomparve nella sua città natia, circondato di fastosa

magnificenza, come quegli che vinto aveva l’Impero. Durante il suo

viaggio, onde lentamente passò per Lombardia, si affollarono sul suo

cammino gli abitatori di città guelfe, e fuor di Milano un quindicimila

fra preti e frati lo accolsero in giubilo, mentre popolo innumerevole

era uscito della città e s’era disposto a spalliera lungo il cammino

per un tratto di dieci miglia, formando così una via trionfale al

corteo pontificio. Le Republiche guelfe prestarono a Innocenzo IV

omaggi quali a pontefice si conveniva, ma chiesero grandi somme di

denaro per ristoro dei danni di guerra, rifiutarono di restituire

gli antichi beni della Chiesa, e dichiararono di non voler cambiare

il giogo imperiale colla signoria della Chiesa. I Comuni avevano

profittato della lotta sostenuta da quest’ultima contro l’Impero

per ottenere, coll’aiuto della loro grande alleata, independenza

dall’Imperatore; ed ora la Chiesa trovava ch’essi eransi fatti

independenti anche dal Pontefice. Da altra parte la mutazione delle

cose aveva fatto piegare la fronte alle città ed ai signori ghibellini,

però soltanto in via passeggiera; e, se anche l’Imperatore era morto,

l’idea imperiale continuava a vivere ancora. Il genio di libertà che

gli Imperatori di casa Hohenstaufen avevano svegliato colla lor guerra

si rizzava ora gagliardo di sua propria virtù. Il Papa rivedeva Italia,

ma diversa da quella che la aveva lasciata, e dappertutto conobbe che

era cosa pure impossibile di giungere al grande intento d’Ildebrando e

di Innocenzo III, di ricomporre la penisola sotto il pastorale di san

Pietro.

Passando da Brescia, da Mantova e da Ferrara, Innocenzo venne

nell’estate a Bologna, ed ivi lo sventurato Enzo dal fondo del

suo carcere avrà udito i lieti clamori che salutavano l’ingresso

dell’odiato nemico del suo gran padre. Sull’incominciamento del

Novembre il Pontefice proseguì il suo cammino, e andò a Perugia, ma

di entrare in Roma non si fidò. Sebbene in passato un Senatore ve lo

avesse chiamato con tante istanze, ei temeva tuttavia le fiere audacie

dei Romani, che, morto essendo l’Imperatore, avevano poco motivo di

parteggiare coi Guelfi: ed invero si die’ a capire al Papa che lo

avrebbero circuito con immense esigenze, appena che fosse entrato in

Laterano; perciò egli deliberò di porre sua residenza a Perugia[374].

Frattanto il giovine Principe di Taranto sentiva pesarsi sugli omeri

una soma cui era troppo debole a sostenere. Manfredi Lancia era figlio

di Federico, nato nell’anno 1232 di Bianca Lancia, bella e nobile

donna di famiglia piemontese. I contemporanei lo appellano bastardo,

come infatti era, ma d’altra parte non manca qualche argomento da far

reputare probabile che Federico lo avesse legittimato sposandone la

madre. Nell’anno 1247 gli aveva dato in moglie Beatrice di Saluzzo,

figlia del conte Amedeo di Savoia; ed il suo testamento, ove non

faceva pur cenno degli altri suoi figli bastardi, Enzo e Federico

di Antiochia, dimostra che egli riconosceva nel figlio di Bianca

il diritto a succedergli nel retaggio dopo i suoi figli legittimi.

Da natura Manfredi avea sortito ingegno e bellezza: un’educazione

accuratissima lo aveva ornato di eletto costume e di scienza erudita;

e tutti i contemporanei dicono che fosse uomo magnifico, magnanimo,

liberale di mano, gioviale, dotto di musica e buon trovatore, re

nato. Se il Papa avrà sperato che, appena morto Federico, le città

delle Puglie e di Sicilia inalzassero lo stendardo di san Pietro, egli

s’ingannò a partito. E per fermo non si spense ivi subito con Federico

il prestigio del nome e della potenza del grande Imperatore; solamente

alcuni baroni ed alcune città (fra le quali, a vero dire, furono Capua

e Napoli regalate di grandi privilegî dal Papa) si posero dalla parte

della Chiesa. Nella prima pressura Manfredi mandò proposte di pace ad

Innocenzo, ma il vicario di Corrado IV dovette rifiutare quanto gli

si chiedeva in ricambio, che incondizionatamente si sottomettesse a

ricevere Taranto in feudo dalla Chiesa[375]: ed allora con marce abili

e rapide Manfredi domò i ribelli Pugliesi, raccolse intorno a sè i

mercenarî tedeschi, con geste cavalleresche levò alto il suo nome, e

comparve minaccioso innanzi a Napoli.

Dopo morto l’Imperatore, Manfredi aveva invitato il fratel suo Corrado

a valicar le Alpi, ed a venirsi a prender possesso di Sicilia. Il

giovine Re dei Romani seguì le tradizioni politiche dei suoi antenati,

e aderì alla chiamata di Manfredi. Raccolse un esercito, tenne un

parlamento ad Augusta, nominò a suo vicario il duca Ottone di Baviera,

di cui aveva sposato la figlia Elisabetta, e nell’Ottobre 1251 fu in

Lombardia, dove Ezzelino ed altri Ghibellini lo accolsero orrevolmente

in Verona. Colà e a Goito passò in rassegna le soldatesche ghibelline,

che ancora erano di numero abbastanza ragguardevoli; indi deliberò

di muovere nelle Puglie per assicurarsi in prima del suo retaggio,

e di là poi ritornare nell’Italia settentrionale. Però la lega di

città romagnuole, umbre e tusche gli sbarrò la via di terra, nè

Roma pareva inchinevole a riverire il figliuolo di Federico II od a

soccorrerlo[376].

Corrado pertanto s’imbarcò a Pola, dove lo stava attendendo il

margravio Bertoldo di Hohenburg con galere siciliane. Addì 8 Gennaio

dell’anno 1252 sbarcò a Siponto, e il suo primo comparire esercitò

una subita influenza sui baroni e sulle città. Corrado era geloso del

fratello suo, ma disarmavalo la savia condotta di Manfredi che, dopo

avergli aperta la via di Napoli, deponeva in sue mani il governo del

reame, e perfino i suoi feudi. Breve e gloriosa fu l’impresa di Corrado

IV nelle Puglie. Dopo che infruttuosamente ebbe offerto al Papa le più

favorevoli condizioni di pace, a prezzo del suo riconoscimento ossia

dell’infeudazione di Sicilia, il giovine Re sostenne prodemente i suoi

diritti colla spada. Traversò le Puglie e la Campania, e i baroni gli

fecero omaggio; Capua gli aperse le porte sulla fine di autunno del

1252, e nella primavera dell’anno successivo gli fecero ossequio tutte

le città, tranne Napoli, che egli assediò con grande energia.

Le prospere fortune dei figliuoli di Federico costrinsero adesso

Innocenzo IV a rifarsi in un disegno che aveva già concepito in mente

fino da quando era a Lione. Poichè comprendeva che la Chiesa era

incapace colle sole sue forze di torre Sicilia agli Hohenstaufen,

decise di dare il bel reame in feudo a un Principe straniero:

umiliazione del Papato! fatalità d’Italia! Il Papa gettò il suo sguardo

su quei paesi dove sperava trovare a buon mercato un pretendente

volonteroso e denaro in copia: offerse perciò la corona di Sicilia

a Carlo d’Angiò fratello del re di Francia; ma gli ottimati e Bianca

regina madre, governatrice in vece di Luigi che trovavasi in Siria,

respinsero la proposta. Allora Innocenzo s’indirizzò all’Inghilterra;

e, poichè Riccardo di Cornovaglia, uomo immensamente ricco, ricusò la

sua proposta, tanto seppe circuire il fratello suo il re Enrico, che

egli accettò per conto del suo secondo figliuolo Edmondo di Lancastro,

fanciullo di ott’anni. Enrico III ebbe sì qualche scrupolo in sulle

prime, pensando che Sicilia ne sarebbe stata tolta al nipote suo, il

giovine Enrico ch’era figliuolo di Federico II e di Isabella e vicario

dell’isola; ma furono dubbiezze passeggiere, avvegnachè la morte

di quel nipote facesse presto sgombrare la coscienza del Re da ogni

incertezza[377].

Innocenzo IV doveva darsi le mani attorno per combattere Corrado

mercè di un potente avversario; chè infatti nell’Ottobre 1253 il Re

entrava in Napoli conquistata[378]. La nuova che la città era caduta

giunse al Pontefice a Roma quando da Assisi v’era venuto sul principio

di Ottobre[379]. Già parecchie volte i Romani mormorando lo avevano

ammonito di ritornare: e dapprima avevano ordinato al Comune di Perugia

loro protetto di non dar più a lungo ricovero al Papa; indi avevano

minacciato quelli di Assisi, dichiarando che sarebbero andati con un

esercito a strapparlo fuori delle loro mura. O venga adesso, gridavano

stizzosamente, o non venga più[380]. «Ei ci fa meraviglia», dicevano

i loro legati al Papa, «che tu, pari ad un vagabondo, meni vita

randagia, or qua, or là: tu abbandoni Roma, residenza degli Apostoli, e

lasci in balia dei lupi il tuo gregge, di cui un giorno dovrai render

conto a Dio, e ad altro non pensi che a far quattrini. Il Papa non

è di Anagni o di Lione, non di Perugia o di Assisi, ma di Roma». E

questo linguaggio dettava ai Romani un uomo di assai grande energia,

Brancaleone di Andalò, che a quel tempo era loro senatore. Innocenzo

IV venne pauroso ed esitante; i Romani lo accolsero freddamente; nè le

dimostrazioni di onore altro furono che formalità officiali comandate

dal Senatore[381]. Brancaleone andò ad incontrarlo fuori delle porte

e lo condusse in Laterano; tuttavia il Biografo di Innocenzo non dice

che il ricevimento fosse trionfale, come era stato quello di Milano e

di altre città. Così avvenne che la Curia nell’Ottobre del 1253 tornò

a Roma, dopo un’assenza di più che nove anni, e dopo che ne erano

scorsi dieci del pontificato di Innocenzo IV; in tutto questo tempo

i Romani non lo avevano veduto soggiornare un anno solo nella loro

città. Appena seppero adesso che il Papa trovavasi nelle loro mura,

lo assediarono con domande di sovvenzioni e di risarcimenti d’ogni

maniera: e fecerlo con tanta veemenza da obligare Innocenzo ad invocare

la protezione del potente Senatore[382]. Brancaleone sedò la tempesta

tanto per non guastare i suoi rapporti col Pontefice, appo cui egli

lealmente si adoperava a pro di Corrado: col Re infatti ei si trovava

stretto di buona amicizia, e publicamente ne riceveva gli ambasciatori

in Campidoglio. E Corrado in pari tempo profittava della presenza del

Pontefice a Roma per ritentare di far pace; ma i suoi avvocati, i conti

di Monfort e di Savoia, non giunsero a capo di cosa alcuna; Innocenzo

aveva giurato di sterminare la famiglia di Federico II, e procedeva

al suo intento con inesorabile ostinatezza[383]. Notizie capitategli

d’Inghilterra ne rianimavano frattanto le speranze, poichè gli veniva

annunciato che Enrico III era disposto ad accettare la corona di

Sicilia per conto del suo figliuolo: quindi fu che nel giovedì santo

dell’anno 1254 scagliò la scomunica contro Corrado ed Ezzelino, e tosto

dopo partì di Roma in cui trovavasi mal securo, e andò nell’Umbria.

Da Assisi egli confermò la patente d’investitura della Sicilia, che

Alberto suo legato provvisoriamente aveva data al giovine Edmondo[384].

Dissipate s’erano le dubbiezze del Re d’Inghilterra, poichè suo nipote,

il giovanissimo Enrico, vicerè di Sicilia, era morto repentinamente

sulla fine dell’anno 1253 a Melfi, dove lo aveva chiamato Corrado. Poco

tempo prima erano passati di vita due fanciulli del maggior figliuolo

di Federico, lo sventurato Enrico; e poichè una maligna calunnia

attribuì a Corrado la loro morte, l’artificio e la furberia se ne

profittarono per indurre Inghilterra ad accettare l’investitura. Enrico

III ch’era uomo corto, con gioia puerile die’ nella pania; mandò al

Papa tant’oro quanto ne poteva desiderare, ossia gli die’ carta bianca

di trar quante cambiali volesse sopra banchieri italiani. Era tutto

ciò che Innocenzo bramava; Inghilterra sacrificava il suo patrimonio

per un regno che essa possedeva dipinto in carta; ed alla conquista di

Sicilia per comando pontificio si dava il carattere di crociata[385].

Ora sperava il Papa che Corrado avrebbe dovuto in breve soccombere

alle forze unite della Chiesa e d’Inghilterra; ma ancor più presto il

giovane Re inaspettatamente soccombette alla febbre che lo spense, e

ciò fece che il Papa si pentisse di quanto avea operato, e dimenticasse

di aver mai trattato col Principe inglese.

Corrado IV, nella letizia del suo primo trionfo, dominò Sicilia e

Napoli come retaggio nuovamente conquistato colla virtù della sua

prodezza guerriera; e già s’armava per ripigliare contro il Papato la

lotta del padre suo. «Presto», così annunciava ai Ghibellini, «presto

sarò con ventimila soldati nel settentrione per castigare i ribelli e

per restaurare l’autorità imperiale». In tal guisa scriveva nell’Aprile

del 1254, e ai 20 di Maggio era anche morto. Il figlio di Federico II

non perì di veleno come malignamente s’ebbe a inventare, ma soggiacque

alle fatiche sopportate nel caldo clima dell’Italia meridionale; morì

a Lavello nella pienezza della sua forza giovanile, a ventisei anni di

età, lamentando il suo destino, e piangendo la sventura dell’Impero

di cui previde la caduta[386]. La terra fatale d’Italia divorò lui,

come ebbe divorato il padre e l’avo suo, come ebbe divorato tutta la

famiglia degli Hohenstaufen siciliani.

Un destino crudele spense quella illustre casa; e la sua rapida fine,

che somiglia alle sorti degli Atridi, è uno di quei tragici avvenimenti

a cui spiegare la superstizione bigotta ha sempre in pronto la chiave.

La storia dei fatti non riesce però a darne spiegazione; bensì la

ragione giunge a scoprirne la necessità, poichè ne sa discerner le

leggi: la gloriosa famiglia degli Imperatori svevi aveva compiuto la

sua missione, ed in breve tempo era invecchiata tanto da non aver più

forza vitale. Come un dì, morto Enrico VI, della casa del Barbarossa

non era rimasto che un solo erede ancor bambino, Federico II, così

anche adesso della numerosa discendenza di questo Imperatore non

rimaneva che in Baviera un solo rampollo legittimo, Corradino figlio di

Corrado, fanciulletto di due anni.

Presso il feretro di Corrado vegliava solingo Manfredi, egualmente come

poco tempo prima s’era seduto presso il feretro di Federico II: l’opera

di quattro anni di fatiche e di sforzi giaceva nuovamente infranta ai

suoi piedi; nuovamente l’avvenire era buio ed incerto. Ogni uomo capiva

che Italia, insieme colla salma di Corrado IV, seppelliva un grande

periodo della sua storia.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 · 第 11 / 29 题