CAPITOLO SETTIMO.

§ 1.

Brancaleone, senatore di Roma (1252). — Qualche particolarità

sull’officio senatorio e sull’ordinamento della Republica romana a

questa età. — Opposizione dei baroni romani, ed opera energica del

novello Senatore.

Intorno al tempo in cui Innocenzo IV fece ritorno, un cittadino

di Bologna (già lo notammo) col suo grande intelletto e col suo

vigoroso governo aveva sollevato d’un tratto a eccelso onore l’officio

senatorio, e dava eziandio alla Città un breve periodo di splendore. Il

suo reggimento e gli ordini che ricevette la Republica romana, massime

al tempo di lui, meritano diligente considerazione.

Dal secolo decimoterzo in poi le libere città italiche tennero l’uso

di scegliere i loro Podestà dal grembo della nobiltà di altri Comuni

amici. Uno straniero, cui si affidava per sei mesi di tempo il governo,

offriva maggiori guarentie di reggere la cosa publica con animo

imparziale, e aveva meno probabilità di assodare una tirannide, di

quello che avrebbe potuto fondarla un potente paesano. Questo scambio

d’ingegni e di forze che avveniva fra le parecchie democrazie, le

quali si andavano prestando vicendevolmente con rispetto e con onore

i più illustri cittadini che lor facessero da rettori, era bella

prova di fratellanza republicana e di comun legame nazionale. È cosa

infatti che reca assai grande onore agli Italiani. E poichè di regola

non si chiamavano a podestà se non se uomini ragguardevoli, il solo

invitarneli a quell’officio era la più schietta testimonianza di

estimazione che si dava al loro talento eminente. Chi voglia imparare

a conoscere qual fosse il vero fiore dell’aristocrazia nel glorioso

secolo delle Republiche d’Italia, quali ne fossero i più nobili

cavalieri, i maggiori capitani, i legislatori ed i giudici pratici,

ei conviene che interroghi i registri dei Podestà nelle singole

democrazie; e da quegli elenchi in pari tempo si ha contezza delle

illustri famiglie che nel secolo decimoterzo e in quello decimoquarto

stettero alla testa della vita storica dei Comuni. In un tempo in

cui il restante di Europa non contava cittadini grandi e famosi,

quei Comuni fanno stupire di sè colla moltitudine di loro statisti e

di loro uomini di guerra, che furono tanti quanti n’ebbero Grecia e

Roma nei più bei giorni delle loro Republiche. In questa età le città

dimostrano di aver completamente affrancato il loro spirito politico

dal giogo della Chiesa, e producono un quadro magnifico della borghesia

nazionale; sventuratamente che i demoni dei partiti e l’effrenato

reggimento plebeo, dopo breve floridezza, dovevano ruinare tanto

splendore.

I Romani erano anch’essi assuefatti a veder nel loro Campidoglio un

andirivieni di solenni ambasciate di città parecchie, fin di Pisa e di

Firenze, che venivano a chiedere nobili romani per loro podestà: però i

Romani non erano ancor mai andati a pigliare il loro Senatore in città

straniere. Quando lo fecero per la prima volta nell’anno 1252, mentre

Innocenzo IV dimorava a Perugia, convien dire che ve li costringessero

le condizioni infelici del loro Comune: e certamente non fu la nobiltà

invidiosa ma il popolo maltrattato da quella, che dopo una rivoluzione

deliberò di affidare l’autorità senatoria, fin allora divisa, ad

un uomo solo, giusto e savio, che fosse nel tempo stesso senatore e

capitano; e fu deciso d’andarlo a cercare fuor di Roma.

A Bologna s’indirizzarono i Romani. Quella città, capo della Romagna,

traeva allora gran lustro dalla sua scuola di diritto, chiara

per rinomanza europea: aveva ricchezza molta; da Fossalta in poi

formidabile potenza di armi; un Re viveva prigioniero entro alle sue

mura. Il Consiglio bolognese propose ai Romani per senatore Brancaleone

degli Andalò, conte di Casalecchio, uomo di stirpe antica, dovizioso

e illustre, cittadino di severi spiriti republicani, giureconsulto

profondo[387]. Compagno, per indole, di quegli uomini violenti che

crebbero al tempo degli Hohenstaufen, era della tempra dei Salinguerra,

dei Palavicini, di Bosone da Doara, di Jacopo da Carrara, di Azzo

d’Este, di Ezzelino, di Alberico. Aveva la forte vigoria di quegli

uomini di ferro, ma non la loro astuzia raggiratrice, nè il loro atroce

egoismo: e con quei capi di partito trovavasi in corrispondenza,

perciocchè un tempo avesse combattuto nella guerra Lombarda con

Federico II, anche dopo che questi era stato scomunicato.

Se i Bolognesi proposero un ghibellino a senatore di Roma, e se i

Romani lo accettarono, convien credere che al colore politico entrambe

le città più non badassero, oppure che il popolo romano tornasse a

piegare dalla parte dei Ghibellini. Che così avvenisse dopo morto

Federico II si capisce agevolmente; i Romani non avevano più paura

dell’Imperatore, ma sì continuavano a temere il Papa. L’elezione di

Brancaleone, dell’amico del Palavicini e di Ezzelino, fu veramente una

protesta che Roma scagliò contro il governo temporale del Pontefice

reduce di Lione. È difficile che Innocenzo IV allora confermasse

questa elezione; piuttosto la tollerò solamente perchè necessità ve lo

astrinse, e per quel momento dovette rinunciare al diritto di elezione

del Senatore che i suoi predecessori si avevano conquistato[388].

Brancaleone protestò d’esser pronto ad assumere il governo di Roma; ma

siccome conosceva abbastanza bene le passioni dei Republicani e massime

la ferocia irrefrenata de’ nobili romani, cercò di guarentirsi contro

a pericoli inevitabili. Chiese che il governo fosse dato a lui per tre

anni intieri con podestà assoluta, e domandò che a malleveria della sua

sicurezza personale gli si consegnassero in ostaggio i figli di alcuni

nobiluomini romani[389]. Fa mestieri credere che il popolo romano fosse

gravemente premuto dalla tirannide delle fazioni civiche de’ nobili, se

aderì a domande tanto inaudite e se offese la legge de’ suoi Statuti

comunali ponendo in mano di uno straniero una dittatura di tre anni.

Invero gli ordini del Comune fin adesso avevano stabilito che l’officio

di senatore durasse soltanto sei mesi: il Senatore finora era stato

eletto solamente dalla nobiltà cittadina, e il principio introdotto in

Roma per la prima volta con Brancaleone, di nominare a senatore uno

straniero (_forensis_), non si affermò per forza degli Statuti che

cent’anni più tardi.

Una legge minuziosa fino allo scrupolo definì tutte le obligazioni e

tutti i diritti che sarebbero spettati al Senatore straniero. In misura

media il suo stipendio giungeva a millecinquecento fiorini d’oro o

ducati per semestre, che erano pagati dalla «Camera» cittadina. Una

terza parte di quell’onorario riceveva il Senatore quando entrava in

officio; un altro terzo al principio del terzo mese; l’ultimo terzo

si depositava nella «Camera»; nè poteva essere a lui consegnato

se prima non avesse reso conto del suo officio, e ne fosse uscito

netto. Quell’età era ancora semplice e austera e remota dal lusso

effeminato de’ secoli che vennero dopo. Allora reputavasi che l’onore

valesse qualche cosa, e lo si cercava per quel che valeva[390]. Una

moneta mensile di settecento cinquanta talleri bastava a provvedere

ai bisogni del Senatore dei Romani, massime dacchè il valore del

denaro a quel tempo era sette volte maggiore di quello che oggi

sia[391]. E il Senatore collo stipendio che riceveva doveva eziandio

provvedere alle spese della sua corte. Ogni Podestà di una città

libera conduceva infatti con sè dal di fuori la sua Curia; i Comuni

tenevano a loro orgoglio che il Podestà spiegasse una pompa magnifica,

ma gli prescrivevano con rigore diffidente il numero onde comporsi

doveva la comitiva dei suoi amici, dei servitori, delle guardie e

degli impiegati. Gli officiali del Senatore romano erano cinque notai

e sei giudici, dei quali uno almeno doveva avere studiato leggi ed

essere giureconsulto illustre, perchè potesse stargli a fianchi da

_collateralis_ o assessore: ed essi componevano la sua segreteria,

in quello che il collegio generale dei giudici capitolini, detto

_Assectamentum_, in tutti i casi importanti era congregato da lui

e consultato[392]. Il Senatore teneva ai suoi servigî una guardia

di venti uomini a piedi e di venti a cavallo; alcuni cavalieri gli

facevano accompagnatura, come una specie di corte, e gli stavano presso

due marescialli che avevano incarico di esecutori nelle faccende

di polizia[393]. Occorre assolutamente distinguere gli officiali

della Città (ossiano magistrati nominati dal popolo) dagli altri che

chiamavansi «famiglia» del Senatore. Assai grande era il numero di

quei primi; ed esercitavano il loro officio con ceremonie fastose,

poichè la Città aveva ambizione di poter gareggiare colla corte del

Papa mercè di un grande numero di collegî officiali e di magistrati. Il

cancelliere della Città, notai, _scriniarii_, tesorieri della «Camera»,

il segretario (_scriba Senatus_), il siniscalco, i _consiliarii_, gli

_assectatores_, li _justitiarii_, fino i _vestararii_, ossiano mastri

del tesoro e delle guardarobe, raccolti in parecchie corporazioni e

con varî gradi, componevano una ragguardevole schiera di impiegati

civici[394].

Allorchè il Senatore straniero veniva nella Città che se lo aveva

chiamato, ne era accolto con onori che si sarebbero convenuti ad un

principe: per le vie addobbate a festa e fra le acclamazioni del popolo

era condotto solennemente in Campidoglio, dove sulla gradinata del

palazzo senatorio stavano aspettandolo i capitani delle Regioni coi

loro vessilli ed altri magistrati. La forma maestosa con cui si recava

a prender possesso delle case Capitoline, animava Roma di massima

pompa; e, grandioso spettacolo officiale, veniva in terzo dopo le

cavalcate dell’Imperatore e del Papa, moventi alla coronazione. Prima

di entrare in carica il Senatore giurava nelle mani di una giunta

del parlamento di osservare gli Statuti della Città, di esercitare

coscienziosamente il suo officio, di far rispettare gli Editti contro

gli eretici, di tenere un reggimento pacifico e legale nella città

di Roma, sui suoi cittadini, sul suo comitato e sul distretto; di

proteggere gli ospitali, i luoghi pii, le vedove e gli orfani, di

conservare tutti i diritti civili e le consuetudini dei Romani[395].

Allora si affidava al braccio suo la podestà esecutiva in tutte le

attenenze dell’autonomia cittadina. Era egli il capo politico del

Comune in pace e in guerra, giudice supremo e supremo capitano. Aveva

autorità di vita e di morte. Riceveva i giuramenti di omaggio dei

vassalli della Città; collocava i Podestà nelle terre soggette alla

giurisdizione del Campidoglio; mandava ambasciatori (_ambasciatores_)

a Stati stranieri, conchiudeva trattati con Principi e con Republiche.

Promulgava leggi nuove in materia di finanze e di giustizia, facendole

bandire da araldi, ossiano _praecones_. Finalmente, pari a un principe

sovrano, incideva sulle monete d’oro e d’argento di Roma il suo

nome, il suo stemma e la sua imagine, che lo rappresentava genuflesso

innanzi a san Pietro intanto che questi gli porgeva il vessillo della

investitura. Di qui si pare che i Papi nel secolo decimoterzo avevano

perduto il diritto di battere moneta e lo avevano ceduto al popolo

romano[396].

Vestito magnificamente di un robone color scarlatto soppannato di

pelli d’ermellino, coperto il capo di un berretto simile a quello che

adoperava il Doge di Venezia, circondato dalla sua corte, nella pompa

di festivi cortei, o nei giuochi popolari, o quando i Papi salivano

al trono, o nei negozî politici, il Senatore rappresentava la maestà

del popolo romano[397]. Però gli Statuti correggevano la sua grande

autorità che aveva del potere dittatorio; i collegî di consiglieri

e le giunte popolari la moderavano o la sopravvegliavano; finalmente

la restringeva il diritto costituzionale che competeva all’assemblea

popolare, in quanto all’elezione ed al voto. Nelle Republiche la

paura della tirannide è guardiana che veglia sempre con occhi aperti

sui governanti; massima legge poi è la responsabilità che i reggitori

hanno innanzi al popolo. Pertanto l’officio del Senatore, che pur aveva

breve durata, era minacciato di pericoli parecchi di lotte partigiane

e di insurrezioni popolari, e spesso non era che una splendida

tribolazione. Si spiava, si contava ogni passo che il Senatore faceva.

Era confinato in Campidoglio; nè oltre a una certa misura di spazio e

di tempo gli era consentito di uscire della Città. Gli era interdetto

ogni consorzio amichevole coi cittadini; perfino aveva divieto di

desinare nelle case di qualche ottimate. Fino a tanto che governava

la Città, era condannato a vedovanza, perciocchè la sua donna non

potesse accompagnarvelo; non fratello, nè qualsiasi altro prossimo

parente poteva stargli vicino[398]. Prima che uscisse della sua carica

(e quest’era regola generale anche degli altri Podestà tutti), si

costituiva un officio di censori, il quale doveva esaminare il modo

che il Senatore ed i suoi impiegati avevano tenuto nelle loro funzioni.

Due giorni prima che finisse il tempo del suo magistrato, il banditore

annunciava publicamente dai gradini del Campidoglio che si sarebbe

pronunciata sentenza dell’illustrissimo Senatore dei Romani, e per

dieci giorni il _Syndicus_ dava ascolto ad ogni specie di accusatori.

Se il Senatore era convinto di mala amministrazione, per lo manco lo

si condannava a perdere una terza parte del suo stipendio; e, in caso

che questa somma non bastasse, lo si teneva in carcere fino a tanto che

avesse pagato[399]. Se invece se l’era cavata con lode e con onore,

la Città lo restituiva alla Republica dond’era venuto, ed oltracciò

poteva regalarlo del diritto di cittadinanza, e concedergli facoltà di

aggiungere le lettere S. P. Q. R., stemma di Roma, al suo proprio[400].

Oltre a tutte queste limitazioni, gli atti di governo del Senatore

erano vincolati alla conferma dell’assemblea del popolo. In tutti i

casi importanti, gli araldi di lui chiamavano il popolo a parlamento,

cui annunciava coi suoi rintocchi la campana del Campidoglio. Allorchè

trattavasi di parlamento «pieno» (_plenum et publicum_), esso teneva le

sue tornate innanzi al palazzo senatorio: e in fitta calca i cittadini

si raccoglievano sulla piazza Capitolina, e venivano giù degradando per

la sua discesa fino al luogo ov’è oggidì la piazza di Araceli. A quella

assemblea popolare il Senatore proponeva progetti intorno a cose di

ordine interiore ed esterno, e «l’illustre popolo dei Romani» decideva

col voto, o con levar di mani, o con acclamazioni, se dovevasi muover

guerra contro Viterbo, o con chiuder leghe con altre Republiche, o far

omaggio all’Imperatore, o invitare il Papa discacciato a far ritorno.

Colà il popolo udiva leggere le lettere di Principi e di Città, e

talvolta anche ascoltava i discorsi degli ambasciatori, che comparivano

innanzi al parlamento per presentargli le loro domande. Se invece si

chiamavano ad assemblea solamente le giunte del popolo, costituite

secondo le tredici Regioni della Città e componenti il maggiore ed

il minor Consiglio (_consilium generale et speciale_), l’adunanza si

raccoglieva nella basilica di Araceli, che ne era stanza capace[401].

Questa veneranda chiesa faceva adesso le veci del tempio della

Concordia, che spesso aveva servito da aula parlamentare ai Romani

antichi. I _Patres Conscripti_ della Republica medioevale, i Colonna,

i Pierleoni, i Capocci, i Frangipani, i Savelli, gli Orsini, fossero

aristocratici o demagoghi, guelfi o ghibellini, facevano risonare

la oscura navata di quella chiesa di Francescani della loro facondia

fiera e disadorna, delle loro invettive scagliate contro l’Imperatore

od il Papa. E la chiesa continuò fino al secolo decimosesto ad essere

l’arena dei dibattimenti parlamentari di Roma, i quali avvenivano

soltanto nelle tornate del maggiore e del minor Consiglio: soltanto

là si levavano oratori a combattere od a sostenere opinioni, che poi,

in forma di proposte, erano presentate per la conferma al parlamento

popolare; dopo di questa conferma il Senatore publicamente le bandiva

in forma di leggi[402].

Nell’età medioevale della Republica il Campidoglio rivisse di nuova

vita. Se si potesse avere un’idea esatta di quei tumultuosi parlamenti,

di quei tribunali e di quelle curie di giudici che ivi si raccoglievano

in publico; se si potesse penetrare in quelle varie faccende della

democrazia, vedere quale essa fosse colle sue corporazioni, coi suoi

collegî, colle sue fazioni, coi suoi magistrati e col suo sistema

elettivo mirabilmente composto, certo ne avremmo ragione di meraviglia

e spesso eziandio di ammirazione. Ma cadde anche la Republica

medioevale del Campidoglio; nell’archivio dei Senatori non v’è più

pergamena che ne mantenga ricordanza: e dalle torri laterali delle

rimutate case senatorie e dalle gallerie dei cortili sparvero le

iscrizioni e gli stemmi di tutti quei Republicani, che di là al tempo

dei Guelfi e dei Ghibellini governarono l’_alma Roma_[403].

Eletto in Agosto dell’anno 1252, venne Brancaleone, probabilmente in

sul principio del Novembre, ad assumere il suo officio triennale.

E venne con una magnifica accompagnatura di giudici, di notai e di

cavalieri, tutta gente presa al suo servigio a Bologna, a Imola ed in

altre città. Per conseguenza questa fu la prima volta che la suprema

magistratura della Città fosse tutta composta di forestieri, e che

signori romagnuoli governassero la Republica romana: anche Galeana

moglie del Senatore potè accompagnarvelo, ad onta dell’ordine consueto

degli Statuti. A Roma Brancaleone trovava condizioni tali di cose che

ad ordinarle non ci voleva dammeno che un uomo di vigor d’animo regio.

La cancrena della Città non istava nello spirito turbolento della

democrazia, ma nella fierezza dei signori feudali ribelli alla legge,

che erano per la più parte di origine germanica. Alla loro superbia

sconfinata andava pari la ignoranza; però la loro potenza era troppo

grande perchè il popolo avesse potuto vincerla. Le loro castella e

i loro _feuda_ si stendevano per tutto il territorio romano; fin la

Città avevano ripartito sotto di sè, perocchè sedessero sparsi per

quartieri, dentro a monumenti abbertescati; ed ogni giorno combattevano

l’uno contro l’altro come li sospingevano le ire o le ambizioni, e

si beffavano del Campidoglio, delle cui dignità si fregiavano senza

rispettarne le leggi. In molte altre Republiche la nobiltà s’era

assoggettata ai Comuni, ed era stata costretta a trasferir la sua

residenza dalle campagne nella città: solamente a Roma la nobiltà

continuava sempre ad esercitare il suo predominio. Non troviamo

documento di sorta donde paia che baroni romani della campagna si sieno

sottomessi al Comune cittadino, come tanto spesso fece la nobiltà

delle terre di Modena, di Bologna, di Padova e di Firenze: quello

che unicamente troviamo or qua or là sono documenti di vassallaggio

prestato al Pontefice. Ricca di beni nella campagna, dove erano situate

le sue castella famigliari, la nobiltà romana possedeva in pari tempo

dei luoghi forti nella Città, cui (se necessità lo esigeva) abbandonava

per andare a cercar sicurezza nelle sue rocche campestri più munite

ancora, in mezzo ad armati vassalli. Era stato il Papato che aveva

dato origine alla potenza di quei patrizî. Dalla nobiltà romana erano

usciti Pontefici che avevano favorito antiche famiglie nepotesche, o

di nuove ne avevano fondato, e di esse si erano serviti a combattere

il Comune: d’altra parte nobiluomini romani in gran numero sedevano

nel collegio cardinalizio e nella prelatura, laonde le ricchezze della

Chiesa refluivano in grembo delle case nobili, e i maggiori officî

continuavano ad essere possedimento di certe stirpi privilegiate. I

Colonna, gli Orsini, i Savelli, i Conti, gli Anibaldi, i Frangipani,

i Capocci furono le più cospicue famiglie di nobili che nel secolo

decimoterzo or le une or le altre dominarono e divisero Roma, in quello

che esse stesse si divisero in guelfe e in ghibelline[404]. Brancaleone

ebbe gran fatica a combattere quest’idra dalle molte teste; però fin

dapprincipio gli riuscì di farlo con prospero risultato. Roma e la

Campagna provarono il vigore della sua mano; si fecero secure le vie, e

videsi qualche nobile oltracotante penzolare col laccio alla gola dalle

alte finestre della sua torre.

Il novello Senatore pretese tosto anche alla signoria suprema del

Lazio. Chiese che Terracina si sottomettesse al Campidoglio; e a

dimostrazione di sudditanza le impose che mandasse suoi deputati

ai giuochi publici dei Romani. E poichè minacciava con un esercito

di costringerla all’obbedienza, Terracina si volse ad Innocenzo IV,

che a quel tempo trovavasi a soggiornare ancora in Assisi. Il Papa

scrisse al Senatore una lettera monitoria; scongiurò tutte le città

e i vassalli della Campagna di opporre resistenza ai Romani se questi

fossero mossi alla spedizione; e comandò a Giordano suddiacono, rettore

della Campania e della Maritima, di raccogliere soldatesche[405].

Il Senatore lasciò stare Terracina; ma, per lo contrario, ormai dopo

dell’anno 1252, sorprese Tivoli di guerra, e poco appresso veramente

la assoggettò al Campidoglio: il Papa per ragioni politiche nol potè

impedire.

§ 2.

Innocenzo IV viene ad Anagni. — Tivoli si sottomette al Campidoglio. —

Il Papa si arma per prendere possesso del reame di Sicilia. — Manfredi

gli presta vassallaggio. — Innocenzo IV entra a Napoli. — Manfredi

fugge. — Vince a Foggia. — Innocenzo IV muore (1254). — Alessandro IV

viene a Roma.

Vedemmo Innocenzo IV tornare a Roma costrettovi da Brancaleone, e

presto poi di nuovo riprendere la sua residenza nell’Umbria. Ma ora

la notizia che morto era Corrado, amico del Senatore, lo indusse tosto

ad avvicinarsi al reame di Sicilia che la prospera fortuna ancora una

volta offeriva alla sua signoria. A Roma pose appena il piede; nel

giorno delle Pentecoste tenne in san Pietro un’orazione al popolo,

gli disse un mondo di belle parole, e pregò i Romani acciocchè lo

ajutassero nei suoi piani politici di Sicilia[406]: indi si recò al

castello di Molaria, proprietà del cardinale Riccardo Anibaldi, e

proseguì precipitosamente il suo viaggio fino ad Anagni.

Le milizie romane accampavano allora innanzi a Tivoli. I cittadini di

questa terra munita si difesero accanitamente contro gli assalti di

Brancaleone; ma finalmente, ridotti alle angustie estreme, accettarono

la mediazione pacifica del Papa, mandarono umilmente ambasciatori al

Campidoglio, e promisero fedeltà di vassalli[407].

Tivoli a grande onor suo era stata sempre republica libera: non aveva

mai sopportato dominio di baroni e di dinastie; talvolta era stata

asilo di Pontefici perseguitati, indi sotto di Federico II aveva

sposato la causa ghibellina: la Chiesa la aveva sempre difesa contro

le pretensioni dei Romani. Chi legge queste Istorie ricorderà che

una guerra di Roma contro Tivoli era stata cagione della cacciata

di Ottone III, e che un’altra guerra, cencinquanta anni dopo, aveva

dato occasione che si ristabilisse il Senato. Per tre secoli i Romani

andarono aggredendo con imprese guerresche questa piccola terra sacra

alle Muse e alle Sibille, vago e amato ritrovo di loro antenati: alla

fine infatti cadde in loro potere, e Tivoli diventò un _feudum_ della

città di Roma. Poichè Innocenzo IV abbandonò in balìa del Senato

romano una città così importante, questo fatto dimostra quanto egli

abbisognasse del favore del Senatore. Il suo Biografo afferma che egli

si fece mediatore di quella pace per le preghiere dei Romani posti a

mal partito, quantunque buona ragione avesse di essere irritato contro

Brancaleone: ed invero questo Senatore amico di Manfredi non aveva

badato alla sua domanda di ajuto, ed anzi aveva promulgato divieto

che si facessero prestiti al Papa, che gli si recassero vettovaglie ad

Anagni o che si levassero milizie. In una parola, egli aveva sollevato

inciampi alla spedizione che il Papa apparecchiava contro Sicilia[408].

Tornava a pregiudizio dei Romani che la santa Sede assoggettasse al suo

dominio quel reame, ma Innocenzo IV abbandonando Tivoli alla sua sorte

(la cosa avvenne sulla fine dell’estate dell’anno 1254), si comperò

dal Senatore la promessa che non lo avrebbe molestato alle spalle con

ostilità, or che si accingeva a tor possesso delle Puglie.

Anagni (dove trovavasi il Papa), patria della casa Conti nemica degli

Hohenstaufen, era stata a quest’età spesse volte teatro di elezioni

pontificie, ed or diventava nuovamente il punto di mezzo di tutti gli

affari ecclesiastici. Di là volevasi dare assetto alle cose del regno,

dove Corrado IV, morendo, aveva affidato la tutela del suo giovine

figliuolo non a Manfredi, bensì al margravio Bertoldo di Hohenburg,

prossimo parente della sua sposa Elisabetta. Bertoldo, generale delle

milizie tedesche nelle Puglie, era stato assai potente uomo e tenuto

in gran rispetto finchè Corrado visse, ma era odiato come straniero, e

certo non adatto alla nuova missione. I suoi ambasciatori, fra cui fu

anche Manfredi, vennero ad Anagni domandando che si riconoscessero per

validi i diritti di Corradino, che il padre nel suo testamento aveva

raccomandato alla protezione della Chiesa. Per lo contrario Innocenzo

pretendeva che senza condizioni gli si desse in potere Sicilia;

e, come fu scorso un termine da lui stabilito, agli 8 di Ottobre

scomunicò Manfredi, Federico di Antiochia, Bertoldo di Hohenburg e il

fratello di lui, con altri Ghibellini. Aveva il Papa nominato a legato

per Sicilia il cardinale Guglielmo Fieschi, nipote suo, e gli aveva

affidato incarico che riunisse soldatesche presso a Ceperano. Gli

diede amplissime facoltà di raccogliere moneta da banchieri romani, e

di dare in ipoteca tutti i beni che la Chiesa possedeva nella Città e

nella Campagna, di cavar per amore o per forza denaro da tutte le sedi

vacanti e non vacanti, di far finalmente quattrini imponendo un tributo

universale sopra le terre di Sicilia, e incamerando i beni di tutti i

Ghibellini che non si sottomettessero alla Chiesa[409].

Scoraggiato dalla scomunica e da condizioni di cose in cui sostenersi

non poteva, Bertoldo cedette la reggenza a Manfredi, il quale, dopo

qualche repugnanza, spinto dalle instanze de’ maggiorenti siciliani, la

accettò. Peraltro la sua posizione era assai malagevole; molti signori

e città molte si erano messi apertamente dalla parte del Pontefice.

Privo di mezzi di far la guerra, il giovine Principe per quel momento

non vide altra via di salute eccetto che con far soggezione alla

Chiesa; e mandò ad Anagni il conte Galvano Lancia, zio suo, perchè

ne recasse la proposta ad Innocenzo IV. Accettò il Papa lietamente,

e ai 27 di Settembre stipulò un trattato, per via del quale Manfredi

entrò a’ servigî della santa Sede come vicario di una gran parte

della terraferma napoletana; ed, oltre a Taranto e ad altri beni

donatigli da Federico II, s’ebbe anche la contea di Andria in feudo

dalla Chiesa, per sè e pei suoi eredi[410]. Con questa doppiezza agiva

il Papa, il quale mercè di solenni trattati aveva assunto impegni

formali con Inghilterra, e poco prima aveva scritto a re Enrico III

che, sebbene fosse morto Corrado IV, voleva mantenere in vigore il

patto conchiuso con Edmondo, e che anelava al momento di vedere le armi

inglesi rivolgersi alla conquista di Sicilia. Ora invece Innocenzo non

faceva pur motto di questi negoziati cogli Inglesi; e in una enciclica

dichiarava di voler conservare a Corradino la corona di Gerusalemme

e il ducato di Svevia, aggiungendo che nella formula del giuramento

feudale da prestarsi alla Chiesa i Siciliani dovessero inserire le

parole: senza pregiudizio del diritto spettante al fanciullo Corrado.

Manfredi però capiva che intento di Innocenzo si era di torgli

primamente la potenza, di nuocergli; indi, quando ne fosse venuta la

occasione propizia, di sbarazzarsi di lui. Tuttavia, come vassallo

della Chiesa, fu costretto di venire alle frontiere del Lazio lorchè

Innocenzo IV, circondato da uno sciame di profughi Siciliani assetati

di vendetta, si fu partito di Anagni per andare a prender possesso

del regno. Il figlio di Federico, reggendo le briglie al corridore

del Papa quando fu al passaggio del Liri, dovette egli stesso guidare

quel nemico mortale di sua famiglia a valicarne il ponte, e metterlo

così dentro alla terra ereditaria dei suoi avi[411]. Per vero dire i

Pugliesi accolsero il Papa con diffidenza, ma erano pure stanchi del

reggimento di Tedeschi e di Saraceni. Speravano le città di ottenerne

franchigie comunali, di cui Corrado IV, nè più nè meno che Federico II,

non aveva voluto sapere; e soprattutto speravano di liberarsi dalla

dura oppressione delle nuove imposte di Federico e delle _collectae_

insopportabili: perciò fecero soggezione alla Chiesa, sotto la cui

protezione molti Comuni, segnatamente in Sicilia, avevano fondato

un governo republicano[412]. I baroni da canto loro speravano di

recuperare l’alta giurisdizione ed altri privilegî, e prestarono

omaggio al Pontefice in Capua. Lo stesso fecero anche i fratelli

Hohenburg, i quali abbandonarono al suo destino Manfredi ond’erano

stati fin adesso compagni, tanto per ottener così dignità e contee da

vassalli della Chiesa.

Ai 27 di Ottobre Innocenzo IV tenne il suo ingresso in Napoli.

Quell’ostinata nemica degli Hohenstaufen (può invero chiamarsi la

Milano dell’Italia meridionale) accolse il Pontefice con sincere

onoranze, e di buona voglia ne riverì la signoria. Così Innocenzo

vide il reame dei Normanni tornare senza lotte sotto il reggimento

della Chiesa, e sperò di conservarlo per sempre. Ma l’animo ardente

di Manfredi tutt’a un tratto spezzò vincoli contro natura, che lo

avvilivano: circondato di diffidenze e di tradimenti, si offese del

dispregio in cui lo tenevano i baroni rientrati adesso con Innocenzo

e i favoriti nuovi; e il contegno tracotante del Cardinale legato

che a lui come a suddito chiese il giuramento di fedeltà, mentre

pur dei diritti di Corradino non si fiatava più, gli pose in chiaro

quale avvenire gli si preparava. Avvenne per caso che le sue genti

uccidessero un ottimate a lui nemico; capì allora di dover pensare

a suo pronto salvamento, e scappò. La fuga di Manfredi da Acerra,

il suo viaggio notturno per le montagne di Puglia, la sua improvvisa

comparsa a Luceria fra i Musulmani suoi salvatori, il modo valoroso

onde ruppe guerra, le sue prime vittorie, il ritorno che fecero a lui

alcune città pugliesi, la inettitudine dei generali pontificî; tutti

questi fatti compongono un quadro attraente di audacie, di prosperità

e di nuovi ordini di cose. Ai 2 Dicembre Manfredi battè i suoi nemici

a Foggia; il legato fuggì di Troja; il suo esercito si disperse,

ed egli stesso corse a Napoli per recare al Pontefice l’annuncio di

quest’infortunio[413].

Colà Innocenzo giaceva infermo in un palagio che altra volta aveva

appartenuto al celebre Pier delle Vigne[414]: e in quello il Papa morì

ai 7 Dicembre dell’anno 1254[415]. Raccontasi che, agonizzante, il

suo animo si smarrisse fra i pentimenti e le ire; ma se non sia vera

quella parola con cui narrasi che prendesse congedo dalla vita, essa

per lo meno dimostra qual giudizio di lui abbiano pronunciato i suoi

contemporanei. Alcuni suoi nepoti con brutali querimonie circondavano

piangendo il suo letto di morte, ed ei prorompeva: «A che piangete,

miserabili? non hovvi arricchiti abbastanza?»[416]. E il Cronista

inglese parla di una visione che tenne dietro alla morte del Pontefice:

un Cardinale, maligno uomo, vide Cristo starsi fra Maria ed una nobile

figura di donna che teneva in mano l’imagine della Chiesa, in quello

che Innocenzo IV genuflesso supplicava perdonanza delle sue peccata.

La veneranda matrona lo accusò di tre peccati mortali; che aveva fatto

della Chiesa una schiava, trasformato il tempio di Dio in una bottega

da banchiere, scrollato fede, giustizia e verità, colonne fondamentali

della Chiesa. E il Redentore disse al peccatore: «Va a ricevere la

mercede delle opere tue», e discacciollo[417].

Quello che rese celebre Innocenzo IV (ultimo dei maggiori Papi del

medio evo che siano sorti dalla scuola di Innocenzo III) si fu la

vittoria riportata sull’Impero degli Hohenstaufen. Uomo fornito

di molte doti di mente, ebbe animo ingeneroso, nè conobbe virtù di

sacerdote: soprattutto fu d’indole despotica che dominò tutto l’essere

suo, e che su qualunque trono avrebbe fatto di lui un monarca vigoroso,

perseverante e destro agli affari. Prete senza coscienza e avaro,

caporione aperto dei Guelfi, secondò l’indirizzo di quell’età, si fece

giuoco dei trattati con ogni sorte di astuzie, non s’arretrò da tutto

ciò che gli potesse recar profitto, empì il mondo di ribellione e di

guerra civile, trascinò la Chiesa nel basso degl’interessi mondani

cui diè impronta di santità. Ogni uomo che ragioni con mente scevra

di pregiudizî, deve provare schifo mirando le condizioni prettamente

politiche cui Innocenzo IV ridusse la Chiesa, facendone un campo

perpetuo di battaglia o una secreteria diplomatica od una borsa di

mercanti: e si dura fatica a mitigar la sentenza che se ne trae, se

pure si voglia addurre a scusa di quel Papa l’indole della sua età.

Erede delle passioni di Gregorio IX e dei suoi predecessori, egli

prese le redini del potere e intraprese la missione di difendere in

quelle male condizioni di cose la Chiesa degenerata, combattendo

contro avversari grandi e senza coscienza come lui. Quand’era

ancora cardinale, Federico II lo aveva tenuto in grande onoranza per

l’acutezza della mente e per l’erudizione sua; una volta papa, la

natura delle cose ne lo fece suo nemico inflessibile. «Negli annali

della gente umana», così dice il massimo Storico di quel tempo, «non

ho mai visto esempî di un odio così acerbo come quello che arse fra

Innocenzo IV e Federico»[418]. Cotale passione ereditaria di partito

punse forte l’animo di un Papa non altrimenti che il cuore di un

Imperatore o di un guerriero della taglia di Ezzelino. In quel secolo

agitato di ambizioni e di cupidigie di regno, pieno di amore di libertà

e di nobile orgoglio di cittadini, travagliato di superbie sacerdotali

e di libidini di tirannia, la ferocia dei partiti rese acremente

battaglieri e sottili nelle astuzie gli uomini e le republiche ed i

governanti, laonde è certo che giudicando di quegli uomini e di quegli

istituti conviene temperar la sentenza che si meriterebbero i loro

delitti e le mancate virtù.

La morte del Pontefice, la vittoria di Manfredi a Foggia, la fuga

dell’esercito battuto, i cui avanzi proprio in questo erano dal

cardinale Fieschi raddotti a Napoli, tutto ciò mise i Cardinali a

costernazione: e dicevasi che i Saraceni s’avvicinassero per massacrare

tutto il sacro Collegio. Tuttavia quel Cardinale e Bertoldo, venuto a

Napoli insieme con lui impedirono che si dessero a obbrobriosa fuga, e

li costrinsero a riunirsi e ad eleggere prestamente il nuovo Papa.

La storia dei Pontefici si compiace di contrasti immediati di persone.

A Innocenzo III era succeduto il mite Onorio III; a Innocenzo IV or

teneva dietro il quarto Alessandro, papa che di guerre non voleva

saperne, grasso e tondo signore, buontempone, benigno, pio, giusto,

timoroso di Dio, ma amante dei quattrini e di animo debole[419].

Reginaldo, vescovo di Ostia e di Velletri, fu eletto ai 12 di Dicembre

1254 a Napoli, e addì 27 di quel mese consecrato con nome di Alessandro

IV. Con lui dunque salì novellamente alla santa Sede un uomo di quella

casa Conti che aveva già combattuto contro gli Hohenstaufen ai tempi

di due grandi Papi: era nipote di Gregorio IX e nato nella diocesi di

Anagni, a Jenna, meschino castello baronale posto sopra la selvaggia

gola di montagne dove ha origine l’Anio[420].

Uomo di poco ingegno, il novello Papa tentò progredire nella via

pericolosa che Innocenzo IV e gli eventi gli avevano tracciato. Con

donativi s’acquistò amici, confermò ai fratelli Bertoldo, Ottone

e Lodovico di Hohenburg i feudi lor concessi dal suo predecessore,

e, per separarli del tutto dalla causa di Manfredi, vi aggiunse il

ducato di Amalfi. Sebbene senza risultamento, negoziò con Manfredi,

il quale temevasi che presto comparisse innanzi a Napoli, e perfino

spedì lettere in Alemagna che assicuravano il piccolo Corradino della

sua benevolenza; ma tosto dopo, ai 9 Aprile 1255, mandò anche in

Inghilterra una Bolla in cui confermava definitivamente l’infeudazione

di Edmondo, e a questo Principe concedeva l’investitura di Sicilia,

retaggio dell’altro. In tal guisa Alessandro IV si smarrì ancor più

nel folto di quel labirinto politico in cui si era avvolto il suo

predecessore. E in tutto imitandolo, senza fede o coscienza, convertì

il voto onde Enrico III s’era impegnato di intraprendere una Crociata,

nell’obligo di conquistare la Sicilia; e fino al Re di Norvegia chiese

che invece di peregrinare al santo sepolcro, venisse a Napoli per

aiutar colle armi sue il Re inglese. Di questo modo, alle guerre della

loro politica domestica i Papi diedero del continuo forma e apparenza

di Crociate religiose[421].

Grandi erano le angustie di denaro cui si trovava ridotta la Chiesa

esausta di forze. Enrico III prometteva mari e monti, ma nulla dava

più: e il Papa vedeva sfumare la speranza di torre a Manfredi il

regno di Sicilia, del quale questi era stato confermato reggente per

parte di Corradino ossia della sua tutela; perciò Alessandro abbandonò

Napoli che era divenuta mal sicura, e andò nel Luglio ad Anagni, donde

sulla fine del Novembre 1255 si ricondusse a Roma. Qui frattanto una

mutazione rilevantissima era avvenuta.

§ 3.

Governo di Brancaleone a Roma. — Intendimenti delle corporazioni. —

Loro attenenze in Roma. — Organamento della corporazione dei mercanti.

— Fondazione del _Populus_. — Brancaleone, primo capitano del popolo

romano. — Sua caduta e sua prigionia nell’anno 1255. — Bologna colpita

dell’interdetto. — Emanuele _de Madio_, senatore. — Brancaleone è

liberato, e torna a Bologna.

Già da tre anni Brancaleone governava Roma con energia grande; e i

nobili tracotanti, massime gli Anibaldi e i Colonna, erano stati domati

da lui che agiva con giustizia imparziale, e non usava riguardi a

chicchessia[422]. Colle armi il Senatore ripristinò la giurisdizione

del Campidoglio sopra le città del distretto e sulle castella dei

baroni, sottopose parecchi patrimonî della Chiesa alla «Camera»

urbana, assoggettò il clero a gabella, e lo costrinse a star sotto

la competenza del tribunale civile[423]. Roma, affatto independente

dall’Imperatore e dal Pontefice, era diventata uno Stato libero e

tenuto in estimazione, sotto il reggimento di un republicano di spiriti

fieri e generosi, che all’officio di senatore aveva dato una vera

importanza politica. Il popolo amava Brancaleone come suo amico e

protettore; e sopra il popolo fondava egli la sua forza.

Se ci fossero conservate notizie precise del suo governo, noi vedremmo

che per lui la democrazia sorse in Roma a maggior potenza, e che le

corporazioni romane ne ottennero costituzione più salda. Notammo che a

Perugia esistevano maestranze armate in leghe difensive e guerreggianti

contro la nobiltà; le vedemmo, sul punto di stabilire un reggimento

popolare, essere perciò disciolte dai Pontefici: e infatti colà,

fin dall’anno 1223, gli artigiani avevano formato delle associazioni

politiche sotto lor consoli, rettori o priori[424]. A Milano le arti

avevano fin dal 1198 composto un Comune, detto la Credenza di santo

Ambrogio; e in quel medesimo torno di tempo anche le maestranze

di Firenze s’erano ordinate saldamente. A Bologna gli artigiani

si sollevarono nel 1228, fondarono una lega, e si conquistarono il

diritto di sedere nel palazzo comunale[425]. Il quarto stato, quello

dei lavoratori, che fino adesso nei Comuni era stato escluso dalle

faccende di governo, s’agitava dappertutto per ottenere la sua parte

nel reggimento e per conseguire importanza civile accanto alla grande

borghesia e alla nobiltà, che avevano riempiuto di sè i Consigli

comunali. Il lusso crescente rendeva gli artigiani agiati e numerosi, e

la brama universale di acquistar potere incoglieva dal sotto in su le

loro classi finora vissute nell’oscurità. La natura mirabile di quel

ceto di uomini pacifici ed attivi che cominciò a prendersi in mano il

governo nelle Republiche, che sul principio del secolo decimoquarto

rimutò o distrusse l’antica costituzione comunale, che schiacciò o

umiliò la nobiltà educando una turbolenta signoria di plebei, non ci è

descritta in alcun luogo più manifestamente che a Firenze, nè in alcuno

ci è rimasta più al bujo che in Roma.

Nella Città, da tempi antichissimi, esistevano le gilde di artigiani

in forma di corporazioni o persone morali, quantunque per il periodo

di cui parliamo non se ne tenga nota in documenti. Il loro concetto

antico di _Schola_ s’era nel generale mutato in quello latino di

_ars_ (arte, maestranza); però anche a questo tempo l’antica parola

si ritrova[426]. All’età di Brancaleone esse avevano loro presidi con

nome di consoli ovvero di _Capita artium_; e, sebbene nessun documento

faccia menzione delle attenenze in cui si trovassero col Comune del

Campidoglio, tuttavia men tardi, nell’anno 1267, vediamo comparire

in parlamento i presidi delle maestranze, e, accanto ai Consoli dei

mercanti, prender parte a negozî politici[427]. Quante corporazioni al

tempo di Brancaleone fossero riconosciute in Roma, non sappiamo; ma nel

1317, conformemente all’ordine costituzionale, ve ne furono tredici,

delle quali le maestranze dei mercanti e degli agricoltori (_ars

bobacteriorum_), sì come era avvenuto in antico, reputavansi le più

ragguardevoli[428].

Del paro che in tutte le floride città d’Italia, così anche in Roma

i mercanti componevano la maggiore delle maestranze. Avvertimmo come

eglino formassero l’aristocrazia del denaro da cui Federico II ed i

Papi cavavano prestiti; e ciò dimostra che Roma, dove già esistevano

banchi fiorentini e sanesi sotto consoli loro proprî, per sue relazioni

con Sicilia, con Bisanzio e coll’Oriente non era l’ultima delle

piazze commerciali. I mercanti romani trafficando con capitali e con

imprestiti costituivano una vera potenza, ma non per questo assumevano

una posizione politica nella Republica. La loro corporazione si assestò

soltanto nell’anno 1255 in forma nuova; e poichè tal cosa avvenne nel

terzo anno del governo di Brancaleone, ne concludiamo che propriamente

da lui le corporazioni romane ricevessero fortitudine[429]. D’allora in

poi la mercatanzia di Roma fu presieduta da quattro consoli, da dodici

_consiliarii_, da notai e da altri officiali eletti annualmente[430].

Raccoglievasi a tornate nella chiesa della sua compagnia, detta di

san Salvatore _in Pensilis_, presso al circo Flaminio; e là, nella

strada derivata dal circo stesso ed appellata _ad apothecas obscuras_

(quartiere medioevale dei mercanti), trovavansi i suoi fondachi

di merci: ivi i giudici della gilda, ossiano consoli, sulla piazza

che si stendeva dalla «torre di mercato» fin verso il Campidoglio,

avevano officio di far ragione in certi giorni determinati alla gente

della corporazione, decidendone le controversie[431]. I mercanti,

come ogni altra maestranza, eleggevano deputati (_statutarii_)

che rivedessero i loro Statuti e coll’adesione dei Consoli e dei

consiglieri ne promulgassero di nuovi, i quali (insieme al registro

del sodalizio in cui erano inseriti) venivano presentati a ciascun

Senatore in Campidoglio, affinchè per iscrittura li confermasse[432].

Gli antichissimi Statuti della gilda de’ mercanti romani, ancor

dettati in lingua latina, furono stesi in iscritto nell’anno

1317, ma contengono consuetudini ancor più antiche[433]. Trattano

solamente dell’amministrazione della corporazione, e non significano

alcuna compartecipazione alle faccende di Stato, ad eccezione della

sopravveglianza sulla zecca che loro era accordata ad impedire che si

battessero denari di cattiva lega[434].

Ma nè i mercanti, nè altre arti ottennero in Roma vero ascendente

politico, perocchè in una città senza industria, potenza possedessero

solamente il clero, i nobili e i proprietarî di beni fondi. Le antiche

famiglie consolari e le case senatorie del grande ceto cittadinesco del

primo Comune continuavano a conservare il potere in Campidoglio; e il

trattato dell’anno 1242 con Perugia e con Narni dimostra che la nobiltà

teneva il predominio nel Senato romano. Però, durante le discordie

interne a’ tempi di Innocenzo III e di Gregorio IX, indi durante la

lunga assenza dei Papi, le classi inferiori del popolo mirarono anche

in Roma ad innalzarsi, e tentarono di mutare la costituzione comunale.

Il titolo officiale di «capitano del Popolo romano», che Brancaleone

per primo aggiunse a quello di Senatore e adoperò in documenti

dell’anno 1254, significa secondo il suo concetto un Comune popolare

(_Populus_) formato delle corporazioni e delle classi inferiori di

cittadini. Convien dire che anche a Roma avvenissero fatti simiglianti

di quelli che recarono mutazioni democratiche a Bologna, a Milano,

a Firenze, a Perugia; ed infatti può darsi che ormai la scissura

del Senato avvenuta al tempo di Innocenzo III, allorchè la parte

democratica levò al potere uomini di sua confidenza (_boni homines_),

desse la prima spinta alla formazione posteriore del _Populus_,

ossia federazione di tutte le maestranze[435]. Che ciò fosse conforme

all’indole del tempo, cel mostra la rivoluzione importante che avveniva

a Firenze. Là, nell’Ottobre 1250, la cittadinanza s’era sollevata

contro la nobiltà ghibellina, aveva formato un nuovo Comune popolare

(Popolo), e creato Umberto di Lucca a «capitano del Popolo»[436].

Qualche cosa di simile avvenne fuor di dubbio anche a Roma. Massime

dall’anno 1250 in poi, l’officio di «capitano del Popolo,» analogo a

quello di tribuno popolare, fu introdotto nelle città italiche, per

guisa che il Podestà continuò ad essere rappresentante politico dei

Comuni, laddove il Capitano essenzialmente fu investito del potere

militare e di una parte del potere giudiziario. Per verità, a Roma,

il «Capitano del Popolo» compare soltanto di tratto passeggiero,

perciocchè ivi di regola fosservi due Senatori; e solamente

Brancaleone, il quale nell’anno 1252 riunì nella sua persona il potere

senatorio diviso, si appellò «senatore dell’alma Città, e capitano del

Popolo romano»[437].

A far cadere il grande Bolognese lavoravano con rabbiosa acerbità

nobili e clero, e sopra tutti l’offesa famiglia dei Colonna. Sul

principio di Novembre del 1255 s’erano già compiuti i tre anni del

suo officio; or come il popolo chiedeva che si rieleggesse, la parte

avversaria lo gravò di accuse innanzi al _Syndicus_, andò strombazzando

che si voleva perpetuare la tirannide di uno straniero, e finalmente

prese d’assalto il Campidoglio. Costretto ad abbassare le armi,

Brancaleone si arrese al popolo e fu chiuso nel _Septizonium_; ma poco

dopo, consegnato in mano alla nobiltà, venne tradotto nella torre

di Passerano[438]. Il generoso uomo la cui morte chiedevano baroni

e cardinali, sarebbe stato indubbiamente perduto, se non lo avessero

protetto gli statichi romani che Bologna teneva ancora in custodia. La

sua valorosa moglie, Galeana, fuggì di Roma, e unita ai parenti del suo

sposo scongiurò il Consiglio di quella città a non dimettere in libertà

gli ostaggi, ma a far sì che i Romani sciogliessero dai ceppi il loro

concittadino. La Republica bolognese mandò allora alcuni ragguardevoli

uomini a Roma; però il Papa, che, caduto il Senatore, s’era incorato a

venir nella Città, respinse la richiesta e domandò che senza condizioni

si restituissero gli statichi. Bologna tenne fermo negando, ed allora

i nobili e parecchi Cardinali tanto e tanto fecero, che il Pontefice

scomunicò quella città guelfa, protettrice antica della Chiesa.

Tuttavia neppur l’interdetto piegò il coraggio indomito dei Bolognesi;

quei magnanimi cittadini seppero mostrare che gli spauracchi degli

anatemi erano omai diventati strali spuntati, e tennero gli ostaggi in

custodia ancor più stretta e severa[439].

Frattanto a Roma il partito vittorioso si faceva ad eleggere un nuovo

Senatore, e la scelta cadde sul milanese Martino della Torre: però

questi non accettò, onde a senatore fu nominato Emmanuele _de Madio_,

con un altro che gli fu posto allato con officio di _Capitaneus_.

Emanuele, cittadino bresciano, era stato in prima podestà di Piacenza,

e, fuggito innanzi ad Ezzelino, era venuto a Roma[440]: or l’elezione

che si faceva di un forestiero anche dopo caduto Brancaleone, dimostra

che non peranco la nobiltà si fidava di rimandare senza ascolto

le richieste del popolo. Le lettere supplichevoli che gli ostaggi

scrivevano da Bologna, e la savia costanza dei Bolognesi i quali,

avendo colto due parenti di Alessandro IV nella Romagna, con molti

onori gli avevano rimandati al Pontefice, tutto questo fece sì che

finalmente Brancaleone fosse messo in libertà; e forse vi ebbe parte

eziandio l’attitudine minacciosa del popolo[441]. Lo si obbligò a

comparire innanzi al _Syndicus_ del nuovo Senatore ed a dichiararvi

che rinunciava ai suoi diritti: fecelo egli, ma protestando di esservi

stato costretto colla violenza. E quando più tardi, nell’Agosto ovvero

nel Settembre dell’anno 1256, partì di Roma, la nobiltà romana gli

mandò dietro il sindaco Andrea Mardone fino a Firenze, e indusse

il Consiglio fiorentino a non lasciar uscire della città il temuto

ex-Senatore, se prima in presenza sua non avesse rinnovata la rinuncia

giurata già a Roma. Brancaleone rinnovolla, ma colla stessa riserva

dei suoi diritti verso il Comune di Roma e verso persone private, cui

dichiarò di non aver mai fatto rinunce: senza dubbio vi si involgeva

in mezzo anche la domanda di una parte del suo stipendio che era stato

trattenuto in deposito nella «Camera». In questo modo ei fe’ ritorno,

coperto di gloria, alla sua terra natia, la quale rimandò gli ostaggi e

fu sciolta dalla scomunica[442].

§ 4.

Cade Emmanuele _de Madio_ (1257). — Il demagogo Matteo _de Bealvere_.

— Brancaleone torna in officio di senatore. — Punizione inflitta ai

nobili. — Distruggonsi le torri della nobiltà a Roma. — Brancaleone

muore (1258). — Onorifica memoria di lui. — Sue monete. — Castellano

degli Andalò, senatore. — Cade, ed è fatto prigioniero. — Napoleone

Orsini e Riccardo Anibaldi, senatori. — Cade la casa dei Romano. — I

flagellatori.

Il reggimento di Emmanuele _de Madio_ fu tumultuoso e infelice.

Creatura della nobiltà romana di fazione guelfa, non servì che a

scopi di parte, e con debolezze e con mali tratti irritò contro di

sè il popolo che era stato il grande amore di Brancaleone. Del potere

s’impadronirono gli Anibaldi, i Colonna, i Poli, i Malabranca ed altri

maggiorenti; si tornò alle confusioni antiche, e l’odiosa reazione

aristocratica partorì guerra civile. Il popolo che benediva Brancaleone

e bramava il ritorno del suo robusto governo, si sollevò; e quasi

senza posa combattè tutto intorno al Campidoglio e per le vie della

Città[443]. Nella primavera del 1257 la rivoluzione si fece universale.

Le maestranze presero le armi, si allearono insieme, e a loro demagogo

e caporione levarono un mastro fornaio di origine inglese, chiamato

Matteo _de Bealvere_. Emmanuele restò morto nella guerra civica; una

parte dei nobili fu discacciata, e il Papa medesimo costretto a recarsi

a Viterbo, dove fu sulla fine del Maggio[444].

Tosto il popolo romano richiamò di Bologna Brancaleone, ed ei venne non

senza pericolo, perocchè la Chiesa gli tendesse agguati. Si accolse con

giubilo il prode uomo che per tre anni aveva con tanto vigore governato

il popolo e lo aveva difeso contro la prepotenza dei nobili: nè v’ha

dubbio che gli fosse nuovamente conferita la podestà senatoria per

altri tre anni[445].

Non appena che Brancaleone ebbe ripreso possesso del Campidoglio, ei

die’ principio al suo secondo reggimento con una severità che forse

la sete di vendetta ringagliardiva, ma che le condizioni della Città

rendevano certamente necessaria. Tutti i tribolatori del popolo cacciò,

o gettò in carcere, o mandò al supplizio. Due Anibaldi, parenti di

Riccardo cardinale, fe’ appendere alle forche. Con Manfredi (che adesso

era diventato padrone della terraferma e dell’isola di Sicilia, e già

pensava a insignorirsi della corona) conchiuse un’alleanza che avea

per iscopo di annientare la parte guelfa. Se paia contraddizione che

Brancaleone, republicano per indole e per tendenze, si unisse coi

nemici nazionali della libertà civica d’Italia, convien pensare che ciò

derivava dalle attenenze speciali in cui la città di Roma trovavasi col

Papa. Mentre fuor di Roma questi pareva esser capo naturale dei Guelfi

e protettore della independenza municipale, in Roma la faceva invece da

ghibellino, precisamente come quegli che proteggeva i baroni feudali di

origine germanica, coll’aiuto dei quali solamente teneva in freno la

democrazia. Alessandro IV scomunicò Brancaleone e i suoi consiglieri,

ma alla impotenza di lui si rispose colle beffe; e il Senatore,

dopo aver protestato che il Papa non aveva diritto di scomunicare il

magistrato romano, con publico editto bandì un’impresa contro Anagni:

si assoggettasse, diceva, questa patria del Pontefice al Senato, se non

voleva esser rasa al suolo. I congiunti di Alessandro IV, spacciati a

Viterbo dall’atterrito Comune di Anagni, si gittarono supplichevoli

a’ piedi del Papa, e tanto fecero che egli dovette umiliarsi, e

chieder compassione al formidabile Senatore[446]: probabilmente anche

lo sciolse dall’anatema. Alla podestà civile del Papa in Roma non si

badava più.

Brancaleone volle adesso mercè un colpo maestro farla finita cogli

ottimati arroganti: comandò che si smantellassero le torri dei nobili,

rocche levate ad oppressione del popolo, carceri dei debitori, caverne

di turpi violenze. Sotto quella lista di proscrizione, nell’anno 1257,

convien credere che cadessero più di centoquaranta torri ben munite,

sulle quali il popolo ardente di vendetta si scagliò con furore di

distruzione. Il gran numero delle rocche abbattute può dare un’idea

della moltitudine che di esse v’era in Roma; giacchè, per quanto

la giusta legge abbia toccato la maggior parte delle torri, pure è

difficile che Brancaleone tutte le facesse atterrare, e parecchie di

maggiorenti ghibellini o di genti amiche ne andarono immuni. Se le

torri dei nobili nella Città si contino a trecento, se trecento se ne

attribuiscano alle mura cittadine, ed altrettante alle Chiese, per

certo Roma a quell’età offriva lo spettacolo belligero di una città

che alzava al cielo un novecento torri[447]. Se poi si pensi che molte

di esse in pari tempo componevano una parte essenziale delle case de’

nobili ed erano costruite sopra monumenti dell’antichità, ei si può

credere quanta ruina di vecchi edifizî quella demolizione sistematica

abbia recato. Perciò Brancaleone si schiera fra i pessimi nemici

dei monumenti romani, ed una età novella di rovina della Città data

da lui[448]. Le case consecrate alla distruzione furono abbandonate

eziandio al saccheggio, e in quell’occasione ne perirono anche gli

archivî famigliari co’ loro documenti.

Dovette pure essere squallida la vista che presentò la Città dopo

di quella devastazione; ma Roma, come tutti gli altri paesi, era

abituata a cotali rovinii. I cittadini di quei tempi non avevano mai

la gioia di vedere secura e bene ordinata la patria. Passeggiavano

in mezzo ai ruderi, e cumuli nuovi ne miravano sorgere quasi ogni

dì. Lo smantellamento dissennato e barbarico delle case era un fatto

abituale, come oggidì sarebbe un qualche ordine di polizia. Le città

del medio evo erano costantemente in demolizione e in fabbrica; e

vie e mura e case nella loro rapida mutazione riflettevano come in

uno specchio l’indole dei partiti e le loro furie e le turbolenze

di un governo che sempre cambiava. Quando il popolo si sollevava a

rivolta, smantellava le case dei nemici; quando una famiglia osteggiava

l’altra, si atterravano le case della parte che soccombeva; quando il

magistrato urbano esiliava delinquenti, le loro case si rovesciavano;

quando l’Inquisizione scopriva in qualche abitazione degli eretici, per

comando del governo quelle si radevano al suolo, come se di là fosse

passato il terremoto[449]. Quando un esercito conquistava una città

nemica, se ne abbattevano le mura, se pure la città tutta intiera non

si distruggeva. Dopo la celebre battaglia di Monteaperti non ci volle

meno che il generoso coraggio di un grande cittadino per impedire che

gli irritati Ghibellini radessero al suolo Firenze: ed ancora verso la

fine del secolo decimoterzo la collera di un Pontefice fece smantellare

una intiera città; Bonifacio VIII fe’ spargere il sale sui ruderi di

Palestrina, all’istesso modo che un dì il Barbarossa aveva seminato il

sale sopra Milano.

In quella ruina delle torri romane furono travolte anche le famiglie,

chè molti ottimati espiarono le loro colpe con esilio, colla confisca

dei beni, e lasciando sul patibolo le ossa. Ma ora la pace e la

sicurezza tornarono nella città e nella Campagna, la quale fu nettata

dalle masnade di ladroni che la infestavano[450].

Brancaleone governò amato e temuto, ma per poco. Mentre stava

assediando Corneto infermò di febbre, si fece trasportare a Roma, e

morì in Campidoglio nel vigore di sua vita: correva l’anno 1258[451].

Con sentenza concorde i contemporanei celebrano in lui l’inesorabile

vendicatore di tutte le ingiustizie, l’amico severo della legge, il

protettore del popolo: bellissimo elogio pei governanti di tutte le

età. In quel forte cittadino di Bologna, allievo pratico della sua

scuola di giurisprudenza, rivisse uno spirito antico, che incarnò in

sè egregiamente la vigoria republicana del suo tempo. Perchè egli

abbia diritto all’onoranza dei posteri basti dire che ei seppe per

parecchi anni tener l’ordine nella Città divisa dalle fazioni e darle

il beneficio di una legittima libertà. Se avesse governato più a lungo

egli avrebbe introdotto delle grandi novità nelle relazioni della Città

col Papa, e perfino la tirannide (fosse stata anche lunga) di un uomo

della sua tempra non avrebbe pei Romani potuto essere che salutare.

Il popolo romano onorò in istrana guisa la memoria del suo ottimo

senatore: la sua testa, come una reliquia, fu collocata entro un vase

di lavoro prezioso, ed esposta a durevole ricordanza sopra una colonna

di marmo: fu un’apoteosi bizzarra, ma il suo trofeo ornò il Campidoglio

meglio che non abbia fatto il carroccio milanese[452]. La ricordanza

di Brancaleone sparve di Roma, dove non v’ha monumento, non iscrizione

che parli di lui. Ciò che solo se ne conserva sono le sue monete: da

una faccia rappresentano l’imagine di un leone in atto che cammina, e

tengono impresso il nome di Brancaleone; dall’altra recano l’effigie

di Roma seduta in trono, tenente in mano una palla ed una palma;

all’ingiro sta scritto: «Roma capo del mondo». Pertanto fu questa

la prima volta che il nome di un senatore fosse inciso sopra monete

romane, le quali si fregiarono soltanto di simboli civili; e così fu

che si abbandonò l’uso fino allora adottato di mettervi sopra l’imagine

o il nome di san Pietro[453].

Come il Papa in casa sua fu liberato del nemico potentissimo, sperò

di poter restaurare a Roma la signoria della santa Sede, mandò legati

nella Città, e divietò che senza suo beneplacito si eleggesse il nuovo

senatore. Ma i Romani si beffarono del suo comandamento. Morendo,

Brancaleone aveva consigliato che gli dessero per successore lo zio

suo; e pertanto avvenne che si nominò a senatore Castellano degli

Andalò, fino allora pretore di Fermo. Indarno reclamò il Papa il

suo diritto elettivo, invano disse che, non foss’altro come semplice

cittadino romano, anche a lui competeva un voto nella elezione del

senatore. Alessandro IV era a quel momento in Anagni, nè venne più a

Roma[454]. Quanto a Castellano, anch’egli seguì l’esempio del nipote,

e si guarentì con ostaggi; però la sua posizione era più difficile e

la sua caduta inevitabile. I nobili esiliati ed il Papa demolirono

la sua potenza, e fu soltanto in mezzo a costanti pugne ch’ei potè

tenersi ritto fino alla primavera del 1259: la plebe comperata a denaro

si sollevò contro lo zio di Brancaleone, e Castellano cacciato del

Campidoglio si gettò dentro a una fortezza di Roma, e oppose robusta

resistenza agli assedianti[455]. Allora, per influenza del Pontefice,

furono levati al seggio senatorio due uomini romani, Napoleone

figliuolo del celebre _Matheus Rubeus_ di casa Orsini e Riccardo

figlio di Pietro Anibaldi[456]; ma quantunque con questa restaurazione

del sistema antico tornasse al potere il partito guelfo, tuttavia

anche i novelli senatori continuarono a tenere alta l’autonomia del

Campidoglio. Ed essi rinnovarono definitivamente la pace conchiusa già

da Brancaleone e da Emmanuele _de Madio_ con Tivoli, per guisa tale che

la città dovette per sempre arrendersi al popolo romano e dichiararsene

vassalla. Da quel momento in poi Tivoli non solamente pagò un tributo

annuo di mille libbre, ma ricevette eziandio un podestà nominato dal

consiglio del Comune romano, ed avente titolo di conte. Però conservò

il diritto di vivere secondo i suoi Statuti, di nominare un _Sedialis_

ossia giudice urbano, un _Capitaneus Militiae_ ossia tribuno del

popolo, ed altri officiali di magistratura[457].

Castellano dovette abbassare le armi, fu cacciato in carcere in

pari modo che in addietro era avvenuto del nipote suo, e si salvò

dalla morte soltanto per via degli ostaggi romani, che Bologna non

restituì ad onta di ripetute scomuniche[458]. Finalmente fu liberato

in occasione di un commovimento memorando che agitò le città d’Italia

subito dopo la morte di Ezzelino e la estinzione della sua casa.

Questo formidabile guerriero, il cui nome divenne proverbiale come di

tiranno medioevale di città, aveva poco a poco conseguito il dominio

dei più ragguardevoli Comuni di Lombardia. Non erano valse lusinghe di

Innocenzo IV o di Alessandro IV per indurre quel genero di Federico II

a romper fede alla causa ghibellina ed a porsi a’ servigi della Chiesa,

che a quel prezzo gli avrebbe perdonato qualunque delitto. Ma alla

fine, dopo eroica resistenza, Ezzelino cadde vicino Cassano in potere

di nemici collegati a’ suoi danni. Gli storici descrivono con emozione

le ultime lotte di quell’uomo straordinario, in cui l’indole della sua

età trasformò i germi di egregie virtù in frutti di colpe detestabili,

per modo che diventò immortale come un Nerone o un Erode del suo

secolo[459]. Ed essi narrano quanto giubilo se ne levasse, e descrivono

la gente che a gran frotte accorse per sbramarsi a mirare la faccia

del tiranno prigioniero; e ne fanno il paragone di un gufo che posa

muto moto mentre stormi di piccoli uccelli lo circondano cinguettando.

Ezzelino morì con tre scomuniche indosso, in silenzio, sprezzando il

mondo, il Papato, la Chiesa, la stessa sua sorte predettagli dagli

astrologhi: morì ai 27 di Settembre del 1259 nel castello di Soncino,

dove gli fu data onorevole sepoltura. Crudelissimo destino ebbe

Alberico suo fratello, che nuovamente aveva disertato dalla Chiesa;

dopo essersi difeso disperatamente nella torre di San Zeno, dovette

arrendersi ai nemici coi suoi sette figliuoli, con due figlie e colla

moglie, che furono tutti scannati sotto a’ suoi occhi, poi egli stesso,

fatto a brani, trascinato a coda di cavalli.

La orrenda caduta della potente casa dei Romano s’aggiunse ad altri

flagelli per metter il terrore nello spirito degli uomini e far

traboccare la piena dei dolori ond’erano abbeverati. Guerre perpetue

e disgrazie, cui la penna non basta a descrivere, avevano ridotto

a desolazione le città. «L’anima mia si sbigottisce», così parla

un cronista di quel tempo, «a dire dei patimenti del mio secolo e

delle sue ruine, perocchè ormai da forse vent’anni, per ragione della

discordia fra Chiesa e Impero, il sangue d’Italia scorra come torrenti

di acque»[460]. Tutt’ad un tratto una corrente elettrica scosse la

gente umana, e la indusse a pentimento; a cento, a mille, a diecimila

persone in una volta movevano in processioni, flagellandosi a sangue.

Città dietro città furono travolte nel vortice di quella disperazione,

e monti e valli risonarono di grida lamentose: «Pace! pace! Signore,

facci grazia!» Molti storici di quel tempo discorrono meravigliati

di quel fenomeno sorprendente; dicono tutti che quell’uragano morale

primamente si levò da Perugia e poi si appiccò alla città di Roma.

N’era presa la gente di tutte le età e di tutti i ceti. Fino i

fanciulli di cinque anni si flagellavano. Monaci e preti prendevano

la croce e predicavano penitenza; vecchi romiti uscivano dei loro

nidi selvaggi, e per la prima volta in vita loro inoltrandosi nelle

vie delle città predicavano penitenza. Gli uomini si spogliavano

delle vesti fino alla cintola, involgevano la testa in un cappuccio,

e pigliavano in mano uno staffile. Si univano assieme a truppe, a

comitive; andavano a due a due, di notte recando torce, camminando

a pie’ nudi sul ghiaccio; circondavano le chiese con salmodie da

mettere paura; si prostravano piangendo appiè degli altari, e cantando

inni alla passione di Cristo si picchiavano con una furia che aveva

della frenesia. Or si gettavano bocconi a terra, ed ora alzavano le

scarne braccia al cielo. Chi li vedeva doveva essere di sasso se non

faceva com’essi. Gare e divisioni cessarono; usurai e ladri salirono

al governo; peccatori si confessarono; si spalancarono le porte dei

carceri; assassini corsero in cerca dei loro nemici e porsero loro in

mano la spada nuda supplicandoli ad ucciderli, ma quegli scagliavano

rabbrividendo lungi da sè le armi, e si precipitavano piangendo a’

piedi de’ loro offensori. Allorquando cotali schiere spaventose di

pellegrini movevano d’una in altra città, vi piombavano sopra come

un turbine, e così quella insania di flagellatori si propagava,

infettandole, di terra in terra[461]. Di Perugia sulla fine di autunno

del 1260 vennero a Roma. Fino i duri Romani ne andarono in estasi; si

apersero le porte delle loro prigioni, e così Castellano degli Andalò

potè fuggirsene a Bologna sua città natale[462].

I flagellatori sono uno dei fenomeni più meravigliosi del medio

evo. Una grave e lunga confusione sociale, conseguenza della guerra

combattuta fra l’Impero e il Papato, aveva partorito la frenesia

religiosa delle Crociate onde gli uomini con fervente desiderio s’eran

volti a cercar redenzione; la stessa brama si rinnovò nei flagellatori

dell’anno 1260. La gente umana contristata dai suoi tanti dolori

raccoglieva nel profondo dell’anima le impressioni di avvenimenti

che la esaltavano; eresie, inquisizione, roghi, fanatismo di frati

mendicanti, invasioni di Tartari, lotta feroce delle due podestà, furia

di fazioni, guerra civile devastatrice di tutte le città, tirannide

di Ezzelino, e fame e peste e lebbra: questi erano i mali che allora

desolavano il mondo. Le peregrinazioni di quei flagellatori, che

parevano altrettanti demonî erranti, fu l’espressione popolare di una

miseria universale, fu protesta disperata e penitenza volontaria della

società, cui s’apprese un contagio morale così grave come fu quello

ond’era caduta inferma al tempo delle Crociate. In quella truce forma

di penitenti gli uomini presero commiato dall’epoca storica in cui

si combattè la guerra mondiale fra Chiesa e Impero. Ma sulla fine di

quest’epoca spuntò un genio, figlio di essa. Fu Dante, che di tutto

quel mondo medioevale compose un sol monumento. Il suo poema immortale

è un duomo meraviglioso, turrito a stile gotico, dalle cui merlature

vediamo sorgere le eminenti persone di quell’età, imperatori e papi,

eretici e santi, tiranni e republicani, i vecchi e i nuovi, i sapienti

e gli ingegni creatori, gli schiavi e i liberi, tutti aggruppati

intorno al genio umano penitente che va cercando libertà[463].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 · 第 12 / 29 题