CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Federico II in Germania e in Italia. — Ei risolve di romper guerra

contro la federazione lombarda. — I Comuni ed il Papa. — Lega delle

città umbre e toscane. — Quale idea si formasse il Papa del suo diritto

di signoria sull’Italia e sul mondo. — Titolo di proconsole de’ Romani.

— Pietro Frangipane. — _Johannes Poli_ e _Johannes Cinthii_, senatori.

— Torna il Papa nel 1237. — Battaglia di Cortenuova. — Il carroccio

milanese a Roma. — _Johannes de Judice_, senatore.

Era omai trascorso un anno dacchè Gregorio IX trovavasi esiliato in

Tuscia; e due altri ancora ei dovette rimanerne in bando ad onta di

quella pace, imperocchè nella turbolenta Roma non avrebbe trovato un

sol momento di tranquillità. Soggetto di odio e di discordia ve n’era

abbastanza; e Federico soffiava in quel fuoco per opporre al Pontefice

impedimenti nelle sue relazioni colla lega dei Lombardi. La ribellione

di re Enrico aveva costretto l’Imperatore nell’estate dell’anno 1235

ad andarne in Alemagna, dove il figlio suo, povero acciecato, gli si

arrese prigioniero: ed egli poi nel Luglio si sposò per la terza volta,

menando in moglie Isabella d’Inghilterra, e così s’alleò con quella

potenza che era stata appoggio dei Guelfi. Nel soggiorno che fece per

più di un anno in Germania, Federico vi ordinò felicemente le cose;

indi tornò in Italia per castigare i Lombardi. Era allora all’apogeo

della sua potenza. Italia (così scriveva al Papa) è retaggio mio, e

tutto il mondo lo sa[256]. Questa orgogliosa parola dell’Imperatore

conteneva un vero manifesto onde si proclamava la rottura dei principî

stabiliti a Costanza e ad Egra: Federico II voleva fare di tutta la

penisola una sua monarchia.

La pazienza di lui era giunta agli estremi. Negoziati lunghi, in cui il

Papato aveva sempre parteggiato per i Lombardi, non avevano fatto che

accrescere la baldanza delle città. Quei borghesi audaci tagliavano le

comunicazioni fra Italia e Alemagna, impedivano che si raccogliessero

le Diete nelle città dell’Italia superiore, e non permettevano che

milizie tedesche valicassero più i passi delle Alpi. Era troppo per

l’orgoglio del grande Imperatore. Quand’ei montò a cavallo per marciare

su Mantova e incominciar la guerra contro i federati, impugnata la

bandiera imperiale, sclamò: «Il pellegrino può correr liberamente

per tutto il mondo, ed io non potrò muovermi entro a’ confini del mio

Impero?» Convinto in buona fede del suo diritto imperiale, Federico II

intraprese pertanto la lotta contro quella medesima lega lombarda, cui

era soccombuto l’avo suo. Un’idea di legittimità, un errore di tragica

grandezza demolì la sua casa gloriosa. Forse che la savia moderazione

del Barbarossa non è messa in miglior rilievo dal fallo del nipote suo,

il quale, quantunque fosse uomo di genio, volle resistere alla corrente

del secolo e ne fu travolto? Nei Comuni si racchiudeva il germe della

vita futura del mondo; in essi, non più nell’Impero, si accoglieva

il principio della civiltà; la loro vittoria si conveniva all’indole

del tempo, e soltanto per ragione di loro trionfava anche il Papato,

perciocchè la Chiesa (parimenti che nel secolo duodecimo) si facesse

protettrice della cittadinanza e delle sue libertà, così che da quelle

fonti di potenza conforme all’età nuova attingeva ella eziandio forze

di novella gioventù. Nella gran lotta di principî che ora stava per

riardere, l’oggetto più prossimo e veramente pratico si era il rapporto

d’investitura delle città coll’Impero, ma l’intento più elevato era

l’autonomia della nazione italiana, che non voleva più chinare il capo

alle pretese degl’Imperatori tedeschi affermanti che la penisola era

loro retaggio. Accanto ai Comuni si collocava il Papato fattosi potenza

nazionale, combattente pel fondamento temporale della sua podestà, per

quello Stato italico della Chiesa che esso espressamente teneva come

simbolo della sua signoria universale[257]; combattente per affrancarsi

dall’autorità dello Stato; bramoso di far piegare l’Impero sotto il

tribunale della santa Sede e di ridurre in essere le sue temerarie

pretese di quella universale dominazione. Le Republiche cittadine

somministrarono ai Pontefici pretesti e modi di pugnare per la causa

loro propria, che in fondo nulla aveva di comune colla cittadinanza

italiana, ma che vi si era associata strettamente per il principio di

nazione.

Tutta Italia prese parte alla nuova lotta dell’Impero colla Chiesa: ed

invero le due potenze miravano entrambe alla signoria d’Italia; quello

coll’idea ghibellina di unità monarcale, questa coll’idea gerarchica

che trovava suo sostegno nell’intento guelfo della independenza

nazionale. Ognor sempre il centro di gravità della storia posava

in Italia, patria di quei contrasti che continuamente commossero la

gente umana. Le guerre che disertarono la bella contrada, formarono

la grandezza politica della sua vita medioevale: i tempi gloriosi, le

bellissime geste dell’amor patrio italiano appartengono all’età della

casa Sveva; e il genio civile degli Italiani, sentimento gagliardo che

si svolse nelle loro federazioni, fenomeno di civiltà splendidissimo

ma troppo rattamente passeggero, non sopravvisse all’epoca degli

Hohenstaufen. Tosto dopo le grandi idee dei Guelfi e dei Ghibellini

si convertirono in partiti astiosi, meschini e locali, di nobili e di

cittadini; e le magnifiche Republiche in ultima diventarono preda di

tiranni ereditarî, che non conobbero nemmen per nome che cosa fossero

onor di nazione e amore di patria.

Se Federico II avesse potuto ridurre a soggezione i Lombardi, egli

avrebbe riunito Italia sotto al suo scettro. Perciò i Papi furono gli

alleati naturali di quella federazione, che, dopo la perdita degli

ajuti normanni di Sicilia, fu tenuta in conto di baluardo unico della

Chiesa. Appoggio trovarono i Pontefici anche nella lega delle città

tusche e umbre, dove la guelfa Firenze, eterna nemica dell’unità

italica, dove Orvieto, Viterbo, Assisi e Perugia (continuo asilo dei

Papi a questa età) prestarono loro inapprezzabili servigî[258]. Con

grande cautela e senza apertamente ledere il diritto, Gregorio si pose

all’opera: con pari prudenza si condusse l’Imperatore. Ancora l’uno

temeva la potenza dell’altro; ma nulla poteva impedire che tornasse

a scoppiare aperta guerra fra avversarî, di cui l’uno intendeva

restaurare l’autorità imperatoria antica, e l’altro continuava

ad affermare che, di diritto ecclesiastico e di ragion civile,

l’_Imperium_ apparteneva alla santa Sede.

«Re e Principi», così scriveva Gregorio IX a Federico II, «Re e

Principi s’inginocchiano a’ piedi dei preti, e gli Imperatori cristiani

devono subordinare le loro azioni non soltanto al Pontefice romano,

ma eziandio agli altri ecclesiastici. Iddio riservò a sè solo di

giudicare la santa Sede, alla cui sentenza sottopose l’orbe nelle cose

tutte celate e manifeste. E tutto il mondo sa che Costantino monarca

universale, col beneplacito del Senato e del popolo della Città e di

tutto l’Impero romano, dichiarò essere di ragione giuridica che il

Vicario del Principe degli Apostoli, come signore del sacerdozio e

delle universe anime nell’impero del mondo, debba tenere la signoria

di tutte le cose terrene e dei corpi degli uomini. Reputò dunque

Costantino, che quegli cui il Signore affidò l’autorità del cielo in

terra dovesse altresì governare da giudice nelle cose temporali; e

perciò ei diede in perpetuo al Papa romano le insegne e lo scettro

imperatorio, e la Città col suo Ducato intero, che tu col tuo oro

tenti sedurre a danno nostro, e l’Impero. Reputò essere empia cosa

che il giudice mondano esercitasse autorità là dove l’Imperatore dei

cieli ha collocato il capo della religione cristiana universale; e

pertanto affidò Italia al reggimento del Pontefice, per sè cercando una

residenza in Grecia. Di là la santa Sede trasferì l’Impero ai Tedeschi

nella persona di Carlo (che umilmente tolse sulle sue spalle una soma

troppo grave per la Chiesa romana); ma se il Papa colla coronazione e

colla consecrazione affidò ai tuoi predecessori ed a te il tribunale

dell’Imperio e l’autorità della spada, nulla però rimise del suo

diritto di signoria suprema: e tu offendi questo diritto del Papa, e

non meno offendi il tuo onore e la tua fede, poichè non veneri chi è

creator tuo»[259].

In presenza di dottrine così esagerate, è lecito, senza far onta alla

giustizia, di dar colpa ai soli Imperatori di quella grande scissura?

Se Gregorio IX apertamente dichiarava che al Papa competeva la

monarchia universale, che il possedimento dello Stato ecclesiastico non

ne era altro che segno simbolico, puossi far meraviglia che Federico II

imprendesse a distruggere questo simbolo pericoloso?

Nell’estate l’Imperatore bandì un’adunanza a Piacenza di legati di

tutte le città: non vennero però i Romani, che a buon diritto erano

ancora seco lui irritati, onde Federico li rimproverò chiamandoli gente

degenere, e gettando loro in faccia che Milano, la tracotante nemica

dell’Impero, fosse adesso maggiore di Roma[260]. Ogni qualvolta gli

Imperatori ebbero bisogno di lei, adularono la Città colle ricordanze

della sua grandezza vetusta, come se la maestà dell’Impero fosse pur

sempre in essa raccolta. E Federico fece perfino appello alla vecchia

_Lex Regia_ per derivarne un’autorità giudiziaria universale onde il

popolo romano lo avesse investito: a quel titolo ei ricorreva, mentre

il Papa faceva discendere i suoi diritti signorili su Roma, su Italia e

sull’Occidente dalla favoleggiata umiltà di Costantino, e mentre dalla

podestà assoluta di Cristo voleva ricavare la sua suprema autorità

di giudice degl’Imperatori e dei Re[261]. Giusto poi in questo tempo

la nobiltà romana a’ suoi predicati ne aggiungeva ancora un altro

di antico. Nobiluomini si appellavano «proconsoli dei Romani»; nè

credevano con questo di dar nel ridicolo, ma con seria gravità se ne

fregiavano allorchè nella Città o nella provincia avevano sostenuto

qualche alto officio di magistrato, o s’eran seduti da podestà nel

palazzo comunale di qualche Republica, o avevano governato da rettori

qualche terra pontificia. Ed invero, dopo di Innocenzo III, il teatro,

dianzi troppo ristretto per l’ambizione della nobiltà, aveva raggiunto

maggiore estensione, poichè talvolta i Papi mandavano gentiluomini

romani da legati in una provincia a tenerne governo nelle cose civili,

e poichè, ancor più sovente, nobiluomini erano chiamati ad officio

di podestà nelle città della media Italia. Durava per verità ancora

in uso il vecchio titolo di _Consul Romanorum_, onde i nobili s’erano

ornati quando avevano formato fra loro una corporazione politica ostile

al Comune; ma, dopo che furono scomparsi i Consoli governatori del

Comune e giacchè consoli pur si appellarono i presidi delle maestranze,

quel titolo perdette del suo valore ragguardevole che adesso si

trasfuse nell’altro di proconsole, proprio esclusivamente dell’alta

nobiltà. Nè è cosa inverosimile che oltracciò i più illustri ottimati

cominciassero ad assumere cotal predicato come significazione di una

dignità effettiva nel Senato, dove può darsi che venissero formando

una specie di «Camera di Pari»[262]. Dopo i primi trent’anni del secolo

decimoterzo, il loro titolo nuovo fu accettato officialmente dai Papi e

dall’Imperatore[263].

Capo della fazione imperiale era allora Pietro Frangipane, figlio di

Emanuele e nipote di Odone. Si rimproverò a Federico di aver corrotto

quel Proconsole ed altri nobiluomini per destare turbolenze che

nuovamente presero forma di guerra civile. Però la parte pontificia

aveva un valido appoggio nel Senatore, onde prese d’assalto e atterrò

la _Turris Cartularia_, rocca dei Frangipane prossima all’arco di

Tito, per guisa che Pietro non trovò altra salute che nella fuga[264].

La calma si era appena ristabilita nel Marzo dell’anno 1237, quando

la rielezione di Giovanni de Poli a senatore (avvenne nel Maggio)

die’ causa a tumulti nuovi, perciocchè a quello la fazione popolare

contrapponesse _Johannes Cinthii_, aderente dell’Imperatore. Le

fazioni si azzuffarono nella Città, finchè il Poli, assediato nella

torre de’ Conti, capitolò e aderì che il suo emulo tenesse la carica

di senatore[265]. _Johannes Cinthii_ represse colle armi la parte

avversa, tenne vigilate le porte della Città, e cercò di impedire

il ritorno del Pontefice che una parte dei Romani, stanchi di quella

vita, chiedeva ad alta voce. Un assalto che si mosse al Campidoglio

lo costrinse finalmente a cedere, ed allora _Jacobus Capocci_, figlio

del celebre Giovanni e fratello di Pietro cardinale, fu mandato a

Viterbo perchè invitasse Gregorio IX a tornarsene. Capitò infatti il

Papa nell’Ottobre dell’anno 1237, fu accolto dal popolo colle solite

acclamazioni di giubilo, e lo stesso Senatore uscì solennemente ad

incontrarlo[266]. Alcune navi vennero recando vino e grano alla Città

che sofferiva di fame, e preti distribuirono quelle provvigioni un

tanto per ogni regione: il suo ritorno e la conciliazione con Roma

costarono così al Papa più di diecimila libbre di denaro contante. La

miseria cresceva nella Città; già Innocenzo III era stato costretto

a introdurre novellamente le largizioni di denaro e di grani, per

marchi come in antico; e il suo Biografo, parlando di una carestia,

dice che omai si contassero ottomila accattoni publici[267]. V’era poi

in Roma una numerosa plebe di nobili, carichi di debiti e impoveriti,

che formavano l’elemento essenziale delle rivoluzioni civiche; e in

generale il popolo era ridotto a tale stremo da non poter tollerare

in lungo la assenza della Curia pontificia che ne allontanava dalla

Città le ricchezze; e forse è vero quel che si narra, che i Romani,

felicitati del ritorno di Gregorio IX, promulgassero un Editto, ove si

decretava che nessun Pontefice potesse per lo avvenire abbandonar più

la Città[268].

Nel frattempo Federico II aveva combattuto e vinto in Lombardia.

Nel Novembre dell’anno 1236, presa d’assedio Vicenza, ne aveva fatto

signore l’audacissimo capo dei Ghibellini, Ezzelino, figlio di Ezzelino

il monaco. In quell’istesso inverno le cose di Austria lo avevano

richiamato in Alemagna, dove Corrado suo secondo figliuolo era stato

eletto a re dei Romani, in vece del repudiato Enrico. Ma tornato

l’Imperatore in Italia nell’autunno dell’anno 1237, dopochè Ezzelino

omai nel Febbrajo era entrato nella poderosa Padova, Mantova in Ottobre

si arrendeva; la celebre vittoria di Cortenuova, ai 27 di Novembre,

vendicava la sventura di Legnano, ed ivi gli Imperiali schiacciavano

le prodi milizie di Milano gridando: _Miles Roma! Miles Imperator!_

Ancora una volta l’Impero trionfò; e sul campo sanguinoso di Cortenuova

tutto parve perduto per le cittadinanze italiane, il frutto della

pace di Costanza e quanto avevano guadagnato in un secolo intiero.

A Cremona l’Imperatore fece la sua entrata col conquistato carroccio

dei Milanesi, ch’era tratto da un bianco elefante, in quello che il

Podestà prigioniero, Pietro Tiepolo figlio del Doge di Venezia, stava

esposto agli sguardi del popolo, incatenato all’antenna del carroccio.

Ambasciatori romani furono testimonî del trionfo dell’Imperatore; eran

venuti ad annunciargli il ritorno del Pontefice, ed egli affidò loro

l’incarico di agire a Roma secondo i suoi intenti.

Come un Cesare antico, nell’orgoglio della sua vittoria, Federico mandò

al popolo romano gli avanzi del carroccio milanese con molte insegne

conquistate, affinchè li custodisse come trofei in Campidoglio. Durante

il medio evo il carroccio si tenne in conto di palladio delle città.

Un carro riccamente ornato e trascinato da buoi, su cui si erigeva

l’antenna della bandiera coll’imagine dorata di una croce e con suvvi

appesa una campana, veniva condotto nel mezzo delle battaglie come

simbolo sacro della Republica, ed era vigilato da una schiera eletta

di guerrieri, devoti a difenderlo fino alla morte: la sua perdita

pareva sventura orrenda e massima delle vergogne che toccar potessero

all’onore di una città[269]. Federico accompagnò lo strano donativo con

una lettera ai Romani, scritta nello stile di un trionfatore de’ vecchi

tempi, e con alcuni versi pomposi, cui avrà composto qualche poeta di

corte del suo campo[270].

Con profondo dolore il Pontefice vide l’ingresso di quei trofei

della vittoria riportata dall’Impero sulla lega lombarda; ma non potè

impedire al partito imperiale che ne facesse solenne accoglimento in

Roma, od altrimenti temette di provocar Federico con cui non peranco

era venuto allora a rottura: e lo stesso Imperatore gli significò il

suo trionfo in una lettera, il cui tenore e il cui linguaggio devono

averlo acerbamente punto[271]. Le spoglie di Milano furono collocate in

Campidoglio sopra colonne antiche che in gran fretta si rizzarono[272];

ed a memoria del dono imperiale si scrisse un’epigrafe in marmo che

oggidì ancora leggesi nel palazzo dei Conservatori dov’è custodita,

infissa nella parete sopra la scala[273]. Di tal guisa i Romani del

medio evo decoravano con segni di vittoria il loro Campidoglio dai

muscosi marmi: peraltro quei trofei, la campana del Comune, la catena

ossia sbarra di una porta di Tusculo, e di altre di Tivoli e di

Viterbo, e finalmente le ruote di un carroccio, avrebbero fatto ridere

(se gli avessero veduti) gli antichi conquistatori del mondo.

La parte imperiale riacquistò in Roma un istante di sopravvento,

lorquando il Pontefice nel Luglio del 1238 fu ritornato ad Anagni[274].

E poichè talvolta, dopo d’allora, trovansi in Roma due Senatori, ei

conviene credere che la fazione ghibellina vi elevasse uno dei suoi;

ciò che diventò più tardi regola consueta[275]. Tuttavia i Guelfi

tennero così salda resistenza, che Gregorio IX potè nell’Ottobre

far ritorno, e costringere all’obbedienza i suoi avversarî. Uscirono

d’officio Giovanni di Poli e _Oddo Petri Gregorii_, che fin allora

erano stati senatori, e _Johannes de Judice_ fu dalla fazione

pontificia eletto senatore unico[276]. Esordì egli nel suo governo

usando di grande energia contro i Ghibellini, e ne distrusse le torri:

così più d’un bel monumento dell’antichità, e, pare, anche una parte

del palazzo dei Cesari, andarono distrutti[277].

§ 2.

Esorbitanze dell’Imperatore contro i Lombardi. — Il Papa lo scomunica

e gli dichiara la guerra (1239). — Federico in gran collera scrive a’

Romani. — Suo manifesto ai Re. — Manifesto avverso del Pontefice. —

Condizioni difficili di Federico II che combatte contro l’indirizzo

del suo tempo. — Contraddizioni nella sua indole. — Impressione che

le sue lettere fanno sul mondo. — La Curia romana è odiata per le sue

estorsioni di denaro. — Come si ordinassero i partiti combattenti. —

Federico muove guerra contro lo Stato ecclesiastico.

La vittoria di Cortenuova non produsse le conseguenze che se ne

sarebbero aspettate. Per vero dire gli atterriti Milanesi ed altre

città avevano offerto reverenza assoluta alla podestà imperiale e

vassallaggio, avevan promesso di rinunciare agli articoli della pace di

Costanza e di sciogliere la lor federazione, ma l’Imperatore acciecato

chiedeva che gli si dessero a mercè, ed allora i generosi cittadini

prendevano la risoluzione magnanima di difendere la loro dignità fino

all’ultimo uomo. La resistenza delle città salvò ancora una volta

il Papato, e in breve l’Imperatore (che agli Italiani parve essere

un despota efferato) vide la fortuna volgergli le spalle. Perfino la

spedizione di Corrado re, nel Luglio 1238, non seppe costringer Brescia

ad arrendersi; quegli eroici cittadini sostennero lungamente un assedio

crudelissimo, a tale che l’Imperatore fu costretto a ritirarsi con

nocumento della maestà sua. E adesso per istanza del Papa anche le

grandi città marittime di Genova e di Venezia conchiudevano alleanza,

in quello che a Roma tornava a dominare il partito guelfo.

Tutto questo, in presenza di sì grave pericolo, indusse Gregorio per

la seconda volta a entrare in lotta contro il suo potente avversario, e

a prendere apertamente le parti dei Lombardi. In un momento che pareva

faustissimo, egli ruppe la più acerba delle guerre fra la Chiesa e lo

Impero, e lasciò ai suoi successori l’impresa di continuarla. Per la

seconda volta con temeraria risolutezza ei giocò una partita di cui lo

Stato ecclesiastico era la posta. Ai 24 di Marzo del 1239 (e sì che non

ne aveva effettiva ragione) scomunicò nuovamente l’Imperatore, senza

che adesso i Romani gli dessero briga; e con un suo manifesto annunciò

alla Cristianità l’anatema di Federico, e ne sciolse dal giuramento

i sudditi. Raccolto con laboriosa cura un catalogo lungo dei delitti

onde incolpava l’Imperatore, vi pose in primo capo la accusa che

questi avesse eccitato la città di Roma a rivoltarsi contro la Chiesa.

L’asserzione non era senza fondamento; solamente il Papa dimenticava

che nell’anno 1234 chi aveva salvato la signoria della santa Sede su

Roma era pure stato Federico[278].

Lorquando l’Imperatore ebbe a Padova ricevuto la inattesa novella

che il Papa gli dichiarava guerra, congregò intorno al suo trono un

parlamento, e fece che Pietro suo cancelliere in una splendida orazione

spiegasse il diritto suo e il torto di Gregorio; indi diffuse suoi

manifesti pel mondo, ed ai Romani con istizza rimproverò di non avere

impedito il Pontefice nella sua opera sconsigliata. «Ci addolora»,

così scrisse loro, «che proprio nella Città il Prete romano si sia

tolta licenza di calunniare temerariamente l’Imperatore di Roma,

il protettore della Città, il benefattore del popolo, senza che i

cittadini vi abbiano opposto contrarietà: ci addolora che in tutta

la progenie di Romolo, in mezzo a tutti i nobili ed ai Quiriti, fra

tante migliaia di gente, nemmanco un sol uomo abbia alzato una voce di

riprovazione dell’ingiuria fattaci: e sì che di fresco Noi avevamo pure

aggiunto alle spoglie degli antichi trionfi della Città i trofei nuovi

delle nostre vittorie.» Ed esortava il popolo romano, sotto minaccia

del suo sdegno, a levarsi unanime per vendicare un’onta comune e per

difendere l’Imperatore[279].

In quel dì medesimo Federico mandò ai Principi tutti della Cristianità

lettere di maggiore importanza, nelle quali colla penna di Pier delle

Vigne si difendeva dalle accuse del Papa; diceva delle offese che avea

ricevuto dalla morte di suo padre in poi; dichiarava Gregorio IX essere

un prete ambizioso e avaro, profeta falso, del Papato indegno; eccitava

i Principi ad insorgere tutti quanti uniti contro le sue oltracotanze;

faceva appello a un Concilio che avrebbesi dovuto convocare[280].

«Venne su dal mare una bestia carca dei nomi dell’abbominazione; ha

artigli di orso, gola di leone, corpo come di pantera. Spalanca le

fauci per vomitare bestemmie contro il nome del Signore, nè posa di

scagliare strali nefandi contro il suo tabernacolo ed i Santi del

cielo.» Con tali similitudini tratte dall’Apocalisse Gregorio IX faceva

proemio al manifesto con cui, addì 21 di Giugno, rispose all’altro

dell’Imperatore. Quella celebre enciclica, in cui l’odio violento si

ammanta della pompa orientale di linguaggio dell’antico Testamento,

è uno dei più memorandi monumenti della gran lite combattuta fra il

Papato e l’Impero, della superbia romana e delle passioni dei preti

ebri d’ira, dei loro oracoli tonanti, della loro veemente energia. In

quella scrittura Gregorio IX tentava di confutare tutte le querele

di Federico, ma qui eziandio per la prima volta lo tacciava di

avere attentato anche contro la podestà spirituale, e lo marchiava

publicamente di ateismo[281].

Dall’una parte la nuova posizione che il Papato aveva ottenuto colla

fondazione dello Stato ecclesiastico creato da Innocenzo, dall’altra la

posizione nuova che la casa di Hohenstaufen aveva acquistato in Italia

col possedimento ereditario di Sicilia, erano diventate, oltre alla

questione di Lombardia, le ragioni pratiche della formidabile guerra:

lo Stato della Chiesa non era solamente espressione dell’indirizzo

guelfo e nazionale del Pontificato, ma altresì, e massimamente, della

sua podestà civile; Sicilia poi era fondamento dell’idea imperiale

e ghibellina. I Papi volevano essere signori veri di questo reame;

l’Imperatore invece lo svincolava dal suo legame di feudalità verso la

Chiesa: i Papi attraversavano i suoi progetti, e, alleati col partito

guelfo e nazionale, miravano a distruggere i piani dell’Hohenstaufen,

rivolti a unire Italia in un accentramento. Per tali ragioni, più acre

di prima si riaccendeva la lotta fra la novella monarchia pontificia

fondata da Innocenzo III e la nuova monarchia imperiale; e la disputa

antichissima fra la tiara e la corona crebbe con grandezza spaventosa,

specialmente assumendo forma di contrasto fra il mondo politico

e quello ecclesiastico. Quel dissidio, spinto all’apice massimo,

conveniva risolverlo combattendo fino agli estremi. Per Federico II

trattavasi di separare la podestà civile da quella ecclesiastica, di

torre al Pontefice qualsiasi influenza politica, di strappare alla

Chiesa il suo possedimento temporale. La separazione di quelle due

podestà era la grande dottrina bandita dai Ghibellini; su di essa

riposavano tutte le libertà civili e politiche, la libertà di coscienza

dell’uomo individuo, lo sviluppo tutto quanto della civiltà umana.

Federico II fu che proclamò questo grande principio; e in esso stette

riposta la riforma sua, per giungere alla cui meta egli fece appello

all’Europa: se non potè vincere, la cagione massimamente ne fu perchè

la cittadinanza e il sentimento popolare stavano col Papato, e l’idea

monarchica non era ancora pervenuta in Europa a maturità.

Se il grande rappresentante dei diritti civili, che chiamava i Re

in suo aiuto, avesse avuto l’appoggio della cittadinanza, fin da

allora il Papato sarebbe stato schiacciato: se le idee degli eretici

evangelici avessero potuto penetrare nell’indole di quell’età, gli

elementi sparsi dell’eresia si sarebbero fin d’allora raccolti in un

solo intento di riforma, e avrebbero agito di conserva colla foga di un

torrente impetuoso. Ma Federico, imperatore legittimo, era il nemico

della democrazia; anch’egli bruciava sui roghi gli eretici, nè in lui

allignava il genio di una riforma quale fu concepita nei secoli che

vennero dopo: l’umanità non poteva esserne compresa in un tempo ch’era

tutto quanto dominato dal dogma del Pontificato, dall’Inquisizione

e dagli entusiasmi di Francesco e di Domenico: in un tempo in cui un

vanitoso frate dei Predicatori, pari a Pietro di Amiens e a Folco di

Neuilly, riportava trionfi di eloquenza, e colla forza della parola

in breve ora riconciliava parecchie migliaia di cittadini fieramente

guerreggianti fra sè, e faceva piangere nient’altri che un Ezzelino,

ed era tenuto da città poderose per loro oracolo e legislatore[282]:

in un tempo nel quale Federico stesso promulgava nefandissimi editti

contro gli eretici, e con ingenuità senza critica, mentre ferveva la

sua guerra contro il Papa, teneva in conto di verità la similitudine

dei due astri del cielo, un maggiore e l’altro minore, simboleggianti

il Sacerdozio e l’Impero. L’indole del suo tempo, più che quella sua

propria, spiega gli strani contrapposti che s’accolsero nell’animo

di questo grande Imperatore: scomunicato imprendeva una Crociata;

banchettava all’istessa mensa Saraceni e Vescovi; faceva ardere

Minoriti e Domenicani perchè erano amici del Papa, ed eretici perchè

ne erano nemici; si faceva ricevere solennemente nella congregazione

dei Cisterciensi di Casamari, e di sua mano propria coronava a Marburgo

il cadavere della santa Elisabetta; come Arnaldo da Brescia proclamava

essere cosa anticristiana la ricchezza della Chiesa, eppure i suoi

Regesti sono pieni di diplomi benefici largiti a chiese e a monasteri,

e di lettere di immunità concesse alla giurisdizione vescovile.

Un Cronista inglese ha descritto con vivi colori l’impressione che

i manifesti di Federico produssero in Alemagna, in Inghilterra ed

in Francia. La nazione britanna era punta sul vivo del non naturale

rapporto di feudalità in cui si trovava posta colla santa Sede,

della condanna che il Papa aveva scagliata contro la _Magna Charta_,

finalmente dello svergognato saccheggio che facevasi del suo patrimonio

con prebende romane, con decime ecclesiastiche e con tributi imposti

per le Crociate. Federico (dicevano gli Inglesi), combattendo Ottone

IV, ha prestato al Pontefice maggiori servigî di quelli che costui

gli apponga a debito. Eretico non si mostra, ed al Papa scrive con

cattolica umiltà; bensì i Romani son la sanguisuga perpetua della

Chiesa inglese, laddove l’Imperatore non ci ha mandato mai barattieri,

nè predoni delle nostre entrate[283]. E tuttavia lo stesso Storico

confessa che l’efficacia dell’enciclica papale fu assai grande, e

sminuì di tanto l’impressione del manifesto dell’Imperatore, che la

Cristianità si sarebbe sollevata contro di lui, come contro a nemico

della Chiesa, se l’avarizia della Curia romana non le avesse scemato

la reverenza dei popoli. Il giudizio del mondo era scisso, ma i Re

vedevano di buon grado l’indebolimento dell’Impero, e, ad onta delle

contrarietà dei Vescovati dissanguati e messi a disperazione, il

denaro della Cristianità fluiva sempre novellamente negli scrigni del

Laterano. Nè molto andò che, senza alcun risultamento, Federico II

si dolse con Enrico III cognato suo, perciocchè permettesse che in

Inghilterra si facessero le collette onde il Papa ricavava la moneta da

far guerra contro di lui[284].

La Bolla della scomunica fu per vero dire publicata in Francia ed

altresì in Inghilterra senza che vi trovasse contrarietà, ma Gregorio

IX non vide alcun Principe pronto a servirgli da antirè contro un

grande Imperatore da cui emanava pel mondo un vivissimo splendore di

maestà riverita. D’altro canto non venne nemmanco in mente a Federico

II di levare un antipapa. L’unità e la fortezza che Innocenzo III aveva

infuse alla Chiesa rendevano impossibile uno scisma. La decisione

della lotta dipendeva allora essenzialmente dalla lega lombarda;

nell’Italia settentrionale Milano e Bologna facevano da trincee

ancor salde del Papato; Genova e Venezia avevano conchiuso fra loro

alleanza; Azzo di Este, il Conte di San Bonifacio, Paolo Traversari a

Ravenna e Alberico da Romano (fratello di Ezzelino, aveva disertato

la causa dell’Imperatore) erano i capitani dei Guelfi; delle città

umbre e tusche la massima parte teneva le parti del Papa. Con Federico

pugnavano Ezzelino, Padova, Vicenza e Verona; gli erano alleate altre

città, come Ferrara, Mantova, Modena, Reggio e Parma; e con lui stavano

il vecchio Salinguerra, che presto abbandonava la scena del mondo, e i

margravî Palavicini e Lancia: Enzo, suo giovine figlio bastardo, re di

Torre e di Gallura in Sardegna, creato vicario dell’Impero in Italia,

cominciava adesso la sua breve ma splendida vita politica.

Fallite che furono le mediazioni di pace avviate dai Vescovi tedeschi,

e morto a Roma (nel Luglio del 1240) Corrado gran maestro dei cavalieri

Teutonici, i due avversarî entrarono in lizza. Federico volle tenere

la Chiesa in solo conto di potenza politica a lui ostile, e intese a

sradicarne l’organamento che essa s’avea dato dentro dello Stato. Con

persecuzione senza pietà castigò nel reame di Sicilia le resistenze dei

Vescovi e del clero inferiore; con morte, con carcere, con esilio punì

i frati mendicanti cui pose al bando; dappertutto i beni della Chiesa

incamerò o sottopose a tributo. Cotal sorte colpì segnatamente la ricca

Abazia di Monte Cassino che fu secolarizzata completamente. E mentre

l’Imperatore incaricava il figliuolo Enzo di impadronirsi della marca

di Ancona, deliberava di portare egli stesso la guerra nello Stato

della Chiesa, e di schiacciare il suo nemico dentro di Roma, sì come

fatto avevano Enrico IV ed Enrico V. Pertanto avvenne che la Città ne

acquistò importanza locale. L’Imperatore (così dicevasi alla corte di

Gregorio IX), l’Imperatore ha giurato di far del Papa un accattone, di

mettere il santuario al ludibrio dei cani, di tramutare il venerando

duomo di san Pietro in una stalla da cavalli: minacce profetiche

che Federico II (se è vero che le abbia pronunciate) non addusse a

compimento, ma che in tempi assai più tardi, sotto all’imperatore Carlo

V, si verificarono alla lettera[285].

§ 3.

Le città dello Stato ecclesiastico si mettono dalla parte di Federico.

— Questi pone il suo quartiere generale a Viterbo. — Condizioni

disperate del Papa in Roma. — Per che ragione la Città si conservasse

guelfa. — La grande processione di Gregorio IX commuove ad entusiasmo

i Romani, i quali prendono la croce. — Ritirata di Federico II. —

Armistizio. — Il Papa lo rompe. — Deserzione del cardinale Giovanni

Colonna. — Gregorio IX bandisce un Concilio. — I preti prigionieri a

Monte Cristo (1241) — I Tartari. — Negoziati di pace infruttuosi. — Un

Anibaldi e Odone Colonna, senatori. — _Matheus Rubeus_ Orsini, senatore

unico. — Federico blocca Roma. — Gregorio IX muore nel 1241.

Nella primavera dell’anno 1240 Federico entrò nello Stato della

Chiesa, dacchè aveva già apertamente dichiarato di volerlo unire

novellamente all’Impero[286]. Molte città dell’Umbria, della Sabina

e di Tuscia gli apersero le porte; e benanco Viterbo (fino adesso

alleata fidissima del Papa che ne aveva restaurato le mura) disertò

la causa della Chiesa, non tanto per affetto all’Imperatore, quanto

per odio contro Roma, che teneva le parti del Pontefice[287]. Eziandio

Corneto prestò all’Imperatore omaggio, e nella Campagna la fazione

ghibellina di Tivoli teneva relazioni con lui. A tutti i suoi fedeli

Federico scriveva di essere stato lietamente accolto a Viterbo sua

«camera» imperiale, e di aver ricevuto l’ossequio di tutte le città del

territorio romano e della Maritima, nel tempo stesso che il figliuol

suo Enzo teneva in suo potere la marca di Ancona. «Null’altro dunque

mi resta a fare», così diceva, «se non se entrare trionfalmente nella

Città, di dove tutto il popolo romano volge a me gli occhi; ed ivi

restaurare la vetusta autorità imperatoria, e coronare di allori le

mie aquile vittoriose»[288]. Ai Romani indirizzava lettere pompose a

somiglianza di tanti altri Imperatori, antecessori suoi; prometteva la

rinnovazione del loro splendore antico, e gli esortava a mandare senza

tardanza alla sua corte i loro proconsoli Napoleone, Giovanni de Poli,

Ottone Frangipane e Angelo Malabranca, affinchè egli potesse insignirli

di dignità imperiali e di officî di governo[289]. L’Imperatore stava

innanzi alla sospirata sua meta. Da Roma non lo separavano che due

sole giornate di cammino; ed ivi la sorte di Gregorio IX, come in

antico quella di Gregorio VII, dipendeva assolutamente dall’attitudine

che avrebbero assunto i Romani. I Frangipani (già nell’anno 1239

l’Imperatore aveva fatto restaurare la loro torre posta presso

l’arco di Tito, e aveva donato a Odone e ad Emanuele alcuni beni nel

Napoletano), i Frangipani stavano alla testa dei Ghibellini[290];

tuttavia la fazione pontificia teneva il sopravvento, perocchè i Conti,

gli Orsini ed i Colonna durassero concordi dalla parte di Gregorio,

per guisa tale che il Papa aveva potuto in santa pace tornarsene nel

Novembre 1239 alla Città, e scagliare ancora una volta l’anatema su

Federico.

Non giova far meraviglie del coraggio di quel vecchio, avvegnaddio

ei fosse uomo che dalla vita aveva nulla a sperare, che non lasciava

eredi, che personificava in sè il principio della sua Chiesa: per

lo contrario strano parrebbe il contegno dei Romani, se non si

riflettesse che avevano buoni motivi per istarsene col Pontefice anzi

che coll’Imperatore. Se Federico II si fosse impadronito di Roma, egli

avrebbe immediatamente abolito gli Statuti del Campidoglio e tramutato

il Senatore in servo e balivo suo. A Roma la signoria del Papa era

mite e debole; così non sarebbe stata quella dell’Imperatore, nemico

mortale di ogni specie di autonomia cittadina, che a Viterbo aveva

combattuto la Republica romana, che ad ogni istante poteva gettarla

nuovamente in braccio del Pontefice. Tutto questo spiega perchè i

Romani non profittassero di quelle opportunità per ribellarsi contro

la dominazione della santa Sede, cui nell’anno 1235 erano stati di mal

animo costretti a sottomettersi. I patriotti s’erano uniti con Gregorio

IX, per modo che le condizioni delle cose tornavano a fare del Papa il

rappresentante vero dell’autonomia nazionale di Roma.

Per fermo i Ghibellini si fecero più audaci allorquando le soldatesche

dell’Imperatore si avanzarono fin sotto le porte di Roma; molte voci

gridarono: «L’Imperatore! l’Imperatore! A lui vogliam dare la Città!»;

e può darsi che Gregorio IX s’aspettasse finalmente la defezione di

un popolo incostante, che già parecchie volte lo aveva discacciato. In

quelle angustie, ai 22 di Febbrajo, ei tenne una processione solenne,

nella quale furono recate in giro le reliquie della Croce e le teste

degli Apostoli, e trasportate dal Laterano al san Pietro. Fattele

deporre sull’altar maggiore, Gregorio si tolse di capo la tiara, e

posatala sovra quei teschi sclamò: «O voi, Santi, difendete Roma, che

i Romani vogliono tradire!» Bastò questo a operare l’effetto bramato

sulla moltitudine, cui è tanto facile commuovere con misteri e con

scenate da teatro; molti Romani presero dalle mani stesse del Papa

la croce contro l’Imperatore, come se questi fosse stato un pagano,

un saraceno[291]. Federico dalla vicina Viterbo si beffò del numero

e della tempra di quei Crociati, che avrebbero dovuto sentire di

quanto pesasse la sua ira allorchè fossero caduti in suo potere; ma

Gregorio invece reputò fermamente che della repentina mutazione del

popolo romano si dovesse il merito ad un miracolo del cielo[292]. E

l’Imperatore, il cui esercito era troppo sottile per poter assalire

Roma con buon successo, si vide deluso nelle sue speranze, si ritirò

nelle Puglie, e soltanto con lettere sfogò la stizza che provava contro

i Romani.

Venuta l’estate entrò nelle Marche, però senza recar danneggiamenti

alla Campagna romana; e al Papa concesse financo un armistizio,

tuttavia rifiutando di comprendervi i Lombardi: d’altro canto i

Cardinali che instavano per la pace (i moderati formavano fra loro

un forte partito di opposizione) chiedevano che si congregasse un

Concilio generale il quale decidesse della contesa. Ma frattanto il

Papa riceveva una considerevole somma di moneta, e questa d’un tratto

gli forniva agio di sostenere ancora per un anno le spese della guerra;

perlochè disdisse l’armistizio, cui pur poco prima aveva egli stesso

ricercato. Questo modo di agire destò grave malcontento in Roma. Il

cardinale Giovanni Colonna, che era stato il mediatore di quella

tregua, si tenne offeso nell’onore, e apertamente si pose adesso

dalla parte dell’Imperatore, onde con lui ebbe principio l’indirizzo

decisamente ghibellino della sua celebre casa. Giovanni, del titolo

di santa Prassede, era il secondo cardinale che fosse uscito della

famiglia Colonna: favorito di Onorio III, aveva tenuto parecchie volte

l’officio di legato sotto Gregorio IX, ed ancor nell’anno 1239 era

stato mandato nella marca di Ancona per combattervi Enzo. Nel collegio

dei Cardinali quel superbo e ricco principe romano era l’uomo sovra

tutti ragguardevole. La sua deserzione non potè derivare da avarizia

o da malignità; essa fu una protesta contro la politica incauta e

ambiziosa di Gregorio, le cui passioni trascinavano la Chiesa in

un pendio fatale[293]. «Cotai segni», esclama lo Storico inglese,

«rivelano chiaramente che la Chiesa romana ha tratto sopra di sè l’ira

di Dio. E invero i suoi reggitori non si danno cura del bene spirituale

del popolo, ma pensano soltanto ad impinguare la borsa: non cercano

di guadagnare anime a Dio, ma di farsi ricche entrate, di opprimere i

preti, e di torsi audacemente i beni altrui, a tale intento adoperando

censure ecclesiastiche, usure, simonia e cento altri artificî»[294].

Dopo la ribellione di un Cardinale, ebbe il Pontefice a sofferire

un colpo ancor più fiero. Ai 9 di Agosto del 1240, dall’Abazia di

Grotta Ferrata, egli aveva bandito un Concilio con ordine che si

raccogliesse nella prossima Pasqua, a Roma: il pensiero ne era partito

in addietro dall’Imperatore, ma adesso Federico non poteva più aderire

di assoggettarsi alla sentenza di un tribunale che prevedeva a sè

ostile; adesso che le sue armi vittoriose lo avevano reso signore

della massima parte dell’Italia superiore e media; adesso che il suo

avversario era involto nelle estreme difficoltà, che a lui sorrideva

la speranza di dettare da Roma le condizioni della pace. Pertanto

l’Imperatore per iscritto proibì al clero di andare al Concilio; lo

ammonì con grandissime istanze di non farlo, e ricusò di dare qualsiasi

salvacondotto. Una lettera notevole scritta da un prete d’animo franco,

contiene una descrizione non certo lusinghiera per Roma, e dichiara i

pericoli che il clero avrebbe incontrato nella Città. «Come potrete»,

diceva, «aver sicurezza in Roma, dove cittadini e preti ogni giorno

si azzuffano a pro dell’uno, e contro dell’altro avversario? Il caldo

v’è insopportabile, l’acqua putrida, il cibo cattivo e grossolano,

l’aria grave che la si può serrare in mano, tutta piena di sciami di

zanzare; il suolo brulica di scorpioni, gli abitanti vi sono sporchi

e abbominevoli, malvagi e feroci. Il terreno di Roma, quant’è vasta, è

cavo, e dalle catacombe popolate di serpenti esalano vapori velenosi e

mortiferi»[295].

Ma molti prelati di Spagna, di Francia e dell’Italia superiore non

si smossero dall’idea di andare a Roma, non trattenendoli temenza di

pericoli, nè gli ammonimenti ripetuti dell’Imperatore che aveva mare

e terra in poter suo. Gregorio legato di Romania, Jacopo Pecorario

cardinale di Preneste, e Ottone cardinale di san Nicolò li raccolsero

tutti insieme a Genova, e il viaggio fu intrapreso sopra navi genovesi.

Quei preti nutrivano una confidenza cieca, però tutto ad un tratto,

all’altezza del promontorio di Meloria, videro venir loro incontro

il naviglio della Republica di Pisa e la flotta siciliana parati

a combatterli. La celebre battaglia dei 3 Maggio 1241, combattuta

presso alle isole di Monte Cristo e di Giglio fu uno degli spettacoli

più strani che si sieno mai visti sul mare. Più di cento prelati,

cardinali, vescovi e abati furono testimonî tremanti di quel fiero

combattimento, e insieme oggetto della pugna e bottino del vincitore.

Le galee di Genova soffersero una rotta terribile; quali andarono

sommerse colla loro gente d’arme e coi preti, quali (e furono la

maggior parte) caddero prigioniere; e l’ammiraglio imperiale lietamente

veleggiò colla fatta preda pel porto di Napoli. Gli sventurati prelati

navigarono per tre durissime settimane, stretti in catene, sofferendo

fame, sete e scherni dai rozzi marinai, finchè furono giunti alle

carceri di Napoli e di Sicilia; ed ivi (così pianse il Papa con loro)

appesero le loro arpe ai salici piangenti dell’Eufrate, ed aspettarono

il giudizio di Faraone[296].

Questa caccia di preti fe’ gran chiasso pel mondo; nè la Chiesa perdonò

mai all’Imperatore quello che essa chiamò «empio attentato». A Faenza,

testè conquistata, Federico ebbe l’annuncio del colpo maestro che

lo sbarazzava del Concilio. La fortuna sorrideva alle sue bandiere;

umiliata era Genova; Milano vinta dai fedeli Pavesi; presa Benevento;

caduta l’eroica Faenza. Perciò Federico, invece che assediare Bologna,

deliberò di muovere nuovamente contro Roma; laonde di novella fiamma

arse la guerra fra Imperatore e Papa, e quanto fosse dannosa per Europa

lo si vide proprio allora che barbari feroci venienti d’Oriente con

grande vergogna sua la aggredivano. Le terribili orde dei Tartari di

Octai devastavano la Russia, la Polonia e le terre bagnate dal Danubio,

rinnovando nell’Occidente latino lo spavento che in antico avevano

incusso gli Unni. La Cristianità implorava salvamento dall’Imperatore

e dal Papa, ma, con grande vitupero di entrambi, udiva a tutta risposta

il Pontefice predicare la crociata contro l’Imperatore, e l’Imperatore

protestare che penserebbe ai Tartari soltanto dopo che avesse costretto

a pace il sommo sacerdote della Cristianità. Come Federico nel Giugno

del 1241 fu entrato nelle terre spoletine, scrisse al Senato che aveva

avuto annunzio della invasione dei Tartari nelle frontiere dell’Impero;

disse che moveva a gran passi contro Roma per trattare col Papa; ve lo

aiutasse la Città sollevandosi, affinchè, posto fine alle turbolenze

italiane, potesse egli difendere l’Impero dalla gravissima delle

sciagure[297].

Mandò Federico ambasciatori al Pontefice, e lo stesso suo cognato,

Riccardo di Cornovaglia (che in Luglio era tornato dall’Oriente per

la via d’Italia) andò legato di lui a Roma, ma non trovò accesso appo

Gregorio, sordo a tutte le istanze. Quel vecchio indomabile aveva, come

Gregorio VII, fissata l’idea di morire piuttosto che cedere; e, ad onta

che lo avesse diserto il cardinale Colonna colla sua famiglia, non era

in Roma senza amici. Per verità già sul principio del 1241 avevano

tenuto officio senatorio Annibale degli Anibaldi e Odone Colonna

nipote del Cardinale, onde convien dire che la fazione imperiale si

fosse allora assestata nel governo insieme colla parte pontificia;

tuttavia, poichè quei Senatori nel Marzo confermavano un’altra volta il

trattato di pace conchiuso nell’anno 1235, ei si pare che Gregorio IX

continuasse pur sempre ad esser signore della Città[298]. E nel Maggio

dell’anno 1241, quando si venne alla nuova elezione del Senato, a lui

benanco riuscì di darne l’officio agli Orsini, nemici implacabili degli

Anibaldi e dei Colonna, e caporioni dei Guelfi.

Infatti senatore unico diventò _Matheus Rubeus_, uomo celebre, fautore

antico di san Francesco; era figlio di _Johannes Gaetani Orsini_ e di

_Stephania Rubea_, e nipote di _Ursus_, avo della illustre famiglia. E

anch’egli diventò stipite di una casa potente che si partì in parecchi

rami; i suoi figli e nipoti empierono gli annali di Roma de’ loro nomi

e delle loro geste, sul trono pontificio, nel collegio dei Cardinali,

sulla cattedra senatoria in Campidoglio[299].

Se Roma restò fedele al Papa, egli ne andò debitore al fervore

indefesso di quel capitano dei Guelfi. Grande era il pericolo; i

Ghibellini, alla notizia delle vittorie di Federico, insorgevano; il

cardinale Colonna, che lo aveva invitato a venire, e Odone ex-senatore

abbertescavano i loro palagi, posti nelle terme di Costantino, e il

mausoleo di Augusto. Così è appunto che dopo lunga oscurità questo

monumento torna adesso a venir a galla col nome popolare di _Lagusta_;

e già da tempo antico esso era il maggior centro delle fortezze

Colonnesi nel Campo di Marte, alle quali apparteneva eziandio il

prossimo Monte Citorio (_Mons Acceptorii_)[300]. _Matheus Rubeus_

guidò le sue milizie ad assaltare il mausoleo. Ivi dentro trovavasi

forse Odone, laddove il Cardinale invece s’era recato a Palestrina,

e di lì aveva occupato, per conto dell’Imperatore, Monticelli,

Tivoli, e il ponte dell’Anio «di sotto». Stupiva Federico di trovar

indole così bellicosa e ajuto tanto potente in un Cardinale[301];

seguendo l’appello di questo ei venne, ed entrò a Tivoli che gli

aperse spontaneamente le porte. Le sue soldatesche devastarono tutto

il territorio che si stende da Monte Albano e da Farfa fino ai monti

Latini; l’Imperatore fece distruggere Montefortino, cui avevano munito

i Conti, nipoti di Gregorio IX; e, come gli dettava il suo odio contro

il Papa, comandò che i prigionieri si appiccassero per la gola: di

Montefortino non si salvò che una torre già a pezzi rotta, e vi durò

monumento della vendetta imperiale. Dipoi, accompagnato dal Cardinale,

Federico mosse al castello Colonna, e sulla fine dell’Agosto fu a

Grotta Ferrata. Da questo monte, dove anticamente avevano posto campo

Enrico IV, Enrico V e il Barbarossa, ei voleva costringere la Città a

cedere, sia per penuria di vettovaglia, sia per assalto. Ed essa era là

presso a lui, stesa a’ suoi piedi, tutta avvolta nei vapori dell’estate

feraci di febbri; ed in quello il nemico di Federico, il Papa, andava

morendo nell’arsura e nei silenzi del mese di Agosto.

E infatti ecco venir in gran fretta messaggi al campo imperiale: il

Papa era morto! Se sia vero che Gregorio IX campò quasi cent’anni,

conviene dire ch’ei fosse maturo alla morte ad ogni ora e in tutte le

stagioni; tuttavolta l’aver vissuto chiuso nell’assediata Roma fra i

calori dell’Agosto, potè forse a ragione essere considerato non ultima

cagione della sua fine. La Chiesa lo appellò vittima dell’Imperatore.

Quel vecchio indomito e d’animo focoso prese congedo dal mondo come

un generale che, incalzato d’ogni parte, cade sulla breccia guardando

in faccia l’inimico. Dal suo letto di morte vid’egli questo avversario

avanzarsi vittorioso, accompagnato da un Cardinale ribelle, fin sotto

le porte di Roma: e nell’ora dell’agonia il suo occhio scorse davvicino

le ruine dello Stato ecclesiastico, e in lontananza quelle di terre

cristiane che i Tartari avevano mutato in deserti fumanti dei loro

incendî. Gregorio IX passò da questa vita in Laterano ai 21 di Agosto

dell’anno 1241[302].

§ 4.

Federico II torna nel reame. — Elezione e presta morte di Celestino

IV. — I Cardinali si sparpagliano. — La Chiesa rimane priva di capo.

— Lega di Roma con Perugia e con Narni (1242). — I Romani muovono

contro di Tivoli; Federico nuovamente contro di Roma. — Edificazione

di _Flagellae_. — Federico torna sui monti latini. — I Saraceni

distruggono Albano. — Condizioni dei monti latini. — Albano. — Aricia.

— La via Appia. — Nemi. — Civita Lavinia. — Genzano. — La casa dei

Gandolfi. — Terre poste sul versante tusculano dei monti. — Grotta

Ferrata. — Statue di bronzo ivi esistenti.

Per mostrare al mondo che avea mosso guerra contro Gregorio IX e non

contro la Chiesa l’Imperatore cessò tosto dalle sue ostilità verso

di Roma. Fece anzi di più; ai due Cardinali che teneva nelle carceri

di Capua concesse che andassero alla Città per prendere parte alla

nomina del Papa, col patto però che ad elezione compiuta tornassero a

darglisi in mano a Tivoli: e questo i due conscienziosamente fecero.

Del resto la morte dell’indomabile Gregorio era tornata assai gradita

agli uomini temperati, poichè adesso speravano di salvare la Chiesa

dalla ruina che la minacciava. Dieci Cardinali trovavansi nella Città

senza consiglio e mal securi; e il Senatore, come capo della Republica,

li serrò nel Septizonio per constringerli a venir prestamente

all’elezione. Dopo lungo disputare fra i Gregoriani severi e i moderati

che gli avversavano e suggerivano arrendevolezza all’Imperatore, dopo

le gravi sofferenze di una clausura che seppe di prigionia e causa la

quale morì un Cardinale, fu eletto pontefice (addì 1 Novembre 1241) il

milanese Goffredo vescovo della Sabina, e prese nome di Celestino IV.

Ma questo novello Papa, vecchio infermiccio, passò di vita di lì a soli

diciassette giorni; lui probabilmente avevano scelto i Cardinali nella

loro indecisione, tanto per averne un Papa così detto «di transizione».

Morti tanto vicini l’uno all’altro due Pontefici, la sede di san

Pietro rimase vacante come alla morte di Gregorio VII; i Romani

tumultuarono, il Senatore minacciò i tormenti di una novella clausura.

Fosse sbigottimento o disegno di aizzare l’opinione popolare contro

di Federico, facendolo parere l’autore di una confusione infinita,

i Cardinali fra sè divisi abbandonarono la Chiesa in quella massima

difficoltà, fuggirono nella Campagna, e si chiusero in Anagni ovvero

nelle loro castella. Conseguenza ne fu una vacanza tanto lunga che

prima non s’aveva mai visto l’eguale, e che tenne la Chiesa per quasi

due anni vedova del suo capo. Federico II si avvicinò come Annibale,

cui egli stesso si paragonò, alle porte di Roma, ma queste gli si

tennero chiuse in faccia. Il senatore _Matheus Rubeus_, da prode e

religioso uomo, salì sulla breccia che i Cardinali vilmente avevano

disertata, e con prudenza e con coraggio difese la Città e servì la

causa della Chiesa. Intorno al suo vessillo si schierarono i Guelfi

e tutti gli amici del Papato, e con buona fortuna combatterono i

Ghibellini; nell’Agosto ne presero d’assalto la rocca maggiore, il

mausoleo ch’era nel Campo di Marte, e lo distrussero da capo a fondo.

E il popolo frattanto aveva demolito le case dei Colonna, e cacciato

in carcere il Cardinale di quella famiglia: infatti questo potentissimo

partigiano dell’Imperatore era venuto a Roma per l’elezione del Papa e

vi si era soffermato ancor dopo che era stato eletto Celestino IV[303].

_Matheus Rubeus_ si guadagnò alleati anche fuori di Roma; conchiuse

una lega con Perugia, con Narni e con altre città guelfe, per modo

che queste confederate si obbligarono di starsene unite a difesa e

ad offesa comune contro l’Imperatore, e di non conchiudere con lui

paci separate finchè durasse la guerra ch’egli faceva alla Chiesa:

l’istromento di quest’alleanza fu stipulato ai 12 Marzo 1242 nella

chiesa di santa Maria sul Campidoglio[304]. Federico II nel frattempo

non usava di quegli sforzi vigorosi che avrebbero convenuto per

impadronirsi di Roma. Un mezzo secolo prima qualunque Imperatore nei

suoi panni avrebbe preso d’assalto la Città; colla sua podestà di

patrizio avrebbe levato un Papa e dettato la pace: tutto questo invece

Federico non poteva fare. Pare un errore che allora ei non si decidesse

di mettere in libertà i prelati presi in mare, fra’ quali si trovavano

ancora i detti due Cardinali: per fermo, se avesse usato una tale

magnanimità, gliene sarebbe venuto più giovamento assai di quello che

profittar gli potesse di trarre in lungo l’elezione del Papa: e questa

alla fin fine doveva egli bramare che si compiesse per conchiudere col

nuovo Pontefice la pace di cui aveva tanto urgente bisogno.

Nel Febbrajo dell’anno 1242 l’Imperatore mandò un’ambasciata ai

Cardinali raccolti ad Anagni per esortarli che venissero all’elezione;

nè così presto sarebbe egli ritornato, come fece, nelle terre romane,

se non fossero stati i Romani ad attirarvelo. Infatti nel Maggio

del 1242 movevano essi con forza di soldatesche contro Tivoli, dove

l’Imperatore aveva lasciato un presidio sotto la capitananza di Tommaso

de Montenigro[305]; ed allora, in Giugno, Federico entrava nel paese

dei Marsi e poneva campo presso il lago di Celano, in quelle pianure

dove ventisei anni più tardi la sua casa gloriosa era destinata ad

estinguersi nella persona del nipote suo. Quant’era egli lontano dal

prevederlo! quanto poco il giovine Rodolfo conte di Asburgo (che lo

accompagnava ad Avezzano) presagir poteva che, caduti gli Hohenstaufen,

a lui sarebbe toccata in sorte la corona imperiale[306]! Nel Luglio

Federico mosse contro di Roma, piantò nuovamente le sue tende sui

monti Albani, e mettendo a guasto la Campagna punì i Romani così delle

loro ostilità contro Tivoli, come delle violenze che fatto avevano

al cardinale Colonna e ad altri cherici di parte imperiale[307].

Tuttavolta anche adesso le sue imprese mancarono di energia; e tanto

è vero che di già nell’Agosto ripassò il Liri, sulle cui sponde,

di fronte a Ceperano, aveva un anno prima fondato la città nuova di

_Flagellae_[308].

La Cristianità mirava la sua Chiesa senza Papa: pareva che la grande

monarchia ecclesiastica si fosse mutata in oligarchia, poichè la

podestà spirituale era esercitata dalla Curia dei pochi Cardinali

residenti in Anagni. Molte voci di malcontento facevansi udire,

e accusavano i Cardinali di tradir la santa causa per loro mire

ambiziose e avare, mentre da altra parte i Cardinali scaricavano

sull’Imperatore la colpa dell’elezione procrastinata. A lui ed alla

Curia si presentavano frattanto ambasciate, quali supplichevoli,

quali minacciose; Federico stesso alla fine ammonì severamente i

Cardinali acciocchè dessero una buona volta un capo alla Chiesa[309];

indi nuovamente tornò con grosso esercito: per la via di Ceperano nel

Maggio 1243 venne sui monti latini, e senza pietà fece devastare i

possedimenti dei Cardinali; i suoi Saraceni in mezzo a orrori di ogni

fatta rasero Albano al suolo[310].

La deplorevole ruina di questa città vescovile ci offre opportunità

di dare un’occhiata alle condizioni in cui vi versava il vaghissimo

paese montano, dove anticamente, sulle sponde del suo lago di origine

vulcanica, stette Alba Longa, la favoleggiata madre di Roma[311]. Al

tempo in cui Federico II accampava su quelle alture, esistevano ormai

quasi tutte le castella che oggidì si trovano colà. Sullo scorcio dei

tempi imperiali Albano era sorta dai ruderi della celebre villa di

Pompeo, detta più tardi villa degl’Imperatori (_Albanum Caesaris_):

e di buon’ora abbiamo veduto risiedervi un Vescovo lateranense; indi,

dopo le guerre dei Goti, ne abbiamo fatto parola parecchie volte. Non

baroni romani la conquistarono, nè alla Republica romana riuscì di

sottoporla al suo dominio, quantunque Albano nel secolo decimosecondo

parecchie volte fosse assediata dai Romani, e perfino una volta ne

andasse bruciata. All’età di Pasquale II la città era stata proprietà

dei Pontefici; Onorio III nell’anno 1217 la aveva regalata al suo

Cardinal vescovo[312]; ma frattanto la famiglia dei Savelli, onde quel

Papa fu protettore, vi possedeva, oltre al castel _Sabellum_, anche

molti altri beni, e sulla fine del secolo decimoterzo acquistava di

Albano la signoria baronale.

La piccola Aricia fin dalla più remota antichità è notata come vetusta

città della lega sicula od almeno della federazione latina; e fu culla

di Augusto ovvero di Attia madre sua, e celebre per il santuario

di Diana Aricina. I Barbari distrussero la vecchia terra, ma essa

nell’anno 990 risorse in forma di castello, di cui fu duca Guido

della casa di Tusculo. Sul principio del secolo duodecimo Pasquale II

diede Aricia alla famiglia di quei Conti; e da loro la città passò

poi in mano dei Malabranca, fino a tanto che Onorio III la restituì

alla Chiesa per concederla indi in feudo ai congiunti della sua

casa[313]. La positura di Albano e di Aricia lungo la via Appia dava

ad esse scarsa importanza: poichè quella famosa strada era diventata

impraticabile ad eserciti, l’attività politica e belligera del medio

evo (quando voleva riuscire da Napoli a Roma) già da gran tempo moveva

per la via Latina, da Capua passando per San Germano e Ceperano,

oppure (traversando la terra dei Marsi per la via Valeria) da Alba

transitava per Carsoli e Tivoli. La via Appia ruinosa, affondata in

padule e abbandonata da molta frequenza di passeggieri, non era più

la strada militare, che come tale aveva servito ancora all’età dei

Goti; non fu nemmanco la via che battessero i Crociati. Allorquando i

pellegrini venienti dall’Oriente sbarcavano a Brindisi, giunti a Capua

s’indirizzavano per altre strade. Lungo la via Appia vedevansi ancora i

sepolcri muscosi degli antichi, ma erano tramutati adesso in dimore di

pastori della Campagna; e da lunghissimo tempo erano andate distrutte

le numerose stazioni postali onde diligentemente hanno tenuto nota il

vecchio _Itinerarium_ di Antonino e l’altro Gerosolimitano, compilato

per guida dei viatori che da Capua andavano a Roma. Fra quelle stazioni

eranvi nominate Aricia e Albano come luoghi di fermata nei monti

latini; e vi succedeva rimpetto a Roma l’altra stazione posta vicino

alla nona colonna miliaria (_Mutatio ad Nonum_), di cui oggidì non

puossi più stabilire il sito ove sorgesse[314].

Sulle sponde incantevoli del lago di Alba Federico II scorgeva

avanzi di sepolcri antichi, di templi, di ville, in numero maggiore

di quello che ai dì nostri sia. Allora sulla cima del monte Albano

durava tuttavia con grandiose ruine il celebre tempio dell’alleanza di

_Jupiter Latiaris_, ma l’antico _Mons Albanus_ aveva a quel tempo anche

assunto il nome di «Monte Cavo»[315]. E ancora si mostravano gli avanzi

del tempio di Diana Aricina ossia del celebre _Nemus_, boschetto sacro

alla Dea, piantato sopra il cratere del lago leggiadro tutto coronato

di viole, sul cui margine oggidì esiste Nemi: infatti quel santuario di

Diana, dopo la caduta dell’Impero romano era diventato un patrimonio

ecclesiastico (_Massa Nemus_), dove più tardi i Conti di Tusculo

edificarono una rocca[316].

In vicinanza di Albano si trovava peranco _Lanuvium_, patria di

Antonino Pio, sia che ne sussistessero ancora le oscure ruine, sia che

fosse anche sorta l’odierna Civita Lavinia sopra i ruderi della vecchia

città[317]. Nella stessa età poi veniva formandosi Genzano, e poneva

la sua base sovra un antico _fundus Gentiani_, dove la famiglia dei

Gandolfi aveva rizzato una torre. Questi signori dal nome longobardo di

Gandolfo furono, dopo i Tusculani, i soli baroni che allora in quella

regione de’ monti latini fondassero una signoria. Dalla parte di Albano

vennero collocando loro stanza sui ruderi della villa imperiale, ed

ivi edificarono un castello che oggidì ancora porta il loro nome: e

sull’incominciamento del secolo decimoterzo composero una famiglia

baronale numerosa, ma sparvero ormai sulla fine del secolo medesimo

quando i Savelli si misero nel possesso di Castel Gandolfo. Solamente

dopo di Urbano VIII l’antica _Turris Gandulphorum_ si tramutò nella

nota villa pontificia, unica che oggi il Pontefice posseda nei monti

romani[318].

I Savelli pertanto, dopo il tempo di Onorio III, acquistarono beni

parecchi all’intorno dei laghi di Albano e di Nemi, laddove i Colonna,

eredi dei Tusculani, tenevano fondi e castella dall’altro versante

degli stessi monti, ed oltre alla rocca Colonna, culla di loro

famiglia, possedevano anche Monte Porzio. Duravano tuttavia alcuni

celebri e antichi manieri costruiti sopra una parte di quella vallata

dei monti Latini, ed erano stati altra volta signoria dei conti

Tusculani: così Algido posta sulla bellissima altura, e adesso ridotta

cumulo di ruine; così Molaria, la _Roboraria_ antica, che nel secolo

decimoterzo venne in mano degli Anibaldi. Al tempo di Federico II erano

scorsi già cinquant’anni dacchè Tusculo era caduta in rovina; e i suoi

antichi abitatori avevano dato origine a nuove terre, o popolato altre

di più antiche, come Rocca di Papa (già menzionata al tempo di Lucio

III), o come Rocca Priora (_Arx Perjurae_) e Monte Compatri, o come

Frascati e Marino[319].

Mentre i Colonna, gli Anibaldi e gli Orsini andavano impadronendosi

del versante tusculano di quei monti, ivi fioriva tuttora Grotta

Ferrata, il vecchio convento greco di san Nilo, ed era una delle più

ragguardevoli abazie del territorio romano. Il dominio ricchissimo

dei monaci basiliani si stendeva sopra una gran parte dei monti e

sulla palude Pontina fino a Nettuno. Le loro mense si allietavano di

selvaggine prese alle loro cacce, e di lucci, di storioni, di lamprede

che pescavano nel lago di Fogliano, in quello dell’ardeatino Turno,

nello stagno di Ostia e nel Tevere fino alla Marmorata[320]. Fu sulle

ridenti pendici di quei monti che Federico II pose ripetute volte il

suo campo. Il suo sguardo curioso notò presso alla chiesa del chiostro

due statue di bronzo che rappresentavano un uomo ed una giovenca, ed

erano poste ad ornamento del pozzo del monastero: ei fe’ portar via per

bottino di guerra quelle due anticaglie, avanzi di vecchie ville, e ne

ornò, come di spoglie romane, Luceria sua colonia di Saraceni[321].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 · 第 10 / 29 题