§ 1.
Ugolino Conti è fatto papa con nome di Gregorio IX. — Esige che
l’Imperatore parta per la Crociata. — Federico parte, ritorna ed
è scomunicato (1227). — Manifesti dell’Imperatore e del Papa. —
La fazione imperiale discaccia Gregorio IX di Roma. — Crociata
contro l’Imperatore. — Il Papa invade le Puglie nel 1229. — Ritorna
l’Imperatore; i Pontificî fuggono.
Ad uno dei Papi più pacifici succedette un uomo di forti passioni e
di ferrea volontà. Ugolino, cardinal vescovo di Ostia, era eletto,
addì 19 Marzo 1227, in san Gregorio presso il Septizonio, e acclamato
pontefice con nome di Gregorio IX: usciva della famiglia dei Conti di
Anagni, ed era parente in terzo grado di Innocenzo[199]. Aveva vissuto
sotto il governo di parecchi Papi; e in giovinezza il suo animo s’era
temprato alle impressioni potenti dei grandi casi avvenuti al tempo
di Alessandro III. Eletto vescovo di Ostia da Innocenzo congiunto
suo e di lui forse più giovine, aveva nuovamente fortificato di mura
quella città marittima decaduta; indi per lunghi anni aveva trattato i
più importanti affari della Chiesa in Italia e in Alemagna, e qui, da
legato pontificio, condotto i difficili negoziati nella controversia
della successione all’Impero. Lo abbiamo veduto farsi per primo il
protettore dell’ordine dei Minoriti; e in vero nel suo animo vigoroso
alitava una fiamma di quel fuoco che scaldava Francesco e Domenico,
e ne rendeva salda come acciaio la innata fortezza dell’indole, e
lo faceva uomo indomabile, provocatore fino alle estreme audacie,
insofferente di qualsiasi contraddizione. Quel vecchio facondo, di
costumi puri, di grandissima dottrina nelle leggi civili e canoniche,
di fede profonda e fervida, pareva per maestà e per aspetto un vero
patriarca: e la sua potenza tenacissima di memoria non infiacchita
dagli anni, lo faceva parere men vecchio di quel che era[200].
Ugolino aveva visto di mal animo le debolezze arrendevoli di Onorio; e,
come ei fu salito alla cattedra santa, tutti n’ebbero certezza che egli
non avrebbe imitato la pazienza molle del suo predecessore: appunto
perciò i Cardinali lo avevano eletto[201]. Ai 21 di Marzo fu consecrato
in san Pietro; il popolo romano plaudente lo accompagnò al Laterano,
e nella solenne processione furono visti intervenire il Senatore ed il
Prefetto della Città. Tre giorni dopo la sua consecrazione, Gregorio IX
significò a Federico (che da un pezzo conosceva e trattava da amico) il
suo esaltamento al trono; e in pari tempo lo ammonì che imprendesse la
Crociata, di cui s’avvicinava l’ultimo termine fissato in Agosto[202].
Era stato dalle mani di Gregorio medesimo che l’Imperatore aveva
ricevuto la croce nel giorno della sua coronazione: e Federico annunciò
tosto che era pronto a partire, per guisa che molti Crociati, la
massima parte Tedeschi, convennero a Brindisi. Colà, nella stagione
delle febbri, stettero aspettando il segnale d’imbarcarsi, e frattanto
un’epidemia colse quelle turbe di genti, che ne morirono a migliaia:
finalmente giunse l’Imperatore da Messina, nè mai Crociato alcuno montò
a bordo della nave con tanto ritroso dispetto, come fu del nipote di
quel Barbarossa che era morto in Siria.
Come egli ebbe effettivamente fatto vela da Brindisi sul principio del
Settembre, si intonò in tutte le chiese il «Te Deum», e le orazioni
del Papa lo accompagnarono sul mare. Quand’ecco di lì a pochi giorni,
si sparge una stranissima voce; vien detto che l’Imperatore sia
tornato indietro, che sia anche sbarcato, e che abbia mandato a monte
la Crociata. Così la era infatti. Infermato sul mare, Federico aveva
fatto voltar le prore delle galee, ed era sceso a terra in Otranto,
dove (erano appena giunti) la febbre portava via il Conte di Turingia.
Come il Pontefice ricevette le lettere che confermavano l’inaspettato
caso e cercavano di scusarlo, fu preso di collera impetuosa; non volle
udir di ragioni nè di promesse; ai 29 di Settembre, vestiti i suoi
abiti solenni, salì sul pergamo nel duomo di Anagni, e conformemente al
trattato di san Germano scagliò l’anatema sull’Imperatore, in quello
che i preti schierati dai due lati dell’altar maggiore gettavano a
terra con gesti di odio e d’ira le loro torce accese. Dopo la minaccia
imbelle di Onorio scoppiava adesso il fulmine vero.
La focosa audacia di Gregorio IX pare grandezza agli uni, agli altri
precipizio di un animo collerico; scusabile per pazienza venuta meno,
ma imprudente sempre. Il vecchio energico, una di quelle indoli che non
sanno tollerare i mezzi termini, provocava l’uomo in cui non iscorgeva
ormai altro che l’insidioso nemico della Chiesa, il quale s’era fatto
giuoco della debolezza di Onorio. Impavido come Gregorio VII, ei lanciò
nel mondo la face di un immenso incendio; e ruppe rapporti mal definiti
e perciò intollerabili, preferendo guerra aperta a pace infingarda.
Caddero da tutti i volti le maschere. Coi manifesti che promulgarono
i due capi della Cristianità fecero noto al mondo che la pace fra i
nemici antichi e tradizionali era cosa impossibile. Forse che agli
occhi della Chiesa il vero delitto di Federico si era di aver tratto
in lungo ripetute volte la Crociata? No, senza dubbio; i suoi delitti
erano la potenza di lui che diventava troppo formidabile, la unione
di Sicilia coll’Impero, la sua dominazione sulle città ghibelline
dell’Italia settentrionale e di quella di mezzo, dominazione minacciosa
di pericolo alla lega lombarda. Nessun Imperatore aveva posto tante e
così salde fondamenta di pratica signoria in Italia più di Federico II
re assoluto di Sicilia; laonde restava sempre a compito della politica
pontificia lo svellere dalle radici la potenza degli Hohenstaufen: e i
Papi ben seppero con meravigliosa fermezza condurre quel loro proposito
a compimento.
Nella sua enciclica indiritta a tutti i Vescovi Gregorio dipinse coi
più neri colori l’ingratitudine di Federico, e senza riserbo lo marchiò
d’infamia innanzi agli occhi del mondo: attacco violentissimo che
indignò gravemente l’Imperatore, e lo trasse a rispondere con veemenza
eguale. Dapprima egli giustificò assai acconciamente il suo abbandono
della Crociata, indi spedì un manifesto ai Re. In questa celebre
scrittura fu per la prima volta dettata una protesta dell’autorità
temporale contro il Papato innocenziano; e l’Imperatore vi manifestò
la chiara coscienza del dovere che a lui, rappresentante della podestà
civile, si spettava di difenderla contro il despotismo minaccioso di
Roma. Ai principi e ai popoli mostrava, cogli esempî dello sventurato
Conte di Tolosa e del Re d’Inghilterra, qual sorte era loro destinata;
e senza riguardo alcuno svelava le brutture della Chiesa, fatta
istituto mondano, e dell’ambizione di regno dei Papi. Il capo supremo
dello Stato faceva argomento di discussione per tutto il mondo i
delitti della Chiesa, per modo che l’Imperatore della Cristianità
pareva confermare quello che gli eretici dicevano della natura del
papato, accusandolo che rinnegasse le virtù apostoliche[203]. Roffredo
di Benevento, celebrato giureconsulto, portò a Roma le lettere
imperiali, che in mezzo a grida di plauso furono lette publicamente
in Campidoglio. E tosto si formò una fazione imperiale, perocchè la
contesa fra l’Impero e la Chiesa paresse ai Romani massimamente la
benvenuta, e fosse propizia alle cose loro proprie. Gregorio IX aveva
assunto nella Città aria da padrone, e fatto distruggere alcune torri
della nobiltà che erano prossime al Laterano: poi, sopravvenuta la
disputa per Viterbo, la protezione data da lui a questa terra aveva
irritato il Comune. Alle fazioni politiche si associavano gli eretici,
che dappertutto, in mezzo ai roghi ed anche in Roma, sollevavano il
capo sempre più audacemente. Basti un esempio per dimostrare a che
grado di anarchia si trovasse pur sempre la Città. S’era in estate, e
il Papa soggiornava nel Lazio, quand’ecco nobili e cittadini, e perfino
frati e preti, levare un impostore alla dignità di vicario pontificio
in Vaticano, affinchè a prezzo di denaro sciogliesse dal loro voto i
Crociati che passavano per andarne a Brindisi. E il giuoco temerario
potè durare publicamente per sei settimane nel Portico del san Pietro,
nè cessò se non quando il Senatore vi pose un termine[204].
Nobiluomini romani ricevevano oro da Federico; e financo il figliuolo
di Riccardo Conti, Giovanni di Poli, fu visto bazzicare nel campo
suo[205]. L’Imperatore, che aveva invitato quegli ottimati a venirne
a lui nella Campania, seppe adescare i Frangipani affinchè gli
vendessero i loro beni, ed eziandio le fortezze che possedevano nella
Città, cose queste che tenevano in feudo dai Papi: eglino dovevano
indi riavere il tutto in feudo da lui, e dichiarare così di essere
vassalli imperiali[206]. Ed invero la era per Federico cosa importante
di crearsi un partito anche in Roma, di aizzare quivi nemici addosso
al Pontefice, e di tenere in poter suo il Colosseo. Una sollevazione
fu la conseguenza delle sue macchinazioni. Nel giovedì santo dell’anno
1228 Gregorio aveva scagliato ancora una volta l’anatema contro
l’Imperatore; ma più tardi, al lunedì di Pasqua, intanto che celebrava
la messa nel san Pietro e volgeva al popolo una orazione violenta
contro di Federico, i Ghibellini gli soffocarono la voce con violente
grida, gli si strinsero addosso presso l’altare, lo colmarono d’insulti
e lo cacciarono del santuario. La Città si levò in armi, mentre il Papa
fuggitivo, accompagnato da schiere di Guelfi fedeli, correva all’amica
Viterbo. I Romani lo inseguirono con milizie, e lo costrinsero a
fuggir più in là, a Rieti ed a Perugia; sfogarono un po’ del loro odio
contro Viterbo, devastando barbaramente le campagne, e conquistarono
il controverso castello di Rispampano[207]. Dal suo esilio Gregorio
IX scagliò la scomunica contro i suoi persecutori; indi con grande
amarezza stette aspettando il tempo di poter fare ritorno.
Frattanto l’Imperatore si armava per condurre veramente a fine la
sua Crociata. Così operando, non solamente toglieva credito a quanto
diceva il Papa accusandolo che egli non avesse mai presa sul serio
l’idea di quella spedizione; faceva anzi assai di più, perchè poneva
il Papa in serio imbarazzo. La partenza di Federico per la Crociata
fu in quelle condizioni di cose un capolavoro di arte politica, tanto
più che il Pontefice, con iscandalo di molti credenti, gli opponeva
i maggiori inciampi nel suo cammino. Così avvenne che l’Imperatore
dell’Occidente si accinse ad impresa che, secondo gli scopi della
Chiesa, era allora reputata santissima, ma fecelo sotto il pondo della
scomunica di lei. Quando egli sul principio dell’estate dell’anno
1228 s’imbarcò a Brindisi, gli si gridò dietro con acerbissima ira
che moveva a Gerusalemme non da crociato ma da «pirata»; invece della
benedizione della Chiesa, ne lo seguì la sua imprecazione fanatica; e
questa lo raggiunse perfino presso alla tomba del Redentore. Lo stesso
Papa, che lo aveva marchiato d’infamia come un malfattore perchè non
intraprendeva la Crociata, lo chiamava adesso ancor tale perchè la
imprendeva. Se, invece, Gregorio IX avesse sciolto dell’anatema il
suo nemico quando effettivamente partì per Gerusalemme, avrebbe vinto
sè stesso e lui, e al cospetto del mondo s’avrebbe acquistato fama di
grande. Ora, per lo contrario, il mondo vedeva svelate le ambizioni
del sacerdozio, dappoichè l’Imperatore gli aveva strappata dal viso
la maschera. Contrasti così turpi diminuirono la fede nei Papi, perchè
non si credette più che il loro zelo per la liberazione di Gerusalemme
fosse buono e verace: se ne pose fine ad una credenza pia di due
secoli; e se, altro non sia stato, quest’è certo che da allora in
poi non fu più possibile di trascinare la Germania a cotali specie di
imprese[208].
Rainaldo, figlio dell’antico duca Corrado, fu eletto vicario in Italia
perchè vi governasse durante l’assenza dell’Imperatore: e quegli,
senza por tempo in mezzo, cominciò a provocare il Papa, attaccando
Spoleto. Nè meno attivo fu Gregorio IX a far suo pro della lontananza
di Federico per assoggettare le Puglie al dominio della Chiesa.
Ancor prima che l’Imperatore partisse, aveva levato un esercito;
adesso faceva appello a Lombardia, a Spagna, a Francia, a Inghilterra
perchè lo assistessero con decime ecclesiastiche e con milizie: e i
popoli con grande loro meraviglia udirono predicar la crociata contro
l’Imperatore, che sotto il vessillo della croce era andato a combattere
i pagani; e videro eserciti in nome del Papa cogliere di sorpresa le
terre di Federico assente, le quali pel diritto delle genti e pel
giure canonico avrebbero dovuto essere intangibili come beni di un
crociato[209]. L’esercito del Pontefice inalberava un vessillo che
portava per impresa le chiavi di san Pietro: ne tenevano la capitananza
Giovanni di Brienne suocero dell’Imperatore, il cardinale Giovanni
Colonna e Pandolfo di Anagni cappellano del Papa[210]. Mentre una parte
di queste soldatesche moveva nelle Marche, che Rainaldo aveva invaso
con Saraceni e con Pugliesi, Pandolfo (addì 18 Gennaio 1229), passato
il Liri presso a Ceperano, entrava nella Campania; e qui Giovanni di
Poli difendeva bensì Fundi con prospera fortuna, ma parecchie città
s’arrendevano ai Pontificî. I Romani in questa guerra poterono levarla
liscia; al Papa null’altro stava a cuore fuor delle Puglie, laonde
egli non fece neppure tentativo di ridurre a soggezione la Città col
suo esercito numeroso di crociati. Egli corse difilato a conquistare
il reame, e con patenti di franchigia indusse a ribellarsi le città
fortemente angariate di tributi. Anche Gaeta fe’ a lui dedizione, e
Gregorio IX sperò di poter tenere per sempre come sua quella città,
onde la Chiesa da lunghissimo tempo aveva ambito il possedimento[211].
Però di repente tornava dal Levante l’Imperatore, cui richiamava la
novella di questi eventi. A Gerusalemme s’era di sua man propria posto
in capo la corona; per virtù di un trattato aveva restituito la città
santa ai Cristiani, e ad onta di tutti gli impedimenti del fanatismo
aveva compiuto opere gloriose. La Curia romana fremeva di collera
contro di lui, come avverso uno che avesse peccato di qualche gran
delitto contro la religione cristiana: non badava nè ai servigî veri
che le aveva prestati in Oriente, nè ai motivi pratici che, in causa
del grande commercio di Sicilia col Levante, gli avevano imposto obligo
di stringere rapporti amichevoli coi Sultani di Oriente. Eppure la era
stata cosa naturale, avvegnachè l’Imperatore per la prima volta avesse
fatto delle Crociate un argomento di politica civile, e, respinto il
Papa dall’Oriente, avesse stabilito dei vincoli politici ed economici
fra questa parte del mondo e l’Impero[212].
Come nel Giugno del 1229 fu sbarcato inaspettatamente nelle Puglie,
Federico bramò generosamente di riconciliarsi col Pontefice, e gli
mandò messaggi di pace. Ma questi non giunsero a capo di risultato
alcuno; perlochè l’Imperatore quasi senza combattere buttò fuori
del suo paese le soldatesche pontificie. Il vessillo della croce
s’inalberava colà contro il vessillo delle somme chiavi; e fu
spettacolo meraviglioso vedere i Saraceni di Federico sotto il
segnacolo di Cristo muovere in campo contro i Pontificî, i quali, senza
pur aspettarli, in fuga scompigliata si ritirarono di là dal Liri.
Ancora una volta Gregorio scagliò i suoi fulmini contro l’Imperatore
ed i partigiani di lui, anche contro quelli che erano in Roma. Di già
egli aveva sprecato una immensa moneta in una pazza guerra, e tuttavia
adesso chiedeva, ma invano, al mondo che lo soccorresse di novelli
aiuti, onde talentare la sua ambizione di dominio. Nel frattempo legati
del Senato romano erano venuti ad Aquino dove trovavasi l’Imperatore,
e gli avevano recato le congratulazioni di quello[213]: in Ottobre
Federico marciò contro le frontiere dello Stato della Chiesa e vi
devastò con ferro e con fuoco Sora; allora sì finalmente il Papa diede
ascolto alle sue proposte di pace.
§ 2.
Inondazione del Tevere (1230). — I Romani richiamano Gregorio IX. —
Pace conchiusa a San Germano (1230). — Primo supplizio di una torma
di eretici in Roma. — Annibale, senatore, promulga un editto contro
l’eresia. — Persecuzione degli eretici: Inquisizione.
Gregorio IX rimase ancora tutto l’inverno a Perugia; nè vedeva altra
probabilità di tornarsene a Roma fuor di quella che gli avrebbe
offerto la riconciliazione coll’Imperatore. Però, prima che la pace si
conchiudesse, fuor di qualsiasi aspettazione, le forze della natura
lo ricondussero in Laterano. Si apersero «le cateratte del cielo», e
rovesciarono torrenti d’acqua sull’empia Città: addì 1 di Febbraio
del 1230 il Tevere uscì delle sue rive; la Leonina e il Campo di
Marte ne furono coperti; cadde il ponte dei Senatori (ponte Rotto) e
l’inondazione portò fame e peste. I Cronisti descrivono questo flagello
in modo da far credere che fosse uno dei più terribili cui Roma nel
corso dei tempi soffrisse mai[214]. I Romani, che durante il suo lungo
esilio s’eran data tanto poca briga del Pontefice, che avevano messo
a taglia il clero ed accolto ospitevolmente gli eretici, ora in mezzo
alla furia delle acque si risovvennero con angustia superstiziosa
che il Padre santo era il loro principe territoriale. Messaggieri
supplichevoli corsero in gran fretta a Perugia: Pietro Frangipane,
cancelliere urbano, e il vecchio Pandolfo della Suburra, il prode
ex-senatore, si gettarono a’ piedi del Pontefice, implorarono pietà
del popolo traviato, e supplicarono che tornasse alla vedova Città.
Allorchè Gregorio nel mese di Febbraio fu accolto con voci di giubilo
dai Romani, e fu condotto in Laterano, può darsi ch’ei guardasse con
disprezzo un popolo che da più di un secolo era solito a discacciare
i suoi Papi per riaccoglierli di lì a breve tempo fra cantici e
laudi[215]. Quando questi Pontefici tornavano dal loro esilio nella
«città del sangue», se avveniva che si assicurassero una fuggevole
pausa di quiete, la comperavano soltanto a prezzo d’oro. E il Biografo
di Gregorio IX enumera coscienziosamente le parecchie migliaia di
libbre, che questo Papa distribuì ai Romani, le quante volte gli
concessero di far ritorno[216].
Gregorio trovò Roma immersa in miseria profonda, abbandonata alla
desolazione, e piena della «zizzania» degli eretici, cui propendeva
perfino una parte del clero. Ei decise dunque di metter mano a supplizî
severi, tosto che avesse stretto pace coll’Imperatore. Fu questa
conchiusa a San Germano, addì 23 Luglio 1230, dopo lunghi negoziati
con Ermanno gran maestro dell’ordine Teutonico; e le condizioni ne
furono tanto fauste per il Papa, che ben si conobbe in che gran conto
Federico tenesse la potenza del suo avversario. Fu restaurato lo Stato
della Chiesa; financo alcune città della Campania (fra le altre Gaeta)
rimasero ancora un anno in mano del Papa che le tenne in pegno; di
più fu stabilito che si rispettassero nel regno di Sicilia la libera
elezione e le immunità del clero.
Dopo che l’Imperatore, addì 28 di Agosto, fu sciolto a Ceperano
dell’anatema, i Cardinali lo condussero in Anagni a visitare il
Pontefice. I due avversarî si salutarono con rispetti e con cortesie,
tennero velato il loro odio, e nei tre primi giorni di Settembre
pranzarono e confabularono assieme, dimorando nel palazzo della
famiglia Conti: però, ad onta di tante proteste di amicizia, si
separarono colla convinzione che la terra d’Italia era troppo ristretta
perchè due uomini della loro tempra potessero vivere in pace l’uno
accanto l’altro.
Reduce a Roma nel mese di Novembre, Gregorio IX continuò a prodigare
cure paterne alla Città. Fe’ restaurare il ponte dei Senatori e
spurgare le cloache; fece venir provvisioni di grano, distribuì denaro
fra il popolo, edificò un ospizio pei poverelli nel Laterano. Tutto
ciò gli procacciò il favore della moltitudine, e gli agevolò il modo
di colpire sul vivo la eresia, della quale voleva nettare la Città.
Le guerre distruggitrici di Innocenzo III contro gli eretici, ed i
suoi ordini che in tutte le città si sterminassero, parevano non aver
fatto altro che fomentarne le credenze. Migliaia di uomini cingevano
i loro fianchi del cordone di san Francesco, ma molti più disertavano
la fede. Numerosi erano gli eretici nello Stato della Chiesa, a
Viterbo, a Perugia, ad Orvieto[217]; Lombardia ne era piena, e nella
guelfa Milano aveva sede la lor chiesa maggiore. Non profittava che
i roghi ardessero. A Roma stessa se n’erano ragunati durante l’esilio
del Pontefice: ivi le tendenze politiche di leggieri si associavano a
quelle religiose; e certo fra gli eretici romani la setta ghibellina
degli Arnaldisti era più numerosa che quella dei Poveri di Lione.
Soprattutto l’eresia dogmatica non si disgiungeva da quella politica,
perocchè la Chiesa tenesse senza più in conto di eresia le aggressioni
che movevansi contro la libertà del clero ed i suoi patrimonî, non meno
che gli Editti dei magistrati cittadini, i quali tentavano di imporgli
tributo e di sottoporlo ai tribunali laicali[218].
Per la prima volta si tenne in Roma un giudizio di eretici in massa;
per la prima volta vi arsero in publico i roghi. Gli Inquisitori
posero il loro tribunale fuori le porte della santa Maria Maggiore: i
Cardinali, il Senatore, i giudici presero posto in tribune apprestate;
e il popolo a bocca aperta circondò il tremendo teatro, sul quale,
innanzi allo scanno dei giudici, comparvero sventurati di ogni ceto
e dei due sessi a udirvi la loro sentenza. Molti preti imputati di
eresia furono spogliati dei loro vestimenti sacerdotali e condannati
ad espiare il loro peccato in conventi lontani, seppure facessero
confessione penitente: altri eretici furono bruciati sopra cataste
di legno, e forse l’esecuzione si compiè nella piazza stessa della
chiesa[219]. Questi orrendi spettacoli, riverbero della guerra degli
Albigesi, che tenevano dietro alla inondazione ed alla peste, devono
aver destato grande agitazione in Roma. Se sia vero ciò che narra una
_Cronica_ del secolo decimoquarto, i Romani avrebbero assistito alla
vista spaventosa e senza esempio di un Senatore convinto di eresia,
che mandossi al supplizio: però tal racconto non può essere che una
fola[220]. Convien credere che dopo del suo ritorno Gregorio abbia
posto in officio un Senatore nuovo; e questi fu Anibaldo Anibaldi,
romano di famiglia senatoria, la quale soltanto intorno a questo
tempo venne in fiore, e formò un casato potente, fornito di ricchi
possedimenti nel Lazio. Il celebre nome di Annibale ricompare in una
famiglia nobile del medio evo, che per il corso di alcuni secoli diede
senatori, cardinali, uomini di guerra, ma papi nessuno. Gli Anibaldi
erano imparentati coi Conti e colla casa di Ceccano: come questi
erano anch’essi di origine germanica, e sedevano nella Campagna e nei
monti latini, dove oggidì ancora (più in su di Rocca di Papa) evvi il
«Campo di Annibale», che tiene viva la memoria di quella stirpe così
influente un dì[221]. Certamente se il senatore Annibale nell’anno
1231 promulgò il memorabile Editto contro gli eretici, che ancora ci
si conserva, la cosa avvenne perchè così imponeva uno fra i patti che
il Pontefice aveva posti al suo ritorno. Fu con quello statuito che
ogni Senatore, entrando in officio, dovesse pronunciare il bando contro
gli eretici della Città ed i loro partigiani, incarcerare tutti coloro
che l’Inquisizione dichiarava essere intinti di eresia, e mandarli al
supplizio entro otto giorni dacchè fosse pronunciata la sentenza. I
beni degli eretici dovevano spartirsi fra i delatori e il Senatore,
e devolversi alla restaurazione delle mura della Città: le case degli
eretici smantellarsi. Chi ricettava un eretico era condannato a pene
pecuniarie o corporali, e perdeva tutti i diritti civili. Ogni Senatore
doveva giurare questo Editto, nè lo si considerava entrato in carica se
prima non ne avea prestato sacramento. Se avesse operato contrariamente
alla fede giurata, avrebbe dovuto condannarsi a un’ammenda di duecento
marchi e dichiararsi incapace dei publici officî: la pena gli si doveva
applicare da un collegio di giudici chiamati di santa Martina presso il
Campidoglio[222].
Il barbaro Editto aguzzò lo zelo dei delatori e delle magistrature
cittadine coll’esca del guadagno; e si può ben credere se l’avarizia
e gli odî privati non fossero operosi a spiare le tracce degli
eretici. Il Papa in questo modo avvinse il Comune romano agli intenti
dell’Inquisizione, obligò il Senatore per munere suo proprio a
prestarle il suo braccio temporale, e fece di lui il legale esecutore
dei giudicî contro gli eretici, come del resto tutti i Podestà lo
erano anche in altre città. Sebbene a lui fosse conferita l’autorità
criminale, che in addietro era stata del Prefetto, e quantunque così se
ne accrescesse la podestà civile, tuttavia ne veniva che il Senatore
era fatto ministro del tribunale ecclesiastico: il giuramento solenne
che prestava di punire gli eretici, lui stesso legava per modo che sul
suo capo pendeva la sentenza formidabile dell’Inquisizione, la quale
avrebbe potuto accusarlo di lesione dei suoi doveri, e per conseguenza
di eresia. Il massimo attributo della podestà senatoria doveva essere
perciò questo, che essa teneva incarico di eseguire le sentenze
pronunciate contro gli eretici: nè havvi cosa che denoti l’indole
fanatica di quel tempo più del dovere di perseguitarli che veniva
iscritto come articolo primo e fondamentale negli Statuti di Roma e di
altre città dello Stato ecclesiastico[223].
Del resto l’Editto senatorio dell’anno 1231 non fece che applicare
anche in Roma le Costituzioni imperiali promulgate da Federico al
momento della sua coronazione: forse in Roma fino adesso si era
ricusato di accettarle. Per il vero l’Inquisizione fu nelle mani
del Papa uno spediente nuovo e formidabile di soggiogare il popolo.
L’applicazione dei tribunali contro gli eretici (seppur non ancora
s’avesse fondato in Roma un tribunale permanente dell’Inquisizione) o
deriva già da Innocenzo III, o con maggiore sicurezza può farsi datare
da quell’Editto dell’anno 1231. Da allora in poi s’insediarono in Roma
gli Inquisitori, che sulle prime furono scelti d’infra i Francescani.
Quando l’Inquisitore aveva condannato un eretico, saliva la scalea
del Campidoglio, e di là leggeva la sentenza in presenza del Senatore,
de’ suoi giudici e di molti deputati ossiano testimonî del clero della
Città: indi affidava al Senatore l’esecuzione della pena, minacciandolo
della scomunica in caso di rifiuto o di negligenza[224].
La mente più matura e l’animo più mite di noi uomini dell’oggidì,
sentono orrore di un’età onde sono espressione eloquente quegli
spaventosi Editti di Gregorio IX: leggi che imponevano a dovere
massimo del cittadino lo spionaggio degli eretici; che punivano di
scomunica, come se fosse un crimine, ogni parola che un laico avesse
pronunciato in publico o in privato intorno a cose di fede. In quel
tempo barbarico di tormenti nuovi e di nuovo fanatismo; in cui le
passioni religiose si ristoravano della perdita di Gerusalemme e del
languente fervore delle Crociate, trovando pascolo nella persecuzione
degli eretici; in quel tempo nel quale, dopo di Innocenzo III, la
intolleranza religiosa fe’ regredire il Cristianesimo al punto da
parificarlo alla fanatica legge del Giudaismo, i principi e i capi
di Republiche gareggiavano di zelo col clero[225]. Re carichi di
delitti non donavano più beni alla Chiesa; trovavano più comoda cosa
abbruciare eretici a salute della loro anima, confiscandone indi gli
averi. Al fanatismo sincero di alcuni Re le fiamme di roghi fumanti
parevano aureola di pietà religiosa, mentre altri per temenza o per
calcolo interessato cercavano, con rabbiosa persecuzione di eretici, di
ostentare una fede che non avevano. Financo Federico II, il quale come
uomo culto e come libero pensatore superò di tanto il suo secolo, che
potè più tardi essere appellato precursore di Lutero, promulgò negli
anni 1220 e 1232 le più nefande leggi sull’estirpazione dell’eresia,
tali che in nulla si discostano dagli Editti pontificî. «Gli eretici»,
così egli statuiva, «vogliono lacerare l’inconsutile veste di nostro
Signore: noi comandiamo che vivi debbano darsi alle fiamme, veggente il
popolo»[226]. Egli dettò siffatte leggi ogni qual volta ebbe conchiuso
pace col Papa, o del suo aiuto abbisognò; e cotali motivi politici
della persecuzione degli eretici furono più vituperevoli di quello
che sarebbe stato un fanatismo religioso, cieco ma sincero. E le sue
leggi contro l’eresia formano il più acerbo contrasto colla savia
legislazione, che, precorrendo il suo tempo, ei diede al reame di
Sicilia nell’Agosto di quello stesso anno 1231[227].
§ 3.
Torbidi nuovi in Roma. — Giovanni di Poli, senatore (1232). — 1 Romani
vogliono torre la Campagna al Pontefice. — L’Imperatore si fa mediatore
di pace fra Roma e il Papa. «Vitorchiano fedele». — Nuova ribellione
dei Romani. — Loro manifesto politico. — Si sollevano nell’anno 1234
col serio tentativo di farsi liberi.
Il grande giudizio pronunciato contro gli eretici fece tanto poca
impressione sui Romani, che nel mese di Giugno (del 1231) costrinsero
Gregorio IX a recarsi nuovamente a Rieti: infatti nella Città erano
scoppiate turbolenze provocate dalla guerra contro Viterbo. Questo
paese fu per i Romani la Veio del medio evo: odiavano essi quella
terra con tanta acerbità che la passione giungeva a mania; volevano
senza remissione conquistarla, e farsene un feudo ossia possedimento
camerale di Roma. Coll’acconsentimento del Papa, i Viterbesi ripararono
sotto la protezione dell’Imperatore che mandò loro Rainaldo di Aquaviva
affinchè li soccorresse; ma allora il popolo romano se ne vendicò
imponendo tributo alle chiese di Roma, ed eziandio nell’anno 1232
(mentre era senatore Giovanni di Poli) continuò con pari furia le sue
imprese guerresche contro di Viterbo. Quantunque congiunto di parentela
a Gregorio IX, quel figliuolo di Riccardo Conti aveva sposato la parte
di Federico: difficilmente la sua elezione era avvenuta col beneplacito
del Pontefice; ed egli già si appellava conte di Alba, perocchè
Federico gli avesse dato in feudo quella terra de’ Marsi[228].
Più che le imprese contro Viterbo, merita attenzione il tentativo che
i Romani fecero per rendere il Lazio soggetto al Campidoglio. Un genio
nuovo ispirava il popolo romano: come ne’ vecchi tempi, all’età di
Camillo e di Coriolano, esso si gettava sulla Tuscia e sul Lazio con
serie spedizioni di conquista. Nuovamente si vide inalberato sul campo
il segnacolo romano; non l’aquila, che era diventata simbolo degli
Imperatori germanici, ma le antichissime lettere S. P. Q. R., impresse
sulle bandiere di color rosso e oro: e si rividero eserciti nazionali
romani, formati della cittadinanza e dei vassalli della Campagna,
schierarsi sotto la capitananza di Senatori[229]. Nell’estate dell’anno
1232 i Romani s’avanzarono fino a Montefortino nel paese de’ Volsci;
e, giunti sotto le mura di Anagni, vi minacciarono in quella sua
città natìa il Papa, che colà si trovava fin dall’Agosto. Costernato,
Gregorio mandò tre Cardinali con grandi somme di denaro nel loro campo,
ma i Romani non cessarono di distruggere con animo ostile tutto quello
che Gregorio aveva impreso a fare nella Campagna[230]. Infatti Gregorio
IX era altrettanto operoso che Innocenzo III ad accrescere i patrimonî
della Chiesa; toglieva Comuni sotto la sua signoria, e dai loro Podestà
esigeva giuramento di fedeltà[231]; pagava i debiti di Comuni liberi,
ed in cambio li rendeva vassalli della Chiesa, e ne acquistava il
diritto di piantar castella entro la cerchia delle loro mura[232];
soccorreva baroni indebitati, e si metteva così in possedimento
delle loro terre che eglino di buon grado riprendevano dalla Chiesa
in forma di _feuda_, pur di non cadere in balìa della città di Roma.
Così andava la bisogna anche nel Lazio, dove il Papa comperava due
castella, Serrone e Paliano (in parte erano proprietà dei Colonna) per
poi munirle come rocche pontificie. Il Comune romano, che pretendeva
alla giurisdizione nella Campagna, proibì al Pontefice di farlo;
minacciò financo che avrebbe distrutto Anagni: ma Gregorio in fretta e
in furia, durante l’inverno, attese a edificare per render forti quelle
terre, e così tramutò Serrone, Paliano e Fumone in castellanìe della
Chiesa[233].
I Romani, cui non riuscì di impedire quell’opera del Papa, tornarono
finalmente nella Città, intanto che Gregorio rimaneva in Anagni.
Sennonchè egli cercò adesso la intercessione dell’Imperatore per
metter pace fra Roma e Viterbo, e per riconciliare sè stesso coi
Romani. Federico si assunse cotali officî, ma non potè prestargli
ajuto efficace, perciocchè la sollevazione di Messina lo richiamasse
in Sicilia. Tuttavia i Romani cedettero alle sue esortazioni; e, nel
Marzo del 1233, il senatore Giovanni Poli andò con altri nobiluomini
in Anagni per invitare il Papa a far ritorno. Alcuni pavidi Cardinali
intendevano dissuaderlo dall’entrare «nella città delle belve
ruggenti», però Gregorio venne, e fu ricevuto onorevolmente[234].
Il popolo cupido gli offerse riconciliazione a prezzo d’oro; ed egli
fece la sua pace colla Città senza nemmanco avvisarne l’Imperatore,
che pur era intervenuto nelle faccende di Viterbo e di Roma: perciò
più tardi quegli se ne lagnò, come se il Papa avesse mancato di fede
verso un alleato[235]. Anche con Viterbo nell’Aprile si stipulò un
trattato: la città di Roma si mantenne in possesso di Vitorchiano, che
i Viterbesi dapprima avevano smantellato, e i Romani indi nuovamente
edificato. E di allora in avvenire quel castello continuò ad essere
sempre un vero possedimento demaniale della città di Roma; ebbe titolo
onorifico di «fedele», e privilegio di far esercitare da’ suoi il basso
officio di mazzieri capitolini, cui di quel tempo in poi si diè nome di
«Fedeli»[236].
Dalla città di Roma (così dice il Biografo di Gregorio IX) s’avea
felicemente discacciato un demonio, ma sette altri diavoli vi si
cacciavano dentro. Di già nell’anno 1234 il popolo romano si sollevava,
ed era questo uno dei più serî tentativi che esso mai facesse; era
anzi una vera guerra disperata che appiccava contro l’autorità del
Pontefice. Insopportabil cosa sarebbe aver sempre davanti gli occhi
questo fiero spettacolo delle ribellioni di Roma, se l’idea di quel che
i Romani bramavano non ne mitigasse la crudezza o non ne spiegasse la
ragione: e rare volte definirono eglino il loro intento politico con
tale e tanta chiarezza come fecero adesso, che unanimi insorsero per
abbattere la signoria della santa Sede nuovamente fondata da Innocenzo
III. Forse meno tribolati sarebbero stati se avessero rinunciato alle
loro pretese; però in quell’età nella quale monarchie assolute non
v’erano, ed ogni città costituiva uno Stato, le relazioni di Roma
col Papa non potevano concepirsi secondo la forma che se ne foggiò
in secoli posteriori. I Romani combattevano pur sempre per abbattere
il giogo della podestà vescovile, e per conseguire quella libertà
che altre città italiche s’avevano da lunghissimo tempo conquistato.
I Romani vedevano quelle città, raccolte in due federazioni grandi
e fiorenti, splendere per possanza d’armi, per onori civili, per
ricchezza e per decoro di arti; imperare sui comitati antichi, dove
ognuna di esse riceveva omaggio da altre città molte e da conti
parecchi. Se Viterbo, povero e oscuro nome, pompeggiava per ciò che
un numero grande di castella pagava tributo al suo palazzo comunale e
ne riceveva leggi, ei si può di leggieri capire che Roma non potesse
tollerare la sua impotenza civile[237]. La eterna guerra con Viterbo
non fu altro che simbolo dello affannarsi dei Romani per assoggettare
l’Etruria, su cui desideravano di dominare parimente che sul Lazio.
Le loro attenenze coll’Impero erano allora mutate completamente. Dopo
che in Roma i Papi s’erano impadroniti dei diritti imperiali, e dopo
che in loro mano avevano tenuto l’autorità di concedere la corona
romana, era sorta questione se l’elezione degli Imperatori dovesse
o no ancora spettare alla romana Republica. Questo privilegio, che i
Romani, all’età del Barbarossa, avevano sostenuto coll’arme in pugno,
era stato travolto dalla corrente della nuova potenza pontificia.
Ma adesso eglino combattevano il papato solamente perchè era podestà
sovrana del loro territorio: e da ora in poi il loro massimo intento
si fu di fondare uno Stato libero e forte dentro delle frontiere
dell’antico Ducato, sì come avevano fatto Milano, Firenze o Pisa, il
cui esempio gli infervorava e in pari tempo gli umiliava. Nei trattati
degl’Imperatori, che confermarono lo Stato ecclesiastico innocenziano,
quel Ducato compare per la prima volta raccolto ad unità e significato
colla formula: «universa terra da Radicofani a Ceperano»; e con esso
si dà principio al registro per nomi delle province della Chiesa,
dappoichè il Ducato era il fondamento antico dello Stato ecclesiastico
nuovo. La Chiesa non poteva far derivare il possesso di quella terra
(dove fin da tempi vetusti aveva avuto i suoi patrimonî) da Diplomi
de’ Franchi, bensì da condizioni di fatto che si perdevano pel buio
della storia. Ivi il reggimento della Chiesa comprendeva tre province,
il _Patrimonium_ di san Pietro (Tuscia romana), la Sabina, la Campania
e la Maritima, senza però ch’ella fosse veramente signora di tutte
le città ivi esistenti. Solamente alcune di esse riconoscevano
di dipenderne per rapporto demaniale diretto, e ricevevano i loro
magistrati dal Papa ogni qual volta a lui avevano fatto dedizione del
_plenum dominium_; altre città invece non riverivano nel Pontefice che
una semplice autorità di protezione[238].
Or la città di Roma protestava che tutte quelle province ecclesiastiche
erano distretto urbano[239]; e ogni qual volta a capo del suo Comune
stavano degli uomini di spiriti gagliardi, ed ogni volta che i Papi
erano gente debole, faceva valere le sue pretensioni colla forza.
Allora mandava suoi giudici nelle città di provincia, imponeva ad esse
tributi fondiarî, si impadroniva del monopolio del sale, le obligava
a prestar servigio nell’esercito e ad assistere, rappresentate da loro
deputati, ai publici giuochi[240]. Però non erano i soli Pontefici che
combattessero le pretensioni del Campidoglio; vi contrastavano eziandio
le città libere, come Viterbo e Corneto nel _Patrimonium_, come Tivoli,
Velletri, Terracina ed Anagni nella Campagna: le avversavano inoltre
i nobili che risiedevano colà in loro feudi ereditarî, ed al paro del
Papa, andavano destramente comperando il pieno dominio di città[241]: i
baroni o ne facevano l’acquisto direttamente dai Comuni, o diventavano
_milites_ dei Pontefici ovvero delle corporazioni ecclesiastiche,
pagandone un censo annuale, che il più delle volte era assai tenue.
Pertanto in questa età tutto il territorio da Radicofani a Ceperano
era frastagliato in molti piccoli dominî spesso ostili fra loro:
e chi percorreva quella contrada, ad ogni piè sospinto passava per
terre sulle quali imperava or la «Camera» pontificia, or la città di
Roma, ora una Republica, ora un barone ed ora un convento romano; e
in luoghi parecchi davasi finalmente che tutti costoro ad una volta vi
esercitassero diritti signorili.
Nell’anno 1234 la città di Roma fece uno sforzo disperato per torsi di
dosso la dominazione pontificia e per costituire uno Stato libero nella
cerchia del suo distretto. Se avesse potuto giungerne a capo, essa
avrebbe acquistato una estensione tale da superare i confini di Milano
e di Firenze, e da eguagliare per avventura l’ampiezza che Roma aveva
avuto poco tempo prima delle guerre puniche. È notevole cosa che i
Romani in quella loro sollevazione condotta con fermi e serî propositi
si risovvenissero di consuetudini antiche, poichè infatti nelle terre
elevarono colonne di confine (termini) segnate colla iscrizione S. P.
Q. R., affine di denotare i limiti della giurisdizione urbana[242].
Volevano che il Papa lasciasse loro libertà di elezione del Senato,
e pretendevano per sè il diritto di batter moneta e di impor gabelle
di diversa maniera: chiesero il solito tributo di cinquemila libbre;
tentarono di parificare il clero ai laici, abolendone la giurisdizione
e le immunità, sì come allora facevano molte Republiche anche non
grandi; domandarono che il Papa non pronunciasse mai la scomunica
contro cittadini romani, perocchè dicessero che la illustre Città
possedeva il privilegio di esenzione dalle pene ecclesiastiche. A quei
Romani non faceva freddo nè caldo che i loro Imperatori venissero
scomunicati, ma il loro orgoglio civico reputava che contro di loro
censure pontificie non potessero applicarsi, siccome i loro antichi
avevano statuito che nessun cittadino romano potesse soffrire la pena
delle vergate[243].
§ 4.
Luca Savelli, senatore (1234). — I Romani affermano che il
_Patrimonium_ di san Pietro è proprietà della Città. — Il Papa invoca
l’aiuto della Cristianità contro di loro. — L’Imperatore gli viene in
aiuto. — I Romani sono sconfitti vicino Viterbo. — Angelo Malabranca,
senatore (1235). — Roma con un trattato si sottomette al reggimento
pontificio.
Nell’anno 1234 era fatto senatore Luca Savelli, potentissimo uomo,
nipote di Onorio III e stipite di una celebre famiglia: non appena
fu egli in officio, che promulgò un Editto con cui dichiarava la
Tuscia e la Campagna proprietà del popolo romano[244]. E tosto mandò
giudici del Senato in entrambi quei territorî affinchè colle buone o
colle cattive ottenessero giuramento di omaggio dalle città. Milizie
romane occuparono Montalto nella Maritima, e, a simbolo della signoria
di Roma, vi rizzarono una cittadella gigantesca. Sulla fine del
Maggio, il Papa con tutti i Cardinali se ne fuggì ancora una volta
a Rieti[245]. Quale sarebbe stata la sorte del Papato se alla Città
fosse riuscito di diventare potente come Milano o come Pisa? Impedire
che ciò avvenisse fu il compito della Chiesa; incatenar le braccia
al Campidoglio non fu la menoma cura dei Papi. La fuga di Gregorio,
i provvedimenti severi ch’ei prese, l’anatema che lanciò contro il
Senatore e contro il consiglio del Comune, misero tale collera indosso
a’ Romani, che saccheggiarono il palazzo Lateranense e le case dei
Cardinali[246], e, levato un esercito, ardenti di rabbia mossero in
campo contro Viterbo. Tuttavolta il Pontefice non fu senza alleati;
molti baroni e città molte del Lazio, come Anagni, Segni e specialmente
Velletri, si schierarono dalla sua parte, e gelosi delle loro libertà
opposero resistenza ai Romani. In Tuscia Gregorio munì Radicofani e
Montefiascone; e Viterbo (per cui si trattava di vita o di morte) fu
colà il più saldo fondamento della sua difesa[247].
I Papi, le quante volte dovettero cimentarsi a lotta diseguale coi
loro sudditi, invocarono sempre l’aiuto degli stranieri per castigare
la loro terra ribelle; nè mai la Cristianità negò loro pecunia o
soldati. Gregorio IX scongiurò pertanto il mondo cattolico affinchè
gli prestasse armi contro la minacciosa Roma; e ne scrisse ai Re
vassalli di Portogallo e di Aragona, al Conte del Rossiglione, al Duca
d’Austria, ai Vescovi di Germania, di Spagna e dì Francia[248]. Anche
l’Imperatore fu presto a venirgli in soccorso. La ribellione di suo
figlio Enrico in Alemagna e la sua lega fellonesca coi Lombardi gli
sarebbero state esiziali se Gregorio favorite le avesse; perciò, senza
pur esserne chiamato, corse col suo secondo figliuolo Corrado a Rieti
per offrire al Papa le sue soldatesche contro Roma e contro i diritti
del popolo romano[249]. Il più debole fu sacrificato al più forte; e,
poichè Gregorio e Federico avevano bisogno l’uno dell’altro, necessità
li rese alleati, quantunque si odiassero, ed espose la città di Roma a
dover guerreggiare in pari tempo contro l’Imperatore e contro il Papa.
Capitano dei soldati pontificî fu il cardinale Rainero Capocci,
viterbese, uomo di attività infaticabile e di grande abilità militare,
con cui si dà inizio alla non piccola schiera di Cardinali che
s’acquistarono gloria in guerra, da generali della Chiesa. Dopo che
s’ebbe congiunto colle milizie di Federico, Rainero marciò su Viterbo
per rafforzare questa città e per discacciare i Romani dal castello di
Rispampano. Ne avesse o no buone ragioni, la Chiesa diffidava sempre
dell’Imperatore: quella rocca munita e ben approvigionata fu difesa
strenuamente dai Romani ad onta di un assedio che durò due mesi; e i
preti mal pazienti accusarono l’Imperatore, perocchè, invece di dare
alla sua aquila libero volo in guerra vigorosa contro i Romani, si
spassasse alla caccia battendo co’ suoi falchi le campagne di Tuscia. E
quando nel mese di Settembre ei se ne tornò al suo reame, gridarono al
tradimento[250], sebbene in Viterbo avesse lasciato al Cardinale buona
mano di soldati sotto il comando di un suo generale. Molti cavalieri
tedeschi rimasero però di buon animo al servigio del Papa; accorsero
dei Crociati a prestare contro di Roma il loro ingegno e la loro spada
alla Chiesa; sotto il vessillo del Cardinale capitarono financo Inglesi
e Francesi, sia perchè gli spronasse fervore religioso ovvero smania
di avventure. Lo sventurato Raimondo di Tolosa, combattendo contro
i ribelli Romani, sperò di potersi liberare dal voto di una Crociata
che gli era stato imposto; e il vescovo Pietro di Winton, ricco uomo
e perito nelle cose di guerra, esiliato dalla corte inglese, venne
anch’egli ad offerire la sua opera, che fu la bene accetta[251].
Come l’Imperatore si fu ritirato, i Romani s’avanzarono vigorosamente
a dar l’assalto a Viterbo. Si sentivano scorrere nelle vene sangue
libero di republicani; rade volte gli aveva animati tanto coraggio
guerriero, o s’erano in così gran numero raccolti in arme. Però il loro
modo disordinato di combattere fu vinto dalla esperienza militare di
illustri avversarî d’oltralpe: una sortita dei Tedeschi e dei cittadini
di Viterbo si mutò in battaglia sanguinosa, che i Romani sostennero
bravamente, ma perdettero. Molti cavalieri di nobili famiglie e
Tedeschi non pochi restarono sul campo[252]. Dal giorno sventurato
di Monte Porzio i Romani non avevano mai sofferto perdite così gravi
in campo aperto; anche adesso come allora si salvarono fuggendo alle
loro mura; i vincitori tennero lor dietro fino presso della città, e
il risultato della battaglia di Viterbo fu che il Papa recuperasse
la Sabina e la Tuscia[253]. I preti sconoscenti dovettero almeno
adesso confessare che una vittoria così decisiva era stata conseguita
solamente perchè avevano avuto in loro soccorso i soldati di Federico.
Per verità i Romani continuarono la guerra; pronunciarono il bando
contro il cardinale Rainero; con un Editto proclamarono che il Papa
resterebbe per sempre esiliato da Roma se non li ristorasse de’
sofferti danni, e perfino ottennero qualche prospero successo in campo:
ma le loro forze erano esauste, e le loro finanze ridotte al verde, ad
onta dei balzelli imposti alle chiese. Allorchè dunque, nella primavera
del 1235, Luca Savelli fu uscito d’officio, e da senatore gli subentrò
Angelo Malabranca, riuscì fatto a tre Cardinali legati di indurre
Roma a conchiudere la pace. Pertanto la Città ebbe operato un inutile
sforzo; non conseguì la meta della sua vigorosa guerra, ed anzi, a
mezzo il Maggio del 1235 dovette assoggettarsi nuovamente alla signoria
suprema del Papa.
Il documento contenente il trattato di pace è tale da destare vivissima
curiosità, e denota la forma e la natura della libera Republica romana.
Eccone nella sua parte essenziale il tenore:
«Noi Angelo Malabranca, per la grazia di Dio, senatore illustre
dell’alma Città, giusta facoltà concessaci dal magnifico Senato,
giusta mandato e acclamazione dell’inclito popolo romano, che a suon
di campane e di trombe s’è congregato in Campidoglio, ed eziandio
per la proposta fattane dai venerabili cardinali, Romano vescovo di
Porto e di santa Ruffina, Giovanni Colonna di santa Prassede, Stefano
di santa Maria in Transtevere, promettiamo in nome del Senato e del
popolo quello che segue in rapporto alla disputa sorta fra la santa
romana Chiesa, il Padre santo, e il Senato e il popolo di Roma. —
Di mandato del Pontefice protestiamo di dare soddisfazione di quanto
avvenne per la torre e per gli ostaggi di Montalto, per il giuramento
di omaggio richiesto al tempo del senatore Luca Savelli, e per le
colonne terminali rizzate nelle terre della Chiesa. Lo stesso eziandio
facciamo per i giudici che ricevettero quell’omaggio nella Sabina e
nella Tuscia ed occuparono i beni della Chiesa; per il bando inflitto
a Rainero cardinale di santa Maria in Cosmedin ed a Bartolomeo notaio;
per il saccheggio del sacro palazzo Lateranense e delle case di alcuni
Cardinali; per il ristoro dei danni recati ai vescovati di Ostia, di
Tusculo, di Preneste e di altri beni ecclesiastici; per lo Statuto onde
promulgammo che il Papa non potrebbe tornare nella Città e che noi non
conchiuderemmo pace con lui, se prima non avesse restituito ai Romani
le cinquemila libbre prestategli e guarentite colla ipoteca di Rocca
di Papa, e se non gli avesse risarciti di ogni danno. Questi bandi e
decreti, per facoltà commessaci dal Senato e dal popolo, ritrattiamo e
dichiaramo nulli.
»E perchè sia tolta ogni ragione di contesa fra noi, la Chiesa e il
Pontefice (che da figliuoli pii veneriamo per rispetto di Cristo di cui
è vicario in terra, e del Principe degli Apostoli ond’è successore),
massime poichè tal cosa giova alla fama di quest’alma ed illustre
Città, comandiamo quel che segue: Le persone ecclesiastiche che
trovansi a Roma e fuori, e le famiglie del Pontefice e dei Cardinali
non saranno tratte innanzi al tribunale laicale, nè danneggiate con
distruzione di case, od altrimenti molestate. Tuttavia ciò che vien
detto delle famiglie del Papa e dei Cardinali non s’intende esteso
ai cittadini romani laici che tengono casa e loro genti nella Città,
per quanto di quelli siano o si appellino famigliari. Nessun prete,
nè monaco o laico alcuno, quando vada ai palazzi apostolici od al san
Pietro, finchè vi rimanga, e quando ne ritorni, potrà esser tratto
innanzi al giudice civile; chè anzi dal Senatore e dal Senato avrà
protezione. Nella Città e fuori non potrà imporsi balzello alcuno su
chiese, su preti e su monaci. Diamo fede di pace eterna all’Imperatore
ed alle genti sue; al popolo di Anagni ed a quelli di Segni, di
Velletri, di Viterbo, della Campania, della Maritima e della Sabina,
al conte Guglielmo (di Tuscia), a tutti gli altri del _Patrimonium_,
e a tutti gli amici della Chiesa. Comandiamo, e con questo decreto
confermiamo, che d’ora in poi nessun Senatore, sia uno solo o sieno
parecchi, operi contrariamente a questa nostra patente di franchigia.
Chi mai vi contraddica, proverà le conseguenze della gravissima
collera e dell’odio del Senato, ed inoltre sarà obligato a pagare cento
libbre d’oro per la restaurazione delle mura della Città: anche dopo
il pagamento dell’ammenda questo privilegio continuerà nulladimeno a
serbare il suo vigore»[254].
In tal guisa la pace dell’anno 1235 pose fine ad una delle più ardue
guerre che la Republica di Roma abbia sostenuto contro la signoria
pontificia. Non per questo perdette essa la sua autonomia, ma fu
nuovamente ridotta entro a que’ limiti che imposto le aveva Innocenzo
III. Cadde a vuoto il tentativo di assoggettare il clero alla legge
civile e di sottomettere il distretto urbano alla giurisdizione del
Campidoglio. La signoria temporale del Papa durò per l’aiuto che a lui
diede l’Imperatore, e la città di Roma continuò come prima ad essere
vittima della grandezza del Pontificato[255].