§ 1.
Federico risolve di andare in Alemagna. — Viene a Roma. — È coronato
ad Aquisgrana nel 1215. — Fa voto di intraprendere una Crociata.
— Concilio Lateranense. — Innocenzo III muore. — Indole di lui. —
Grandezza mondiale del Papato.
Evocato dal Pontefice, di repente contro Ottone si alzò il giovine
nemico della sua casa, colui che egli credeva di avere annientato:
Davide scendeva in campo contro Saulle. Uno strano destino fece sì
che Federico, primo dei tre eletti al trono, e fra tutti fornito di
diritti maggiori, entrasse ultimo nella gran lite della corona: ed
egli restaurò la casa di Hohenstaufen e la ornò di un novello fiore
sbocciato sotto il sole di Sicilia. In mano di Innocenzo quei tre
eletti erano stati come le pedine di una scacchiera, che egli aveva
giocato una contro l’altra e una dopo dell’altra. Tutti e tre avevano
sentito vergogna di dover servire all’altrui volontà; ed il giovane
figlio di Enrico VI s’imbevve d’un sì profondo odio contro quella
politica egoista, che tutta la sua vita andò dominata da quello. Non
dimenticò mai di aver dovuto comperare la protezione della Chiesa
coll’omaggio feudale e colla perdita di preziosi diritti della corona;
nè mai obliò che era stato escluso dal trono dell’Impero allorchè il
Papa vi aveva chiamato Ottone IV.
Federico, come a’ suoi tempi Enrico IV, era cresciuto in mezzo alle
brutte cabale dei partiti di corte; e, pari a quel Re, se ne erudì in
perfetto modo nell’arte di ingannare gli uomini. Le astuzie onde si
servì più tardi contro alla Chiesa ebbe egli appreso nelle difficili
relazioni in cui, fin dalla sua fanciullezza, s’era trovato colla Curia
romana e colle intraprese di questa nell’Impero ed in Sicilia. L’arte
politica di Roma fu la sua scuola.
Gli avversarî di Ottone lo invitarono ad andare in Alemagna. Anselmo
di Justingen, uno dei loro ambasciatori, venne a Roma, e vi trovò il
Papa ed i Romani disposti a riconoscere le pretese di Federico alla
corona romana, giacchè pareva quasi che Innocenzo III soltanto adesso
d’un tratto avesse scoverto che quegli ne possedeva i diritti[144].
L’arte politica, quella nemica di ogni grandezza ideale e delle virtù
religiose e filosofiche, trascinò un uomo, come Innocenzo era, nelle
vie trite e comuni; lo costrinse a mutar di concetti ed a mentire alle
sue opinioni. Ed infatti, se il Papa si fosse tenuto fermo nel suo
indirizzo, l’ultimo degli Hohenstaufen avrebbe dovuto restarsene per
sempre esiliato in Sicilia, vassallo feudale della Chiesa, estraneo
alle cose dell’Impero. Forse che il Papa reputava possibile di impedire
la unione tanto temuta di Sicilia con Alemagna? pare proprio che ei si
lasciasse andare a questo ingannevol pensiero. L’istante in cui egli
esortò il Re di Sicilia a conquistarsi la corona romana fu uno dei
più fatali che s’abbian dato nella storia del Papato: nè era lontano
quell’avvenire in cui ne sarebbe scoppiata una lotta desolatrice della
Chiesa e dell’Impero, e ne sarebbero derivati la signoria della casa
d’Angiò, i vespri siciliani e l’esilio avignonese. Innocenzo temprò
di sua mano quella seconda spada, e ben più gagliarda ed acuta, che
ferir doveva il seno della Chiesa. I ripetuti errori di questo Papa
onnipossente, ai cui piedi alcuni Re avevano deposto le loro corone
in atto sommesso di vassalli, è prova umiliante della cieca ignoranza
delle leggi e dell’andamento del mondo, che fa velo anche agli occhi
dei maggiori ingegni.
Allorchè i messaggieri svevi furon giunti a Palermo, la Regina e il
Parlamento si opposero a che Federico intraprendesse il pericoloso
viaggio di Alemagna. Il Re diciottenne ondeggiò fra la speranza e il
dubbio, ma finalmente risolse di gettarsi audacemente nei flutti di
un immenso avvenire. Una sorte fatale lo chiamava dal molle paradiso
di Sicilia a geste immortali e ad onori degni di un eroe; in premio
gli offeriva la maggior corona del mondo, e il giovine si staccava
dalle solitarie spiagge della sua isola per guadagnarsi quella corona
nella terra dei suoi padri. Fe’ coronar re di Sicilia Enrico suo
figliuolo di fresco nato, affidò il governo alla sua sposa, si imbarcò,
e celeremente per Benevento e Gaeta venne a Roma, dove, nell’Aprile
1212, il Papa ed il popolo lo salutarono come re eletto dei Romani.
Innocenzo III vide per la prima volta il suo protetto, nè più dopo lo
rivide. Innanzi a lui stava, come imperatore designato, il giovine e
intelligente nipote di quell’eroe Barbarossa che era omai diventato
personaggio di mito: ed egli era creatura sua in un senso più nobile
di quello che fosse stato Ottone IV; la creatura del dover suo, il suo
figliuolo adottivo, in cui profitto aveva sinceramente speso sforzi e
fatiche di molti anni. Se pure i novellieri gli avranno dipinto quel
giovine Re come un cervel balzano, che nelle sue crapule si attorniava
di uno sciame di trovatori cortigiani, il suo acuto sguardo avrà
saputo tosto discerner nel figliuolo di Enrico VI la potenza innata
del genio e l’intelletto di buon’ora addestrato alla severità del
pensiero. Si stabilirono i patti che la Chiesa poneva all’esaltamento
di Federico, e soprattutto fu determinato che Sicilia sarebbe rimasta
separata dall’Impero. Così fu eletto il nuovo candidato al trono
imperiale in mezzo a condizioni di cose che somigliavano a quelle che
avevano preceduto la elezione di Ottone IV: e sventura fu dell’Impero,
perciocchè gli stessi legami che quegli aveva infranti soltanto a
prezzo di uno spergiuro, furono torti anche attorno di Federico[145].
Però non val dubitare dei sentimenti leali che questi accoglieva a quel
tempo in mezzo alle entusiastiche speranze di un grande avvenire.
Il Papa congedò Federico pienamente contento e financo gli fornì
denaro. Guidato da prospera fortuna il giovine Siciliano giunse in
Germania, dove parve simile a una stella del mezzodì, che sorgeva
sull’orizzonte rapida e fulgente di luce. La gloria de’ suoi avi
gli schiudeva l’entrata in patria; la liberalità onde dispensò beni
ereditarî della sua famiglia e feudi imperiali gli guadagnò l’animo
dei maggiorenti avidissimi; la triste persona del Guelfo ancor più
oscurata dall’anatema della Chiesa, giovò a dar miglior rilievo ad un
giovine cui le attrattive straniere acquistate in un’isola lontana e
leggendaria, ornavano di bellissimi vezzi.
Addì 12 Luglio 1212, riverito da quasi tutta Germania, Federico prestò
il giuramento in Egra, e vi dovette, con espressa adesione dei Principi
dell’Impero, ripetere le concessioni già fatte da Ottone IV al Papa.
Fu riconosciuta la libertà della Chiesa nelle cose spirituali; fu
confermato in tutta la sua estensione lo Stato che Innocenzo aveva
fondato alla Chiesa; all’Impero non si conservò in quelle terre altro
diritto che il _Foderum_ in occasione della coronazione; fu ancora una
volta pronunciato solennemente che il Papa era signore delle Puglie e
di Sicilia[146].
Dopo imprese vittoriose contro lo sventurato nemico, la cui gloria
tramontò ai 27 Luglio 1214 sul campo di Bouvines, Federico II fu
coronato ad Aquisgrana (nel giorno 25 Luglio 1215) da Sigfredo
arcivescovo di Magonza e legato del Pontefice. Dopo la coronazione il
«Re del Papa» (come Ottone IV con disprezzo iracondo chiamava il suo
favorito rivale) prese la croce per una spedizione in Terra santa:
forse lo faceva per sommessione alla Chiesa che lo aveva levato al
trono, forse anche perchè ve lo trascinava un sentimento cavalleresco;
però era un voto malaccorto che gli doveva tornare sorgente di
grandissimi mali. Il suo giuramento di liberare l’Oriente era, a quel
tempo, sincero, ma può darsi che più non fosse sincera la sua promessa
di tener Sicilia (come feudo ecclesiastico) disgiunta dalla sua corona,
e, tosto che fosse consecrato imperatore, di concederla al figliuol suo
Enrico[147].
La contesa della successione al trono tedesco fu decisa definitivamente
nel Concilio che Innocenzo raccolse in Laterano agli 11 Novembre
1215. Gli avvocati di Ottone e gli ambasciatori di Federico ne
ricevettero sentenza, essere quegli decaduto dall’Impero, questi
essergli succeduto[148]. Più di millecinquecento Arcivescovi e Prelati
di tutti i paesi della Cristianità, oltre a Principi e legati di Re e
di Republiche, s’inginocchiarono ai piedi del potentissimo de’ Papi,
il quale, nella sua maestà d’ogni dove riverita, sedeva sul trono
del mondo, ed era padrone d’Europa. Quel magnifico Concilio, ultimo
atto solenne di Innocenzo III (ed egli stesso lo ebbe presagito), fu
l’espressione della novella forza che egli aveva infusa alla Chiesa
e della unità in cui la aveva conservata. Il termine della vita di
quest’uomo straordinario ne fu anche l’apogeo. Stava per recarsi
in Toscana affine di pacificarvi Pisa con Genova e d’indurre quelle
città marittime a prender parte alla Crociata (che era stata il più
importante argomento trattato nel Concilio), ma moriva a Perugia nel dì
16 Giugno 1216: per sua gloria non ebbe vita soverchiamente lunga.
Innocenzo III può chiamarsi veramente l’Augusto del Papato: non fu
genio creatore come Gregorio I e come Gregorio VII, ma pur fu uno dei
più ragguardevoli uomini del medio evo; spirito severo, sodo, mesto;
completo principe; statista d’intelletto acuto; sommo sacerdote di
fede sincera e ardente, ma in pari tempo di ambizione immensa, celata
sotto velo religioso; uomo di energia ferrea e temuta: fu il giudice
del mondo alla sua età, e lo tenne compresso sotto la mano; fu un
idealista audacissimo sul trono pontificio, locchè non tolse che fosse
eziandio monarca pratico, giureconsulto di fredda mente[149]. Sublime e
meraviglioso è lo spettacolo di un uomo che con maestà tranquilla, sia
pure per un solo istante, guida veramente il mondo a voler suo. Ed egli
fece con rara prudenza suo pro dei rapporti storici; usò con impavida
ed abilissima maestria delle leggi e delle imposture canoniche;
indirizzò a’ suoi fini il sentimento delle moltitudini risvegliato
a sensi religiosi; e con tutti questi mezzi associati insieme diede
al Papato una forza nuova e sì gagliarda che nel torrente della sua
autorità trasse seco gli Stati, le Chiese, la società civile, senza
che si attentassero di oppor resistenza. Le sue conquiste compiute
soltanto colla potenza sacerdotale furono, come quelle di Ildebrando,
cosa meravigliosa se si paragonino alla brevità del suo reggimento:
suoi furono Roma, lo Stato ecclesiastico, Sicilia; Italia divenne
suddita a lui o a lui mirò come a protettor suo; l’Impero ricacciato
di là dalle Alpi curvò il capo sotto l’arbitrato pontificio. Germania,
Francia, Inghilterra, Norvegia, Aragona, il reame di Leone, Ungheria,
la remota Armenia, gli Stati tutti di Oriente e di Occidente riverirono
il tribunale del Papa. La lite che si agitò a causa della ripudiata
donna danese Ingeborg porse ad Innocenzo l’opportunità di costringere
il potente re Filippo Augusto a piegare il collo sotto il giogo della
legge ecclesiastica; una contesa d’investitura lo rese signore feudale
d’Inghilterra. La maestrevole arte con cui vinse il Re inglese facendo
violenza ai diritti della sua corona; la protesta tracotante di voler
dare la libera Inghilterra in signoria di un principe straniero,
a Filippo Augusto; la partita che egli osò impunemente di giocare
con quest’ultimo Monarca; la prosperità dei suoi successi, le sue
vittorie, sono cose che in verità confinano col prodigioso. Il meschino
re Giovanni con paura servile depose publicamente la sua corona,
e, vassallo tributario della santa Sede, la riprese dalle mani di
Pandolfo, che non era dappiù di un legato, ma aveva superbia e coraggio
degni di un romano antico[150]. Ed invero la celebre scenata di Douvres
fa rammentare i tempi vetusti di Roma, quando Re di terre lontane al
cenno di Proconsoli deponevano o pigliavano il diadema: ed essa splende
nella storia del Papato parimenti che l’altra di Canossa, cui tiene
veramente riscontro. Fu il colmo dell’avvilimento per l’Inghilterra;
ma nessun popolo si rialzò così prestamente e con tanta gloria dalla
sua umiliazione, più di quella azione virile, che al suo vile tiranno
strappò la _Magna Carta_, fondamento di tutte le libertà politiche e
civili di Europa.
Le buone fortune di Innocenzo non ebbero limite. Al tempo in cui sorse
questo Papa tutte le forze del mondo si vibravano in moto operoso, ed
egli se ne impadronì e col dominio di esse diventò potente. Perfino
ei vide compiersi i sogni audaci di Ildebrando rivolti a sottomettere
la Chiesa greca alle leggi di Roma; e infatti, dopo che gli eroi
latini ebbero conquistato Bisanzio, il rito romano fu introdotto nella
Chiesa bizantina. Non mai alcun Papa più di Innocenzo III, fattore e
disfacitore a suo senno d’Imperatori e di Re, ebbe coscienza sì alta e
pur sì pratica della sua podestà che abbracciava tutto il mondo. Nessun
Papa più di lui giunse sì presso alla meta temeraria cui s’era proposto
Gregorio VII: far d’Europa un feudo romano, del Papato una gerarchia
onnipossente, della Chiesa l’ordinamento universale. A capo della
lunga schiera dei suoi vassalli andarono dei Re; ad essi tennero dietro
Principi, Conti, Vescovi, città e signori, che da questo solo Pontefice
ricevettero patenti feudali[151]. Egli circondò la Chiesa di terrore;
lo spavento che ne’ tempi di Nerone e di Trajano incuteva al genere
umano il comando despotico di Roma, non fu maggiore della servile
venerazione con cui il mondo accolse i miti ammonimenti o le minacce
tonanti del romano Innocenzo III, del maestoso prete che ai pavidi
Re poteva dire nel linguaggio dell’antico Testamento: «Come nell’arca
dell’alleanza del Signore, vicino alle tavole della legge si custodì
la verga, così nel petto del Papa si contiene la potenza formidabile
della distruzione e la dolcezza mansueta della grazia»[152]. Per lui
la santa Sede diventò il trono della podestà dogmatica e canonica,
il tribunale politico dei popoli d’Europa. All’età sua Oriente e
Occidente riconobbero che il centro di gravità di ogni ordinamento
morale e politico risiedeva nella Chiesa, universo morale, e nel suo
Papa. Innocenzo III fu la più fausta costellazione in cui la Chiesa
sia mai entrata nel corso della storia: con lui il Papato si elevò ad
un’altezza vertiginosa, sovra la quale non gli fu possibile di tenersi
ritto.
§ 2.
Operosità degli eretici. — Dottrina della povertà cristiana. —
Fondazione degli ordini mendicanti. — San Francesco e san Domenico.
— I primi conventi dei loro ordini in Roma. — Indole e influenza del
monachismo mendicante. — La setta degli Spirituali.
Non c’è volontà individuale che a lungo andare sia capace di frenare
il moto del mondo; il progresso dell’umanità si beffa di qualunque
potenza passeggiera, per quanto essa consegua trionfi temporanei.
Ne lo insegnano eziandio le attenenze che Innocenzo III s’ebbe col
grande commovimento morale del secolo decimoterzo; anche a lui mancò
la potenza d’incatenarlo colle sue leggi. Il secolo decimoterzo fu
una grande e continua rivoluzione; lo spirito civico conseguì la sua
vittoria affrancandosi dal feudalismo, dall’Impero, dalla Chiesa; e,
accanto di esso, sorse lo spirito evangelico a conquistarsi libertà
di pensiero e di fede. Cotale rivoluzione nella brevità di questo
tempo non trionfò come l’altra: la sua fiamma, che si sprigionò
tutt’a un tratto, fu soffocata dalla Chiesa, ma la scintilla non ne
potè essere spenta. Un’attività fervida ed entusiastica di pensieri
ereticali cozzò in sul principio di questo secolo contro la forma
dell’autorità dogmatica entro cui Innocenzo III credeva aver forza
di relegare la gente umana. Davanti allo sguardo di questo Papa,
giorni ed anni sfilarono come un corteo trionfale che lo salutava
e gli rendeva omaggio, ma educarono eziandio degli spiriti riottosi
che lo atterrirono. Il primo e grande assalimento che la rivoluzione
degli eretici ed altresì quella evangelica mossero contro il dogma
ecclesiastico e politico di Roma, coincide precisamente col momento in
cui avvenne la seconda fondazione dello Stato ecclesiastico e della
monarchia mondiale pontificia. In quello che la Chiesa otteneva il
più solido accentramento del suo organismo, l’unità del suo sistema
dottrinale era minacciata di pericolo sì grave, che in tempi anteriori
non s’era mai dato l’eguale. Innocenzo con fermezza veramente romana
intraprese la guerra contro la eresia, cui ordinò sterminarsi col
ferro e col fuoco; e la sua severità formidabile diede al fanatismo
ecclesiastico e alla intolleranza un esempio e un indirizzo che
durarono secoli. Opera degli anatemi e degli imperiosi comandi di
Innocenzo III si fu la distruzione degli Albigesi consumata nella
prima guerra che propriamente si combattesse contro gli eretici; guerra
sozza, di crudeltà sì feroci che mettono ribrezzo e indignazione. Tale
infatti fu da lasciare un’orma profonda nella memoria degli uomini.
Dolore delle ruine di un vago paese ornato di reminiscenze della
coltura antica; simpatie cavalleresche e romantiche; ammirazione forse
esagerata della poesia provenzale; sentimento d’amore dell’umanità
e della libertà, hanno circondato la fine degli Albigesi di gloria
imperitura, e punito Innocenzo III con una sentenza che mai non si
cancellerà. Sebbene nella vita dei popoli parecchie vittime sieno
condannate a soccombere, olocausto della necessità storica, certo non
merita invidia la sorte di quelli che sono consecrati a stromento
di quella necessità. A dir vero non sarebbe difficile rispondere a
chi chiedesse quale forma avrebbe assunto la nostra coltura, se nel
secolo decimoterzo la eresia e tutte le degeneri sue conseguenze
manichee avessero conseguito intiera vittoria. La massima della
libertà di coscienza, tesoro preziosissimo della società umana
aggentilita, non era destinata a quei secoli immaturi; eppure essa
s’alzò vittoriosa dai roghi di coloro che caddero strozzati sotto gli
artigli dell’Inquisizione, di quella formidabile guardiana dell’unità
della Chiesa, di quella potenza terribile che si fondò quando l’impero
pontificio di Innocenzo III era giunto al suo culmine.
Una dottrina fanatica, nemica mortale di ogni società pratica e di
ogni civiltà, cui gli uomini hanno in orrore come la peste, fe’ allora
sua comparsa per la seconda volta nel mondo; prese forma di idealità
religiosa, ed accese d’entusiasmo gli animi più pii. Il principio
della povertà assoluta, considerata virtù dei veri successori di
Cristo, era tolto a fondamento dogmatico dalle sette di eretici di
quell’età, fra’ quali massimamente pericolosi alla Chiesa erano i
Poveri di Lione, ossiano i Valdesi. Quella dottrina che non era fatta
per uomini di questa terra, parve tuttavia al mondo verità apostolica,
e prestò un’arma poderosa ai nemici della monarchia pontificia. Allo
spettacolo delle pompe, delle ricchezze e della potenza non apostolica
della Chiesa si ridestò il desiderio dell’idea cristiana, e gli eretici
evangelici ne contrapposero il purissimo esemplare a rincontro di
ciò che era divenuto sconcia realtà. Il Papato romano, venuto a lotta
contro il sentimento che s’era diffuso della riforma onde abbisognava
la Chiesa, sarebbe caduto nell’estremo esizio se questa non avesse
potuto rinvenire di bel nuovo in sè stessa l’impulso della abnegazione
cristiana, e se non l’avesse fatto rifiorire come pensiero cattolico
e proprio suo. All’ora propizia, dal grembo di lei sorsero due uomini
mirabili, profeti della povertà apostolica, e di repente infusero
forza novella nelle vene della Chiesa: ai fianchi di Innocenzo III
si posarono Francesco e Domenico, persone celebri di quest’età. La
leggenda rappresentò le relazioni che ebbero colla Chiesa in una
visione che sarebbe apparsa in sogno al Papa; nel sonno per due volte
egli scorgeva due uomini di meschina apparenza far puntello delle loro
mani al Laterano crollante; e destandosi riconosceva tosto in quelli i
due Santi. La loro repentina comparsa, la loro indole leggendaria, la
loro operosità in mezzo alle battaglie della vita pratica del mondo,
la loro influenza meravigliosa, sono fenomeni veri nella storia della
religione.
Francesco, il più simpatico di tutti i Santi, fu figlio di un mercante
di Assisi, dove nacque intorno all’anno 1182. Mentre da giovine
conduceva fra’ piaceri vita voluttuosa, lo incoglieva una divozione
fanatica, onde, gettati da sè gli abiti fastosi, spogliatosi dell’oro
e degli averi, si coperse di cencioso saio, disprezzando ogni riguardo
del mondo. Lo si beffeggiò, fu chiamato pazzo, ma di lì a qualche tempo
torme di uomini pii diedero ascolto alla sua eloquenza portentosa; e
discepoli ammaliati da lui, vestiti di abiti a brandelli, seguirono
il suo esempio, in quello che egli fondava una prima comunità nella
cappella detta _Portiuncula_ vicino Assisi. Le parole di Cristo
ripetute dalla bocca di un apostolo mendico: «getta via quel che
possiedi e seguimi»; queste parole tornavano a risonare per le vie
e per le piazze, in mezzo agli entusiasti della povertà, i quali ne
interpretavano alla lettera la dottrina[153]. L’ardore inesplicabile
per cui gli uomini s’invaghirono di quella fratellanza mistica, la
cui massima dottrina era non posseder cosa alcuna, i cui modi di trar
la vita derivavano dalle elemosine volontarie, il cui ornamento stava
nell’abito di accattone, è pur uno degli stranissimi avvenimenti del
medio evo, e tale che deve indurre ogni intelletto severo a meditare
i quesiti che toccano più gravemente ai destini della società umana.
Non la era una ribellione contro la impari ripartizione dei beni
terreni ciò che spingeva quegli idealisti dell’Umbria ad uscire
dalle condizioni pratiche della vita ed a gettarsi in braccio della
nuda inopia. Diventavano cinici e comunisti, non per convincimenti
filosofici, ma per un impulso religioso che agitava la mente umana
inferma. Se il visionario serafico, sul breve confine che divide
la luce dalla tenebra, fosse stato uomo di animo triviale, ei si
sarebbe dileguato dal mondo ricoverandosi in qualche romitaggio;
ma Francesco aveva indole ardente d’affetti, ispirata, seducente,
perlochè egli attrasse a sè gli uomini colla prepotenza dell’esempio.
In quel profeta fervido, tutto cuore, si rifletteva un raggio del
genio divino, che in altre età avrebbe fatto di lui il fondatore di
una religione: a’ suoi dì invece egli non potè essere altro che uno
dei Santi della Chiesa già saldamente disciplinata, un’imitazione
vivente e leggendaria di Cristo, di cui i suoi discepoli pretendevano
aver visto in lui impresse le stimmate. Ma que’ seguaci suoi non
penetrarono nel fondo di un animo poetico, come quello di Francesco,
le cui estasi sovraumane non riuscivano a comprendere: ad un regno di
mesti rapimenti che si libravano di là del mondo materiale i discepoli
diedero una forma rozza ed esteriore; chiesero che l’essenza della
libertà entusiastica dell’anima si rinchiudesse in uno stato monacale
sottoposto ad una regola, dove la povertà, mistica reina, sedesse
sopra un trono d’oro, in mezzo a frati mendicanti che cantassero salmi
ed inni. Tuttavia quei discepoli operosi di un Santo non riuscirono
a riformare la società umana: i bisogni dell’uomo sono fecondi di
trovati e rivoluzionarî, e senza di essi la povertà non è principio
riformatore; laonde non poterono eglino fare altro che costituire un
ordine di frati errabondi senza pur supporre la influenza che il nuovo
istituto avrebbe esercitato sulla società; e costrinsero il loro Santo,
che non era un filosofo nè un teorico, ma un semplicetto figliuolo
di Dio, a diventar legislatore. La Chiesa vietava la fondazione di
nuove regole, perciocchè ormai a soverchio numero fossero saliti gli
ordini monastici, e tutti ridotti mondani e decaduti tutti; perciò a
san Francesco ossia ai suoi seguaci non fu agevol cosa di poter fra
quelli ottenere accoglienza. Sennonchè il Santo trovò in Roma degli
amici potenti, la nobile _Jacoba de Septemsoliis_ della casa dei
Frangipani, il ricco cardinale Giovanni Colonna, il cardinale Ugolino
(uom pronto ad appassionarsi e zelantissimo dei suoi protettori, che
più tardi diventò papa Gregorio IX), ed inoltre l’illustre _Matheus
Rubeus_ di casa Orsini, padre del futuro papa Nicolò III. Innocenzo,
l’uomo dal grande intelletto pratico, non comprese l’importanza del
sorgente ordine dei mendicanti: prevedeva egli forse il pericolo di
una dottrina che era decisamente ostile alla podestà temporale della
Chiesa? Non v’ha maggiore contrapposto di quello che si scorge fra
Innocenzo III e Francesco, fra il sommo sacerdote sedente in trono con
maestà di signore universale e la persona dell’umile accattone. Diogene
vero del medio evo, stava questi innanzi al Papa come innanzi al suo
Alessandro; povero e malato sognatore, ma nel suo nulla più grande di
Innocenzo; profeta che lo ammoniva; specchio in cui pareva che Dio
mostrasse al Pontefice la inanità di tutte le cose mondane: facce
opposte dell’effigie del loro tempo, Innocenzo III e san Francesco
sono per verità due profili meravigliosi. Del resto il grande Papa
non oppose al Santo alcun impedimento, ma fu soltanto Onorio III suo
succeditore che nell’anno 1223 confermò l’ordine dei _Fratres minores_,
e, sottoponendolo alla regola dei Benedettini, gli concesse le facoltà
della predicazione e della confessione[154].
Il luogo dove i Francescani, nell’anno 1229, posero la loro prima
residenza a Roma, fu l’ospitale di san Biagio, oggidì san Francesco in
Transtevere; in seguito, nell’anno 1250, Innocenzo IV concesse loro il
convento antico di santa Maria _in Aracoeli_, donde vennero rimossi
i Benedettini[155]; e questa Abazia fu fino ai dì nostri la maggior
sede del loro ordine. Sul vetusto Campidoglio movevano in processione
trionfale frati mendicanti, vestiti di bruna tonaca, cinti i fianchi
del bianco cordone: dalla cima della rupe Tarpea, dal favoloso palazzo
di Ottaviano imperava uno scalzo «generale» dei mendicanti; e ai suoi
comandi rispondeva la devota obbedienza di «province» pronte a’ suoi
cenni, le quali, come a’ tempi dei Romani antichi, si stendevano dalla
remota Bretagna fino ai mari dell’Asia[156].
Mentre il Santo di Assisi andava coi suoi entusiasti mendichi
percorrendo la vaga vallata del Tevere nell’Umbria, simile a Gesù
quando moveva per la valle di Genezareth seguito da poveri pescatori,
egli non presagiva che sulle rive della Garonna un altro apostolo
venisse guadagnando un pari ascendente. Domenico di Calaroga
castigliano, discepolo erudito del vescovo Diego da Azevedo, viaggiando
nell’anno 1205 per la Francia meridionale, concepiva il pensiero di
dedicar la sua vita alla conversione di quegli eretici audaci che
combattevano la Chiesa cattolica colle idee del Vangelo. Francesco e
Domenico furono dioscuri entrambi, però nell’intima essenza l’indole
del primo differì a fondo da quella del secondo. L’entusiasta
dell’Umbria, tutto amore, predicava fra’ mendichi, dialogava con
alberi e cogli uccellini, dedicava inni al sole, laddove lo spagnuolo
Domenico, ardente di passione come l’altro, ma tutto inteso alla
realtà pratica della vita, tutto forza operosa, pensava ai modi pur
pratici di esterminare la eresia, e ne teneva consiglio coi fanatici
eroi della guerra degli Albigesi, col vescovo Folco di Tolosa, con
Arnaldo abate di Citeaux, con Pietro di Castelnau legato pontificio
e col terribile Simone di Montfort. Ei fu spettatore dell’eccidio di
un popolo generoso, vide le ruine fumanti di Beziers, dove al cenno
dell’abate Arnaldo furono scannati ventimila uomini, ed orò in estatica
contemplazione nella chiesa di Maurel allorchè Simone di Montfort
coi suoi feroci crociati ebbe rotto l’esercito di Pietro d’Aragona
e del Conte di Tolosa. In mezzo a questi orrori, che avrebbero fatto
rabbrividire il mite Francesco, Domenico, spagnuolo e fanatico, non
ne cavò altra sensazione che amore sempre più ardente per la Chiesa,
null’altro che fervente umiltà; nè in lui viveva altra passione che
non fosse l’intento impetuoso di convertire uomini a idee diverse da
quelle che ei reputava delitti. Gli inizî del suo ordine ebbero culla
nel piccolo convento di monache a _Nôtre Dame de Pruglia_, a’ piedi dei
Pirenei, e nelle comunità di Monpellieri e di Tolosa.
Nell’anno 1215 andò a Roma, e vi assistette al grande Concilio, nel
quale i Conti di Tolosa furono costretti a cedere le loro bellissime
terre al conquistatore Simone. Innocenzo III comprese l’intendimento
pratico dell’infuocato predicatore, più chiaramente che non intendesse
il senso arcano dei sogni mistici di Francesco. Dopo qualche
riflessione era già inchinevole a confermare il novello ordine sotto la
regola degli Agostiniani, e soltanto la morte gli impediva di condurre
a compimento la sua idea. Ma poco tempo dopo fecelo Onorio III nel
22 Dicembre 1216, quando Domenico era tornato a Roma[157]; e questo
Papa impartì ai frati predicatori (_Fratres praedicatores_) la facoltà
della cura delle anime e della predicazione in tutti i paesi. Anche
in quest’ordine per comando del fondatore fu posta a legge cardinale
la povertà; per compito si tolsero la predicazione e l’insegnamento;
nè molto andò che l’ordine si rese formidabile, avvegnachè togliesse
in mano sua l’officio dell’inquisizione, primamente in società coi
Francescani, indi da solo. Le prime case ch’ebbero in Roma i Domenicani
furono (dopo l’anno 1217) il convento di santo Sisto nella via Appia, e
(dopo il 1222) l’antica e bella chiesa di santa Sabina sull’Aventino,
dove anche ai dì nostri i frati mostravano il luogo in cui vorrebbesi
che, ancor prima, avesse dimorato il loro fondatore. Domenico morì a
Bologna nel giorno 4 Agosto del 1221, ed ivi fu sepolto nella chiesa
del suo nome in una magnifica urna, che la rinascente scultura d’Italia
ornò coi primi fiori del suo genio[158].
I due patriarchi del monachismo mendicante, fratelli gemelli e parto
di una istessa età, le due lampade di luce che splendono sul monte
(così li chiama la Chiesa), furono ai fianchi di Innocenzo III gli
apostoli della novella signoria universale ecclesiastica: furono ciò
che era stato il monaco romano Benedetto accanto a papa Gregorio[159].
Mentre fondatori più antichi di ordini avevano piantato dei romitaggi
o delle abazie nei quali i monaci vivevano vita contemplativa; mentre
gli Abati, ammassando ricchezze, imperavano sopra vassalli da principi
dell’Impero e da feudatarî, Francesco e Domenico, per lo contrario,
sdegnarono un sistema che aveva traviato l’istituto monastico da’ suoi
principî, riducendolo a cosa secolaresca. La loro riforma consistette
a far rivivere l’idea dell’abnegazione e della povertà, e in pari
tempo a sbandire il sistema di una vita puramente eremitica. Il nuovo
monacato piantò le sue tende nel mezzo delle città, si mescolò fra
tutte le classi del popolo, accolse in sè perfino dei laici sotto forma
di terziarî. Queste attenenze pratiche multiformi, che gli ordini
mendicanti ebbero con ogni cerchia della vita umana, diedero loro
una forza immensa. Gli ordini antichi erano diventati aristocratici
e feudali; Francesco e Domenico ridussero il monachismo ad essere
istituto democratico; e in ciò stette riposta la potenza misteriosa di
quei due uomini, tale che da principio fu cosa veramente portentosa.
Le dottrine degli eretici, lo spirito democratico delle città, il
sorgere delle classi lavoratrici e di tutti gli elementi volgari,
fin della lingua, avevano apparecchiato il terreno all’opera di quei
due Santi. I loro insegnamenti furono accolti come manifestazioni
dell’indole popolare, ed il popolo li tenne in conto di riforme della
Chiesa, onde potevasi impor silenzio alle giuste accuse degli eretici.
Il popolo oppresso vide infatti sublimata sugli altari la disprezzata
povertà, la vide sollevata alla gloria del cielo; perciò grandissima fu
la moltitudine di quelli che s’arrolarono nei novelli ordini. Di già
nell’anno 1219, in un’adunanza generale tenuta ad Assisi, Francesco
poteva numerare cinquemila fratelli che con entusiasmo seguivano il
suo vessillo: e ben presto la erezione di conventi dei frati mendicanti
diventò nelle città faccenda così importante, come oggi forse sarebbe
l’applicazione di qualche nuovo trovato che recasse una rivoluzione
nelle bisogne della vita. Uomini illustri e gente minuta entrarono in
quei conventi, e moribondi di ogni ceto si fecero vestire della tonaca
di san Francesco per averne sicuro passaggio in paradiso.
In breve tempo i frati mendicanti esercitarono un grande ascendente in
tutti gli ordini sociali. Nei confessionali e sui pulpiti soppiantarono
il clero secolare; tennero cattedre nelle università, e monaci
mendicanti furono i maggiori maestri di scolastica: tali s’ebbero
in Tomaso di Aquino, nel Bonaventura, in Alberto Magno, nel Bacone.
Sedettero nel collegio dei Cardinali, e, papi, salirono alla santa
Sede. Nel più riposto segreto delle pareti domestiche la loro voce
parlava alla coscienza del cittadino; nelle splendide corti s’insinuava
alle orecchie dei Re, di cui erano confessori e consiglieri; e risonava
nelle sale del Laterano, e tonava nei tumultuosi parlamenti delle
Republiche. Vedevano tutto; tutto udivano. Come i primi discepoli di
Gesù andavano girando per le terre «senza bastone, senza bisaccia,
senza pane, senza denaro», a piedi scalzi[160]: ma quelle turbe di
mendicanti erano in pari tempo ordinate per province in centinaia di
conventi, capitanate da un «generale», al cui cenno ogni fratello era
pronto a farsi, qual più occorreva, missionario o martire, predicatore
di crociata o banditore di anatema, arbitro di paci o ingaggiatore di
soldati per conto del Papa, giudice di eretici e inquisitore, o fidato
messaggiero e spione, o zelante gabelotto, ossia percettore della
moneta con cui si pagavano a contanti le indulgenze, ed esattore delle
decime ecclesiastiche che rimpinguavano gli scrigni del Laterano.
La Chiesa romana s’impadronì accortamente dell’indirizzo democratico
di questi ordini, che in tutti i paesi si fecero mediatori delle
sue relazioni col popolo, in quello che i frati erano, per concessa
immunità, sottratti alla sopravveglianza del clero secolare e dei
Vescovi. I Papi se ne fecero un esercito sempre parato a combattere, il
cui mantenimento non costava loro il becco di un quattrino. I principî
della podestà divina del Papato romano furono da quei frati mendicanti
instillati in mille modi nella mente degli uomini, di cui colle minacce
paurose, cogli scrupoli delle coscienze, con insegnamenti mistici, e
da altra parte colla benevolenza, coll’abnegazione, col sacrificio di
sè, piegavano l’animo a tollerante obbedienza sotto ai comandi del Papa
infallibile. Peraltro la natura democratica dei Francescani era aspra
a governarsi; il loro misticismo ascetico minacciava di corrompersi
in eresia; ed infatti la dottrina apostolica della povertà minacciò
più d’una volta effettivo pericolo alla Chiesa. Dopo la morte del
fondatore, l’ordine sofferse uno scisma, poichè un partito più mite
condotto da fra Elia, il più illustre discepolo del Santo, chiese
che sotto certe condizioni fosse concesso ai frati di fare acquisto
di beni. Il voto di inopia mendica eccedeva le leggi della natura
umana, la quale soltanto nei rapporti della proprietà può esplicare
praticamente la forza della persona e della libera volontà. La mano
classica di Giotto, in un vaghissimo quadro, che è posto sulla tomba
del Santo in Assisi, raffigurò gli sponsali di Francesco colla povertà
personificata; però già a quell’ora la salma del grande fondatore
dell’ordine mendicante riposava in un duomo tutto scintillante d’oro
e di marmi. E i suoi figli mendichi si giocondarono in poco di tempo,
poichè ebbero acquistato conventi e beni in tutto il mondo: la povertà
rimase, ma fuor della porta del convento.
Tuttavolta un partito più severo si levò dalle ceneri del pio Santo con
fervore fanatico, affermando il principio della privazione assoluta di
possedimenti, e venendo così in lotta contro i suoi fratelli più agiati
e contro la Chiesa pompeggiante di lusso mondano. Il vangelo di quella
setta dello Spirito Santo, ossia degli Spirituali, furono le profezie
del celebre abate calabrese Gioacchino de Flore, il quale insegnava
che la Chiesa terrena era soltanto preparazione al regno dello
Spirito Santo: e quei meditabondi frati tenevano l’audace opinione che
Francesco fosse entrato nel luogo degli apostoli, e che il loro impero
monastico fosse succeduto a quello pontificio per dar principio alla
vaticinata età dello Spirito Santo, non ristretta a forme esteriori, nè
vincolata da qualsiasi reggimento o da distinzioni di mio e di tuo.
La storia della Chiesa e della civiltà deve tener nota dell’influenza
che i Francescani e i Domenicani esercitarono sulla società umana; ma
noi non possiamo descrivere la loro operosità dapprincipio gloriosa,
nè il decadimento profondo della loro idea originaria, nè i ceppi
d’imbecille servitù onde più tardi eglino tennero avvinghiati la
libertà di pensiero e il fecondo svolgimento della scienza: nè possiamo
finalmente dire delle conseguenze che la dottrina della povertà
religiosa solennemente riconosciuta ebbe recato sul patrimonio e sulle
industrie della società civile.
§ 3.
Onorio III, papa. — La famiglia Savelli. — Pietro di Courtenay riceve a
Roma (1217) la corona dell’Impero di Bisanzio. — Federico trae in lungo
la Crociata. — Ottone IV muore nel 1218; Enrico di Sicilia è eletto
a successore di Federico in Germania. — Torbidi in Roma al tempo di
Parenzo senatore. — Federico II viene a Roma e vi si incorona (1220). —
Costituzioni imperiali.
Succeditore di Innocenzo III fu il vecchio Cardinale dei santi Giovanni
e Paolo, Cencio Savelli. Della sua famiglia paterna, con cui ricompare
il nome di un’antichissima stirpe latina, non s’era trovata fino a
questo tempo alcuna traccia nella storia della Città; massime la sua
origine è ignota. Poichè tuttavia fin dal secolo nono si tiene parola
di una terra chiamata _Sabellum_ in vicinanza di Albano, può darsi che
i Savelli abbiano da quella ricevuto il nome, appunto come i Colonnesi
trassero il loro dalla rocca appellata Colonna[161]. La casa nepotesca
degli antichi Savelli (che certo vennero di Germania, come dimostrano
i loro nomi Haimerico e Pandolfo) s’ebbe il primo fondamento nella
storia per opera di Onorio papa, e solamente dopo di lui si levò a
potenza[162].
Sotto di Innocenzo III Cencio era stato vice-cancelliere e camerario
della Chiesa; e lui quel Papa aveva adoperato in negozî difficili,
segnatamente in Sicilia, dove per anni il Savelli aveva prestato cure
paterne al giovine Federico. Da cardinale, aveva compilato il celebre
Libro delle entrate della Chiesa[163]; ed ora, con nome di Onorio III,
saliva alla santa Sede in Perugia, addì 24 Luglio 1216: però soltanto
ai 4 di Settembre prendeva il possesso del Laterano.
I Romani videro di buon occhio diventar papa il loro concittadino:
la sua bontà e la vita immacolata gli avevano da lunghissimo tempo
procacciato l’amore di tutti. Per di più egli ereditava dal suo
predecessore un tranquillo reggimento nella Città, alle cui leggi
ed alle cui franchigie non attentò menomamente. Dopo la costituzione
dell’anno 1205, la Republica romana era amministrata da un Senatore
unico che durava sei mesi in officio, e prestava adesso al Papa, senza
contrarietà di sorta, il giuramento di omaggio[164].
L’animo mite di Onorio non si alzò alle idee audaci del suo
predecessore, chè anzi la grandezza di questo ne pose in ombra il
minore ingegno. Una sola passione lo infervorava tutto; ed era di poter
condurre a compimento la Crociata bandita da Innocenzo III, alla cui
testa egli sperava di veder porsi Federico.
Prima che Onorio invitasse quest’ultimo a venire a Roma per torvi il
serto imperiale, egli vi coronò, ai 9 Aprile 1217, Pietro di Courtenay
da imperatore di Bisanzio: novello e magnifico trionfo della Chiesa,
che ne sperò poter dispensare d’ora in poi le due corone dell’Occidente
e dell’Oriente. Il Conte francese pretendeva al trono greco, poichè
aveva sposato Jolanda sorella di Enrico, che era stato il secondo
imperatore franco di Bisanzio, e con cui, nell’anno 1216, s’era
spenta la linea mascolina della casa di Fiandra. Pietro venne a Roma
colla sposa e con quattro figliuoli, e per la prima ed ultima volta
un Imperatore greco ricevette nella Città, dalle mani del Papa, la
corona d’Oriente; sennonchè la potenza dei Comneni aveva oramai ridotto
quest’Impero romano orientale, ed or latino, ad essere un meschino
fantasima. Il debole successore di Costantino non fu pur coronato nella
basilica romana di quell’antico Imperatore: gli convenne rimpicciolirsi
al livello del Re di Aragona, perocchè egli ricevesse la corona dalle
mani del Pontefice in san Lorenzo fuori le porte[165]. Onorio congedò
il novello Monarca facendo che lo accompagnasse Giovanni Colonna,
cardinale di santa Prassede; ma l’Imperatore non potè toccare la grande
città dell’Oriente, e il suo viaggio finì nelle carceri del despota
Teodoro Lascari in Epiro, dove Pietro di Courtenay morì miseramente
nell’anno 1218.
Nel frattempo Federico differiva a sciogliere quel suo voto che
gli faceva un dovere della Crociata. Ammonivalo Onorio con lettere
pressanti, financo lo minacciava della scomunica se nel tempo
prescrittogli non fosse mosso ad assistere i Crociati che erano
di già partiti (v’erano andati anche Tedeschi), ed assediavano con
grande alacrità la forte Damiata[166]. Il figlio di Enrico VI non
aveva il fervore pio di Goffredo di Buglione; d’altronde la passione
cavalleresca e guerriera delle Crociate era divenuta a quest’ora
un’ubbìa senza scopo pratico. Il mondo, che s’era scandalezzato vedendo
una grande Crociata di principi franchi scagliarsi sopra la cristiana
Bisanzio, poco tempo dopo era stato costretto a riderne di un’altra
stranissima di molte migliaia di fanciulli, la quale aveva dimostrato,
non tanto che durassero accora le religiose attrattive dell’Oriente, ma
quanto che fossero piuttosto degenerate[167]. Nei principi le tendenze
religiose s’erano mutate in iscopi politici, avvegnachè le loro
intraprese non più avessero per mira il possesso del santo Sepolcro,
bensì quello dell’Egitto, vera chiave di tutto il Levante e delle sue
vie commerciali che mettono alle Indie. Può esservi alcuno che sul
serio biasimi Federico, perchè differì l’adempimento di un voto, che lo
avrebbe distolto dai suoi doveri pratici di governo e lo avrebbe tratto
in Siria, dove l’avo suo era morto senza frutto, dove gli sforzi di
cent’anni indiritti ad uno scopo imaginario, avevano trovato una sicura
disfatta? Il suo intento più prossimo era di ordinare in buon assetto
la sua terra di Sicilia, di ottenere la corona imperiale, e di rendere
ben certa la successione ereditaria nell’Impero.
A questa meta la morte di Ottone IV gli sgombrò la via. Lo sventurato
Imperatore guelfo passò da questa vita in Harzburg, addì 19 Maggio
1218, in mesta solitudine, da peccatore penitente. Allora Federico
fu riverito in tutta Alemagna come re dei Romani. Il suo affaticarsi
affinchè i principi dell’Impero gli eleggessero a successore in
Germania il figlio suo Enrico già coronato re di Sicilia, per di più
alcuni avvenimenti che parvero aggressioni contro la autonomia della
Chiesa; tutto questo fece sì che il Papa fino dalla primavera del
1219 venisse con lui sul tirato. Il Re lo acchetò promulgando decreti
che comandavano a città ribelli, come erano Spoleto e Narni, di far
soggezione alla Chiesa[168]; rinnovò il trattato di Egra; e tanto
per potersi beccar la corona imperiale promise tutto ciò che il Papa
chiedeva[169]. Illudendosi della speranza di vedere Federico imbarcarsi
per l’Oriente, il mite vecchio tollerò perfino l’inganno che gli venne
teso per Sicilia. Federico, nell’anno 1220, rinnovò anche ad Onorio,
che gliene fece richiesta, la promessa solenne di non congiungere
questa terra alla corona tedesca; per guisa tale il giovine Enrico
avrebbe dovuto regnare in Sicilia, come vassallo del Papa, appena
che fosse venuto alla maggior età. Ma Federico con patenti di grandi
franchigie guadagnò ai suoi progetti i principi ecclesiastici di
Alemagna, chiedendo che si eleggesse tosto Enrico a re romano, locchè
fuor d’ogni dubbio doveva assicurare la quiete all’Impero, torla alla
Chiesa. Senza che si prendessero riguardo alcuno del Papa, l’elezione
avvenne infatti nell’Aprile dell’anno 1220, a Francoforte; e così
Federico ruppe l’obbligo che s’era assunto. Se ne irritava Onorio,
però l’altro cercava pacificarlo con lettere diplomatiche: prometteva
che Sicilia non unirebbe mai con Germania, ma domandava che gli si
guarentisse il possedimento dell’isola finchè avesse vissuto: e il
Papa, stretto dalla necessità, acconsentiva che, sua vita durante, ne
tenesse il governo per il caso che Enrico morisse senza prole. Pertanto
la unione personale di Sicilia colla casa degli Hohenstaufen non potè
essere impedita: Onorio, troppo fiacco per far valere con energia i
suoi diritti, capì con gran dolore che lo si aveva preso in trappola,
previde la futura unione delle due corone e il pericolo inevitabile che
ne doveva sorgere per la Chiesa. Ed invero presto avvenne che Federico
considerò Sicilia, gemma della sua signoria, come il fondamento
materiale di que’ piani di monarchia italica che aveva ereditati dal
padre suo; e la tenne come pietra angolare di un nuovo impero degli
Hohenstaufen che egli poteva sperar di fondare, sedendo nel paese in
cui solamente era monarca vero.
Roma si andava facendo inquieta, ed Onorio fino dal Giugno 1219 ne
partiva, e si recava a Rieti e a Viterbo: ritornava sì per breve tempo
nella Città, ma poi nuovamente cercava protezione a Viterbo[170].
Il partito democratico si agitava: come il Comune non si sentì più
frenato dalla mano vigorosa di Innocenzo III, tentò recuperare i
diritti perduti. In quei frangenti Federico potè prestare al Papa un
servigio degno di gratitudine; egli mandò l’Abate di Fulda, legato suo,
ai Romani, con lettere che publicamente furono lette in Campidoglio:
significava loro che presto sarebbe andato a Roma e gli ammoniva che
stessero obbedienti al Pontefice[171]. Il Senatore che era allora in
officio (Parenzo, romano di famiglia senatoria) espresse nella sua
risposta al Re la riconoscenza del popolo romano, lo invitò che venisse
a incoronarsi imperatore, e protestò che la Città era disposta a
mantenersi in pace colla Chiesa[172]. Onorio si riconciliò coi Romani,
e nel mese di Ottobre potè tornarsene nella Città[173].
Federico andò nel Settembre dell’anno 1220 in Lombardia; ivi le città
erano fra sè ostili, ma non una di esse gli si fece incontro con
dimostrazioni di amicizia o di avversione. Dopo lunghi negoziati coi
legati pontificî, intesi a stabilire il concordato della coronazione e
la futura condizione di Sicilia, ei mosse a Roma per torsi la corona.
Vi venne colla sua sposa Costanza, con molti Principi dell’Impero e
con non grande esercito. Onorio lo coronò addì 22 Novembre 1220 nel
san Pietro in mezzo a quiete perfetta, tale che nei tempi andati
non s’aveva visto mai l’eguale, e fra il giubilo «immenso» (stile
officiale) della Città[174]. Dopo lunga età fu questa la prima
volta che i Romani con festa prendessero parte ad una coronazione
imperiale; ed apersero ospitalmente le porte, senza che Tedeschi e
Latini ammorzassero il loro odio nazionale in fiumi di sangue[175]. La
presenza di molti principi e di ambasciatori delle città italiche diede
splendore e rilevanza alla solennità, e vennero eziandio i baroni di
Sicilia a prestare i loro omaggi, senza che il Papa lo impedisse. Volle
destino che la festività della coronazione di Federico II chiudesse la
lunga serie di cotali ceremonie a sistema antico; ed invero col nipote
del Barbarossa finirono l’antico Impero tedesco, la sua grandezza, la
sua importanza storica universale; e Roma d’allora in poi per quasi
cent’anni non vide più coronare alcun Imperatore, fino a tanto che
Enrico VII si prese il diadema tra battaglie e tumulti, ma non nel san
Pietro.
Onorio aveva dato la corona imperiale al figliuolo di Enrico VI,
esigendone preziose concessioni in ricambio; e le Costituzioni che
ne furono promulgate a favore dell’immunità della Chiesa e contro
l’eresia vennero (così s’era stabilito nel patto) publicate nel duomo
quali leggi che dovevano ottenere osservanza in tutta l’ampiezza del
sacro romano Impero. Per esse fu accordata pienezza di libertà alla
Chiesa; si dichiararono ereticali e si abolirono tutti gli Statuti
che da principi o da città erano stati emanati contro il clero ed il
patrimonio della Chiesa: coloro che la Chiesa aveva scomunicati per
aggressioni contro il suo privilegio di foro dovevano nel termine di
un anno essere posti al bando dell’Impero: si confermò la esenzione
dei preti dai tributi; gli eretici furono posti fuor della legge; fu
ordinato a tutti i magistrati che li denunciassero e sterminassero.
Si guarentì sicurezza ai pellegrini; conservazione degli averi
ai naufraghi; libertà di lavoro ai poveri contadini. Queste leggi
umanissime dettate in forma di articoli senza apparato pomposo, furono
aggiunte a quelle Costituzioni, sulla cui tetra oscurità sparsero un
lieve raggio di luce, speranza di più sereno avvenire[176]. All’età
dei Carolingi gli Imperatori avevano dato delle costituzioni civili
in Roma, che regolavano i rapporti giuridici dei Romani, ordinavano
la forma dell’elezione pontificia, fornivano guarentie all’autorità
dell’Imperatore; all’età di Innocenzo III invece non fecero che sancire
la libertà assoluta del clero dalla podestà civile, e promulgarono
editti sugli eretici che il braccio dell’Inquisizione doveva
distruggere. L’Impero s’era ridotto senza forza e senza diritti nella
Città: quel romantico fanciullo che era stato Ottone III aveva avuto in
Roma maggior potenza del Barbarossa e di Federico II.
L’ultimo erede della casa di Hohenstaufen, che solamente con repugnanza
la Chiesa aveva levato al trono imperiale, le ebbe così accordato
conferma di ciò che soltanto il guelfo Ottone avrebbe potuto concedere.
La vittoria della Chiesa fu completa: la lunga lotta delle investiture
finì colla confermazione della sua independenza dallo Stato.
Onorio III fu pacificato appieno allorchè Federico II nel dì
dell’incoronazione ricevette novellamente la croce dalle mani del
cardinale Ugolino, e promise che nell’Agosto del susseguente anno si
sarebbe imbarcato per la Siria. L’importantissimo argomento di Sicilia
il Papa non trasse in campo, e continuò a dare all’Imperatore il titolo
di «re di Sicilia», poichè quegli lo aveva calmato assicurandolo che
l’unione personale di quel paese coll’Impero non si sarebbe mai mutata
in unione reale[177].
§ 4.
Federico II torna in Sicilia. — Onorio III possiede in pace lo Stato
della Chiesa. — Un Conte imperiale governa la Romagna. — Torbidi a
Spoleto. — Roma e Viterbo. — Moti democratici a Perugia. — Roma e
Perugia. — Il Papa fugge di Roma. — Parenzo senatore. — Negoziati
a cagione della Crociata parecchie volte protratta. — Angelo de
Benincasa, senatore. — Atteggiamento ostile dei Lombardi contro
l’Imperatore. — Broncio fra l’Imperatore e il Pontefice. — Federico la
rompe con Giovanni di Brienne. — Onorio III muore (1227).
Ancora tre dì rimase l’Imperatore nel suo campo presso Monte Mario;
indi, ai 25 di Novembre, per Sutri e per Narni mosse a Tivoli, dove fu
ai 5 di Dicembre[178]. Il Papa aveva ordinato alle terre della Tuscia
romana che prestassero il _Foderum_ all’esercito imperiale, ma negò che
vi fossero soggette la Maritima e la Campagna, dacchè il corteo della
coronazione non soleva passare da quei paesi. Se in tempi andati (ei
disse con amarezza) alcuni Imperatori esigettero ivi illegittimamente
il mantenimento del loro esercito, ciò accadde solamente quando
passarono di là per andare ad invadere il reame di Sicilia. Tuttavolta,
ad onta del diniego, significò al Rettore della Campagna che
somministrasse il _Foderum_, ultimo e miserevole avanzo dei diritti
imperiali[179].
Proseguì Federico il suo cammino attraverso il Lazio per entrare da
imperatore nel suo regno avito di Sicilia; e un tal viaggio turbò la
gioia della Chiesa, la quale avrebbe desiderato invece di veder lui
occupato nelle cose di Germania od in Oriente. A Capua l’Imperatore
congregò i baroni delle Puglie, e subito diede principio alla
grande impresa di ordinare con leggi nuove il reame che era tutto a
soqquadro. Ancora una volta confermò il Papa nel possesso dello Stato
ecclesiastico e delle terre matildine; nè imitò l’esempio di Ottone
IV, ma adempì coscienziosamente a’ suoi impegni. E sul principio
del Febbraio 1221 Onorio potè lietamente confessare che, coll’aiuto
dell’Imperatore, ei dominava in pace sopra Spoleto, su una gran parte
della contea di Matilde e sovra tutto il _Patrimonium_, dal ponte
del Liri fino a Radicofani: frattanto la ribelle marca di Ancona era
concessa in feudo ad Azzo di Este, e questo feudatario, in nome della
Chiesa, veramente la riduceva a soggezione[180].
Alieno dai disegni ambiziosi dei suoi predecessori, Onorio III ad
altro non mirava che a mantener la pace fra la Chiesa e l’Impero, ed
a compiere il suo voto pio di liberar Gerusalemme: a lui pertanto più
che agli altri Pontefici avrebbesi potuto vaticinare un tranquillo
possedimento dello Stato ecclesiastico. Però a nessuna dinastia
la dominazione di grandi imperi ebbe costato lotte più penose di
quelle che ne cagionò ai Vescovi di Roma il piccolo territorio sul
quale volevano esser re. Il genio di cento Papi, la potenza e le
ricchezze della Chiesa cattolica, guerre innumerevoli, scomuniche,
giuramenti, concordati, tutto questo fu adoperato per fondare lo Stato
ecclesiastico; e quasi ciascuno dei Pontefici, quanti furono, dovette
rifarsi sempre da capo al lavoro, e con grande fatica rammendare gli
squarci che la spada materiale dei Principi apriva sempre novellamente
nella veste terrena della Chiesa. Per quanto fu lungo il medio evo i
Papi furono costretti a rotolare il sasso di Sisifo[181].
Come Federico ebbe confermato mercè di trattati solenni lo Stato della
Chiesa, quale avevalo costituito Innocenzo, tenne egli sulle prime
forte volontà di lasciarlo così sussistere: lo dimostrano i documenti
che promulgò da Capua. Tuttavia la Chiesa accompagnava con diffidenza
profonda ogni azione del figliuolo di Enrico VI, e questi per parte
sua nelle intenzioni della Chiesa non iscorgeva altra cosa che non
fossero egoismo e disegni insidiosi. Siffatti sospetti nocquero più
che le manifeste ostilità. L’idea legittima della podestà universale
dell’Impero romano veniva in cozzo continuo coll’idea consecrata
da Innocenzo, della podestà universale della Chiesa; ed Italia
continuava naturalmente ad essere l’oggetto dell’eterno dissidio.
Federico II, anch’egli come Ottone IV, non aveva altro desiderio
che di assoggettare al suo giogo nuovamente questa contrada, in cui
posava il fondamento del romano Impero. Le contese dei partiti che
dilaniavano le città combattenti fra sè con insane guerre fratricide,
invitavano l’Imperatore a frammettersi in esse e a trarne profitto. Il
germe continuo di decadimento che allignava nello Stato ecclesiastico,
ricucito insieme non con altro che con legami meccanici, lo seduceva
a riprendersi quei diritti dell’Impero cui aveva di già rinunciato; e
frattanto anche la Chiesa faceva rivivere pretese di diritti antichi,
che il tempo e le mutazioni di possesso (così massime era delle terre
di Matilde) avevano reso quasi irreconoscibili.
Le contentezze di Onorio ebbero prestamente fine. Nel Giugno 1221
Federico creò Goffredo di Blandrate a conte della Romagna, la
qual provincia, dal tempo degli Ottoni in poi, era stata tenuta
assolutamente in conto di possedimento imperiale: ed in quella terra
la giurisdizione dei _Vicecomites_ imperiali durò senza impedimento
alcuno fino all’anno 1250, ed anche più tardi[182]. A Spoleto (che
soltanto allora, come Perugia e come Assisi, s’era data in piena balìa
della Chiesa, ed era governata dal cardinale Rainero Capocci con titolo
di _Rector_), tentava Bertoldo, figlio dell’antico duca Corrado, di
ricuperare l’estinto ducato del padre suo. Egli fece dunque alleanza
col siniscalco Gunzelino; ed entrambi colà e nella Marca vennero ad
ostilità contro il Cardinale, sedussero alla ribellione alcune città,
discacciarono gli officiali pontificî, e ve ne posero di loro proprî.
Così fu che anche qui il diritto imperatorio venne a conflitto col
moderno diritto pontificio; e quantunque Federico ponesse un argine
all’opera illegittima di quei signori, tuttavia in Roma si sospettò che
egli non si comportasse con fede onesta[183].
Nel frattempo i Romani erano tornati in guerra contro Viterbo,
avvegnachè le contese per il possesso di alcune castella offerissero
durevole occasione all’odio inestinguibile di erompere. La città
di Viterbo a questo tempo s’era fatta grande e doviziosa pei suoi
traffici; nella Maritima tusca non v’era che la sola Corneto la quale
potesse rivaleggiare con essa; ed era capace di mettere in arme
diciottomila uomini[184]. Come in tutti i Comuni, anche là nobili
e cittadini si contendevano il potere, e s’ergevano alcune famiglie
che di quello s’impadronivano. Le case nemiche dei Gatti e dei Cocco
trassero nei loro litigi i Romani, che avevano nuovamente perduto i
diritti acquistati nella pace dell’anno 1201. Quindi fu che nel 1221
ricominciò la guerra, e continuò lunga pezza; in essa fu involto anche
Onorio, e la sua ingerenza di mediazione a favore dei Viterbesi, che
egli tentò proteggere contro il furore pazzo dei Romani, ebbe per
conseguenza una rivolta[185].
D’altronde i casi di Perugia alimentavano nei Romani il sospetto.
Quella città ormai poderosa, fatto per la prima volta omaggio ad
Innocenzo III, ne aveva ottenuto la confermazione del suo Statuto
municipale. Molto s’era adoperato il Papa, come protettore di Perugia,
per far cessare l’acerba guerra dei nobili contro il popolo (Raspanti),
ma vana era tornata la sua opera; il partito popolare aveva cercato
perfino di sciorsi nuovamente dal vincolo della Chiesa, e soltanto a
gran fatica era riuscito nel 1220 al Rettore pontificio di conservarle
Perugia. Mentre in Roma nulla accennava che le maestranze, ossiano
_artes_, fossero diventate corporazioni potenti, per lo contrario a
Perugia s’erano formati dei sodalizî armati con rettori e con consoli
alla loro testa, che tentavano di costituire un reggimento democratico.
La fazione popolare promulgava Statuti contro la libertà del clero cui
assoggettava a tributo, e combatteva contro i nobili e i cavalieri,
irritata della non equa ripartizione delle imposte. Giovanni Colonna,
cardinale di santa Prassede, mandato dal Papa a Perugia con facoltà
straordinarie, s’intromise fra i partiti, e finalmente di suo arbitrio
soppresse le associazioni delle maestranze nella loro forma politica:
il suo decreto fu nell’anno 1223 confermato da Onorio[186]. Da questo
esempio tuttavolta non può conchiudersi che i Pontefici tenessero
oppressi i Comuni. Eran troppo deboli per poterlo fare; chè anzi eglino
si alleavano cogli elementi democratici per averne appoggio contro di
Federico. Ed a quest’ultimo i Comuni potevano dire che il giogo della
signoria pontificia era leggiero e benigno, laddove l’Imperatore (il
quale, ne’ suoi principî severamente monarchici, voleva che tutte
le individualità politiche piegassero sotto la sua legge) era nemico
dichiarato di ogni democrazia autonoma, ed alle città del suo reame di
Sicilia proibiva la elezione di podestà e di consoli, nientemeno che
sotto pena di morte[187].
Che oltre alla guerra di Viterbo, anche quei casi di Perugia avessero
la loro parte per mettere il malumore in Roma non puossi dubitare:
infatti Perugia riveriva formalmente l’autorità del Senato romano, e
nel secolo decimoterzo, quasi quanto fu lungo, l’officio di podestà fu
ivi tenuto da nobiluomini romani[188]. Perugia, antichissima colonia
di Roma onorava pur sempre la Città (anche divenuta pontificia) con
pia religione di figlia verso la sua illustre madre e signora; ed il
corso dei secoli, che tutto trasforma, non aveva potuto cancellare la
sacra tradizione di quella reverenza. Nei documenti di diritto publico,
financo nei più vecchi Statuti del Comune di Perugia (sono dell’anno
1279), evvi apposta la formula di rispettoso omaggio che tributavasi
ai diritti signorili del popolo romano, oltre che a quelli del Papa:
e invero, dopo l’invocazione «ad onoranza» dei Santi e del Pontefice,
viene quella dell’_alma mater Roma_[189]. Massime i documenti mettono
fuor di dubbio che l’autorità della città di Roma si estendeva, molto
più in là del suo distretto, nell’Umbria e nel ducato di Spoleto,
onde anche in quelle terre l’officio di podestà era spessissime volte
conferito ad uomini romani. E quando ancor più tardi, nell’anno 1286,
Perugia, Todi, Narni e Spoleto conchiusero una lega di quarant’anni,
nel trattato inserirono espressamente la formula: «Ad onore della
illustre Città, madre nostra»[190].
Nei torbidi romani, che adesso stanno per iscoppiare e somigliano a
quelli dell’età di Innocenzo III, torniamo a trovare quel medesimo
Riccardo Conti, che ancor prima aveva avuto sì gran parte nelle contese
cittadine. A questo possente Conte Federico aveva tolto Sora; perciò
era venuto a Roma, ma non trovatovi appoggio appo il Pontefice, aveva
cominciato col suo partito a combattere i Savelli ed altri amici di
Onorio. Nel Maggio dell’anno 1225 il Papa fuggiva a Tivoli; indi più
in là, a Rieti[191], ed allora Parenzo tornava ad essere senatore.
Sebbene questo romano contasse fra i congiunti suoi un martire, egli
era ad ogni modo nemico mortale del clero. Già come podestà di Lucca
aveva assoggettato i preti a balzelli o gli aveva discacciati, e
per conseguenza aveva tratto sul suo capo l’anatema del Papa, da cui
però a quest’ora era stato anche assolto. Può darsi che Onorio avesse
rifiutato di confermarlo nell’officio di senatore; ed è facile che la
violenza, onde il popolo ve lo insediava, sia stata una delle maggiori
cause della sollevazione[192].
Ormai allora il Papa s’era imbronciato gravemente coll’Imperatore,
perocchè questi ricusasse di mettere da banda le sue riforme in
Sicilia per intraprendere la Crociata: e a rammentargliene l’obligo
incessantemente lo si tribolava. La caduta di Damiata (avvenne agli 8
di Settembre del 1221) aveva incusso spavento all’Occidente e messo
Onorio a disperazione. Imperatore e Papa s’erano trovati a Veroli
nell’estate del 1222, vi avevano insieme fatto dimora un paio di
settimane, e di là bandito un congresso a Verona per discutervi della
Crociata. L’assemblea peraltro non si riunì; bensì v’ebbe un nuovo
abboccamento a Ferentino nella primavera del 1223; v’intervennero anche
Giovanni di Brienne re di Gerusalemme, il Patriarca di quella città e
i tre gran maestri; ed ivi fu risolto che la spedizione si differisse
fino all’estate dell’anno 1225. Per avvincervi Federico ancor più
saldamente, il Papa lo indusse a ricevere la mano di Giolanda figlia
unica di quel re titolare di Gerusalemme: Costanza, prima moglie
dell’Imperatore, era infatti morta addì 22 Luglio del 1222[193].
Ma venne anche il 1225 senza che l’ardente voto del Pontefice si
adempiesse, perciocchè i Re dell’Occidente rifiutassero di darvi il
loro appoggio. Gli ambasciatori di Federico (fra i quali fuvvi Giovanni
di Brienne) andarono per chiedere una novella proroga, e trovarono a
Rieti il Papa ch’era stato cacciato di Roma. Stretto dalla necessità
acconsentì egli alle loro proposte, ed allora l’Imperatore (addì 25 di
Luglio) giurò a san Germano, alla presenza dei legati pontificî, che
senza fallo moverebbe alla Crociata nell’Agosto dell’anno 1227, sotto
pena della scomunica[194].
Onorio soggiornò ancora in Rieti tutto l’inverno, mentre a Roma si
negoziava per il suo ritorno; ed invero adesso anche l’Imperatore, che
aveva ottenuto quel che bramava, s’interpose paciere. Nell’autunno fu
conchiusa la pace fra la Chiesa e la Città; Parenzo rinunciò al suo
officio, e in luogo suo subentrò Angelo de Benincasa[195]. Allora, nel
Febbraio dell’anno 1226, il Pontefice potè far ritorno a Roma. Quivi
ei visse peranco un anno in agitazione così penosa, che il suo mal
animo contro l’Imperatore fu presso a scoppiare in completa rottura.
In questo frattempo Federico aveva vinto nelle Puglie e in Sicilia
tutti gli impedimenti a sè ostili, aveva assoggettato i baroni ribelli,
soggiogato i Saraceni sollevati nell’isola, e confinatili a Nocera
sul continente: aveva fondato l’università di Napoli, e con miglior
governo accresciuto le forze di quel magnifico paese. Ma adesso molte
circostanze si davano la mano per rompere la sua pace colla Chiesa e
con Italia, e per spingerlo a terribili guerre che gli furono compagne
quanto lunga fu la sua vita.
Le città lombarde rifiutavano reverenza a quei diritti che la pace di
Costanza aveva riconosciuto spettare all’Impero; un resto di antica
signoria imperiale, divenuta indefinita nei suoi limiti, offeriva
ad esse occasione di dar meno di quello che fosse il loro dovere, e
porgeva occasione a lui di chieder più di quello che gli competesse:
ben presto ei ne traeva motivo di dichiarare che voleva restaurare la
sua podestà imperiale sul Po, e di rivolere tutta Italia come «retaggio
suo». Ma le città divenute forti, orgogliose del loro sentimento
nazionale, non vollero saperne più dell’Impero divenuto impotente, e,
come all’età del Barbarossa, combatterono per la loro libertà e per
l’independenza[196]. La loro eroica resistenza avrebbe meritato una
ricompensa migliore, ma la divisione fu causa che non conseguissero
risultamenti durevoli. Allorchè i Lombardi udirono che Federico
stava per muovere dalle Puglie coll’esercito, riunironsi a Mosio
nel Mantovano, e, addì 2 Marzo 1226, conchiusero un trattato, mercè
cui rinnovarono per venticinque anni l’antica federazione. La loro
attitudine minacciosa, onde impedirono a re Enrico di valicare le Alpi
per giungere alla dieta dell’Impero che s’era ordinata a Cremona, ebbe
per conseguenza che fossero posti al bando dell’Impero. Ambe le parti
invocarono il Papa facendolo arbitro della pace; ma la sua sentenza
talentò assai poco a Federico, perciocchè Onorio, com’è ben naturale,
dimostrasse di parteggiare pei Lombardi[197].
Il mal animo si accrebbe per litigi sorti a cagione di alcune
investiture vescovili di Sicilia, cui pretendeva la Chiesa e Federico
contestava: questi infatti non si sentiva pienamente padrone nella
sua terra avita, se prima non l’aveva resa independente affatto dal
Papa. Con crescente sospetto la Chiesa mirava alle savie riforme
dell’Imperatore, che tramutavano quel reame in una monarchia autonoma:
ivi Federico, per fermo con attività senza posa, gettava le fondamenta
della sua potenza; di là sembrava intendere alla sua meta, di creare
un’Italia unita e monarchica, colla distruzione delle federazioni
italiche, delle libertà cittadine e dello Stato ecclesiastico fondato
da Innocenzo. Così fin da allora temevasi alla corte pontificia.
E ad essa era venuto a querelarsi anche Giovanni di Brienne. Appena
sposata Giolanda, vera erede di Gerusalemme per parte di sua madre
Maria, l’Imperatore s’era preso il titolo di re di Gerusalemme; e il
suocero di lui, deluso in tutte le sue speranze, correva al trono del
Papa a sporgervi le sue lagnanze. Onorio tosto si giovò della collera e
dell’ingegno dell’ex-re, cavaliere valente e fratello di quel Gualtiero
onde un tempo s’era servito Innocenzo III: a lui infatti affidò il
governo temporale di una gran parte dello Stato ecclesiastico[198]. Il
meschino risultato di tutti i fervidi sforzi del Papa per condurre a
fine una Crociata fu perciò questo, che il successore di Goffredo di
Buglione si arrolò agli stipendî della Chiesa, per guadagnarsi di che
vivere prestando l’opera di rettore del _Patrimonium_.
Il generoso Onorio III morì di morte tranquilla in Laterano nel giorno
18 Marzo 1227.