§ 1.
Condizioni di Sicilia. — Innocenzo III diventa il tutore di Federico.
— Markwaldo. — Gualtiero di Brienne. — I Baroni germanici nel Lazio. —
I Comuni del Lazio. — Riccardo Conti diventa conte di Sora. — Il Papa
torna dal Lazio a Roma.
Nel tempo stesso in cui Innocenzo III lottava contro il Comune romano
ei si trovava gravemente avvolto nelle faccende del mondo politico;
e le condizioni delle cose erano tali che lo creavano arbitro di
Europa. Dire di quelle cose e di quelle condizioni è compito delle
Storie universali; alla Storia della città di Roma null’altro invece
si associa fuor della contesa che si dibattè per la successione alla
corona germanica, e fuor delle attenenze col reame di Sicilia, il quale
tosto diventò di altissima rilevanza per l’Impero, per il Papato e per
Italia.
La vedova di Enrico VI si trovò sola e senza appoggio, sbalestrata
dalle tempeste che scoppiarono sopra Sicilia alla morte
dell’Imperatore. Ella aveva fatto coronare a Palermo il figliuol suo,
fanciulletto di quattro anni; però all’erede di un conquistatore
aborrito sorrideva poca speranza di potere un dì o l’altro tenere
vero dominio del bel reame. Un giusto odio nazionale covava in cuore
dei Siciliani, ond’eglino insorsero contro quei Tedeschi che ad essi
parevano essere soltanto barbari oppressori della loro patria, la
quale sotto alle leggi normanne era venuta in tanto fiore di dovizia,
di industrie e di nobili arti. Alle sobrie genti del mezzogiorno
mettevano schifo e ira le crapule brutali dei Lanzichenecchi e la
sfrenata cupidigia di gentiluomini e di cavalieri rozzi, che tenevano
la ricca isola in conto di un paradiso aperto alle loro avventurose
fortune. Così un Normanno educato agli studî classici (era uno Storico
che univa intelletto severo a imaginazione poetica) ne aveva commosso
l’animo di collera fiera, e alla caduta della dinastia normanna
prorompeva in apostrofi appassionate, nelle quali alto parlava il
sentimento nazionale di Sicilia[75]. I patriotti alzavano il grido:
via lo straniero!; un vespro siciliano minacciava, e Costanza
cedeva alle esigenze della nazione e bandiva tutti i Tedeschi. Senza
consiglio in mezzo a partiti che si combattevano per impadronirsi
del potere, addolorata del destino del figlio, la pia donna di Enrico
cercò soccorso invocando il Papa del cui nome tutta Italia risonava.
Giammai il suo sposo avrebbe prestato reverenza ai diritti feudali
della santa Sede; fecelo ella perchè necessità ve la costringeva, e
Innocenzo di buon grado le offerse la conferma della corona pel suo
figliuolo, purchè si rinunciasse alle antiche immunità ecclesiastiche
dei Re normanni. Dopo titubanze lunghe v’accondiscese Costanza, ed
allora un Cardinale andò in Sicilia colle lettere d’investitura, ma
l’Imperatrice moriva a Palermo nel giorno 27 Novembre del 1198, prima
che quegli vi arrivasse, e dopo che essa aveva eletto il Papa a tutore
di Federico[76]. Costanza die’ così fine alla serie dei Re normanni
di Sicilia; fu l’avola degli Hohenstaufen siciliani, ma benanco fu la
Pandora fatale dell’Impero tedesco.
Anche in Sicilia crollò l’opera di Enrico VI, giacchè Innocenzo con
fortuna senza pari non soltanto vi ristabilì la signoria feudale della
Chiesa, ma diventò il tutore dell’erede del trono e tenne la padronanza
del reggimento. La protezione pontificia conservò al giovine Federico
la corona di Rogero; però non vi fu mai alcun principe che pagasse a
più caro prezzo un simigliante rapporto di patronato.
Innocenzo assunse le redini del regno colla sincera volontà di
rafforzarne sul trono il figliuolo di Enrico, di liberar questo dai
suoi oppressori tedeschi e siciliani, di farsene per sempre un vassallo
devoto alla Chiesa[77]. Ebbe egli a durare grandi sforzi per ottenere
che all’alta signoria della Chiesa si prestasse omaggio, e per ridurre
a soggezione i Conti tedeschi di Enrico, avvegnaddio cacciare questi
feudatarî dai loro principati delle Puglie non fosse agevole cosa, come
nell’Italia di mezzo. Alcuni di loro dominavano nella contrada bagnata
dal Liri; colà Diepoldo di Vohburg conte di Acerra era capitano della
rocca di Arce, e Corrado di Marley teneva in mano sua Sora col castello
di Sorella piantato sulle rocciose alture che sovrastanno a quella
città[78]. Come prima avevano fatto gli immigrati Baroni normanni,
coloro tenevano curvo sotto un giogo di ferro il popolo che repugnante
si dibatteva; incutevano spavento alla Campania ed alle Puglie, e si
spingevano nel Lazio pontificio mettendolo a guasto[79]. Ed eglino
si collegarono a causa comune con Markwaldo, non appena, cacciato
d’Ancona, il Siniscalco fu venuto nella sua contea di Molise, e, morta
Costanza, s’arrogò far da protettore a Federico. In poter di quell’uomo
cadde San Germano; furbamente ei negoziò coi Cardinali, e nell’estate
dell’anno 1199, a Veroli, li rimandò beffati in grosso modo[80]: e
mentre i suoi alleati Diepoldo e Corrado tenevano le Puglie, Markwaldo
passò in Sicilia per impadronirsi della tutela e forse del trono.
Innocenzo levò soldati dallo Stato della Chiesa ed eziandio n’ebbe
dalla confederazione Tusca; soltanto i Romani, che giusto allora
facevano le guerra contro Viterbo, non l’aiutarono in negozî che ai
loro intenti erano estranei: infatti non aveva il Papa diritto di
servirsi delle milizie di Roma, se non quando la Città gli concedeva
di farlo ed egli le stipendiava al suo soldo. Ebbe la capitananza
del nuovo esercito pontificio un cugino di Innocenzo, il valoroso
maresciallo Jacopo; ed egli lo guidò in Sicilia per costringere
Markwaldo a sbrattare il campo[81]. Nè molto andò che ai servigî del
Papa venne un avventuriero francese assai esperto nelle cose della
guerra, Gualtiero di Brienne, il quale poco tempo innanzi aveva sposato
una figlia dell’ultimo re normanno Tancredi. In nome della sua donna
pretendeva quegli a Taranto ed a Lecce, perocchè Enrico VI, nell’anno
1194, avesse confermato che quelle terre appartenevano in feudo a
Guglielmo sventurato figlio di Tancredi, ma poi contro coscienza e fede
non le avesse mai consegnate. In fondo, Gualtiero era un pretendente
novello di Sicilia, e potevasi supporre che egli si atteggiasse
a vendicatore della casa normanna. Tornavano i tempi di Roberto
Guiscardo, giacchè nel mondo movevano a torme guerrieri in cerca di
avventure: cavalieri erranti di Germania e di Francia combattevano in
Sicilia per impadronirsi di qualche signoria, e Crociati valorosi (fra’
quali erano alcuni potenti cugini di Gualtiero) venuti di Francia,
delle Fiandre, di Venezia, conquistavano con ardimento senza esempio la
grande Bisanzio, e vi fondavano un impero latino e principati molti.
Gualtiero di Brienne giunse a Roma nell’anno 1200, accompagnatovi da
Albina sua moglie, dalla madre di lei (vedova infelice di Tancredi)
e da una magnifica comitiva[82]. Al Papa, signore feudale e padrone
di Sicilia, domandò Taranto e Lecce. Ciò pose Innocenzo in gravi
difficoltà, ma dopo lungo consigliare egli riconobbe la validità delle
pretese di Albina, ed al suo sposo aggiudicò quei feudi: peraltro
il giuramento prestato da Gualtiero, che egli non molesterebbe mai
Federico nel suo reame di Sicilia, non salvò il Pontefice dalle
malevole accuse dei consiglieri siciliani del giovine Re; ed anzi
dall’infeudazione di Gualtiero, più tardi Federico trasse argomento
di rimproverare alla Chiesa che, nel tempo della sua età minore, gli
avesse levato contro un pretendente[83]. Tuttavolta Innocenzo fu assai
lieto di poter adoperare uno dei migliori generali di quell’età in
servigio suo, e, com’egli credeva, anche in servigio di Federico: così
omai fu questo Papa che ai Francesi sgombrò per primo la via del reame.
Tosto che Gualtiero nell’anno 1201 entrò nelle Puglie con una schiera
di cavalieri francesi cupidi di guerra ogni cosa volse ivi alla peggio
pei Tedeschi. Non ci fermeremo a dire degli avvenimenti di questa
guerra complicata che si combattè, nelle due Sicilie, e nella quale
sovra gli altri primeggiarono Gualtiero, Diepoldo e Markwaldo, uomini
tutti e tre che schiettamente ebbero la tempra degli avventurieri
di quel loro secolo, coraggiosi, astuti, robusti; cui non altro
mancò che la prospera fortuna dei Normanni o quella che Simone di
Montfort conseguì nelle terre degli Albigesi. Markwaldo morì di
morte repentina in Sicilia nel Settembre dell’anno 1202. La sua morte
liberò Federico da un protettore che lo tiranneggiava, e sbarazzò il
Papa dal più gagliardo dei nemici allevato alla scuola di Enrico VI.
Gualtiero, che aveva vinto Diepoldo sopra l’antico campo di Canne,
ferito cadde nell’anno 1205 in potere del suo astuto avversario, e
morì da cavaliere: quindi fu che Diepoldo, omai divenuto potente, si
rappacificò per qualche tempo colla Chiesa.
Poco a poco tornò la pace all’Italia meridionale che era stata così
tanto tribolata dalla fame e dal flagello della guerra. I Conti feudali
di Enrico soccombettero; sul Liri Corrado di Marley, l’ultimo di quei
tirannelli, fu vinto nel principio dell’anno 1208; Sora fe’ dedizione
nel giorno 5 di Gennaio all’abate Roffredo di Monte Cassino ed a
Riccardo fratello del Papa; le rocche di Sorella e di Arce intorno
all’istesso tempo capitolarono, e per tal guisa tutta quella terra
finitima fu liberata da una dominazione straniera che aveva durato
diciassette anni[84].
Come s’ebbero compiuto questi eventi fortunati, Innocenzo partì di
Roma addì 15 Maggio del 1208 per muovere a San Germano ed a Sora,
e per ordinare in un parlamento dei Baroni le cose del continente
napoletano. Infatti, quantunque Federico fosse giunto alla maggior
età, tuttavia il Pontefice pur sempre teneva sè stesso in conto di
reggitore di quel reame. Poco tempo innanzi, nell’autunno dell’anno
1207, egli aveva congregato in Viterbo i Vescovi, i Conti, i Baroni, i
Podestà, i Consoli dei patrimonî di Tuscia, di Spoleto e della marca di
Ancona; s’era ancora una volta fatto prestare giuramento di fedeltà, e
aveva promulgato uno statuto che, raffermando i diritti della Chiesa,
indiceva la pace del territorio, e attribuiva al tribunale dei Rettori
pontificî la giurisdizione di corte suprema di appello. Quel parlamento
compose le basi dell’autorità che aver doveva il governo del Pontefice
nelle province novellamente acquistate dallo Stato della Chiesa[85].
Anche nel Lazio i Baroni accolsero Innocenzo durante il suo viaggio
da vassalli obbedienti, e con gran pompa gli fecero accompagnatura
di terra in terra. I Colonna, i Frangipani, i Conti, gli Anibaldi,
gli Orsini, i Savelli, i Conti di Ceccano ed altri signori di minor
rilievo si dividevano il possedimento della Campania e della Maritima.
I fieri Baroni di quella classica terra di Virgilio sedevano appiattati
in tetre castella, e vi duravano da discendenti dei conquistatori
immigrati di Germania, che in antico avevano tolto il paese ai Latini
e lasciatolo in eredità ai loro nepoti. Parecchie case di quei signori
derivavano ancora dal tempo in cui i Longobardi avevano riempiuto il
Lazio di famiglie feudali; altre erano di Sassoni e di Franchi discesi
cogli Imperatori, dai quali e dai Papi avevano ottenuto investiture
di feudi. Nei monti Volsci primeggiava, dinastia antichissima della
contrada, la casa dei Conti di Ceccano, e per ricchezze e per dignità
era anche nella Chiesa tenuta in gran conto. Quei signori s’erano fatti
potenti ancor prima che sorgessero in fiore i Colonna, avvegnaddio
fin dal tempo di Enrico IV si tenga nota che Gregorio, uno dei loro
antenati, aveva ivi officio di conte[86]. Della loro derivazione
germanica fanno prova i nomi di Guido, di Landolfo, di Goffredo,
di Beraldo e di Rainaldo che si mantennero nella loro famiglia.
Possedevano città e castella molte nel territorio di cui modernamente
fu composta la Delegazione di Frosinone; le tenevano in feudo dalla
Chiesa, e quell’istesso Giovanni di Ceccano che in Anagni moveva
incontro a Innocenzo III con una comitiva di cinquanta cavalieri,
vassalli suoi, era nell’anno 1201 confermato dal Papa nel possedimento
del feudo[87].
Mentre questi Conti dominavano sul basso Lazio, altri vassalli della
Chiesa andavano costituendo delle famiglie cavalleresche che ebbero
più o meno lunga durata: così, nei monti Volsci, avveniva dei signori
di Sculgola, che derivavano dalla schiatta tedesca di Galvano e di
Corrado[88]; così dei baroni di Supino, dei Guido di Norma, dei signori
di Colledimezzo dai nomi di Lando e di Beraldo, e di altri feudatarî di
origine longobardica[89]. Oltracciò i Colonna venivano da Palestrina
addentrandosi sempre più nel cuore della Campagna, dove ormai erano
in possesso di Genazano e di Olevano, ed eziandio di alcune parti di
Paliano e di Serrone[90], in quello che i Frangipani avevano acquistato
la massima parte del territorio che si estende da Astura fino a
Terracina nella Maritima.
Il Lazio massimamente, paese agricolo e ricco di pascoli, senza
commercio, senza industrie (egualmente che al dì d’oggi), era la
residenza di baroni grandi e piccoli, signori suoi territoriali,
perciocchè ivi città considerevoli non fossero. La maggior parte dei
luoghi erano terre chiuse di mura (_castra_), con un tetro castello
(_rocca_ od _arx_) addossato a monti rocciosi, per lo più di origine
antichissima dei tempi di Saturno, fabbricato di pietre ciclopiche
composte a largo cerchio: ed ivi entro sedeva il Barone, selvaggio
e degno successore dei mitici Ciclopi, od il suo vicario, od un
castellano del Papa, intanto che i vassalli, i coloni e i _glebae
adscripti_ dimoravano a’ piedi della rocca, stipati in una miserabile
borgata[91]. Oggidì ancora nei monti Latini durano di cotali terre
antiche col nome aggiuntovi di «rocca», monumenti vivi del medio evo
non peranco vinto. Il Barone che vi imperava era nel suo territorio un
piccolo re, unico posseditore della terra, signore dei suoi sciagurati
abitanti dei quali disponeva a vita e a morte. Ogni podestà giudiziaria
e di polizia derivava da lui, avvegnaddio egli possedesse il _merum
et mixtum imperium_, l’alta giustizia criminale e civile. Troppo
deboli erano i Papi perchè potessero torre alla nobiltà di provincia
così ragguardevoli privilegî; nè riuscirono a operare quel che fece
più tardi Federico II nel suo reame, allorchè per dar fortezza alla
monarchia e per promuovere il bene del paese, fiaccò la superbia di
oltracotanti signori feudali. Nelle terre pontificie i Baroni del
continuo tenevano l’alta giurisdizione, e soventi volte i Pontefici
concedevano loro quel diritto financo con patenti d’investitura:
lo dimostrano molte carte del secolo decimoterzo. Per di più la
giurisdizione baronale si esercitava da conventi e da chiese, che
a forza di donazioni e di compre s’erano impadroniti di una parte
smisuratamente grande dei beni della Campagna. V’erano dei _Castra_
che ancora formavano una comunità di uomini liberi (_communitas_
o _populus_) con reggimento consolare; tuttavolta la vita dei loro
municipî era assai angustiata dalle aggressioni che contro di essi
moveva la giurisdizione del Barone laico od ecclesiastico. Teneva il
predominio una nobiltà di provincia, rozza e violenta, non frenata da
una monarchia territoriale, nè da sentimento civico; una nobiltà che
si teneva appiattata nelle sue solitudini selvagge e fino a cui non
giungevano i progressi del tempo a incivilirla: così se ne spiega il
fatto che fino ai dì nostri il Lazio fu di tutte le province della
Chiesa quella che si rimase addietro alle altre. In quel sublime
deserto, sulle cui colline e nelle cui valli, invece del biondeggiante
frumento, crescono il mesto fiore dell’asfodillo e la menta, ne
rimangono testimonî oggidì molte castella rugginose, che, tetre larve,
durano colà sormontate da un annerito maniero baronale, sola figura
imponente di architettura che in tutto il paese si noti. I Comuni, che
nella restante Italia fransero la barbarie feudale e educarono una
novella civiltà nazionale, non svilupparono le loro forze in quella
terra mal governata e scarsamente popolata di pastori e di agricoltori,
dove, in vastissimi territorî deserti, Baroni e monaci continuavano ad
esser padroni.
Soltanto alcuni pochi luoghi maggiori, che fin dal tempo antico erano
stati sedi di Vescovi, si mantenevano colà da _Civitates_ ossia da
Comuni civici sotto la protezione dei loro Vescovi e dei Papi, con
Podestà e con Consoli alla testa, e dentro di sè divisi nelle classi
fra loro ostili dei cittadini liberi (_populus_) e dei cavalieri
(_milites_). Anagni, Veroli, Velletri, Alatri, Frosinone e Ferentino
non vennero mai sotto il potere esclusivo di un signore baronale; chè
anzi possedevano statuti di loro ordinamento comunale, con diritto di
eleggere i proprî Rettori, e di conchiuder trattati di ogni specie[92].
Ma poichè ad onta di ciò v’erano in tutti i luoghi, grandi e piccoli,
dei Baroni che vi si attaccavano a guisa di mignatte, con parecchie
sorta di diritti, non la era facile bisogna per il Rettore pontificio
di porre ad accordo le tante fila intrecciate di giurisdizioni che
venivano a cozzo fra loro, o di comporre a pace le eterne discordie che
s’agitavano fra Comuni e signori e uomini del ceto cavalleresco. Tutto
il territorio della Campania e della Maritima, dai monti Volsci al
mare (dove Terracina era la sola città considerevole che avesse una sua
propria costituzione comunale), era governato precisamente da un Legato
pontificio nominato a tempo, che aveva il titolo di _Rector Campaniae
et Maritimae_. Quell’antico officio di conte della Campagna (_Comitatus
Campaniae_) tenevano or illustri Romani laici con podestà puramente
temporale, ed or Prelati e Cardinali con duplice autorità[93].
Il viaggio di Innocenzo III attraverso il Lazio ci offerse opportunità
di rivolgere uno sguardo alle condizioni di questa celebre contrada.
Sebbene quel viaggio avesse per iscopo di raffermare vassalli e città
nella fede della Chiesa, vi si aggiungeva un altro intendimento.
Infatti Innocenzo era allora tutto affaccendato per comporre a
Riccardo, fratello suo, un magnifico principato sul Liri, e il giovine
re Federico gliene cedeva il territorio, ripagando così gli oblighi
che aveva verso il Papa. Intanto che questi stavasene nel convento di
Fossa Nuova vicino Ceccano un Protonotario siciliano proclamava a suon
di tromba che Riccardo Conti era creato conte di Sora. Oltre a questa
antica città il feudo di lui comprendeva una considerevole estensione
di terre, Arpino (la patria di Cicerone e di Mario), Arce, Isola ed
altri luoghi. Ancora nell’anno 1215 Federico confermò Riccardo in
quel possedimento, e perfino staccò le dette città dal vincolo del suo
reame, e dichiarò formalmente che erano feudi della Chiesa[94]. Così
Innocenzo III ebbe formato di là del Liri uno Stato nepotesco pronto a’
suoi ordini, che gli teneva officio di salda trincea; così a spese di
Federico ebbe ampliato lo Stato della Chiesa. Or la potenza di Riccardo
potevasi dir principesca. Possedeva egli di già i feudi di casa Poli;
nell’istesso anno 1208 acquistava eziandio Valmontone nella Campagna, e
diventava più tardi lo stipite della famiglia dei Conti che si divise
in due rami, l’uno di Valmontone (in tempo posteriore detto anche di
Segni) e l’altro di Poli: infatti, dei suoi tre figli, Paolo fondò la
prima linea e Giovanni la seconda[95]. Addì 6 Ottobre 1208 in Ferentino
Riccardo prestò al Papa giuramento di vassallaggio per tutte le terre
acquistate. Potevasi dar biasimo ai Romani, se accusavano Innocenzo
di nepotismo? Egli provvide liberalmente ai suoi parenti, e die’ loro
terre e altissime dignità; infatti gli faceva duopo ricompensarne i
molti servigi, e pare che tutti que’ suoi congiunti fossero uomini
forniti di cospicui pregî di mente[96].
Reduce del suo viaggio e salutato dai Romani con grandissimi onori,
il Papa rientrò in Laterano nel giorno primo del Novembre 1208. Nel
frattempo la Città era del tutto tornata in quiete. Sebbene tratto
tratto il Comune facesse tentativo di ristabilire un Senatore di sua
libera elezione, nondimeno la costituzione dell’anno 1205 si mantenne
in vigore fino a tanto che visse Innocenzo III[97].
§ 2.
Innocenzo III nelle sue attenenze colla lotta della successione al
trono di Alemagna. — Ottone della casa dei Guelfi e Filippo di Svevia.
— Trattato di Neuss. — Lo Stato della Chiesa è riconosciuto nel diritto
publico dell’Impero: estensione dello Stato. — Il partito di Filippo
protesta contro le ingerenze del Papa nella elezione del Re. — Pietro
di Aragona s’incorona a Roma.
Ben maggiori difficoltà, che non nelle cose dello Stato ecclesiastico
e del reame di Sicilia trovò Innocenzo in quelle dell’Impero tedesco.
Dopo la morte di Enrico VI la elezione di due Re diversi e l’appello
dei partiti fecero del Pontefice il protettore dell’Impero. Alla
maggior moltitudine dei Principi elettori alemanni s’opponeva la
fazione dei Guelfi, la nemica della monarchia ereditaria degli
Hohenstaufen, l’alleata d’Inghilterra, ov’era re quel Riccardo che
Enrico VI aveva così acerbamente umiliato. Ottone, figliuolo di Enrico
il Leone, protetto e vassallo di suo zio Riccardo che lo aveva creato
duca di Aquitania e conte del Poitou, col soccorso di sussidî inglesi
e dei compri Vescovi del basso Reno, rialzò la sua casa dalla ruina
in cui la avevano precipitata gli Hohenstaufen. Addì 12 Luglio del
1198 Adolfo di Colonia lo coronò in Aquisgrana; ma la più gran parte
dei Principi (ed erano anche i maggiori) avevano eletto, nel Marzo,
Filippo di Svevia; ed agli 8 di Settembre questo fratello di Enrico
VI cingeva a Magonza il diadema. Se nell’intento di conservare la
corona alla casa di Hohenstaufen Filippo da tutore di Federico si
tramutava in usurpatore dei suoi diritti; se i Principi mettevano
in non cale il giuramento di omaggio che fin dall’anno 1196 avevano
prestato al giovinetto figlio di Enrico, ei potevasi dire che le
condizioni delle cose li giustificavano di agir così: ma se d’altra
parte Innocenzo III non tutelava i diritti del suo pupillo, egli
poteva a buona ragione protestare che aveva solamente assunto l’obligo
di proteggere Federico nel suo retaggio di Sicilia, laddove Filippo
erane in Germania il tutore eletto da Enrico VI. Nè più nè meno di
Gregorio VII, anche Innocenzo III fece suo pro della lotta che si
combatteva per ragione della corona, affine di accrescere la potenza
del Papato a spese dell’Impero: quello era per unità forte, questo per
divisione indebolito[98]. I documenti della gran contesa dell’Impero
dimostrano con quanto intelletto politico Innocenzo sapesse da quello
sciagurato litigio trarre il massimo profitto per la Chiesa. A fronte
dei bisogni di qualsivoglia podestà terrena sarebbe per verità insana
cosa l’esigere che un Pontefice avesse sacrificato il vantaggio della
sua Chiesa alla ragione di una giustizia puramente ideale. Innocenzo
per necessità doveva fin dalle prime pendere a favore del figliuolo
di Enrico il Leone, la cui famiglia per lungo tempo aveva servito
di puntello alla Chiesa[99]. Saravvi alcuno che lo biasimi perchè
ebbe desiderato di detronare per sempre i temuti Hohenstaufen e di
porre i Guelfi in vece di loro? Favorire, diss’egli con molto senno,
favorir Filippo non posso, lui «che non ha molto usurpò il patrimonio
della Chiesa, si appellò duca di Tuscia e della Campania, e affermò
che la podestà sua si estendeva fino alle porte di Roma, fino anzi
al Transtevere»[100]. Forse che egli doveva promuovere l’esaltamento
di Federico all’Impero? Il figlio di Enrico VI avrebbe nuovamente
congiunto a quello Sicilia[101], laddove i Papi osteggiavano i disegni
degli Hohenstaufen, i quali coll’assoggettamento d’Italia e colla
distruzione dello Stato ecclesiastico miravano a restaurare la podestà
imperiale ed a fondare una monarchia ereditaria: questo era pure stato
il piano favorito di Enrico VI. I Papi non potevano acconsentire che
un Impero ereditario sorgesse: nè lo facevano perchè fossero vaghi dei
concetti ideali giusta cui l’Impero (sottratto ad una dinastia che lo
possedesse per diritto di nascita, e fatto simile all’Impero pontificio
elettivo) doveva avere per imperatore «il più pio ed il più savio»
dei Principi; piuttosto facevanlo per timore che un’Alemagna potente
opprimesse tutti gli altri paesi e la Chiesa eziandio. I Papi erano
i nemici naturali dell’unità monarchica di Germania come di quella
d’Italia; laonde non è difficile cosa indovinare la mente cui s’inspirò
Innocenzo III allorquando significò ai Principi elettori, che Germania
non avrebbe potuto mai diventare un Impero ereditario[102].
Nel famoso istromento che egli mandò in Germania colle sue riflessioni
sulla lite che s’agitava nell’Impero Innocenzo svolse con verità
eminente e con maestrevole arte tutte le ragioni sue che stavano a pro
dell’uno e contro dell’altro pretendente. Del resto il linguaggio di
lui dappertutto suona pari a quello di Gregorio VII e di Alessandro
III, ma ne supera le audaci idee del potere pontificio. Nel tempo
dei Carolingi, quando avevano appena dimesso il modesto vestimento
di Vescovi, i Pontefici avevano concepito l’Impero come ordinamento
teocratico del mondo che riposava sulle fondamenta del Cristianesimo,
ed entro cui la Chiesa visibile assumeva forma e figura nelle
leggi civili: invece, dopo di Gregorio VII i Pontefici avvilirono
quell’Impero formandone il concetto che fosse una podestà puramente
materiale: nell’Imperatore null’altro vollero vedere che il primo
vassallo della Chiesa, da essa investito, il quale a difesa di lei
doveva sguainare la sua spada materiale, e come giudice temporale
aveva obligo di abbattere l’eresia[103]. Laddove la Chiesa di Dio,
ossia il Papato, era il sole che illuminava l’universo, l’Impero
(secondo l’opinione dei preti) scorreva entro la sua orbita soltanto
come fosca luna nelle sfere vaporose della notte: e nella mente degli
uomini questo abile giuoco di fantasia monastica prese consistenza
di una verità astronomica[104]. La Chiesa si sollevò ben alto come
sublime podestà spirituale, idealità vera del mondo; l’Impero decadde
nel concetto e nella realtà. La sottile filosofia dei Pontefici
esaminò e cribrò l’origine della podestà de’ Principi, e ne venne alle
conchiusioni stesse del Rousseau, ossia a quelle teorie che oggidì si
appellano democratiche. Però ogni Imperatore, compreso della dignità di
sè medesimo e ispirato all’idea della sua antica legittimità, doveva
per forza ribellarsi contro pretese che ribadivano i famosi principî
di Ildebrando e si comprendevano in questi aforismi: — la podestà
regia sta profondamente sotto di quella sacerdotale: — il Papa come
vicario di Cristo, «per cui virtù dominano i Re e regnano i Principi»,
è signore dell’orbe: — l’officio dei Principi deriva dalla tirannide
di Nemrod che fu castigo imposto agli Ebrei; solamente il sacerdozio
deriva da Dio: — il Papa è giudice e fattore dell’Impero, poichè questo
fu da Bisanzio trasferito nella terra dei Franchi per opera della
Chiesa, e poichè l’Imperatore non da altri che dal Papa riceve la
corona: — conformemente a ragione di principio e di scopo l’_Imperium_
appartiene alla santa Sede: — in una parola il Papa possiede le due
spade, la temporale e la spirituale. — E quest’è la dottrina contro
cui più tardi Dante proruppe con tanta energia, chiedendo che le due
podestà andassero separate[105].
Mentre gli elettori di Ottone, senza por bada alle conseguenze,
assoggettavano l’Impero al tribunale pontificio, i Principi
parteggianti per Filippo si ribellavano, pieni di sospetto e di
collera, contro l’ingerenza che il Papa si prendeva nella elezione
imperatoria. Lo ammonirono di tenersi nei limiti convenevoli, e financo
minacciarono che colle armi avrebbero condotto a Roma il loro Re,
perchè vi ricevesse la corona. Rispondeva il Papa alle loro ripetute
proteste, dichiarando che egli non contestava il diritto elettivo
dei Principi, ma che essi pur dovevano ammettere che il diritto
di esaminare le qualità dell’eletto e di insignirlo della podestà
imperiale si spettava al Pontefice, il quale lo ungeva del crisma, lo
consecrava, lo coronava. Così col correr dei tempi il rapporto storico
da Imperatore a Papa s’era voltato assolutamente al rovescio di quello
che un dì era stato[106].
Per tre anni Innocenzo si tenne chiuso in petto il suo giudizio,
e frattanto sopra Alemagna si scatenarono tutte le furie della
guerra civile: indi, addì 1 Marzo 1201, egli chiarì il suo favore al
figliuolo di Enrico il Leone. I Romani si risovvenero delle lor vecchie
pretensioni all’elezione imperiale, ma se ne ricordarono soltanto per
confermare la deliberazione del Pontefice: infatti il Guelfo fu in
Campidoglio acclamato re dei Romani[107].
A prezzo del suo riconoscimento Ottone rinunciò all’antica autorità che
l’Imperatore aveva esercitato sulla parte maggiore d’Italia, e confermò
la sovranità del nuovo Stato ecclesiastico: a Neuss, nel giorno 8 di
Giugno, egli fece sottomessione ad un trattato che gli fu imposto. In
esso per la prima volta si fissarono i limiti dello Stato della Chiesa,
e furono pressochè quelli che durarono fino all’ultima rivoluzione.
Lo Stato comprendeva il territorio che si estende da Radicofani a
Ceperano, l’Esarcato, la Pentapoli, la marca d’Ancona, il ducato di
Spoleto, i beni della contessa Matilde e la contea di Brittenoro, «con
altri paesi circostanti, sì come l’ebbero stabilito molti privilegî
promulgati dagli Imperatori, da Lodovico in poi»[108]. Giurò Ottone che
conserverebbe Sicilia alla Chiesa, nè qui fece pur lontana menzione dei
diritti di Federico: quanto alle due federazioni di città italiche ed a
Roma, promise che si conformerebbe alla volontà del Pontefice; e questa
fu cosa di massima importanza, avvegnaddio il Papa pensasse di levare
così all’Imperatore qualsiasi specie di influenza sulla lega lombarda.
Il Guelfo accondiscendente tacque dei diritti dell’Impero; e per tal
guisa con quell’istromento si rovesciarono i principati tedeschi della
Romagna e delle Marche, si cancellarono i diritti dell’Impero (prima
nemmanco posti in dubbio) sui territorî di Spoleto e di Ancona, si
diede di frego a tutti gli istituti che Enrico VI aveva fondato nel suo
intento di restaurare la podestà imperatoria in Italia e a Roma: così,
in una parola, si diede confermazione giuridica a tutte le rivoluzioni
operate da Innocenzo III. Il celebre patto di Neuss fu il primo
fondamento autentico della signoria pratica del Papa nello Stato della
Chiesa: tutti gli Imperatori che vennero dopo l’ebbero riconosciuto
per valido; e in siffatto modo le primitive donazioni da Pipino in poi,
delle quali non si poteva dar prova, si tramutarono in un documento di
valore genuino ed incontestabile[109]. Di contro a questa pergamena
di così alta rilevanza puossi ancor dubitare che fra tutti i motivi
che indussero Innocenzo III ad appigliarsi ad Ottone non fosse il
più potente la persuasione che Filippo non avrebbe mai aderito a così
grandi concessioni, quali il Guelfo più fiacco doveva essere già pronto
a sancire?
La sentenza del Papa irritò in Germania gli uomini amatori della
patria. Gli aderenti di Filippo ne protestarono contro il legato Guido
di Preneste, come quegli che aveva offeso il loro diritto elettivo.
«Dov’è», dissero, «che voi, papi e cardinali, abbiate udito essersi i
predecessori vostri o i loro ambasciatori immischiati nella elezione
dei Re romani?» E rodendosi del dispetto rammentavano il diritto antico
che gl’Imperatori avevano esercitato nell’elezione dei Papi; giacchè
dapprima erano stati gl’Imperatori a mettere i Pontefici in trono,
e adesso i Papi vi mettevano gl’Imperatori. L’Impero romano non era
più che un fantasima[110]. L’orgoglio e il sentimento patrio furono
punti che l’Impero cadesse avvilito sotto gli arbitrii d’impertinenti
nunzî pontificî, i quali mettevano Alemagna a scompiglio, seminavano
la divisione nei Vescovati e nelle terre, scagliavano la scomunica
contro Filippo, e ammonivano tutto il mondo che dovesse disertarlo. La
guerra civile divampò. L’unico modo per cui Filippo potesse convincere
il Papa che per sè stava il buon diritto era quello di vincerlo: ed
egli non ne disperava, ma le grandi promesse che fece fare a Innocenzo
nell’anno 1203 trovarono a mala pena ascolto. Egli annodò dunque
alleanza coll’antica fazione che Enrico VI aveva avuto in Italia,
e nell’anno 1204 mandò nelle Marche Lupoldo (investito da lui del
vescovato di Magonza, ma rejetto dal Papa) per mettervi in arme i
partigiani di Markwaldo. Al Vescovo riuscì di trar dalla sua parecchie
città e di tener testa alle soldatesche pontificie fino all’anno
1205[111]: oltracciò Filippo se la intese coi nemici del Pontefice
nell’Italia meridionale, ed eziandio Roma gli prestò opportunità di
molestare Innocenzo coll’opposizione che a questo moveva il partito
popolare[112].
Mentre nell’Impero si protestava contro l’arbitrato che il Papa si
arrogava, Innocenzo con maestà tranquilla mostrava al mondo, esservi
realmente dei Re, i quali spontaneamente riverivano il Vicario di
Cristo come datore dell’autorità regia. Il giovine Pietro di Aragona,
campione cavalleresco della fede nella guerra contro ai Mori,
persecutore inesorabile degli eretici, capitò nel 1204 a Roma per
farvisi incoronare dal Papa: e questi ve lo aveva invitato, perciocchè
volesse in pari tempo condurre a conchiusione il matrimonio di Federico
con Costanza sorella di Pietro. Fino ad ora i re di Aragona non avevano
mai ambito la ceremonia dell’incoronazione; invece il loro nipote
(tanto era vano!) ne veniva a cerca, e ne pagava l’orpello a immenso
prezzo. Allorchè, nel giorno 8 di Novembre, egli toccò terra scendendo
all’isola che è presso Ostia, il Pontefice gli mandò incontro una
onorevole comitiva, nella quale trovossi eziandio il Senatore, andato a
rappresentarvi la Città[113]. L’ospite regale fu albergato nel palazzo
di san Pietro, ma la coronazione (avvenne addì 11 Novembre 1204) non
si celebrò in quella basilica, sibbene nell’altra di san Pancrazio
fuori le porte. Il Cardinale vescovo di Porto unse il Re del crisma, il
Papa lo coronò e lo vestì di tutte le insegne del regno, e l’Aragonese
giurò di rimanere fedele alla Chiesa romana e di esterminare la eresia:
indi, tornato in san Pietro, depose umilmente la sua corona sulla
tomba dell’Apostolo; formalmente offerse il suo regno in dono votivo al
principe degli Apostoli che portava il suo stesso nome, e s’impegnò di
pagare alla santa Sede un annuo tributo[114]. Il fanatismo di questo
Principe, che senza necessità alcuna si faceva vassallo del Papa, è
significativo di ciò che fosse l’indole spagnuola fino da quell’età;
gli Stati di Aragona lo accusarono, al suo ritorno, di avere tradito la
libertà della patria, e l’opera fantastica di lui, ottant’anni ancora
più tardi, fornì ad un Pontefice il diritto di togliere Aragona (come
feudo della Chiesa) alla famiglia di Pietro e di darla ad un Principe
francese[115]. Ma che importanza ebbe mai il giuramento di vassallaggio
dell’Aragona a petto dello splendore immenso onde pochi anni dopo si
ornò Innocenzo III! financo un Re d’Inghilterra riceveva, nè più nè
meno di un vassallo tributario, la sua corona dalle mani di un legato
pontificio; ed era nientemeno che un succeditore di quel Guglielmo
il Conquistatore, il quale con tanto amara ironia aveva ributtato
le pretese di Gregorio VII, allorchè questi gli aveva chiesto che
riverisse la signoria suprema della santa Sede!
§ 3.
La Germania si volta alla parte di Filippo. — Negoziati di lui col
Papa. — Re Filippo è assassinato. — Ottone è riconosciuto per re
in Germania. — Ottone IV viene a Roma: coronazione imperiale. —
Combattimento nella Leonina.
Nel frattempo la sorte delle armi e l’opinione publica volgevansi in
Alemagna a pro di Filippo. Il diritto, il buon senso, il vantaggio vero
la vincevano sopra una politica ingenerosa e contraria al sentimento
nazionale. Parecchi Principi dell’Impero che finora erano stati i più
ostinati avversarî dell’Hohenstaufen, fecero a lui soggezione, ossia
disertarono la parte guelfo-inglese.
Nel Gennaio dell’anno 1205 Filippo, novellamente eletto e riverito
eziandio dai Principi del Basso Reno, fu coronato in Aquisgrana da
Adolfo arcivescovo di Colonia nel luogo istesso dove prima questo
prelato aveva imposto il diadema sul capo di Ottone. Sebbene le
esortazioni del Papa ai Principi fossero tornate infruttuose,
la contrarietà di lui era l’unico impedimento a ciò che il trono
dell’Hohenstaufen trovasse universalmente omaggio. Ma ora Innocenzo
non isdegnò più di negoziare con Filippo per comporre a pace
l’Impero, e il Re rispose con una diffusa scrittura all’ambasciata
che il Papa gli spedì. Quella lettera notevole, in cui Filippo viene
giustificando tutte le opere sue e massimamente i modi ond’era salito
al trono, porta l’impronta di un vero spirito di conciliazione e
di non infinta veracità. Filippo protestava di volersi sottoporre
alla sentenza dei Cardinali e dei Principi affinchè giudicassero di
tutto quanto la Chiesa gli apponeva a peccato, e dichiarava voler
metter in silenzio, come il rispetto religioso comandava, tutto
ciò che l’Impero apponeva a colpa del Papa: cotali proteste fecero
favorevolissima impressione[116], tanto più che i sentimenti cattolici
dell’Hohenstaufen avevano in Roma per mallevadori il Patriarca di
Aquileia e altri messaggieri, i quali erano venuti recando al Papa
novelle proposte. Vedeva Innocenzo raggiante lo scopo cui nella
contesa della successione all’Impero mirava, quello cioè di mutare la
sua ingerenza in un diritto pontificio riverito ed accolto da tutti i
partiti; ed invero anche Filippo innanzi a lui or s’inchinava sì come
Ottone aveva fatto. La rivoluzione delle cose avvenuta in Germania
costringeva Innocenzo III a cambiar metro, laonde egli acconciava da
buon statista il suo indirizzo politico alle circostanze, quantunque le
sue trattative con Filippo fino da allora lo esponessero alla censura
di doppiezza, parimenti di quello che anticamente era stato detto
di Gregorio VII in simili condizioni di cose. Sull’incominciamento
dell’anno 1206 egli biasimava Giovanni d’Inghilterra e gli ottimati
di Bretagna perciocchè non assistessero abbastanza Ottone; esortava
quest’ultimo pur sempre a perdurare animosamente e ammoniva i Principi
alemanni di prestargli soccorso. Però, trascorso che fu mezzo il 1206,
e caduta Colonia nel mese di Agosto, i negoziati con Filippo si fecero
più efficaci. L’Hohenstaufen vittorioso si protestò pronto (ed era
ciò che Innocenzo sopra tutto bramava) a concedere una tregua d’armi
al suo avversario; e nell’estate del 1207 andarono per conseguenza in
Germania Ugolino e Leone cardinali legati per farsi mediatori di pace
fra i due pretendenti. La cosa non riuscì, ma mentre Filippo, il quale
era uomo fornito di maggior bontà d’animo che non di energia regia,
si sottoponeva a patti che gli venivano dettati in cose di chiesa,
quei legati, a gran costernazione di Ottone, lo proscioglievano con
grandissima solennità dall’anatema. Per le condizioni d’Italia era
notevole che alcuni Principi di questo paese ricevessero patenti
feudali da Filippo ancor prima della sua assoluzione[117]: e omai
nella primavera dell’anno 1208 ei la faceva completamente da re
romano; mandava da suo legato in città toscane Wolfgero di Aquileia,
ne reclamava i diritti imperiali che quelle avevano usurpato durante
l’interregno, e ne otteneva completamente l’ossequio[118].
La sua vittoria su Ottone recò conseguenze decisive anche presso il
Papa; solamente il più difficile tema pei legati d’ambe le parti era
nel porsi d’accordo sui diritti imperiali e sulla confermazione dei
beni che la Chiesa aveva acquistato nell’Italia di mezzo. Filippo,
che un tempo aveva posseduto con titolo ducale le terre di Matilde in
Toscana, sentiva repugnanza di rinunciare ai diritti dell’Impero così
obbrobriosamente come Ottone aveva fatto. Ed è dubbioso se anche allora
egli ripetesse la proposta di dare la sua regal figlia in isposa al
nipote del Papa, al figliuol di Riccardo uomo nuovo, e di concederle
in dote le terre controverse di Toscana, di Spoleto e di Ancona[119].
Ciò s’era promesso nell’anno 1205, ma certo è che più stava a cuore
dell’ambizioso Papa (il quale primo fra tutti i Pontefici fondò un
principato a’ suoi nepoti) di sollevare pretese di tale specie, anzichè
al Re di assecondarle. Il vero tenore delle offerte da lui fatte in
quel tempo rimane ascoso nel buio; ma difficilmente saranno state di
poco rilievo, avvegnaddio le esigenze del Papa non potessero essere
da meno di ciò che egli aveva ottenuto nel trattato di Neuss. La
Germania profondamente lacerata e divisa si rassegnò che le cose sue
più intime venissero tratte innanzi al tribunale di Roma e di Cardinali
stranieri; però il sentimento nazionale ne fu offeso, e la sua voce
irritata risuona ancora alle nostre orecchie nei versi di poeti amanti
della patria[120]. Di già prevedevasi che Innocenzo stesso avrebbe
consentito affinchè si pronunciasse giuridicamente, essere Ottone
destituito dall’Impero le quante volte non avesse aderito in buona pace
ad un accomodamento; ma tutt’a un tratto un brutale colpo di spada
demoliva l’opera d’immensi sforzi, ruinava le speranze d’Alemagna.
Re Filippo moriva a Bamberga nel dì 21 Giugno 1208, sotto il ferro
assassino di Ottone di Wittelsbach. La caduta del giovine Principe dopo
una vita tanto laboriosa, alla vigilia del suo trionfo, è uno dei più
tragici avvenimenti che registri la storia tedesca. Con lui si spense
in Alemagna la casa di Hohenstaufen. Della splendida famiglia del
Barbarossa non restava che un solo rampollo; e questi era Federico, il
protetto d’Innocenzo III, omai fin da fanciullo divenuto straniero alla
nazione, e rimasto in Sicilia in mezzo a torbidi sventurati. Un breve
minuto di tempo trasformò le sorti del mondo, incatenò di bel nuovo i
destini d’Italia e di Alemagna, e trascinò le due nazioni, l’Impero e
il Papato, in un labirinto di guerre, cui non bastò un intiero secolo
a sedare: i loro effetti ben si ravvisano nell’indirizzo che hanno dato
alla civiltà umana.
Come Innocenzo III, nella Campania ove trovavasi, ebbe udito della
morte di Filippo, il suo spirito fu profondamente turbato da un
avvenimento che di repente mutava i suoi disegni: però egli non
comprese allora la gravità di destini che quell’istante disserrava.
Politico, parvegli che fosse un caso il quale tosto lo rifaceva padrone
delle cose e lo liberava da contrasti manifesti; prete, gli sembrò
esser quello un giudizio che Dio pronunciava nella grande contesa
dell’Impero.
Non v’era di che scegliere: conveniva tosto riaccogliere il guelfo
Ottone dianzi abbandonato. Innocenzo subito gli scrisse, lo rassicurò
adesso nuovamente del suo amore, gli fe’ balenare alla vista il suo
prossimo e indubitato esaltamento al trono imperiale, ma gli fece
eziandio traveder da lontano che, se avesse voluto fare il caparbio,
gli si teneva sempre in pronto un avversario, il nipote del trucidato
Filippo[121]. Nel Re di Sicilia, omai divenuto maggiorenne, legittimo
erede dei diritti degli Hohenstaufen, viveva un formidabile emulo per
Ottone; la Chiesa poteva contro di lui armarlo tosto che lo reputasse
vantaggioso; ed è pur uno spettacolo di possente attrattiva veder la
persona giovanile di Federico sollevarsi fatale e minacciosa nel fondo
di quella scena, su cui fra poco il Papa stesso sarà per evocarlo, a
ruina della Chiesa e insieme dell’Impero.
Innocenzo voleva sul serio che la lunga contesa del trono si definisse,
e (questione congiunta all’altra) che si desse il riconoscimento
giuridico al suo Stato ecclesiastico; nè aveva pur dubbio di ottenerlo
da Ottone, cui già teneva vincolato nelle strettoie del trattato di
Neuss. Alemagna, assetata di pace, prestò omaggio al Guelfo. Dolore,
amor patrio, necessità recarono in essere una conciliazione che si
celebrò in forma solenne; e parve che l’antica lite delle due famiglie
si sopisse, allorchè Ottone nel parlamento di Francoforte, addì 11
Novembre 1208, fu acclamato re da tutti gli Stati dell’Impero, e tosto
dopo si fidanzò coll’orfana figliuola del suo avversario Filippo[122].
Fu annunciato che il Re andrebbe a Roma. Ma prima, come richiese il
Papa, Ottone rinnovò a Spira, nel giorno 22 Marzo del 1209, le promesse
fatte nella convenzione di Neuss. Fu riconosciuto lo Stato della Chiesa
in tutta la sua estensione, e si aggiunsero grandissime concessioni in
cui si dichiarò essere la Chiesa libera dall’autorità dello Stato: per
tal modo il Concordato di Calisto II perdette tutto il suo vigore[123].
Diritti imperiali nelle terre or cedute alla Chiesa Ottone non
conservò, tranne quello meschino del _Foderum_ nei viaggi a Roma, che
nel trattato come per beffa fu registrato. Fu questa la prima volta
da che l’Impero esisteva che il Re dei Romani si appellò eletto «per
grazia di Dio e del Pontefice»; Ottone dovette confessare che soltanto
al Papa andava debitore del suo esaltamento al trono, ma re giurò quel
che imperatore non avrebbe potuto mantenere.
In Augusta si presentarono ambasciatori italiani a prestare omaggio
ad Ottone, seco recando le chiavi delle loro città, fra le quali
fuvvi anche la grande Milano, che si congratulò con sincera gioia
dell’avvenimento di un Guelfo all’Impero. Nel Gennaio del 1209 Ottone
nominò il patriarca Wolfgero a suo legato in Italia, affinchè vegliasse
a guardia dei diritti che l’Impero possedeva tuttavia in Lombardia, in
Toscana ed a Spoleto, nella Romagna e nelle Marche[124]. Infatti, anche
dopo della pace di Costanza e dei trattati col Papa, gli Imperatori
avevano continuato a tenere un’apparenza di suprema autorità nelle
città d’Italia, ed eziandio a possedere parecchi diritti fiscali
perfino nella Romagna e nelle Marche. Nè i Papi vi contraddicevano; chè
anzi Innocenzo medesimo ammoniva le città di Lombardia e di Toscana
di mostrarsi docili al legato regio; però a questo rammentava che
conformemente ai patti occupasse i beni di Matilde solo per conto della
Chiesa.
Allorchè Ottone, nell’Agosto 1206, passando dal Tirolo discese con
un grande esercito nella pianura del Po non uno s’alzò ad impedire il
cammino di un Guelfo che s’avviava a Roma[125]. Sventura d’Italia fu
che le sue città non potessero formare una confederazione durevole:
se ciò fosse avvenuto nessun Re tedesco dopo la morte di Enrico VI
avrebbe potuto più valicare il baluardo che avrebbe opposto la popolosa
Lombardia. La gloriosa lotta che i Lombardi ebbero combattuto per la
independenza, nè cancellò la tradizione dell’Impero romano che ancora
in tempo più tardo commosse a tanto grande entusiasmo gli Italiani,
nè recò all’intiero della nazione un costante profitto. Infatti dopo
della vittoria di Legnano le Republiche italiche poterono sì poco
fondare la nazione politica, quanto poco le Republiche greche erano
riuscite a farlo dopo le giornate di Maratona e di Platea. Mentre le
città dell’alta Italia ardevano di guerre civili e di lotte intese a
raffermare la loro costituzione, omai si ergevano le persone di quei
tiranni di città che hanno stampato un carattere così spiccato nella
storia d’Italia dopo il secolo decimoterzo. Ezzelino da Onara e Azzo
margravio di Este, nemici fra sè a vita e a morte, accusatori uno
dell’altro innanzi a Ottone, erano allora i caporioni dei due partiti,
che per un paio di secoli ebbero lacerato questa contrada: e accanto ad
essi stava il ghibellino Salinguerra, grande al paro di loro per sete
d’imperio e per prodezza feroce[126].
Or che per la prima volta un Imperatore di casa Guelfa attraversava la
Lombardia, tutti i nemici degli Hohenstaufen s’aspettavano di ottenerne
essi soli tutto il favore. Ma s’ingannarono, perocchè gli amici della
podestà imperiale non fossero più i nemici di un Guelfo che diventato
era imperatore. Azzo vide i suoi avversarî accolti con grandi onoranze
nel campo di Ottone; Firenze la guelfa fu minacciata di un’ammenda di
mille marchi, e Pisa la ghibellina fu regalata di privilegî e conseguì
i vantaggi di un trattato.
Innocenzo III ricevette Ottone a Viterbo; e fin da quel primo
abboccamento il Re romano dovette dire a sè medesimo che, senza
l’avvenimento di un assassinio, quell’istesso Papa avrebbe posto
immancabilmente in capo del nemico suo la corona dei Romani. Non si
può provare simpatie per uomini i cui beneficî derivano da calcoli
d’egoismo e sono comperati a carissimo prezzo: perciò l’arte politica
del Papa doveva aver lasciato un desiderio amaro di vendetta in fondo
all’animo di Ottone; e forse di già a Viterbo lo sguardo d’Innocenzo
penetrava oltre alla maschera di devozione cui il Re atteggiava il
volto, e vi scorgeva la stizza che sotto di quella ei celava. Il Papa
lo precedette a Roma, e nel dì 2 Ottobre Ottone pose il campo presso a
Monte Mario, dove, secondo la consuetudine antica, fu giurata sicurtà
alla Curia ed al popolo romano[127].
La coronazione si celebrò addì 4 Ottobre 1209 nel san Pietro; frattanto
l’esercito restò nelle sue tende, ma una parte delle milizie (erano
Milanesi) tenne occupato il ponte del Tevere per impedire un assalto
dei Romani. Chi legge questa Istoria non potrà fare a meno di sorridere
con ironia, notando la costanza regolare onde ripetevansi le ostilità
dei Romani ogni qual volta un Imperatore si coronava. Eglino sbarravano
le porte della città lorchè vi si avvicinavano i Tedeschi; ed il loro
Imperatore e la sua comitiva non potevano che gettare dal Vaticano
sguardi desiosi sulla gran Roma, il cui mondo di meraviglie era loro
chiuso in faccia. È infatti strano che solamente i pochissimi degli
Imperatori abbiano messo il piede dentro di Roma, e così fu che
neppure Ottone vide la Città[128]. I Romani, che nell’anno 1201 lui
avevano acclamato imperatore, lo avrebbero anche adesso di buona voglia
riconosciuto per tale, se egli avesse accondisceso a comperarne i voti
con donativi di denaro. Quando diciotto anni prima Enrico VI era venuto
a torsi la corona, egli aveva dovuto guadagnarsi con un trattato i voti
elettivi della Città, in allora libera e possente, ma adesso Ottone IV
non ne aveva mestieri. La cosa irritò il popolo: il Senatore e perfino
alcuni dei Cardinali furono avversi alla coronazione; i cittadini si
tennero raccolti in arme sul Campidoglio[129].
Compiuta la ceremonia, la processione mosse lenta e a fatica in mezzo
alle file dei guerrieri che le facevano ala, ma non passò pur il ponte
di Sant’Angelo; ivi il Papa s’accomiatò dall’Imperatore per tornarsene
in Laterano, e (con offesa manifesta alla maestà imperiale) lo ammonì
che al di seguente abbandonasse le terre romane[130]. Frattanto non si
sa quale caso era scintilla che faceva scoppiare in fiamme l’odio dei
Romani. Nella città Leonina si combattè con furore la solita battaglia
che veniva dietro alla coronazione, e, dopo gravi perdite da una parte
e dall’altra, Ottone IV rientrò nei suoi quartieri di Monte Mario.
Qui rimase egli trincerato per qualche giorno, intanto che dal Papa e
dai Romani chiedeva ristoro de’ sofferti danni, ovverossia riparazione
dell’offesa ricevuta[131].
§ 4.
Ottone IV la rompe col Papa. — Disinganno di Innocenzo. — L’Imperatore
di guelfo si tramuta in ghibellino. — Ottone muove nelle Puglie. — Il
Papa lo scomunica. — I Tedeschi chiamano al trono Federico di Sicilia.
— Ottone IV se ne ritorna in Alemagna.
Appena Ottone IV fu padrone della corona imperiale conobbe d’essersi
impigliato in un’acerba tenzone coi doveri che egli aveva giurato
all’Impero; pertanto ei ruppe tosto la fede promessa al Papa. Mentre
ancora accampava vicino a Monte Mario i beni della contessa Matilde
diventarono il tema di discussioni irritanti. L’Imperatore richiese
di venirne a conferenza col Papa, magari anche a Roma, dove sarebbene
andato egli stesso, fosse pure a pericolo della sua vita: però
Innocenzo con fredda garbatezza rispose rifiutando, e bramò che si
trattasse per mezzo di ambasciatori[132]. Ma frattanto grave penuria di
vettovaglia costrinse Ottone ad abbandonare il territorio della Città,
ond’egli per la via Cassia entrò nel Fiorentino[133]. Nel suo cammino
occupò tutti i paesi che in Tuscia avevano appartenuto al retaggio
di Matilde; prese d’assalto Montefiascone, s’impadronì di Radicofani,
di Aquapendente, di Viterbo, del territorio di Perugia e di Orvieto;
in una parola s’insignorì di quei tali luoghi che solennemente aveva
dichiarato spettare al Papa, e sui quali adesso ei moveva pretese come
beni della Contessa. Alcune città gli si arresero spontaneamente; di
altre ei s’impossessò colla forza[134].
Nel suo campo gli facevano accompagnatura vescovi e maggiorenti
italiani, avidi di ottener dei feudi: fra essi erano Salinguerra,
Azzo, Ezzelino e Ildebrandino di Tuscia, conte Palatino; presto fu
coll’Imperatore anche Diepoldo di Acerra, e financo gli prestò omaggio
Pietro prefetto, quel desso che era divenuto vassallo del Papa. Sotto
la corona imperiale Ottone IV con meravigliosa prestezza si trasformò
in ghibellino; ripigliò l’opera del suo predecessore a quel punto cui
l’aveva troncata la morte di lui; senza reticenze manifestò la pretesa
di rivendicare all’Impero tutti i possedimenti che Innocenzo dopo la
morte di Enrico con tanta abilità aveva riunito alla Chiesa; rinnovò
i privilegî di Enrico, ne trasse dalla sua i partigiani, dispensò
a feudatarî terre italiane secondo l’intento che avuto avevano gli
Hohenstaufen, tentò restaurare i principati feudali tedeschi distrutti
dal Papa. Sull’incominciamento dell’anno 1210 diede ad Azzo d’Este la
marca di Ancona, concedendogli espressamente tutti i diritti che ivi
aveva posseduto Markwaldo; in pari tempo infeudò a Diepoldo il ducato
di Spoleto, sì come un tempo l’aveva tenuto Corrado; il Salinguerra
investì di Medicina e di Argelate, terre di Matilde; Leonardo di
Tricarico nominò conte della Romagna[135].
Per difendersi dalle aperte ostilità che Ottone gli sollevava
nell’Italia di mezzo, Innocenzo cercò nuovamente appoggio nelle città
di Tuscia e dell’Umbria; e Perugia, addì 28 Febbraio 1210, gli promise
di proteggere il patrimonio di san Pietro[136].
Il disinganno fu umiliante e terribile. I lunghi sforzi del Papa,
rivolti a porre un Guelfo sul trono degl’Imperatori, precipitarono
obbrobriosamente per opera della sua stessa creatura. Innocenzo si
dolse d’esser maltrattato dall’uomo che egli aveva esaltato quasi
contro la volontà universale; lamentò di dovere ingollare adesso i
rimbrotti di coloro che trovavano giusta la sua sorte, perciocchè lo
ferisse quella istessa spada che egli di sua mano aveva affilata[137].
Nelle condizioni disperate di Innocenzo non si smentì la giustizia
divina, chè infatti nella contesa dell’Impero era pure egli che s’era
fatto caporione di un partito. La storia di Ottone IV rivela una verità
irrepugnabile, che in pari tempo è splendidissima giustificazione
degli Hohenstaufen e di tutti quegli Imperatori che la Chiesa con sì
acerbo livore marchiò della fama di nemici suoi. Se il primo ed unico
Imperatore che i Papi poterono levare al trono, eleggendolo dalla
amica casa dei Guelfi, nelle loro stesse mani si mutò in un breve
istante, di creatura devota in massimo nemico, conviene pur dire che
così fatta trasformazione fosse cagionata da insuperabili condizioni
di cose. Come dopo di lui fece Federico II, così Ottone IV combattè
gli eretici colla spada e con editti, nè mai s’intruse nel dominio
dogmatico della Chiesa; però, tosto che fu divenuto imperatore, egli
insorse contro il fondatore del novello Stato ecclesiastico, contro
il Papa che pretendeva alla signoria d’Italia, e che senza rigiri di
frasi protestava di essere il signore supremo eziandio dell’Impero.
Se agli apologisti delle pretensioni pontificie potrà riuscir mai
fatto di dimostrare che era obligo degli Imperatori e dei Principi
di sottomettersi al giogo del Pontefice (appunto come avevano fatto
Aragona ed Inghilterra), e di rispettare in santa pace le dottrine
bandite da Gregorio VII e da’ suoi succeditori, giusta le quali al
Vescovo romano sarebbero stati sudditi tutti i monarchi, anzi gli
uomini tutti della terra; se ciò potranno dimostrare, eglino faranno
ammutolire ogni contraddittore. Ma chi giudica con intelletto calmo
di passioni, affermerà ognora che, dopo di Gregorio VII, l’idea
esagerata del Papato cancellò i limiti che la ragione innalzava fra la
Chiesa e l’Impero; affermerà che la contesa sempre rinnovellata non
fu che una lotta necessaria a restaurare l’equilibrio fra la podestà
temporale e quella spirituale. In sulle prime i Papi intesero alla
dominazione d’Europa prendendo le mosse da un principio morale; ma
poichè l’ordine morale profondamente s’addentra in tutte le pratiche
attenenze della società umana, ne venne massimo pericolo che il
giure civile fosse assorbito dal diritto canonico, che il tribunale
ecclesiastico diventasse eziandio una curia di giudicî politici. Ei
fu nel nome della independenza dell’Impero e delle sue leggi, che gli
Imperatori si levarono contro la gerarchia romana. Tornarono sempre
all’idea di secolarizzare la Chiesa, perciocchè la conservazione
dell’Impero paresse esigerlo, e sempre di bel nuovo mossero guerra alla
preponderanza ecclesiastica ferendola nel possedimento temporale, nello
Stato ecclesiastico che era il suo tallone di Achille. Gli Imperatori
ebbero intenti conservativi, poichè combatterono per l’esistenza
dell’Impero, e parve loro che i Papi fossero novatori e rivoluzionarî.
Potrassi deplorare come una loro cecità che non sapessero indursi
a rinunciare all’Italia ed allo Stato pontificio, ma questo fatale
errore discendeva dall’idea dell’_Imperium_, che fu tanto ostinata da
sopravvivere perfino all’Impero stesso, e trovò alimento costante negli
attacchi onde i Papi diedero di cozzo contro alla podestà imperiale e
ai diritti della corona.
Chiunque giudichi rettamente condannerà Ottone IV perchè fu spergiuro,
ma altresì troverà le ragioni della sua colpa nel tragico conflitto
cui lo trassero le promesse fatte da lui all’Impero e il Concordato
conchiuso colla Chiesa[138]. «Giurai», così disse più tardi quel
Principe sventurato, «giurai di serbare la maestà dell’Impero e di
rivendicare tutti i diritti ch’esso perdette: la scomunica non meritai;
non tocco alla podestà ecclesiastica, ben anzi voglio proteggerla,
ma poichè sono imperatore voglio esser giudice io di tutte le cose
temporali nell’universo Impero»[139]. Così parlò un Imperatore che per
fermo non era un Enrico III, nè un Barbarossa, nè un Enrico VI; un tale
che aveva accettato gli arbitrati pontificî nelle cose dell’Impero,
tanto per ottenere il voto del Laterano; un Imperatore che con
iscritture aveva ceduto al Papa diritti, che or contro diritto voleva
riprendersi. Questo fu la sua debolezza, la sua sentenza di condanna,
la sua necessaria caduta: Innocenzo III con arte romana aveva ravvolto
il Principe guelfo in una rete di trattati, e ciò per lo meno lo poneva
dalla parte della ragione di contro ad Ottone IV.
Forse questi sarebbe proceduto meno lestamente nel suo cammino, se
non lo avessero acciecato le splendidezze di omaggi che ricevette
dalle città lombarde, e se non ve lo avessero incitato le grida dei
grandi vassalli. Durante l’interregno, di qua signori e città s’erano
impadroniti di antichi diritti dell’Impero, di là avevano usurpato
beni della Chiesa, altrove terre di Matilde; infinita la confusione;
spesso perciò impossibili le distinzioni. I Ghibellini spronavano
Ottone alle audacie, perocchè bramassero la distruzione del nuovo Stato
ecclesiastico e la caduta della signoria pontificia in Sicilia; anzi
Diepoldo e Pietro di Celano richiedevano l’Imperatore guelfo che vi
restaurasse i diritti imperiali, e gli prestavano le loro armi contro
al figlio di Enrico VI. Se pur voleva render securo l’avvenire alla
sua famiglia, Ottone doveva porre l’erede legittimo della casa di
Hohenstaufen in condizioni tali che non potesse nuocergli più. Risolse
pertanto di muovere nelle Puglie; nel Novembre partì di Rieti, entrò
nel paese de’ Marsi passando per Sora (la contea di Riccardo), indi
continuò la sua via per la Campania. A Capua, che gli aperse le porte,
pose i quartieri d’inverno[140].
Poichè Ottone IV teneva Sicilia (il maggior feudo della Chiesa) in
manifesto conto di terra dell’Impero, e macchinava di ricongiungerla
a questo nuovamente, il Papa lo scomunicò ai 18 Novembre dell’anno
1210: ed era trascorso soltanto un anno dalla coronazione imperiale!
Furibondo di collera, Innocenzo schiacciò la sua propria creatura,
come un idolo riuscito male e odioso[141], e la corona che aveva posto
in capo al Guelfo volle ad ogni costo strappargli: avvenimenti così
ripieni di contrasti politici e umani, così avviluppati, così composti
di sottili artificî, che diventano dei più memorandi e attrattivi della
storia.
Ottone IV non istette più in forse di assoggettare l’Italia
meridionale, e sperò di poter con rapidi colpi condurre l’impresa a
compimento. Nella estate successiva gli si arresero quasi tutte le
città, Napoli eziandio; ed egli andò fin a Taranto. In Sicilia lo
aspettavano i Saraceni; navi pisane stavano pronte per trasportare
nell’isola le sue soldatesche, ed egli faceva bloccare la città di Roma
così strettamente che non pellegrini nè messaggi v’entravano[142].
Egli poi vi teneva relazioni; il Prefetto urbano era passato dalla
parte di lui, e la fazione dei Romani malcontenti si gettava di nuovo
bramosamente nelle braccia dell’Imperatore. Si accusava Innocenzo
d’essere stato l’autore delle scissure che dividevano l’Impero; lo
si vituperava come uomo di mala fede e incostante, perocchè dapprima
avesse favorito Ottone ed ora lo perseguitasse. E un giorno che teneva
ai Romani una predica edificante, l’antico caporione del popolo,
Giovanni Capocci, alzatosi, prorompeva in queste rozze, ma giuste
parole: «La tua bocca è bocca di Dio, ma le tue opere, opere sono del
diavolo»[143].
Frattanto la signoria di Ottone di là delle Alpi tentennava. Torme di
frati fanatici, emissarî della vendetta di Innocenzo, percorrevano
l’Alemagna, ed i legati pontificî scalzavano in breve le basi del
trono all’Imperatore. Appena colà si seppe che era stato scomunicato,
un forte partito gli si levò contro. Innocenzo III indirizzò lettere
crucciose a quegli stessi Principi tedeschi cui pochi anni prima aveva
con tanto fervore ammoniti perchè eleggessero Ottone; e ne scrisse
eziandio al malizioso Re di Francia, confessando l’errore suo e
ripudiando la sua creatura: profonda e meritata umiliazione di un uomo
cupido di dominio. E adesso egli stesso appellava il giovine Federico
a quel trono donde finora, con politica freddamente meditata, a bel
disegno lo aveva escluso; ma almeno ne attalentava il suo desiderio
di vendetta, poichè aveva sotto mano un pretendente con cui spingere
Ottone al precipizio. Una parte dei Principi tedeschi raccolti a
Nürnberg, proclamò deposto l’Imperatore ed elesse al trono Federico
di Sicilia. Questo avvenimento costrinse Ottone a rinunciare a’
suoi piani, ad abbandonare le Puglie nel Novembre 1211 ed a muovere
nell’Italia settentrionale, dove parecchie città non gli prestarono
più reverenza, e dove il Margravio di Este s’era omai posto a capo di
una lega raccolta contro l’Imperatore. Nella primavera dell’anno 1212
Ottone tornò in Alemagna.