CAPITOLO PRIMO.

§ 1.

Il secolo decimoterzo. — L’Impero, la Chiesa, la cittadinanza, la

città di Roma. — Elezione di Innocenzo III. — La famiglia dei Conti. —

Largizioni di denaro che il Pontefice, appena eletto, fa ai Romani. — È

consecrato e coronato. — Si descrive la processione solenne, quando il

Papa muove al Laterano per torne possesso.

Agli entusiasmi cavallereschi e religiosi del secolo duodecimo

subentrano nel decimoterzo le fervide lotte onde la gente umana, fatta

più matura, combatte per conquistarsi la sua costituzione civica, omai

che gode di una vita resa nobile dal lavoro, dalla scienza, dalle arti.

Il secolo decimoterzo è il culmine del medio evo; in esso la Chiesa

torreggia vittoriosa, levandosi a splendidissima potenza mondiale;

in esso l’antico Impero germanico toglie cogli Hohenstaufen commiato

dalla storia, per lasciare sgombro il terreno a Stati nazionali forniti

di autonomia loro propria. Con un ultimo sforzo da gigante, l’Impero

sotto di Federico II pugna ancora contro due impulsi di questa età

per affermare la sua esistenza legittima, ma alla fine soccombe alla

potenza di quelli, che stringono assieme alleanza. L’Impero combatte

la signoria universale del Papato; però questo (similmente di quanto

ebbe fatto nella seconda metà del secolo duodecimo) si associa colle

democrazie italiche, le quali per via del principio di cittadinanza

latina abbattono il sistema feudale germanico, odiato istituto

straniero. Il secolo decimoterzo è periodo di tempo in cui la libertà

rompe una grande guerra contro la legittimità che va invecchiando:

è età di rivoluzione dei cittadini contro la nobiltà feudale, della

democrazia contro la monarchia imperiale, della Chiesa contro lo Stato,

dell’eresia contro il Pontificato: è un’epoca cui, più di qualunque

altro fatto, la libertà republicana d’Italia veste di chiarissima luce.

Questa madre della civiltà di Europa s’eleva per la prima volta (e

tuttavia imperfettamente) alla coscienza della sua propria nazionalità;

e lo fa raccogliendosi entro a città fortemente munite e governate

tutte con ordini eguali, entro le quali si ammassa un tesoro stupendo

di forza dell’animo, di ricchezza e di fervore laborioso. È la età

medioevale delle città; parimenti che nel tempo antico, l’uomo torna, a

preferenza d’ogni altra cosa, ad essere cittadino; la città colle sue

famiglie, colle sue parentele, colle sue ordinate maestranze, torna,

per la seconda fiata nella storia, ad essere concetto vero dello Stato.

Il ritorno che fa Italia (patria vera delle città) all’organamento

politico comunale, non sì tosto che può sguizzar fuori dall’infranto

vincolo dell’Impero, potrebbe parere un regresso, se non si ponesse

mente a ciò che quell’idea municipale esprimeva: significava essa che

vinto era il feudalismo barbarico, che la scienza e il lavoro avevano

tolto possedimento dei beni della vita, che creato s’aveva una coltura

propriamente nazionale, opera della società civica. Le forze del

laicato, educatesi con lungo e industre lavorio, abbisognavano di un

albergo proteggitore entro cui si potessero ricoverare: e lo trovarono

nella potente individualità delle città libere, fiore bellissimo

del medio evo, officina in cui con attività indefessa si foggiò la

civiltà nuova. Ancora una volta Italia visse di vita autonoma nelle sue

democrazie, per indi, ancora una volta, ripiombare nella più profonda

miseria, non appena che il fiore di quelle magnifiche città libere si

fu avvizzito.

Lo Stato si restringeva nella cerchia della città, la nazione si

racchiudeva nella cittadinanza comunale; e queste erano condizioni

politiche assai povere per certo, in cui nulla può ravvisarsi, che

corrisponda a’ concetti più elevati dell’umanità. Come nel tempo

antico, così anche adesso si vennero formando leghe di città, ma non

fu mai possibile che si ampliassero in una federazione italiana. Vi ci

opposero impedimento l’Impero ancor sempre eminente, e il Papato che

possedeva uno Stato suo: la Chiesa, la quale comprendeva non potersi

ridurre a compimento l’idea guelfa che si proponeva far d’Italia una

teocrazia pontificia, ben presto mandò a vuoto ogni specie di unità,

poichè fondò una monarchia francese nel mezzodì. Incapaci di costituire

la nazione politica, le città caddero in condizioni d’isolamento

angustissimo. L’energico impulso di partiti, che teneva desta la loro

vita politica, e significava il bisogno che occorreva di un simbolo

dell’ordine politico universale, assunse forma di contrasto fra la

Chiesa e l’Impero, e creò le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini,

chiare nella storia del mondo. Le fonti della vita politica non si

diffusero come nell’Italia antica e nella Grecia in organamenti

di colonie, e l’impedita unità nazionale fe’ sì che quelle fonti

stagnassero in istretti canali: sopita la grande guerra mondiale fra

la Chiesa e l’Impero, tanto feconda di libertà, le città ribollenti di

forze combatterono fra sè in guerre furibonde di classi e di cittadini,

laonde per necessità ne derivarono primamente dominazioni di plebi,

indi tirannidi cittadine, finalmente piccoli principati.

Anche nella città di Roma l’indirizzo municipale si esplicò in guisa

simigliante. Per necessaria conseguenza pose anch’essa da banda

le ultime attenenze pratiche coll’Impero, una volta che le città

alleate col Papato (il quale s’era fatto nazionale) ebbero costretto

quell’Impero feudale a partirsene d’Italia. Furono i Pontefici che

sciolsero la Città dal vincolo delle relazioni antiche; cancellarono il

concetto della _Respublica Romana_ sorgente dell’_Imperium_, rapirono

a Roma l’appoggio dell’Impero, e la ridussero sotto la sola protezione

della Chiesa. La Città combattè incessantemente e con maggiore veemenza

contro il Papato che pretendeva ad esercitarvi i diritti imperiali;

si conquistò essa la sua autonomia civica, e perfino in alcuni momenti

splendidissimi ottenne completa independenza di republica. Incapace di

pretendere più al valore di _Urbs Orbis_, incapace di porsi a capo di

una confederazione universale delle città italiche, essa stette paga

all’ambizione di dominare dal Campidoglio il territorio dell’antico

Ducato romano. Nel secolo decimoterzo la si vede, come Milano o

come Firenze, ridotta entro angusti confini municipali e intesa alle

bisogne meramente pratiche, donde soltanto nel secolo susseguente si

risolleverà di bel nuovo fino ad una idealità fantastica. Ella è per

verità cosa meravigliosa vedere il popolo romano occuparsi seriamente

della sua republica cittadina, senza por bada in alcun modo ai negozî

degli altri paesi. In quello che l’Impero riducevasi a una larva, e

la Chiesa giungeva alla sua grande meta d’essere essa costituzione del

mondo, i Romani tenevano i loro sguardi fisi sul vetusto Campidoglio,

serravano le porte in faccia agli Imperatori ed ai Papi, nè pensavano

ad altro che a dare il migliore degli ordinamenti alla loro republica.

La storia municipale di Roma nel secolo decimoterzo registra alcune

pagine gloriose che inducono a reverenza di quel popolo romano,

perocchè in mezzo a condizioni difficili esso abbia, se non altro a

periodi di tempo, affermato la sua autonomia: e per verità, nel secolo

decimoterzo, quantunque fosse giunto all’apogeo della sua signoria

universale, il Papato a Roma era senza potenza.

All’inizio ed alla fine di questo gran secolo (a cui descrivere

imprende il nostro quinto volume) si erigono Innocenzo III e Bonifacio

VIII, come le due colonne che segnano il confine di un periodo, il

quale è il rilevantissimo di tutta la storia civile del medio evo:

quei due uomini difatti segnano l’uno l’altissimo culmine, l’altro il

decadimento del Papato.

Addì 8 Gennaio dell’anno 1198, nel Septizonio sul Palatino, Lotario

cardinale diacono era eletto papa con voto concorde, ed acclamavasi

con nome di Innocenzo III. Lotario, uno dei figliuoli del conte

Trasimondo di Segni, usciva di un’antica famiglia di signori del Lazio,

posseditrice di beni ad Anagni, a Segni ed a Ferentino. Può darsi che

la sua casa appartenesse ad una stirpe i cui membri nel secolo decimo

avevano sostenuto officio di conti nella Campagna, all’istessa guisa

che i Crescenzî nella Sabina: tuttavolta fu soltanto dopo di Innocenzo

III che quel titolo di conti diventò nome durevole della famiglia,

la quale ne fu detta _de Comitibus_ ossia _dei Conti_[1]. Gli avi

paterni di Lotario erano stati gente tedesca immigrata nel Lazio: lo

dimostrano i nomi di Lotario, di Riccardo, di Trasimondo e di Adenolfo

che perdurarono nella famiglia de’ Conti. Nella storia della Città non

s’erano fatti chiari, ma Claricia, madre di Innocenzo III, fu donna

romana della casa di _Romanus de Scotta_[2].

Lotario, giovine e ricco uomo, era andato a studio nelle università di

Parigi e di Bologna, e vi aveva attinto grande sapere di scolastica ed

estese cognizioni di giurisprudenza; poi, finiti gli studî, aveva in

officio di cherico servito i successori di Alessandro III, e ne era

stato tenuto in gran pregio, fino a tanto che Clemente III lo aveva

creato cardinale della Diaconia dei santi Sergio e Bacco presso al

Campidoglio. A trentasette anni egli saliva alla santa Sede.

Appena che Innocenzo III fu eletto, gli si accalcò intorno il popolo

romano, con alte grida chiedendo denaro. Gli avari Romani, anzichè

darne, esigevano dai loro Papi omaggio di donativi. Del continuo

il loro giuramento di fedeltà era sempre comperato a prezzo d’oro,

ed, oltre a questo, il Comune civico di Roma pretendeva da ogni

Pontefice nuovamente eletto un tributo di cinquemila libbre. Al trono

di Innocenzo minacciava pericolo di crollare prima ancora che egli

veramente ponesse il piede a salirlo; cedette egli perciò alle furiose

esigenze dei Romani, ma pensò che dall’abuso gli conveniva trarre

uno stabile profitto. Non lesinò meschinamente come Lucio III per sua

disgrazia aveva fatto; dispensò denaro con magnificenza da gran signore

e si guadagnò così la moltitudine del popolo, ma una largizione tanto

considerevole di moneta fu gravemente obrobriosa, e potè chiamarsi

veramente prezzo d’acquisto della signoria[3].

Ai 22 Febbraio 1198 Lotario fu consecrato nel san Pietro; indi fece la

sua entrata solenne nel Laterano, accompagnato dal Prefetto della Città

e dal Senatore, dalla nobiltà, dai Baroni della provincia, dai Consoli

e dai Rettori delle città, che vennero a fargli reverenza.

La ceremonia della sua incoronazione ci offre acconcia opportunità

di descrivere con brevi tocchi questi mirabili spettacoli del medio

evo. Non erano cotali processioni dei Papi meno splendide di quello

che fossero le cavalcate degli Imperatori allorchè movevano a torsi

la corona; e sebbene mancassero delle pompe soldatesche straniere e

delle battaglie nella città Leonina, nondimeno spiegavano tutte le

magnificenze del Papato in un apparato nazionale romano. Fin dal secolo

undecimo i Pontefici consecrati nel san Pietro erano stati soliti di

tornarsene alla loro residenza del Laterano con solenne corteo; e da

Nicolò I in poi, quelle processioni diventarono una specie di trionfo

che il Papa coronato teneva in mezzo di Roma, cavalcando lungo un

cammino che diventò tradizionale con nome di _Via Sacra_ od anche di

_Via Papae_[4]. Meta di lui erano il palazzo Lateranense e la basilica

di Costantino, di cui il Pontefice toglieva possedimento con istrane

ceremonie: e mercè di esse massimamente significavasi il suo ingresso

al governo, anche quale signore temporale di Roma e dello Stato

ecclesiastico.

Come il Papa aveva ottenuto la consecrazione per mano dei Vescovi di

Ostia, di Albano e di Porto, usciva sulla piattaforma della scalea del

san Pietro, e si adagiava sopra un trono. L’Arcidiacono gli toglieva

di capo la mitra vescovile, e in mezzo alle acclamazioni del popolo

la copriva del _Regnum_ principesco. Era questo la _Tiara_ rotonda,

appuntita in cima, quella favolosa corona che dicevasi Costantino aver

donato a Silvestro papa: in origine formata di penne bianche di pavone

e senza ornamenti, fu più tardi decorata di gemme lucenti; dapprima

cinta di un serto d’oro, più tardi fullo financo di tre diademi, e

adorna alla sommità di un carbonchio[5]. In quello che coronava il

Papa, l’Arcidiacono pronunciava queste superbe parole: «Ricevi la

tiara, e sappi che tu sei il padre de’ Principi e dei Re, il reggitore

del mondo, il vicario in terra del nostro redentore Gesù Cristo, cui

è onore e gloria nei secoli eterni»[6]. Cristo e i suoi Apostoli,

che erano stati avvezzi a camminare con pie’ scalzi, ben avrebbero

mirato con profonda meraviglia la persona del loro successore, il

quale, avvolto in vestimenta magnifiche e scintillanti d’oro e di

pietre preziose, si levava allora dal trono tenendo il _Regnum_ in

capo, e da papa-re montava sopra un palafreno coperto di gualdrappe

colore scarlatto. Imperatori o Re, le quante volte di loro erano

presenti, gli tenevano la staffa e procedevano un tratto conducendogli

il cavallo per le briglie; se Principi non v’erano, a quell’officio

attendevano i maggiori nobiluomini e i Senatori di Roma[7]. Tutti i

laici e gli ecclesiastici che prendevano parte al corteo, salivano

sui loro palafreni, poichè la processione andava a cavallo. Moveva

essa in quest’ordine: precedeva a tutti un cavallo riccamente bardato

del Papa, vuoti gli arcioni; indi venivano i crociferi a cavallo;

dodici vessilliferi anch’essi a cavallo con in mano bandiere di

color rosso; due altri cavalieri che tenevano sulle lance imagini di

cherubini scolpite in oro; i due Prefetti marittimi; gli _Scriniarii_,

gli avvocati, i giudici colle lunghe e nere vesti talari del loro

officio; la Scuola dei cantori, i Diaconi e i Suddiaconi, gli Abati

stranieri, i Vescovi, gli Arcivescovi, gli Abati delle venti Abazie

di Roma, i Patriarchi e i Cardinali vescovi, i Cardinali preti, i

Cardinali diaconi[8], tutti a cavallo, sul quale non è difficile che

alcuni vecchi tremuli si tenessero aggrappati con gran fatica. Seguiva

allora il Papa sopra un bianco palafreno cui, a destra e a manca

Senatori ossiano nobili addestravano per le redini. Tosto dopo movevano

cavalcando alcuni Suddiaconi e il Prefetto della Città accompagnato

dai collegi de’ giudici. Poi subentravano le corporazioni cittadine,

le milizie, i cavalieri e i maggiorenti di Roma vestiti di corruscanti

corazze colle divise e coi colori delle loro famiglie. La comitiva di

quei signori ecclesiastici e laici (a passare occupava qualche ora), i

canti solenni, lo scampanio delle chiese, le acclamazioni del popolo,

quegli ordini, quelle dignità, quegli officî, la varietà delle fogge,

la mescolanza di cose di chiesa e di cose profane, tutto produceva uno

spettacolo ammirabile che rifletteva in un sol quadro la grandezza del

Papato. Ma quella comitiva di vecchi, di preti, di monaci salmeggianti

si moveva a guisa di ombre in mezzo a rovine, e rappresentava la caduta

e la mutazione delle sorti di Roma con imagine piuttosto mesta che

splendida.

La città era addobbata a festa; lungo il cammino che il Pontefice

batteva erano rizzati alcuni archi di onore che laici romani

costruivano; e, giunto sotto di essi, il Papa distribuiva denaro

in compenso dell’opera[9]. Passando pei vetusti archi trionfali

degl’imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano, la processione

moveva al quartiere Parione, dove, presso alla torre di _Stephanus

Petri_, il Papa sostava per ricevervi le acclamazioni della _Schola_

degli Ebrei[10]. Infatti una deputazione dei figli d’Israello,

eroici cultori di un monoteismo puro e incorrotto, stavasi colà

piena di temenza oppure di timida speranza, con alla testa il

Rabbino della sinagoga, che recava in ispalla il rotolo del santo

Pentateuco misteriosamente velato. In ogni Papa novello gli Ebrei

romani erano costretti a salutare il loro signore territoriale che

misericordiosamente concedeva ad essi un asilo in Roma, ed era pari

agli Imperatori antichi, davanti ai quali avevano costumato anche i

loro avi presentarsi per far omaggio al nuovo Principe che saliva al

trono. In quello che il Rabbino porgeva al Vicario di Cristo il codice

di Mosè acciocchè lo confermasse, negli sguardi biechi o benevoli del

novello Pontefice gli Israeliti leggevano scritta la loro sentenza,

la tolleranza ovvero l’oppressione in cui sarebbero tenuti. Il Papa

dava un rapido sguardo al Pentateuco, restituiva al Rabbino il rotolo

della scrittura porgendoglielo dal rovescio, e con degnevole serietà

sclamava: «La legge onoriamo, ma condanniamo la mente degli Ebrei;

imperocchè alla legge abbia dato compimento Cristo, che il cieco popolo

di Giuda attende ancora come Messia»[11]. I figli d’Israello se la

svignavano fra gli improperî della plebaglia romana; e la processione

proseguiva il suo cammino per il campo di Marte, mentre, ad ogni tratto

di via, il clero romano, abbruciando incensi e cantando inni, stava

postato a salutare il Pontefice. Frattanto il popolo, lasciandosi

andare a giovialità carnevalesche, faceva intronar l’aria di liete

canzoni[12]; e affine di diradare la calca soverchia della plebaglia,

forse anche a ricordanza di antichissime tradizioni consolari, i

famigli del Papa in cinque luoghi prestabiliti gettavano manciate di

monete[13].

Il corteo percorreva i _Fora_, passava dagli archi trionfali di

Settimio Severo e di Tito, e, radendo il Colosseo e il san Clemente,

giungeva alla piazza del Laterano, dove il Papa era accolto con

festosi cantici dal clero di quella basilica[14]: allora lo si

conduceva al _Porticus_, e là sedeva sopra un antico sedile di marmo

detto _Sella stercoraria_. Gli era pure il massimo avvilimento cui si

assoggettava il capo supremo della Cristianità allorchè si adagiava

sul seggio di quel nome; e la simbolica ceremonia che ivi avveniva

è forse il più bizzarro costume che abbia foggiato il medio evo, nè

di essa oggi possiamo udir parlare senza esserne tratti a riso. Però

accorrevano alcuni Cardinali a rialzare il Padre santo da quella

disdicevole scranna, dicendogli le confortevoli parole tratte dalle

sacre Scritture: «Ei suscita dalla polvere il mendico, e solleva il

povero dallo sterco»[15]. Il Papa si fermava ivi ritto, traeva dal

grembo di un famiglio tre manciate piene di oro, di argento e di rame,

e le gettava al popolo sclamando: «Oro e argento non son per me; quel

che ho, a te dono»[16]. Entrato in Laterano, vi faceva orazione;

poi, sedendo sopra un trono alzato dietro all’altare, vi riceveva

l’omaggio del Capitolo della basilica; passava indi nel palazzo e,

toltone possesso camminandovi o sedendovi, si sdrajava in atto di uomo

che giace, sopra un antico sedile di porfido che era innanzi alla

cappella di san Silvestro, e in quella positura riceveva dalle mani

del Priore del Laterano il pastorale e le chiavi della chiesa e del

palazzo, simbolo quello della sua autorità di governo, simboli queste

della podestà che lega e scioglie. Adagiatosi sopra un altro sedile di

porfido, il Papa restituiva al Priore quei simboli, e veniva allacciato

i fianchi con una cintura di seta rossa donde pendeva una tasca color

di porpora, contenente muschio e dodici suggelli di pietre preziose,

imagini della podestà apostolica e delle virtù cristiane[17]. Allora

erano ammessi al bacio del piede tutti gli officiali del palazzo; ed

il Pontefice a tre riprese gettava monete di argento fra il popolo,

pronunciando le parole: «Lo sparse e lo diede ai poverelli; in eterno

dura la sua giustizia». Dopo di aver pregato innanzi alle reliquie

nella cappella palatina, detta _Sancta Sanctorum_, nuovamente si

assideva sopra un trono nella cappella di san Silvestro; ivi gli si

presentavano, secondo l’ordine della loro dignità, i Cardinali e i

Prelati, che gli si inginocchiavano dinanzi protendendo la mitra, nella

quale egli lasciava cadere il solito donativo di denaro, appellato

_Presbyterium_[18].

Susseguiva il giuramento di omaggio che il Senato romano prestava in

Laterano, e finalmente tenevasi mensa nella sala dei banchetti. Il Papa

sedeva tutto solo ad un desco su cui erano disposti preziosissimi vasi,

mentre a tavole separate prendevano posto i Prelati e i maggiorenti, i

Senatori ed il Prefetto coi giudici. Il Pontefice era servito dai più

nobili signori; se alla festività erano presenti dei Re, questi gli

portavano i primi piatti, e poi andavano umilmente a sedersi alla mensa

dei Cardinali.

Questi non sono che i tratti maggiori delle grandi processioni che

si celebravano nelle coronazioni pontificie. Cotali forme medioevali

si conservarono fino a Leone X: indi cessarono le antiche costumanze

simboliche; e la ceremonia, con pompa più conforme all’indole dei

tempi, si tramutò nel _Possessus_ ossia nella magnifica funzione con

cui il Pontefice prende il dominio del Laterano.

§ 2.

Innocenzo III riduce il Prefetto di Roma ad essere un officiale

pontificio. — Condizioni della Prefettura urbana. — I Prefetti della

casa di Vico. — Condizioni del Senato. — Scotto Paparone, senatore.

— Innocenzo III consegue il diritto di eleggere il Senato. — Formula

giuratoria del Senatore. — Il Comune di Roma conserva la sua autonomia.

— Primi Podestà romani nelle città fuor di Roma.

Dall’altezza del suo trono Innocenzo III volse uno sguardo allo

Stato su cui imperava, e non vide che ruine; guardò a ciò che dovesse

intraprendere, e vide il mondo ridotto a condizioni tali che offrivano

ogni agio di porgli briglia, all’uomo il quale volesse dominarlo con

ambizioni cesaree. Sotto al suo debole antecessore la podestà temporale

di san Pietro era andata affatto distrutta; le più remote province

dell’antico Stato ecclesiastico erano possedute da Conti tedeschi,

generali di Enrico VI, cui questi le aveva date in premio dei loro

servigî; quanto alle terre situate in vicinanza di Roma, trovavansi

in balìa della nobiltà ossia del Senato[19]. Pertanto, primo compito

di Innocenzo fu questo, di restaurare nelle più prossime attenenze la

signoria della Chiesa. Se un tale intento potè raggiungere, se cose

eziandio maggiori gli riuscì di operare con tanta prestezza da superare

qualsiasi aspettativa, egli ne andò debitore alla costernazione in cui

cadde il partito imperiale alla morte di Enrico VI ed alla repentina

vacanza dell’Impero. Tutt’a un tratto, presso al feretro del suo

oppressore, il Papato si sollevò dalla sua profonda fiacchezza per

diventare potenza nazionale d’Italia.

Poichè sul Campidoglio la Republica aveva perduto il suo saldo

sostegno, Innocenzo potè rialzare il reggimento pontificio nella

Città con un primo e audace moto. Ivi alla signoria della santa Sede

facevano ancora intoppo due magistrati, il Prefetto che rappresentava i

diritti dell’Impero romano, e il Senatore che rappresentava i diritti

del popolo romano. Enrico VI aveva nuovamente ridotto la Prefettura

urbana ad essere una prevostura imperiale, e di Pietro prefetto aveva

fatto un suo uomo feudale. Adesso quest’ultimo vedevasi privo di

protezione; laonde, a prezzo che lo riconfermasse nel suo officio, ei

fe’ soggezione al Papa. Nel dì 22 Febbraio 1198, in publico Concistoro,

Pietro prestò giuramento di vassallaggio ad Innocenzo III, e dalle

mani del Papa ricevette il purpureo mantello prefettizio in segno di

infeudazione[20]. La formula giuratoria che ci fu conservata, tiene

discorso indeterminato degli officî competenti alla Prefettura. Il

Prefetto vi fa omaggio alla Chiesa, come uomo ligio ai servigî del

Papa, investito di «procura» temporanea di un territorio; e vi giura

di far rispettare i diritti della Chiesa, di provvedere alla sicurezza

delle strade, di amministrare la giustizia, di custodire fedelmente per

conto del Pontefice le rocche forti, di non edificarne arbitrariamente

di nuove, di non rendere vassallo suo qualsiasi vassallo che appartenga

al _Patrimonium_ della Chiesa, di dimettersi dall’officio ogni qual

volta il Papa lo imponga. Ma non si denota quali terre fossero al

Prefetto soggette[21]. In Roma antica la sua giurisdizione s’era estesa

fino alla centesima colonna miliare; da ciò, ancora nel medio evo,

i Romani avevano fatto derivare il loro diritto di reggere tutto il

distretto cittadino col ministero de’ giudici del Comune; e fin nel

secolo decimoquinto un secretario della Città consegnava a Martino

V una scrittura, in cui quegli stabiliva cotali massime: «Dacchè

l’_Imperium_ fu trasmesso ad un Principe, la città di Roma si ebbe

tramutato in una Prefettura: sempre essa tenne un’autorità prefettizia

sua propria; e poichè questa si estende fino alla centesima pietra

miliare, anche il distretto cittadino capisce altrettanto territorio:

quanto in quella periferia è compreso, tanto trovasi soggetto alla

giurisdizione di Roma; ivi la Città possiede diritti di republica: il

_merum_ e il _mixtum imperium_, le regalie, i fiumi, le vie, i porti,

le dogane, il diritto di zecca ed altrettali»[22]. Il Comune romano

pretendeva al governo di tutto il distretto urbano da Radicofani

a Ceperano, dai monti della Sabina al mare; ma per nulla traspare

che ivi il Prefetto esercitasse la sua giurisdizione. La democrazia

del Campidoglio aveva demolito la potenza di quel giudice criminale

ch’era stato tanto formidabile un tempo; il Senatore aveva rovesciato

dalla sua altezza il Prefetto; il capo del Comune cittadino aveva

soppiantato il Prevosto imperiale[23]. Affatto oscuro rimane di che

specie fosse ancora quell’officio sull’incominciamento del secolo

decimoterzo, dopochè tutti i diritti fiscali dell’Impero avevano

cessato di esistere. Teneva sì il Prefetto un tribunale di polizia

nella Città e fuori, ma la sua influenza non posava più nel suo

officio, sibbene nella sua ricchezza di possedimenti territoriali. Ed

invero il Prefetto era diventato signore di estesi beni nella Tuscia,

dove s’era impossessato di parecchi Capitanati che avevano fatto parte

del patrimonio di Matilde. Omai dalla fine del secolo duodecimo in poi

il teatro dei suoi ambiziosi maneggi appare essere stato un tratto di

territorio prossimo a Viterbo; e nel secolo decimoterzo la Prefettura

si mostra divenuta di ragione ereditaria della famiglia baronale di

Vico, città, ora decaduta, di quella provincia. Convien dire che da

lungo tempo la Prefettura avesse avuto per appannaggio le entrate

di alcuni beni di Tuscia, che erano tenuti in conto di veri e proprî

feudi prefettizî: e presto venne che la casa signorile di Vico tramutò

il feudo officiale (congiuntamente alla Prefettura) in un patrimonio

ereditario, accresciuto a dismisura per via di compre e di ruberie; nè

Innocenzo III giunse a impedirne la trasmissione ereditaria, sebbene

solamente a tempo accordasse la «procura» a Pietro prefetto che era di

quella famiglia[24].

Nell’anno 1198 si spense in Roma l’ultimo avanzo (e non era che

una larva) della podestà degli Imperatori, onde avevano tenuto le

veci sotto ai Carolingi il _Missus_, più tardi il Prefetto. Massime

quest’officio era così intieramente decaduto, che in verità nemmeno

il Papa sapeva che cosa dovesse farne della vecchia e tarlata figura

del Prefetto[25]. Innocenzo III nell’anno 1199 lo tenne da _Missus_

pontificio, e gli concesse autorità di giudice di pace nelle città di

Tuscia e di Umbria ed a Spoleto[26], le quali terre continuarono ad

essere stanza dove più tardi i Prefetti di Vico tennero ragguardevole

luogo. Infatti la cosa di maggior rilievo si fu che quindi innanzi il

Prefetto di Roma conseguì una spiccatissima posizione dinastica come

_Capitaneus_ in Tuscia. Del resto in Roma e nel distretto della Città

egli durò nelle sue funzioni di giudice, laonde in lui si può ravvisare

il governatore della Città. Del continuo era egli che eleggeva giudici

e notai[27], che esercitava un’autorità di polizia, che curava la

sicurezza delle strade e sopravvegliava ai prezzi dei grani ed al

mercato. Il Papa, che onorava in lui il più antico magistrato di Roma,

cercò per mezzo suo di metter nell’ombra il Senatore. Gli concesse

perciò una dignità rappresentativa fornita di grande pompa e di

splendore; avvegnaddio in tutte le processioni che si tenevano per le

coronazioni il _Praefectus Urbis_ si stesse in vicinanza immediata del

Pontefice: e, alla quarta domenica di quaresima, regolarmente riceveva

in dono la rosa d’oro che egli poi con festosa solennità, montato a

cavallo, soleva portare in giro per la Città[28].

Con fortuna parimenti propizia Innocenzo III, in quegli stessi giorni

conseguì eziandio la signoria suprema sul Comune civico di Roma. Alla

Republica del Campidoglio, ridivenuta aristocratica, difettavano

pur sempre le basi di un ordinamento che riposasse sulle forze del

popolo. La sua autorità esecutiva fluttuava fra l’oligarchia e la

monarchia; ora era in potere di un numero soverchio di governanti ed

ora di un solo «Podestà». Così avveniva che, mentre nell’anno 1197 si

erano eletti cinquantasei Senatori, allorchè fu consecrato Innocenzo

III non v’aveva invece che un Senatore unico[29]. Il capo municipale

di Roma combatteva incessantemente le pretensioni di san Pietro;

Benedetto _Carushomo_ e i suoi succeditori s’erano fatti independenti

dalla santa Sede; nelle città della provincia romana avevano posto

dei loro _Rectores_ e mandato dei giudici del Comune financo nella

Sabina e nella Maritima, imperocchè i Romani affermassero che queste

province erano, per ragione di diritto, veri beni demaniali della

loro Città[30]. Il Comune capitolino reclamava la giurisdizione del

distretto, e intendeva che tal fosse il territorio dell’antico Ducato

romano. Similmente come altre città italiche s’erano impadronite degli

antichi Comitati (contado), così anche Roma voleva essere la padrona

del suo Ducato. Al momento in cui Innocenzo III salì al trono senatore

era Scotto Paparone, nobile romano di un’antica famiglia, la quale era

forse imparentata col Papa per parte della madre di lui[31]. Innocenzo

seppe indurre quell’uomo a dimettersi dell’officio; ed il popolo,

guadagnato con donativi di denaro, rinunciò perfino all’importante

diritto della libera elezione del suo Senato, la quale Innocenzo

protestava spettare per privilegio al Pontefice. Egli nominò allora

uno che fosse arbitro dell’elezione (_Medianus_), e questi a sua volta

elesse il nuovo Senatore: indi avvenne che agli _Justitiarii_ (fino a

quel momento messi in carica dal Campidoglio) furono, dappertutto nel

territorio cittadino, sostituiti dei giudici papali[32]. Per tal guisa

nell’anno 1198 il Senato cadde sotto l’autorità del Pontefice.

Conserviamo ancora la formula del giuramento che allora prestò il

Senatore: «Io», diceva, «senatore della Città, sarò d’ora in poi fedele

a te, signor mio, papa Innocenzo. Nè coll’opera, nè col consiglio

contribuirò a che tu perda la vita o il corpo, o che ti sia tolta

con frode la libertà. Quello che di bocca tua, o con lettere, o con

messaggi mi confiderai, non isvelerò a chicchessia in danno tuo. Le

quante volte io ne abbia contezza, impedirò che a te si nuoca; se non

potrò farlo, te ne avviserò di bocca mia, o con lettere, o con sicuri

messaggi. Con ogni mia possa e con tutta la mia scienza ti ajuterò a

conservare il Pontificato romano e le regalie del san Pietro che tu

possiedi, a rivendicare quelle che non possiedi; le cose recuperate

contro tutto il mondo a tuo pro difenderò: il san Pietro, la città di

Roma, la Leonina, il Transtevere, l’isola, il castello di Crescenzio,

santa Maria Rotonda, il Senato, la zecca, gli onori e gli officî della

Città, il porto di Ostia, i dominî di Tusculo, e, sopra ogni altra

cosa, tutte le giurisdizioni che ti competono dentro della Città e

fuori. Ai Cardinali, alla loro corte ed alla tua, guarentirò completa

sicurtà ogni qual volta vadano alla chiesa, e vi dimorino e ne tornino.

Giuro che quanto ho detto manterrò in buona fede: così mi ajutino Dio e

questi santi Evangelî»[33].

Sarebbe errore se si credesse che il Papa d’allora in poi esercitasse

su Roma un’autorità diretta e regia. Il reggimento monarchico, secondo

l’indole dei tempi nostri, era così ignoto al medio evo, che neppure

una sol volta venne in mente a Innocenzo III di porre in dubbio

l’autonomia del Comune romano. Tutti i Pontefici di quell’età tennero

la città di Roma non soltanto in conto di potenza civica, ma eziandio

di potenza politica e sovrana. Cercarono di usare sopra di essa il

loro ascendente, se ne assicurarono la signoria in via di principio

fondamentale, nominarono o per lo meno confermarono i Senatori, ma non

decretarono mai cosa alcuna che fosse contro il volere e la podestà

del popolo. La loro signoria era semplicemente un titolo di autorità;

niente di più. Infatti i Romani continuavano a congregare le loro

assemblee sul Campidoglio in libero parlamento, ad avere finanze loro

proprie, lor proprio esercito, a decidere della guerra e della pace

senza pur interpellarne il Papa; financo movevano guerra a città dello

Stato ecclesiastico, o con quelle conchiudevano trattati di diritto

publico. Ed invero anche queste città erano per la più parte Comuni

liberi, laddove altre terre nel distretto romano pagavano, per patti

convenuti, dei canoni feudali alla Camera del Campidoglio, e ricevevano

dal Senatore i loro Podestà[34]. A dimostrare l’indole energica della

nobiltà romana di quel tempo e l’onorevole pregio in che era tenuto

il Comune civico basta il fatto che in sulla prima metà del secolo

decimoterzo trovansi molti Romani da podestà in città forestiere.

Queste (la più parte avevano stretto alleanza difensiva con Roma)

chiedevano spesso con solenni ambascerie al popolo romano che loro

desse per reggitore un nobile romano. Alla serie di cotai Podestà

romani (che in tutti i documenti si denotano superbamente col nome di

_Consules Romanorum_) danno ormai inizio Stefano Carzullo nell’anno

1191 e Giovanni Capocci nel 1199, entrambi a Perugia: Pietro Parenzo

nell’anno 1199 andava da podestà in Orvieto, dove era ucciso dagli

eretici di parte ghibellina; e nel bel duomo di colà esiste oggidì

ancora un altare eretto a onor suo[35].

§ 3.

Innocenzo III restaura lo Stato della Chiesa. — Rinnovazione della

feudalità germanica in Italia per opera di Enrico VI, e decadimento

dei suoi principati feudali dopo la morte di lui. — Filippo di Svevia,

duca di Toscana. — Markwaldo, duca di Ravenna. — Corrado, duca di

Spoleto. — Lega di città tusche. — Restaurazione dei patrimonî della

Chiesa. — La parte popolare si solleva in Roma. — Giovanni Capocci e

Giovanni Pierleone _Rainerii_. — Roma combatte contro Viterbo a cagione

di Vitorchiano. — Pandolfo della Suburra, senatore. — Viterbo fa

soggezione al Campidoglio.

Roma e i feudatarî della Campagna, della Maritima e della Tuscia

avevano (nel mese di Febbraio) riconosciuto Innocenzo III come

loro signore territoriale. Per conseguenza il Papa era ridiventato

principe dentro delle frontiere del Ducato romano; ma or trattavasi

di conquistare eziandio tutte quelle altre province italiche che in

antico, sotto a’ Carolingi, avevano composto lo Stato della Chiesa.

Causa la eredità di Sicilia, che Enrico VI aveva raccolta, Italia

era retrocessa nel suo cammino. I trattati di Venezia e di Costanza

continuavano ad essere una spina confitta nel cuore dei Principi

della casa di Hohenstaufen, i quali nè volevano prestar omaggio alla

libertà conseguita dalle città, nè riverire il _Dominium Temporale_

lasciato ai Pontefici. Enrico VI aveva rialzato a vessillo suo

l’antica idea dell’Impero, e fatto di Sicilia il fondamento dei

suoi conati monarchici. Aveva egli aperto una breccia nella nazione

italica, che era cresciuta in fiore nei Comuni cittadini sotto la

protezione del papato di Alessandro III; ed invero aveva ripristinato

in Italia gli ordini feudali germanici, e fondato dall’uno all’altro

mare dei principati feudali tedeschi, componendoli in parte di beni

della contessa Matilde ed in parte di patrimonî di quello Stato

ecclesiastico, che egli avrebbe voluto distruggere come ostinatissimo

impedimento della signoria imperiale. Aveva creato il suo giovine

fratello Filippo a duca di Toscana, e infeudato dell’Esarcato il suo

generale Markwaldo: frattanto, ancor da tempo più antico, Corrado di

Uerslingen sedeva da duca di Spoleto. In tal guisa Italia, frastagliata

di feudi imperiali svevi, era tenuta a freno e minacciata di esizio

delle sue democrazie cittadine. Però l’edificio architettato da

Enrico VI con disegni laboriosi dell’avvenire, crollò alla morte di

lui; e a dimostrare la insolidità delle dominazioni straniere d’ogni

specie, appena v’ha un altro esempio che sia più spiccato della rapida

caduta di quelle fondazioni imperiali. Non tanto ruinarono esse per

urto d’armi, quanto più assai per la forza dell’impulso nazionale

che la prima guerra dell’independenza lombarda era venuta educando.

L’interregno e le lotte per la successione al trono tedesco abbatterono

il partito che gli Hohenstaufen avevano in Italia, e resero agevol cosa

alle città di conseguire la loro independenza dall’Impero. Innocenzo,

da quell’accorto che era, s’eresse tosto come uomo che voleva liberare

Italia dal reggimento tedesco: e allorquando, nell’anno 1198, pronunciò

che questo paese, sede delle due podestà, era per volontà divina capo

del mondo, la sua parola trovò un eco anche là dove non la si poteva

interpretare nel significato di una signoria universale pontificia, di

cui Italia fosse il fondamento[36].

La tomba di Enrico VI fu la breccia traverso cui Innocenzo, più

avventurato di Gregorio VII, irruppe dentro dell’Impero: e se ne

creò arbitro e giudice, in quello che conduceva una parte del popolo

italiano a dare l’assalto alle castella di despotismo erette da

Enrico. La signoria feudale degli stranieri s’era fondata colla

violenza; conseguenze n’erano di qua oppressione ferrea, di là

odio ardentissimo. E sel provò, come un ammonimento dell’avvenire,

Filippo di Svevia allorchè venne in Italia per pigliar seco Federico,

figliuolo di Enrico, erede di Sicilia e già eletto re dei Romani,

e per condurlo a incoronarsi in Germania. A Monte Fiascone ricevè

Filippo l’annunzio che morto era l’Imperatore; costernato rifece la

via, e a grande stento sguizzò di mano agli Italiani sollevatisi

con gran furore. In Tuscia, nella Romagna, nelle Marche Innocenzo

III inalberava la bandiera dell’independenza: e chi altri se non era

il Papa poteva a quel tempo rappresentare la nazione italiana? Per

sottrarsi agli odiati stranieri molte città si gettarono nelle braccia

della Chiesa; altre, loro malgrado, vennero trascinate dalla grande

corrente, perocchè dappertutto si volesse discacciare i feudatarî

tedeschi divenuti oggetto di odio. Fra quei generali di Enrico il più

potente era Markwaldo, siniscalco dell’Impero e duca di Ravenna, spada

valorosa, guerriero rozzo, pien di coraggio, astuto. Appena eletto

papa, Innocenzo chiesegli che facesse soggezione alla Chiesa: dapprima

il Siniscalco negoziò con furberia, poi si difese virilmente contro le

città ribellatesi e contro le soldatesche del Papa; alla fine dovette

cedere il suo bel feudo di Ravenna.

Per verità Innocenzo III non potè far suoi Ravenna ed altri territorî

dell’Esarcato appartenenti all’Impero, avvegnaddio l’Arcivescovo di

quella città opponesse resistenza alle sue pretese. Per lo contrario

egli conquistò senza fatica la marca di Spoleto. Corrado, che n’era

duca e conte di Assisi, gli offerse per fermo di pagar tributo,

di servirlo nell’esercito, di consegnargli tutte le fortezze; ma

indarno, chè il Papa volle farsi vedere buon cittadino d’Italia, nè si

acconciò a quelle proposte[37]. Il Duca fu costretto a sottomettersi

senza patteggiare, a Narni; dovette sciogliere i suoi vassalli dal

giuramento di fedeltà; financo partire d’Italia: e per tal guisa

Corrado, ridottosi in Isvevia, diè colà fine alla lunga serie dei Duchi

germanici di Spoleto, cui aveva posto incominciamento nell’anno 569

il longobardo Faroaldo[38]. Nell’estate dell’anno 1198 Innocenzo potè

con orgoglioso diletto percorrere quelle bellissime terre liberate

dalla signoria straniera, e in nome della Chiesa ricevette l’omaggio

di Spoleto, di Assisi, di Rieti, di Foligno, di Norcia, di Gubbio, di

Todi, di Città di Castello e di altri luoghi, dov’ei pose da rettore

il Cardinale di santa Maria in Aquiro. Fino Perugia, che era ormai

la potente città capitale dell’Umbria, prestò reverenza per la prima

volta al Papa; e questi per patto stipulato concesse al Comune la

giurisdizione cittadina e la libera elezione dei suoi Consoli[39]:

infatti Innocenzo cercava massimamente di guadagnarsi le città colle

attraenti promesse delle franchigie comunali, e accortamente le

accordava, senza però allargarle di troppo[40].

Per tal modo Innocenzo III, senza lotte, prosperato dalla fortuna

oltre ogni esempio, parve capo e condottiero della independenza

d’Italia. Se l’idea guelfa di una confederazione italica sotto la

suprema capitananza del Papa avesse potuto mai condursi a compimento

nessun altro Pontefice più di lui giunse così presso a recarla in

essere. Gli splendidissimi trionfi de’ suoi anni primi dimostrano quale

irresistibile forza ricavò la Chiesa, le quante volte essa volle per

intenti politici allearsi colle tendenze del popolo[41].

Anche Toscana, feudo di Filippo di Svevia, tentò sciorsi dall’Impero,

laonde il Papa ne attinse speranza di assoggettare alla Chiesa quella

nobile contrada. Firenze, Siena, Lucca, Volterra, Arezzo, Prato

ed alcune altre città avevano fino dall’11 Novembre 1197 conchiuso

una federazione tusca, sull’esemplare della lega lombarda e colla

cooperazione dei legati di papa Celestino III. Nei loro patti quelle

città avevano assunto obligo di difendere la Chiesa romana ed i suoi

possedimenti, e di non accogliere nei loro territorî Imperatore, Duca

o Vicario alcuno, senza il beneplacito del Papa. Innocenzo III cercò

di esercitare il suo dominio sulla confederazione, cui Pisa, per

la gratitudine ond’era legata agli Hohenstaufen, aveva rifiutato di

accedere. Dopo negoziati lunghi, il Pontefice rinnovò nell’Ottobre del

1198 il trattato tusco sulle basi che aveva avuto nell’anno 1197; ma

non gli venne fatto in alcun modo di mettersi in possesso di quei beni

della contessa Matilde, onde le città s’erano impadronite. I Comuni non

accordarono alla Chiesa diritti politici sull’antico Ducato di Toscana,

e la loro resistenza alle voglie d’Innocenzo III salvò le Republiche

di Firenze, di Lucca e di Siena dalla perdita della loro autonomia[42].

Invece fecero omaggio alla Chiesa tutte quelle terre «matildine» che ad

essa avevano appartenuto nel patrimonio di Tuscia, ma le erano state

rapite da Enrico VI o da Filippo: e Innocenzo provvide alla riforma

di quel patrimonio e delle altre province ecclesiastiche; vi pose

suoi legati ossiano rettori, nominò nuovi prevosti di castella e rese

ben munite le fortezze. Una catena di rocche minacciose, che dovevano

tenersi in conto di beni patrimoniali della Chiesa, fu costruita a

nuovo o restaurata dalle Marche fino al Lazio, per tenerne in freno

tutto il paese[43].

Così fino dal suo primo esordire, Innocenzo si rivelò uomo di potenza

straordinaria, che pareva nato ad esser monarca. Ed invero erano

trascorsi appena due anni dacchè sedeva sulla cattedra santa, ed egli

aveva di già restaurato lo Stato ecclesiastico secondo l’ampiezza della

donazione di Pipino: in pari tempo era divenuto arbitro dell’Impero

per il cui trono vacante combattevano fra loro lo svevo Filippo e il

guelfo Ottone; era riverito come signore feudale delle Puglie e di

Sicilia, e insieme era patrono di potenti confederazioni di città,

protettor vero d’Italia. Tuttavia neppur questo Papa giunse a goder in

pace della sua podestà temporale. Per lo contrario il suo splendido

reggimento mostra una lotta laboriosa, grave di sforzi e vittoriosa

soltanto nell’apparenza; una lotta che con forza potente di volontà

egli combattè contro l’indole del tempo di cui non giunse a dominare la

vastità, e contro gli impulsi fra sè ostili del mondo medio-evale che

non riuscì a conciliare: fu anzi l’opera sua che gli aguzzò ad acerbi

contrasti, i quali breve tempo dopo scoppiarono in guerre tremende.

Bentosto la città di Roma mostrava che nel suo popolo tumultuoso si

accoglieva una forza di cui i Papi non potevano rendersi padroni,

sebbene talfiata giungessero ad essere signori della Città: essa era

che perfino costringeva il grande Innocenzo ad andarsene fuggitivo

in esilio. I democratici, gli uomini della costituzione del 1188,

i compagni di Benedetto _Carushomo_, non sapevano mettere il cuore

in pace che il Papa si fosse impadronito del Senato e che avesse

sottratto il distretto urbano alla giurisdizione del Campidoglio.

Due demagoghi usciti delle prime famiglie di Roma stavano a capo di

questo partito degli uomini amatori dell’independenza: si chiamavano

Giovanni Capocci e Giovanni Pierleone _Rainerii_, i quali, poco tempo

prima dell’elezione di Innocenzo, erano succeduti al valoroso Benedetto

nell’officio di Senatore. Il Capocci, abitatore della Suburra,

dove sorgeva il suo turrito palazzo, era uomo ardito e di parola

faconda, che a quel tempo esercitava in Roma grandissimo ascendente.

Se fosse vissuto nell’età antica, avrebbe conseguito splendore come

tribuno e capitano di fazioni; Perugia gli aveva fatto l’onore di

eleggerlo due volte a suo podestà, ed egli era imparentato colle

più illustri case della Città, e capo di una famiglia che durante il

secolo decimoterzo godette di gran credito nella Chiesa del paro che

nella Republica[44]. I due ex-Senatori aizzarono le ire del Comune,

facendogli comprendere che il Papa aveva rapito alla Città tutta la

sua signoria, ed aveva fatto di essa «come l’astore che spiuma delle

sue penne la gallina»[45]. Il malcontento dei Romani non ricercava che

un’opportunità di scoppiare, e Viterbo (come tempo innanzi Tivoli o

Tusculo) gliela offerse: però il Papa colla sua prudenza seppe scansare

il pericolo, poichè legò la causa dei Romani alla sua.

Viterbo, agiata città commerciale e Comune libero sotto la signoria

suprema del Pontefice, trovavasi da lungo tempo in lotta con Roma,

alla cui giurisdizione non aveva voluto assoggettarsi[46]. Nell’anno

1199 essa moveva assalimento a _Vitorclanum_; questo piccolo castello

si ricoverava sotto il patrocinio romano, ma Viterbo, ammonita di

ritirarsi, ricusava farlo, perlochè il parlamento romano la sfidava

a guerra[47]. I Viterbesi da previdenti avevano tanto fatto finchè

erano stati accolti nella lega tusca; ed or dai Rettori di questa

chiedevano ajuto contro Roma, e lo ottenevano. Perciò, intanto

che due città pontificie si dichiaravano l’una contro all’altra la

guerra, la federazione tusca, senza riguardo al patto giurato colla

Chiesa, vi prendeva parte, e financo minacciava Roma, residenza del

Papa: condizioni di cose le quali mettono in rilievo di che fatta

fosse l’indole della dominazione pontificia nel medio evo, e provano

che il Papa e la città di Roma erano due podestà, l’una dall’altra

compiutamente separate. Poichè se ne immischiava la lega delle città,

i capi del popolo romano erano costretti ad andar cercando l’ajuto

di quel Papa stesso, cui avevano sperato di inviluppare in difficili

contrasti; ed egli tosto il suo ajuto accordava. Dopo di avere invano

ammonito Viterbo acciocchè si sottomettesse al suo arbitrato, egli le

scagliò l’anatema, tanto più che quella città aveva poc’anzi prestato

soccorso a Narni ribellatasi: ma frattanto le sue esortazioni indussero

la confederazione tusca a richiamare le sue soldatesche, ed allora i

Romani liberarono Vitorchiano.

La guerra divampò nuovamente sulla fine dello stesso anno 1199, quando

era senatore un uomo di vigoroso animo, Pandolfo della Suburra[48].

Se Innocenzo avesse rifiutato di continuar più oltre a soccorrere il

Comune civico, ne sarebbe avvenuta una sollevazione di popolo, e questa

doveva egli cercar di impedire. A denari si andava scarsi; debole era

l’esercito, e il Senatore titubante stava aspettando, chiuso nelle

tende che eransi alzate nei prati di Nerone. Allora Riccardo fratello

del Papa venne prestando la moneta occorrente a levare milizie; i

Romani uscirono in moltitudine, e intanto che erano al campo, l’accorto

Innocenzo faceva publiche orazioni in san Pietro per il trionfo dei

suoi fratelli romani: tanto s’era lontani dal credere che fosse guerra

civile la lotta che si combatteva fra due vicine città pontificie!

tanto erano lontani i Comuni di una stessa provincia dall’idea che un

vincolo politico gli unisse! I Viterbesi, abbandonati dalla federazione

tusca, avevano conchiuso un trattato col conte Ildebrandino di Santa

Fiora, lo avevano eletto a loro podestà e capitano, e s’erano composte

altre alleanze. Però, ai 6 di Gennajo del 1200, eglino soccombettero

in una battaglia che ne franse le forze[49]. L’esercito romano trasse

trionfalmente alle sue case un ricco bottino di guerra e prigionieri,

e il parlamento riconoscente confidò al Papa la mediazione della pace.

Innocenzo tolse alcuni nobili prigionieri dalle dure carceri della

Canaparia e li custodì come ostaggi in Vaticano; e più tardi, allorchè

Viterbo minacciò di rompere i negoziati, salvò dal furor popolare il

più ragguardevole di quegli uomini, Napoleone viceconte di Campilia,

ricoverandolo nella rocca di _Larianum_: però l’ingrato fuggì, ed

i Romani ne fecero grande schiamazzo, dicendo che il Papa gli aveva

venduti ai Viterbesi[50].

Coll’interposizione del Pontefice, la pace fu conchiusa sulla fine

del 1200, ovvero nel corso dell’anno successivo[51]. Conformemente

agli articoli che egli fece leggere in Laterano ai Romani e da loro

confermare, Viterbo si sottomise al Senato ed al popolo romano, promise

obligo di vassallaggio, pagò tributo, rinunciò a _Vitorclanum_, atterrò

una parte di mura della sua città, e senza dubbio ricevette da Roma

la confermazione del suo podestà[52]. La vinta città dovette allora

restituire le porte di bronzo del san Pietro ed altri ornamenti che

essa, nell’anno 1167, aveva portato via da Roma come spoglie di guerra:

e nel tempo medesimo i Romani appesero in Campidoglio la campana del

Comune di Viterbo, e come trofei attaccarono all’arco di Gallieno, in

vicinanza di san Vito, una catena e le chiavi di una porta[53]. Fu il

Papa che dettò questa pace per la quale una città ragguardevole dello

Stato ecclesiastico faceva soggezione non a lui, ma al Comune di Roma;

ed anche un tale avvenimento serve a provare che egli riveriva nel

popolo romano una podestà sovrana da lui distinta: perciò massimamente

la guerra fra Roma e Viterbo fu meritevole della nostra attenzione.

§ 4.

Nuove famiglie di nobili in Roma. — Gli Orsini. — Loro litigi per causa

di eredità coi parenti di Innocenzo III. — Riccardo Conti e la casa

di Poli. — Il patrimonio di Poli viene in mano di Riccardo. — Guerra

nella Città. — Innocenzo III fugge ad Anagni (1203). — Lotta delle

fazioni per ragione del Senato. — Innocenzo ritorna (1204). — Gregorio

Pierleone _Rainerii_, senatore. — Dispute acerbe per la costituzione.

— Indole di cotai guerre civili. — Innocenzo giunge ancora una volta

a ottenere che l’elezione del Senato sia tenuta per cosa di diritto

pontificio (1205).

Sperava adesso Innocenzo di aver composto Roma a pace[54], ed invece

repugnanza della signoria pontificia, lotte di costituzione, litigî

di nobili tennero in commovimento continuo la Città. Col secolo

decimoterzo, dalle famiglie del patriziato sorsero a potenza nuova

alcune case, in quello che scesero in basso le famiglie dei Pierleoni

e dei Frangipani, un tempo dominatrici. Anche i Papi diventarono

fondatori di case nepotesche che intendevano ad acquistarsi la

tirannide cittadina; ma a quelle non appartenne la stirpe omai antica

dei Colonna, e neppur quella degli Anibaldi, laddove i Conti, i

Savelli, gli Orsini andarono debitori ai Papi delle loro dovizie e

della loro grandezza.

Celestino III aveva dotato di beni ecclesiastici i suoi nipoti del

casato di Bobone, e fondato così veramente la splendida fortuna di

quella famiglia, congiunta di parentela agli Orsini[55]. La casa di

Orso, fatta a questo tempo già celebre, splende nel medio evo romano

per Pontefici parecchi, per una serie lunga di Cardinali, di uomini di

Stato e di capitani di guerra. Fra tutte le famiglie di Roma soltanto

gli Orsini poterono tener testa ai Colonna ghibellini, di origine

contemporanea. Oscura ne è la provenienza. Le storie famigliari che

trovansi conservate negli archivî di Roma (e sono compilazioni prive

di critica) fanno che gli Orsini derivino da Spoleto, e soltanto

raccontano ciance e favole. Alcune notizie ne vanno cercando la culla

sul Reno, ma il nome _Ursus_ e quello _Ursinus_ sono romani antichi;

per lo meno, non può dimostrarsi che Sassoni immigrati sotto agli

Ottoni abbiano fondato quella potente famiglia romana[56]. Un uomo

avventurato, guerriero certamente famoso, per costumi rozzi e per

muscoli gagliardi appellato l’orso (_Ursus_), fu lo stipite di una

famiglia che, per numero di discendenti e per durata di tempo, sovrasta

a più d’una stirpe di re. L’età e la persona di quell’antico signore

sono avvolte nel buio: questo solo è sicuro che del nome _Ursus_ si

trova indicazione nell’epoca degli Ottoni[57].

Sull’incominciamento del secolo decimoterzo «i figli di _Ursus_» erano

omai numerosi e potenti, ed abitavano nella regione Parione, in loro

turriti palagi di foggia romana, edificati sopra monumenti antichi.

Per ragione di eredità erano venuti a litigio colla famiglia di

_Romanus de Scotta_ e di _Johannes Ocdolinae_, parenti dei Conti[58];

e, intanto che Innocenzo nell’anno 1202 erane andato a Velletri, gli

Orsini avevano cacciato i loro avversarî dalle loro case[59]. Tornato

il Pontefice, comandò che facessero la pace, e Pandolfo senatore bandì

i partiti ostili, confinando l’uno a san Pietro, l’altro a san Paolo.

Però l’ira sitiva sangue, e un assassinio destava tosto la Città a

furibonda sollevazione. Teobaldo, un di casa Orsini, era stilettato

lungo la via che mena al san Paolo; allora tutta la famiglia di Orso

irrompeva nella Città traendo per le strade il cadavere dell’ucciso, e,

levando strida di vendetta, metteva a distruzione le case de’ nemici,

e gettava lo spavento per tutta Roma. Il fiero odio contro i congiunti

del Papa si ritorse contro di questo, cui si dava taccia di nepotismo;

nè l’accusa era ingiusta avvegnaddio Innocenzo III si maneggiasse

a creare nel Lazio un retaggio principesco all’ambizioso fratel suo

Riccardo: e la cosa infatti gli riusciva mirabilmente.

Riccardo dimorava in Roma, dove con denari del Papa edificava la

gigantesca torre dei Conti. Egli aveva tratto il conte Odone di casa

Poli dalle angustie dei debiti ond’era crivellato, ma per contratto

se n’era fatto cedere i beni, antichi feudi ecclesiastici. Il conte

Odone aveva acconsentito di sposare il figliuol suo con una figlia

di Riccardo; però tutt’ad un tratto ei ritirava la data parola, per

cupidigia di poter ricuperare i suoi possedimenti, e, siccome non ne

aveva alcun valido titolo giuridico, egli aizzava il popolo contra ai

Conti. Più d’una volta i parenti dei Poli, nobiluomini decaduti per mal

governo del loro patrimonio e per lunghi litigî, mossero in aspetto di

supplicanti attraverso la Città, mezzo nudi e in man recando croci:

nel giorno di Pasqua si ficcarono con ischiamazzi fin dentro del san

Pietro, turbarono con tumulti la processione pontificia, e da ultimo

offersero sul Campidoglio al popolo romano i beni che avevano dato in

ipoteca a Riccardo. I bei possedimenti di casa Poli comprendevano nove

castella poste lungo la frontiera della Sabina e del Lazio; perciò

i Romani, senza metter tempo in mezzo, vi stesero sopra le mani, ma

il Papa fu presto a far valere innanzi al Senato i diritti che gli

spettavano su quei feudi della Chiesa, e in nome di questa li concesse

al fratel suo in pegno, di guisa che poco dopo il feudo dei Poli si

trasfuse per sempre nei Conti[60].

Pandolfo senatore era uomo ligio al Pontefice, e, come voleva ragion

di diritto, aveva avversato la proposta dei Poli; bastò questo perchè

l’odio del popolo si rovesciasse anche sopra di lui. Il Campidoglio

fu preso d’assalto, si appiccò il fuoco alla torre di Pandolfo posta

sul Quirinale, e, se l’assediatovi Senatore potè scamparne, fecelo a

gran fatica, mercè l’aiuto di Riccardo fratello del Papa. Anche alla

torre del Conte il popolo infierito die’ la scalata, proclamandola

proprietà cittadina[61], e Innocenzo stesso, sul finire dell’Aprile

1203, fuggì nella Campagna. In quei dì medesimi nei quali i Crociati

latini conquistavano Bisanzio, il grande Pontefice era messo alle

strette dalle meschine contese di baroni romani, esposto alle furie

del popolo, costretto a fuggire. Profondamente lo addolorò il contrasto

in cui trovavasi avvolto, fra la coscienza ch’egli aveva dell’autorità

pontificia e le angustie pratiche onde la sua vita era travagliata: ad

autunno, quando aveva anche ricevuto la lieta novella della caduta di

Costantinopoli, infermò in Anagni, e tanto gravemente, che si die’ per

certa la sua morte[62].

In quella s’appressava il Novembre, e dovevasi eleggere il nuovo

Senato. Il popolo malcontento chiese i cinquantasei Senatori, ed

il Papa (col quale si negoziò per via di messaggieri) ordinò ai

Cardinali che tenevano le sue veci di nominare dodici _Mediani_,

secondo il diritto che a lui ne spettava. Il popolo serrò quegli

elettori, come in un conclave, nella torre di uno de’ suoi caporioni,

Giovanni _de Stacio_, che aveva costruito le sue case sui ruderi del

circo Flaminio[63]; e si strappò a quei rinchiusi il giuramento che

eleggerebbero della fazione ostile al Papa per lo meno due Senatori. Ma

frattanto Pandolfo, uscendo del suo officio, consegnò il Campidoglio

agli aderenti del Pontefice, e il neo-eletto Senato per ragione

della lite con Riccardo si divise in due parti fra sè avverse. Quella

popolare dichiarò che i beni dei Poli erano proprietà civica, l’altra

die’ la sua repulsa a cotale deliberazione. Una guerra feroce mise Roma

a soqquadro, e finalmente il popolo tribolato dai nobili indirisse

un fervido invito al Papa, acciocchè tornasse. Dapprima egli ricusò,

indi venne nel mese di Marzo del 1204 colla risoluzione animosa di

porre fine alle turbolenze e di ordinare a suo senno il Senato, di

cui, decorsi essendo sei mesi, ricorreva l’elezione nuova. Innocenzo,

accolto in Roma con ogni maniera di onori, vi riprese dimora, e

pacificò tosto la fiera sollevazione con provvedimenti accorti; nominò

ad elettore un uomo cui tutti i partiti tributavano estimazione,

Giovanni Pierleone, avversario suo un tempo, adesso forse suo amico:

e questi scelse a senatore _Gregorius Petri Leonis Rainerii_, stretto

congiunto suo, nobiluomo per onestà chiarissimo, ma non per forza

d’animo[64]. Sennonchè l’avversa fazione democratica di pace non ne

voleva sapere, nè, massime, volea consentire che il diritto di elezione

spettasse al Pontefice; laonde, raccoltasi nel circo Flaminio, protestò

essere annullato il trattato del 1198, ed elesse un anti-Senato col

titolo di «buoni uomini del Comune»[65].

Per tal guisa Roma era scissa nella fazione pontificia e nella

fazione democratica. Della prima stavano a capo Pandolfo della

Suburra, Riccardo Conti, Pietro Anibaldi, la famiglia Alessia,

Gilido _Carbonis_; alla testa del partito contrario tenevansi

Giovanni Capocci, Baroncello, Jacopo Frajapane, Gregorio e Giovanni

_Rainerii_, il quale ultimo aveva nuovamente sposato la causa del

popolo[66]. L’acerba guerra cittadina si risolveva in una lotta che

aveva per iscopo gli ordini della costituzione e per fondamento un

intento d’importanza altissima. I partigiani dell’antico ordinamento

comunale rifiutavano di cedere al Papa la elezione del Senato, poichè

capivano che insieme con questo loro diritto, poco a poco, avrebbero

perduti tutti gli altri. Oltracciò la lite dei Poli era entrata nella

controversia a renderla più avviluppata di difficoltà, avvegnachè la

crescente potenza della casa nepotesca dei Conti desse giusta ragione

a sospettare. Alla testa del popolo si poneva di bel nuovo il più

accanito nemico del Papa, Giovanni Capocci, in quello che i Pontificî

si schieravano sotto la disciplina di Pandolfo ex-Senatore, e Riccardo

forniva la moneta bisognevole. Una vera guerra fu combattuta per

lungo e per largo nella regione che dal Colosseo si estendeva fino al

Laterano ed al Quirinale, sulle cui pendici i tre capitani, Riccardo,

Pandolfo e il Capocci, possedevano le loro torri.

Le forme di cotai guerre cittadine scolpiscono in modo evidente

l’indole di quell’età gagliarda di forza e rozza di costume.

Allorquando le fazioni venivano alle mani nella Città, si costruivano

in gran furia torri di mattoni o di legno: e torri avverso alle

prime si edificavano, e dalle une contro le altre scagliavasi una

tempesta di sassi colla rabbia selvaggia di feroci Lapiti. Quelle

fortezze improvvisate sorgevano come per portento; si fabbricavano e

si munivano di ripari di legno in mezzo a combattimenti e a tumulto ed

a grida, avvegnadio la parte opposta cercasse di impedirne gli operai

dal lavoro; e quelle torri cadevano oggi abbattute per esser domani

rialzate di bel nuovo. Le si piantavano sopra avanzi di templi, di

terme, di acquedotti, e si munivano di balestre potenti, in quello

che le strette vie si sbarravano con pesanti catene di ferro, e si

abbertescavano le chiese prossime[67]. Pandolfo aveva il suo palazzo

nei bagni di Emilio Paolo, dove oggi è la via Magnanapoli: assalitovi

aspramente dal Capocci, egli costruì in fretta una torre di legno sopra

un vecchio monumento, e di là strinse con egual fierezza la vicina

rocca del nemico suo. Gli Alessii fabbricarono a precipizio una torre

colossale sul Quirinale; Gilido _Carbonis_ trionfalmente ne eresse fin

tre, e Pietro Anibaldi ne alzò una nelle vicinanze del Colosseo. Questo

anfiteatro apparteneva da lungo tempo alla famiglia dei Frangipani,

i quali si fregiavano pur sempre della dignità di conti palatini del

Laterano, ma non possedevano più nella Città la grande potenza d’altra

volta, quantunque nella Campagna imperassero su feudi molti. Ai cinque

figliuoli di Odone Frangipane (erano Jacopo, Odone, Emanuele, Cencio

e Deodato) Innocenzo III aveva bensì prestato un buon servigio, in

sul principio dell’anno 1204, costringendo il comune di Terracina a

ceder loro il castello controverso di Traversa; però il Papa aveva

raccolto Terracina stessa sotto la sua protezione contro gli arbitrî di

quei Baroni. Se l’eran costoro legata al dito[68]; laonde, com’ebbero

veduto che l’Anibaldi parente del Papa voleva penetrare nel circondario

della loro fortezza, lo assalirono con grande acerbità, e dai vetusti

pinnacoli del Colosseo tentarono di impedirgli la costruzione della

torre, scagliandovi contro nembi di saette e di sassi[69].

Le parti ostili traevano dietro a sè i loro famigliari, i vassalli,

i fittavoli: dì e notte si pugnò accanitamente con gettar di sassi,

con frecce e con archi, col ferro, col fuoco; Roma rimbombava di

fragore d’armi e di sonito di pietre, e frattanto il Papa tenevasi

chiuso in Laterano, nel cui quartiere dimoravano gli amici suoi,

gli Anibaldi. Dalle più riposte stanze ei poteva udire le urla delle

fazioni combattenti; e ben avrà potuto parergli di esser tornato al

tempo non già di Silla e di Mario, ma dei mitici Ciclopi. Addì 10

di Agosto il feroce Capocci prese d’assalto la fortezza di Pandolfo,

e di lì penetrò vittorioso fino al Laterano, dove fece in pezzi gli

avanzi muniti dell’acquedotto di Nerone. Sennonchè il denaro del Papa

combatteva con maggior nerbo contro ai democratici, e il popolo stanco

chiedeva pace. Innocenzo guarentì un trattato così composto: quattro

arbitri deciderebbero entro a sei mesi il piato che si contendeva fra

l’anti-Senato e Riccardo Conti; giudicherebbero eziandio dell’elezione

del Senato; alla loro sentenza si sottoporrebbe per quell’anno il Papa.

Spiacque una cotal formula di pace al partito popolare che ne prevedeva

la propria disfatta. La campana del Campidoglio sonò alla distesa

per convocare l’assemblea, nella quale dovevasi porre a partito quel

trattato; e Giovanni Capocci alzatosi parlò agli adunati così: «Non

suole la città di Roma nelle sue controversie darla vinta alla Chiesa;

nè con sentenze forensi è usa a vincere, ma sì colla possanza sua.

Però oggi m’avvedo che la Città sta per soccombere; contro la decisione

del popolo e contro il giuramento dei Senatori essa cede i suoi dominî

alla Chiesa, ed in balia del Papa abbandona il Senato. Se ad onta del

numero e della potenza nostra noi chiniamo il capo, chi oserà più tardi

resistere al Papa? Non mai udii parlare di una pace tanto obbrobriosa

come questa per la Città, ed io in tutte le maniere vi disdirò il mio

assentimento»[70]. La contrarietà di quel demagogo indusse altresì

Giovanni Pierleoni _Rainerii_ a darvi il suo diniego[71]; il parlamento

si sciolse in gran tumulto, e novellamente si corse alle armi. Tuttavia

poco andò che si dovette accettare l’offerta formula di pace; il Papa

vinse; i quattro arbitri giudicarono che gli competeva il diritto di

eleggere il Senato, e con questa sentenza il Comune romano perdette una

parte essenzialissima della sua podestà politica[72].

Innocenzo III aveva, a forza di sottili accorgimenti, raggiunto lo

scopo suo; con pari prudenza egli fece moderato uso della sua vittoria.

Poichè non trovavasi un uomo solo che tornasse gradito alle due parti

in officio di senatore, consentì che se ne eleggessero i cinquantasei,

ma previde le funeste conseguenze che ne sarebbero derivate. Omai di

lì a sei mesi quella malpratica poligarchia fu messa da banda per

sempre; ed allora il nuovo Senatore (che probabilmente fu Pandolfo

della Suburra, uomo di grande energia) ridonò la quiete alla Città[73].

Qui il Biografo d’Innocenzo celebra la fermezza con cui egli affrancò

la Chiesa dalla schiavitù del Senato e la liberò dalla rapacia dei

suoi persecutori, i quali fino a quel tempo l’avevano sempre posta a

vergognoso ricatto: ed in vero la costanza del Papa conseguì il massimo

successo. Dopo cinque anni di sforzi penosi, Innocenzo III rese suddito

a sè il Campidoglio; così, uno dopo dell’altro, il popolo romano

ebbe perduto i suoi grandi diritti, l’elezione del Papa, l’elezione

dell’Imperatore, l’elezione del Senato.

Nell’anno 1205 fu conchiusa la pace definitiva fra la città di Roma ed

il Pontefice. Se ne mutò la forma del reggimento civico, avvegnaddio

adesso la podestà esecutiva si riunisse in mano di un solo Senatore

o Podestà, che il Papa medesimo nominava per elezione diretta oppure

indiretta. E con questo ordinamento incomincia in Roma per i Pontefici

un’età più tranquilla, sebbene spesso interrotta da contese e da

lotte[74].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 · 第 6 / 29 题