_Intorno alla libertà degl'Italiani nei tempi delle loro
repubbliche._
Basta paragonare l'Italia quale era nel quindicesimo secolo, all'Italia
quale diventò del diciottesimo, per accertarsi che gl'Italiani avevano
in quello spazio di tempo perduto il più prezioso dei beni sociali. Non
era altrimenti una teoria vana e fatta soltanto per lusingare
l'immaginazione quella libertà per la quale essi combatterono con tanta
costanza, che non si videro tolta senza immenso rincrescimento e
cordoglio, e che tentarono più volte di ricuperare a rischio anche di
esporre la loro patria alle più violenti convulsioni. Palpabili erano
gli effetti di questa libertà, ed hanno coperta la terra di tali
monumenti che conservansi ancora nella presente età; aveva questa svolti
nell'intera massa della nazione l'ingegno, il gusto, l'industria e tutti
i godimenti di una somma prosperità; il popolo che la conservò
lungamente, era composto d'individui ad un tempo più felici e più
illuminati; desso erasi egualmente avvicinato ai due fini che si
propongono i più saggi filosofi e l'uomo volgare; cioè, aveva fatto
molto cammino verso la perfezione e la felicità.
Fra tutti gli oggetti che trattengono i nostri sguardi nell'Italia, non
ve n'ha un solo il quale non contribuisca a provare ed i sorprendenti
progressi fatti dagl'Italiani in tutte le arti della civilizzazione
prima del quindicesimo secolo, ed il loro decadimento dopo quest'epoca.
Veruna nazione eresse più magnifici templi nelle città, ne' villaggi e
perfino ne' deserti. Si giugne dall'estremità dell'Europa per ammirarli;
ma quando si confrontano col povero gregge che ora si aduna sotto la
loro volta per esercitarvi un culto, ognuno è forzato di chiedersi dove
si troverebbero adesso le necessarie ricchezze per fabbricarli?
Di dieci in dieci miglia trovansi nelle pianure della Lombardia, o ne'
colli della Toscana e della Romagna, e perfino nelle adesso deserte
campagne del patrimonio di san Pietro, delle città pomposamente
fabbricate, nelle quali molti palagi mezzo rovinati ci dicono che da
secoli più non furono ristaurati: tutto ciò che è durevole conserva il
carattere dell'opulenza e dell'antica eleganza, e tutto ciò che è
passaggiero è perito senza venire più rifatto. Rimangono i portici, le
colonne, gli architravi; ma i legni marciscono, rotti sono i cristalli,
e levati i piombi dai tetti. Da Novara fino a Terracina, ci dimandiamo
tristamente, in ogni città, dove sia la popolazione che poteva avere
bisogno di tante case, dove il commercio che poteva riempire tanti
magazzini, dove le ricche famiglie che potevano alloggiare in tanti
palazzi, dove finalmente il lusso dei vivi che deve prendere il luogo di
quello degli estinti, de' quali rimangono ovunque i monumenti.
Molta parte delle terre viene anche adesso coltivata nella più industre
come nella più dispendiosa maniera; senza mai esaurire il terreno,
l'agricoltura vuole ogni anno nuovi frutti, e gli ottiene più abbondanti
che in qualunque altra contrada. Un giudizioso avvicendamento di ricolte
apparecchia e purga i campi prima di coglierne i succhi nutritivi per le
piante cereali, e sempre li va migliorando senza mai lasciarli riposare.
Ma questo avvicendamento di raccolti fu inventato e sostituito
all'antico sistema dai contadini italiani che in allora erano una razza
di uomini intelligente ed osservatrice, mentre che in tutto il rimanente
dell'Europa i contadini di quell'epoca erano abbrutiti dalla schiavitù
ed incapaci di scoprire i vizj delle antiche consuetudini, e di
correggerle.
L'intera Lombardia è tagliata da canali che, suddividendosi
all'infinito, tutta la ricuoprono a guisa di una rete; essi
distribuiscono sui campi le acque apportatrici della fertilità, e sono
disposti a riceverle di nuovo, dando loro un pronto scolo, quando
quest'acque cessano di essere salutari. Una ragguardevole parte della
Toscana è divisa in regolari terrapieni, che trattengono la terra sul
fianco delle colline sempre battute da burrascose piogge, dando così il
modo di coprire di castagneti, di viti, di ulivi, di ficaje, ripidi
declivi che, lasciati quali naturalmente sono, non presenterebbero che
nudi sassi. Ma in quel tempo in cui gl'Italiani destinavano a rendere
fertili le loro campagne un capitale, che poteva bastare per l'acquisto
di una superficie assai più vasta, le altre nazioni ad altro ancora non
pensavano che a spogliare la terra di tutto ciò che poteva produrre; ed
i Francesi cercavano perfino di rendere ignominioso l'impiego del
capitale destinato alla coltura delle terre, coll'assoggettarlo
all'umiliante imposta della taglia.
Finalmente, sia che si osservi tutta intera l'Italia, o si esamini la
natura del suolo, o le opere dell'uomo, o l'uomo medesimo, sempre si
crede essere nel paese degli estinti, vedendo nello stesso tempo la
debolezza dell'attuale generazione, e la possanza di quelle che la
precedettero. Non sono certo gli uomini che si vedono, che avrebbero
potuto fare le cose che ci stanno sotto gli occhi; furono fatte
nell'epoca di una vita che sentiamo essere terminata; perciocchè
nell'istante in cui questa nazione perdette ciò ch'ella chiamava la sua
libertà, perdette nel medesimo tempo tutta la sua creatrice potenza.
Pure quando ci chiediamo in che mai consistesse una cotale libertà, che
produsse così grandi cose e che lasciò di sè così amaro desiderio, non
troviamo veruna soddisfaciente risposta nè tra le nozioni che ne avevano
que' medesimi che la possedettero, nè nelle leggi che la sostenevano, nè
nelle costumanze ch'ebbero da lei origine. Rimaniamo soprattutto
convinti esservi un errore capitale nella lingua; che ciò che noi
diciamo libertà, non è ciò che dagl'Italiani era così chiamato; e che
l'intero scopo dell'ordine sociale si presentava loro sotto un punto di
vista affatto diverso da quello che noi lo vediamo.
Forse abbastanza non riflettiamo che le nuove teorie intorno alla
libertà sono di moderna invenzione; che i nostri filosofi, cercando di
sapere in che consista, sonosi proposto uno scopo affatto diverso da
quello cui miravano gli antichi; che la libertà de' Greci o de' Romani,
degli Svizzeri o de' Tedeschi, come pure quella degl'Italiani, non era
altrimenti la libertà degl'Inglesi; che per ultimo fino al
diciassettesimo secolo la libertà del cittadino fu sempre risguardata
come una partecipazione alla sovranità del suo paese; e che non è che
l'esempio della costituzione britannica, che c'insegnò a considerare la
libertà come una protezione del riposo, della felicità e della domestica
indipendenza. Ciò che noi desideriamo prima di tutto, non risguardavasi
dai nostri antenati che come un vantaggio accessorio e di second'ordine;
e ciò che vollero i nostri antenati, non viene da noi risguardato che
quale mezzo più o meno imperfetto di ottenere o di conservare quanto
desideriamo noi medesimi. Però l'uno e l'altro scopo dell'associazione
politica viene egualmente indicato col nome di libertà. Quando si volle
distinguerli, e che si chiamò libertà civile quella facoltà affatto
passiva, quella guarenzia contro l'abuso del potere, in qualunque mano
si trovi, cui aspirano i moderni, e che si riservò il nome di libertà
politica alla facoltà attiva, alla partecipazione di tutti al potere
esercitato sopra di tutti, all'associazione dell'uomo libero alla
sovranità, non si è bastantemente schivata la confusione; perchè i
vocaboli che si adoprano non contrastano abbastanza l'uno coll'altro.
Ambidue, tranne la sola diversità della loro origine greca e latina,
significano egualmente, _che è propria al cittadino_; ma non dovrebbe
dirsi cittadino se non quello che gode della libertà attiva, ed è
partecipe della sovranità; mentre che, senza essere cittadino, ogni uomo
ha diritto egualmente alla libertà passiva, ossia alla protezione contro
ogni abuso del potere.
Per una specie d'istinto gl'Italiani si erano attaccati alla libertà
politica; ma non erano pervenuti a definirla con precisione. Questa era
agli occhi loro una prerogativa esclusiva del governo repubblicano; e
con tal nome indicavano soltanto il governo dei più, per distinguerlo da
quello di un solo. Quest'ultimo, _il principato assoluto_, sembrava loro
sempre incompatibile colla libertà; il primo, _governo dei più_, pareva
loro che sempre meritasse il nome di governo libero, sia che questa
sovranità appartenesse a tutti i cittadini, come a Firenze, sia ad una
sola classe, come a Venezia; e ciò senza avere riguardo all'esercizio di
un'arbitraria autorità dei magistrati sopra i sudditi, che, dietro i
presenti nostri principj, potrebbero farci considerare l'uno e l'altro
come tirannico.
Non conoscendo gl'Italiani che la libertà politica, e non essendosi
eglino formata una precisa idea della libertà civile, non dobbiamo
maravigliarci che accordassero il nome di governo libero a quello che
non poneva verun confine all'estensione dei poteri esercitati a nome
della nazione. I cittadini, esposti a qualsivoglia arbitraria misura,
non perciò si riputavano meno liberi, poichè l'atto arbitrario che ad
alcuno recava danno era l'opera di un magistrato, che ognuno poteva
risguardare quale suo mandatario. Ma al primo aspetto sembra contrario
ai medesimi principj da loro adottati, il chiamare libero quel governo
in cui veniva esercitata un'illimitata autorità da una sola classe della
nazione, senza che gli altri potessero aver parte in quella sovranità di
cui si erano impadroniti pochi cittadini. Ben può concepirsi come
Firenze loro sembrasse libera anche quando il gonfaloniere, i priori, i
podestà delegati dal popolo, facevano il più violento uso del momentaneo
potere deposto nelle loro mani; ma non vediamo in che mai consistesse la
libertà di Venezia, dove dal consiglio de' dieci, che rappresentava
soltanto la nobiltà, esercitavasi un così arbitrario potere.
Per altro questa confusione d'idee non è propria solamente
degl'Italiani; dessa trovasi in tutte le antiche e moderne repubbliche.
Le aristocrazie ed oligarchie greche, tedesche ed italiane, invocarono
tutte egualmente il nome della libertà, e tutte pretesero di averla
conservata qualunque volta non si assoggettarono al potere di un solo.
Infatti, lasciando da un canto la libertà civile ossia libertà passiva,
poteva dirsi con verità che sempre esisteva una libertà nello stato,
quando un'intera classe era partecipe della sovranità; ma in allora non
era la nazione che fosse libera, unicamente bensì quelle famiglie
ch'erano proprietarie della libertà.
Presso gli antichi, che avevano conservati gli schiavi anche nelle più
libere repubbliche, non erasi cercata l'origine dei diritti dell'uomo
nella stessa dignità della specie umana, nè si era convenuto che ogni
pubblica instituzione dovesse mirare alla felicità di tutti. I diritti
umani parvero loro fondati sopra leggi positive, e non sulla legge
naturale. Vedevano in ogni paese uomini _ingenui_ e schiavi; e questo
fatto, che ammisero senza disamina, non parve loro più ripugnante nelle
loro città che nelle loro famiglie. La libertà diventò per loro un bene
ereditario, come le altre sostanze; e quest'eredità potev'essere
trasmessa soltanto ad un ristretto numero di famiglie in mezzo ad una
grossa popolazione, siccome a Sparta ne' tempi della lega Achea, e a
Lucca nel diciottesimo secolo: non pertanto si continuò a chiamare
libero lo stato in cui le famiglie proprietarie della libertà non erano
esse medesime diventate proprietà di un altro individuo, e dove
conservavano fra di loro la sovranità sopra di sè medesime: se queste
medesime famiglie avevano poi sudditi nello stato e schiavi nelle case,
questa sudditanza di una parte della popolazione estranea alla città, nè
variava, nè costituiva la natura del governo. Cotale stato era pur
sempre una repubblica.
Ma la schiavitù domestica più non esisteva nelle repubbliche italiane, e
questa sola differenza le pone a molta distanza da quelle
dell'antichità. Dall'abolizione della schiavitù domestica ne risultarono
un maggiore rispetto per la libertà dell'uomo, una più estesa felicità
in tutte le classi, maggiore industria, maggiore attività, maggiori
potenze produttrici ed in conseguenza maggiori ricchezze. Le
repubbliche, quando appena cominciavano a prendere questo titolo, e non
si consideravano ancora che come comunità libere, sotto la protezione
dell'imperatore, cominciarono colla liberazione degli schiavi; il grosso
della loro popolazione consisteva in uomini che avevano di fresco
spezzate essi medesimi le loro catene, e che aprirono quasi sempre un
asilo entro le loro mura ai servi che fuggivano dalle terre dei signori
loro vicini. In tal modo ebbe principio l'abolizione della schiavitù,
cui la religione e la filosofia si gloriarono poscia di avere operato;
ma che dal solo personale interesse fu eseguito.
Questa progressiva abolizione della schiavitù, che si estese dalle città
alle campagne, è un avvenimento troppo importante nella storia della
libertà italiana, per non richiamare per qualche tempo la nostra
attenzione. Sotto il regno degl'imperatori romani, i liberi agricoltori
erano assolutamente scomparsi dal suolo dell'Italia; i ricchi
proprietarj, che in un solo possedimento riunivano talvolta intere
province, di cui la repubblica romana, dopo parecchj anni di guerra,
aveva trionfato ne' suoi più bei giorni, facevano coltivare le loro
terre da numerose gregge di schiavi. I campi più non avevano case
isolate, nè villaggi, nè capanne, e di già avevano l'aspetto che
presenta adesso l'_Agro romano_, egualmente deserto, egualmente diviso
in poderi di dieci in dodici miglia d'estensione: soltanto facevano le
veci di quelle armate di lavoratori che scendono oggi dalle montagne
della Sabina, infiniti sventurati che la sola forza obbligava al lavoro
senza speranza di veruna ricompensa.
I barbari, invadendo l'Italia, ne fecero in breve tempo scomparire tutta
la popolazione, perchè gli schiavi erano la preda che loro meglio si
conveniva, siccome quella che più vantaggiosamente potevano vendere, e
trasportare altrove con minore imbarazzo. Gli schiavi, sempre solleciti
di mutare condizione, seguivano volentieri i loro nuovi padroni, dai
quali speravano di essere più dolcemente trattati; pure d'ordinario
perivano ne' lunghi viaggi a traverso ai boschi della Germania e della
Scizia, come mill'anni dopo si videro perire i non meno numerosi schiavi
che i Turchi predavano in tutte le province dell'Adriatico, e dei quali
non si è conservata la razza. I proprietarj, come i nobili romani
dell'età presente, cercarono, dopo tale epoca, non già a moltiplicare i
prodotti delle loro terre, ma a diminuirne le spese; e calcolarono, come
si fa pure presentemente, che per quanto fosse grande la diminuzione del
prodotto lordo dell'agricoltura per mancanza di popolazione, non perciò
veniva minore la rendita netta delle loro terre.
Finalmente i barbari, invece di guastare le province dell'impero, vi si
stanziarono stabilmente. È noto che in allora ogni capitano, ogni
soldato del settentrione, venne ad alloggiarsi presso un proprietario
romano, sforzandolo a dividere con lui le sue terre ed i raccolti. Tutti
gli antichi schiavi che rimasero in Italia, non cambiarono la loro
condizione; ma i liberi agricoltori, obbligati a risguardare come loro
padrone il Tedesco o lo Scita che dicevasi loro ospite, furono costretti
a darsi essi medesimi al lavoro. Oltre la parte incolta di terreno che
questi nuovi abitanti si fecero cedere in tutta loro proprietà per
tenervi le loro mandre, vollero pure essere a parte del ricolto de'
campi, degli uliveti, delle vigne: ed allora indubitatamente ebbe
principio quel sistema di coltivazione a metà frutto, che mantiensi
tutt'ora in quasi tutta l'Italia, e che tanto contribuì a perfezionare
l'agricoltura ed a rendere migliore la condizione de' suoi contadini.
Quando il lavoro degli uomini liberi si trovò in concorrenza con quello
degli schiavi, la sua superiorità fu troppo chiara per non far sì che il
barbaro padrone lo preferisse a quello degli schiavi. Il castaldo, quasi
sempre disceso da qualche antico proprietario romano, viveva, egli e la
sua famiglia, colla metà del prodotto di quella terra che era stata un
giorno possedimento dei suoi antenati; mentre lo schiavo, che dovevasi
assai bene alimentare, quantunque la sua inerzia e la negligenza
scemassero le sue forze produttrici, consumava i due terzi dei frutti da
lui raccolti. Allora il Barbaro cominciò ad accordare la libertà, ed una
parte del deserto di cui si era renduto padrone, al suo schiavo, perchè
ne formasse un nuovo podere. Il signore delle terre ebbe sempre più
motivo di vie meglio convincersi che non manterrebbe giammai i suoi
schiavi a così buon patto come il suo gastaldo, e che non otterrebbe da
loro giammai altrettanto lavoro, perchè l'interesse attivo ed
industrioso è migliore economo d'assai che la forza: così ogni giorno,
coll'incremento delle generazioni, un maggior numero di schiavi ebbe
nelle campagne la libertà.
Senza che la legge avesse veruna parte nell'abolizione della schiavitù,
senza che il vergognoso commercio degli uomini fosse proibito, la
schiavitù cessò in ogni luogo. Ne' secoli inciviliti, e fino alla fine
del sedicesimo, si dividero tuttavia degli schiavi nelle più ricche
case, ma più non se ne trovavano nelle campagne. I soldati, abusando
della loro vittoria, vendettero talvolta al migliore offerente tutti gli
abitanti di una città presa d'assalto; e tale fu la sorte che l'armata
di Francesco Sforza fece subire del 1447 alla sventurata città di
Piacenza. I papi, cedendo alla sterminata loro collera, condannarono
ancora più frequentemente tutti i sudditi di uno stato nemico ad essere
ridotti in ischiavitù, autorizzando a venderli chiunque se ne
impadronisse. In tal modo vennero condannati tutti i vassalli dei
Colonna da Bonifacio VIII; tutti i Fiorentini da Sisto IV, tutti i
Bolognesi nel 1506, ed i Veneziani nel 1509, da Giulio II. Ma coloro che
comperavano questi schiavi, trovavano subito più utile il dar loro la
libertà per una qualche somma di danaro, che non il mantenerli pel poco
lavoro che farebbero per conto loro. In veruna descrizione di città o di
villaggi vedonsi in queste varie epoche indizj di schiavitù; soltanto il
fanatismo potè conservarne gli ultimi avanzi in Italia a dispetto del
personale interesse. I prigionieri di guerra mori e turchi incatenansi
nelle galere, in odio della loro religione, e la schiavitù loro dura
anche al presente, sebbene costino allo stato più che gli uomini liberi.
Il fanatismo tentò pure più volte in altri paesi di far rinascere la
schiavitù; e riconoscere dobbiamo dai missionarj portoghesi, che circa
la metà del quindicesimo secolo, diressero le prime spedizioni sulla
costa occidentale dell'Africa, quella schiavitù de' Negri alle Antille,
che forma l'obbrobrio dell'età presente. Il fanatismo fece condannare in
Ispagna ed in Portogallo, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, molte
centinaje di Giudei e di Mori ad essere ridotti in ischiavitù. Pure
l'interesse personale, assai più potente che lo zelo di un clero
persecutore, ridonò costantemente la libertà a coloro che la Chiesa
condannava alle catene. Nell'età presente la schiavitù non si mantiene
in tutta l'Europa orientale dalla Russia fino all'Ungheria, che a motivo
che i proprietarj delle terre non hanno saputo approfittare del lavoro
degli uomini liberi; e perchè in cambio di dividere con loro i frutti
della terra, gli sforzarono a dar loro la metà del tempo; onde nei
giorni di ogni settimana che sono di diritto del padrone ungaro o boemo,
l'uomo libero non lavora con maggiore zelo, attività o intelligenza, di
quello che farebbe lo schiavo.
Quando, in tempi a noi più vicini, i filosofi volsero di nuovo i loro
sguardi alla costituzione della società, non ebbero sotto gli occhi
oggetti eguali a quelli che colpivano i filosofi dell'antica Grecia. Da
un canto il lavoro manuale più non era fatto dagli schiavi, dall'altro
canto quasi tutti i paesi ridotti a civiltà erano governati da monarchi.
Noi confondiamo quasi sempre la natura delle presenti instituzioni colla
natura stessa delle cose: gli antichi non avevano potuto comprendere
come si sarebbe potuto fare da meno degli schiavi; i moderni come si
possa stare senza re. I politici del XVIII secolo si occuparono meno di
ciò che in realtà era la società umana, che di ciò che avrebbe dovuto
essere. Ebbero minore rispetto per diritti stabiliti, perchè in nessun
luogo ne trovarono che fossero incontrastabili; ma rispettarono
maggiormente il carattere dell'uomo; essi accomodarono le loro teorie
all'interesse dell'autorità sotto la quale vivevano, e fissarono il
principio che ogni governo era stabilito per la felicità dei popoli a
lui soggetti, sebbene i principi avessero fin allora creduto di non
avere altro interesse ed altro dovere, che quello della propria
conservazione, o di ciò che chiamavano loro gloria.
Essendo la libertà degli antichi una proprietà del cittadino, non era
essenziale di esaminare fino a qual segno contribuiva alla felicità,
come non si esamina, per conservare a ciascheduno la sua eredità, se le
ricchezze formano, o no, la felicità dell'uomo saggio. Ma la libertà dei
moderni venendo considerata come il mezzo pel quale i governi giungono
allo scopo per cui furono instituiti, cioè la comune felicità, fu
necessario di esaminare, onde stabilire il diritto dei popoli ad essere
liberi, in qual modo la libertà formi la felicità, o fino a quale grado
vi contribuisca.
L'uno e l'altro raziocinio è egualmente logico, ma ciascuno parte da
diversi principj. Quello degli antichi è forse il primo nell'ordine
delle idee; essi considerarono l'origine delle società, e si chiesero
donde veniva il potere che vedevano stabilito; allora loro parve
soltanto libero quell'uomo, che non fosse subordinato che a quel potere
che aveva formato o contribuito a formare egli stesso. Così la linea che
separava il cittadino dal suddito era patentemente segnata, e non poteva
ammettere verun dubbio. La libertà de' moderni dev'essere valutata sopra
molto più dilicate differenze. Per determinarne i confini, conviene
esaminare fino a qual punto convenga agli uomini uniti in società di
essere governati, o pure a qual prezzo loro convenga di acquistare la
protezione della forza pubblica contro i loro interni ed esterni nemici;
in appresso fino a qual punto ognuna delle umane facoltà abbia bisogno
di essere contenuta pel comune vantaggio; finalmente in quale caso torni
meglio diminuire in parte la forza di tutti, piuttosto che ristringere
di soverchio la felicità o la sicurezza individuale.
Quest'esame guidò a riconoscere che lo scopo dell'unione degli uomini
essendo quello di assicurare la vicendevole protezione delle loro
persone, del loro onore, delle loro proprietà, dei loro morali
sentimenti, quel governo che si farebbe giuoco della vita, della fortuna
e dell'onore degl'individui, offendendo i sentimenti di giustizia, di
umanità e di pubblica decenza, mancherebbe assolutamente al suo scopo, e
dovrebbe risguardarsi come una tirannide, sebbene fosse anche stato
stabilito dall'universale volontà.
In appresso si riconobbe, che l'uomo non aveva domandato al proprio
governo di proteggerlo contro di sè medesimo, ma soltanto contro gli
altri; dal che si è conchiuso che l'esercizio di qualunque facoltà, che
non abbia azione sugli altri, non è dipendente dal governo. Su questa
regola è fondata la libertà del pensiere e quella della coscienza;
mentre che avvi tirannide, qualunque volta il governo procede a punire
altra cosa che gli atti esteriori, o che in loro cerca le tracce del
malcontento, e della malevolenza, per vendicarsi di queste opinioni.
Finalmente si è conosciuto che il male che risulterebbe per tutti dalla
repressione di certe azioni che possono diventare nocive, sarebbe ancora
maggiore del male che potrebb'essere prodotto da queste azioni. Perciò
si risguardò come tirannico quel governo che proibisce di parlare, di
scrivere, di stampare[366]; che gastiga con troppo sospettosa vigilanza
certi falli, certi vizj, che non si potrebbero comprimere senza
un'inquisizione insopportabile per tutti. E si è conchiuso che un
governo è tanto più libero, quanto è sentita meno la sua azione; che è
libero, non solo perchè non gastiga che ciò che è vietato dalla legge,
ma ancora perchè la legge non proibisce tuttociò che potrebbe proibire.
[366] La quistione intorno alla libertà della stampa fu ampiamente
discussa in ogni paese, e si vorrebbe che non fosse per anco
bastantemente illustrata. _N. d. T._
Dopo avere in tal modo definita questa libertà puramente difensiva,
questa libertà affatto negativa, cui deve tendere ogni buon governo, si
cercò di darle per guarenzia i diritti politici de' cittadini. Allora
cominciarono a considerarsi, non più come principio essi medesimi della
libertà, ma soltanto come sue salvaguardie. I moderni collocarono nel
primo grado tra questi diritti politici la libertà della stampa
propriamente detta, ossia il diritto di provocare la pubblica attenzione
intorno agli affari dello stato, con iscritture pubblicate senza
precedente licenza del governo; la libertà della disputa nelle adunanze
politiche; per ultimo il diritto di petizione, o sia il ricorso aperto
ad ogni oppresso fino alla sovrana autorità, interpellata da cittadini
associati a tale oggetto sotto gli occhi di tutto il pubblico. Queste
varie prerogative non formano parte della libertà civile, ma piuttosto
sono le armi poste in mano al popolo per difenderla.
Dopo avere conosciuto quanto l'idea che fino all'ultimo secolo
formavansi della libertà i nostri antenati è diversa da quella che noi
ci formiamo adesso, avremo minor cagione di fare le maraviglie, vedendo
che in tutte le repubbliche dell'antichità, in tutte quelle della
Svizzera e della Germania, in tutte quelle finalmente dell'Italia,
intorno alle quali versammo così lungo tempo, non fossero guarentiti i
diritti di cui abbiamo fin ora sviluppata l'origine.
Le repubbliche italiane non avevano pensato a proteggere la vita,
l'onore, o la proprietà de' cittadini con una legislazione, o con una
forma di processura migliori di quelle ch'erano in vigore negli stati
più dispotici. I magistrati, i tribunali e le leggi avrebbero avuto
bisogno d'una totale riforma, per guarentire la libertà civile, e la
felicità delle persone loro commesse. Oggi è dimostrato che
compromettesi la libertà, quando gli amministratori si trasformano in
giudici, armandoli dell'autorità di castigare que' medesimi ch'essi
incontrarono come antagonisti nelle politiche contese. Perciocchè il
magistrato, chiamato frequentemente dalla sua carica a sostenere le
parti di un capo di partito, ed a sposarne le passioni, viene investito
del diritto di giudicare la parte avversaria, cioè quegli uomini che
nella causa del popolo vollero mettere argine alle sue usurpazioni, ed
opporsi alle sue ingiuste misure. Le repubbliche italiane non erano
cadute affatto in quest'errore comune a tutte le altre. Il potere
giudiziario vi si trovava abitualmente separato dall'amministrativo: la
signoria, che si rifaceva ogni due mesi a sorte, scegliendosi tra i
cittadini attivi, era incaricata della generale direzione degli affari,
mentre alcuni giudici forestieri, assistiti da legisti pure forestieri,
amministravano la giustizia civile e criminale. Ma perchè questa
divisione del potere civile e giudiziario non lasciasse verun titolo di
timore, avrebbe dovuto essere perfetta; sarebbe stato d'uopo che i
magistrati fossero sempre obbligati di rimettere ai tribunali coloro che
gli avevano offesi, e che in qualunque caso non fossero seduti essi
medesimi in giudizio. Per lo contrario nelle repubbliche italiane, non
escluse le meglio ordinate, si vide più volte la signoria
momentaneamente riprendere il potere giudiziario, e mandare alla tortura
o al patibolo coloro che avevano di fresco attentato alla sua autorità.
Non solamente i giudici non disponevano soli della vita, dell'onore, e
delle sostanze de' cittadini; ma non erano pure costituiti in maniera di
dare una bastante guarenzia delle loro parzialità o della loro umanità.
Richiedeva la legge che fossero forestieri, perchè non isposassero nella
repubblica verun partito; che non rimanessero molti anni in carica, onde
non adottassero le passioni de' cittadini; finalmente che uscendo
d'impiego andassero soggetti ad un sindacato intorno alla loro
amministrazione, onde si guardassero dal lasciarsi corrompere coi
regali. Ma la legge non aveva separato il giudizio del diritto da quello
del fatto; non aveva chiamati i semplici cittadini, come presso i Romani
e presso gl'Inglesi, a sentenziare sulla vita de' loro concittadini: non
aveva posto ogni uomo sotto la guarenzia dell'interesse de' suoi eguali,
nè avanti l'esecuzione di una sentenza capitale aveva richiesto il
concorso di un tribunale popolare, che essenzialmente unisse la
misericordia al rigore. Non esisteva veruna legge penale che moderasse
le sentenze de' giudici, o che preventivamente illuminasse gl'imputati
intorno alla loro sorte. Non era nè meno vietato ai podestà di ascoltare
le voci della passione o della collera; e perchè giudicavano quasi
sempre soli, non erano obbligati di esporre ai loro collega le
circostanze della causa, a trattarla ad alta voce, a dare i motivi delle
loro sentenze. I motivi e le ragioni che le avevano dettate chiudevansi
nel più profondo di tutti i segreti, quello di un uomo colla sua propria
coscienza.
La processura dava ancora minore guarenzia che la costituzione del
tribunale, segreta era l'istruzione, ed il prevenuto, privo di consiglio
nella sua prigione e di avvocato per difendersi, veniva abbandonato a
tutte le conseguenze della sua debolezza, de' suoi terrori, della sua
ignoranza, o della sua incapacità. La spaventosa processura cominciava
colla tortura; e la legge non poneva verun limite ai tormenti co' quali
potevasi stringere un accusato, come non aveva determinato quale indizj
si richiedessero per esporlo a così barbara prova. Non pertanto le
confessioni strappategli di bocca dall'atrocità de' dolori, venivano
ritenute quali sufficienti prove contro di lui, e contro i supposti suoi
complici. Finalmente la legge permetteva supplicj non meno spaventosi
che quelli delle monarchie, e l'umanità veniva offesa non meno dalle
esecuzioni che dalle processure.
In tal modo adunque, anche in tempo ordinario, la società non guarentiva
l'onore, la vita, o le sostanze degli individui, co' suoi magistrati,
co' suoi giudici, colle sue leggi. Ma nelle rivoluzioni, pur troppo
frequenti, l'abuso di una pretesa giustizia diventava ancora più
molesto. Allora i capi di un partito, facendosi investire di una
illimitata autorità, sotto il nome di _balìa_, gastigavano in massa,
senza informazione, senza processura, senza giudizio, tutti i membri del
contrario partito, coll'esilio, colla confisca de' beni, spesso con
capitale supplicio.
Non avevano gl'Italiani pensato giammai che lo stesso scopo della
formazione della società prescrivesse confini alla sovrana autorità;
essi non avevano veduto, che gli uomini non hanno potuto assoggettargli
che le loro relazioni degli uni verso gli altri; ed essi avevano
permesso ai governi di penetrare nell'interno dei loro pensieri, per
dirigerne le opinioni e punirne i sentimenti. Tutte le repubbliche
italiane eransi formate in seno alla cattolica religione, e questa
religione, assoggettando, col mezzo della confessione, il pensiero al
tribunale de' preti, gli spiriti si erano abituati a risguardare il
segreto delle coscienze come dipendente dall'autorità. La persecuzione
ed il castigo dell'eresia era una necessaria conseguenza della
sommissione delle repubbliche alla Chiesa. Quella della magia era pure
riservata ai preti; ed ammessa una volta la funesta opinione dell'azione
degli uomini sulle potenze infernali, la magia dovette entrare nelle
attribuzioni de' tribunali, poichè risguardavasi con un mezzo con cui un
uomo poteva nuocere ai suoi simili. Ma non potevasi perseguitare questo
delitto, che si commette senza testimonj nell'oscurità della notte,
senza dar luogo alle più sospettose, più arbitrarie e più tiranniche
processure.
Del resto non era soltanto allorchè trattavasi di perseguitare l'eresia
o la magia, che i tribunali italiani credevano di avere diritto di
scendere nel cuore dell'uomo e di punirne i moti segreti, ma si
arrogavano il diritto di assoggettare alla pubblica vendetta ogni
sentimento di scontentezza o di odio contro il governo; ne cercavano
spesso gl'indizj in una parola, in un gesto, in un sospetto; e nelle
circostanze di rivoluzione furono vedute le repubbliche adottare le
usanze ed i principj de' principi assoluti, e punire coi supplicj, non
già gli atti esteriori, ma il nascosto pensiero di cui erano l'indizio.
Se i governi italiani non si erano astenuti dal giudicare i sentimenti
ed i pensieri, che non dipendono in verun modo dalla pubblica autorità,
con più ragione non eransi fatto scrupolo di armare una metà de'
cittadini contro l'altra, d'incoraggiarne molti ad esercitare l'infame
mestiere di delatore, quando hanno con ciò potuto sperare di reprimere
abitudini viziose o nocive, che si vorrebbero certamente sbandire da
ogni ben regolata repubblica, ma che non si potrebbero castigare senza
assoggettare tutti i cittadini ad una insopportabile inquisizione.
La bestemmia diventò uno de' principali oggetti della vigilanza de'
magistrati, e venne sottomessa a tutta la severità dei tribunali
stabiliti al solo oggetto di comprimerla. Soltanto in Ispagna ed in
Italia s'incontra questa viziosa abitudine, affatto sconosciuta presso i
popoli protestanti, e che non dobbiamo confondere con quei rozzi
giuramenti che il popolo in tutti i paesi frammischia ai suoi discorsi.
In tutti gli accessi di collera, i popoli meridionali se la prendono
cogli oggetti del loro culto, li minacciano, e li caricano di parole
ingiuriose alla stessa divinità, al Redentore o ai Santi. Trovansi
tracce di tale scandalosa abitudine nel linguaggio e in alcuni modi
proverbiali degli altri popoli, ma la volontà d'insultare la divinità
con questa specie d'attacco non si poteva conservare che in un paese in
cui la superstizione, sempre in guerra coll'incredulità, ha
rimpiccioliti tutti gli oggetti del culto, e fattili scendere fino al
livello degli uomini. La processura contro i bestemmiatori occupò in
ogni tempo i tribunali d'Italia. Pure cotale delitto non lascia veruna
traccia, e quegli stesso che lo ha commesso, il più delle volte se ne
dimentica, i testimonj sono quasi sempre implicati nella contesa che vi
diede motivo, ognuno tosto o tardi cade nello stesso errore, e la
inquisizione del bestemmiatore, senza diminuirne l'abitudine, ha dato
luogo alle più inique ed arbitrarie processure.
Molti altri delitti di pure parole vennero considerati come egualmente
punibili; si videro più volte condannati a gravi pene, coloro che
avevano con qualche motto cercato di coprire di ridicolo o di biasimo il
governo, e coloro che nelle loro scritture avevano manifestate opinioni
riprovate, non solo in fatto di religione e di politica, ma ancora in
argomenti puramente filosofici. Si vide ancora, ma soltanto in alcune
circostanze, altre viziose abitudini punite con severissime pene, le
quali non potevano colpire i delinquenti che in conseguenza di
un'inquisizione totalmente contraria ad ogni attuale idea di libertà.
Ne' tempi in cui era in Firenze dominante la fazione de' piagnoni, si
perseguitò il mal costume perfino nell'interno delle famiglie con
segrete denuncie, sebbene la pubblica decenza ordinariamente soffra
assai più da tali rivelazioni, che dall'abuso che si lascia sussistere.
Il giuoco nell'interno delle case private, il lusso della mensa, degli
abiti, degli equipaggi, furono risguardati come oggetti di pertinenza
delle leggi, e tutte le abitudini dell'uomo privato vennero regolate con
atti del sovrano potere.
Le varie prerogative che i popoli moderni considerarono quali guarenzie
della sicurezza e della libertà de' cittadini, mai non si conobbero
nelle repubbliche d'Italia. La nozione della libertà della stampa non
erasi nemmeno presentata ai loro legislatori. Appena si trovano in tutta
l'istoria dell'Italia due o tre esempi di scritture pubblicate intorno
alle cose del governo, ed i loro autori avevano sempre avuta la
precauzione di farle stampare in estero stato; ma non pertanto qualunque
volta si poterono arrestare o l'autore o i distributori, questi furono
sempre puniti con eccessiva severità. Nè il partito dell'opposizione, nè
il partito governante non cercarono mai d'illuminare la pubblica
opinione, e non si supponeva che le deliberazioni intorno agli affari
della patria potessero uscire dalla sala de' suoi consigli. In
contraccambio, dobbiamo pur dirlo, gli storici delle repubbliche, che
prima dell'invenzione della stampa si appellavano non ai presenti tempi,
ma alla posterità, diedero prova nelle loro scritture di grande coraggio
e di rara imparzialità; e dal modo con cui in ogni occasione giudicano i
loro compatriotti e magistrati, sempre si conosce la mano dell'uomo
libero.
Il diritto di petizione non fu dagl'Italiani meglio conosciuto che
quello della stampa: essi non altro avevano fatto che rimuovere dal
proprio luogo l'assoluto potere, togliendolo dalle mani di un solo per
affidarlo a molti. Essi non pensavano punto a limitarlo, e soprattutto a
contenerlo per via della pubblica opinione. Ogni cittadino poteva, per
vero dire, portare riclami all'autorità da cui immediatamente dipendeva;
ma non poteva giammai, con una petizione, tradurre quest'autorità avanti
ad un'altra incaricata di sindacarla; meno poi trasmutare il suo privato
affare in un affare di stato, unendosi ai suoi concittadini per dare
maggior peso alle proprie lagnanze. Nel primo caso sarebbe stato
ammonito, come se avesse voluto confondere tutte le podestà e l'ordine
stabilito; nel secondo sarebbe stato severamente punito, come tendente
alla ribellione.
Ma ciò che può sembrare strano, si è che la libertà stessa della disputa
ne' consigli non era altrimenti assicurata. Pure questa è la sola cosa
che possa garantire l'esercizio de' diritti della sovranità, dei quali
gli antichi repubblicani erano altrettanto gelosi, quanto lo erano poco
della sicurezza individuale.
I consiglj di una repubblica sono chiamati intorno ad ogni affare a due
distinte operazioni, cioè deliberare ed emettere il voto; lo che
risponde a quelle della disputa, poi del giudizio ne' tribunali.
Gl'Italiani avevano quasi totalmente trascurata la prima; essi non
davano nè guarenzia, nè solennità alla disputa; pareva che non si
prendessero cura che i consiglieri s'illuminassero gli uni gli altri
colle loro opinioni, e riducevano tutto lo studio loro a rendere con un
profondo segreto liberi i suffragi. Ne' consigli parlavasi assai poco.
Il primo magistrato ne faceva talvolta l'apertura con un discorso di
etichetta, che imparava a memoria, o che leggeva; talvolta ancora
qualche giovane oratore figuravasi d'imitare gli antichi, pronunciando
un ampolloso sermone, che veniva piuttosto risguardato come un pezzo
accademico, che come un mezzo di persuadere; talvolta alla proposizione
fatta dal magistrato teneva dietro una tumultuaria conversazione in ogni
panca; ma d'ordinario si passava subito ai suffragi con un profondo
silenzio. A Firenze, ogni consigliere per dare il suo voto, riceveva
fave bianche e nere; a Venezia pallette di legno; e le urne eran
distribuite in modo che il votante poteva porvi la mano, senza far
conoscere in quale senso avesse votato. In appresso si contavano i
suffragj, la di cui semplice maggiorità non bastava giammai per dare
forza di legge ad una proposizione. Il più delle volte, perchè si
potesse, giusta l'espressione legale, _vincere il partito_, rendevasi
necessario di riunire i tre quarti de' suffragj di cadauno de' diversi
corpi che trovavansi adunati nella stessa sala per emettere i voti
separatamente; a Firenze, per modo d'esempio, dei priori di buoni
uomini, e dei gonfalonieri di compagnia. Se in taluno di questi tre
corpi il quarto soltanto dei membri aveva poste nell'urna delle fave
bianche, la legge veniva rigettata.
Affinchè i consiglj siano veramente liberi, è necessario che la minorità
abbia tutta la libertà di far udire le sue ragioni, di discutere
ampiamente la sua causa, e di rappresentarla sotto tutti gli aspetti; ma
non è meno essenziale di far prendere tutte le decisioni colla sola
maggiorità de' suffragj, onde il piccolo numero, tra consiglieri tutti
eguali, e che hanno tutti la medesima missione, non imponga al maggior
numero. Gl'Italiani astanti non avevano conosciuti questi due principj;
avevano circondato da tanti pericoli l'uso della parola, avevano
giudicate con tanta severità le aringhe che pronunciavansi innanzi ai
consiglj, avevano assoggettati gli oratori a così pesante
risponsabilità, tanto per mezzo di un pubblico biasimo, che per
clamorosi gastighi, per qualunque poco misurata frase fosse sfuggita di
bocca all'oratore nel calore della disputa, che niuno osava entrare in
disamina: e non si era coltivata la sola eloquenza popolare, quella di
parlare improvvisamente, perchè la minorità non aveva giammai occasione
di motivare la sua opposizione, di cercare di persuadere i suoi
avversarj, e di trattare apertamente la propria causa. Ma mentre tutti
opinavano con timore, una taciturna minorità contrariava co' suoi
segreti suffragj le operazioni del governo, e faceva rigettare una
proposizione, contro la quale niuno aveva ardito di muovere obbiezioni.
Questa taciturna opposizione, eccitando un profondo risentimento, fu
spesso cagione della più scandalosa violazione della libertà dei
suffragj. A Firenze si vide più volte la signoria far ricominciare
replicatamente l'operazione dello scrutinio, _perchè non si era potuto
vincere il partito_. Fu veduta minacciare coloro che darebbero la fava
bianca, e fu pure veduta in qualche circostanza far cadere sopra di loro
le più acerbe pene. Ora di qual uso potevano essere i consiglj, se i
consiglieri non avevano libertà? E quando una costituzione vuole che i
suffragj riuniti de' magistrati possano esprimere soli una volontà
sovrana, qual è la superiore autorità che possa prescrivere in quale
senso debba manifestarsi questa volontà? Così addiviene che un primo
errore nella legislazione ne produca degli altri; così dopo di avere
imprudentemente dato ne' consiglj alla minorità il potere di legare la
maggiorità, si fu poi costretto più volte a dovere permettere, che
l'assenso di questa minorità si ottenesse colla violenza.
Dopo di avere brevemente esaminati tutti i diritti che nell'età presente
ci sembrano i più preziosi, e dopo avere osservato che sul conto loro le
leggi protettrici non erano migliori nelle repubbliche italiane che
nelle monarchie, o che anzi erano assolutamente le medesime, e
permettevano che tutti questi diritti fossero in certe occasioni
compressi o annullati, si accresce la nostra maraviglia nel contemplare
i miracolosi effetti dello spirito repubblicano; e ci andiamo ancora
interpellando in qual cosa consistesse adunque quella libertà, che
poteva stare insieme alla più crudele tirannia; quella libertà, che
veniva difesa con così eroici sforzi, la di cui privazione eccitava così
amare lagrime, e che i popoli non perdevano senza perdere ad un tempo la
loro prosperità, la loro gloria, i loro talenti e le loro virtù.
Ma d'uopo è ricordarsi che nelle repubbliche i medesimi uomini si
presentano sotto un doppio aspetto e con un doppio carattere; prima come
governati, poi come governanti. Oggi per valutare la libertà, cerchiamo
in che consista pei governati; fino al nostro secolo per lo contrario si
cercava in che consistesse pei governanti; e questa attiva libertà,
questa libertà tutta composta di prerogative sovrane, che al primo colpo
d'occhio sembra dover contribuire molto meno che non la sicurezza
individuale alla prosperità dei cittadini, trovasi per lo contrario
avere per essi un incanto che nulla pareggia. Dessa è una bevanda
inebriante, è il nettare degli Dei: quando un mortale ha potuto gustarla
un sola volta, sdegna ogni umano nutrimento: ma inoltre trova in sè
medesimo nuove forze, ed una nuova virtù; la sua natura è del tutto
cambiata; e sedendo a quella mensa, egli sente che si pareggia
agl'immortali.
Alcuni fondamentali assiomi possono rappresentare tutto il sistema della
libertà degli antichi tempi; sono questi l'espressione de' diritti
politici della nazione considerata in corpo, e non di quelli dei singoli
individui nelle loro relazioni colla nazione. Verun'altra repubblica non
professò forse così apertamente, nè più religiosamente osservò questi
assiomi, quanto quelle d'Italia ne' secoli di mezzo.
_Ogni autorità esercitata sopra il popolo è emanata dal popolo_. Questo
primo assioma de' popoli liberi era risguardato come fondamentale in
tutte le repubbliche italiane. La sovranità vi era sempre rappresentata
come appartenente al popolo o al comune; i suoi capi temporarj non
prendevano che il titolo di _anziani, signori, priori del popolo_ o _del
comune_. Il governo non veniva mai rinnovato senza invocare la sovranità
del popolo: così a Firenze era sempre in di lui nome che trasmettevasi,
per mezzo de' suffragj del parlamento, ad una nuova balìa un'autorità
eguale a quella di tutto il popolo fiorentino. Si dirà forse che questa
non era che una frase vuota di senso, e che i vocaboli non sono
privilegj; ma questi vocaboli non erano nè senza effetto, nè senza
conseguenze; inspiravano ad ogni cittadino un'alta opinione della sua
dignità; lo trattenevano, qualunque volta potev'essere tentato di
commettere una bassa o indecente azione; conciliavano al cittadino nella
privata sua condizione i riguardi ed anche il rispetto di coloro che
trovavansi momentaneamente constituiti in dignità; perciocchè sapevano i
capi del popolo, che tutta la loro autorità procedeva da coloro che
temporariamente ubbidivano, e che ella ritornerebbe ai medesimi; per
ultimo, questi stessi vocaboli di sovranità del popolo, rendevano la
patria cara a tutti i suoi figli; ognuno sapeva che lo stato gli
apparteneva in quel modo ch'egli medesimo apparteneva allo stato; ognuno
era pronto a tutto arrischiare, per salvare la cosa più onorata e più
preziosa da lui posseduta, cioè la sua parte nella sovranità; ognuno
conosceva i doveri che gli erano imposti da così luminosa prerogativa,
da così sacro carattere; ognuno era disposto a rendersene degno, anche,
se bisognava, col sagrificio della vita.
_L'autorità dei mandatarj del popolo ritorna al popolo dopo un
determinato tempo; niuno de' mandati del popolo è irrevocabile_. Questo
secondo assioma dei repubblicani italiani loro sembrava, più che ogni
altra cosa, essere il fondamento della loro libertà, e l'essenza delle
loro repubbliche; perciò non ammisero giammai nè autorità, nè
magistrature ereditarie, tranne la prerogativa di cittadino. Ed ancora
quando queste repubbliche degenerarono più tardi in aristocrazie o in
istrettissime oligarchie, non fu per questo abbandonato il principio
fondamentale dell'amovibilità di tutte le magistrature. Non furono già i
diritti delegati dal popolo, che vennero dati a vita, o renduti
ereditarj, ma i diritti del popolo medesimo che si trovarono concentrati
in un ristrettissimo numero di famiglie, dopo che si erano spente tutte
le altre. La nuova nobiltà non era che la rappresentazione degli antichi
popolani; e perciò che risguarda l'antica nobiltà, gl'Italiani, lungi
dal tenere questo titolo come un diritto esclusivo a governare, non le
perdonavano neppure l'impero ch'essa esercitava sull'opinione in onta
alle leggi; così spesso esclusero da ogni pubblico impiego i grandi,
renduti troppo formidabili dalle loro ricchezze e da' loro clienti nelle
campagne.
La repubblica di Venezia era la sola in cui si vedesse un magistrato,
anzi lo stesso capo dello stato, eletto a vita: e per molti rispetti
Venezia poteva considerarsi come una monarchia elettiva; la sua
costituzione, assai più antica che tutte le altre, ne aveva fatto da
principio un ducato; ma col lungo volgere de' secoli si erano sempre
andate diminuendo le prerogative del doge per darle alla repubblica. Una
sola volta si volle anche in Firenze creare un gonfaloniere perpetuo; ma
si era preventivamente indicata l'autorità che potrebbe deporlo, ed
effettivamente venne deposto dopo dieci anni. In queste due repubbliche,
siccome in tutte le altre, la durata delle funzioni di tutti i
magistrati era temporaria.
Per altro coll'andare del tempo quasi tutte le repubbliche italiane
ebbero un capo discendente da una famiglia favorita da' voti del popolo;
ma la costituzione non riconosceva in questo capo verun potere
ereditario. La confidenza del popolo trasmetteva al figlio di un Medici,
di un Bentivoglio o di un Baglioni, l'autorità esercitata da suo padre;
ma tale autorità era rivocabile tosto che cessava la confidenza del
popolo; e verun cittadino, per potente che si fosse, non era supposto
avere diritti indipendenti da quelli della repubblica.
Rispetto alle magistrature, non solo il mandato del popolo in virtù del
quale si esercivano, era rivocabile, ma era limitato da brevissimo
termine. La suprema autorità nello stato era poche volte confidata per
più di due mesi; in ragione della minore importanza dell'impiego, se ne
protraeva alquanto più la durata; non pertanto, ad eccezione di Venezia,
non eravi pubblica carica che continuasse più di un anno.
L'esistenza di facoltà irrevocabili in una repubblica implica una specie
di contraddizione. Come può mai supporsi che il popolo, dal quale emana
l'autorità, dichiari a' suoi mandatarj che gli autorizza a conservarla,
sia che ne facciano abuso o no, sia che giustifichino le speranze dei
loro committenti, o sia che si mostrino indegni della loro confidenza;
sia che l'avanzamento dell'età li renda più atti alle funzioni che
esercitano, o sia che li renda incapaci di adempirle? Quindi
l'amovibilità di tutte le cariche è in qualche modo la guarenzia della
costante attività di coloro che le occupano, e de' continui loro sforzi
per rendersene degni. Ma questo principio era probabilmente stato spinto
troppo in là nelle repubbliche italiane, ed i loro legislatori avevano
dimenticato, che, se importa assai che i magistrati non rimangano troppo
a lungo in carica, affinchè non diventino meno attivi, importa
egualmente che il loro regno non sia circoscritto a troppo pochi giorni,
affinchè lo stato non abbia a soffrire dal tirocinio incessantemente
ripetuto dei nuovi eletti.
Finalmente, _chiunque esercita un'autorità emanata dal popolo è
risponsabile verso il popolo dell'uso che ne fa_. Era precisamente per
dare a quest'ultima massima una più illimitata applicazione, che si era
circoscritta a così breve tempo la durata di tutte le magistrature. In
alcune affatto moderne costituzioni, si è trovato il modo di far pesare
la risponsabilità sui ministri, anche in mezzo alle loro funzioni, senza
attaccare l'autorità da cui emana il loro potere. Nelle repubbliche,
tranne il caso di rivoluzione, la risponsabilità non viene esercitata
sui magistrati, che dopo la cessazione delle loro funzioni. Nell'uno e
nell'altro sistema, l'effetto è sempre il medesimo: lo stato non ha
giammai bisogno di affrettare il supplicio di alcuni grandi colpevoli;
non corre nessun rischio, aspettando ch'escano di carica; ma bensì ha
bisogno d'inspirare a tutti i depositarj del potere un timore salutare;
di far loro sentire che, per quanto grandi si figurino di essere, per
quanto sembrino indipendenti le loro funzioni, giugnerà sempre l'istante
in cui si troveranno deboli in faccia ad altri più potenti di loro; in
cui dovranno rendere conto della loro gestione a chi avrà diritto di
chiederlo, ed in cui non rimarrà impunito verun abuso del potere, veruna
violazione delle leggi o della libertà del popolo, veruna malversazione.
La distinzione tra la responsabilità del ministero inglese, che si
esercita quando il ministro è ancora in funzione, e la responsabilità
repubblicana che non comincia che quando il magistrato è tornato
semplice cittadino, è più apparente che reale. Non avvi alcun ministero
inglese che non possa, col mezzo di arti ben note, o almeno collo
scioglimento del parlamento, ritardare per un anno intero la prova della
sua responsabilità. Ma nel corso di un anno i primi magistrati della
repubblica fiorentina avevano sei volte deposto il bastone del comando,
sei volte altri nuovi signori, rientrati nel grado di semplici
cittadini, si erano trovati soggetti al giudizio di coloro che potevano
chieder conto della loro amministrazione.
Per vie meglio accertare la responsabilità di tutti gli uomini rivestiti
di qualche potere, tutte le costituzioni repubblicane d'Italia avevano
leggi analoghe al _divieto_ ed al _sindicato_ de' Fiorentini. Il
_divieto_ era un forzato riposo cui erano ridotti i magistrati quando
uscivano di carica. Dovevano essi astenersi dalle magistrature per lo
meno tanto tempo, quanto era stato quello delle loro funzioni, e spesso
ancora per un tempo molto più lungo: rientravano allora nell'eguaglianza
repubblicana; trovavansi allora soggetti, come tutti gli altri
particolari, all'impero delle leggi, all'autorità di coloro cui avevano
precedentemente comandato, all'azione dei tribunali, che loro potevano
chiedere conto della condotta che avevano tenuta. Il _sindicato_ era una
disamina politica, che teneva dietro alla cessazione dell'impiego di
tutti coloro che avevano avuto parte in un'amministrazione di danaro, o
nell'autorità giudiziaria; per costoro la responsabilità non era
soltanto eventuale, ma necessaria; dovevano purgarsi da ogni sospetto
intorno alla passata loro amministrazione, entro quel determinato numero
di giorni che seguiva immediatamente la cessazione delle loro funzioni.
Tutto il sistema della libertà italiana può risguardarsi come
rappresentato da questi tre assiomi; e secondo lo spirito de' secoli
passati, se si applica ai vocaboli il loro primitivo significato, non
quello che si è loro dato ne' moderni tempi, le costituzioni che sono
fondate su questi tre principj erano realmente le più libere di tutte.
Infatti le repubbliche italiane erano più libere che tutte quelle della
Germania, che le città imperiali ed anseatiche, che i Cantoni svizzeri,
che le corporazioni delle Province unite, e forse ancora più che le
repubbliche dell'antichità. Sì le une che le altre non si erano proposte
lo scopo di proteggere i cittadini contro il governo, ma di creare un
governo, che compiutamente rappresentasse il popolo, e che fosse in
qualche maniera identico con lui; sì le une come le altre dopo di averlo
costituito, eransi astenute con una cieca ed illimitata confidenza dal
porre limiti all'esercizio del suo potere.
Ma le costituzioni italiane facevano derivare tutti i poteri dal popolo,
e li facevano tutti risolvere nella sovranità del popolo, ben più che
quelle di origine tedesca. Conoscevano esse più esplicitamente questa
sovranità; esse stabilivano un'amovibilità di tutti gl'impieghi più
universale, ed una rotazione più rapida; ed assicuravano assai meglio la
responsabilità de' pubblici funzionarj. La costituzione di Ginevra era
forse la più perfetta, e la più libera delle costituzioni svizzere: a
Ginevra, i sindaci, primi magistrati dello stato, duravano un anno, ma
non erano che i presidenti di un consiglio esecutivo eletto a vita; gli
ordini da loro dati si confondevano con quelli di questo consiglio, e il
sindaco non era chiamato a veruna responsabilità. Gli _avvieri_ a Berna,
i _borgomastri_ a Zurigo, i _landamanni_ negli altri cantoni, trovavansi
nella medesima relazione tra un consiglio inamovibile ed il popolo.
Uscendo di carica dopo un anno, essi restavano sempre membri di questo
consiglio, che non solo aveva concorso a tutte le loro misure, e perciò
risguardavasi obbligato a difenderli, ma che era inoltre depositario di
tutta l'autorità giudiziaria dello stato, che solo aveva il diritto di
condannare il magistrato colpevole, e che in favor suo e contro al
popolo si trovava nello stesso tempo e giudice e parte. Tutti i
magistrati romani, lasciando le loro funzioni, rientravano egualmente
nel senato, e se dovevano riconoscere un altro giudice fuori del senato,
erano almeno sempre protetti da questo corpo potente.
Per lo contrario un gonfaloniere ed un priore di Firenze, di Lucca, di
Siena, di Bologna, o di Perugia, non solo più non era in carica dopo due
mesi, ma dopo un anno più non trovava nella repubblica un corpo che
fosse ancora composto dei medesimi individui che formavano il detto
corpo al tempo della sua amministrazione. Il collegio de' gonfalonieri,
quello de' buoni uomini, il consiglio comune, quello del popolo, tutto
era stato rinnovato; niuno di loro prendeva interesse pel magistrato
tratto in giudizio, niuno aveva avuto parte ne' di lui atti arbitrarj, e
non si adoperava per sottrarlo dalle mani della giustizia. Dopo spirate
le sue funzioni, il primo magistrato della repubblica più non era in
faccia alla legge che un semplice cittadino.
La responsabilità de' magistrati, la dignità de' cittadini, l'emulazione
di tutte le classi della nazione, devono essere considerate come i veri
principj della libertà italiana, e le vere cagioni della prosperità
degli stati repubblicani. Questo è ciò che veramente li distingue dagli
assoluti principati che esistevano contemporaneamente in Italia; ed
infatti se si esaminano i necessarj risultamenti di questi principj, si
vedrà che devono produrre nelle repubbliche una gran massa di felicità e
più ancora una gran massa di virtù.
E prima, sebbene l'insieme delle garanzie, che noi risguardiamo oggi
come costituenti l'essenza della libertà, non fosse stata ricercata dal
legislatore, nè riclamata dal cittadino, pure questa civile libertà,
questa sicurezza di ogni individuo, non può essere violata senza
cagionare un male comune. Quindi ogni magistrato, che sentivasi
risponsabile di qualunque atto d'oppressione, di severità, o
d'ingiustizia, sentivasi trattenuto, quando le sue passioni avrebbero
potuto strascinarlo, da un sentimento di timore che non era ragionato.
Il giudice forastiero non riceveva altra istruzione che quella che gli
era data negli assoluti principati; egli poteva a voglia sua impiegare a
Firenze, come a Milano o a Napoli, le più crudeli torture per iscuoprire
i delitti, i più spaventosi supplicj per punirli. Ma a Firenze la sua
autorità spirava dopo un anno, ed in allora la sua condotta veniva
esaminata da persone da lui indipendenti, che non erano a lui legate da
alcun partito, e che per lo contrario, siccome quelle che battevano la
carriera de' pubblici impieghi, avevano bisogno del pubblico favore. Se
esso giudice aveva esercitate non necessarie crudeltà, se aveva contro
di sè stesso provocato l'odio del pubblico, non poteva in verun modo
sottrarsi al giudizio del _sindicato_.
I primi magistrati, senza essere i giudici abituali della repubblica,
potevano qualche volta occupare il potere giudiziario; potevano
esercitare un giudizio statario contro i loro nemici o contro i loro
emuli; potevano violentare gli stessi consiglj; potevano punire non le
sole azioni, ma le scritture, le parole, e perfino i pensieri; ma dopo
due mesi altri priori, scelti dal popolo tra una grande moltitudine di
eleggibili, dovevano essere rivestiti di tutta quell'autorità che i
primi avevano deposta. Questi nuovi priori potevano essere gli amici, i
parenti, i fratelli di coloro ch'erano stati vessati, e potevano
vendicarsi colle medesime armi. La costituzione della repubblica
ripeteva sempre ad ogni uomo in carica questa massima del Vangelo: _Non
giudicate, e non sarete giudicati._
Finalmente non era stabilito verun limite alla manìa de' regolamenti: la
legge poteva colpire il cittadino in una quantità di particolari, che
non dovrebbero essere di sua competenza; ma tutti coloro che
concorrevano a fare questa legge, non ignoravano che altri e non essi
avrebbero l'incarico di farla eseguire, e che entro poche settimane, o
tutt'al più entro pochi mesi, vi sarebbero ancor essi subordinati come
gli ultimi de' loro concittadini. Quindi sebbene la civile libertà,
quale l'intendiamo nella presente età, non fosse nè conosciuta, nè
definita, sebbene non avesse alcuna delle guarenzie credute più
necessarie, dessa era assai meglio rispettata nelle repubbliche italiane
che in verun altro stato dell'Europa; ogni cittadino si credeva sicuro
in vita del godimento della sua sostanza e del suo onore; non temeva che
arbitrarie restrizioni fossero imposte alla sua industria; ogni sua
facoltà aveva un libero sfogo; tutte le vie che conducono alla fortuna
erano aperte alla sua attività, ai suoi talenti: e la fiducia nella
propria sicurezza si faceva maggiore, quando confrontava la protezione
che gli dava la repubblica col continuo stato di timore e di dipendenza
in cui vivevano i sudditi dei vicini principi.
Pure la forma repubblicana e quasi democratica del governo contribuiva
meno alla sicurezza del cittadino, che ai progressi della sua virtù ed
all'intero perfezionamento della sua anima. Considerando la libertà come
noi facciamo, pare che si faccia consistere la felicità nel riposo; gli
antichi la riponevano invece in una costante attività; il desiderio del
cittadino non era in allora quello di dormire in pace in casa sua, ma di
distinguersi con singolari talenti sulla pubblica piazza, ne' consiglj,
e nelle magistrature, cui chiamavalo la sorte a vicenda; voleva
conseguire da sè medesimo tuttociò che la natura gli aveva permesso di
ottenere, compiere con un pubblico corso la sua educazione come uomo
fatto, e trasmettere a' suoi figli, come eredità, la gloria che avrebbe
acquistata.
Quest'emulazione, che non esiste nei governi dispotici, che ne' moderni
governi rappresentativi è l'appannaggio soltanto di un piccolo numero di
persone, nelle repubbliche italiane era comune all'intera massa del
popolo. La rapidità con cui si rinnovavano tutte le magistrature, tutti
i consiglj, chiamava a vicenda in brevissimo spazio di tempo tutti i
cittadini ad esercitare la propria influenza sulla repubblica. Non eravi
un solo individuo, il quale per soddisfare ai doveri cui sarebbe
bentosto chiamato, non dovesse fissare la sua opinione sull'esterna
politica di tutta l'Europa, su quella che si confaceva alla sua patria,
sulle finanze, sull'amministrazione, sulla legislazione e la giustizia;
non eravi un solo individuo che non dovesse agire dietro questa propria
opinione, che non potesse essere chiamato a renderne ragione, e che in
appresso non si trovasse risponsabile di ciò che dessa gli avrebbe fatto
fare.
Se dobbiamo risguardare come il migliore de' governi quello che procura
a tutti i cittadini maggiori godimenti e felicità, sarà giusto di tener
conto del continuo divertimento di una nazione; poichè, a non dubitarne,
il governo che le procura quest'aggradevole occupazione dello spirito,
contribuisce assai più alla sua felicità, che quello che le procurerebbe
tutti i piaceri fisici. Sotto questo punto di vista non si può dubitare
che una nazione, i di cui cittadini tutti hanno lo spirito sempre
svegliato, sempre occupato, e rinnovato da idee variate, profonde, ed
ingegnose, non trovi in questo solo esercizio un continuo piacere;
piacere che non potrebbero farle gustare nè le meccaniche occupazioni
cui sarebbero soltanto addette tutte le classi inferiori se non fossero
libere, nè i grossolani sollievi che le offrirebbero i diletti de' sensi
dopo il lavoro. Non eravi minore diversità tra i piaceri cui poteva
aspirare un cittadino fiorentino, e quelli cui doveva limitarsi un
gentiluomo napolitano, di quella che può esservi tra i piaceri del
filosofo o del letterato, e quelli dell'operajo. La felicità e la
sventura sono proprie di tutte le umane condizioni, e forse la loro
somma è abbastanza egualmente compensata; ma la felicità dell'uomo che
ha coltivato il suo spirito ed il suo cuore e sviluppate tutte le sue
facoltà, è più conforme alla dignità della nostra natura, ed in pari
tempo più nobile e più dolce: e quando si è gustata una sola volta, più
non si vorrebbe farne cambio con quella che è frutto soltanto del riposo
e dei materiali piaceri.
Pure non è il divertimento, parte così essenziale della felicità, non è
la felicità medesima, che debbano essere lo scopo della nostra vita, o
quello del governo; ma sibbene il perfezionamento dell'uomo. Spetta al
governo il dare compimento alla destinazione che l'umana natura ha
ricevuta dalla provvidenza; e può credersi che abbia conseguito il suo
scopo, quel governo che quando ha proporzionalmente sollevato un maggior
numero di cittadini alla più alta dignità morale di cui sia suscettibile
l'umana natura. Ora, nella storia del mondo intero, forse nulla ci dà
l'idea di una maggiore propagazione di lumi, di ragionevolezza, di
cognizioni politiche morali ed amministrative, di coraggio civile, di
prontezza e giustezza di spirito, quanto lo spettacolo che presenta
Firenze, quando, fra ottantamila abitanti che conteneva questa città,
due in tre mila cittadini occupavano con un rapido giro tutte le
principali cariche dello stato, e dirigevano il loro governo con tanta
saviezza, con tanta dignità, con tanta fermezza, che gli davano, tra gli
stati dell'Europa, un posto infinitamente superiore alla misura della
sua popolazione e delle sue ricchezze. La signoria, rinnovata dalla
sorte ogni due mesi, sopra una lista composta di mercanti e di artigiani
chiamati ad entrare sei volte all'anno ne' segreti della politica, dava
ai consiglj de' re ed ai senati delle aristocrazie lezioni di prudenza e
di giustizia, che questi sarebbero stati felici di poter seguire.
Il più potente mezzo d'incoraggiare i progressi dello spirito, è senza
dubbio quello di far gustare i piaceri ch'essi procurano. Niuno di
coloro che potevano associare alle domestiche loro occupazioni, ai loro
meccanici lavori, le alte meditazioni che richiede l'esercizio della
sovranità, si privava di questo piacere: perciò quanto la posterità di
questi medesimi uomini è notabile per la sua non curanza intorno a tutto
ciò che trovasi fuori della ristrettissima periferia de' suoi interessi
del giorno, altrettanto i repubblicani fiorentini erano animati da una
insaziabile avidità d'imparare. Non eravi veruna cognizione, per quanto
lontana fosse dal domestico loro stato, che non potesse trovare la sua
applicazione nella pratica del governo. Giammai l'oscurità della loro
condizione rendeva impossibile che la loro patria facesse uso delle loro
cognizioni; e se in allora facevasi manifesta la loro ignoranza, essi
venivano messi in ridicolo, o svergognati dai loro concittadini.
Mentre che il punto d'onore ed il timore del biasimo gli spingevano
costantemente verso la scienza, verso la virtù, e verso il morale
sviluppo di tutte le loro facoltà; l'insieme della loro esistenza era
pubblico: e soltanto coll'acquistare la stima de' loro concittadini,
potevano altresì sperare di ottenerne i suffragj. Qualunque volta si
procedeva ad uno scrutinio generale e si rinnovavano tutte le borse
della signoria, non era un solo cittadino nello stato la di cui pubblica
o privata condotta, le di cui virtù ed i politici talenti, le di cui
maniere, la di cui capacità non diventassero oggetto dell'osservazione
di tutti. Una certa quale censura era in allora esercitata dalla
pubblica opinione sul complesso della vita d'ogni membro dello stato; e
non eravi alcun uomo, nel quale il timore del biasimo o la speranza
degli onori, non risvegliassero que' virtuosi sentimenti, che senza
questo stimolo sarebbero facilmente rimasti assopiti nel fondo del suo
cuore.
Tale era il sistema dell'antica libertà, ed in particolare della libertà
italiana; sistema tanto diverso da quello adottato ai nostri giorni, che
appena coloro che tengono dietro al primo possono intendere l'altro. Noi
siamo oggi arrivati ad una dottrina più filosofica intorno all'essenza
del governo, a principj più applicabili ad ogni specie di costituzione.
Ma sebbene il sistema degli antichi fosse affatto diverso dal nostro,
sebbene non desse le molte guarenzie che noi a tutta ragione
risguardiamo come essenziali alla sicurezza de' cittadini, conteneva
però il germe di più grandi cose, e doveva produrre degli uomini che i
nostri governi meglio costituiti forse non produrranno giammai. La
libertà degli antichi, siccome la loro filosofia, aveva per iscopo la
virtù; la libertà de' moderni, siccome la loro filosofia, non si propone
che la felicità.
La migliore lezione che possa ricavarsi dal confronto di questi sistemi,
sarebbe d'imparare a combinarli assieme. Invece di escludersi a vicenda,
essi sono fatti per darsi vicendevolmente la mano. Una delle specie di
libertà pare sempre essere la più breve via e la più sicura per giugnere
all'altra. Oramai il legislatore più non deve perdere di vista la
sicurezza de' cittadini, e le guarenzie che i moderni hanno ridotte in
sistema; ma deve altresì ricordarsi che d'uopo è cercare il maggiore
sviluppo morale. La sua opera non è compiuta, quando è giunto a rendere
il popolo solamente tranquillo: e quando ancora questo popolo è
contento, e felice, può rimanere ciò nulla meno qualche cosa da farsi al
legislatore, perchè il suo assunto lo obbliga a terminare la morale
educazione dei cittadini. Moltiplicando i loro diritti, chiamandoli a
parte della sovranità, accrescendo il loro interessamento per la cosa
pubblica, loro insegnerà a conoscere i proprj doveri, ed instillerà loro
in pari tempo il desiderio e la facoltà di adempierli.