_Quali sono le cause che mutarono il carattere degl'Italiani
dopo essere state ridotte in servitù le loro repubbliche._
Nel leggere la storia degl'Italiani del quindicesimo e sedicesimo
secolo, trovando ad ogni tratto nomi di famiglie, di città, di villaggi
tuttavia esistenti, trovando che il linguaggio non è mutato, che la
natura è ancora la medesima, rapportiamo sempre, involontariamente e per
così dire senz'avvedercene, ciò che conosciamo de' moderni Italiani a
quelli di cui studiamo le azioni; suppliamo per mezzo del confronto a
ciò che manca nel quadro istorico, e ci persuadiamo di esserci formata
un'idea tanto più esatta de' tempi passati, quanto meglio conosciamo i
tempi attuali. Pure questo stesso confronto risveglia una certa quale
incredulità che costantemente accompagna il lettore; la di lui
diffidenza sta sempre in guardia contro tutte le narrazioni di cose
grandi ed eroiche, ed il severo giudizio che diedero le altre nazioni
intorno ai moderni Italiani, viene dal pregiudizio esteso fino a coloro,
ai quali deve l'Europa il rinnovamento della civilizzazione.
E per ispirare confidenza nelle antiche virtù, e per ottenere indulgenza
a favore dei deboli moderni, è conveniente e giusto di mostrare per
quali potenti cagioni si mutò il carattere degl'Italiani; in qual modo
dalla prima infanzia fino all'estrema vecchiaja si fanno loro bevere
corrompitori veleni; con quanta cura venne distrutta la loro energia, la
loro vivacità condannata all'ozio, umiliata la loro fierezza, e corrotta
la loro sincerità. Una profonda compassione per una nazione così
riccamente dotata dalla natura, così crudelmente depravata dagli uomini,
dev'essere il risultato di quest'esame. Rimontando all'esterna cagione
che innestò in essa tutti questi difetti, si rimane facilmente convinto,
che non sono inerenti alla di lei natura; e si è più disposto a saperle
buon grado di tutte le qualità che tuttavia le rimangono, e di tutte le
virtù che potè sottrarre alla perniciosa influenza sotto la quale viene
educata. Fra quanti vizj noi osserveremo nelle istituzioni della moderna
Italia, non avvene un solo che non faccia in certo modo l'apologia
degl'Italiani.
Il sole dell'Italia non è meno caldo, nè la terra meno fertile, che per
lo innanzi; le svariate viste degli Appennini sono egualmente ridenti, i
suoi fianchi egualmente sparsi di abbondanti acque, egualmente coperti
da una rigogliosa e magnifica vegetazione. Tutti gli animali,
indivisibili compagni dell'uomo, conservano la pristina loro bellezza, e
le loro abitudini; l'uomo stesso, nascendo in questa terra tanto
favorita dal cielo, riceve ancora la stessa vivace e pronta
immaginazione, la stessa suscettibilità di passionate impressioni, la
stessa attitudine di spirito per colpir tutto, per imparar tutto nello
stesso tempo. Pure il solo uomo è mutato, perchè l'organizzazione
sociale lo riceve dalle mani della natura e lo modifica, la sua potenza
lo investe nello stesso tempo da ogni lato, e le quattro istituzioni che
hanno un'influenza più universalmente estesa, la religione,
l'educazione, la legislazione ed il punto d'onore, si combinano per
agire contemporaneamente sopra tutti gli abitanti.
Di tutte le forze morali cui l'uomo va soggetto, quella che può fargli
maggior bene o maggior male, è la religione. Tutte le opinioni che si
riferiscono ad interessi superiori a quelli di questo mondo, tutte le
credenze, tutte le sette esercitano sui sensi morali e sul carattere
umano una prodigiosa influenza. Niuna per altro penetra più avanti nel
cuore dell'uomo quanto la religione cattolica, perchè niun'altra è così
gagliardamente costituita, niuna si è così compiutamente assoggettata la
filosofia morale, niuna ridusse in più stretta servitù le coscienze,
niuna instituì, com'essa fece, il tribunale della confessione, che
riduce tutti i credenti nella più assoluta dipendenza del suo clero,
niuna ha ministri più indipendenti da ogni spirito di famiglia, e perciò
più intimamente uniti dall'interesse e dallo spirito di corporazione.
L'unità della fede, che non può essere che il risultamento di
un'assoluta servitù della ragione alla credenza, e che conseguentemente
non trovasi presso verun'altra religione in così eminente grado come
nella cattolica, obbliga tutti i membri di questa chiesa a ricevere i
medesimi dommi, ad assoggettarsi alle stesse decisioni, ad uniformarsi
a' medesimi insegnamenti. Non pertanto l'influenza della religione
cattolica non è eguale in tutt'i tempi ed in tutti i luoghi; ella operò
diversamente assai in Francia ed in Germania, da quello che fece in
Italia e nella Spagna; anche la di lei influenza non fu pure sempre
uniforme in questi ultimi paesi; ella variò press'a poco all'epoca del
regno di Carlo V, che corrisponde, rispetto all'Italia, alla distruzione
delle repubbliche de' secoli di mezzo. Le osservazioni che saremo
chiamati a fare intorno alla religione dell'Italia, o della Spagna, ne'
tre ultimi secoli, non devonsi applicare a tutta la chiesa
cattolica[367].
[367] Giudiziosamente l'imparziale storico previene il lettore di
non dar colpa alla Chiesa cattolica, cioè universale, di ciò che può
rimarcare di riprensibile in alcune parziali chiese, le quali,
sebbene concorrano a formare quella chiesa, che riconosciamo come
santa nella sua unità, cattolicità ed apostolicità, non possono però
individualmente pretendere alla santità ed infallibilità della
dottrina. _N. d. T._
Siamo qui ridotti ad accennare soltanto la rivoluzione che si operò
nella chiesa romana verso la metà del sedicesimo secolo: perchè
abbisognerebbero discussioni troppo lunghe ed estranee al nostro
soggetto, per farne tutta comprendere l'estensione. I papi Paolo IV, Pio
IV, Pio V, e Gregorio XIII, furono quelli che operarono tale
rivoluzione; il loro spirito persecutore cambiò del tutto lo spirito
della corte di Roma e quello della chiesa italiana; e nello stesso tempo
il concilio di Trento sostituì la più gagliarda e più imponente
_organizzazione_ al legame spesso rilasciato che univa i principi della
Chiesa colla numerosa loro milizia. Fino a quell'epoca, avevano i papi
contratta una specie d'alleanza coi popoli contro i sovrani; non avevano
fatte conquiste che a danno de' re; dovevano il loro innalzamento e
tutti i loro mezzi di resistenza al potere dello spirito opposto alla
forza brutale, e più ancora per politica che per gratitudine si erano
creduti obbligati di sviluppare questo potere dello spirito. Essi
avevano fatto nascere, essi dirigevano, e chiamavano in loro ajuto la
pubblica opinione; proteggevano le lettere e la filosofia, ed inoltre
permettevano, con una tal quale liberalità, a' filosofi ed a' poeti di
deviare dall'angusta linea dell'ortodossia; per ultimo fomentavano lo
spirito di libertà, e proteggevano le repubbliche. Ma quando una metà
della chiesa, seguendo le insegne della riforma, scosse il loro giogo, e
ritorse contro di loro que' lumi della filosofia ch'essi avevano
lasciato risplendere, allora un terrore profondo, incusso loro da questo
spirito medesimo di libertà che avevano incoraggiato, da questa pubblica
opinione che fuggiva loro di mano e diventava possente di per sè sola,
li determinò a cambiare tutta la loro politica. Invece di mantenersi
alla testa dell'opposizione contro i monarchi, sentirono il bisogno di
fare causa comune con loro, onde contenere avversarj più formidabili de'
sovrani. Contrassero perciò la più stretta alleanza con questi, e
particolarmente con Filippo II, il più dispotico di tutti; e d'allora in
poi ad altro non pensarono che a comprimere le coscienze, ed a ridurre
in ischiavitù lo spirito umano: infatti gli posero un cotal giogo, che
gli uomini non avevano mai portato.
Si disse più volte ne' paesi protestanti, che la riforma era riuscita
utile anche alla Chiesa romana; nè quest'osservazione si scosta affatto
dal vero. In Francia, in Germania, ed in tutti i paesi in cui le due
comunioni trovansi in faccia l'una all'altra, l'esempio e la rivalità
del culto contribuiscono a renderle ambedue migliori[368]. Cadauno evitò
di dare all'altra occasione di redarguirla o di accusarla; e l'alto
clero della corte di Roma partecipò in un'altra maniera a questa
riforma. Una grandissima mutazione ne' suoi costumi, un grande
accrescimento di fervore nel suo zelo, illustrarono il nuovo periodo che
comincia col concilio di Trento. Dopo quest'epoca, la corte romana cessò
di essere una pietra di scandalo. I papi ed i cardinali furono d'allora
in poi sempre sinceramente e costantemente animati dallo spirito della
loro religione. La loro autorità crebbe a dismisura ne' paesi da' quali
poterono tenere affatto lontana la riforma: ma la conseguenza di tale
autorità, e dello zelo cui andava debitrice, non furono per avventura
apprezzate pel giusto loro valore.
[368] Intendasi rispetto alla morale, perciocchè rispetto al domma
le sette accattoliche non possono in istretto senso migliorare, che
abjurando gli errori che le separano dalla vera Chiesa. _N. d. T._
Esiste a non dubitarne un'intima unione tra la religione e la morale, ed
ogni uomo dabbene dev'essere convinto che il più nobile tributo che la
creatura possa dare al Creatore, si è quello di avvicinarsi a lui colle
sue virtù. Però la filosofia morale è una scienza assolutamente distinta
dalla teologia[369]: ha le sue leggi nella ragione e nella coscienza;
porta con sè il proprio convincimento, e dopo avere dato uno sviluppo
allo spirito colla indagine de' suoi principj, soddisfa il cuore colla
scoperta di ciò che è veramente bello, giusto e conveniente. La Chiesa
si rese padrona della morale, siccome di cosa di sua pertinenza;
sostituì l'autorità de' suoi decreti, e le decisioni de' padri a' lumi
della ragione e della coscienza, lo studio de' casisti a quello della
filosofia morale, e così mise in luogo del più nobile esercizio dello
spirito una servile abitudine.
[369] Anzi la vera e sana teologia non fa che rendere più perfetta
la morale. _N. d. T._
La morale, del tutto snaturata tra le mani de' casisti, diventò
straniera non meno al cuore che alla ragione: perdette di vista i mali
che ogni nostro fallo poteva arrecare a qualche creatura, per non avere
altre leggi che le supposte volontà del Creatore; rigettò la base che le
aveva data la natura nel cuore di tutti gli uomini, per formarsene una
affatto arbitraria. La distinzione de' peccati mortali da' veniali
cancellò quella che trovavamo noi stessi nella nostra coscienza tra le
offese più gravi e le più perdonabili: e si videro disposti gli uni a
canto agli altri i delitti che ispirano il più profondo orrore, co'
falli che la nostra debolezza è appena capace d'evitare.
I casisti presentarono all'esecrazione degli uomini, nel primo ordine
tra i più colpevoli, gli eretici, gli scismatici, i bestemmiatori.
Talvolta riuscirono a risvegliare contro di loro l'odio il più violento,
e quest'odio era più criminoso che l'errore che lo aveva eccitato: altre
volte non poterono trionfare della compassionevole ragione del popolo,
il quale non iscorgeva in questi grandi colpevoli che uomini strascinati
dall'ignoranza, dall'errore, o da irriflessa abitudine. Nell'un caso e
nell'altro, il salutare orrore che deve ispirare il delitto fu
considerabilmente diminuito; l'assassino, l'avvelenatore, il parricida,
vennero associati ad uomini che si conciliavano un involontario
rispetto. Le buone azioni degli eretici accostumarono a dubitare della
virtù medesima; la loro dannazione fece risguardare la riprovazione come
una sorta di fatalità; ed il numero de' colpevoli si andò talmente
moltiplicando, che l'innocenza parve quasi impossibile[370].
[370] Il lettore cattolico distinguerà il fatalismo dalle
conseguenze de' giusti, ma imperscrutabili decreti di Dio, che
gratuitamente salva gli eletti, e giustamente condanna i reprobi.
_N. d. T._
La dottrina della penitenza sovvertì vie maggiormente la morale di già
confusa dall'arbitraria distinzione de' peccati. Era senza dubbio una
consolante promessa quella del perdono del cielo pel ritorno alla virtù,
e quest'opinione è tanto conforme a' bisogni ed alle debolezze
dell'uomo, che formò parte di tutte le religioni. Ma i casisti avevano
snaturata questa dottrina, imponendo precise forme alla penitenza, alla
confessione ed all'assoluzione[371]. Un solo atto di fede e di fervore
fu dichiarato bastante per cancellare una lunga lista di delitti. La
virtù, invece di essere lo scopo costante di tutta la vita, più non fu
che un conto da liquidarsi in punto di morte. Più non vi fu un peccatore
così accecato dalle sue passioni, che non progettasse di dare, prima di
morire, alcuni giorni alla cura della sua salvezza, e che sedotto da
tale confidenza non rallentasse la briglia alle sue sregolate
inclinazioni. I casisti avevano oltrepassato il loro scopo col fomentare
tanta confidenza, ed invano predicarono poi contro il _ritardo della
conversione_: erano essi soli i creatori di questo sregolamento dello
spirito, sconosciuto agli antichi moralisti; si era presa l'abitudine di
non considerare che la morte del peccatore, e non la sua vita, e
quest'abitudine diventò universale.
[371] Contro le opinioni del nostro autore sul conto della
confessione, il lettore cattolico troverà in ottimi libri chiare ed
ortodosse istruzioni, senza che il traduttore debba entrare in
lunghe disamine. _N. d. T._
La funesta influenza di tale dottrina si rende in Italia oltremodo
sensibile, qualunque volta viene condotto al patibolo qualche grande
delinquente. La solennità del giudizio e la certezza della pena
colpiscono sempre il più ostinato di terrore, poscia di pentimento.
Veruno incendiario, veruno assassino, veruno avvelenatore, viene tratto
al patibolo senza avere fatta, con profonda compunzione, una buona
confessione, e senza fare in seguito una buona morte: il confessore
dichiara la sua vera fede, dichiara che l'anima del penitente ha di già
presa la via del cielo; ed il popolo sciocco si contrasta a' piè del
patibolo le reliquie del nuovo santo, del nuovo martire, i di cui
delitti l'avevano forse per più anni compreso di spavento.
Nulla dirò dello scandaloso traffico delle indulgenze, e del vergognoso
prezzo che si pagava da' penitenti per ottenere l'assoluzione del prete.
Il concilio di Trento si prese il pensiero di minorarne l'abuso; per
altro anche presentemente il prete riconosce il suo sostentamento da'
peccati e da' terrori del popolo; il peccatore moribondo versa con mano
prodiga in messe ed in rosarj il danaro spesse volte raccolto con iniqui
mezzi; fa tacere a prezzo d'oro la sua coscienza, e si forma agli occhi
degli ignoranti un concetto di pietà[372]. Ma si risguardarono le
indulgenze gratuite, quelle che in forza delle concessioni pontificie si
ottenevano con qualche esteriore atto di pietà, come meno abusive; ad
ogni modo non si saprebbe conciliarne l'esistenza con verun principio di
moralità. Quando vedonsi, per modo d'esempio, promessi dugento giorni
d'indulgenza per ogni bacio fatto alla croce posta in mezzo al Coliseo,
quando si vedono in tutte le chiese d'Italia tante indulgenze plenarie
che si guadagnano con tanta facilità, come mai conciliare o la giustizia
di Dio o la sua misericordia col perdono accordato a così debole
penitenza, o co' gastighi riservati a colui che non trovasi a portata di
guadagnarle per così facile strada?
[372] Questi abusi della credulità ingannata sono caldamente
detestati dai cattolici illuminati e dallo stesso Clero, cui non
devono ascriversi le prevaricazioni e le perfidie di pochi
individui. _N. d. T._
Il potere attribuito al pentimento, alle cerimonie religiose, alle
indulgenze, tutto si era riunito per persuadere al popolo, che l'eterna
salute o l'eterna dannazione dipendevano dall'assoluzione del sacerdote;
e fu forse questo il più funesto colpo dato alla morale. L'accidente e
non la virtù fu così chiamato a decidere dell'eterna sorte dell'anima
del moribondo. L'uomo della più specchiata virtù, quello la di cui vita
era stata la più pura, poteva essere sorpreso da subita morte
nell'istante in cui la collera, il dolore, o la sorpresa, gli avevano
strappato di bocca uno di que' profani vocaboli, che l'abitudine ha
renduti così comuni, ma che, giusta le decisioni della Chiesa, non
possono pronunciarsi senza cadere in peccato mortale; allora eterna
doveva essere la dannazione di costui, perchè non si era trovato
presente un sacerdote per accettare la di lui penitenza ed aprirgli le
porte del paradiso. Il più scellerato di tutti gli uomini, coperto
d'ogni delitto, poteva per lo contrario provare uno di que' momentanei
ravvicinamenti alla virtù, che non sono sconosciuti a' cuori più
depravati; poteva fare una buona confessione, una buona comunione, una
buona morte, ed assicurarsi il paradiso.
Così la morale fu interamente pervertita, ed i lumi naturali, quelli
della ragione e della coscienza, che giovano a distinguere l'uomo
dabbene dal malvagio, furono costantemente contraddetti dalle decisioni
de' teologi, i quali dichiaravano dannato il primo, che una funesta
vicenda aveva precipitato in un irremissibile errore, e beato l'altro,
che, toccato dalla grazia, aveva offerto un efficace pentimento[373].
[373] Intorno alla dottrina della predestinazione, leggasi il
prezioso libro di sant'Agostino _de Correctione et Gratia_, che
rischiara tutte le opposizioni fondate sull'umano raziocinio. _N. d.
T._
Nè la cosa si ristrinse entro questi confini: la Chiesa collocò i suoi
comandamenti a canto alla gran tavola delle virtù e de' vizj, il di cui
conoscimento fu stampato nel nostro cuore. Essa non gli spalleggiò con
una sanzione tanto formidabile quanto quelli della divinità, e non fece
dipendere dalla loro esecuzione l'eterna salute; ma diede loro una forza
che mai non ottennero le leggi della morale. L'omicida, ancora tutto
lordo dei sangue poco anzi versato, mangia di magro divotamente anche
nell'atto che sta meditando un altro assassinio; la prostituta colloca
presso al suo letto un'immagine della Vergine, innanzi alla quale recita
divotamente il suo rosario; il sacerdote, convinto di avere giurato il
falso, non caderà giammai nell'inavvertenza di bere un bicchiere d'acqua
prima di dire la messa: perciocchè quanto più un uomo vizioso fu severo
osservatore de' precetti della Chiesa, tanto più si sente nel suo cuore
dispensato dall'osservanza di quella celeste morale, cui sarebbe d'uopo
sagrificare le sue depravate inclinazioni.
Pure la vera morale non lasciò mai di essere l'argomento de' sermoni
della Chiesa; ma l'interesse sacerdotale corruppe nella moderna Italia
tutto quello che toccò. L'amore del prossimo è il fondamento delle virtù
sociali; il casista, riducendolo a precetto, dichiarò che si peccava col
dir male del prossimo; ma con ciò venne a proibire a tutti il
pronunciare quella giusta opinione che deve separare la virtù dal vizio,
e soffocò la voce della verità; così, accostumando a far sì che i
vocaboli non esprimano il pensiero, altro non fece che accrescere la
segreta diffidenza di ogni uomo rispetto a tutti gli altri. La carità è
la virtù per eccellenza del Vangelo; ma il casista insegnò a dare al
povero pel vantaggio della propria anima, e non per soccorrere il suo
simile; rendette comune l'elemosine indistinte che incoraggiarono il
vizio e l'infingardaggine; ed all'ultimo deviò a beneficio del monaco
mendicante i principali fondi della pubblica carità. La sobrietà e la
continenza sono virtù domestiche che conservano le facoltà
degl'individui, e mantengono la pace delle famiglie: il casista vi
sostituì i cibi detti magri, i digiuni, le vigilie, i voti di virginità
e di castità, ed a lato a queste monacali virtù potevano radicarsi nel
cuore la gola e l'impudicizia. La modestia è la più amabile qualità
dell'uomo posto in qualche elevata carica; ma la modestia non esclude un
certo qual giusto orgoglio, che lo sostiene contro le proprie debolezze,
e lo consola nelle traversie; il casista vi sostituì l'umiltà, la quale
si associa al più insultante disprezzo delle altre persone.
Tale è l'inesplicabile confusione entro la quale i dottori dommatici
gettarono la morale, e se ne resero esclusivamente arbitri; così,
assistiti dall'autorità civile ed ecclesiastica, proscrissero
ogn'indagine filosofica tendente a stabilire le regole della probità
sopra altre basi che le loro, ogni disamina di principj, ogni richiamo
all'umana ragione. E non contenti di rendere la morale una particolare
loro scienza, ne fecero un segreto, depositandola interamente nelle mani
de' confessori e de' direttori delle coscienze. Lo scrupoloso cristiano
deve, in Italia, rinunciare alla più bella facoltà dell'uomo, quella di
studiare e di conoscere il proprio dovere; gli si raccomanda di
scacciare ogni pensiero che potesse fargli smarrire la via da loro
additata, e l'orgoglio umano capace di sedurlo; e qualunque volta
s'abbatte in qualche dubbiezza, qualunque volta si trova in qualche
difficoltà, deve ricorrere alla sua guida spirituale. Con ciò la prova
delle avversità, così propria ad innalzare l'uomo, lo rende sempre più
schiavo; e quegli ancora che fu veracemente e puramente virtuoso, non
saprebbe rendersi conto delle regole che si è egli stesso imposte[374].
[374] L'autore generalizza forse troppo questi principj; poichè, se
non altro in pratica, fu sempre permesso ai dotti l'esame delle
verità non rivelate. _N. d. T._
Sarebbe quindi impossibile il dire quanto in Italia riuscisse perniciosa
alla morale l'istruzione religiosa[375]. Non avvi in Europa verun altro
popolo più costantemente addetto alle sue pratiche religiose, e che vi
sia più universalmente fedele; pure non ve n'ha alcuno che osservi meno
i doveri e le virtù di questo cristianesimo cui mostrasi tanto
attaccato. Gl'Italiani imparano non già ad ubbidire alla propria
coscienza, ma a deluderla; tutti pongono in salvo le loro passioni, col
beneficio delle indulgenze, con mentali riserve, con progetti di
penitenza, e colla speranza di una vicina assoluzione; e ben lungi che
la probità vi sia guarentita dal più caldo fervore religioso, quanto più
un uomo si mostra scrupoloso nelle sue pratiche di divozione, tanto più
si deve a ragione diffidare di lui.
[375] Cioè di quegl'ignoranti ecclesiastici abborriti anche dai
dotti ed illuminati teologhi, che alla semplice e santa morale del
vangelo sostituirono superstiziose pratiche ed insegnamenti che non
possono, senza ingiustizia, imputarsi alla chiesa. _N. d. T._
Tra le forze morali che agiscono sopra la società l'educazione è la
seconda in potenza. Coloro ch'essa ha posti in su la via della virtù
possono ancora essere traviati nel corso della loro vita; coloro che
furono dall'educazione depravati, possono tuttavia essere ricondotti sul
sentiere della virtù e del dovere. Ma la religione stende la sua
influenza o benefica o funesta su tutto il corso della vita; trova
appoggio nell'immaginazione della gioventù, nell'esaltata tenerezza di
un sesso più debole, e ne' terrori dell'età avanzata: segue l'uomo fino
ne' suoi più reconditi pensieri, e lo raggiugne anche quand'egli si è
sottratto ad ogni umano potere. Pure è così grande la reciproca
influenza dell'educazione sulla religione, e della religione
sull'educazione, che appena possono separarsi queste due informatrici
cagioni de' caratteri nazionali.
Infatti l'educazione mutossi in Italia, quando si mutò la religione.
Quando alcuni papi, guidati soltanto dal fanatismo, vennero sostituiti a
coloro che non avevano dato retta che all'ambizione, l'educazione fu
affidata a nuove mani. I due nuovi ordini de' Gesuiti, e de' Scolopj,
s'impadronirono di tutti i collegj; e si vide tutt'ad un tratto e
dovunque assolutamente cessare quell'ammaestramento indipendente dato a
migliaja di scolari da' celebri filologi, i Guarini, gli Aurispa, i
Filelfi, i Pomponio Leto ec. Questa così numerosa classe di precettori,
che diedero un così rapido movimento allo studio della letteratura nel
quindicesimo secolo e nel principio del sedicesimo, non aveva forse
seguita una filosofia affatto scevra da errori, nè aveva avuti troppo
liberali opinioni; ma ciascheduno di loro era indipendente; ognuno era
spalleggiato dalla propria riputazione; la di lui scuola rivalizzava con
tutte le altre; ed egli cercava, spinto da gelosia verso i suoi emuli,
di scoprire o di abbracciare un nuovo sistema. Egli adoperava tutta la
forza del suo spirito, e tutte risvegliava le facoltà de' suoi scolari,
appellandosi sempre della sua parziale dottrina all'esame ed al giudizio
del pensiere, unica autorità che potesse decidere tra professori tutti
eguali. I monaci, che presero il posto di questi uomini tanto attivi,
vennero strettamente legati ad una corporazione. Senza prendersi cura
del buono o cattivo esito delle loro scuole, che non poteva alterare il
loro voto di povertà, ed unicamente intenti a quello del loro ordine,
tutto riferivano alla disciplina che avevano ricevuta, tutto
assoggettavano all'autorità spirituale, in nome della quale parlavano,
denunciando il richiamo all'umana ragione come una ribellione contro le
loro dottrine immediatamente emanate dalla divinità.
Nelle scuole di cotali nuovi istitutori cessò bentosto ogni sforzo dello
spirito. Permisero bensì a' loro discepoli di giugnere a quelle
cognizioni di già acquistate, ch'essi non giudicarono pericolose; ma
loro vietarono l'esercizio delle facoltà che avrebbero potuto farne loro
acquistare di nuove. Ogni filosofia venne subordinata alla regnante
teologia; e rispetto a tutti gli altri sistemi, tutt'al più si presero
da loro gli argomenti co' quali si potevano confutare. Ogni morale venne
assoggettata alle decisioni della Chiesa e de' casisti, e più non si
permise di ricercare nel cuore que' principj che dall'autorità erano di
già stati giudicati. Ogni politica si modellò sull'interesse del governo
dominante, ed ogni elevato pensiero venne bandito da una scienza che,
invece di essere la più indipendente di tutte, diventò la più servile.
Pure lo studio dell'antichità non fu sbandito dai collegj; ma come
poteva mai avere un reale allettamento per la gioventù? Come mai giovare
all'istruzione del cuore e della mente, dopo essere stato spogliato
d'ogni nobile sentimento? Qual valore poteva darsi all'antica eloquenza,
allorchè l'amore di libertà veniva considerato come spirito di
ribellione, e l'amore di patria si condannava come un culto quasi
idolatro? Quale impressione poteva fare la poesia, mentre che la
religione degli antichi trovavasi costantemente opposta a quella de'
moderni, siccome le tenebre alla luce, o quando le sensazioni di un
cuore appassionato si spiegavano dai monaci ai fanciulli? Quale
interesse risvegliare poteva lo studio delle leggi, delle costumanze,
delle abitudini dell'antichità, quando non si confrontavano colle
astratte nozioni di una veramente libera legislazione, di una pura
morale, di abitudini che nascono dal perfezionamento dell'ordine
sociale?
Quindi lo studio dell'antichità, siccome ogni altra scienza monastica,
diventò una scienza positiva, una scienza di fatti e di autorità, in cui
più non ebbero veruna parte nè la ragione, nè il sentimento.
S'insegnarono ottimamente ai fanciulli italiani le eleganze della lingua
del Lazio, vale a dire i vocaboli e le regole dei vocaboli; ottimamente
pure la prosodia, ossia le regole della versificazione, sicchè sapessero
fare versi latini, quali possono farsi da chi possiede tutte le qualità
proprie del poeta, tranne il pensiero e la passione; venne loro
insegnata la mitologia con tanta accuratezza, da fare sovente arrossire
quegli uomini medesimi che credono d'avere avuta una classica
educazione; ma l'indipendenza del pensiero era talmente sbandita da ogni
sistema d'educazione, che non potevasi insegnar loro la rettorica o la
poetica, che dietro autorità universalmente ricevute, e formanti quasi
una nuova ortodossia; onde la stessa teorica della bella letteratura non
produsse in Italia verun'opera singolare[376]. Possiamo domandarci quale
nuovo pensiere abbia acquistato un giovane dopo un cotal corso di studj,
come siansi sviluppati il suo cuore e la sua mente, e se non gli sarebbe
tornato lo stesso vantaggio dallo studio delle antichità peruviane, come
da quello delle antichità greche o latine, insegnategli senza il modo di
sentirle.
[376] Queste idee dell'autore, alquanto astratte, o peccano
d'oscurità, o sono esagerate. Gratuita ad ogni modo può chiamarsi
l'asserzione di non avere la bella letteratura prodotta verun'opera
singolare. _N. d. T._
Sotto un tale metodo d'ammaestramento alcuni uomini, felicemente
organizzati, svilupparono la loro memoria; e se avevano inoltre ricevuto
dalla Natura una feconda immaginazione ed il delicato senso
dell'armonia, poterono emergere poeti nel nativo idioma, senza che i
loro pedagoghi abbiano potuto soffocare i loro talenti. Ma la parte
infinitamente maggiore di loro giacque in un'assoluta inerzia di
spirito. Non solo un giovane italiano non pensa, ma non sente neppure il
bisogno di pensare; ed il profondo suo ozio sarebbe un supplicio per un
uomo de' paesi settentrionali, sebbene fosse questi naturalmente e meno
attivo e meno impetuoso. Tale ozio fu dall'abitudine trasformato in
bisogno, e quasi in piacere[377]. Si occupò tutta l'età della
fanciullezza in modo di non lasciare luogo all'esercizio della facoltà
di ragionare. I monaci che dirigono le occupazioni de' giovinetti,
tolsero tutto il fervore dalle loro preghiere, tutta l'attenzione dagli
studj, tutta l'intenzione da' loro piaceri, tutta l'espansione dalle
loro relazioni.
[377] Sebbene alquanto copertamente, si viene dal nostro autore
tacciando gl'Italiani di non voler abbandonare il classicismo per
seguire i settentrionali. Più modesto del signor Schlegel e di
madama de Stael ec., non osa far pompa delle nuove dottrine del così
detto _romanticismo_; ma ne sparge accortamente i semi. Sì:
gl'Italiani si gloriano di pensare come i classici greci e latini, e
d'imitarli; e penseranno ancora come i settentrionali e gli
imiteranno, quando questi sapranno produrre più perfette cose che
finora non hanno prodotte. _N. d. T._
Gli esercizj di pietà occupano una non piccola parte delle ore dello
scolaro; ma basta che col suono della sua voce si faccia macchinalmente
conoscere presente. Le lunghe monotone preghiere non possono fissare la
sua attenzione; lo stesso formolario, le mille volte ripetuto, più non
parla nè alla sua mente, nè al suo cuore. Mentre un breve esercizio di
divozione avrebbe avvisata la sua coscienza, i rosarj, ripetuti per fino
tre volte al giorno senza intenderli, lo avvezzano a separare totalmente
il suo pensiero dal suo linguaggio; e questo diventa un esercizio di
distrazione, se non lo è d'ipocrisia[378].
[378] Nel _Collegio Romano_, risguardato come il principale
stabilimento d'educazione del mondo cattolico, ogni scolaro deve
ogni giorno ripetere, oltre varie altre preghiere, cento sessanta
volte l'_Ave Maria._
Altre ore sono destinate allo studio delle lingue, della mitologia,
della prosodia, di alcune epoche della storia; ma si chiama a ricevere
queste lezioni la sola memoria, la memoria che non è risvegliata dalle
altre più nobili facoltà del nostro essere, la memoria che per
ubbidienza si carica d'un peso di cui non conosce l'uso, e che non
ravvisa altro scopo nello studio della sua lezione che quello di
recitarla. Lo scolaro non si presta che languidamente a tale incumbenza:
colui che forse dalla natura era stato dotato della più dichiarata
attitudine ad imparare, lascia abbrutire questa facoltà che non viene
mai occupata; colui che sente nel suo cuore i semi del più nobile
entusiasmo, non trova cosa che serva a svilupparlo. Ambidue risguardano
con un certo quale disgusto i vocaboli e le sterili regole affastellate
nella loro memoria. Nell'istante in cui la sua educazione è terminata,
ognuno discaccia con piacere dal suo capo tutto ciò che vi aveva
ricevuto senza incorporarlo giammai al suo pensiere.
Vero è che nelle scuole e nei seminarj d'Italia viene accordato qualche
tempo al sollievo del corpo ed agli esercizj; ma l'ubbidienza e la
disciplina monastica tengono dietro allo scolaro anche nel breve tempo
che pretendesi di accordare ai suoi divertimenti. Ogni giorno, nell'ora
medesima, esce dal seminario la lunga processione degli scolari: essi
camminano a due a due, vestiti di lunghe sottane: due preti li
precedono, altri si trovano frammischiati nelle file, altri stanno alla
coda. Nè mai accelerano il passo, nè mai lo rallentano; mai non
raccolgono un fiore; mai non osservano l'industria di un insetto; mai
non esaminano la conformazione di un sasso; mai non riunisconsi in
gruppi per giuocare, per disputare, per parlare con confidenza.
L'autorità monastica è sospettosa, avendo imparato a diffidare
dell'uomo, ed a non vedere nel presente secolo che corruzione. Nulla
v'ha che al pedagogo non dia cagione di timore o pei costumi del suo
allievo, o per la disciplina della sua scuola, o per la sua personale
autorità. I legami di amicizia tra i suoi discepoli diventano a' suoi
occhi un cominciamento di cospirazione, e si affretta di romperli; le
confidenze sarebbero lezioni di mal costume, e le rende impossibili; lo
spirito di corporazione degli scolari tenderebbe a ristringere la sua
autorità, ed egli l'attacca come una ribellione; premia i delatori, e
tutto accorda a colui che gli sagrifica il suo compagno.
Infelice quella nazione che viene così educata! Cosa avrebbe potuto
imparare nelle sue scuole, fuorchè a diffidare del suo simile, ad
adulare, a mentire? Che altro le rimane di tutti i suoi studj, se non se
il disgusto di quanto imparò, e l'incapacità di abbandonarsi a nuova
applicazione? Il suo lavoro non potè in essa produrre che l'inerzia del
pensiere; la distribuzione delle pene e delle ricompense dovette
inspirarle l'ipocrisia; i suoi monaci, tenendola lontana da ogni
pericolo, ne indebolirono e snervarono gli organi, rendendola diffidente
di sè medesima e vile. Gli è un conforto per la nazione italiana
d'essere stata in circostanze di provare coll'esperienza, che i vizj che
le si rinfacciano non derivano da lei, ma dalle sue instituzioni. Mentre
che ella sperimentava i funesti risultati dei sistemi stabiliti nel suo
seno, una straniera rivoluzione strascinò violentemente moltissimi suoi
giovani allievi nelle scuole degli oltramontani; ed in allora bentosto
sviluppando essi quell'attività della mente tenuta così lungamente
compressa, avidamente abbracciarono quella scienza dalla quale si erano
prima mostrati alieni, e gettarono lontano da loro quella doppiezza,
quella pieghevolezza, non da altro loro insinuate che dalla disciplina
cui erano stati prima assoggettati. La stessa educazione dei militari
campi, o quella dell'amministrazione civile, basta talvolta a far cadere
la crosta formata da un'instituzione monastica; e l'Italia vede oggi con
orgoglio innalzarsi tra la sua gioventù uomini degni delle sue antiche
repubbliche, uomini che, cancellando la servile impronta ond'erano stati
segnati, conservarono tutto il genio nazionale.
Sono allievi formati dall'educazione monastica che la legislazione
italiana riceve all'uscire dalle scuole, per conformarli al giogo e
farne sudditi ubbidienti. I pensieri di questi allievi non s'innalzarono
giammai verso veruna specie d'astrazione; giammai non si fecero a
disaminare ciò che dev'essere, ma soltanto ciò che è; mai non
rintracciarono l'origine di qualsiasi autorità, essendosi loro
rappresentata ogni cosa, in questo mondo e fuori, come fondata
sull'autorità; e la loro mente si è fatta troppo infingarda per potere
giammai risalire alla sorgente di ciò che si sottomette a credere.
Guidati come ciechi nella loro educazione, e ciecamente ubbidienti ai
loro preti, trovaronsi disposti ad offrire la medesima ubbidienza ai
loro principi[379]. Non è già un eroico attaccamento, verso alcune
famiglie, che si è radicato in tale o tale altro popolo d'Italia, come
spesso si vide in altre monarchie, ma un'ubbidienza indolente, e che non
è fondata che nell'avversione della lotta e nel costante desiderio del
riposo. _Ubbidienza a chi comanda_, è una massima proverbiale
rappresentante un complesso di tutti i doveri politici e di tutti i
precetti della prudenza.
[379] Nel supposto dell'autore, l'ubbidienza che gl'Italiani
avrebbero prestata ai loro principi non sarebbe stata libera, ma
cieca e servile; e gl'illuminati sovrani della presente età,
richiedendo dai loro sudditi una ragionevole ubbidienza, non
vorranno abbandonarli più oltre al monachismo. _N. d. T._
Quindi il dispotismo non ha bisogno di trasvestirsi; un sovrano potere,
un illimitato potere viene attribuito al principe; e non avvi verun
diritto, sia sacro quanto si voglia, che si creda intangibile dalla
sovrana possanza. Le leggi sono semplici emanazioni della volontà del
monarca, che non fu consigliato da altra persona; e ciò viene indicato
dal nome che portano di _motu proprio_. Le sentenze civili e criminali
possono essere riformate dai suoi rescritti: egli sospende a favore di
un individuo le processure de' creditori; accorda ad un altro la
restituzione _in integrum_ dei diritti perduti già dal medesimo in forza
di preventiva prescrizione; legittima un terzo che è bastardo per farlo
succedere co' suoi fratelli, o in pregiudizio de' suoi cugini; scioglie
a favore di un quarto i vincoli della primogenitura, perchè possa
disporre, con pregiudizio de' suoi figli, dei beni che loro sono
sostituiti. I privilegj delle corporazioni non lo trattengono più di
quelli delle private famiglie, e cambia a suo piacere e per privato fine
le costumanze delle città e le prerogative dei diversi ordini dello
stato[380].
[380] I descritti abusi, forse praticati da qualche sovrano
d'Italia, giovano a far meglio sentire la retta e paterna
amministrazione degli altri. _N. d. A._
Nello stesso modo che tutto dipende dalla sola volontà del principe,
tutto si compie ancora dalla medesima, senza discussione, senza pubblica
deliberazione, senza che la nazione venga in verun modo chiamata a parte
di ciò che si vuole decidere intorno ai suoi destini. La critica dei
varj sistemi economici o politici adottati dal governo, sarebbe un
delitto; è pure vietato lo scrivere la storia de' moderni tempi, perchè
potrebbe tentare i sudditi a giudicare di ciò che devono risguardare
come al di sopra del corto loro discernimento. Per ultimo le gazzette,
che il generale uso d'Europa costringe a tollerare, mai non contengono,
sotto la data d'Italia, che slanci del pubblico tripudio pel passaggio
di un principe, pel suo matrimonio, o pei natali de' suoi figliuoli.
La giurisprudenza criminale è quella parte della legislazione che ha più
immediato contatto colla libertà de' cittadini; ed è perciò quella che
può più d'ogni altra alterarne il carattere. Ne' paesi in cui la
processura è tuttavia pubblica, ogni causa criminale è una grande scuola
di morale per gli uditori. L'uomo volgare, che spesso ha bisogno di
essere sostenuto contro le gagliarde tentazioni che lo circondano,
impara all'udienza, che anche il delitto commesso nel segreto della
notte, senza testimonj e con tutte le precauzioni che può suggerire la
prudenza della malvagità, viene non per tanto al chiaro, condottovi da
una serie d'imprevedute circostanze; che la confusa coscienza del
colpevole è la prima a tradirlo, e ch'egli non ha ottenuto alcun
vantaggio da que' delitti che credeva dovere tutti appagare i suoi
desiderj. Conosce che l'autorità che tiene aperti gli occhi sopra di lui
è benefica ed illuminata, e che non castiga il delitto che dopo averlo
conosciuto. Accompagna con tutto il suo cuore la discussione, e mentre
egli lotta a favore dell'innocenza, senza rincrescimento abbandona il
colpevole a tutto il rigore delle leggi.
Ma quando la processura si eseguisce segretamente, che non è
accompagnata da veruna discussione, da verun dibattimento che chiami il
pubblico a parte del giudizio, allora la sentenza capitale non offre
verun compenso alla società per la perdita de' suoi membri. Tra coloro
che assistono al supplicio, altri, compresi da terrore, accusano il
giudice d'ingiustizia e di crudeltà, e prendono soltanto interesse per
gli sventurati, dei quali non conoscono che i patimenti; altri si
ostinano ne' malvagi loro sentimenti, persuadonsi che il condannato non
soggiacque che per propria imprudenza, e che, trovandosi essi nel caso
suo, sarebbero più fortunati, perchè più accorti. Tutti infine vanno
d'accordo a non trovare nella giustizia criminale che un potere
persecutore, un potere odioso; si uniscono per sottrarre egualmente
tutti i prevenuti alla di lei azione, e caricano di una specie d'infamia
tutti coloro che in qualsiasi modo contribuiscono al compimento della
processura.
Questa lega contro la giustizia criminale si è realmente formata in
tutta l'Italia a cagione del profondo segreto onde si cuopre la
processura; e tanto è radicata la prevenzione contro i suoi ministri,
che la stessa legge fu forzata ad adottarla. Gli arcieri dei tribunali,
i caporali ed i birri, sono dichiarati infami; ed è facile il
comprendere che gli uomini che acconsentono ad abbracciare un mestiere
infamato dal pubblico disprezzo e dal disprezzo della stessa legge, si
dispongono a meritare l'infamia della loro condizione. Pure fra costoro
si sceglie il bargello, che chiamasi egli stesso loro capo, e nello
stesso tempo eseguisce le incumbenze di pubblico accusatore innanzi ai
tribunali, e di primo magistrato di polizia. L'infamia del suo primo
mestiere lo siegue in questa più ragguardevole carica. L'uomo probo si
vergogna di avere relazione di qualsiasi sorta col bargello, d'avere da
lui ricevuto qualche servigio: a fronte di ciò qualunque cittadino sente
continuamente che la sua riputazione, la sua libertà, la sua vita,
dipendono dalle segrete informazioni di quest'ufficiale. Non avvi
persona che possa dirsi sicura di non essere arrestata nel cuore della
notte nella sua propria casa, legato, tradotto in lontano paese, in
forza della sola autorità di quest'uomo, che dà conto del suo operato al
solo ministro di polizia, o al presidente del _buon governo_[381].
L'Italia è probabilmente il solo paese del mondo, in cui l'infamia
legale, invece di essere incompatibile col potere, sia una condizione
richiesta per esercitare una certa autorità.
[381] Coloro che conoscono l'Italia non hanno bisogno che si vadano
loro indicando i pochi stati presi qui di mira dallo storico. _N. d.
T._
Sarebbe così turpe cosa e vergognosa l'esporsi ad essere paragonato ad
un bargello, ad un birro, che un Italiano di qualunque condizione,
quando non abbia perduto ogni buon nome, non concorrerà giammai a
tradurre un delinquente nelle mani della giustizia. Un impudente furto,
uno spaventoso omicidio, potrebbero eseguirsi in mezzo alla pubblica
piazza, che la folla, anzi che moversi ad arrestare il colpevole, si
aprirebbe per lasciargli adito alla fuga, e si richiuderebbe per
trattenere i birri che lo inseguissero. Il testimonio interrogato
intorno ad un delitto commesso sotto i suoi occhi si reputa offeso,
perchè si tenti di farlo parlare come un delatore. Così viva è la
compassione che eccita il prevenuto, così universale la diffidenza della
giustizia del giudice, che ben di rado i tribunali ardiscono sprezzare
questa generale opinione e pronunciare una sentenza capitale. Ma ciò non
torna a vantaggio dei prevenuti; questi languiscono talvolta nelle
prigioni molti anni, o sono rilegati in paesi di cattivo aere, dove la
natura fa lentamente e dolorosamente ciò che il giudice non ebbe il
coraggio di fare; ma l'esempio della pena che segue il delitto, è
perduto affatto pel pubblico.
In quasi tutta l'Italia il giudizio delle cause civili e criminali
trovasi abbandonato ad un solo giudice. Forse saranno andati errati
negli altri paesi, credendo di moltiplicare i lumi col moltiplicare i
giudici; ed egli è il vero che quanto più ristretto è il numero de'
giudici, tanto più ognuno di loro sente crescere la propria
responsabilità, e si fa debito di attentamente studiare quella causa
nella quale il solo suo suffragio può avere tanta influenza; ma si
snatura un tribunale ristringendolo ad un solo uomo: più non gli si
lascia il mezzo di separare i suoi privati affetti, le sue passioni, i
suoi pregiudizj, dalle opinioni che va formando come uomo pubblico; si
espongono le parti ad essere danneggiate dal suo cattivo umore e dalla
sua impazienza, e gli si toglie il freno salutare che gl'impone la
necessità d'esporre i suoi motivi ai proprj colleghi per guadagnarli
alla propria opinione. Il cuore dell'uomo viene frequentemente agitato
da movimenti contrarj alla giustizia o alla morale, i quali
contribuiscono alle sue determinazioni senza ch'egli se ne accorga.
Anche colui che li sente ne conoscerebbe tutta la turpitudine, ed
arrossirebbe di assoggettarsi alla loro influenza, se fosse costretto a
manifestarli. Come mai un giudice si ridurrebbe a dire ad alta voce:
«Quest'uomo ha una fisonomia che mi spiace; questi è colui che mi
rispose insolentemente, e che mi negò il saluto; è quegli di cui io
aveva preveduta la cattiva riuscita; quegli di cui io aveva uditi elogj
tanto ridicoli ed inquietanti, e mi è ben caro che sia caduto in
errore?» Eppure questa gioja di vederlo colpevole è pur troppo reale, e
dispone a trovare tutte le prove bastanti per condannarlo.
Ad ogni modo il prevenuto deve ancora riputarsi felice, quando il solo
giudice innanzi al quale deve presentarsi, siede regolarmente sul suo
tribunale; ma qualunque volta l'accusatore gode buona opinione presso il
presidente del _buon governo_, o che questi non vuole affatto perdere il
colpevole, o che l'accusa verte sopra falli non contemplati da veruna
legge, o che trattasi di punire opinioni o sentimenti sepolti nel
segreto del cuore, oppure che il ministero vuole spalleggiare la
domestica autorità d'uno sposo sopra la consorte o di un padre sopra i
figli, il ministro della polizia dà al vicario o al bargello l'ordine di
formare il processo _per via economica_. In questi processi, chiamati
_economici_ o _camerali_, l'accusato non viene ammesso a difendersi, non
gli si partecipano nè l'imputazione, nè le prove addotte contro di lui,
e tutt'al più ha occasione d'indovinare il titolo dell'accusa dal suo
interrogatorio, se pure si dà il caso che venga interrogato. La stessa
sentenza contro di lui pronunciata, non dal giudice istruttore, ma da
quello della capitale, non è motivata: d'ordinario questa non eccede la
prigione in propria casa, o in un convento, la rilegazione o l'esilio;
per altro non pochi sciagurati vennero da una sentenza _camerale_ chiusi
nel fondo di una torre, o rilegati in paese malsano, per combattere
colla febbre pestilenziale delle Maremme; e ne' tempi di politiche
turbolenze, si videro ordinati in _forma economica_ molti infamanti
supplicj.
E per tal modo il salutare effetto che la giustizia doveva operare sulla
moralità del popolo fu interamente perduto in tutta l'Italia, e produsse
anzi sulla maggior parte un effetto affatto contrario. Ogni suddito
trema innanzi ad una autorità non risponsabile delle sue azioni, che non
va soggetta a veruna legge, che, almeno per conto di alcuni suoi
ministri, non lo è neppure a quelle dell'onore; ognuno si crede sempre
circondato da delatori e da segrete spie, e non potendo mai trovare
sicurezza nel testimonio della propria coscienza, si vede forzato a
diventare abitualmente dissimulatore, cortigiano e vile. Il castigo non
gli sembra giammai una necessaria conseguenza del delitto; i supplicj,
non altrimenti che le malattie, diventano ai suoi occhi colpi di un
fatalismo che opprime l'umana natura; onde il timore di subirli mai non
lo distorna dal cammino del delitto; ed un assassinio non lo priverà nè
del pubblico favore, nè degli asili per così lunga età offerti dalle
chiese[382], nè di quelli che offrono anche a' dì nostri i vicini
numerosi confini dei piccoli stati, ne' quali è divisa l'Italia.
Infatti, ad eccezione della Spagna, verun altro paese non fu giammai
macchiato da maggior numero di assassinj quasi sempre impuniti.
[382] Malgrado il _motu proprio_, nello stato ecclesiastico, le
chiese servono ancora di rifugio agli assassini ed ai ladri.
A tutte queste cagioni d'immoralità, d'uopo è aggiugnervi le abitudini
di ferocia, date fino quasi ai presenti giorni dallo spettacolo della
tortura. Questo supplicio dei prevenuti, assai più crudele che quello
de' colpevoli, era sempre destinato all'esempio, sebbene verun esempio
sia forse più funesto che quello dei tormenti di un uomo, contro il
quale non si ha alcuna prova, e che deve sempre presumersi innocente. Il
governo pontificio prendeva le convenienti misure a fine che, durante il
carnevale, si desse ogni mattina un colpo di corda ad un certo numero di
prevenuti, riservando tutte le pene capitali per lo spettacolo della
settimana grassa, che chiude questi allegri giorni. Questo terribile
cumulo di supplicj veniva appoggiato al desiderio di premunire il popolo
contro il pericolo delle passioni nel principio di cadauno di que'
giorni consacrati al tripudio; ed il popolo, sempre avido di commozioni,
non vi cercava che dei dolori fisici, che in appresso andava a cercare
nuovamente nei combattimenti dei tori sul molo del sepolcro d'Augusto.
Allora Roma moderna non poteva invidiare le pugne de' gladiatori di Roma
idolatra: che se l'arena non era bagnata da tanto sangue, più crudeli
invece e più lunghi erano i patimenti che formavano lo spettacolo.
La morale influenza della civile legislazione non ha la forza della
criminale sopra coloro che sono colpiti dall'ultima; ma la prima è più
universale, siccome quella che tocca tutti gl'individui. Tra i sudditi
tutte le proprietà si distribuiscono secondo le disposizioni delle leggi
civili, e questa distribuzione fu mutata nella circostanza della
soppressione della libertà. I principi, creandosi una nuova nobiltà,
vollero rendere indipendente da ogni vicenda il patrimonio di quelle
famiglie; a tale oggetto incoraggiarono i padri a fondare per testamento
perpetue sostituzioni, primogeniture, commende, dando loro in tal
maniera, anche dopo la morte, un diritto sulle loro proprietà,
spogliandone le susseguenti generazioni, e riducendole a non godere che
il fedecommesso di un diritto limitato dall'autorità de' loro antenati,
e dall'aspettativa de' loro discendenti. Le più fatali conseguenze non
tardarono ad emergere da quest'innovazione nella legislazione, che
diseredava i vivi a favore degli estinti e de' figliuoli che non erano
ancora nati; furono queste tanto evidenti, che nel diciottesimo secolo i
più saggi principi cercarono di abolire i fedecommessi favoreggiati dai
loro predecessori. I detentori de' terreni, più non considerandosi che
come usufruttuarj, parevano farsi un dovere di danneggiare un fondo di
cui non potevano disporre a voglia loro: la loro fortuna più non essendo
proporzionata all'estensione de' loro beni, uno stato d'angustia e di
miseria, piuttosto che uno stato di opulenza, diventò ereditario colle
grandi proprietà; i creditori, ingannati dalle grosse rendite di cui
godeva un grande proprietario, trovavansi spogliati, quando esso
proprietario moriva, del danaro sovvenutogli. Tale ingiustizia
incoraggiava i sovventori all'usura, i sovvenuti alla mala fede, e
complicò ed accrebbe all'infinito le procedure tra gli uni e gli altri.
Frattanto l'intera nazione si era abituata ad avere prima d'ogni altra
cosa riguardo alla conservazione delle famiglie, e più non v'ebbe alcun
padre che nel suo testamento non sagrificasse tutte le sue figlie ai
maschi, tutti i minori al primogenito, e la propria vedova alla sua
prole. Tutte le domestiche relazioni si mutarono con questa cattiva
distribuzione delle proprietà. Fu distrutto il filiale rispetto verso la
madre, quando questa si trovò per la propria sussistenza dipendente dal
suo figlio: fu esiliata l'amicizia tra i fratelli, perchè questa vuole
l'eguaglianza, e non può mantenersi tra un assoluto padrone e prezzolati
adulatori.
Non solo i figli minori ebbero una parte minore d'assai di quella dei
primogeniti, ma il padre di famiglia si fece un particolar dovere
d'impedire ogni divisione della sua proprietà; assicurando soltanto a'
suoi più giovani figli la mensa in casa, o come chiamasi dagl'Italiani
_il piatto_, ed in conseguenza condannandoli all'ozio ed alla viltà. Non
può attivarsi verun ramo d'industria senza un piccolo capitale; convien
fare una qualche spesa per apprendere qualsivoglia professione; non si
possono professare le lettere senz'avere impiegato un capitale in una
sempre dispendiosa educazione: non si può essere agricoltore senza
terreni, mercante senza fondi, fabbricatore senza avere gli strumenti
necessarj e le materie prime. La maggior parte de' cadetti, esclusi in
Italia a motivo della povertà loro da tutti gl'impieghi, sono forzati a
vivere sempre dipendenti e sempre oziosi. E siccome le famiglie vi sono
numerose, appunto perchè il padre non è chiamato a provvedere alla sorte
de' suoi figli; che un solo fra sei fratelli prende moglie, e lascia
tanti figliuoli quanti ebbe fratelli; i quattro quinti della nazione
sono dannati a non avere veruna proprietà, verun interesse nella vita,
veruna speranza, e a non contribuire con verun lavoro alla prosperità
dei loro compatriotti. Una così numerosa classe di oziosi deve
necessariamente moltiplicare i vizj.
Le nazionali abitudini di giustizia furono ancora pervertite dalla
costante pratica del ricorso alla grazia nelle cause civili.
Sagrificando la legge una giustizia reale ad un'apparenza di diritto,
aveva di già renduto difficilissimo l'acquisto della prescrizione;
questa in molte cause non può allegarsi che dopo un periodo centenario;
e quand'ancora si è acquistato questo diritto, è spesso in Italia
annullata dal principe con lettere di grazia. È pure necessario in
Italia un numero di sentenze maggiore, che in ogni altro paese, per dare
ad una decisione la forza di _cosa giudicata_. Ma, anche dopo l'acquisto
di questa definitiva presunzione, il principe accorda nuove lettere di
grazia, perchè sia assoggettata a nuovo giudizio quella cosa che più non
dovrebbe essere argomento di lite.
Per tutte queste cagioni la totalità de' diritti si andò rendendo
incerta; interminabili processure passarono ereditarie nelle famiglie di
generazione in generazione. A misura che trascorre il tempo tra
l'occasione di una processura e la sua decisione, le prove si rendono
sempre più difficili, le presunzioni si vanno maggiormente equilibrando,
ed ognuno, sostenendo il proprio interesse, si crede meno esposto alla
taccia di mala fede. Dall'altro canto la lunghezza delle processure le
moltiplica maravigliosamente. In una città ove nascano dieci liti
all'anno, se ognuna venisse terminata entro sei mesi, come a Ginevra,
non ve ne sarebbero giammai più di cinque pendenti; ma se, una
compensando l'altra, non sono ultimate che in dieci anni, come accade
nella parte meglio governata d'Italia, ve ne saranno cento tutte agitate
nello stesso tempo: se appena sono terminate in trent'anni, come nella
maggior parte delle italiane province, ve ne saranno trecento, e forse
in maggior numero che non sono gli abitanti che contiene la città.
Infatti, in Italia, sono poche le famiglie che non abbiano una o più
liti; ed il carattere di raggiratore o di uomo litigioso si è renduto
troppo generale perchè venga imputato a difetto.
Perciò può dirsi che nella moderna Italia la religione, invece di
spalleggiare la morale, ne corruppe i principj; che l'educazione, lungi
dallo sviluppare la facoltà della mente, le ha rendute più ottuse; che
la legislazione, in cambio di attaccare i cittadini alla patria e di
riunirli fra loro con fraterni nodi, li rese timidi e diffidenti, dando
loro l'egoismo per prudenza, la viltà per difesa. Rimane inoltre una
quarta causa, la quale stende la sua influenza su tutte le umane
società, e che con una forza minore delle tre precedenti, talvolta tiene
in bilico, talvolta seconda la loro azione, e fa, sebbene
imperfettamente, riparo al male prodotto dalle viziose istituzioni: gli
è questo il punto d'onore, la di cui potenza, superiore alla volontà
d'ogni individuo, ne altera le primitive istituzioni, ne appoggia o ne
contrasta la morale, e gli segna una condotta uniforme, invece di
abbandonarlo all'istantaneo impero delle sue passioni.
La legislazione del punto d'onore racchiude in sè medesima un non so che
di liberale; non è altrimenti stabilita da una superiore autorità, ma
dal concorso d'opinioni e di volontà indipendenti: onde allorchè
gagliardamente si mantiene in un governo monarchico, lo modifica, e non
gli permette di declinare in un perfetto despotismo. Dall'altro canto
questa legislazione non è mai fondata sopra i veri principj della
morale, ed il numero delle naturali inclinazioni che vengono da lei
corrotte, vince il numero di quelle che conserva o che rende più forti.
L'impero del punto d'onore rendesi appena sensibile nelle repubbliche,
perciocchè la pubblica opinione vi esercita una tale potenza che va
sempre modificando i più accreditati pregiudizj, e vi giudica le persone
non dietro astratte ed inflessibili regole, ma dietro il complesso delle
loro azioni. In una repubblica non si distingue l'uomo virtuoso
dall'uomo d'onore; nè questi due caratteri erano pure distinti negli
stati dell'antichità. Le prime nozioni del punto d'onore furono portate
negli stati meridionali dalle conquiste de' popoli teutonici, ma si
mescolarono cogli altri elementi della pubblica opinione, e non
formarono un eminente carattere nella storia delle repubbliche italiane.
L'introduzione in Europa di alcune opinioni particolari degli Arabi,
diede agli Spagnuoli, che furono i primi che da loro le ricevettero, un
punto d'onore di diversa natura; il quale punto d'onore venne inseguito
adottato in tutti i paesi sui quali la monarchia spagnuola venne
stendendo la sua influenza.
La legislazione dell'onore arabo e castigliano fu dunque importata in
Italia, nel sedicesimo secolo, da quelle medesime armi spagnuole, che
distrussero quelle repubbliche intorno alle quali ci siamo così
lungamente intrattenuti. Ella vi si mantenne in pieno vigore, finchè
Carlo V ed i tre Filippi, di lui successori, conservarono un assoluto
dominio sopra le più belle province d'Italia; s'indebolì negli ultimi
anni del diciassettesimo secolo, e cessò affatto nel diciottesimo: può
dirsi che riuscì egualmente contraria ai progressi dei lumi e della
ragione colla sua durata e colla sua caduta.
Il punto d'onore che gli Spagnuoli avevano ricevuto dagli Arabi, sembra
riferirsi a tre primarj fondamenti. Il primo consiste in una esagerata
delicatezza rispetto alla castità delle donne: allorchè questa virtù
rendesi leggermente in taluna di loro sospetta, non soccumbe essa sola
al disonore, ma la stessa infamia copre egualmente il padre, il
fratello, il marito. Il secondo è una delicatezza non meno esagerata
rispetto al valore degli uomini, che, posto egualmente in luogo di tutte
le altre virtù, viene a compromettere tutta la famiglia in un solo
individuo. Il terzo è una specie di religione di vendetta, che non
ammette verun'altra riparazione per l'offeso che la morte
dell'offensore.
L'introduzione di queste opinioni in Italia variò la condizione delle
donne, le quali perdettero l'onesta libertà di cui avevano goduto ne'
tempi delle repubbliche; ed i padri loro ed i mariti, invece di
confidare nella loro virtù e prudenza, più non credettero di trovare
sicurezza che tra inaccessibili mura; essi più non dovevano temere per
conto della loro sola debolezza; ma un accidente che le esponesse agli
occhi della gente, una parola mal ponderata, un'imprudente conghiettura,
bastavano a compromettere l'onore della casa, e con ciò la vita e le
sostanze di tutti gl'individui che la componevano. Più non teneva aperti
gli occhi sopra di loro la gelosia dell'affetto, ma la gelosia assai più
sospettosa della vecchiaja, che le guardava in quel modo che l'avaro
tien cura del suo tesoro. Quanto più si andavano accrescendo l'esteriori
precauzioni, che si moltiplicavano le vecchie custodi che mai non le
perdevano di vista, le inferrate che chiudevano le loro case, i veli che
le nascondevano a tutti gli sguardi, tanto più veniva trascurata
l'educazione morale, che avrebbe loro dati migliori e più virtuosi mezzi
di difesa. La sospettosa vigilanza de' loro custodi aveva liberate le
loro coscienze da ogni responsabilità. Quanto più grandi erano gli
sforzi che si andavano facendo per rendere loro impossibile ogni
estranea relazione, tanto più esse volgevano tutti i loro pensieri,
tutta l'accortezza del loro spirito verso la galanteria; e per tutto il
tempo che furono soggette alla più severa vigilanza, la loro condotta
non fu forse più pura che quando diventò di moda lo stesso sregolamento.
Frattanto allorchè, in sul declinare del XVII secolo, si andò
rilasciando il punto d'onore spagnuolo, non si sostituì alla virtù
femminile verun'altra salvaguardia; non venendo le donne meglio
ammaestrate ne' loro doveri, esse non trovarono un più solido appoggio
ne' loro proprj sentimenti, e lo stesso buon gusto della società loro
non prescrisse veruna legge intorno alla decenza de' loro discorsi e del
loro contegno. Le giovanette, educate nei conventi, vi ricevevano tali
ammaestramenti, che per la severità loro non erano praticabili. Loro si
rappresentavano le sale della danza e dello spettacolo, come luoghi ne'
quali il demonio esercita le più formidabili seduzioni; la curiosità di
osservare un uomo dal balcone veniva loro rappresentata poco meno
criminosa che l'attentato di aprirgli lo stesso balcone per riceverlo di
notte nel proprio appartamento. Il desiderio di piacere e gli eccessi
dell'amore furono loro posti innanzi sullo stesso livello. Lo sposo che
riceve una fanciulla quand'esce di convento, è forzato a disfare l'opera
della sua educazione; d'insegnarle che tutte quelle cose che le furono
dette doversi fuggire non sono peccati; che tutto ciò che resta vietato
alle religiose non lo è alle secolari. Allora crollano tutti i principj
di lei; la seduzione del mondo comincia; le corrotte maniere della
società le inspirano nuove idee; l'esempio la seduce; lo sposo cui venne
accompagnata non fu da lei scelto, ed il più delle volte non veduto
prima di sposarlo. Se in appresso la pace domestica, la fedeltà
conjugale, la dolce confidenza, sono sbandite dalle famiglie, non
debbonsi condannare, ma compassionare le donne italiane; bisogna cercare
più in alto la sorgente del disordine, e convenire che l'educazione, le
leggi, i costumi, e non la natura le hanno fatte quello che sono.
Abbiamo osservato che nella più fiorente epoca delle repubbliche
italiane, il valore, lungi dall'essere apprezzato come meritava a petto
alle altre virtù, non otteneva neppure dalla pubblica opinione la debita
stima. I soldati altro in allora non erano che mercenarj adoperati
nell'eseguire gli ordini di altri uomini, che in una più sublime
carriera avevano conseguita una più alta riputazione. Il magistrato, che
brillava ne' consiglj colla sua eloquenza, colla prudenza, colle
risoluzioni, non si curava di pareggiare il valore militare del soldato
che prendeva al suo soldo; dava all'opportunità prove di civile
coraggio, spesso meno frequente e più difficile; ma protestava
senz'arrossire, che non si credeva capace di combattere. La repubblica
fiorentina ebbe a soffrire più d'ogni altra per avere fatto così poco
conto del valore; conobbe per reiterate disgrazie, che niuna virtù non
dev'essere rifiutata da verun governo, e fu spesso tradita dai generali
e dai soldati da lei chiamati da altri paesi, perchè essa aveva
trascurato di formarne tra i proprj cittadini.
Ma le spaventose guerre del principio del sedicesimo secolo richiamarono
gl'Italiani alle armi, e dopo tale epoca professarono questo nuovo
mestiere con tanto maggiore impegno, in quanto che si trovarono esclusi
da tutti gli altri. In tutto il sedicesimo secolo si assoldarono in
folla sotto le bandiere spagnuole, mentre altri reggimenti italiani
erano levati per servizio della Francia, e militavano gloriosamente
nelle guerre civili di quel regno. In tutta la seconda metà del
sedicesimo secolo la fanteria italiana si risguardò come perfettamente
uguale alla spagnuola, e l'una e l'altra occupavano il primo luogo tra
le truppe delle più guerriere nazioni d'Europa. Ambedue erano state
formate dagli stessi ufficiali, e andavano soggette agli stessi
pregiudizj. Il punto d'onore militare italiano non fu diverso da quello
degli Spagnuoli. Le due nazioni sentirono nello stesso modo le stesse
offese, le stesse provocazioni, i medesimi sospetti.
Ma la milizia spagnuola conservò l'intera sua riputazione in tutto il
diciassettesimo secolo, malgrado il decadimento della monarchia; la
milizia italiana perdette assai più presto tutto il suo credito. I
soldati non si arrolavano che di contro genio in eserciti sempre mal
pagati, sempre malcondotti, e che malgrado il loro valore andavano
esposti a continue sconfitte. Nelle province suddite d'Italia, che i
vicerè spagnuoli governavano con diffidenza, tutto invitava la nobiltà
al riposo ed alla mollezza, che soli non eccitano gelosi sospetti.
Gl'Italiani avevano mostrato che potevano essere valorosi, ma non lo
furono lungamente in così svantaggiose circostanze; e quando deposero le
armi, la pubblica opinione più non li chiamò a difendere nuovamente la
riputazione del loro valore. Allora si vide, e ciò si vede anche
presentemente, uomini distintissimi per natali, pel grado che occupano,
e per tutte le circostanze che fanno supporre una liberale educazione,
confessare apertamente la loro pusillanimità. Parlano senza vergognarsi
della paura avuta; confessano che le loro mogli sono più coraggiose di
loro; nè il pronunciare queste parole costa qualche cosa al loro amor
proprio; nè cotesta confessione non eccita le fischiate, nè procaccia
loro l'universale disprezzo. Pure se il coraggio è una virtù naturale
all'uomo, la paura è altresì una delle passioni della sua natura.
Conviene che sia compressa, domata dalla volontà, dall'educazione, dalla
vergogna. Quando gli si dà intera licenza, essa si rende signora
dell'animo, lo guasta, ed invilisce tutta intera la nazione. Si sarebbe
potuto temere che tale non fosse per essere la condizione della nazione
italiana, e forse ogni altra perdendo il suo punto d'onore avrebbe
ancora con lui perduta ogni energia, ma un'inaspettata esperienza ha
recentemente dimostrato che quegl'Italiani che avevano così
compiutamente dimenticato il coraggio, lo ricuperavano più facilmente
che ogn'altra nazione, tosto che veniva in loro risvegliato il punto
d'onore, e facevasi loro travedere una vera gloria.
La sanzione di questa legislazione del punto d'onore, che gli Spagnuoli
portarono in Italia, nel sedicesimo secolo, fu la necessità imposta ad
ogni uomo d'onore di vendicarsi dell'offesa. Senza alcun dubbio il
bisogno della vendetta è fino ad un certo punto un sentimento
connaturale all'uomo; è composto da un desiderio di giustizia, e da un
movimento di collera; ed in questi limiti si trova egualmente presso
tutti i popoli, tanto antichi che moderni. Ma il sistema di vendetta che
gli Spagnuoli ricevettero dagli Arabi e dai Mori, e che in appresso
comunicarono a tutta l'Europa, è tutt'altra cosa che questo naturale
sentimento, ed è basato sopra un'idea di dovere. Il Moro non si vendica
perchè la di lui collera sia ancora viva, ma perchè la sola vendetta può
allontanare dal suo capo il peso dell'infamia che l'opprime. Si vendica
perchè a creder suo non avvi che un'anima vile che possa perdonare gli
affronti, e conserva il suo rancore, perchè, se lo sentisse spegnersi,
crederebbe di avere col rancore perduta una virtù.
Questo codice di vendetta fu presentato alle nazioni settentrionali in
quel tempo in cui i duelli giudiziarj erano stati di fresco soppressi.
Prese in certo qual modo il loro luogo, ed il duello lavò le offese
dell'onore con una sufficiente apparenza di ragione; perciocchè la più
mortale offesa essendo quella di porre in dubbio il coraggio di un uomo,
il valore con cui presentavasi a singolare certame, era il mezzo più
ovvio di dissipare questa dubbiezza. Così videsi presso i Francesi,
gl'Inglesi, i Tedeschi, la primitiva idea della vendetta disgiungersi
affatto dall'azione medesima che n'era rappresentata come una
conseguenza. Un uomo d'onore si batte non già per vendicarsi, ma per
tenersi in possesso di quell'onore ch'era sua proprietà, e che sentivasi
in diritto di difendere.
Non fu già in tale maniera, che nel sedicesimo secolo fu presentata
dagli Spagnuoli agl'Italiani la processura degli affari d'onore; nè così
la concepirono i medesimi Italiani, a motivo delle precedenti loro
relazioni coi Mori. Gli uni e gli altri credettero di ravvisare un'anima
grande nella costanza di questi risentimenti. Pareva loro che l'offeso
avesse mostrata maggiore energia, quanto più lungamente aveva conservato
il suo rancore, manifestatolo con un'esplosione meno preveduta, e
cagionato più acerbo dolore al suo offensore. Non chiedevasi già a colui
che si vendicava una prova di coraggio per ristabilire il suo onore, ma
bensì una prova d'un implacabile odio. E perciò agli occhi loro
l'assassinio lavava l'onore quanto il duello, il veleno quanto il ferro;
e la perfidia sembrava loro essere il maggiore trionfo della vendetta,
perchè l'offeso si era mostrato più compiutamente padrone di sè
medesimo.
Fino dai secoli di mezzo alcune province d'Italia eransi fatte
distinguere per l'atrocità de' loro odj, e delle loro ereditarie
vendette. Allegavansi principalmente Pistoja in Toscana, la Romagna,
tutto lo stato della Chiesa, e più ancora le isole di Sicilia, di
Sardegna e di Corsica, ove la mescolanza co' Mori, ed in appresso cogli
Spagnuoli aveva data maggiore consistenza a questa barbara legislazione.
Pure non fu che nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo che si rese
dominante in tutta l'Italia la terribile dottrina che ingiugneva ad ogni
uomo d'onore il dovere, non di difendersi, ma di vendicarsi. E allora
solamente si videro moltiplicati que' sicarj che appigionavano i loro
pugnali, e ridotta a perfezione la formidabile scienza de' veleni.
Allora personaggi sommamente riputati nella diplomazia, nella Chiesa,
nelle lettere, osarono darsi vanto pubblicamente d'avere compiuta la
loro vendetta; allora finalmente più non risguardandosi il duello come
una sufficiente soddisfazione, due nemici non acconsentirono a battersi
che dopo avere l'offensore chiesto perdono all'offeso; senza la quale
preliminare riparazione, il veleno o il pugnale potevano essi soli
lavare l'onore oltraggiato.
Grazie al cielo questa infernale dottrina è presentemente affatto
dimenticata. Più non si troverebbe in tutta l'Italia un solo assassino
salariato, e se vengono ancora commessi orribili delitti, la pubblica
opinione almeno più non gli ordina come un dovere. Forse ancora la
sanzione del duello è troppo trascurata, e si mostra meno severità che
non conviene verso coloro che, non mostrando verun risentimento per le
più gravi offese, danno luogo a supporre non già che abbiano perdonato,
ma che non abbiano osato domandare soddisfazione[383].
[383] Intorno al duello possono vedersi presso tutti i pubblicisti
gli argomenti addotti pro e contro. Rispetto agli stati che hanno
leggi proibitive, la quistione è pienamente decisa. _N. d. T._
Frattanto il lungo regno di un pregiudizio così contrario ad ogni morale
ed al vero onore ebbe la più funesta influenza sulle nazionali opinioni.
L'assassinio, a dir vero, non è più un dovere, ma non è neppure un
disonore; è un'idea colla quale ognuno trovasi continuamente
famigliarizzato. L'Italiano lo risguarda come una funesta conseguenza
d'un impetuoso movimento di collera, di gelosia, di vendetta; egli non
sente nel suo cuore l'irremovibile certezza che non sarà giammai
strascinato a dare un colpo di pugnale, perchè non fu mai avvezzato a
risguardare quest'azione con quell'orrore inesprimibile che inspira il
pensiere di un gravissimo delitto. Dessa è per lui ciò che il pensiero
del duello è per gli uomini scrupolosi delle altre nazioni. Dessa è un
gran peccato che la sua coscienza gli vieta di commettere; ma egli sente
che per simili falli ogni uomo è peccatore; e quando vede de' sicarj
esiliati dal loro paese, o condannati per commessi assassinj a' pubblici
lavori, non prova a riguardo loro che la profonda compassione che suole
eccitare una grande sventura, non il terrore che deve cagionare un grave
delitto.
Nello stato di società in cui trovasi l'Italiano ridotto, tale
sentimento diventa giusto, e con analogo sentimento dobbiamo noi pure
giudicarlo. Senza dubbio nell'Italiano del XVIII secolo non ritrovasi nè
il rappresentante de' Manlj e dei Gracchi, nè quello de' Doria e degli
Albrizzi. L'antica virtù non può nascere, nè germogliare in una patria
serva, lo spirito non si può sviluppare quando viene allentato da mille
ostacoli, ed il sentimento non può innalzarsi all'eroismo, quand'è
soffocato nel suo primo nascere. Ma dovremo incolpare lo stesso italiano
dello stato deplorabile in cui è caduto? Quando vediamo concorrere tante
e così potenti cagioni ad abbassarlo non deploreremo piuttosto in lui
l'avvilimento dell'umana dignità, e non sentiremo che la sventura che lo
colpì è la sventura che minaccia noi medesimi, che minaccia ogni
società, ogni nazione che si lascerà caricare dalle stesse catene?
Ammireremo invece tuttociò che ancora rimane a questa nazione, che
pareva fatta per superare tutte le altre: quello spirito così aperto e
pronto cui non riesce difficile veruno studio, quando venga intrapreso
per uno scopo che lo possa infiammare; quella flessibilità a tutte le
nuove forme, che rende l'Italiano proprio alla politica, alla guerra, a
tuttociò che intraprende di più inusitato, per mezzo della più rapida
educazione; quell'immaginazione creatrice, che gli conserva, dopo
l'impero del mondo che ha miseramente perduto, quello, forse più ricco,
delle belle arti; quella sociabilità, quelle dolci maniere, che in altri
paesi non sono conosciute che dalle persone di alta condizione, e che in
Italia sono proprie di tutte le classi; quella sobrietà che allontana il
basso popolo dalle orgie e dalle dissolutezze di Bacco in mezzo alle sue
feste ed a' suoi piaceri; quella superiorità dell'uomo della natura, che
si mostra tanto più degno di stima quanto fu meno cambiato
dall'educazione, di modo che il contadino italiano è tanto superiore al
cittadino, quanto lo è questi al gentiluomo; finalmente quel
maraviglioso potere della coscienza, che trionfa delle più cattive
instituzioni, della più fallace educazione, della più bassa
superstizione, del più depravato ordine politico, e che, sostenendo
l'uomo tra le più violenti tentazioni e le più deboli barriere,
diminuisce la frequenza de' delitti assai più che non sarebbesi potuto
anticipatamente calcolarlo. Senza dubbio questi Italiani, cui abbiamo
consacrato un così lungo studio, sono oggi un popolo sventurato ed
avvilito; ma che si ripongano in circostanze ordinarie, che loro si
consenta di percorrere le vicende di tutte le altre nazioni, ed in
allora si vedrà che non hanno perduto il seme delle grandi cose, e che
sono ancora degni di misurarsi in quello stadio che hanno due volte
percorso con tanta gloria.