_Ultime rivoluzioni degli antichi stati dell'Italia dopo
l'apertura della guerra per la successione di Spagna fino
all'epoca della rivoluzione francese._
1701 = 1789.
Da oltre un secolo e mezzo l'Italia aveva piegato il collo sotto il
giogo straniero; la libertà era stata distrutta nelle repubbliche,
l'indipendenza de' principi negli stati assoluti, ovunque la guaranzia
sociale de' cittadini. Sotto il peso di questa calamità qualunque
orgoglio nazionale dovette spegnersi nel petto degl'Italiani, cessare
dovette qualunque virtù pubblica, e gl'Italiani vedendo di più non poter
aspirare alla gloria, si abbandonarono alla mollezza ed al vizio. Più
non sursero ingegni che si preservassero dai difetti della debolezza,
cioè dalla dissimulazione e dalla doppiezza; le lettere si corruppero
colla pubblica morale, e l'ingegno non tardò a soggiacere alla sorte
delle virtù. Il gusto de' così detti seicentisti non fu meno depravato
della politica de' loro coetanei. I Marini e gli Achillini nella poesia,
il Bernino nelle arti, ebbero una riputazione analoga a quella dei
Concini, dei Mazarini, delle Catarina e Maria dei Medici nel governo e
nell'_intrigo_; e la terra ridotta in servitù più non produsse che
frutta viziate.
L'Italia fu ruinata dalla guerra nella prima metà del diciottesimo
secolo, presso a poco come nella prima metà del sedicesimo. Erano i
medesimi popoli, Francesi, Spagnuoli e Tedeschi, che se ne contrastavano
il possedimento; ma la loro maniera di combattere era di già diventata
meno crudele, e lasciava ai popoli più lunghi intervalli di riposo. Essi
volevano disporre delle province italiane, secondo che loro meglio
conveniva, o a seconda de' pretesi diritti di famiglia, senza avere
verun riguardo agl'interessi de' popoli, ai loro diritti, ai loro
desiderj: ma il risultamento de' loro sforzi fu precisamente il
contrario di quello che avevano avuto le guerre del sedicesimo secolo.
Queste avevano ridotti i più nobili principati d'Italia in province di
estere monarchie; le guerre del secolo diciottesimo loro restituirono
sovrani nazionali. Desse crearono ai più esposti confini una nuova
potenza capace di difendere l'Italia; e fissarono un giusto equilibrio
tra i suoi vicini.
La pace d'Aquisgrana del 18 ottobre 1748 avrebbe ristabilita
l'indipendenza dell'Italia, se potesse sussistere indipendenza senza
libertà e senza spirito nazionale. Sagge e giuste erano le basi di
questa pace per quanto si poteva sperarlo da un congresso in cui i
popoli non avevano rappresentanza; perciò l'Italia ci presenta in questo
secolo una grande esperienza politica, i di cui risultati sono degni di
osservazione. L'Europa, dopo di avere in certo qual modo distrutta una
grande nazione, sente il male che ha fatto a sè medesima, privandola
dell'esistenza. Le quattro guerre di un mezzo secolo terminarono con
altrettanti trattati, che rialzarono sempre più l'indipendenza italiana.
Non avvi cosa che gli stranieri non facciano per gl'Italiani, fuorchè
quella di rendere loro la vita. Alle guerre succedono quarant'anni di
pace, e sono questi quarant'anni di mollezza, di debolezza, di
dipendenza; di modo che con questo esperimento i diplomatici dovrebbero
convincersi, che non si ristabilisce l'equilibrio d'Europa, quando non
si oppongono che forze morte a forze vive; e che non si guarentisce
l'indipendenza di una nazione, quando non si chiama quella medesima
nazione a difendere il proprio interesse e che non le si dà nè onore, nè
energia per mantenersi.
Con quattro successive guerre si cambiò l'equilibrio d'Italia sul
principio del diciottesimo secolo, ed i quattro trattati che le
terminarono, stabilirono nuove dinastie, che poco più poco meno presero
il luogo delle antiche.
La guerra della successione di Spagna dal 1701 al 1718 si era cominciata
da quasi tutte le potenze d'Europa contro la casa di Borbone per
contrastare a questa l'eredità di Carlo II, ultimo monarca del ramo
austriaco di Spagna. Lodovico XIV aveva preteso di raccoglierla
tutt'intera pel secondo de' suoi nipoti, cui aveva di già posto in
possesso dei quattro grandi stati che Carlo V aveva lasciati in Italia
ai suoi discendenti, Milano, Napoli, la Sicilia e la Sardegna. Ma le
forze dell'Europa unite contro di lui, dopo avere lungamente guastate le
province, ch'egli pretendeva difendere, una dopo l'altra gliele
ritolsero. La defezione del duca di Savoja, che nel 1703 passò al
partito de' suoi nemici, contribuì più di tutto a fargli perdere
l'Italia. Il 13 marzo del 1707 i Francesi furono forzati ad evacuare la
Lombardia; il 7 di luglio dello stesso anno perdettero il regno di
Napoli; e la Sardegna fu tolta alla casa di Borbone alla metà d'agosto
del 1708. Di tutta l'eredità della casa d'Austria in Italia Filippo V
più non aveva che la sola Sicilia, la quale poi cedette col trattato di
pace; di modo che i trattati d'Utrecht dell'11 aprile del 1713 e di
Rastad del 6 marzo 1714, che terminarono la guerra della successione di
Spagna, disposero di tutti i paesi che Carlo Quinto aveva riuniti alla
monarchia Spagnuola, e coi quali aveva renduto dipendente da quella
monarchia il resto dell'Italia[310].
[310] _Muratori Ann. d'It. ad ann. — Limiers Hist. de Louis XIV, t.
III, l. XIII al l. XVIII. — Giannone Istor. civile, l. LX, c. IV, p.
655._ È il fine di questa storia.
Il Milanese, il regno di Napoli e la Sardegna furono ceduti alla casa
d'Austria tedesca, che inoltre acquistò in Italia il Mantovano,
confiscato a pregiudizio dell'ultimo Gonzaga. Queste province passavano
da monarca straniero a monarca straniero, e l'indipendenza italiana
invece di guadagnare a questi cambiamenti, forse perdeva, perchè il
nuovo monarca era più vicino. Ma da un altro canto il sovrano più
militare dell'Italia acquistò province che davano maggiore consistenza
a' suoi stati, e lo mettevano più a portata di farsi rispettare in
avvenire. Il Monferrato venne aggiunto al Piemonte con alcuni piccoli
distretti staccati dalla Francia, e nello stesso tempo il regno di
Sicilia fu accordato a Vittorio Amedeo II, di modo che l'Italia contò
nuovamente in quest'epoca un re tra i suoi principi[311].
[311] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1713. — Limiers Hist. de Louis
XIV, l. XIX, p. 525 e segu. — Hist. de la diplomat. franç. cinquième
période, t. IV, l. VII, p. 322._
Il cardinale Alberoni, che dispoticamente governava la Spagna a nome di
Filippo V, sempre schiavo di un favorito, non poteva darsi pace che pel
trattato d'Utrecht la Spagna avesse perduto quel dominio d'Italia che
aveva conservato quasi due secoli. Colle forze rendute alla Spagna da
quattro anni di pace e da un'amministrazione alquanto meno oppressiva,
volle tentare di ricuperare in Italia la perduta influenza. Facendo
adottare al gabinetto borbonico di Madrid la politica del gabinetto
austriaco, cui era succeduto, principiò con un tradimento. In mezzo alla
pace, un'armata spagnuola sbarcata in Sardegna il 22 d'agosto del 1717
occupò quell'isola cacciandone gli Austriaci. Lo stesso fece nella
Sicilia a danno de' Piemontesi nel susseguente anno, dopo avere
egualmente ingannata la corte di Torino. Questa guerra ricevette il suo
nome dalla quadruplice alleanza formata per frenare la Spagna. La
Francia in allora governata dal reggente duca d'Orleans, geloso del re
di Spagna, e l'Inghilterra e l'Olanda si unirono all'imperatore per
difendere l'Italia contro l'ambizione del cardinale Alberoni. Questa
guerra fece spargere poco sangue, e cagionò pochi guasti. La vicina
estinzione delle case Medici e Farnese, alle quali più non rimaneva
speranza di successione, dava alle potenze mediatrici il modo di
prendere compensi nel continente dell'Italia, essendo loro piaciuto di
risguardare come vacanti, per l'estinzione delle sovrane famiglie, gli
stati di Parma e di Toscana. La corte di Spagna fu soddisfatta nel suo
desiderio d'aggrandimento, quando il 17 febbrajo del 1720 accedendo essa
alla quadruplice alleanza, le fu promessa invece delle isole di Sicilia
e di Sardegna, ch'essa aveva conquistate, la successione de' Medici e
dei Farnesi per don Carlo, figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese,
cui quest'ambiziosa madre cercava di formare uno stabilimento
indipendente da suo fratello primogenito. Fu egualmente soddisfatta
l'ambizione di casa d'Austria, perchè riprese a Vittorio Amedeo la
Sicilia, popolata di 1,300,000 abitanti, e gli diede invece la Sardegna
che non ne contava che 423,000. I piccoli principi ed i popoli furono i
soli sagrificati. Pure travedevasi tuttavia un pensiere
dell'indipendenza italiana nella formazione di una nuova sovranità pel
principe di Spagna che veniva a stabilirsi in Italia, invece di
aggiugnere gli stati che gli si davano all'una o all'altra delle grandi
monarchie che s'arrogavono il diritto di disporre della sorte de' popoli
indipendenti[312].
[312] _Muratori Ann. d'It. ad ann. — Hist. de la Diplom. fran., l.
IV, p. 465-483, sixième période, L. I. — Lacretelle Hist. de France
pendant le XVIII siècle, t. I, l. II, p. 280._
La terza guerra che variò l'equilibrio d'Italia in questo secolo fu
egualmente breve ed accompagnata da pochi guasti. Per rispetto alla sua
origine non sarebbesi dovuto credere che potesse esserne il teatro
l'Italia, essendosi questa eccitata nel 1733 per la contrastata elezione
di un re di Polonia. Ad ogni modo perchè i re di Francia di Spagna e di
Sardegna entrarono nella stessa lega contro l'Austria, questa sperimentò
i pericoli annessi ai lontani possedimenti presso un popolo di costumi e
di lingua diverso, che invece di sagrificarsi per difendere il suo
padrone, fa di già molto quando non si prevale dell'occasione per
ribellarsi e scuotere il giogo. La casa d'Austria fu spogliata di tutti
i suoi stati in Italia; i Francesi uniti ai Piemontesi conquistarono il
Milanese; gli Spagnuoli i regni di Napoli e di Sicilia; di modo che
l'Austria dovette accomodarsi alle svantaggiose condizioni che le
vennero imposte dai preliminarj sottoscritti a Vienna il 3 ottobre del
1735, e riconfermati col trattato di Vienna del 18 novembre del
1738[313].
[313] _Muratori Ann. d'It. ad ann. — Will. Coxe Hist. de la Mais.
d'Autr. (trad.) c. XC e XCI, t. IV, p. 432 e segu. — Lacretelle
dixhuitième siècle, t. II, l. VI, p. 175, 180._
Questa terza pace restituì alle due Sicilie l'indipendenza che avevano
perduta da più secoli. Il regno di Napoli era passato sotto il dominio
di un'estera potenza fino dal 1501, e quello della Sicilia fino dal
1409. Più di sei milioni di sudditi italiani furono di nuovo
assoggettati ad un sovrano nato da un'italiana, educato alcun tempo in
Italia, e destinato a fissarvi la sua residenza e quella de' suoi
figliuoli. Questi due regni parevano riunire tuttociò che danno la forza
e la ricchezza, grossa popolazione, delizioso clima, prodotti di ogni
genere, facile navigazione e confini di facile difesa. La stessa pace
dilatò i confini del re Sardo; furono staccati dal Milanese Novara e
Tortona coi loro territorj per essere uniti al Piemonte. Dall'altro
canto il rimanente dello stato milanese e del ducato di Mantova furono
restituiti alla casa d'Austria; ed in compenso di quanto questa aveva
perduto, il trattato di Vienna le accordò pure il ducato di Parma, che
doveva essere di nuovo unito a quello di Milano, ed il gran ducato di
Toscana che doveva formare un principato indipendente per Francesco duca
di Lorena, sposo di Maria Teresa e futuro imperatore[314].
[314] _Muratori Ann. d'It. ad ann. 1735, 1738. — Hist. de la
Diplomatie française, t. V, p. 80, sixième période, l. III. —
Galluzzi Ist. di Toscana, t. VIII, p. 195, l. IX, c. IX._
Ma il trattato di Vienna non procurò all'Italia che un breve riposo. Il
ramo tedesco della casa d'Austria si spense nell'imperatore Carlo VI il
20 ottobre del 1740, pochi anni dopo il ramo spagnuolo. Invano aveva
questo monarca cercato di assicurare la successione dei suoi stati a sua
figlia Maria Teresa; gli stessi sovrani che avevano guarentita la
prammatica sanzione (così Carlo VI intitolò la legge pubblicata nel
1713, colla quale chiamava le figlie alla successione de' suoi stati),
presero le armi dopo la sua morte, per contrastarne l'eredità a sua
figlia. I tre rami della casa di Borbone di Francia, di Spagna e di
Napoli si associarono al re di Sardegna per attaccare la casa d'Austria
in Italia. La lotta fu lunga ed accanita; e di principal danno
all'Italia fu lo essersi il re Sardo staccato in settembre del 1743
dalla lega della casa borbonica per unirsi a Maria Teresa, che
gl'Inglesi avevano preso a difendere. Quasi tutta l'Italia trovossi
esposta ai guasti delle armate, ed i paesi neutri, lo stato della chiesa
in particolare, contrastati fra i combattenti, non soffrirono forse meno
di quelli delle potenze belligeranti. Finalmente, dopo sette anni di
guerra e di disgrazie, gli articoli preliminari sottoscritti ad
Aquisgrana il 30 aprile del 1748 e seguiti da un definitivo trattato di
pace del 18 ottobre dello stesso anno rendettero la pace all'Italia, e
stabilirono le relazioni dei suoi diversi stati. I ducati di Milano e di
Mantova furono i soli stati d'Italia conservati sotto il dominio di
estera potenza, perchè restituiti alla casa d'Austria; ma ne vennero
staccati alcuni distretti a favore del re di Sardegna. I ducati di Parma
e di Piacenza, che i precedenti trattati avevano uniti al Milanese,
furono staccati un'altra volta per farne una sovranità indipendente a
favore di un quarto ramo della casa di Borbone, di don Filippo, fratello
del re di Spagna e del re di Napoli. Il gran ducato di Toscana fu
restituito all'imperatore, ma per essere ceduto al suo secondogenito,
onde formare la sovranità di un secondo ramo della sua casa. Il duca di
Modena e la repubblica di Genova, che si erano alleati ai Borboni,
furono rimessi in tutti i loro possedimenti, e l'indipendenza
dell'Italia fu intera, per quanto potevano darla i re che regolavano la
di lei sorte[315].
[315] _Muratori Ann. d'Ital. ad an._ Terminano a quest'epoca, o
piuttosto all'anno 1749. — _Histoire diplomat. franç., t. V, p. 385
e segu. sixième période, l. V. — Will. Coxe Hist. de la Maison
d'Autriche, c. CVIII, t. V, (trad.) p. 170. — Lacretelle, t. II, l.
VIII, p. 412._
Ma l'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, non acquistò maggiore potenza
politica di quella che avesse per lo innanzi, nè potè più che farsi per
lo innanzi rispettare o temere dai suoi vicini; essa non trovò i suoi
abitanti apparecchiati a difendere un nuovo ordine politico che loro non
procacciava nè gloria nè felicità; e sebbene essa superasse quasi tutti
i popoli del continente in popolazione ed in ricchezze, mai non ottenne
di lunga mano il rispetto che aveva ottenuto al suo piccolo popolo il
sovrano delle arenose marche del Brandeburgo. Il restante della storia
generale d'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, più non offre
avvenimenti; gli scrittori periodici, che si credevano obbligati a dare
le notizie dell'Italia nei loro giornali, per lo spazio di quarant'anni
non intrattennero il pubblico che intorno a dispute teologiche, ad
alcuni nuovi regolamenti fatti da' principi di loro _motu proprio_ e
senza consultare i loro popoli, di feste, di matrimonj, di funerali e di
viaggi de' sovrani. Quegli avvenimenti ch'ebbero qualche influenza sui
susseguenti tempi, si presenteranno opportunamente nella rapida occhiata
storica de' varj stati dell'Italia.
Fino dal 12 giugno del 1675 la Savoja ed il Piemonte erano governati da
Vittorio Amedeo II, che per altro non oltrepassava i trentaquattr'anni
in principio del decimottavo secolo. Nel 1697 e 1701 aveva maritate le
due sue figliuole ai due nipoti di Lodovico XIV, il duca di Borgogna ed
il duca d'Angiò, poscia re di Spagna; ed aveva preso in principio della
guerra della successione di Spagna il comando delle armate francesi e
spagnuole in Italia, col titolo di generalissimo. Ma più che il paterno
affetto era in lui potente l'ambizione; e nel 1696 egli aveva di già
mostrato di non essere troppo scrupoloso osservatore delle sue promesse.
Credeva di non avere più sicuro mezzo d'ingrandire i suoi stati, che
quello di accordare la sua alleanza al migliore offerente; e se il
Milanese veniva una volta in mano della casa di Borbone, poca speranza
gli restava di fare nuove conquiste. L'imperatore e le potenze marittime
gli fecero segretamente vantaggiose condizioni, ch'egli accettò in
luglio del 1703. Il duca di Vandome, che aveva sotto i suoi ordini nel
Mantovano un corpo di truppe piemontesi, avuto sentore dell'accaduto, le
fece disarmare il 29 di settembre, ed il giorno 3 dicembre dello stesso
anno Lodovico XIV dichiarò la guerra a Vittorio Amedeo[316].
[316] _Murat. Ann. d'It. ad an. 1703, t. XII, p. 21. — Limiers,
Hist. de Louis XIV, l. XIV, t. III, p. 124. — Lahode Hist. de Louis
XIV, l. LVI, t. V, p. 373. — Will. Coxe Hist. de la Maison
d'Autriche, c. LXIX, t. IV, p. 93._
Il duca di Savoja aveva preferiti alleati potenti, ma lontani, a quelli
che lo circondavano da ogni banda, e ch'erano tuttavia abbastanza forti
per punirlo crudelmente della sua diserzione. I suoi stati furono nello
stesso tempo invasi su tutti i punti dalle armate francesi e spagnuole:
tutta la Savoja fu conquistata; e Vercelli, Susa, la Brunetta, Ivrea,
Aosta, Bardi, Verrua, Civasco, Crescentino e Nizza, furono
successivamente occupate nel 1704 e 1705 dai duchi di Vandome e della
Feuillade; la stessa capitale, Torino, fu assediata nel 1706; onde il
duca quasi spogliato di tutti i suoi stati, fu forzato a cercare in
Genova un asilo alla sua famiglia, mentre ch'egli si chiudeva in Cuneo.
In tale circostanza andò debitore della sua salvezza ad un eroe della
sua casa, il principe Eugenio di Savoja, in allora generale
dell'imperatore, e nipote di quel Tommaso Francesco di Savoja, principe
di Carignano, che verso la metà del XVII secolo aveva così lungamente
travagliata la reggenza di sua cognata, la duchessa Cristina. Il
principe Eugenio ruppe sotto Torino, il 7 settembre 1706, le linee delle
armate del duca d'Orleans, della Feuillade e di Marsin, e fece levare
l'assedio. La Francia perdette in quell'incontro venti mila uomini, ed
il duca di Savoja ricuperò, oltre tutto quello che aveva perduto, il
Monferrato, Alessandria, Valenza e la Lumellina, che gli alleati gli
avevano promesso in premio della sua adesione[317].
[317] _Muratori ann. 1706. — Limiers, Hist. de Louis XIV, t. III, l.
XV, p. 205. — Will. Coxe, Hist. d'Autriche, t. IV, c. LXXIII, p.
160._
L'unione del Monferrato al Piemonte variava l'esistenza di questa
potenza; i confini de' due stati erano talmente intralciati, che la loro
inimicizia faceva perdere ogni maniera di buona amministrazione all'uno
ed all'altro in tempo di pace, e di difesa in tempo di guerra. La
piccola provincia del Vigevanasco era pure stata promessa al duca di
Savoja; ma dacchè gli Austriaci ebbero ricuperato il Milanese, più non
vollero privarsi di veruna parte di questo stato. Cotale disparere fu
cagione di qualche raffreddamento tra Vittorio Amedeo e l'imperatore
Giuseppe, e ritrasse il primo dal prendere una parte attiva nella guerra
fino alla conchiusione della pace d'Utrecht, nel 1713, che assicurò le
precedenti conquiste della casa di Savoja, e vi aggiunse la
Sicilia[318].
[318] _Muratori An. d'It. 1708, t. XII, p. 56._
Il viaggio che Vittorio Amedeo fece in Sicilia con tutta la sua corte
per farvisi coronare, e la permanenza di un anno in Palermo, esaurirono
le finanze del Piemonte quasi quanto la guerra che aveva di fresco
terminata. Quando giunse in quest'isola entrò in ostilità d'altra natura
con papa Clemente XI, onde mantenere le prerogative della corona contro
l'autorità della santa sede: diversi ministri del re furono scomunicati
e molte città poste sotto l'interdetto; mentre che Vittorio Amedeo bandì
dalla Sicilia più di quattrocento ecclesiastici, che tenevano contro di
lui le parti del papa: queste religiose turbolenze riempirono il breve
regno di Vittorio Amedeo in Sicilia[319]. Mentre Vittorio Amedeo
confidava interamente nell'alleanza di Filippo V, re di Spagna, Palermo
venne improvvisamente attaccato il 30 giugno del 1718 dall'armata
spagnuola, e fu costretto a capitolare. Il vicerè di Vittorio Amedeo
difese Siracusa, Messina, Trapani e Melazzo; ma tutto faceva credere che
i Piemontesi non potrebbero mantenervisi lungo tempo; il re era troppo
lontano e troppo debole per mandare sufficienti soccorsi; e il 2 agosto
dello stesso anno, il quadruplice trattato d'alleanza, negoziato a
Londra dall'abate Dubois, offrì a Vittorio Amedeo, in vece di
protezione, il cambio sommamente svantaggioso della Sardegna per la
Sicilia, cui non pertanto Vittorio dovette soscriversi il 18 ottobre del
1718. Allora, rinunciando alle sue pretese sulla Sicilia, che
gl'imperiali contrastavano agli Spagnuoli, e prendendo il titolo di re
di Sardegna, sebbene non vi possedesse un palmo di terreno, Vittorio
Amedeo II consacrò l'anno 1719 a sottomettere all'autorità reale, in
Piemonte i suoi proprj feudatarj, abolendone i privilegj e confiscandone
le regalie. Quando finalmente Filippo V ebbe acceduto alla quadruplice
alleanza, rimise, in agosto del 1720, il possesso della Sardegna ad un
inviato dell'imperatore, che la consegnò immediatamente alle truppe di
Vittorio Amedeo[320].
[319] _Ivi, 1715._
[320] _Muratori Ann. d'It. ad an. 1718. — Lacretelle, Hist. du XVIII
siècle, t. I, l. II, p. 193, 208._
La Sardegna non dava al suo re che un vano titolo: ma l'acquisto del
Monferrato, dell'Alessandrino, della Lumellina aveva procurata al
Piemonte una tale consistenza che mai non aveva avuto prima del regno di
Vittorio Amedeo II. Questo principe, che può essere risguardato come il
fondatore della sua monarchia, consacrò gli ultimi dieci anni del suo
regno ad accrescere le fortificazioni delle sue città e le sue forze
militari, a formare valenti ingegneri, finalmente a ravvicinare i suoi
sudditi agli oltremontani per mezzo di un'educazione più proporzionata
ai progressi dei lumi in tutta l'Europa: fino all'età sua il Piemonte
non aveva quasi preso nessuna parte alla gloria letteraria dell'Italia:
rialzando il sentimento dell'onore nazionale ne' Piemontesi, Vittorio
Amedeo sviluppò tra di loro distinti ingegni; riparò nello stesso tempo
i disastri dell'agricoltura, del commercio e delle manifatture;
semplificò l'amministrazione della giustizia ne' tribunali; e si occupò
con pari attività che intelligenza a chiudere tutte le piaghe dello
stato. Dopo avere lungamente richiamati gli sguardi dell'Europa sulla
luminosa carriera ch'egli aveva percorsa, Vittorio Amedeo, giunto
all'età di 64 anni, fece, il 3 settembre del 1730, maravigliare tutti
coll'abdicazione della corona a favore di suo figlio Carlo Emmanuele
III, allora in età di trent'anni. Per altro i suoi sudditi, che avevano
più sofferto pella sua inquieta attività, e pel suo despotismo, che non
approfittato delle sue riforme, di cui non raccoglievano ancora i
frutti, non dissimularono la gioja che loro cagionava quest'avvenimento.
Vittorio Amedeo aveva fatto fondamento nella riconoscenza e nel rispetto
di suo figlio; ma le relazioni de' principi fra di loro non sono quelle
del sangue; la diffidenza ed il sospetto gli assediano, l'affetto non ha
veruna parte nella loro educazione, la riconoscenza viene soffocata nel
cuor loro dall'adulazione, e la voce della coscienza pervertita dai
consiglj de' cortigiani. Vittorio Amedeo II fu per ordine di suo figlio
arrestato la notte del 28 al 29 di settembre del 1731, colle più
ributtanti circostanze: nella sua prigionia ed in tempo dell'ultima sua
malattia, non potè ottenere colle più calde preghiere, che suo figlio
andasse a trovarlo; e finalmente morì il 31 ottobre del 1732 nel
castello di Moncalieri, ove era rinchiuso, distante tre miglia da
Torino[321].
[321] _Muratori Ann. d'It. ad ann. 1731. — Will. Coxe Hist. de la
Maison d'Autriche, ch. LXXXIX, t. IV, p. 422. — Lacretelle, Hist. du
XVIII siècle, t. II, l. VI, p. 114._
Carlo Emmanuele III non tralignò dai principi suoi predecessori, nè per
la sua abilità nelle cose della politica, della guerra e
dell'amministrazione, nè per l'instabilità delle sue alleanze, che, come
quelle dei suoi antenati, furono sempre vendute al migliore offerente.
Nella guerra dell'elezione del re di Polonia, egli sorprese gli
Austriaci, cui il suo primo ministro, il marchese d'Ormea, avea date in
iscritto le più formali assicurazioni ch'egli non si era alleato alla
casa di Borbone; in breve tempo conquistò tutto il Milanese, e ne fu
ricompensato nel trattato di pace colla cessione di Novara e di Tortona
coi loro territorj[322].
[322] _Hist. de la Diplomatie Franç., t. V, p. 80, sixième période,
l. III. — Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. XC, t. IV,
p. 438. — Lacretelle, Hist., t. II, p. 175._
Nella guerra della successione dell'Austria, il re di Sardegna offrì da
prima la sua alleanza alla casa di Borbone; ma la corte di Spagna, che
pretendeva di ricuperare il Milanese già da venticinque anni staccato da
quella monarchia, non esibì a Carlo Emmanuele per comperare la sua
alleanza che piccolissimi distretti di quel ducato, che probabilmente
avrebbe ancora rivendicati quando la vittoria avesse coronate le sue
armi. Allora il re di Sardegna fece un trattato provvisionale con Maria
Teresa per la difesa del Milanese, cui riservavasi però di potere
rinunciare, dandone avviso alla regina un mese prima. Questo trattato fu
soscritto il primo febbrajo del 1742[323], ed obbligò Carlo Emmanuele ad
entrare in guerra cogli Spagnuoli, i quali, sotto il comando
dell'infante di Spagna, don Filippo, invasero tutta la Savoja, mentre
che i Piemontesi uniti agli Austriaci sconfissero gli Spagnuoli nella
Lombardia oltrepadana. Ma non perciò il re di Sardegna interrompeva le
sue negoziazioni colla casa di Borbone, cui la sua alleanza avrebbe dato
in mano il Milanese; ma egli poneva a cotale alleanza un altissimo
prezzo. Diede a questi negoziati abbastanza pubblicità affinchè la corte
di Vienna, e più ancora il suo alleato Giorgio II, sentissero la
necessità di guadagnarlo al loro partito. Infatti, il 13 settembre del
1743, conchiusero con lui un trattato sottoscritto a Worms, col quale
gli si promettevano Piacenza, Vigevano e l'alto Novarese, e per confini
a Levante la Nura, il Ticino ed il lago Maggiore[324].
[323] _William Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. CII, t. V,
p. 72._
[324] _Murat. Ann. ad an. 1742, 1743. — Will. Coxe, Hist. de la
Maison d'Autriche, t. V, ch. CIV, p. 103._
Dopo quest'alleanza Carlo Emmanuele agì vigorosamente contro i Francesi
e contro gli Spagnuoli; ma mentre li combatteva, non lasciava di
negoziare per tornare al loro partito: v'ebbero perfino de' preliminari
sottoscritti a Torino, il 26 dicembre del 1745, tra la Francia e la
Sardegna, le di cui condizioni avrebbero consolidata la potenza della
casa di Savoja, ed assicurata l'indipendenza degli stati d'Italia. Si
aboliva perfino il nome del santo romano impero, cagione di tante
vessazioni pei pretesi stati feudali, e si escludevano i Francesi, gli
Spagnuoli ed i Tedeschi da ogni possedimento nella penisola. Ma la
diffidenza del re sardo, gl'indugj della corte di Spagna, e la rapida
discesa in Italia di un'armata della regina d'Ungheria fecero rompere
queste negoziazioni. Allora Carlo Emmanuele, unendosi di nuovo agli
Austriaci, si mantenne costante nella loro alleanza fino alla pace
d'Aquisgrana, che press'a poco gli accordò i vantaggi acquistati col
trattato di Worms, tranne Piacenza, cui dovette rinunciare[325].
[325] _Muratori Ann. d'It. ad ann. 1748. — Hist. de la Diplom.
Franç., t. V, p. 402, sixième période, l. V. — Will. Coxe, Hist. de
la Maison d'Autriche, t. V, ch. CVIII, p. 170._
L'ultima parte del regno di Carlo Emmanuele fino alla morte che lo
sorprese il 20 gennajo del 1773, ed il regno di Vittorio Amedeo III, che
gli successe, furono sempre pacifici; e perchè in un paese in cui non si
permette al popolo d'immischiarsi nelle cose del governo e della
politica, i tempi di pace non offrono allo storico verun avvenimento,
può risguardarsi la storia del Piemonte come affatto nulla in tutto
questo periodo. Il governo non avrebbe tollerato che se ne conservasse
qualche memoria, e veruno scrittore volle infatti esporsi a
dispiacergli, narrando ciò che la suprema autorità seppelliva in un
profondo segreto.
Il ducato di Milano, che durante la guerra della successione di Spagna,
passò sotto il dominio di casa d'Austria, ebbe la sventura di essere
saccheggiato in ogni guerra da tutte le potenze belligeranti, e
smembrato in tutti i trattati di pace. La capitale perdette assai in
popolazione ed in ricchezze, quando molte delle sue migliori province
vennero sottratte al suo dominio e date al re di Sardegna. Le campagne
in tempo della guerra non soffrirono meno della capitale; ma la loro
prosperità venne più rapidamente repristinata, sia a cagione della
maravigliosa loro fertilità, sia perchè il governo austriaco fu assai
più giusto e più ragionevole che non quello degli Spagnuoli. In
particolare la casa di Lorena si fece conoscere superiore all'antica
casa d'Austria, e l'amministrazione del conte di Firmian (1759-1782)
lasciò una grata memoria. Era omai questa la sorte dell'Italia di
ricevere dall'estero i lumi ch'ella aveva sì lungamente sparsi in
addietro; e le province, governate da stranieri monarchi, approfittavano
dei progressi nelle scienze politiche, che i nazionali non avevano per
anco fatti. Giuseppe II intraprese con zelo e con buona fede, ma spesso
con troppo precipizio, le riforme oramai diventate necessarie. La
pubblica opinione era tuttavia così traviata dall'ignoranza dei diritti
del principato, che condannava quasi tutto ciò che questo sovrano faceva
pel vantaggio del paese. Non perciò i suoi sforzi riuscirono del tutto
vani; le lettere, i lumi ed alcune virtù pubbliche cominciarono a
rigermogliare in Lombardia, e fu questa la provincia che fece più d'ogni
altra sperare il risorgimento di una nazione italiana.
In principio del secolo i Gonzaga perdettero il ducato di Mantova, che
da Giuseppe II venne assoggettato a quello di Milano, in compenso di ciò
che aveva perduto dalla banda del Piemonte. L'imprudente Ferdinando
Carlo Gonzaga si era lasciato vincere dal danaro sul principio della
guerra della successione di Spagna, ed aveva acconsentito a ricevere in
Mantova guarnigione francese, in conformità del trattato ch'egli
soscrisse a Venezia il 24 febbrajo del 1701[326]. Con ciò, non solo
richiamò la guerra ne' suoi stati, mentre egli nelle dissolutezze di
Venezia cercava di scordare le sventure de' suoi sudditi, ma inoltre
diede un pretesto all'imperatore di porlo al bando dell'impero. In
fatti, avendo i Francesi, in virtù della convenzione di Milano del 13
maggio 1707, evacuata la Lombardia, Mantova e tutto il suo ducato
vennero occupati dagl'imperiali; fu dichiarato il duca colpevole di
fellonìa, ed i suoi feudi riuniti alla diretta dell'impero; poco dopo
Ferdinando Carlo morì in Padova il 5 di luglio del 1708 senza prole.
Rimaneva di questa famiglia un ramo cadetto, quello dei duchi di
Guastalla e di Sabbionetta, principi di Bozzolo, formato da Federico di
Gonzaga, illustre generale del sedicesimo secolo. Ma invano questi
richiamarono la successione d'uno stato che loro apparteneva per le
leggi dell'impero, e che rimase confiscato. Anche questa linea si spense
in Giuseppe Maria Gonzaga che morì il 15 d'agosto del 1746, e la pace di
Aquisgrana aggiunse i piccoli stati di lui a quelli di Parma e di
Piacenza[327].
[326] _Muratori Ann. d'Italia, 1701. — Limiers, Hist. de Louis XIV,
l. XIII, p. 69. — Le Vassor, Hist. de Louis XIII, t. VI, l. XXVI, p.
98. — Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. LXXV, t. IV, p.
211._
[327] _Muratori Ann. d'Ital. ad ann. 1708. — Ivi, 1746._
Ne' primi anni del diciottesimo secolo i ducati di Parma e di Piacenza
erano governati da Francesco Farnese, succeduto a Rannuccio II, suo
padre, l'undici dicembre del 1694. Fino dalla sua più fresca giovinezza
trovavasi oppresso da una straordinaria grassezza, diventata ereditaria
nella sua famiglia; inoltre balbettava, ed a questi esteriori difetti
rispondeva la debolezza del suo spirito, onde aveva contratto un estremo
timore di mostrarsi in pubblico, e tenevasi a tutti celato. Durante la
guerra della successione di Spagna, ricevette guarnigioni pontificie,
onde far rispettare la sua neutralità e quella della Chiesa di cui
riconoscevasi feudatario. A fronte di ciò i Tedeschi violarono più volte
il suo territorio. Non avendo avuti figliuoli da Dorotea di Neuburgo,
vedova di suo maggior fratello, ch'egli aveva sposata il 16 settembre
del 1714, maritò Elisabetta Farnese, figlia di suo fratello, a Filippo
V, re di Spagna. Sebbene le femmine non fossero chiamate all'eredità de'
feudi della Chiesa, fu però Elisabetta che trasmise alla casa di Borbone
quelle pretese sui ducati di Parma e di Piacenza, che fecero dare quei
ducati al secondo de' di lei figli[328].
[328] _Muratori Ann. d'Italia, 1714._
Francesco Farnese mai non aveva voluto dare a suo fratello Antonio una
sufficiente entrata per potersi ammogliare; altronde Antonio non aveva
che un anno meno del duca, ed aveva la stessa mostruosa corpulenza, lo
che faceva risguardare come di già spenta la casa Farnese, quando nel
1720 il trattato della quadruplice alleanza impose leggi alla Spagna,
per terminare la guerra eccitata dal cardinale Alberoni. L'eredità di
Parma e quella della Toscana furono assegnate ad un figlio di Elisabetta
Farnese e di Filippo V, che non fosse re di Spagna; i ducati di Parma e
di Piacenza vennero dichiarati feudi imperiali, malgrado le rimostranze
di Clemente XI, e fu convenuto che per la guarenzia di questa eventuale
successione sarebbero, durante la vita degli ultimi principi Farnesi,
occupati da guarnigioni svizzere. Questi accomodamenti furono inoltre
raffermati dal trattato fatto il 30 aprile del 1725 tra l'Austria e la
Spagna[329].
[329] _Muratori Ann. d'Italia, 1720-1725. — Galluzzi Ist. di Tosc.,
l. IX, c. III, p. 345, t. VII._
L'infante don Carlo, cui erano destinati questi principati italiani, non
recossi nella penisola che dopo la morte del duca di Parma, Francesco,
accaduta il 26 di febbrajo del 1727. Suo fratello, don Antonio, allora
in età di quarantotto anni, si affrettò di cercarsi una consorte per
conservare ancora, se era possibile, la casa Farnese; ed in febbrajo del
1728 sposò Enrichetta d'Este, terza figlia del duca di Modena. Il papa
Benedetto XIII e l'imperatore Carlo VI gli prescrissero nello stesso
tempo di ricevere dalla Chiesa e dall'impero l'investitura dei suoi
ducati; ma, temendo di compromettersi con sovrani tanto di lui più
potenti, e per non dare la preferenza a veruno di loro, egli ricusò
l'uno e l'altro. In tali circostanze la Francia, l'Inghilterra e la
Spagna convennero, in forza di un trattato sottoscritto in Siviglia il 9
novembre del 1729, che sei mila Spagnuoli verrebbero destinati a formare
le guarnigioni di Livorno, Porto Ferrajo, Parma e Piacenza, onde
guarentire la successione a don Carlo. Tale sostituzione delle truppe
spagnuole alle svizzere spiacque all'imperatore, il quale rifiutò di
accettare il trattato di Siviglia, e fece passare trenta mila uomini in
Lombardia, per opporsi all'introduzione delle guarnigioni
spagnuole[330].
[330] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1729. — Hist. de la Diplom.
franç., sixième période, l. III. — Galluzzi Storia del gran ducato,
l. IX, c. VI., t. VIII, p. 66._
I duchi di Parma e di Toscana, che vedevano, mentre ancora erano vivi, e
malgrado loro, altri liberamente disporre della propria eredità, non
temevano meno le truppe estere, che, occupando i loro stati, vorrebbero
dar loro la legge, di quello che temessero la guerra che l'imperatore
mostravasi apparecchiato ad intraprendere per tenerle lontane. Il loro
regno si andò consumando in tristi negoziazioni, le quali tutte avevano
per oggetto l'epoca della loro morte, creduta assai vicina, sebbene
fossero ambidue pieni di vita e non ancora usciti dalla virilità. Però
le truppe spagnuole non erano per anco sbarcate in Italia, quando
Antonio, ultimo duca della casa Farnese, morì il giorno 20 gennajo del
1731. Ne' pochi anni del suo regno costui risguardò le finanze de' suoi
stati come un'entrata vitalizia; sagrificò le generazioni che dovevano
seguirlo a' suoi piaceri del momento, non limitando in verun modo le sue
prodigalità, sia che si trattasse di appagare i suoi gusti, o di
guadagnare la riconoscenza degli adulatori e dei favoriti che lo
circondavano[331].
[331] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1731. — Galluzzi Ist. della
Toscana, l. IX, c. VII, t. VIII, p. 116. — Will. Coxe, Hist. de la
Maison d'Autriche, ch. LXXXVIII, t. IV, p. 410._
La duchessa Enrichetta, vedova dell'ultimo duca di Parma, credevasi
incinta, e non riconobbe d'essersi ingannata che in settembre dello
stesso anno, nella quale epoca lasciò Parma per tornare a Modena. Tale
incertezza diede tempo alle altre potenze di convenire intorno alle
rispettive pretese. Nel giorno 23 di gennajo del 1731, il generale
imperiale aveva preso possesso di Parma e di Piacenza, veramente per
conto dell'infante di Spagna, ma con truppe tedesche: un commissario
pontificio, che in allora si trovava a Parma, protestò solennemente il
giorno 24 contro un tale atto di possesso, contrario al supremo dominio
della Chiesa. Una nuova convenzione, sottoscritta il 22 luglio del 1731,
tra l'imperatore, il re di Sardegna e l'Inghilterra, riconfermò le
convenzioni della quadruplice alleanza. L'infante don Carlo non arrivò a
Livorno che il 27 di dicembre seguìto dalle truppe spagnuole, che
dovevano per lui occupare i suoi nuovi stati. Dopo essersi trattenuto
parecchj mesi in Toscana presso il gran duca Giovan Gastone de' Medici,
che in certo qual modo veniva obbligato ad adottarlo ed a riconoscerlo
quale suo presuntivo erede, don Carlo entrò trionfalmente in Parma il 9
di settembre del 1732[332].
[332] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1731, 1732. — Galluzzi Stor.
di Toscana, l. IX, c. VII, t. VIII, p. 115._
L'imperatore Carlo VI aveva dato per tutori a don Carlo la di lui ava
materna, la duchessa Dorotea, vedova di Odoardo, poi di Francesco
Farnese, ed il gran duca di Toscana; ma nel susseguente anno la casa di
Borbone, avendo attaccata quella d'Austria, don Carlo, che il 20 di
gennajo del 1733 era giunto a diciassette anni, dichiarossi egli stesso
maggiore, ed in pari tempo prese il comando dell'esercito spagnuolo in
Italia. Siccome dal canto suo il duca di Savoja, Carlo Emmanuele III, si
era posto alla testa delle truppe francesi, ed avea fatta rapidamente la
conquista del Milanese, così don Carlo, che più non era in Lombardia
necessario, in principio di gennajo del 1734 prese colle truppe
spagnuole la strada di Napoli, onde tentare la conquista di quel regno.
Sperando allora di cambiare i due piccoli ducati di Parma e di Piacenza
con una vasta monarchia, e più non supponendo di entrare nell'eredità a
lui destinata da tanti anni, don Carlo spogliò i palazzi Farnesi de'
loro più ricchi effetti, per portarli seco. Il duca di Montemar, che
dirigeva le sue operazioni, il 27 di maggio sconfisse presso Bitonto la
piccola armata imperiale, la sola che avesse osato di resistergli,
perciocchè fin dal 9 aprile la capitale aveva aperte le sue porte agli
Spagnuoli: e prima che terminasse la campagna, i due regni di Napoli e
di Sicilia furono totalmente assoggettati a don Carlo[333].
[333] _Murat. Ann. d'Italia ad ann. 1734. — Galluzzi Storia di
Toscana, l. IX, c. IX, t. VIII, p. 179. — Coxe, Hist. de la Maison
d'Autriche, ch. XC, t. IV, p. 447._
Sebbene questo principe, allorchè partiva da Parma, avesse mostrato di
rinunciare a quella sovranità, la facile conquista del regno di Napoli
risvegliarono la sua ambizione e quella di suo padre. Si lusingarono di
ricuperare tutto ciò che la pace d'Utrecht aveva tolto in Italia alla
corona di Spagna; e nel 1735 il duca di Montemar si rimise in cammino
alla volta della Lombardia per intraprendervi nuove conquiste. Ma il
cardinale di Fleurì era omai stanco di servire all'ambizione spagnuola;
il 3 di ottobre fece sottoscrivere in Vienna i preliminarj della pace
coll'imperatore; ed ordinò al duca di Noailles di non dare più ajuto al
generale spagnuolo; onde il duca di Montemar, stretto improvvisamente
dai Tedeschi, si vide forzato a ritirarsi precipitosamente a traverso
alla Toscana alla volta del regno di Napoli[334].
[334] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1734. — Galluzzi, Storia della
Toscana, l. IX, c. IX, p. 198. — Will. Coxe, Hist. de la Maison
d'Autriche, ch. XCI, p. 465._
In aprile del susseguente anno le guarnigioni spagnuole, che occupavano
Parma e Piacenza, evacuarono quelle due città, seco trasportando le
biblioteche e la galleria dei Farnesi, tutti i quadri, tutti i mobili e
tutti gli effetti preziosi de' palazzi saccheggiati; di modo che al
dolore di perdere la propria indipendenza i popoli aggiunsero quello di
vedersi spogliati di tutti gli ornamenti delle loro città. Allora i
ministri spagnuoli, a nome di don Carlo, dichiararono i sudditi di Parma
e di Piacenza sciolti dal loro giuramento di fedeltà, e subito partirono
senza consegnare quegli stati agli Austriaci: ma non si furono appena
ritirati che il principe di Lobkowitz ne prese il possesso, il giorno 3
di maggio del 1736, a nome dell'imperatore[335].
[335] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1736. — Galluzzi Stor., l. IX,
c. X._
Parma e Piacenza non rimasero lungamente unite al ducato di Milano,
perciocchè cinque anni dopo tale cessione, si estinse la casa d'Austria;
ed il re di Spagna vantando diritti sull'eredità di Carlo VI, il duca di
Montemar sbarcò il giorno 9 dicembre del 1741 ad Orbitello con un
esercito spagnuolo destinato a fare in Italia nuovi acquisti. La regina
di Spagna, Elisabetta Farnese, aveva un altro figlio, chiamato don
Filippo, nato il cinque di marzo del 1720. Quest'ambiziosa principessa,
che continuamente lagnavasi di avere perduta l'eredità della propria
famiglia, risolse di formare a suo figlio uno stato in Italia. Lo pose
alla testa di un'armata spagnuola adunata nel 1742 ai confini della
Provenza, la quale, sebbene occupasse subito la Savoja, non potè che
dopo lungo tempo penetrare in Italia. Il re di Napoli era stato
costretto dall'ammiraglio Matheus a dichiararsi neutrale il 19 agosto
del 1742, onde non vedere bombardata la sua capitale. Il duca di Modena,
che aveva abbracciato il partito francese, era stato cacciato dai suoi
stati: ed i ducati di Parma e di Piacenza erano caduti in mano dei
Tedeschi; onde soltanto in settembre del 1745 l'infante don Filippo potè
entrare negli stati che pretendeva di sua ragione[336].
[336] _Muratori Ann. d'Italia, 1741 e seg. — Coxe, ch. CVI, t. V, p.
137._
Appena cominciava don Filippo ad avere in Lombardia la fortuna propizia,
che la corte di Spagna pensò a formargli uno stato, non più delle sole
città di Parma e di Piacenza, ma di tutto il Milanese. Era entrato in
Milano il 16 di dicembre del 1745, quando la pace parziale fatta dal re
di Prussia con Maria Teresa permise a questa sovrana di portare la
maggior parte delle sue forze in Italia; allora don Filippo fu costretto
ad abbandonare Milano il 19 di marzo, e tutti i Francesi e gli Spagnuoli
furono scacciati dalla Lombardia prima che terminasse la campagna del
1746[337].
[337] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1746. — Oeuvres posthum. de
Frédéric II Hist. de mon temps, ch. X-XIV, t. II, p. 77. — Coxe,
Hist. de la Maison d'Autriche, ch. CVII, t. V, p. 153._
Nella stessa campagna aveva don Filippo perduto il suo principale
appoggio in Filippo V, suo padre, morto il 9 di luglio del 1746.
Ferdinando VI, figlio di Filippo V, del primo letto, succedutogli alla
corona di Spagna, non prendeva un troppo vivo interesse allo
stabilimento de' figliuoli di sua matrigna. Perciò la corte di Spagna fu
contenta di ottenere, col trattato di Aquisgrana, i due ducati di Parma
e di Piacenza, che tornarono a ricuperare l'indipendenza il 18 ottobre
del 1748, ed ebbero qualche ingrandimento coll'unione fattavi del
piccolo ducato di Guastalla[338].
[338] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1748. — Hist. de la Diplom.
Franç. sixième période, l. V, t. V, p. 417. — Coxe, Hist. de la
Maison d'Autriche, ch. CVIII, t. V, p. 177._
La guerra della successione d'Austria aveva in certo qual modo
interessata tutta l'Europa alla trasmissione dell'eredità dei Farnesi ad
un ramo dei Borboni. Ma dopo quest'avvenimento gli stati di Parma e di
Piacenza ricaddero nell'oscurità sotto il regno dell'infante don
Filippo, che morì il 18 luglio del 1765, e sotto quello di suo figlio e
successore don Ferdinando. Per altro il gusto di don Filippo per le
lettere e per la filosofia, la protezione da lui accordata agli
scrittori francesi, la scelta fatta per educare suo figlio dell'abate di
Condillac, furono cagione che s'introducessero in Lombardia nuove idee,
con un certo sentimento di libertà civile e religiosa, che dal governo
spagnuolo era stato per lo innanzi severamente proscritto. Le città di
Parma e di Piacenza, che nei precedenti secoli avevano avuta così
piccola parte alla gloria letteraria dell'Italia, parvero animate da
nuova vita, e vi fiorirono molti uomini illustri.
Nella prima metà del diciottesimo secolo i ducati di Modena e di Reggio
non furono meno sventurati di quelli di Parma e di Piacenza. Rinaldo
d'Este, che regnava in Modena fino dal 1694, abbracciò il partito
imperiale nella guerra della successione di Spagna. Perciò tutti i suoi
stati furono invasi dai Francesi, ed egli medesimo fu costretto a
ripararsi in Bologna fino al 1707, in cui la Lombardia venne evacuata
dalle armate dei Borboni. La pace d'Utrecht gli ratificò il possedimento
di tutto ciò che aveva prima della guerra, e vi aggiunse nel 1718 il
piccolo ducato della Mirandola, comperato dall'imperatore, che lo aveva
confiscato a pregiudizio di Francesco Pico, ultimo principe di questa
famiglia. Rinaldo, conservandosi fedele allo stesso partito, fu per la
seconda volta costretto a ripararsi in Bologna nella guerra del 1734,
mentre che i suoi stati vennero occupati dai Francesi e dagli Spagnuoli.
Finalmente rientrò nella sua capitale il 24 di maggio del 1736, ove morì
diciassette mesi dopo, il 26 di ottobre del 1737, in età di ottantadue
anni[339].
[339] _Murat. Ann. d'Italia ad an. 1737._
Il duca Rinaldo, che era stato cardinale, che non aveva deposto l'abito
ecclesiastico che in età di quarant'anni, e ch'era giunto ormai ad
avanzata vecchiaja in tempo dell'ultima guerra in cui erasi trovato suo
malgrado avviluppato, non prendeva veruna parte nelle operazioni
militari. Suo figlio Francesco III, che gli successe, era stato
militarmente educato, ed aveva gusto per le cose della guerra. Prima di
salire sul paterno trono aveva fatta una campagna contro i Turchi;
ricercò l'alleanza della casa di Borbone nella guerra della successione
dell'Austria, e fu nominato generalissimo delle armate francesi e
spagnuole, che in Italia militavano contro Maria Teresa. Egli diede con
ciò motivo agli Austriaci di invadere i suoi stati, di guastarli e
d'opprimerli colle contribuzioni, mentre ch'egli conduceva il suo
esercito nello stato pontificio, ove si mantenne lungamente; indi venne
nella riviera di Genova, in Provenza ed in Savoja, dov'ebbe comune
fortuna coll'infante don Filippo. Fu rimesso finalmente ne' suoi stati
nel 1748 dal trattato di Aquisgrana; ma li trovò ruinati dalle truppe
austriache e piemontesi, che gli avevano occupati più anni, ed egli
aggiunse ancora alla loro miseria col peso di nuove imposte e col
cattivo sistema delle sue finanze. Morì di ottantadue anni il 23
febbrajo del 1780. La fama dei due più eruditi italiani, Muratori e
Tiraboschi, suoi sudditi e suoi pensionati, sparse qualche gloria sul
suo regno.
Era ne' destini dei ducati di Modena e di Reggio di essere governati da
vecchi principi. Ercole III, figliuolo di Francesco III, era ammogliato
da circa quarant'anni quando successe a suo padre. Aveva sposata in
settembre del 1741 Maria Teresa Cibo, unica figlia ed erede di Alderano
Cibo, ultimo duca di Massa e di Carrara, ed aveva per tal modo fatto
entrare nella sua famiglia un quarto ducato, oltre quelli di Modena, di
Reggio e della Mirandola[340]. Il ducato di Massa e Carrara era uno de'
molti piccoli feudi imperiali posseduti dai marchesi Malaspina tra la
Liguria, la Lombardia e la Toscana. Due secoli e mezzo prima era
passato, per mezzo di una femmina, sotto il titolo di marchesato, a
Franceschetto Cibo, figlio d'Innocenzo VIII; era stato eretto in ducato
nel 1664; e di nuovo passò per una donna alla casa d'Este[341].
Diventato duca in età avanzata, Ercole III fu accusato, ancora più de'
suoi due predecessori, di avarizia, vizio che spesso si rimprovera alla
vecchiaja. Egli accumulò un tesoro, che invece di servire alla sua
difesa nell'istante del bisogno, accrebbe il suo pericolo, eccitando la
cupidigia dei suoi nemici. Il 14 ottobre del 1771 maritò l'unica sua
figlia coll'arciduca Ferdinando d'Austria; e questa principessa è
rimasta l'unica rappresentante de' principi d'Este, in addietro sovrani
di Ferrara, Modena e Reggio; dei Malaspina e dei Cibo, signori di Massa
e di Carrara; dei Pichi, sovrani della Mirandola, e dei Pii, sovrani di
Carpi e di Correggio; perciocchè tutte le case sovrane d'Italia
sembravano percosse dallo stesso destino, e la stessa casa d'Este era
pure vicina a spegnersi, allorchè perdette i suoi stati nelle guerre
della rivoluzione.
[340] Ercole d'Este non possedette mai il ducato di Massa. Dopo la
morte della consorte, che viveva separata dal marito in Reggio,
questo ducato passò in dominio dell'unica sua figlia Maria Beatrice,
moglie dell'arciduca Ferdinando d'Austria, che lo possiede anche al
presente. _N. d. T._
[341] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1741. — Viani Storia e monete
di Massa, c. XIV, p. 59._
Si erano vedute spegnersi in Napoli le case dei Durazzo, d'Angiò e
d'Arragona; a Milano quelle de' Visconti e degli Sforza; quella de'
Paleologhi nel Monferrato; dei Montefeltro e della Rovere in Urbino; dei
Gonzaga a Mantova, Guastalla e Sabionetta; dei Farnesi in Parma e
Piacenza; e l'Italia vide pure spegnersi nel diciottesimo secolo, prima
delle case Cibo e d'Este, la casa dei Medici, che, erede di una gloria
acquistata da rimotissimi antenati, era illustre a motivo dei grandi
cittadini di Firenze da lei prodotti, non per i suoi gran duchi.
Cosimo III regnava in Firenze fin dal 1670, ed anche salendo sul trono
la sua vita era amareggiata dalle sue contese con Margarita d'Orleans,
sua sposa, cui era diventato insoffribile a cagione de' suoi sospetti e
della sua domestica tirannide: ma egli dall'altro canto non aveva avuto
a soffrir meno pelle stravaganze di questa principessa francese, e pel
disprezzo ch'essa gli mostrava. Egli stesso, disgraziato nel suo
interno, pareva che non potesse interessarsi in un matrimonio senza
renderlo altresì disgraziato ed infecondo. Il suo maggior figliuolo,
Ferdinando, che morì prima di lui, il 30 di ottobre del 1713, sebbene di
già in età di cinquant'anni non aveva avuto prole da Violante Beatrice
di Baviera sposata nel 1688: e sua figlia, Anna Maria Luigia, che nel
1691 aveva sposato Giovanni Guglielmo, elettore palatino, fu pure
infeconda. Il suo secondo figliuolo, Giovan Gastone non ebbe pure figli
dalla principessa di Sassonia Lavemburg, sposata nel 1697[342]; onde per
non vedere spenta la sua famiglia entro pochi anni, Cosimo III persuase,
all'ultimo, nel 1709, suo fratello Francesco Maria, di già in età di
cinquant'anni, a deporre la sacra porpora, ed a sposare Eleonora di
Gonzaga, figlia del duca di Guastalla; ma nè questo matrimonio fu più
fecondo degli altri. Ferdinando e Francesco Maria morirono prima di
Cosimo III; Giovan Gastone, separato dalla moglie, e pieno d'infermità,
non poteva più nutrire speranze di prole; e Cosimo vedeva con amaro
dolore le principali potenze dell'Europa disporre, mentre ancor viveva
egli e suo figlio, della sua eredità. Riclamò invano a favore dei
diritti della repubblica fiorentina, di cui i suoi antenati non erano
stati che semplici rappresentanti, ed alla quale doveva perciò ritornare
la sovranità dopo estinta la linea dei Medici[343]. Tentò pure di farne
passare l'eredità alla figliuola, quella che più amava di tutti i suoi
figli; volle almeno decidere egli stesso tra i pretendenti alla corona
di Toscana; ma i diplomatici europei, non valutando più i suoi diritti
che quelli del suo popolo, non degnaronsi pure di ascoltarlo nel
disporre de' suoi stati. Finalmente egli morì il 31 d'ottobre del 1723
dopo avere sofferte le più amare mortificazioni, ed avere avuti tanti
dispiaceri quanti erano stati i mali che aveva fatti soffrire al suo
popolo[344].
[342] _Galluzzi Stor. di Toscana, l. VIII, c. IV, p. 101, t. VII;
Ivi, c. V, p. 125; Ivi, l. IX, c. I, p. 305._
[343] _Galluzzi Storia del gran ducato, l. VIII, c. IX ad an. 1710,
t. VII._
[344] _Galluzzi Stor. del gran ducato, l. IX, c. IV, p. 22, t.
VIII._
Giovan Gastone, che successe a Cosimo III, era stato lo scopo delle
persecuzioni degl'ipocriti che infestavano la corte di suo padre; egli
non aveva mai trovato nel suo palazzo, che noja, suggezione e tristezza.
Tosto che si vide liberato dall'oppressione in cui aveva vissuto fino ai
cinquantadue anni, cercò col circondarsi di buffoni e di persone non ad
altro intese che a tenerlo allegro, di dimenticare come meglio poteva, e
le sue infermità che lo ritenevano frequentemente a letto, e la
divisione della sua eredità, di cui facevasi tanto rumore in Europa.
Giovan Gastone era un buon uomo, ma non sapeva leggere nell'avvenire;
non pensava alla miseria de' suoi sudditi, che mai non vedeva, e non
poneva limiti alle sue prodigalità, affinchè tutti coloro che lo
avvicinavano si ritirassero con volto soddisfatto. Le finanze furono
dilapidate, l'amministrazione cadde tra le mani de' serventi, e di gente
affatto spregievole. Finalmente egli morì di sessantasei anni, il 9 di
luglio del 1737, lasciando a' suoi successori il troppo difficile
incarico di rimediare ai mali della Toscana[345].
[345] _Galluzzi Stor. di Tosc., l. IX, c. X, p. 210._
Francesco, duca di Lorena, sposo di Maria Teresa, cui era stata data la
Toscana, venne, in gennajo del 1738, a visitare i suoi nuovi stati; ma
vi si trattenne poco tempo. Il principe di Craon, Marco di Beauvau, suo
mentore, era stato destinato a ricevere il giuramento dai nuovi sudditi
di Francesco, e governò la Toscana coll'autorità di un vicerè. Fu
ajutato nella sua amministrazione dal conte di Richecourt, il più
illustre ministro del nuovo gran duca, che nel 1745 ottenne il titolo
d'imperatore. Occuparonsi l'uno e l'altro della riforma delle leggi
della Toscana, del miglioramento delle finanze, e della più regolare ed
imparziale amministrazione della giustizia.
La vedova dell'elettore palatino, sorella di Giovan Gastone, ch'era
tornata alla corte di suo padre nel 1717, e che aveva sopra di lui
esercitata grandissima influenza, sopravvisse anche al fratello che non
l'amava, e che non era da lei amato. Questa principessa, il 31 ottobre
del 1737, si lasciò persuadere a rinunciare alla casa di Lorena tutta
l'eredità mobile ed immobile della casa de' Medici, contro una pensione
vitalizia di quaranta mila scudi fiorentini. Il gran duca Francesco le
accordò il titolo di reggente, le diede delle guardie al palazzo e tutte
le apparenze d'una corte. Ella morì finalmente in Firenze il 18 di
febbrajo del 1743 in età di settantasei anni, ma in lei non si spense
affatto la casa de' Medici; se ne conservò tuttavia un ramo, discendente
da uno degli antenati di Cosimo, il padre della patria; ma perchè non
era stato contemplato dal decreto di Carlo V, non si trattò giammai di
chiamarlo alla successione della corona ducale[346].
[346] _Galluzzi Stor. del gran ducato, l. IX, c. X ed ultimo, p.
250._
L'imperatore Francesco I, che in Toscana portava il nome di Francesco
II, morì a Vienna il 18 di agosto del 1765. Mentre che il suo primo
figliuolo, Giuseppe II, gli succedeva negli stati dell'Austria, il
secondo, Pietro Leopoldo, allora in età di diciotto anni, fu dichiarato
gran duca di Toscana, e venne a prendere possesso del suo principato
l'undici di settembre del 1765. Veruno stato d'Italia non ebbe mai più
grandi obblighi al suo sovrano, quanto la Toscana a Pietro Leopoldo.
Questi, continuamente occupato a riformare tutti gli abusi introdottisi
nel lungo spazio di oltre dugent'anni di una difettosa amministrazione,
semplificò le leggi civili, addolcì le criminali, diede la libertà al
commercio, disseccò intere provincie, dividendone la proprietà fra
industri coltivatori, che caricò di una leggiere contribuzione: ed in
tal modo raddoppiò i prodotti dell'agricoltura, e rendette ai suoi
sudditi quell'attività e quell'industria che avevano da tanto tempo
perdute. Tentò altresì di correggere la corruzione de' costumi, e di
comprimere gli eccessi della superstizione; ma non devesi dissimulare
che talvolta stancheggiò i suoi sudditi con una troppo inquisitoriale
vigilanza, e che scontrò una violenta opposizione alle sue riforme
ecclesiastiche per parte del concilio provinciale che adunò il 23 aprile
del 1787. I pregiudizj del clero ed i vizj del popolo si collegarono
contro un principe forse troppo attivo nel suo desiderio di fare il
bene; e quando la morte di Giuseppe II chiamò Leopoldo a cedere il gran
ducato al secondo de' suoi figliuoli, per prendere la corona imperiale,
il popolo toscano non mostrossi abbastanza riconoscente verso un
principe così grande.
I due regni di Napoli e di Sicilia, ai quali la guerra dell'elezione di
Polonia aveva nel 1738 restituito un monarca indipendente, ebbero motivo
di lodarsi delle opinioni e dell'energia che loro recava una straniera
nazione. I popoli lungamente corrotti dal dispotismo cadono finalmente
in un letargico sonno, dal quale più non si possono risvegliare colle
sole loro forze, se non si arrecano loro nuove idee da straniere
contrade, se non si pongono loro avanti agli occhi nuovi esempi, e se
una mescolanza di diversi elementi non risveglia nel loro seno un
vivificante fermento. Tre figliuoli di Filippo V, Ferdinando VI in
Ispagna, Carlo VII a Napoli e Filippo a Parma, risvegliarono,
introducendovi una corte francese, libri, instituzioni e pensare
francesi, l'attività da gran tempo sopita dei popoli meridionali ch'essi
governavano in Ispagna ed in Italia. Parve che i figli di Filippo V
nulla ritenessero della timida superstizione del padre, nè degli
artificiosi intrighi della madre. Mostrarono nella loro amministrazione
il desiderio del bene, indipendenza di spirito, ed anche idee liberali.
Don Carlo, che si fece chiamare Carlo VII di Napoli, Carlo V di Sicilia,
e che all'ultimo fu Carlo III di Spagna, giovò molto ai due primi regni
negli undici anni che li governò dopo la pace d'Aquisgrana. Pure il suo
lavoro era appena cominciato, e sarebbe stato d'uopo che fosse stato
lungo tempo continuato dietro i medesimi principj, per produrre una
durevole riforma in un paese in cui doveva mutarsi ogni cosa. Carlo
poteva appena lusingarsi che il suo successore fosse a portata di tener
dietro alle sue viste: sommamente desolante era lo stato in cui egli
vedeva la sua famiglia, la quale pareva tocca nelle facoltà
intellettuali da un vizio ereditario. Filippo V, suo padre, aveva
passata gran parte della sua vita in una sospettosa malinconia, che gli
rendeva odiosa la compagnia degli uomini, e che in un privato avrebbe
avuto il nome di follia[347]. Ferdinando, suo fratello, signoreggiato da
sua moglie, principessa portoghese, dopo la di lei morte, accaduta il 27
agosto del 1758, erasi ridotto in uno stato ancora più deplorabile,
alternando furiosi accessi di frenesia con alcuni istanti di cupa
disperazione, cui davasi il nome di lucidi intervalli. Questo delirio
durò quasi un anno, dopo il quale Ferdinando morì il 10 agosto del 1759;
e perchè non lasciava figliuoli, Carlo passò dal trono di Napoli a
quello di Spagna. Il suo maggiore figliuolo, Filippo Antonio, allora di
dodici anni, era a tale stato d'imbecillità ridotto, che fu necessario
privarlo della corona; ed in vece di lui Carlo fece riconoscere per
principe delle Asturie il secondo, in età di undici anni, che fu poi
Carlo IV di Spagna; e dichiarò il terzo, che aveva 9 anni, re delle due
Sicilie, ed è Ferdinando IV, attualmente regnante. Durante la sua
minorità, ed anche molto tempo dopo il suo termine legale, Carlo III
mantenne una decisiva influenza sui consiglj delle due Sicilie[348].
[347] _Saint Simon, Mém. secrets de la Régence, liv. IV, ch. I, t.
VII, Oeuvres, p. 178._
[348] _Hist. de la Diplom. Franç., 7 période, l. II, t. VI, p. 270._
In verun secolo ebbe la Chiesa romana sulla cattedra di san Pietro
uomini più distinti per moralità, per rettitudine di spirito, talvolta
per talenti amministrativi ed anche per liberali opinioni. Con tutto ciò
questi papi, degni di tanto rispetto e di tanta stima, non hanno potuto
fare argine allo spaventoso e sempre più rapido decadimento dello stato
della Chiesa, nè porgere rimedio ai vizj di un governo fondato sul
principio di affidare tutti i rami dell'amministrazione a coloro che ben
conoscono la teologia e poco gli affari.
Clemente XI (Gian Francesco Albani), che regnò dal 24 novembre 1700,
fino al 9 di marzo del 1721, fu, quasi suo malgrado, l'autore delle
persecuzioni dirette in Francia contro i Giansenisti. La famosa
costituzione _Unigenitus_, a lui estorta dall'intrigo, compromise la sua
autorità, e fu il grand'affare politico del suo regno. La guerra della
successione di Spagna trattavasi ai confini de' suoi stati; e mentre che
dalla sua debolezza egli veniva forzato a riconoscere quello dei due
emuli di cui aveva più ragione di temere, ambidue gli rimproveravano ciò
che accordava all'altro, ed il castigo cadeva sopra i suoi sudditi[349].
[349] _Muratori ad an. 1713. — Bolla Unigenitus, an. 1721._
Il cardinale Michel Angelo Conti, che fu creato papa il 28 di maggio del
1721, sotto il nome d'Innocenzo XIII, non ebbe un regno abbastanza lungo
per lasciare una circostanziata memoria della sua amministrazione, non
essendo quasi altro di lui noto che l'obbligo impostogli di nominare
cardinale l'abate Dubois, e la riabilitazione del cardinale Alberoni,
contro al quale il suo predecessore aveva fatta cominciare una legale
processura[350].
[350] _Muratori ad an. 1721._
Innocenzo XIII morì il 7 di marzo del 1724; ed il cardinale Vincenzo
Maria Orsini, che gli fu dato per successore, il 29 di maggio del 1724,
prese il nome di Benedetto XIII. Di già sommamente indebolito dalla sua
troppo avanzata età, egli non fece nulla di conforme alle sue pie e
pacifiche intenzioni; la privata sua condotta fu costantemente piena di
dolcezza, di umiltà, di carità; volle sinceramente mettere un termine
alle persecuzioni del giansenismo, ma le sue bolle produssero un affatto
contrario effetto. La sua amministrazione fu in Roma macchiata dalle
concussioni e dalla avarizia del cardinale Coscia di Benevento, cui
aveva accordata una cieca confidenza; e ne risultò una mancanza di circa
cento venti mila scudi romani nelle entrate della camera apostolica, la
quale fu forza coprire con nuovi prestiti, accrescendo in tal modo la
massa di già enorme de' precedenti debiti. Benedetto XIII morì il 21
febbrajo del 1730, e nello stesso istante scoppiò in Roma una
sollevazione. Il popolo voleva colle proprie mani vendicarsi del
cardinale Coscia e di tutti i ministri subalterni da lui chiamati da
Benevento, accusati d'avere venduta la giustizia, gl'impieghi e le
grazie ecclesiastiche. Le grida del pubblico costrinsero il successore
di Benedetto XIII a fare il processo del cardinale Coscia ed a chiuderlo
in castel sant'Angelo[351].
[351] _Muratori ad an. 1722, 1729, 1730._
Successore di Benedetto XIII fu Lorenzo Corsini, fiorentino; che fu
eletto il 12 luglio del 1730, e che prese il nome di Clemente XII.
Aveva, quando fu eletto, settantott'anni, e visse altri dieci anni;
perciocchè tale è la malvagia sorte degli stati romani, che il supremo
potere si trovi sempre affidato ad un uomo che deve imparare l'arte
difficilissima del sovrano, in quell'età in cui converrebbe piuttosto
ritirarsi da tutti gli affari. Clemente XII trovavasi in difficilissime
circostanze: verun monarca, nemmeno dei paesi che parevano tuttavia
oppressi dal giogo della superstizione, più non conservava verso la
santa sede quello spirito di sommissione, di cui si erano fatti un
dovere i loro predecessori. La corte di Portogallo era entrata colla
corte di Roma in tali contese di etichetta, che prendevano un serio
carattere; quella di Torino aveva aggiunti al dominio della corona molti
feudi ecclesiastici; quella di Francia faceva bloccare la contea di
Avignone per contestazioni di contrabbando; e le corti di Vienna e di
Madrid disponevano dei ducati di Parma e di Piacenza, come se fossero
stati feudi dell'impero, mentre che da circa dugent'anni erano
riconosciuti per feudi della Chiesa. Sebbene Clemente XII di leggieri si
potesse avvedere del cambiamento dello spirito del secolo, non sapeva
risolversi a rinunciare ad alcuni dei diritti esercitati dai suoi
predecessori, e tutto il suo regno si passò in penose dispute[352].
[352] _Muratori ad an. 1733._
Dopo i preliminari di pace, sottoscritti in sul finire del 1735, tra la
Francia e l'Austria, senza che avesse voluto soscriverli anche la
Spagna, il conte di Kevenhuller strinse l'armata spagnuola del duca di
Montemar, che andava ritirandosi verso il regno di Napoli. Il generale
austriaco entrò nelle tre legazioni con trenta mila austriaci, lasciando
che vivessero a discrezione presso gli sventurati abitanti del
Bolognese, del Ferrarese e della Romagna; mentre che gli Spagnuoli ed i
Napolitani non risparmiavano Velletri e la stessa Roma; di modo che lo
stato della Chiesa, senz'avere violata la neutralità, sperimentò sotto
Clemente XII quasi tutti i disastri della guerra[353].
[353] _Muratori ad an. 1735._
Nell'ultimo anno del papato di Clemente XII il cardinale Alberoni,
nominato suo legato in Romagna, tentò di unire alla santa sede la
piccola repubblica di san Marino, troppo debole e troppo povera per
tentare prima di tale epoca l'ambizione di chicchefosse. Il governo di
quella terra aveva degenerato in oligarchia, e l'Alberoni aveva preteso
che i malcontenti, che formavano il grosso della popolazione,
desiderassero di assoggettarsi al dominio della santa sede; bastarono al
cardinale dugento soldati, ajutati dai birri della Romagna, per
impadronirsi verso la metà di ottobre del 1739 di tutto lo stato di san
Marino. Ma furono portate al papa le rimostranze degli abitanti; e il
papa ebbe l'integrità di riconoscere, che aveva con soverchio precipizio
dato l'assenso al suo legato: ordinò che gli abitanti di san Marino
fossero invitati ad emettere liberamente il loro voto, e quando li vide
unanimamente domandare la loro indipendenza, li fece riporre in libertà.
Questo pontefice sopravvisse pochi giorni a così onorevole azione; da
lungo tempo era forzato a starsi in letto, ed aveva perduta la vista
quando morì il 6 febbrajo del 1740[354].
[354] _Muratori ad an, 1739. — Melchior Delfico Stor. di San Marino,
c. VIII, p. 222._
Clemente XII ebbe per successore Benedetto XIV, già Prospero Lambertini,
il più virtuoso, il più dotto, il più amabile dei Romani pontefici. Era
nato il 13 marzo del 1675, e fu eletto il 17 agosto del 1740. Benedetto
XIV seppe il primo rinunciare dignitosamente alle pretese della corte
romana, uniformandosi allo spirito del secolo, senza scuotere
violentemente la propria Chiesa; assopì le controversie giansenistiche;
ottenne il rispetto e la considerazione de' principi e dei popoli
protestanti, e dei filosofi di tutte le nazioni e di tutte le
sette[355]; ma i sovrani cattolici violarono crudelmente la neutralità
da lui professata, e distrussero la tranquillità de' suoi stati: egli
aveva ultimate nel primo anno del suo regno tutte le controversie
eccitate da' suoi predecessori colle corti di Spagna, di Portogallo,
delle due Sicilie e di Sardegna; quando nello stesso anno la guerra per
la successione dell'Austria accrebbe le difficoltà ed i pericoli dello
stato della Chiesa. Il duca di Montemar, generale spagnuolo, fu il primo
a violare la neutralità del papa, entrando in febbrajo del 1742 nel
territorio di san Pietro coll'armata sbarcata ad Orbitello, e che andava
ad unirsi in Romagna a quella del duca di Castro-Pignano, generale dei
Napolitani. La loro presenza attirò negli stati della Chiesa l'esercito
austriaco e piemontese, che si avanzava per venire a battaglia; dopo
tale epoca, e finchè durò questa guerra, lo stato della Chiesa fu
continuamente attraversato, e spesso guastato dalle due armate. La
battaglia di Velletri, dell'undici agosto del 1744, tra il principe di
Lobkowitz, il re di Napoli ed il duca di Modena, fu assai più fatale a
quest'infelice città che all'una od all'altra armata, che pure vi
sparsero molto sangue[356]. Dopo la pace di Aquisgrana, Benedetto XIV
ottenne qualche indennizzazione pei mali sofferti da' suoi sudditi; ma
troppo mancava perchè fosse bastante compenso ai sofferti danni. La
saviezza e l'economia del papa riuscirono loro assai più vantaggiose,
perciocchè colmarono il vuoto delle finanze, minorarono il debito, e
cominciarono a ristabilire il commercio e l'agricoltura. La morte che lo
rapì il 3 maggio del 1758, non gli permise di fare tutto il bene che
desiderava.
[355] _Lacretelle, Hist. de France au dix-huitième siècle, t. III,
l. X, p. 205._
[356] _Muratori ad an. 1744. — Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche,
t. V, ch. CV, p. 119._ Intorno a questa guerra merita di essere
letta la Storia di Castruccio Buonamici: _De rebus prope Velitram
gestis_, forse dall'autore non veduta. _N. d. T._
Carlo Rezzonico, veneziano, successe il 6 di luglio del 1758 a Benedetto
XIV, e prese il nome di Clemente XIII. Mostrò dal canto suo molto zelo
per la riforma de' costumi, per la difesa della fede e per la correzione
del clero; ma non aveva di lunga mano nè l'ingegno, nè l'accorgimento,
nè la moderazione, nè la fermezza del suo predecessore. Fu strascinato
in passi contraddittorj e talora imprudenti, per provvedere alla
carestia che tribolò i suoi stati dal 1764 al 1766; volle sostenere le
vecchie pretese della santa sede sul ducato di Parma, e per tale motivo
si disgustò nel 1768 colla casa di Borbone; sicchè la Francia occupò
Avignone, Napoli e Benevento, e la Spagna minacciò di trattenere le
entrate della Chiesa. La soppressione dell'ordine dei Gesuiti,
caldamente chiesta dalle medesime corti, gettò il Rezzonico in più gravi
imbarazzi: colse l'istante in cui la loro società era stata proscritta
in Portogallo ed in Francia, per raffermare tutti i loro privilegj colla
bolla _Apostolicam_ e per fare il più magnifico panegirico de' loro
servigj e de' loro talenti. La malintelligenza tra il papa e quelle
corti andava vestendo il più inquietante carattere, allorchè Clemente
XIII morì quasi improvvisamente nella notte del 3 di febbrajo del 1769.
Fu dato per successore al Rezzonico un degno emulo del Lambertini nella
persona di Lorenzo Ganganelli, che prese il nome di Clemente XIV. Egli
seppe calmare con una costante saggezza, con un profondo segreto, con
un'estrema moderazione tutte le contese eccitate dal suo predecessore:
ricuperò Avignone e Benevento; soppresse nel giovedì santo la lettura
della bolla _in Cœna Domini_, che aveva risvegliate le lagnanze della
Spagna; fece lentamente ed imparzialmente esaminare le accuse portate
contro i Gesuiti; ed il 21 di luglio del 1773 pubblicò finalmente il
breve che aboliva il loro ordine. Lasciò un nobile monumento del suo
amore per le arti nella fondazione del museo del Campidoglio, che fu
chiamato Pio-Clementino, perchè si aggiunse al suo nome quello del suo
successore. Morì il 22 di settembre del 1774 in conseguenza di una assai
lunga malattia, che l'odio, che in allora si portava ai Gesuiti, fece
attribuire a lento veleno da loro apparecchiato.
Pio VI, che gli successe il quindici di febbrajo del 1775, a sè non
richiamò l'attenzione dell'Europa, prima dei tempi della rivoluzione,
che pel suo viaggio fatto in Germania nel 1782, ad oggetto d'impedire le
troppo precipitose riforme di Giuseppe II[357]. L'esterna influenza dei
papi aveva infinitamente declinato, onde Pio VI volse le sue cure
all'interna amministrazione de' suoi stati. Verun paese era tanto a
dietro nelle cognizioni di economia politica. Le campagne di Roma, in
altre età così ricche e così popolate, erano trasmutate in un vasto
deserto. I pastori della Maremma ed i contadini della Sabina e
dell'Abbruzzo, più accostumati ai ladronecci che all'agricoltura,
erravano sempre armati, conducendo le loro mandre a cavallo, e colla
lancia alla mano, quali selvagge popolazioni in seno dell'Italia. Pio VI
si adoperò con molto zelo a ristaurare l'agricoltura, ma senza conoscere
i veri principj dell'amministrazione; onde con molto dispendio e molto
lavoro, altro quasi non fece che accrescere il male. Egli fece eseguire
magnifiche opere a traverso alle paludi pontine per diseccarle; ma in
appresso accordò a suo nipote, il duca Braschi, il terreno ricuperato,
di cui formò una sola proprietà indivisibile, sebbene fosse tanto vasto
da potersi piuttosto risguardare come una provincia che come un podere.
Così grave fallo fece mancare in quella terra i capitali, la popolazione
e l'industria; e le paludi pontine, a malgrado de' tesori versati da Pio
VI, si rimasero come prima insalubri e deserte. Lo stesso duca Braschi
ottenne pure varj monopolj sul commercio de' grani, che ruinarono sempre
più l'agricoltura, ed accrebbero la miseria dei poveri. Ogni nuovo
pontificato giova a fare maggiormente conoscere l'imprudenza di
accordare negli ultimi suoi giorni la sovranità ad un uomo, che ha
sempre fatto professione di rinunciare al mondo.
[357] _Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, t. V, ch. CXXIV,
p. 447._
Le repubbliche d'Italia continuarono in questo secolo a tenersi in una
profonda oscurità ed immobilità, quasi avessero temuto, che, richiamando
sopra di loro gli sguardi delle altre potenze, il solo nome di libertà,
loro caro per antiche memorie piuttosto che per presenti godimenti, non
le rendesse sospette ai re, e che mentre si andavano sempre facendo
nuove divisioni di stati, non si prendesse a risguardarle come beni
vacanti di cui, per non avere esse padroni, si poteva liberamente
disporre. Venezia ricusò d'immischiarsi nella guerra della successione
di Spagna: armò le sue città e le sue fortezze, ed accrebbe le truppe di
linea per farsi rispettare dai suoi vicini: non perciò ottenne di
sottrarsi a tutte le vessazioni delle potenze belligeranti; ma nè
violazioni del territorio, nè veruna ingiustizia, la spinse ad uscire
dall'adottata neutralità.
Nell'attenersi a questo sistema la repubblica di Venezia mostrava se non
altro vigore ed antiveggenza, mentre non vedevasi che corruzione,
negligenza e peculato ne' suoi possedimenti d'oltremare. I sudditi greci
della repubblica erano in modo travagliati dalle ingiustizie de'
governatori veneziani e dai monopolj dei mercanti, che preferivano il
giogo dei Turchi. Il danaro erogato dal tesoro pubblico pel mantenimento
delle fortezze, delle guarnigioni, e per gli approviggionamenti delle
munizioni, era dai comandanti delle piazze e da quelli delle truppe
estorto a privato loro profitto, sicchè il regno della Morea, che la
repubblica possedeva nel cuore dell'impero ottomano, veniva lasciato
senza verun mezzo di difesa. Achmet III ebbe avviso di questa
inconcepibile negligenza, ignorata dal senato veneto; apparecchiò un
formidabile armamento di terra e di mare, e rompendo, senz'esserne
provocato, la tregua di Carlowitz, passò l'istmo di Corinto il 20 giugno
del 1714, ed in un mese occupò tutta la Morea[358]. Le varie fortezze
che nella precedente guerra erano state conquistate con dispendio di
tanto tempo, di tanti tesori, di tanto sangue, fecero pochissima o niuna
resistenza. Nel susseguente anno i Turchi attaccarono altresì Corfù; ed
in Venezia omai disperavasi di potere contro di loro difendere
quell'isola e quella città, quando essi medesimi si ritirarono
spontaneamente dietro la notizia avuta della sconfitta della loro armata
presso Petervaradino. Vero è che la flotta veneziana sostenne l'antica
sua riputazione nelle battaglie che diede ai Turchi con indeciso
vantaggio in maggio ed in luglio del 1717. La tregua per ventiquattro
anni, conchiusa in Passarowitz il 27 giugno del 1718 colla mediazione
dell'Inghilterra e dell'Olanda[359], consumò il sagrificio della Morea,
e fissò definitivamente i confini dei Veneziani coi Turchi. Dopo
quest'epoca la repubblica trovò la maniera di sottrarsi interamente alla
storia, e di non lasciare veruna memoria della propria esistenza[360].
[358] _Laugier, Hist. de Venise, t. XII, l. XLVII, p. 283._
[359] _Laugier, Hist. de Venise, t. XII, l. XLVII, p. 330._
[360] La storia di Laugier termina col 1750, l. XLVIII, t. 12, ediz.
del 1768. — La storia civile di Vittore Sandi comprende in tre
volumi in 4.º gli avvenimenti del 1700 al 1767, ma si dura fatica a
leggerla.
La repubblica di Lucca ebbe ancora più piccola parte negli avvenimenti
del secolo. Nella prima metà del mentovato secolo fu più volte ruinata
dal passaggio delle truppe, e senz'essere in guerra ne sostenne i mali.
Quando tutte le parti deposero le armi nel 1748, essa ricuperò
l'integrità de' suoi confini; ma mentre andava crescendo la popolazione
delle sue campagne e forse oltre misura, e che la divisione delle
proprietà in troppo piccoli poderi, dopo avere portata l'industria
rurale alla più alta perfezione, riduceva i contadini a valutare
pochissimo il loro lavoro ed a vivere in una troppo costante
ristrettezza, la città perdeva le sue manifatture, il suo commercio, la
sua industria. I cittadini, troppo ravvicinati al piccolo corpo della
nobiltà, trovavansi altresì troppo umiliati dalla loro esclusione da
tutti gli impieghi, e più non conservando verun affetto per la loro
patria, avevano perduto con questo sentimento quell'attività e
quell'energia di cui avrebbero avuto bisogno per battere una privata
carriera e sollevarsi alla fortuna.
La repubblica di Genova, caduta parimenti sotto il giogo
d'un'oligarchia, rendutasi odiosa al rimanente del popolo, non pareva
fatta per figurare davvantaggio in questo secolo. Nel 1713 i Genovesi
acquistarono dall'imperatore pel prezzo di un milione e dugento mila
scudi il marchesato di Finale, feudo in addietro posseduto dalla casa di
Carretto. Ma essi trattavano con tanta ingiustizia e durezza i loro
sudditi, che questi nuovi vassalli passarono con estrema ripugnanza
sotto il loro dominio. Con altrettanta ingiustizia che fallace politica
avevano essi lungo tempo oppressa la Corsica; onde quest'isola, più
estesa e più fertile che tutto il rimanente del loro territorio, erasi
conservata quasi barbara tra le loro mani, mentre che sotto una buona
amministrazione avrebbe potuto infinitamente accrescere le ricchezze e
la potenza del loro stato. Le vessazioni de' Genovesi fecero, nel 1730,
scoppiare in Corsica una ribellione, che la repubblica volle invano
comprimere colle armi, coi supplicj e talvolta ancora con atti di
perfidia. Fu questo un tarlo che consumò le sue finanze e le sue forze
per più della metà del secolo. Fino dal 1737 i Genovesi avevano invocato
l'ajuto della Francia per soggiogare i Corsi ribelli. Impegnaronsi per
tal modo in una lunga serie di trattati di sussidj con quella corona,
con che accrebbero sempre più i loro debiti, senza fare verun
avanzamento verso la conquista di quest'isola, i di cui abitanti
mostravano tutti le stesso orrore pel loro giogo. Finalmente il 15 di
maggio del 1768 risolsero di sottoscrivere col signore di Choiseul un
ultimo trattato, col quale cedevano al re di Francia l'isola di Corsica
in pagamento di tutte le somme che questi loro aveva sovvenute per
sottometterla[361].
[361] _Hist. de la Diplom. Franç. 7.e période, l. V, t. VII, p. 21.
— Lacretelle, Hist. du XIII.e siècle, t. IV, l. XII, p. 167._
Ma in mezzo alla sua debolezza ed al suo decadimento, si vide la
repubblica di Genova inaspettatamente risplendere, quando nel 1746
cacciò dal suo seno gli Austriaci di già padroni delle sue porte, e
ricuperò la sua libertà con un atto di disperato eroismo. Nella guerra
contro Maria Teresa per la successione dell'Austria, i Genovesi avevano
unite le loro forze a quelle dei Borboni per impedire al re Sardo di
occupare il marchesato di Finale, sul quale esso re pretendeva avere
delle ragioni. Essi avevano divisi i vantaggi della campagna del 1745;
ma i rovesci di quella del 1746 li lasciarono esposti soli alla vendetta
de' loro nemici. Dopo la rotta avuta dagli alleati sotto Piacenza il 16
di giugno, l'infante don Filippo, il duca di Modena, il marchese de Las
Minas, generale spagnuolo ed il generale francese, maresciallo di
Maillebois, si ritirarono tutti dalle pianure della Lombardia sopra
Genova, e di là per la riviera di Ponente continuarono a ritirarsi in
Provenza. Gli Austriaci, inseguendoli, arrivarono per la valle della
Polsevera sotto Genova, e si accamparono a san Pier d'Arena, mentre che
una flotta inglese, che si fece vedere nello stesso tempo nel golfo,
minacciava la città dalla banda del mare. Le mura di Genova erano
provvedute di formidabile artiglieria e difese da una buona guarnigione;
ma il senato, che conosceva il giusto malcontento del popolo, non ardiva
invitarlo a prendere le armi; ed essendosi perduto di coraggio al primo
pericolo, il giorno 4 di settembre offrì di trattare, ed il 6 fece una
convenzione col marchese Botta Adorno, generale austriaco, in forza
della quale gli furono date in mano le porte della Lanterna e di san
Tomaso[362].
[362] _Muratori ad an. 1746. — Coxe, Hist. ch. CVII, p. 155. —
Lacretelle, Hist. du XVIII.e siècle, l. VIII, t. II, p. 359._
Tosto che gli Austriaci si videro padroni della città, fecero conoscere
le nuove condizioni ch'essi arbitrariamente aggiugnevano alla pace.
Tutte le truppe della repubblica dovevano essere prigioniere di guerra,
tutte le armi e munizioni venire consegnate agli Austriaci, e tutti i
disertori essere restituiti; per ultimo doveva essere pagata una
contribuzione di 9 milioni di fiorini dell'impero in tre termini,
l'ultimo de' quali non oltrepassava i 15 giorni. Il tesoro della banca
di san Giorgio, l'argenteria delle Chiese, quella de' particolari, ogni
cosa si requisì dal senato per soddisfare a così esorbitanti domande; ma
l'assoluta impossibilità di trovare tutto il richiesto danaro, malgrado
le continue minacce di esecuzione militare, di saccheggio e d'incendio,
persuase finalmente il generale austriaco ad accordare qualche respiro.
Non pertanto il senato non ardiva pur di pensare a far resistenza; ma
dalla più infima classe del popolo partì la scintilla elettrica che
riaccese la fiaccola della libertà[363].
[363] _Muratori ad an. 1746. — Vett. Sandi Stor. Ven., t. II, l. IV,
p. 153. — Lacretelle, Hist. de France pendant le XVIII.e siècle, t.
II, l. VIII, p. 364._
Il giorno 5 dicembre del 1746 gli Austriaci conducevano per le strade di
Genova uno de' molti mortaj ch'essi avevano tratti dall'arsenale della
repubblica, per servirsene nella spedizione che meditavano di fare in
Provenza. La volta di un sotterraneo, che stava sotto la strada, ruppe
sotto il peso; il mortajo rimase imbarazzato tra le ruine, e gli
Austriaci col bastone in mano vollero forzare il popolo di Genova a
trarnelo con corde. La pazienza di questo coraggioso popolo era stata
spinta all'estremo: un giovane prese un sasso e lo scagliò contro i
soldati; fu questo il segno d'una generale esplosione. Da ogni banda la
plebe assalì a sassate gli Austriaci, che furono bentosto presi da
panico terrore. Tutti i loro distaccamenti si trovavano isolati in
auguste e tortuose strade, che formavano come un laberinto da cui non
sapevano uscire. Smarrendosi ad ogni passo, più non sapevano nè dare, nè
ricevere ajuto. Intanto i sassi grandinavano sopra di loro dai tetti e
dalle finestre, e gli schiacciavano nelle strade, senza ch'essi
sapessero contro chi vendicarsi; perciocchè le massiccie mura de'
palazzi, ne' quali non entra pressochè niuna materia combustibile,
presentavano loro altrettante fortezze, che avrebbero richiesti regolari
assedj. I generali, partecipi del terrore de' soldati, lasciaronsi
respingere fino fuori della città, ed offrirono poi di venire a
patti[364].
[364] _Muratori ad an. 1746. — Coxe, Hist., ch. CVII, p. 156. —
Oeuvres post. du roi de Prusse, Hist. de la guerre de sept ans, ch.
II, t. III, p. 34._
Il doge, il senato e tutto l'ordine della nobiltà, non avevano per anco
presa veruna parte nell'insurrezione; per lo contrario cercavano di
acquietare una sollevazione, di cui temevano di essere essi soli le
vittime. Ma tosto che gli Austriaci furono fuori di città, gl'insorgenti
s'impadronirono degli arsenali, e vi trovarono armi e munizioni; onde
guarnirono le mura di artiglierie in modo da signoreggiare il campo
austriaco, e si presentarono in così terribile aspetto, che il marchese
Botta, che aveva perduti in città i suoi magazzini, il 10 di dicembre si
avviò per la Bocchetta alla volta della Lombardia. Non fu che dopo
passato questo primo pericolo che il senato e la nobiltà si unirono ai
valorosi insorgenti; allora si affrettarono di chiedere ajuti alla
Francia ed alla Spagna; ed infatti il duca di Boufflers loro condusse
circa quattro mila uomini il 30 aprile del 1747, e ragguardevoli somme
furono pure loro spedite dalla Francia. Il duca di Richelieu successe in
appresso al duca di Boufflers; e le due leghe, fralle quali era divisa
l'Europa, cominciarono a battersi ad armi eguali nella riviera di Genova
fino al susseguente anno, nel quale la repubblica venne compresa nel
trattato di pace di Aquisgrana, e ricuperò i suoi antichi confini in
tutta la loro integrità[365].
[365] _Muratori ad an. 1747, p. 413. — Lacretelle, l. VIII, p. 366._
La sollevazione di Genova è il solo avvenimento del diciottesimo secolo
che appartenga realmente alla nazione italiana. È il solo che ci mostri
il popolo penetrato del suo antico onore, sensibile ai ricevuti
oltraggi, e determinato alla difesa de' suoi diritti; il solo in cui
un'azione pericolosa sia la conseguenza di un generoso sentimento e non
del calcolo. La salvezza di Genova non si dovette nè alla costanza de'
suoi nobili, nè alla saviezza del suo governo, nè alla fedeltà degli
alleati, ma all'intrepido coraggio ed al patriottismo disinteressato di
una classe d'uomini pei quali nulla ha fatto la società, e ch'è tanto
più sensibile alla gloria nazionale in quanto che non può aspirare a
veruna gloria personale.
Ma gli altri avvenimenti che abbiamo toccati in questo secolo non
possono meritare il nome di storia italiana. L'intera nazione era
esclusa da tutte le risoluzioni politiche e da tutte le azioni. Divisa
fra stranieri sovrani che possedevano province nel di lei seno, e tra
sovrani, figli di stranieri, che si erano stabiliti nei suoi paesi;
indifferente alle contese dei Borboni di Parma, dei Borboni di Napoli e
di Sicilia e dei Borboni padroni della Corsica; degli Austriaci di
Milano e di Mantova, e dei Lorenesi di Toscana, ella non trovavasi
presente alle loro battaglie che per soffrire; ubbidiva ai padroni senza
riconoscerli per suoi capi naturali; non era legata all'autorità
monarchica da veruna illusione, nè da ereditario affetto, nè da
entusiasmo. Si assoggettava, perchè era più prudente cosa il cedere che
non il resistere, e perchè in un ordine politico che abbia spenti tutti
gli affetti, la sola prudenza conserva il diritto di farsi ascoltare;
poco pensava ai suoi generali interessi, perchè non vi ravvisava che
cose tristi ed umilianti; prendeva piccolissima parte agli avvenimenti
di cui era il teatro; ed in tutta la storia italiana del secolo trovasi
a stento un nome italiano. In quel modo che le risoluzioni prendevansi
ne' gabinetti degli stranieri, erano ancora dagli stranieri eseguite sul
campo di battaglia. Gli storici che le riferiscono, in mezzo ai riguardi
che loro inspirava il timore dei potenti, non lasciano travedere che il
sentimento di una vaga curiosità. E veramente non si può sentire nè
entusiasmo, nè parzialità, quando non si ha patria; e l'Italiano, nel
mentre che le sue campagne andavano ad essere allagate di sangue, non
sapeva cui dovesse desiderare la vittoria, se non cercava che il bene
del suo paese.
La potenza dell'uomo risiede nelle forze morali, e non nelle fisiche.
Dallo spirito e non dal corpo vengono i mezzi di resistenza e di
conquista; perciocchè trovansi nello spirito la volontà, il coraggio,
l'ubbidienza, la pazienza, la rassegnazione al sagrificio. Lo stesso
despotismo non può far a meno di certe forze morali; ma egli le teme e
non le impiega che con economia; mentre per lo contrario la libertà le
adopera tutte. Per mantenere il primo, conviene che l'uomo sia meno uomo
che si possa: per consolidare la seconda, conviene trovare nell'uomo
tutto quanto può dare l'umana natura. Il despota crederà lungo tempo di
avere accresciute le forze della nazione concentrandole tutte in sè,
perchè avendo così soppresse tutte le resistenze può impiegare tutto il
rimanente vigore nell'esecuzione delle sole sue volontà; ma quando verrà
chiamato a misurarsi con un popolo, le di cui forze morali tutte siansi
sviluppate, conoscerà bentosto la propria impotenza. L'Italia, in sul
declinare del diciottesimo secolo, aveva ancora soldati, ricchezze, una
numerosa popolazione, una fiorente agricoltura, commercio e manifatture
che presentavano tuttavia grandi mezzi, uomini versati nelle scienze,
altri naturalmente atti ad acquistarle in breve tempo; ma le mancavano
il sentimento e la vita, e quando scoppiò la rivoluzione francese, non
fuvvi alcuno in Europa che non vedesse che l'Italia non aveva nè la
volontà, nè la forza di difendere la sua indipendenza, e che una nazione
che più non aveva patria, non poteva resistere nè per garantire sè
stessa, nè per la sicurezza de' suoi vicini.