CAPITOLO CXXIV.

_Rivoluzioni de' varj stati d'Italia nel corso del

diciassettesimo secolo._

1601 = 1700.

Mentre che presso gli altri popoli inciviliti gli ultimi secoli

svilupparono tanti nuovi interessi, e nuovi sentimenti e nuove passioni,

che più non potrebbesi ristringere la loro storia nell'angusto circolo

che bastava ai precedenti secoli, la storia d'Italia diventa più sterile

di mano in mano che ci avviciniamo all'età nostra. Ma tutte le altre

nazioni giugnevano lentamente all'esistenza, mentre che la nazione

italiana perdeva la sua. Anche dopo terminata l'ultima contesa per

l'indipendenza, fu ancora necessario qualche tempo per disingannare gli

uomini dai sogni della loro ambizione, per convincerli che più non

restava loro a sperare nè libertà, nè grandezza, nè gloria; molti

genitori avevano instillati ne' loro figli i sentimenti di cui si erano

essi medesimi nudriti in più felici tempi; molti caratteri erano stati

di nuovo rinvigoriti dall'esilio, dalle persecuzioni, dai patimenti

della guerra e da tutte le calamità dei primi anni del sedicesimo

secolo; molti uomini energici, avendo presa una falsa direzione, e

servito il comune nemico, erano stati accarezzati da que' medesimi che

opprimevano tutti gli altri, ma che sentivano il bisogno di riservarsi

alcuni strumenti abbastanza forti per signoreggiare il paese. Molti

altri, senz'avere alcuno determinato scopo o speranza di miglior sorte,

si andavano tuttavia agitando per l'abitudine delle rivoluzioni, in

quello stesso modo che la materia conserva il movimento, per la forza

d'inerzia, allorchè l'ha ricevuto una volta. Così tutto il sedicesimo

secolo ebbe ancora un'apparenza di vita, ed è per questo, a non

dubitarne, ch'egli partecipò tutt'intero alla gloria che gli

procacciarono eterna i poeti, i letterati, gli artisti, che fiorirono

principalmente ne' primi anni. Per lo contrario il diciassettesimo

secolo è un'epoca di compiuta morte; e quanto la storia letteraria lo

rappresenta come in preda al più cattivo gusto, alla insipidezza, al

languore ed alla sterilità, altrettanto la storia politica lo mostra

privo d'ogni azione come d'ogni virtù, d'ogni elevato carattere, d'ogni

importante rivoluzione. Di mano in mano che andiamo avanzando ci è forza

di rimanere convinti, che la storia, non solo delle repubbliche, ma

dell'intera nazione italiana, finì coll'anno 1530.

Ma si verserebbe in un grand'errore, se, osservando che la storia quasi

d'altro non si occupa che delle disgrazie degli uomini, si supponesse

che i tempi di cui essa non parla siano stati meno infelici. Non tutte

le calamità sono istoriche, loro abbisognando un certo qual grado di

grandezza e di nobiltà perchè possano richiamare la nostra attenzione,

ed imprimersi nella nostra memoria. Acciocchè gli stessi contemporanei

ci trasmettano i fatti circostanziati dell'età loro, d'uopo è che le

calamità siano comuni a molti individui, e che si possa a prima vista

comprendere il rapporto che corre fra la cagione e l'effetto. Le

disgrazie del diciassettesimo secolo erano di diversa natura; erano

tacite, e non sembravano dipendenti dalla politica: ognuno soffriva, ma

ognuno soffriva nella propria famiglia, come uomo e non come cittadino.

Avvelenate erano le private relazioni, distrutte le speranze, diminuita

la fortuna, mentre che i bisogni di ognuno andavano ogni giorno

crescendo: la coscienza invece di essere di sostentamento nella

sventura, rinfacciava continuamente le passate colpe; ed aggiugnendosi

la vergogna al dolore, ognuno sforzavasi ancora di nascondere agli occhi

del mondo le sue pene e d'involarne la memoria alla posterità.

Perciò non si pensò ad enumerare tra le pubbliche calamità dell'Italia

la cagione forse più generale de' privati patimenti di tutte le famiglie

italiane; il torto, dico, fatto al sacro nodo del matrimonio con un

altro nodo, risguardato come onorevole, e che gli stranieri vedono

sempre in Italia con eguale stupore, senza poterlo comprendere; ed è

quello de' _cicisbei_, o de' _cavalieri serventi_. Questa sciagurata

moda essendo stata una volta introdotta nel diciassettesimo secolo

dall'esempio delle corti, ed essendo posta sotto la protezione di tutte

le vanità, la pace delle famiglie fu bandita da tutta l'Italia; verun

marito più non risguardò la sua consorte come una fedele compagna,

associata a tutta la sua esistenza; più non trovò in essa un consiglio

nel dubbio, un sostegno nell'avversità, un salvatore nel pericolo, una

consolatrice nella disperazione; niun padre osò assicurarsi che i

figliuoli a lui dati dal matrimonio fossero suoi; niuno si sentì legato

a loro dalla natura; e l'orgoglio di conservare il proprio casato,

sostituito al più dolce ed al più nobile affetto, avvelenò tutte le

domestiche relazioni. Quanto non demeritarono dell'umanità que'

principi, che riuscirono ad impedire che i loro sudditi conoscessero

qualcuno de' dolci affetti di sposi, di padri, di fratelli e di figli!

Sebbene l'instituzione di tutti i ridicoli doveri de' cicisbei fosse per

avventura il più efficace mezzo di calmare gli spiriti irrequieti di

fresco ridotti in servitù, di snervare i coraggi troppo maschi,

d'effeminare i nobili ed i cittadini intolleranti del giogo, facendo

loro scordare che avevano perduto ciò che più non dovevano cercare,

forse si viene a far troppo onore alla penetrazione di coloro che

mutarono le costumanze d'Italia, supponendo che prevedessero tutte le

conseguenze delle nuove mode ch'essi introducevano; pure l'istinto del

delitto conduce più volte tanto direttamente allo scopo, quanto il

calcolo.

Fino alla metà del sedicesimo secolo l'abitudine del lavoro era stata la

qualità distintiva degl'Italiani: a Firenze, a Venezia, a Genova il

primo ordine era dei mercanti; e le famiglie decorate di tutte le

dignità dello stato, della Chiesa o dell'armata, non perciò rinunciavano

al commercio. Filippo Strozzi, cognato di Leon X, padre del maresciallo

Strozzi e del gran priore di Capoa, amico di molti sovrani, il primo

cittadino dell'Italia, erasi fino alla fine della sua vita mantenuto

capo di una casa di banco. Ebbe sette figli; ma, malgrado la sua immensa

ricchezza, non ne aveva destinato veruno all'ozio. I principi vollero

sostituire a questa formidabile attività ciò che essi intitolarono un

nobil ozio; le armi castigliane inondavano l'Italia, ed essi chiamarono

in loro ajuto i pregiudizj castigliani, che coprivano con un profondo

disprezzo ogni specie di lavoro. Trassero tutti i loro cortigiani a

convertire le loro sostanze in terre, a destinarle a perpetuità al

primogenito della loro famiglia, sagrificando in tal modo all'orgoglio i

più giovani fratelli e le femmine, e condannando ad una costante inerzia

tutti i figli primogeniti per alterigia, tutti i figli cadetti per

impotenza.

Per occupare l'ozio di tutto ciò che era cortigianesco, di tutto ciò che

venne onorato col titolo di nobiltà, per offrire nello stesso tempo un

compenso a quella folla di cadetti privati di ogni speranza, e per

sempre esclusi dal matrimonio, furono inventati i diritti ed i bizzarri

doveri dei cicisbei, o cavalieri serventi; questi furono interamente

fondati sopra due leggi che s'impose il bel mondo: niuna femmina più non

potè con decenza mostrarsi sola in pubblico; verun marito non potè,

senza esporsi al ridicolo, accompagnare sua moglie.

L'esempio de' traviamenti de' grandi contribuì senza dubbio assai a

corrompere il popolo: quello della impudica Bianca Capello, e di tutti i

principi e principesse della casa Gonzaga, nel diciassettesimo secolo,

non poteva essere senza influenza: ma sebbene i costumi delle corti

fossero più corrotti, si era conosciuto l'intrigo e la galanteria fino

ne' tempi delle repubbliche, e questo disordine non bastava solo a

distruggere il carattere nazionale. Ciò che distingue il secolo

diciassettesimo è l'origine d'un pregiudizio antisociale, più del

libertinaggio funesto, dietro il quale facevasi pomposa mostra di ciò

che in addietro si nascondeva. Non fu già perchè alcune donne ebbero

degli amanti, ma perchè una donna non potè più mostrarsi in pubblico

senza un amante, che gl'Italiani cessarono d'essere uomini.

Mentre che tutti i legami di famiglia furono rotti nel diciassettesimo

secolo con queste nuove costumanze, che, risguardate in seguito come

sole, consentanee all'eleganza, vennero bentosto imitate dalla intera

massa del popolo, il commercio fu oppresso da un mortal colpo per la

subita ritirata degli uomini industri e dei capitali; ne consumarono la

ruina i monopolj e le assurde gabelle sopra ogni vendita di tutti gli

oggetti commerciabili, stabilite dagli Spagnuoli in tutte le province

loro soggette. Frattanto il fasto andava crescendo a misura che

diminuivano i mezzi; quanto, secondo gli antichi costumi, erano

apprezzati l'ordine e l'economia, altrettanto furono tenuti in pregio

nelle corti lo splendore e il lusso, e a norma di questi furono fissati

i gradi. Gl'Italiani impararono in questo secolo (e furono loro maestri

gli Spagnuoli) l'arte di economizzare sui più pressanti bisogni per

accordare di più all'apparenza, di sopprimere tutti i comodi non veduti

per accrescere il fasto che abbacina gli occhi del pubblico. La spesa

diventò la misura della considerazione, e si diede lode al capo di

famiglia di tutto ciò che accordava al suo fasto ed a' suoi piaceri.

Ne' tempi delle repubbliche, i cittadini, non cercando altra decorazione

che i suffragj de' loro concittadini, temevano di eccitare la loro

gelosia con ambiziose distinzioni. Nè ricevevano, nè davano titoli, e

non mettevano alla tortura il loro linguaggio per trovare formole più

ossequiose. In ogni cosa le nuove corti sostituirono la vanità

all'orgoglio nazionale; e le questioni di precedenza occuparono tutta la

loro politica. La rivalità tra la casa d'Este e la casa dei Medici, fra

questa e la casa di Savoja, non aveva altra vera cagione che la

rispettiva pretesa di ciascuna di andare innanzi all'altra nelle

cerimonie in cui si scontravano i loro ambasciatori. Successivamente i

sovrani si andavano arrogando nuovi titoli, mentre ne attribuivano

altresì dei nuovi a tutta la loro corte. Mentre passavano essi medesimi

per tutti i gradi d'illustrissimi, di eccellenze, di altezze, di altezze

serenissime, di altezze reali, creavano pei loro sudditi patenti senza

fine di marchesi, di conti, di cavalieri, loro cedendo in appresso la

qualificazione che essi avevano portata, e che cominciavano a

disprezzare. Tali decorazioni scendevano sempre più a basso nella folla;

più non iscrivevasi trent'anni sono al proprio calzolajo senza chiamarlo

_molto illustre_: ma col moltiplicare i titoli, non si erano

moltiplicati che i malcontenti e le mortificazioni; ognuno in cambio di

ciò che gli era accordato, non vedeva che quanto gli era ricusato; e non

eravi così magro gentiluomo, così piccolo ufficiale di milizia, che non

si tenesse mortalmente ferito quand'era per errore chiamato

_chiarissimo_ ed _eccellentissimo_, quand'egli aspirava

all'_illustrissimo_.

Le leggi, le costumanze, l'esempio, la stessa religione, tal quale era

praticata, miravano a sostituire in ogni cosa l'egoismo ad ogni mobile

più nobile. Ma mentre che si sforzavano gli uomini di riportare ogni

cosa a sè medesimi, nello stesso tempo si privavano di tutte le

soddisfazioni che avrebbero potuto trovare in sè medesimi. Il padre di

famiglia, ammogliato con una donna non di sua scelta, da lui non amata,

e dalla quale non era amato, circondato da figliuoli di cui non sapeva

di essere padre, che non pensava ad educare, e de' quali non si curava

di acquistare l'amore, continuamente disturbato nella propria famiglia

dalla presenza dell'amico di sua moglie, separato da alcuni de' suoi

fratelli e sorelle, e ch'erano stati fino dalla fanciullezza chiusi ne'

conventi, e stancheggiato dall'inutilità degli altri, i quali, per loro

parte d'eredità, avevano sempre diritto alla sua mensa, non era da tutti

risguardato che come l'amministratore del patrimonio della famiglia.

Egli era soltanto risponsabile della sua economia, mentre che tutti gli

altri, fratelli, sorelle, moglie e figli, erano entrati in una segreta

lega per deviare a loro profitto il più che potevano della comune

entrata, per godere, per mettersi essi medesimi al largo, senza curarsi

delle difficoltà in cui poteva trovarsi il loro capo.

Questo capo di famiglia più non era il vero proprietario del fondo

patrimoniale; più non aveva verun mezzo di accrescerlo, mentre che le

imposte, le pubbliche calamità e l'accrescimento del lusso lo andavano

sempre diminuendo. La sostanza che ricevuto aveva da' suoi maggiori era

tutt'intera sostituita a perpetuità. Dessa non apparteneva alla vivente

generazione, ma a quella che non era ancora nata. Il padre di famiglia

non poteva nè ipotecare, nè mutare, nè vendere; se qualche stravaganza

giovanile gli aveva fatto contrarre un debito, le sole sue entrate

potevano essere prese per pagarlo, ed intanto egli doveva per vivere

contrarne un altro. Il legame impostogli dal suo antenato per conservare

la sua sostanza, gl'impediva di usarne. Per ogni impreveduto bisogno

doveva valersi dei capitali destinati all'agricoltura, i soli di cui

potesse disporre, ed i soli che avrebbero dovuto essere intangibili. Con

ciò ruinava quelle terre che non aveva diritto di vendere, e le numerose

famiglie de' coloni erano con lui vittime della sua inconsiderazione, di

quella de' suoi parenti, o dell'accidentale disgrazia che aveva

danneggiata la sua sostanza.

S'egli cercava onori per sottrarsi ai dispiaceri che trovava nella

propria casa, si vedeva ad ogni istante mortificato da tutte le vanità

gelose della sua; se voleva mettersi in sulla strada de' pubblici

impieghi, non poteva avanzarsi che colle arti dell'intrigo,

coll'adulazione e colla bassezza; e se aveva delle processure, le sue

ragioni venivano compromesse dalle interminabili lentezze del foro, o

sagrificate dalla venalità de' giudici; se aveva nemici, i suoi beni, la

libertà, la vita, erano in balìa di segreti delatori, di arbitrarj

tribunali. Non amando che sè medesimo, non trovava in sè medesimo che

pene e cure. Per sottrarsi ai suoi dispiaceri era in certo qual modo

costretto a seguire l'universale tendenza della sua nazione verso i

piaceri sensuali, ed abbandonandovisi, apparecchiavasi ancora in mezzo a

questi nuove pene e nuovi tormenti.

Tale era nel diciassettesimo secolo la situazione di quasi tutti i

sudditi italiani; ed in tal guisa tra le feste ed i divagamenti della

vita, la sventura li raggiugneva in ogni luogo senza lasciare veruna

traccia nella storia. Rispetto agli avvenimenti del secolo di cui lo

storico vuole farsi carico, ove si confronti col precedente, vi si

troveranno per avventura minori calamità generali e più umiliazioni, un

minor numero di quei patimenti violenti e rapidi che sembrano esaurire

le forze della natura umana, ma altrettanta miseria e maggiore

avvilimento.

Carlo V aveva unita l'Italia alla monarchia spagnuola. Filippo II nel

lungo suo regno l'aveva mantenuta in una stretta dipendenza; e sebbene

tutti gli stati che gli erano subordinati avessero cominciato a deperire

nell'istante in cui erano passati in suo potere, pareva che sotto di lui

la monarchia spagnuola andasse riparando con esterne conquiste la

perdita delle interne sue forze. Invano l'oppressione aveva spinti alla

ribellione i Mori di Granata e gli Olandesi ne' Paesi bassi; invano

l'Oceano aveva inghiottite le formidabili flotte di Filippo; invano la

Francia e l'Olanda erano lorde del sangue de' suoi soldati; invano il

sempre crescente disordine delle sue finanze l'aveva ridotto a fare un

ignominioso fallimento; ad onta di tutto ciò quando venne a morte il 13

di settembre del 1598 era tuttavia il più formidabile monarca d'Europa.

Non eravi sovrano che ardisse tentare con lui la sorte delle armi, e

niuno stato poteva conservare a lui vicino la propria indipendenza. Il

diciassettesimo secolo vide regnare tre principi della linea austriaca

di Spagna, successori di Filippo. Suo figlio Filippo III morì il 31

marzo del 1621; Filippo IV, suo nipote, mancò il 7 settembre del 1665; e

suo pronipote Carlo II morì il primo di novembre del 1700. La crescente

incapacità di questi tre sovrani, la debole loro pusillanimità, e

l'imprudenza de' loro favoriti e de' loro primi ministri, affrettarono

il decadimento della monarchia spagnuola, e fecero che il disprezzo

sottentrasse allo spavento che aveva inspirato.

Pure questo decadimento della monarchia spagnuola non somministrò

all'Italia i mezzi di spezzare le sue catene. I tentativi fatti dalle

province suddite del re di Spagna furono mal combinati e mal diretti, e

non ottennero che una più crudele oppressione: rispetto ai piccoli

sovrani che si erano posti sotto la protezione della Spagna, più non

avevano bastante energia per desiderare maggiore libertà. Talvolta

pendevano incerti tra questo giogo e quello della Francia; si

avvicinavano momentaneamente a Lodovico XIV, di cui conoscevano

l'ascendente; ma bentosto non sentendosi appoggiati da bastante buona

fede, ricadevano nelle antiche loro abitudini, e non volevano, per la

speranza di lontano ajuto, esporsi all'inimicizia de' loro prossimi

vicini.

L'autorità di Filippo III sopra l'Italia non fu turbata dalla rivalità

del re di Francia. Vero è che durante parte del suo regno ebbe per

antagonista il grande Enrico; ma questo principe, che voleva rialzare i

suoi stati dallo spossamento cui gli avevano ridotti le guerre civili,

evitò le battaglie, e si chiuse in certo qual modo l'ingresso

dell'Italia. La reggenza tutt'affatto austriaca di Maria de' Medici più

non diede alla Spagna motivo d'inquietudine. Filippo IV, più debole che

suo padre, ebbe più formidabili antagonisti. I due ministri Richelieu e

Mazarino, durante tutta la loro amministrazione, altro scopo non si

proposero che l'abbassamento della casa d'Austria. Cominciando dal 1621,

in cui Richelieu prese a proteggere contro gli Spagnuoli i diritti de'

Grigioni protestanti sopra la Valtellina, fino alla pace de' Pirenei del

7 di novembre del 1659, la Spagna e la Francia furono quasi sempre in

guerra: ma la Francia non aveva in allora nè un re che sapesse mettersi

alla testa delle armate, nè ministri guerrieri; onde non si lasciò

allettare da lontane spedizioni. Non perciò fu meno prodiga di sangue e

di tesori che in tempo dei più gloriosi regni di Lodovico XII e di

Francesco I: ma le sue armi in Italia quasi non oltrepassarono i confini

della Valtellina e del Piemonte. Per vero dire i principali suoi sforzi

venivano diretti contro la Fiandra e la Germania, ma non devesi perciò

meno notare quale proprio carattere di tutte le guerre dirette dai due

cardinali, che lo scopo loro fu piuttosto la devastazione che la

conquista, e che ruinavano la Spagna senza riuscire utili alla Francia.

Il terzo periodo stendesi dalla pace de' Pirenei fino alla guerra della

successione di Spagna, e corrisponde al regno di Carlo II, siccome agli

anni più gloriosi di quello di Lodovico XIV. In questo tempo gli ultimi

monarchi austriaci di Madrid, tutta sentendo la propria debolezza,

cercavano ad ogni prezzo di schivare la guerra, mentre che il Francese,

credendo di non potere acquistare gloria che colle armi, avidamente

coglieva tutte le occasioni di attaccare i suoi vicini, senza perdere

tempo a pesare la giustizia o l'apparente validità dei pretesti che egli

impiegava. Nè Lodovico XIV, nè veruno de' suoi consiglieri, hanno potuto

credere ben fondati i titoli della regina madre reggente di Francia a

dividere la successione di Filippo IV. Altro vero motivo non aveva la

guerra che il sentimento della forza opposta alla debolezza, ed i

manifesti altro non erano che una grossolana ipocrisia, che sarebbe

stato meglio di risparmiare. Non pertanto in questo periodo, che costò

tanto sangue all'umanità, l'Italia fu meno che il rimanente dell'Europa

il teatro della guerra generale. Le armi francesi quasi non la

visitarono che allorquando la vanità di Lodovico XIV compiacquesi nel

1662 di umiliare papa Alessandro VII, in occasione del preteso insulto

fatto dai Corsi al suo ambasciatore, e quando nel 1684 desolò la

repubblica di Genova con un barbaro bombardamento. Altronde i piccoli

principi, imbarazzati dalla libertà che loro rendeva l'indebolimento

della Spagna, si volsero verso l'imperatore per deferirgli il loro

vassallaggio, ed essere spalleggiati dalla sua protezione; quantunque

Leopoldo I, che salì sul trono imperiale nel 1658, e che vi si tenne

fino al 1705, non si facesse in Italia conoscere che colle vessazioni e

colla rapacità dei suoi generali.

Il ducato di Milano ed i regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna,

rimasero tutto il diciassettesimo secolo sotto il dominio degli

Spagnuoli. Non avendo il ducato di Milano in questo spazio di tempo

manifestate nè una volontà nazionale, nè una risoluzione che gli

appartenesse, desso, non altrimenti che le altre province della vasta

monarchia austriaca, non può essere argomento di separata istoria; desso

soffrì come le altre il fasto e l'impero del duca di Lerma, del conte

duca d'Olivarès, di don Luigi di Haro, i quali, essendo primi ministri e

favoriti, dispoticamente governavano il re ed il regno; soffrì ancora

più delle altre province, perchè la guerra tra la Francia e la casa

d'Austria, avendo in tutto il secolo avuto per oggetto, in Italia il

possedimento del Piemonte, del Monferrato, della Valtellina e del ducato

di Mantova, mai non si allontanò dai confini del Milanese. Pure questa

guerra si trattò, se non con minore crudeltà, almeno con minore attività

che non si trattarono quelle del precedente secolo; ed i suoi guasti,

come i giornalieri errori del governo, non bastarono a controbilanciare

la maravigliosa fertilità di quel bel paese, o a distruggere le

dispendiose opere colle quali gli antichi suoi proprietarj avevano

signoreggiate le acque, facendole servire ad accrescere le ricchezze

delle campagne.

In questo secolo la storia conserva un perfetto silenzio intorno al

vice-regno di Sardegna; ma i regni di Napoli e di Sicilia fecero almeno

parlare di loro cogl'infruttuosi loro sforzi per iscuotere la tirannide

spagnuola.

Le entrate del regno di Napoli, alla metà del XVII secolo, ammontavano a

sei milioni di ducati; e le spese dell'amministrazione della flotta e

dell'armata, comprese ancora le ambascerie d'Italia, non assorbivano più

di un milione e trecento mila ducati. Riputavasi, a dir vero, che

settecento mila ducati erano impiegati nel regno in segrete spese, o

dilapidati dagli ufficiali del re; ma quattro milioni di ducati, o i due

terzi delle ordinarie entrate uscivano ogni anno del regno per pagare i

debiti o le armate della Spagna[255]. Un tale impiego dei tributi del

popolo a pro di una politica per la quale egli non prendeva verun

interesse, lo rendeva estremamente scontento; ma il di lui cattivo umore

veniva in oltre accresciuto dal progressivo accrescimento di tutti i

carichi. In forza dei privilegj dello stato, riconosciuti da Ferdinando

e da Carlo V, veruna nuova imposta poteva essere ordinata senza

l'assenso del parlamento, che rappresentava la nobiltà ed il popolo; ma

da gran tempo il parlamento più non si adunava, ed ogni giorno i vicerè,

stimolati dalla loro corte, inventavano qualche nuova gabella, e sempre

più angustiavano con insopportabili pesi un popolo di già estremamente

oppresso. Gli Spagnuoli, in conseguenza della consueta loro ignoranza

dell'economia politica, gravavano con queste gabelle quasi tutte le

derrate di prima necessità, tassando successivamente le carni, il pesce,

la farina, ed all'ultimo le frutta. I poveri, costretti di rinunciare ad

una consumazione che le imposte rendevano sempre più cara, si andavano

successivamente privando degli oggetti tassati. La gabella sulle frutta,

che si valutava per la sola città di Napoli quattrocento mila ducati,

parve loro fatta per rapir loro l'ultimo rifugio, togliendo loro il solo

cibo non ancora sproporzionato ai loro mezzi. Si sollevarono il 7 di

luglio del 1647 contro il duca d'Arcos, allora vicerè: un giovane

pescatore d'Amalfi, detto Maso o Tommaso Aniello, si fece loro capo;

bruciarono le baracche ove precisavasi l'imposta; minacciarono il

vicerè, e lo costrinsero a fuggire in castel sant'Elmo; incendiarono le

case di coloro che si erano arricchiti colle malversazioni delle

finanze; richiamarono i privilegj loro guarentiti da Carlo V; ed

all'ultimo sforzarono il governo, vinto in varj incontri, a trattare con

loro[256].

[255] _Istor. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. V, p. 208.

Venezia, 1648, 4.º_

[256] _Ist. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. V, p. 211. —

Giannone stor. civile, l. XXXVII, c. II, t. IV, p. 509._

Di quest'epoca uno spirito di libertà pareva che tutta animasse

l'Europa. Gli Olandesi avevano fatto riconoscere e rispettare la loro

repubblica; gl'Inglesi tenevano Carlo I prigioniero ad Hampton-Court; i

Francesi facevano la guerra a Mazarino ed alla reggente; i Portoghesi

avevano scosso il giogo della Spagna; i Catalani erano sollevati; ed in

Sicilia era scoppiata un'insurrezione, prima ancora di quella che poi si

manifestò in Napoli. Ma quasi in ogni luogo l'inquietudine ed i lunghi

patimenti avevano sollevati i popoli contro intollerabili abusi, prima

che i popoli stessi avessero bastanti lumi per correggere i loro

governi, o per fondarne di nuovi sopra migliori principj. Il popolaccio

si pose alla testa de' movimenti degl'insorgenti e loro diede uno

spaventoso carattere. Gli uomini di più elevato ordine, che più ancora

della plebe avevano bisogno di libertà, abbandonarono non pertanto una

causa pur troppo frequentemente macchiata dai delitti; vedevano da un

canto lo stendardo del dispotismo, dall'altro quello dell'anarchia, e

non sapevano quale seguir dovessero. I patimenti del popolo e la stessa

sua ignoranza, ch'erano l'opera del governo, giustificavano, a dir vero,

il suo odio; ma la più dannosa di tutte le passioni cui gli oppressi

possano darsi in preda, è quella della vendetta, la quale fa andare a

male quasi tutte le rivoluzioni.

Il duca d'Arcos diffidava non meno de' gentiluomini napolitani che del

popolo; sapeva di avere violati tutti i privilegj, di avere amaramente

mortificati quei gentiluomini che potevano per altro sollevare tutte le

province, col credito loro presso i contadini loro vassalli, ed

aggiugnerle alla capitale. Giudicò adunque essere prima di tutto

conveniente cosa di spargere tra loro la disunione. Perciò incaricò i

gentiluomini di dare al popolo simulate proposizioni di conciliazione;

li persuase a leggere un falso privilegio di Carlo V, a rendersi garanti

di false scritture, e li trasse così avanti nelle proprie perfidie, che

il popolaccio, credendoli essere stati strumenti degl'indegni artificj

del vicerè, rivolse contro di loro quel furore che a bella prima

concepito aveva contro gli Spagnuoli, ne uccise molti, ed incendiò le

loro case. Gli altri gentiluomini, sebbene convinti che il solo vicerè

era colpevole del sangue de' loro fratelli, furono costretti di

assecondarlo, perchè più non ottenevano confidenza, nè trovavano

sicurezza nell'opposto partito[257].

[257] _Ist. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. V, p. 216._

Non la data fede, non i giuramenti per quanto fossero solenni, potevano

incatenare le vendette del governo spagnuolo. Fu in mezzo alla chiesa

del Carmine, nell'istante in cui faceva leggere al popolo gli articoli

della pace che aveva in allora giurata, che il duca d'Arcos fece fare

una scarica di archibugiate sopra Masaniello ed i compagni di lui[258].

Questo capo di fazione, per una straordinaria felicità, non rimase

ferito, ed il vicerè, dichiarando di non conoscere i banditi da lui

adoperati, li sagrificò al furore del popolo per ricuperare il proprio

credito; poi, continuando a trattare della pace, invitò Masaniello ad un

convito di riconciliazione, nel quale gli fece servire una bevanda che

lo trasse di senno. Il favorito del popolo perdette allora la confidenza

del suo partito a motivo delle sue stravaganze e delle sue crudeltà; ed

il duca d'Arcos ne approfittò per farlo assassinare il 16 di

luglio[259].

[258] _Istor. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. V, p. 220._

[259] _Ivi, p. 225. — Giannone, l. XXXVII, c. II, p. 517._

Ne' pochi giorni in cui si mantenne il suo potere, Masaniello aveva

esercitata sul popolo la più illimitata autorità. I naturali talenti del

giovane pescivendolo, e la pronta ubbidienza della plebaglia ai voleri

di lui, avevano atterrito il duca d'Arcos, e strappategli tutte le

concessioni colle quali aveva cercato di calmare la sedizione; ma le

ritirò tutte tostochè si fu disfatto del suo nemico. Credette allora di

potere annullare senza pericolo le obbligazioni recentemente contratte;

ma il 21 di agosto ricominciò la sedizione con maggior furore che mai, e

gli Spagnuoli, conoscendosi troppo deboli, si ridussero a fare una nuova

capitolazione[260]. Ad ogni modo quando colle più solenni promesse

ebbero persuaso il popolo a deporre le armi, i tre forti che

signoreggiano Napoli, e la flotta di don Giovanni d'Austria, ch'era

entrata in porto, cominciarono tutt'ad un tratto, il 5 ottobre a

mezzodì, a cannonare ed a bombardare la città; e mentre il popolo

disarmato, atterrito, sorpreso, chiedeva tuttavia la cagione di così

impreveduto attacco, sbarcarono dalla flotta sei mila uomini delle bande

spagnuole, con ordine di uccidere tutto quanto incontrerebbero[261].

[260] _Istor. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. IV, p. 273._

[261] _Ivi, l. V, p. 278. — Giannone, l. XXXVII, c. III, p. 520._

Ma la popolazione di Napoli ammontava a più di quattrocento mila uomini.

Gl'insorgenti, quasi tutti senza casa e senza beni, non avevano che

temere dal bombardamento: combattendo essi senza ordine, non si

accorgevano di tutte le perdite che andavano facendo, e l'uccisione che

accadeva in una strada non era conosciuta nella vicina, ove cominciava

la zuffa. Il popolaccio camminava dall'uno all'altro tetto gettando

pietre e tegole sopra i soldati, poscia fuggiva prima che dalla truppa

di linea potesse essere raggiunto. Dopo due giorni di battaglia,

gl'insorgenti attaccarono i soldati oppressi dalla fatica, e,

cacciandoli da tutti i posti, li costrinsero a ripararsi nelle tre

fortezze, o sopra la flotta, restando essi padroni della città[262].

[262] _Ist. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. VI, p. 278._

Solamente dopo questo fatto i Napolitani cominciarono a trattare coi

Francesi, chiamando in loro ajuto Enrico di Lorena, duca di Guisa, che

in allora trovavasi a Roma. Costui, per parte di donne discendendo dalla

seconda casa d'Angiò, credeva di avere alla corona di Napoli legittimi

diritti, che sperava di mettere in campo in così favorevole occasione, e

faceva capitale sui soccorsi della Francia. Si recò subito a Napoli, ove

fu dichiarato generalissimo e difensore della libertà. Di già cominciava

ad essere proferito il nome di repubblica di Napoli, e ad essere accolto

con entusiasmo dal popolo, ed in tutte le province, che si erano

sollevate in sull'esempio della capitale[263].

[263] _Gualdo Priorato, p. 283. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. I,

p. 129. — Giannone, l. XXXVII, c. III, p. 521._

Ma il popolo napolitano, sotto il dominio degli Spagnuoli, non aveva

acquistati nè i costumi, nè le abitudini, nè le opinioni colle quali si

fonda una repubblica. Egli non pensava che a far passare in altre mani

l'autorità arbitraria, invece di distruggerla; ubbidì ciecamente a

Masaniello poi a Gennaro Annese ed al duca di Guisa, nello stesso modo

che aveva ubbidito al vicerè; loro permise di regnare coi supplicj, e

non vi fu mai giustizia sommaria più pronta nè più ingiusta che quella

di questi favoriti della plebaglia. Nella sua cieca superstizione quel

popolo contò assai più sui miracoli della Madonna del Carmine, su quelli

dello stesso Masaniello, che risguardava quale santo, che sopra i proprj

sforzi. Passando da una cieca confidenza ad una insensata diffidenza, fu

tradito da tutti coloro cui affidò il suo potere, e trasmutò in accaniti

nemici tutti coloro che perseguitò con ingiuriosi sospetti; soprattutto

continuò troppo lungamente a proclamare colle sue grida il re di Spagna,

a pretendere di mantenersegli fedele, ed a rigettare sugli Spagnuoli il

nome di ribelli. Gli è questo un grand'errore, di credere che le parole

adoperate contro il loro senso naturale possano fare illusione sul fondo

delle cose. È meno pericoloso per coloro che si ribellano il confessarsi

apertamente ribelli; ed i Napolitani avevano bastantemente sperimentato

il carattere di Filippo IV e del suo ministero, per essere certi che

Filippo non verrebbe con loro a patti che per ingannarli.

Il duca di Guisa, invece di costituire la repubblica che lo sceglieva

per suo capo, non pensò che ad attribuirsi un assoluto potere; si mostrò

geloso di tutti i diritti della nazione, di tutti quelli dei suoi

magistrati, ed in particolare dell'opinione che aveva presso il popolo

Tomaso Annese, il più destro partigiano della libertà ed il vero capo

della rivoluzione. Siccome il Guisa nulla aveva fatto pel popolo, così

non ottenne dal medesimo que' generosi sforzi che inspira il solo amore

della libertà. Gennaro Annese, irritato di non avere altro fatto che

mutare padrone, e temendo per sè medesimo la gelosia del Guisa, cominciò

celatamente a trattare cogli Spagnuoli. All'ultimo vendette loro la

propria patria, aprendone loro le porte il 4 aprile del 1648, mentre che

il Guisa aveva fatta una sortita con un piccolo corpo d'armata per

agevolare l'arrivo delle vittovaglie. Ad un giogo più assai pesante del

primo venne assoggettata la città di Napoli, ed altro conforto non ebbe

il popolo che quello di vedere coloro che lo avevano tradito cadere

vittima della propria perfidia. Il duca d'Arcos aveva perduta la carica

di vicerè, ed era stato richiamato in Ispagna; il duca di Matalona ed il

principe don Francesco Toralto, da lui persuasi con altri gentiluomini

napolitani a tradire i loro compatriotti, vennero uccisi dal popolo

furibondo; il duca di Guisa, fatto prigioniero dagli Spagnuoli, non

ottenne la sua libertà che nel 1652; e Gennaro Annese, che aveva

restituita la corona a Filippo IV, e data la sua patria in mano agli

Spagnuoli, perì sopra un patibolo, per ordine di quel re ch'egli aveva

ristabilito, insieme a quasi tutti coloro che avevano avuta qualche

parte nelle turbolenze; provando in tal maniera che verun servigio, per

quanto possa essere grande, cancella agli occhi di un despota le passate

ingiurie, e che verun giuramento lo lega verso coloro che una volta

tentarono di scemare la sua potenza[264].

[264] _Gualdo Priorato, p. IV, l. VIII, p. 404. — Gio. Batt. Birago

Ist. memorabile de' nostri tempi parte V, annessa all'opera di

Alessandro Ziliolo, l. VI, Ven. 1654, in 4.º — Muratori ad ann. —

Giannone, l. XXXVII, c. IV, p. 529. — Lahode Histoire de Louis XIV,

t. I, l. V, p. 186._

La sollevazione di Palermo, scoppiata il 20 maggio del 1647, fu meno

lunga e meno importante che quella di Napoli; ma press'a poco andò

soggetta alle stesse crisi. Il vicerè di Sicilia, don Pedro Faxardo de

Zuniga, marchese de los Velez, non fu nè meno perfido, nè meno crudele

del duca d'Arcos. Giuseppe d'Alessi, filatore d'oro, nativo di Polizzi

in Sicilia, ebbe in quest'insurrezione le stesse parti che Masaniello a

Napoli; come lui fu ucciso il 22 di agosto da' suoi partigiani,

comperati dal vicerè, e come lui fu pianto da quel popolo che avrebbe

dovuto difenderlo. Per ultimo a Palermo come a Napoli, dopo un'amnistia

solennemente accordata, fu tirato nelle strade a mitraglia sopra il

popolo, vennero appiccati tutti i capi, e le gabelle, che avevano

cagionata la ribellione, e che il vicerè aveva abolite, furono

ristabilite in tutta la loro estensione[265].

[265] _Gualdo Priorato, p. IV, l. IV, p. 159, 173. — Ist. memorabili

de' nostri tempi di Gio. Batt. Birago, p. V, l. III. — Muratori ad

An. — Giannone, Ist. civile, l. XXXVII, c. II, t. IV, p. 511._

Ma nello stesso secolo venne scossa in Sicilia l'autorità spagnuola da

un'altra sollevazione, dalla quale potevano aspettarsi più serie

conseguenze, perchè gl'insorgenti trovavansi spalleggiati da Lodovico

XIV, in allora giunto al più elevato grado della sua possanza. Tale

insurrezione scoppiò in Messina in agosto del 1674. Sola di tutte le

città della Sicilia Messina era di que' tempi governata, piuttosto come

repubblica che come municipio, da un senato scelto in città, di cui il

governatore spagnuolo altro non era che il presidente con limitatissima

autorità. La libertà aveva conservata a Messina una prosperità

sconosciuta in tutti gli altri regni di casa d'Austria. La città contava

sessanta mila abitanti; il commercio vi aveva adunate grandissime

ricchezze; le arti, le manifatture, l'agricoltura venivano egualmente

incoraggiate; ma gli Spagnuoli risguardavano tanta prosperità come un

pericoloso esempio per le vicine città, alle quali la vista di cotale

prosperità poteva far desiderare i privilegj che avevano da gran tempo

perduti. Altronde i governatori hanno tutti la stessa avversione per

quei diritti che autorizzano i loro amministrati a resistere loro, e

sono sempre solleciti di sopprimerli. Don Diego Soria, governatore di

Messina, oppressava la città con nuove gabelle, sprezzava apertamente i

diritti del senato, e cadde pure in sospetto d'aver voluto far perire

tutti i senatori un giorno che li fece arrestare nel proprio palazzo.

Questo forse malfondato timore fece scoppiare l'insurrezione. Gli

Spagnuoli, scacciati dalla città, si ripararono nelle quattro fortezze

che la circondano. Alcuni deputati spediti al duca d'Etrèe, ambasciatore

in Roma di Lodovico XIV, gli offrirono pel suo re il possedimento di

Messina, e con essa la sovranità della Sicilia. Tale offerta fu

dall'ambasciatore avidamente accettata ed in appresso dalla sua corte.

Lodovico XIV venne in Messina proclamato re di Sicilia; ed il

commendatore Alfonso di Valbella si recò con sei navi da guerra a

prendere possesso di quella città[266].

[266] _Muratori An. d'Italia ad an. 1674, t. XI, p. 324. — Limiers

Hist. de Louis XIV, l. VII, t. II, p. 276. — Giannone, l. XXXIX, c.

III, p. 609. — Lahode Hist. de Louis XIV, t. III, l. XXXV, p. 516._

Nel susseguente anno il duca di Vivonne, ed in appresso il signore di

Quesne intrapresero la conquista delle altre città della Sicilia, e la

difesa di quelle che di già erano dai Francesi possedute. Accanite zuffe

ebbero luogo tra i Messinesi e gli Spagnuoli, tra i Francesi e gli

Olandesi alleati della corte di Spagna. Fu appunto nella più sanguinosa

di tali battaglie che il valoroso ammiraglio Olandese Ruyter fu

mortalmente ferito il 22 aprile del 1676[267].

[267] _Muratori An. d'Italia ad an. 1674, 1675, 1676. — Limiers

Hist. de Louis XIV, l. VII, t. II, p. 299-308 e segu. — Abregé de

l'Hist. de la Hollande, c. XIV, p. 890, t. III. — Lahode Hist. de

Louis XIV, t. IV, l. XXXVII, p. 41._

Però Lodovico XIV aveva perduta la speranza di occupare tutta intera la

Sicilia; e quando si aprirono in Nimega le conferenze per la pace,

conobbe bentosto che una delle condizioni, cui sarebbe forzato di

accettare, sarebbe l'evacuazione di Messina. Facendo di cotale cessione

un articolo del trattato, avrebbe potuto facilmente ottenere un'amnistia

per coloro che l'avevano servito, e fors'anco la ratifica degli antichi

loro privilegj; ma parvegli che il proprio orgoglio avrebbe meno

sofferto evacuando spontaneamente la città, senza condizione, senza

esservi forzato, e come una semplice operazione militare. Prima del 17

di settembre del 1678, giorno in cui fu sottoscritta la pace di Nimega

colla Spagna, Lodovico XIV mandò ordine al maresciallo de la Feuillade,

che aveva il comando di Messina, di rassegnare la guardia della città

agli abitanti, e di partire immediatamente con tutti i Francesi. Il

senato ricevette questo crudele avviso, allorchè quasi tutti i Francesi

erano di già imbarcati; desso supplicò la Feuillade di sospendere la sua

partenza almeno pochi giorni, poichè non gli sovrastava verun pericolo,

e di accordare in tale maniera agli sventurati Messinesi il tempo

d'imbarcarsi con lui, onde sottrarsi ai carnefici della Spagna; per

somma grazia non potè ottenere dal maresciallo che quattr'ore di

ritardo. In così breve spazio di tempo si rifugiarono sulla flotta

francese sette mila persone, ma con tanto precipizio che tutte le

famiglie si trovarono separate, e che in questa scena di spavento non vi

fu una sola madre di famiglia che non perdesse lo sposo, il fratello, o

taluno de' suoi figliuoli, non un fuggiasco che potesse seco trasportare

soltanto tutto il suo effettivo danaro, o i suoi più preziosi effetti.

Bentosto, il maresciallo, temendo che la sua flotta non fosse troppo

carica, fece spiegare le vele, mentre due mila persone gli tendevano

ancora dalla riva le braccia, e chiedevano ad alte grida di essere

ricevuti a bordo.

Pur troppo giusto era lo spavento di quegli sciagurati. Il vicerè don

Vincenzo Gonzaga pubblicò, gli è il vero, un'amnistia quando entrò in

Messina, ma la corte di Madrid non tardò ad annullarla. Vennero

confiscati tutti i beni de' fuorusciti; la città fu privata di tutti i

suoi privilegj, e vi s'innalzarono monumenti ond'eternare la memoria del

suo gastigo; furono banditi tutti coloro che avevano avuto qualche

impiego sotto i Francesi, e condannati a morte quelli che avevano presa

una parte più attiva nella ribellione. Di sessanta mila abitanti che

popolavano quella città, appena ne rimasero undici mila; e questa misera

città non potè mai più rifarsi da tanto infortunio[268].

[268] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1678, t. XI, p. 341. — Giannone

Ist. civile, l. XXXIX, c. IV, p. 623._

Dall'altro canto coloro, che dopo essersi sagrificati per la Francia,

confidavano nella riconoscenza di Lodovico, e che il maresciallo de la

Feuillade aveva condotti sulla sua flotta, vennero ripartiti in varie

città della Francia e mantenuti a spese del re per un anno e mezzo; ma

questi improvvisamente ordinò loro sotto pena della vita di uscire dal

suo regno, e li privò d'ogni sussidio. Si videro allora uomini

d'illustri natali, che fin allora avevano vissuto nell'opulenza, ridotti

alla mendicità, ed altri riuniti in bande farsi assassini di strada.

Mille cinquecento de' più disperati passarono in Turchia, ove abjurarono

la fede, non volendo altri compagni che coloro, i quali abborrivano

com'essi tutti i principi cristiani. Per ultimo soli cinquecento

ottennero passaporti dagli ambasciatori spagnuoli per rientrare in

patria; ma il nuovo vicerè di Sicilia, il marchese de las Navas, gli

fece imprigionare di mano in mano che arrivavano; e tutti, ad eccezione

di quattro, furono condannati o alla forca o alle galere[269].

[269] _Muratori An. d'Italia ad an. 1678. — Lahode Hist. de Louis

XIV, l. XXXIX, t. IV, p. 169._

Gli altri stati d'Italia furono ben lontani dal provare in questo secolo

rivoluzioni di tanta importanza. Di tredici papi, che successivamente

occuparono la cattedra di san Pietro, da Clemente VIII a Clemente XI,

tre soltanto richiamano l'attenzione dello storico sul loro regno per

avvenimenti di qualche importanza. Paolo V, dal 1605 al 1621, per le sue

contese colla repubblica di Venezia; Urbano VIII, dal 1623 al 1644, per

la guerra de' Barberini; ed Alessandro VII, dal 1655 al 1677, per gli

oltraggi ricevuti da Lodovico XIV.

Paolo V, conosciuto prima sotto il nome di cardinale Camillo Borghese,

godeva somma riputazione per l'integrità de' suoi costumi, pel suo zelo

per la religione, ed in particolare pel suo grande attaccamento alle

immunità ecclesiastiche, le quali fino nel primo anno del suo regno si

credette chiamato a difendere, perchè il consiglio del dieci aveva, in

Venezia, fatti imprigionare un canonico di Vicenza, ed un abbate di

Nervesa, accusati di enormi delitti, e perchè in tale occasione la

repubblica aveva pure richiamata in vigore un'antica legge che vietava

agli ecclesiastici l'acquisto di nuovi stabili. Paolo V intimò al doge

di Venezia, sotto pena di scomunica, di dare in mano al nunzio Mattei i

due prigionieri ecclesiastici e di rivocare una legge che sembravagli

contraria ai diritti della Chiesa. Paolo V era persuaso che niun sovrano

oserebbe resistere all'autorità pontificia; lo zelo religioso era stato

riscaldato dai papi allevati nei tribunali dell'inquisizione che si

erano succeduti in sul declinare del precedente secolo, dal fanatismo di

Filippo II, dalla riforma del concilio di Trento, e dalla violenza delle

guerre di religione di fresco terminate in Francia, e non ancora spente

in Fiandra. La fermezza della repubblica di Venezia gli recò non poco

stupore, e forse fu cagione che non procedesse a nuove usurpazioni.

Piuttosto che cedere, i Veneziani incorsero la scomunica e l'interdetto

contro di loro fulminati il 17 aprile del 1606. Ordinarono, sotto pena

della vita, a tutti i preti e monaci dello stato di risguardare come non

avvenuto quest'interdetto, e di continuare la celebrazione de' divini

ufficj. I Gesuiti, i Teatini ed i Cappuccini, avendo ricusato di

ubbidire, furono costretti ad uscire dal territorio della repubblica, ed

i primi non vi furono nuovamente ricevuti che nel 1657. Paolo V, non

volendo cedere, cominciò a fare leva di truppe per ispalleggiare colle

armi i suoi decreti. I Veneziani fecero lo stesso, e chiesero

l'assistenza del re di Francia, loro alleato. Questi (Enrico IV)

s'interpose con zelo per terminare una lite che poteva risvegliare una

guerra generale. Spedì il cardinale di Giojosa a Venezia, indi a Roma

per trattare; ed appoggiò così bene la fermezza del senato di Venezia,

che la repubblica, nell'accomodamento conchiuso in Venezia, il 21 aprile

del 1607, nè rinunciò al diritto di tradurre gli ecclesiastici innanzi

ai tribunali secolari, nè alla legge che proibiva loro l'acquisto di

beni stabili, e soltanto consegnò al cardinale di Giojosa i due

ecclesiastici ch'erano stati imprigionati, dichiarando di farlo solo per

deferenza verso il re di Francia[270].

[270] _Muratori An. ad an. 1605, 1606, 1607. — Hist. de la

diplomatie Française 4 periode, l. II, t. II, p. 243-250. — Galluzzi

storia di Toscana, l. V, c. XI, t. V, p. 79. — Laugier Hist. de

Venise, t. X, l. XXXIX e XL, p. 350 e segu._

Durante il suo lungo papato Paolo V arricchì a dismisura i suoi nipoti;

una ragguardevole parte dell'_Agro Romano_ fu data ai Borghesi: e que'

vastissimi poderi, di mano in mano ch'erano posseduti da più ricchi

proprietarj, vedevano scemare il numero de' loro abitanti. I Borghesi

troppo ricchi per non dissipare con principesco lusso l'entrate loro

procurate dallo zio, non lo erano bastantemente per far coltivare la

provincia che possedevano, e che rimaneva perciò destinata al pascolo.

Il cardinale Maffeo Barberini, innalzato alla santa sede il 6 d'agosto

del 1623, sotto il nome di Urbano VIII, fu ancora più prodigo dei beni

della chiesa verso i suoi nipoti. Nel periodo di ventun anni di regno,

loro abbandonò tutta la direzione degli affari della chiesa, e fece loro

avere più di cinquecento mila scudi d'entrata. Ma i Barberini non si

appagavano delle ricchezze; volevano approfittare del loro predominio

sullo spirito dello zio pressocchè rimbambito per acquistare i ducati di

Castro e di Ronciglione, feudi di casa Farnese, posti tra Roma e la

Toscana[271].

[271] _Ist. del conte Gualdo Priorato, p. III, l. II, p. 84. —

Michel le Vassor Hist. de Louis XIII, t. X, l. XLVIII, 2me part., p.

117, seconde édit._

Di quest'epoca que' due ducati, siccome ancora quelli di Parma e di

Piacenza, erano governati da Odoardo Farnese nipote di Alessandro,

l'illustre rivale di Enrico IV. Credeva Odoardo di essere per ereditario

diritto un eroe ed un valente generale. Avendo contratti in Roma

gravissimi debiti, di cui non pagava le usure, aveva dato al governo

pontificio un plausibile pretesto per ordinare l'apprensione de' suoi

feudi e per proporgli in seguito un trattato di vendita o di permuta; ma

alle pretese dei Barberini egli oppose un'alterigia eguale alla loro, e

non volle sapere di convenzioni. In tale occasione scoppiò una guerra

tra la chiesa ed il duca di Parma nel 1641: e fu questa la sola in tutto

questo secolo che avesse origine italiana. Tutte le altre guerre, che

durante questo periodo insanguinarono il suolo della penisola, erano

state provocate da oltremontani interessi. Il duca di Modena, il gran

duca di Toscana, e la repubblica di Venezia presero parte in questa

guerra come alleati di Odoardo Farnese; fu guastato molto paese, e

ruinate le finanze della chiesa e del ducato di Parma; ma non pertanto

questa guerra fu ancora più ridicola che pregiudicevole ai combattenti.

Taddeo Barberini, prefetto di Roma e generale della chiesa, che aveva

adunati nel Bolognese diciotto in ventimila uomini, fuggì colla sua

armata, che interamente si disperse alla sola notizia dell'avvicinamento

del Farnese, sebbene si sapesse che questa non aveva più di tre mila

cavalli. Ma lo stesso Odoardo per la sua instabilità, per una

presontuosa ignoranza, e per una inconsiderata prodigalità, perdette

tutto il vantaggio che gli avevano dato la viltà de' suoi nemici e la

cooperazione de' suoi alleati. Perciò dovette riputarsi felice che,

colla pace sottoscritta in Venezia il 31 maggio del 1644, si

rimettessero le parti belligeranti nello stato in cui si trovavano prima

della guerra[272].

[272] _Muratori Ann. 1641 e segu. — Ist. del conte Gualdo Priorato,

p. III, l. VIII, p. 316. — Ist. della repub. Veneta di Battista

Nani, l. XII, p. 553-744, ediz. in 4.º ven. 1663. — Galluzzi stor.

di Toscana, l. VII, c. II, e III, t. VI, p. 137 e segu._

Nel diciassettesimo secolo i papi più non avevano sullo stato politico

dell'Europa quell'influenza che i loro predecessori avevano esercitata

nel sedicesimo. I Borboni non avevano loro mostrata giammai la medesima

deferenza che i monarchi spagnuoli. Pure dovevano i papi risguardarsi

per lo meno come sovrani ne' loro stati, ed in potere in tale qualità di

amministrare liberamente la giustizia nella propria capitale. Lodovico

XIV parve disposto a contrastare ad Alessandro VII tale prerogativa,

mantenendo, sotto nome di franchigia, la protezione che il suo

ambasciatore accordava agli abitanti di tutto un quartiere di Roma,

contro la giustizia papale. La disputa intorno alle franchigie,

cominciata nel 1660 e rinnovata nel 1662, spinse agli estremi i Corsici

della guardia del papa, i quali, dopo essere stati malmenati dai

servitori dell'ambasciata francese, vennero in corpo ad insultare ed

attaccare il duca di Crequì, ambasciatore di Francia. Per vendicarlo,

Lodovico XIV rinviò il nunzio pontificio, occupò Avignone ed il contado

Venosino, ed apparecchiò un'armata per attaccare Alessandro VII nella

sua stessa capitale. In pari tempo chiese con alterigia una pubblica

soddisfazione; e l'ottenne col trattato di Pisa del 12 febbrajo del

1664, avendo il papa ed i suoi nipoti accondisceso alle più umilianti

condizioni[273].

[273] _Hist. de la dipl. Française cinq. période, l. I, t. III, p.

301-314. — Muratori ad an. 1666, 1664. — Limiers Hist. de Louis XIV,

l. V, t. II, p. 38. — Galluzzi Storia del gran ducato, l. VII, c.

VIII, t. VI, p. 308._

La disputa delle franchigie si rinnovò con maggiore acerbità sotto

Innocenzo XI. Avendo egli ottenuto dagli altri ambasciatori d'Europa

l'abolizione delle loro franchigie, volle approfittare della morte del

duca d'Etrès, accaduta in Roma il 30 gennajo del 1687, per abolire,

prima che il re gli desse un successore, quelle di cui aveva goduto come

ambasciatore di Francia: Lodovico XIV non volle acconsentirvi, e destinò

ambasciatore presso la corte di Roma il marchese di Lavardino, colà

mandandolo con una guardia di ottocento spadaccini per minacciare il

papa perfino nella sua capitale. Costoro si afforzarono nel palazzo di

Francia; e difesero le franchigie dell'ambasciatore francese colle armi,

non solo villanamente mancando al rispetto dovuto dal re al capo della

sua chiesa, ma perfino ai riguardi che il più potente monarca avrebbe

dovuto mostrare verso il più piccolo sovrano. L'affare delle franchigie

non ebbe fine che nel 1693 sotto il papato d'Innocenzo XII, nella quale

epoca Lodovico fu contento di desistere da un preteso diritto che

manteneva l'anarchia, e favoreggiava il delitto negli stati del capo

della cattolica religione[274].

[274] _Hist. de la diplom. Franç., cinqu. période, l. V, t. IV, p.

94-106. — Limiers Hist. de Louis XIV, t. II, l. X, p. 469. —

Muratori ad an. 1687, t. XI, p. 374 e segu. — Galluzzi storia del

gran ducato, l. VIII, c. V, t. VII, p. 108._

Gli stati della Savoja e del Piemonte furono successivamente governati,

in questo secolo, da cinque duchi, tre de' quali si resero illustri pel

loro singolare ingegno. Pure questa casa, che nel susseguente secolo

doveva acquistare tanta preponderanza in Italia, a stento potè in questo

conservare quello stato di potenza cui era giunta ne' primi anni del

medesimo. Se i suoi confini si mantennero press'a poco gli stessi, se le

sue fortezze crebbero di numero e d'importanza, i suoi sudditi vennero

crudelmente ruinati dalle guerre che si trattarono continuamente nel

loro paese.

Carlo Emmanuele I, che in sul cominciare del secolo, regnava già da

venti anni in Torino, e che morì soltanto il 26 di luglio del 1630, alle

qualità che formano il grande capitano univa i talenti del sommo

politico, ond'era risguardato come il più illustre principe d'Italia; ma

la sua insaziabile ambizione, gl'intrighi, la mala fede dovevano

finalmente inimicarlo con tutti i suoi vicini. Aveva a vicenda cercato

di occupare Ginevra, l'isola di Cipro, Genova ed il Monferrato; ma non

si era ristretto a muovere guerra soltanto a piccoli stati, aveva pure

alternativamente attaccate la Francia e la Spagna, ed attirate nei suoi

stati le armate di quelle grandi potenze; onde quando egli venne a

morte, le sue migliori città si trovavano in potere de' suoi

vicini[275].

[275] _Istorie memorabili de' nostri tempi di Ales. Zilio, p. I, l.

I; Ivi, l. X, p. III, l. III. — Guichenon Hist. généal. de la Maison

de Savoje, p. 345-444. — Muratori ad ann. — Le Vassor Hist. de Louis

XIII, t. IV, l. XXVIII, p. 364._

Vittorio Amedeo, figliuolo di Carlo Emmanuele I, che aveva sposata

Cristina di Francia, figlia d'Enrico IV, non fu meno valoroso, nè meno

accorto di suo padre; ma più leale nella sua politica, e più costante

nelle sue amicizie, non si attaccò che alla Francia. Ne' sette anni di

continua guerra ch'egli sostenne, durante il breve suo regno, contro gli

Spagnuoli, padroni del Milanese, non potè ricuperare che una parte di

ciò che aveva perduto suo padre. La sua morte accaduta il 7 ottobre del

1637, riuscì fatale alla casa di Savoja; la sua vedova Cristina fu

dichiarata tutrice de' figli, il maggiore de' quali, Francesco Giacinto,

morì il 4 d'ottobre del 1638, ed il secondo, Carlo Emmanuele II, non

aveva che quattro anni quando successe alla corona. Ma due fratelli di

Vittorio Amedeo, il cardinale Maurizio ed il principe Tommaso, fondatore

del ramo di Savoja Carignano, vedevano con estremo rincrescimento la

reggenza in mano di una donna forestiera, che a parer loro non conosceva

i veri interessi, nè la politica della loro casa. Contrastarono a

Cristina l'autorità, e gli stati di Savoja trovaronsi avviluppati in

lunghe guerre civili, per le quali Cristina implorò i soccorsi della

Francia, ed i cognati di lei quelli della Spagna. Questi alleati posero

a carissimo prezzo i loro sussidj: Cristina provò tutto l'orgoglio ed il

despotismo del cardinale di Richelieu, i principi non soffrirono meno

per la mala fede degli Spagnuoli, ed i popoli per lo spazio di oltre

vent'anni furono tormentati dai Francesi e dagli Spagnuoli[276].

[276] _Gal. Gualdo Priorato, p. II, l. V, p. 131, e segu. — Muratori

ad ann. — Guichenon Hist. généal. de la Maison de Savoje, t. III, p.

5, 46, 54._ — La storia di Guichenon termina nel 1660 verso la metà

del regno di Carlo Emmanuele II. — _Le Vassor Hist. de Louis XIII,

t. IX, l. XLII e XLIII._

Carlo Emmanuele II, anche dopo uscito di tutela, non illustrò in verun

modo il suo regno; e dopo la sua morte, accaduta il 12 giugno del 1675,

i suoi stati sperimentarono nuovamente le disgrazie di un'altra

minorità. Suo figlio Vittorio Amedeo aveva allora soltanto nove anni: ad

ogni modo la reggenza della madre di lui, Giovanna Maria di Nemours, non

fu così torbida come quella di Cristina. Vittorio Amedeo II, quando

entrò negli affari, diede prove di somma abilità. Il 4 giugno del 1690

si associò alla lega della Spagna, dell'Inghilterra e dell'Olanda per

contenere l'ambizione di Lodovico XIV. Abbandonò questo partito il 29

d'agosto del 1696 per entrare nell'alleanza del re di Francia; ed in

tale circostanza si mostrò più pieghevole ed accorto che leale: cogli

stessi artificj destramente adoperandosi tra rivali di lui più potenti

assai, innalzò nel susseguente secolo la sua casa ad un più elevato

grado, che prima non teneva, tra quelle de' principi d'Europa[277].

[277] _Limiers Histoire de Louis XIV, l. X, p. 523; l. XI, t. II. —

Muratori Ann. ad ann._

La Toscana, che ne' precedenti secoli ebbe così gran parte nella storia

d'Italia, si fece appena osservare nel diciassettesimo. Il gran duca

Ferdinando I regnava tuttavia in Firenze nel principio del secolo, che

morì il 7 febbrajo del 1609. Dagli antichi Medici egli aveva ereditato

quella considerazione pel commercio che gli altri principi italiani non

sapevano apprezzare; cercò d'inspirare ai Toscani il gusto delle

spedizioni marittime, cui non sono naturalmente inclinati; cambiò la

fortezza di Livorno in città, abbellì il suo porto con magnifici lavori,

e gli accordò quelle esenzioni che vi richiamarono quasi tutto il

commercio di cabotaggio del Mediterraneo[278]. Nello stesso tempo

incoraggiò i cavalieri dell'ordine di santo Stefano ad armare in corso

contro i Barbareschi. Nel 1607 sei galere tentarono di sorprendere

Famagosta, e saccheggiarono Ippona nel susseguente anno[279]. Cosimo II,

figlio e successore di Ferdinando I, si mostrò ancora più zelante del

padre per la gloria della marina toscana; e sebbene la sua mal ferma

salute e la povertà dell'ingegno non gli consentissero di parteciparvi

personalmente, niuno fu di lui più appassionato per la gloria militare.

Nel breve suo regno di dodici anni l'ordine di santo Stefano, in

sull'esempio di quello di Malta, intraprese ogni anno qualche spedizione

contro i Barbareschi[280]; ma Cosimo II morì il 28 febbrajo del 1621; e

Ferdinando II, suo figliuolo, essendo ancora fanciullo, tennero la

reggenza la madre e l'ava[281].

[278] I primi fondamenti della nuova città di Livorno erano stati

gettati dal gran duca Francesco I, il 28 marzo del 1577, ma in

appresso da lui trascurati. _Galluzzi stor. del gran ducato, l. IV,

c. II, p. 208, t. III._

[279] _Ivi, l. V, c. XI, t. V, p. 82. — Murat. Annali ad ann._

[280] Gabriello Chiabrera Savonese, celebrò colle sue odi i trionfi

delle galere toscane, come Pindaro i vincitori de' giuochi olimpici;

e se non raggiunse il suo immenso esemplare, fu almeno dopo Orazio,

il suo più illustre imitatore. _N. d. T._

[281] _Galluzzi stor. del gran ducato, l. VI, c. I al c. V, t. V, p.

157._

Il lungo regno di Ferdinando II, che morì soltanto il 23 maggio del

1670, portò tutto intero il carattere delle donne che lo avevano

educato; fu dolce, pacifico debole. Questo principe fu buono e non privo

di talenti; ma un languore mortale si stendeva su tutte le parti

dell'amministrazione; e sotto il suo regno ebbe cominciamento

quell'universale apatia, che successe all'antica attività de' Toscani.

Per altro la corte di Ferdinando II venne illustrata da uno zelo

glorioso per le scienze naturali: le proteggeva caldamente suo fratello

il cardinale Leopoldo de' Medici; e sotto i di lui auspicj nel 1657 fu

fondata l'accademia del _Cimento_, la quale fece le sue più belle

sperienze a spese de' Medici[282].

[282] _Galluzzi, l. VII, c. VII, t. VI, p. 283. — Muratori Annali ad

ann._

Cosimo III, che del 1670 successe a suo padre Ferdinando II, aveva

ricevuto da sua madre Vittoria della Rovere uno spirito minuzioso e

diffidente, un ridicolo fasto, un eccessivo bigottismo. Aveva egli

sposata Margarita Luigia d'Orleans, cui il suo carattere lo rendette in

breve odioso oltre ogni credere. Le loro contese, la ritirata della gran

duchessa alla corte di Lodovico XIV, le di lei imprudenze, e la costanza

del marito di lei a perseguitarla, sono le sole cose di cui parlano gli

annali della Toscana fino alla fine del secolo. Intanto Cosimo III

prodigava i suoi tesori nel comperare a caro prezzo nuovi convertiti, e

nell'abbellire le Chiese; e la corte e la nazione, strascinate

dall'esempio del principe, si abituavano all'ipocrisia ed alla

dissimulazione[283].

[283] _Galluzzi Stor. del gran ducato, l. VIII, c. I al VII, t.

VII._

I ducati di Parma e di Piacenza furono nel XVII secolo governati da

quattro principi della casa Farnese, de' quali niuno seppe meritarsi

l'amore de' suoi popoli, o il rispetto della posterità. Rannuccio I, che

nel 1592 era succeduto a suo padre Alessandro, non aveva ereditata

alcuna delle grandi qualità di questo eroe. Gli è vero che aveva sotto i

di lui ordini dato prove di valore nelle guerre di Fiandra; ma il suo

carattere era cupo, severo, avaro, diffidente: non voleva regnare che

per mezzo del terrore, e questo terrore declinò bentosto in un accanito

odio. Egli accusò la nobiltà d'avere contro di lui tramata una congiura,

ed il 19 maggio del 1612, dopo un segreto processo, fece decapitare

molti nobili, appiccare un maggior numero di plebei, e confiscare tutti

i loro beni. Niuno in Italia si persuase della delinquenza de'

giustiziati. Il duca di Toscana, cui Rannuccio aveva mandata copia del

processo, manifestò apertamente la sua incredulità, rimandandogli un

processo egualmente in così buona forma contro l'ambasciatore di Parma,

come colpevole d'un omicidio in Livorno, mentre era a tutti noto che

l'ambasciatore mai non era stato in quella città. Il duca di Mantova,

che risguardava suo padre come accusato di avere avuto parte nella

congiura, fu in procinto di dichiarare la guerra a quello di Parma per

lavare quest'ingiusto sospetto[284]. Rannuccio I aveva da principio

chiamato a succedergli suo figlio naturale Ottavio; ma in seguito avendo

avuto figliuoli legittimi, si aombrò del bastardo, e lo chiuse in

un'orrida prigione, ove lo lasciò miseramente perire. Rannuccio morì in

sul cominciare di marzo del 1622; e perchè il suo figliuolo primogenito

era sordo e muto, gli successe Odoardo Farnese II[285].

[284] _Muratori Ann. ad ann. 1612. — Galluzzi, l. VI, c. II, t. IV,

p. 203. — Le Vassor Hist. de Louis XIII, l. III, p. 341, t. I._

[285] _Muratori Annali, ad ann. 1622._

Odoardo Farnese era, più che eloquente, satirico, mordace, e presontuoso

oltre misura. Voleva tutto fare da sè, e voleva dai suoi ministri

ubbidienza e non consiglj. Sopra tutto credevasi nato per la guerra, e

destinato a far rivivere i maravigliosi talenti di suo avo Alessandro.

Pure l'eccessiva sua corpulenza, che in appresso trasmise ai suoi

figliuoli, e che riuscì fatale a casa Farnese, doveva dargli poca

attitudine ad ogni faticoso esercizio. Nel 1635 fece alleanza coi

Francesi contro gli Spagnuoli, e questa prima guerra di Odoardo,

terminata nel 1637, diede poco risalto ai talenti ch'egli supponeva di

avere, ed espose i suoi stati a gravissimi danni. La sua seconda guerra

coi Barberini, dal 1641 al 1644, che si era tirata in su le braccia a

cagione della sua irregolarità nel pagare le usure de' grandiosi suoi

debiti, fece ancora più apertamente conoscere la sua imprudenza e la sua

poca abilità. Morì il 12 di settembre del 1646, liberando i suoi sudditi

dalla fatica che cagiona l'attività quando non è sostenuta dai talenti,

e dal pericolo in cui gli strascinava continuamente un principe mediocre

che voleva parere uomo grande[286].

[286] _Muratori Ann. ad ann. 1646, t. XI, p. 214. — Gal. Gualdo, p.

IV, l. III, p. 88. — Galluzzi, l. VI, c. X, t. VI, p. 75; l. VII, c.

V, p. 237._

Il di lui erede, Rannuccio II, non aveva la ferocia di Rannuccio I, nè

la presunzione di Odoardo; ma non perciò i Parmigiani furono più felici;

perchè dall'indolenza e dalla debolezza del loro padrone si trovarono

abbandonati alla prepotenza d'indegni favoriti. Uno di costoro, il

marchese Godefroi, primo ministro di Rannuccio II, e ch'era stato suo

precettore di lingua francese, nel 1649 lo trasse in una guerra colla

corte di Roma, che fece perdere alla casa Farnese gli stati di Castro e

di Ronciglione. Godefroi aveva fatto assassinare il vescovo di Castro;

ed Innocenzo X, facendo cadere la vendetta di tale attentato sopra

gl'innocenti, fece atterrare Castro, non lasciando sussistere tra le

ruine di quella città che una colonna con un'iscrizione[287]. In

appresso Rannuccio II fece decapitare il suo ministro e confiscarne le

sostanze; ma senz'essere perciò in istato di governare da sè medesimo, e

senza che i suoi sudditi raccogliessero verun beneficio da questo

cambiamento, perchè nuove sanguisughe avevano preso il posto delle

antiche. Rannuccio II morì soltanto l'undici dicembre del 1694, quando

poteva di già prevedere la vicina estinzione della sua casa. Suo figlio

primogenito Odoardo era morto prima di lui, il 5 settembre del 1693,

soffocato da soverchia pinguedine, lasciando una figlia, Elisabetta, che

fu poi regina di Spagna. Gli altri due figliuoli di Rannuccio II,

Francesco ed Antonio, regnarono uno dopo l'altro, ma l'eccessiva loro

corpulenza dava motivo di credere che non avrebbero prole[288].

[287] _Muratori Annali ad ann. — Galluzzi, l. VII, c. V, t. VI, p.

237._

[288] _Muratori Ann. ad ann. 1694._

Fra le famiglie sovrane dell'Italia la casa d'Este fu quella che nel

diciassettesimo secolo produsse maggior numero di principi amati dai

loro popoli; ma i suoi dominj, ridotti ai piccoli stati di Modena e di

Reggio, più non le davano quell'importanza che aveva avuto nel

precedente secolo. Cesare, che per la sua debolezza aveva perduto il

ducato di Ferrara, morì soltanto l'11 dicembre del 1628. Suo figlio

primogenito, Alfonso III, non regnò che circa sei mesi. Quest'uomo,

temuto pel suo violento e sanguinario carattere, fu così scosso dalla

morte di sua moglie, che abbandonò la sovranità il 24 di luglio del

1629, e ritirossi in un convento del Tirolo, ove si fece

cappuccino[289].

[289] _Muratori Ann. ad ann. 1629._

Francesco I, che successe a suo padre Alfonso, si acquistò la

riputazione di essere uno de' migliori capitani d'Italia, e de' migliori

amministratori. In principio del suo regno aveva sposati gl'interessi

della monarchia spagnuola, e per essa nel 1635 fece la guerra al duca di

Parma, Odoardo Farnese, suo cognato. Per compensarlo di tali servigj nel

1636 l'imperatore gli concesse il piccolo principato di Correggio, che

venne incorporato a' suoi stati[290].

[290] _Muratori Ann. ad ann. 1636. — Batt. Nani stor. Ven., l. X, p.

521 ec._

Del 1647 Francesco I passò al partito della Francia, e fece sposare a

suo figlio Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazarino, che gli recò

in dote grandissime ricchezze; ed egli fu nominato allora generalissimo

delle armi francesi in Italia. Fu più volte vittorioso degli Spagnuoli;

ma senza che ciò compensasse a' suoi sudditi i guasti cui trovaronsi

esposti. Questo principe morì il 14 di ottobre del 1658 in conseguenza

d'una malattia contratta nell'assedio di Mortara[291].

[291] _Muratori Ann. ad an. 1657. — Antichità Estensi._

Alfonso IV, che successe a Francesco suo padre, e che morì il 16 luglio

del 1662, non fece verun atto degno di ricordanza, tranne il particolare

trattato di pace fatto cogli Spagnuoli l'11 marzo del 1659. Il figlio di

lui, Francesco II, che fu per una metà del suo regno sotto la reggenza

di sua madre, e per l'altra volontariamente subordinato all'autorità di

don Cesare, suo fratello naturale, morì il dì 6 settembre del 1694,

senza lasciare memoria alcuna del suo debole governo; e Rinaldo, in

allora cardinale e secondo figlio di Francesco I, successe a suo nipote.

Le disgrazie che gli si apparecchiavano nella guerra della successione

della Spagna non ebbero cominciamento che col susseguente secolo[292].

[292] _Muratori Ann. d'Italia. — Ant. Esten._

La casa di Gonzaga, sovrana nel diciassettesimo secolo dei due ducati di

Mantova e del Monferrato, accese pel proprio interesse molte guerre che

guastarono l'Italia, senza che un solo dei suoi capi siasi meritato

nelle sue calamità la stima o la compassione. Vincenzo I, Francesco IV,

Ferdinando e Vincenzo II, che occuparono successivamente il trono fino

alla morte dell'ultimo, accaduta il 26 dicembre del 1627, furono uomini

affatto perduti ne' piaceri e nella dissolutezza, che diedero ai loro

sudditi l'esempio d'ogni genere di scandali, e gli oppressero colle più

onerose imposte, ora per soddisfare al loro gusto di prodigalità ed al

loro fasto, ora per collocare con ruinose doti sul trono imperiale

principesse della casa Gonzaga. Vincenzo II morì senza figliuoli, ed il

ramo de' Gonzaga, duchi di Nevers, stabilito in Francia, ed in allora

rappresentato da Carlo, nipote del duca Federico II, ch'era morto nel

1540, venne chiamato alla successione di Mantova. Quella del Monferrato

era un feudo femminino, e doveva passare a Maria, figlia di Francesco IV

e di una principessa di Savoja. Ma la stessa notte in cui morì Vincenzo

II, Carlo duca di Rethel, figlio di Carlo duca di Nevers, ch'era venuto

a Mantova per raccogliere l'eredità di suo cugino, di cui prevedeva il

vicino fine, sposò Maria, erede del Monferrato; di modo che l'intera

eredità dell'ultimo duca passò nel ramo di Nevers[293].

[293] _Muratori ann. d'Italia ad ann. 1626-1627. — Istor. memor.

d'Alessandro Ziliolo, p. III, l. III, p. 83 e segu. — Ist. della

repubblica Veneta di Batt. Nani, l. VII, p. 445 e segu. — Le Vassor,

Hist. de Louis XIII, t. V, l. XXIV, p. 699._

Questa successione di un principe francese nel centro dell'Italia offese

in pari tempo il duca di Savoja Carlo Emmanuele, che non era stato

interpellato intorno al matrimonio di sua nipote, e l'imperatore

Ferdinando II, da cui non aveva il nuovo duca aspettata l'investitura.

Il ducato di Mantova fu invaso da quelle stesse armate imperiali

accostumate al saccheggio ed alla ferocia nella lunga guerra contro i

protestanti che allora desolava la Germania, e che in appresso fu poi

intitolata la guerra de' trent'anni. Mantova fu sorpresa il 18 di luglio

del 1630 dal conte di Collalto, Altringer e Gallas, e saccheggiata con

orribile crudeltà[294]. Le calamità del Monferrato, sebbene meno

appariscenti, furono più lunghe e più dolorose. Fino alla pace dei

Pirenei nel 1659, il Monferrato fu costantemente il teatro delle

battaglie delle grandi potenze, ed a vicenda saccheggiato dai Francesi,

dagli Spagnuoli, dai Savojardi e dai Tedeschi, diviso da ogni trattato

fra i diversi principi, e quasi abbandonato dai suoi duchi che sentivano

l'impossibilità di difenderlo[295].

[294] _Alessandro Ziliolo, p. III, l. III, p. 119. — Gio. Batt.

Nani, l. VII, p. 407. — Schiller, Geschichte des Dreissigjährigen

Krieges. — Le Vassor Hist. de Louis XIII, t. VI, l. XXVII, p. 243;

l. XXVIII, p. 382. — Vettorio Siri Memor. recondite, t. VI, p. 742 e

segu.; t. VII, p. 123 e seguenti._

[295] _Ales. Ziliolo Ist. memor., p. III, l. III. — Gio. Batt. Nani,

l. VII e segu. — Murat. Ann. d'Italia._

Il 25 settembre del 1637, Carlo II era succeduto a suo padre Carlo I, e

Ferdinando Carlo successe il 15 di settembre del 1665 a suo padre Carlo

II, senza che la sorte degli abitanti del Monferrato si rendesse

migliore. L'ultimo di questi principi, più dissoluto, più insensibile al

disonore, più non curante delle disgrazie de' suoi sudditi che non lo

erano stati i suoi predecessori, vendette nel 1681 Casale, la capitale

del Monferrato, a Lodovico XIV, per andare a dissipar nei piaceri del

carnevale di Venezia il danaro, che mai non bastava alle sue

stravaganze. I suoi sudditi di Mantova gemevano sotto il peso di enormi

tasse, e quelli del Monferrato si trovavano esposti alle estorsioni de'

militari, mentre egli s'aggirava mascherato nelle sale da ballo e ne'

postriboli, e non arrossiva di far conoscere i suoi vergognosi piaceri

ad un popolo straniero che non aveva bisogno di dissimulare il suo

disprezzo, e ad un senato che vietava ai nobili di Venezia perfino

d'intrattenersi con lui[296].

[296] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1681, t. XI, p. 354. — Limiers

Hist. de Louis XIV, l. IX, t. II, p. 399._

La casa sovrana dei duchi d'Urbino si spense in principio del XVII

secolo. Il vecchio duca Francesco Maria della Rovere, che regnava fin

dal 1574, avendo veduto nel 1623 morire vittima delle sue dissolutezze

l'unico suo figlio il principe Federico, acconsentì ad abdicare nel 1626

la sua sovranità a favore della Chiesa. Sua nipote, Vittoria della

Rovere, maritata con Ferdinando II dei Medici, non portò a Ferdinando in

eredità che i beni patrimoniali di sua famiglia. Il ducato d'Urbino,

riunito alla diretta della santa sede, perdette la sua opulenza, la sua

popolazione e tutti i vantaggi che gli aveva saputo procurare la più

gentile corte d'Italia; ed il vecchio duca, che morì soltanto nel 1636,

ebbe tempo di vedere il decadimento dei paesi che tanto tempo avevano

prosperato sotto il dominio della sua famiglia[297].

[297] _Muratori Ann. ad ann. — Galluzzi Stor. di Toscana, l. VI, c.

VI, t. V, p. 298 e segu._

Il governo di Lucca, vedendo di non potersi mantenere che nel silenzio,

e col farsi dimenticare dalle potenze che avevano in mano i destini

dell'Europa, aveva vietato di pubblicare veruna storia nazionale; perciò

la repubblica di Lucca non lasciò di sè in questo secolo verun'altra

memoria che quella di due piccole guerre contro il duca di Modena nella

Garfagnana, cominciate senza motivi nel 1602 e nel 1613, e terminate

senza gloria coll'intervento della Spagna[298].

[298] _Muratori Ann. d'Italia._

Nel corso di questo secolo la repubblica di Genova si lasciò strascinare

dall'influenza della corte spagnuola in due guerre col duca di Savoja,

nel 1624 e 1672. Non era appena terminata la prima, che l'ambasciatore

di Savoja risvegliò le sopite fazioni della nobiltà e dell'ordine

popolare, e nel 1628 trasse Giulio Cesare Vachero, ricco mercante

dell'ordine popolare, in una congiura ordita per rovesciare la

costituzione[299].

[299] _Ales. Ziliolo, p. III, l. IV, p. 178. — Ann. di Genova di

Fil. Casoni, t. V, l. II, p. 61._

Dopo l'atto di mediazione del 1576, la repubblica di Genova erasi

conservata divisa in due fazioni. Comprendeva la prima circa cento

settanta famiglie registrate nel libro d'oro, e che avevano il diritto

di sedere in consiglio. Parte di queste appartenevano all'antica

nobiltà; altre erano state di fresco aggregate all'aristocrazia; e tra

queste erano scoppiate le ultime dissensioni calmate dall'atto di

mediazione. Ma un secondo ordine nella repubblica era composto delle

famiglie non inscritte, tra le quali contavansene allora più di

quattrocento cinquanta che possedevano non meno di cinquanta mila fino

ai settecento mila scudi, ed erano decorate di prelature, di feudi, di

commende e di titoli di contee e di marchesati. Le prime, rese

orgogliose dal privilegio di possedere esclusivamente la sovranità,

affettavano sommo disprezzo verso le altre, che pure si credevano non da

meno di loro. L'atto di mediazione aveva bensì ordinato che ogni anno

s'inscrivessero dieci famiglie nuove nel libro d'oro, cioè sette della

capitale e tre delle città delle due riviere; ma questa legge veniva

quasi sempre delusa, oppure il senato, quand'era forzato a procedere

alla scelta, o non ammetteva che celibatarj e persone fuori di speranza

d'avere successione, onde non accrescere il numero delle famiglie

dominanti, o finalmente soltanto famiglie affatto povere, affinchè

queste rimanessero più dipendenti dall'oligarchia[300].

[300] _Aless. Ziliolo Ist. memor., p. III, l. IV, p. 187. — Fil.

Casoni Ann. della repub. di Genova, t. V, l. III, p. 136._

Era appunto l'insolenza de' più poveri cittadini inscritti nel libro

d'oro, che più vivamente offendeva i ricchi mercanti ed i signori

feudatarj esclusi dal governo. Giulio Cesare Vachero, sebbene mercante,

aveva adottate le costumanze che di que' tempi risguardavansi come

proprie de' gentiluomini: camminava sempre armato ed in abito militare,

ed era circondato da sicarj, che spesso adoperava per vendicarsi con

assassinj. Parecchi saluti più volte a lui ricusati da persone del

governo, parecchi moti, sogghigni derisorj, ed insulti sofferti da sua

moglie erano di già stati puniti collo spargimento di molto sangue; ma

nuove offese accrescendo sempre il suo risentimento, egli associò alle

sue vendette moltissimi ricchi cittadini esclusi dal libro d'oro;

moltiplicò il numero de' suoi sicarj; diffuse grandi somme di danaro tra

il popolo onde averlo ubbidiente, senza avere bisogno di partecipargli

il suo progetto, e risolse di attaccare il palazzo il giorno primo di

aprile del 1628, di forzare la guardia tedesca, di gettare giù dai

balconi i senatori, di uccidere tutti i cittadini registrati nel libro

d'oro, e di riformare la repubblica, della quale egli sarebbe dichiarato

doge, sotto la protezione del duca di Savoja. La trama fu scoperta il 30

di marzo da un capitano piemontese cui il Vachero aveva palesato il

segreto. La maggior parte de' congiurati ebbe tempo di fuggire; ma

vennero arrestati il Vachero ed altri cinque o sei, i quali tutti, dopo

una processura che rendeva aperto il loro delitto, furono giustiziati

malgrado le rimostranze del duca di Savoja, che si levò affatto la

maschera, si dichiarò capo della congiura, e minacciò la repubblica di

rappresaglie[301].

[301] _Aless. Ziliolo, p. III, l. IV, p. 188-199. — Casoni Ann., l.

III, p. 140._

Un'altra volta la repubblica di Genova richiamò sopra di sè gli sguardi

dell'Europa pel barbaro trattamento fattole da Lodovico XIV, il 18 di

maggio del 1684, quando questo monarca, senza poter rinfacciare ai

Genovesi verun atto d'ostilità, veruna prova di cattiva volontà, niun

altro torto finalmente, fuorchè quello d'avere impedito il contrabbando

del sale nel proprio territorio, ed armate quattro galere per la propria

difesa, mandò in faccia alla città una squadra comandata dal marchese di

Seignelay. In tre giorni vi fece piovere quattordici mila bombe;

distrusse la metà de' suoi magnifici edificj, ed all'ultimo chiese che

lo stesso doge si portasse a Versailles per iscusarsi degl'immaginarj

torti della repubblica[302].

[302] _Muratori Ann. ad ann. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. IX, t.

II, p. 423. — Hist. de la diplom. Françoise, l. IV, p. 83. — Filip.

Casoni Ann. di Genova, t. VI, l. VIII, p. 214_. Questi annali di

Genova terminano coll'anno 1700, 6 volumi in 8 Gen. 1800.

La repubblica di Venezia rialzossi in questo secolo con nuovo vigore

dallo spossamento cui pareva dovesse soggiacere nel precedente secolo; e

sola osò mostrarsi premurosa della difesa dell'italiana indipendenza.

Abbiamo di già osservato con quanta costanza rispinse gli attacchi di

Paolo V, e conservò i diritti della sua sovranità malgrado gl'interdetti

e le scomuniche di Roma. In principio del secolo, nel 1601 e 1615,

difese collo stesso vigore la sua sovranità sull'Adriatico contro le

piraterie degli Uscocchi di Signa, sebbene questi popoli schiavoni,

protetti dall'arciduca Ferdinando di Stiria, potessero strascinarla in

una guerra con tutta la potente casa d'Austria[303].

[303] _Aless. Ziliolo Ist. memor., p. II, l. I, p. 1. — Laugier

Hist. de Venise, t. X, l. XXXIX, p. 331, e t. X, l. XLI, p. 38._

I Veneziani, tratti dalle ostilità loro col papa e colla casa d'Austria,

si avvicinarono al partito protestante, poichè di quest'epoca l'Europa

era piuttosto divisa dalla religione che dalla politica. Infatti nel

1617 contrassero alleanza cogli Olandesi, mentre che il duca di Savoja

loro alleato si assicurò de' soccorsi del maresciallo di Lesdiguieres,

capo de' protestanti del mezzodì della Francia. Queste due potenze

furono le prime in Italia che osarono cercare appoggio tra gli eretici.

Perciò, quando scoppiò la guerra dei trent'anni, i protestanti di

Germania si affidarono ai soccorsi di queste due potenze. Il conte di

Thurn, Bethlem Gabor, il conte di Mansfeld e Ragotzi ricevettero più

volte dal senato danaro e munizioni, senza che questi venisse giammai ad

aperte ostilità colla casa d'Austria[304].

[304] _Schiller, Dreissigjährige Krieg, B. I._

I duchi d'Ossuna e di Toledo, orgogliosi vicerè spagnuoli che allora

governavano il regno di Napoli ed il ducato di Milano con una quasi

assoluta indipendenza, risguardarono la repubblica di Venezia come una

nemica che si doveva distruggere. Impiegarono alternativamente contro di

lei la forza aperta ed i tradimenti, e d'accordo col marchese di Bedmar,

ambasciatore di Spagna a Venezia, ordirono nel 1618 una congiura, che

pareva piuttosto diretta all'intera ruina della città, che alla

sovversione del suo governo: i principali colpevoli furono puniti, ma il

senato, temendo il risentimento della corte di Spagna, non osò rendere

pubbliche queste processure, o apertamente accusare i veri instigatori

de' congiurati[305].

[305] _Gio. Batt. Nani Ist. Ven., l. III, p. 156. — Le Vassor, Hist.

de Louis XIII, t. III, l. XII, p. 193. — L'abbé de saint Réal Hist.

de conjurat. de Bedmar. — Vettor Sandi stor. civ., p. III, l. XI, c.

XI, § II, p. 995. — Vett. Siri Mem. recondite, t. IV, p. 447 e segu.

— Laugier Hist. de Venise, l. XLI, p. 107._

Conoscendo tuttociò che temere dovevano dall'ambizione e dalla nimicizia

della casa d'Austria, i Veneziani si aombrarono vedendo nel 1619 gli

Spagnuoli tentare di assicurarsi una comunicazione colla Germania per

via delle fortezze che fabbricavano nella Valtellina, sotto colore di

proteggere i cattolici di quella provincia contro i Grigioni

protestanti, loro sovrani. I Veneziani si collegarono coi Grigioni;

sollecitarono l'intervento della Francia, e persuasero il cardinale di

Richelieu a secondarli. La pace che fissò la sorte della Valtellina si

conchiuse il 6 marzo del 1626; ma per la lentezza e per gli artificj

degli Spagnuoli, i Grigioni non riebbero il possedimento della sovranità

di quella provincia che nel 1637, guarentendo il mantenimento della

cattolica religione[306].

[306] _Gio. Batt. Nani, l. IV, p. 170, 203 e segu. — Aless. Zilioli

Hist. memor., p. II, l. VII, p. 173. — Le Vassor Hist. de Louis

XIII, l. XXIII, p. 367. — Vett. Siri Mem. recondite, t. VI, p. 92 e

segu. — Laugier Hist. de Venise, t. XI, l. XLII, p. 139._

Nella seconda metà del XVII secolo i Veneziani dovettero portare le loro

forze in altro luogo; e l'improvviso attentato de' Turchi contro l'isola

di Candia, ch'ebbe luogo il 23 giugno del 1645, li ravvicinò di nuovo

alla casa d'Austria, colla quale ebbero allora comuni interessi[307]. La

guerra che di quei tempi ebbe cominciamento tra i Veneziani ed il

sultano Ibrahim fu la più lunga e la più ruinosa che la repubblica

avesse mai sostenuta contro l'impero Ottomano: durò venticinque anni, e

fu illustrata da gloriose vittorie navali. Due fra l'altre ne furono

riportate ai Dardanelli, una il 21 giugno del 1655 da Francesco

Morosini, l'altra il 26 di giugno del 1656 da Lorenzo Marcelli. Ma a

dispetto de' miracolosi sforzi di valore, e malgrado i loro vantaggi,

che sarebbero stati decisivi con un nemico meno potente, i Veneziani non

poterono fare in modo che il gran Visir non assediasse la stessa città

di Candia il 22 di maggio del 1667. Quest'assedio fu sostenuto con

indicibile valore dai Cristiani, che furono soccorsi da quasi tutti i

principi dell'Occidente. Prodigiosa fu la mortalità da ambedue le parti;

la peste saccheggiò il campo musulmano; ogni opera avanzata, ogni

rivellino, ogni bastione fu difeso finchè trovossi ridotto in un mucchio

di ruine. Il duca di Beaufort vi perdette la vita; il duca di Navailles

abbandonò la difesa della città, e s'imbarcò con tutti i Francesi

malgrado le caldissime istanze di Francesco Morosini, che credeva di

potersi ancora difendere. All'ultimo Candia fu costretta a capitolare il

6 di settembre del 1669. La repubblica rinunciò al dominio dell'isola di

Creta, e conservò gli altri suoi possedimenti in Levante[308].

[307] _Gual. Priorato Ist., p. III, l. X, p. 392. — Laugier Hist. de

Venise, t. XI, l. XLIX, p. 332._

[308] _Muratori Ann. d'It. ad ann. 1669. — Limiers Hist. de Louis

XIV, t. II, l. VI, p. 109. — Gir. Brusoni Ist. dell'ultima guerra

tra Venez. e Turchi in Candia 1644-1671, 1 vol. in 4.º. — Laugier

Hist. de Venise, t. XII, l. XLV, p. 103. — Vett. Sandi Ist. civ.

Veneta, p. III, l. XII, c. III, p. 1045._

Ma i Veneziani mal sapevano accomodarsi alla perdita di Candia; tenevano

aperti gli occhi, onde approfittare della prima opportunità per rifarsi

sull'impero Ottomano; e credettero di averla trovata in tempo della

guerra che la Porta dichiarò all'Austria nel 1682. Il 5 marzo del 1684,

colla mediazione di papa Innocenzo XI, i Veneziani si allearono

coll'imperatore Leopoldo e con Giovanni Sobieschi, re di Polonia.

Diedero il comando delle loro truppe a Francesco Morosini, che si era

acquistata tanta gloria nella guerra di Candia, e con un singolare

tratto di confidenza, di cui la loro repubblica aveva dati rarissimi

esempj, gli lasciarono il comando degli eserciti anche dopo averlo

nominato doge. I loro sforzi furono coronati da luminosi successi; e

questa seconda guerra, che durò quindici anni, riparò ai disastri della

precedente. Nel 1684 i Veneziani conquistarono Santa Maura, nel 1686 e

1687 occuparono tutta la Morea, ed a queste conquiste aggiunsero nel

1694 quella dell'isola di Scio, che perdettero nel susseguente anno. Al

generale Svezzese conte di Konigsmark, che aveva preso servigio sotto le

bandiere della repubblica, si dovette il principale merito di queste

vittorie. Ma perchè Venezia si esauriva colla lunghezza di questa

guerra, dessa accettò con piacere la tregua di Carlowitz del 26 di

gennajo del 1699, che le lasciava il possedimento della Morea,

dell'isola d'Egina, di Santa Maura, e di molte altre fortezze

conquistate in Dalmazia[309].

[309] _Muratori Ann. d'Ital. ad ann. 1699. — Limiers Hist. de Louis

XIV, l. XIII, t. III, p. 32. — Laugier Hist. de Venise, t. XII, l.

XLVI, p. 139-228._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16) · 第 5 / 12 题