_Rivoluzioni di diversi stati d'Italia, dopo la perdita
dell'indipendenza italiana, fino alla fine del sedicesimo
secolo._
1531 = 1600.
La storia d'Italia nel sedicesimo secolo dividesi in tre epoche, ognuna
delle quali offre un assai diverso carattere. La prima si stende dal
principio del secolo fino alla pace di Cambrai, dell'anno 1529. Fu
questo un periodo di continue guerre e di desolazione, durante il quale
la potenza della Francia e quella della casa d'Austria parvero
bastantemente equilibrate, perchè i popoli d'Italia non potessero
prevedere quale sarebbe la trionfante. Essi attaccaronsi
alternativamente all'una ed all'altra; sperarono mantenere fra le
medesime la loro indipendenza, e non si avvidero che gl'Italiani avevano
cessato di esistere come nazione soltanto nell'istante in cui Francesco
I li sagrificò col _trattato delle dame_ sottoscritto da sua madre.
Il secondo periodo comincia alla pace di Cambrai, del 5 agosto 1529, e
termina con quella di Cateau-Cambresis del 3 aprile 1559. Con questa
Enrico II e Filippo II posero fine alla lunga rivalità delle loro due
case, e le riunirono col matrimonio di Filippo con Elisabetta di
Francia. Questo periodo di trent'anni venne insanguinato quasi con
altrettante guerre che il precedente, e sempre tra gli stessi rivali. Ma
queste guerre più non si presentavano agl'Italiani sotto lo stesso
aspetto, e più in loro non risvegliavano le medesime speranze. Tutti i
diversi loro stati o erano caduti sotto l'immediato dominio di casa
d'Austria, o avevano riconosciuta la di lei protezione con trattati che
loro non lasciavano veruna indipendenza. Se in questo spazio di tempo
alcuni di loro si staccarono momentaneamente da quest'alleanza, che si
era loro imposta, vennero piuttosto trattati come ribelli che come
nemici pubblici. La Francia, non isperando di trovare fra di loro degli
alleati, invece di guadagnarseli colle ricompense, sforzavasi di
distruggere le loro ricchezze, persuasa che tutti i loro soldati e tutti
i loro tesori sarebbero sempre a disposizione dal suo costante nemico.
Fece perciò alleanza contro di loro coi Turchi e coi Barbareschi, ed
abbandonò le coste dell'Italia ai guasti dei Musulmani.
I trentanove anni che decorsero dopo la pace di Cateau-Cambresis fino a
quella di Vervins, sottoscritta il 2 di maggio del 1598, da Enrico IV,
Filippo II ed il duca di Savoja, dovrebbero, paragonati ai due primi
periodi, considerarsi come un tempo di profonda pace; imperciocchè in
tutto questo tempo le province d'Italia non furono attaccate da veruna
armata straniera; e gli stati italiani, contenuti dalla coscienza della
propria debolezza, giammai fra di loro non si abbandonarono a lunghe
ostilità. Per altro l'Italia non gustò in questa sgraziata epoca i
vantaggi della pace. La Francia, lacerata da civili guerre, più non
aveva peso nella bilancia politica dell'Europa, mentre che il feroce
Filippo II, sovrano d'una gran parte d'Italia, e che quasi comandava
egualmente ai suoi alleati come a' suoi sudditi, aveva determinato di
schiacciare il partito protestante ne' Paesi bassi, in Francia ed in
Germania. Durante tutto il suo regno, Filippo non cessò di combattere
gli Olandesi ed i Calvinisti della Francia, e di dare ajuto agli
imperatori suoi alleati, Ferdinando suo zio, Massimiliano II e Rodolfo
II, che tutti parimenti furono di continuo impegnati nelle guerre coi
protestanti di Germania, e coi Turchi. Gl'Italiani militarono
continuamente in tutto questo periodo ne' lontani paesi in cui Filippo
portava la guerra. I loro generali come i loro soldati rivalizzarono di
gloria, d'ingegno e di coraggio colle vecchie bande spagnuole, delle
quali parevano avere adottato il carattere. In tal guisa la nazione andò
ricuperando la sua virtù militare in servigio degli stranieri; e se
l'avesse in seguito adoperata in difesa della patria, forse non
l'avrebbe pagata troppo cara con tutto il sangue ch'ella versò; ma
continuò sempre a servire, finchè nuovamente perdette l'abitudine del
combattere.
La più grande disgrazia, inseparabile da questo stato abituale di guerra
straniera, fu la continuazione del regime militare, la dimora o il
passaggio delle truppe spagnuole nelle diverse province italiane, e più
di tutto le insopportabili imposte colle quali la corte di Madrid
opprimeva i popoli. L'ignoranza de' ministri spagnuoli, che non
conoscevano verun principio di economia politica, era ancora più funesto
che la loro rapacità, e le loro dilapidazioni. Essi mai non inventarono
un'imposta che non sembrasse destinata a schiacciare l'industria ed a
ruinare l'agricoltura. Le manifatture andavano in decadimento,
scompariva il commercio, le campagne si disertavano, e gli abitanti,
ridotti alla disperazione, erano in ultimo costretti ad abbracciare,
come una professione, l'assassinio. Capi distinti pei loro natali e pei
loro talenti si posero alla testa di compagnie d'assassini, che
formaronsi in sul declinare del secolo nel regno di Napoli e nello stato
della Chiesa; e la guerra dei malandrini pose più volte in pericolo la
stessa sovrana autorità. In questo tempo le province restavano senza
soldati, le coste senza vascelli da guerra, le fortezze senza
guarnigione. Nulla opponevasi ai guasti dei Barbareschi, che, non
contenti delle prede che potevano far sul mare, eseguivano sbarchi
alternativamente su tutte le coste, e strascinavano in ischiavitù tutti
gli abitanti. Tutte le atrocità con cui la tratta dei Negri afflisse
l'Africa negli ultimi due secoli, vennero nel sedicesimo praticate dai
Musulmani in Italia. Questi avidi mercanti di schiavi mantenevano
egualmente dei traditori sulle coste per avvisarli e dar loro nelle mani
gli sventurati Italiani; egualmente veniva sempre offerta una mercede al
delitto, e l'estrema sventura pendeva sempre sul capo della famiglia che
credeva poter riporre la sua fiducia nella propria innocenza ed
oscurità. Tali erano le calamità, sotto il peso delle quali, in sul
finire del sedicesimo secolo, l'Italia piangeva la perdita della sua
indipendenza.
Abbiamo negli ultimi volumi esposti circostanziatamente tutti gli
avvenimenti del primo dei tre periodi ne' quali si è diviso il
sedicesimo secolo. Abbiamo altresì nel precedente capitolo raccolti
alcuni de' fatti spettanti, per ciò che risguarda il tempo, al secondo
periodo, sebbene sembrino avere tuttavia alcuno dei caratteri del primo;
e questi sono l'estrema lotta sostenuta in Toscana per la libertà, e gli
sforzi de' Sienesi per respingere il giogo che loro voleva imporre Carlo
V. Oramai più non ci resta che di dare un'idea degli avvenimenti che
nello stesso tempo o nel susseguente periodo mutarono le relazioni tra
gli stati d'Italia, influirono nella sorte de' popoli, o ne alterarono
il carattere nazionale. Per farlo terremo dietro ad uno ad uno ai
governi tra i quali trovavasi divisa l'Italia, e daremo compendiosamente
un cenno delle loro rivoluzioni.
Gli stati della casa di Savoja, i primi che i Francesi scontravano sul
loro cammino entrando in Italia, eransi sottratti ai guasti delle prime
guerre del secolo. Le relazioni di parentela del duca Carlo III coi due
capi delle case rivali aveva al certo contribuito ad ispirar loro de'
riguardi per lui. Questa stessa parentela fu poi cagione dell'invasione
del Piemonte, quando del 1535 si rinnovò la guerra tra Francesco I e
Carlo V. Il duca di Savoja aveva sposata Beatrice di Portogallo, sorella
dell'imperatrice, e si era lasciato da lei strascinare in una
confederazione colla casa d'Austria. Francesco, per vendicarsene,
riclamò una parte della Savoja come eredità di sua madre Luigia, sorella
del duca regnante; e sotto questo pretesto la maggior parte della Savoja
e del Piemonte fu invasa dai Francesi; mentre dal canto loro
gl'imperiali posero guarnigione nelle poche città che poterono sottrarre
agli attacchi de' loro nemici. Per lo spazio di vent'otto anni il
Piemonte fu il principale teatro della guerra tra i re di Francia e di
Spagna. Quando Carlo III morì a Vercelli, il 16 agosto del 1553,
trovavasi spogliato di quasi tutti i suoi stati, non meno dai suoi amici
che dai suoi nemici; e sebbene suo figlio, Emmanuele Filiberto, si fosse
di già acquistato nome di valoroso generale al servigio dell'imperatore,
e che continuasse nelle guerre di Fiandra a coprirsi di gloria, non
trovò riconoscenza ne' principi pei quali aveva combattuto. La pace di
Cateau-Cambresis, che in certo qual modo fu dettata da Filippo II alla
Francia, non assicurò gl'interessi d'Emmanuele, avendo essa pace
lasciati nelle mani del re francese, Torino, Chiari, Civasco, Pignerolo
e Villanuova d'Asti coi loro territorj, e nelle mani del re di Spagna
Vercelli ed Asti. Soltanto le guerre civili della Francia persuasero
Carlo IX a restituire nel 1562 al duca di Savoja le città che tuttavia
occupava in Piemonte[186].
[186] _Guichenon, Hist. général de la maison de Savoie, t. II, p.
256. — Mém. de M. du Bellay, l. IV, p. 296; l. V e seg. — Hist. de
la Diplomatie française, t. II, l. IV, p. 46. — De Thou Hist.
génér., t. III, l. XXXI, p. 251. — Muratori Annali d'Italia ad ann._
Di quest'epoca soltanto la casa di Savoja fu veduta innalzarsi in Italia
quanto gli altri stati erano decaduti. Emmanuele Filiberto, e suo figlio
Carlo Emmanuele, che gli successe nel 1580, non avevano più che temere
dalla Francia, in allora lacerata dalle guerre di religione. Anzi
l'ultimo per lo contrario fece delle conquiste e contese al maresciallo
di Lesdiguieres il possedimento della Provenza e del Delfinato. Filippo
II, che cominciava a veder declinare la sua potenza, sentì la necessità
di accarezzare un principe bellicoso, che copriva i confini dell'Italia;
ed il duca di Savoja era il solo tra gli alleati della Spagna, che
avesse meno cagioni di lagnarsi dell'insolenza de' vicerè e dei generali
di Filippo. Quand'ebbero fine le guerre di religione, il duca di Savoja
venne vantaggiosamente compreso nella pace di Vervins del 2 di maggio
del 1598. Gli restava tuttavia una vertenza con Enrico IV rispetto al
possedimento del marchesato di Saluzzo. In tempo delle guerre d'Italia
questi marchesi si erano attaccati alla corte di Francia, che gli aveva
colmati di favori: essi avevano richiamate in vita alcune antiche carte,
in forza delle quali si riconoscevano feudatarj dei Delfini del
Viennese. La loro famiglia dopo essere stata divisa da alcune guerre
civili, nelle quali s'immischiò Francesco I, si spense nel 1548, e la
Francia occupò il marchesato di Saluzzo che gli apriva la porta
dell'Italia. Dall'altro canto il duca di Savoja approfittò delle guerre
civili della Francia per andare al possedimento dello stesso feudo
nell'anno 1588[187]. I due trattati del 27 di febbrajo 1600, e del 17
gennajo 1601, terminarono queste vertenze tra la Savoja e la Francia,
cui tutta l'Italia dava la più grande importanza. Enrico IV accettò la
Bresse invece del marchesato di Saluzzo, e con questa transazione egli
escluse affatto sè medesimo dall'Italia privando così gli stati di
questa contrada della speranza che quel re andava fomentando di
ristabilire un giorno la loro indipendenza[188].
[187] _Enrico Cather. Davila delle guerre civili di Francia, l. IX,
p. 526. — Guichenon Hist. gén., t. II, p. 287._
[188] _Ivi, p. 352 e seg. — Hist. de la Diplomatie française, t. II,
p. 197 — Hist. univ. J. Aug. de Thou, t. IX, l. CXXIII, p. 325 e l.
CXXV, p. 413._
In questo secolo aveva la casa d'Austria estesa la sua sovranità sopra
quattro de' più potenti stati d'Italia, il ducato di Milano, il regno di
Napoli, il regno di Sicilia e quello di Sardegna. Il duca di Milano,
Francesco II, ultimo erede della casa Sforza, era morto il 24 ottobre
del 1535, dopo aver fatto un inutile esperimento per iscuotere il giogo
di Carlo V, che parevagli insopportabile. Egli aveva intavolati col re
di Francia pericolosi trattati, ed aveva ottenuto che un ambasciatore di
quella corona fosse mandato alla sua corte con una segreta missione; poi
tutt'ad un tratto, spaventato dalla collera di Carlo V, aveva fatto
decapitare quest'inviato, chiamato Maraviglia, o _Merveilles_, in
occasione di una disputa intentatagli da lui medesimo[189]. Questa fu la
cagione principale del rinnovamento della guerra tra la Francia e
l'impero, nel 1535; e si pretende che la paura delle vendette del re
affrettasse la morte del duca.
[189] _Mém. de mess. Martin du Bellay, l. IV, p. 235._
Il possedimento del Milanese, quando si spense la famiglia Sforza, non
era stato definitivamente regolato nel trattato di Cambrai, e Carlo V,
avanti di ricominciare la guerra, lusingò alcun tempo Francesco I,
intraprendendo una negoziazione tendente ad infeudare il Milanese al
secondo o terzo figliuolo del monarca francese. Nello stesso tempo fece
avanzare le sue armate, ed approvvigionò le sue fortezze; e perciò
quando scoppiarono le ostilità, i Francesi mai non riuscirono a
sottomettere le piazze più importanti del ducato, ed i loro vantaggi si
limitarono al guasto de' paesi confinanti.
I Milanesi non potevano in verun modo, sotto l'amministrazione
spagnuola, rialzarsi dai disastri sofferti nelle precedenti guerre.
Assurde imposte ne avevano ruinate le manifatture ed il commercio; e se
le leggi non riuscirono ad isterilire quelle ricche campagne, rendettero
almeno miserabili coloro che le coltivavano. Il governo volle inoltre
aggravare l'odioso giogo che portavano i Milanesi collo stabilimento
dell'inquisizione spagnuola. Quella dell'Italia che da molto tempo era
di già stabilita in Milano, non soddisfaceva del tutto il feroce
fanatismo, o la politica di Filippo II. Il duca di Sessa, governatore di
Milano, annunciò nel 1563 questa reale determinazione alla nobiltà ed al
popolo; ma eccitò cotale proposizione una così violenta fermentazione,
ed i Milanesi parvero così determinati ad opporsi armata mano allo
stabilimento di questo sanguinario tribunale, che il governatore
persuase Filippo a rinunciare a questo suo divisamento[190].
[190] _Pallavicino Storia del Concilio di Trento, l. XXII, c. VIII,
t. V, p. 215, ediz. di Faenza del 1796 in 4.º — De Thou Hist., l.
XXXVI, p. 471. — Greg. Leti Vita di Filippo II. l. XVII, t. I, p.
405._
Il regno di Napoli trovavasi da molto più tempo che non il Milanese
sotto il dominio spagnuolo. Era stato invaso in sul finire del
precedente secolo da Carlo VIII, e ne' primi anni del sedicesimo da
Luigi XII; ma durante il bellicoso regno di Francesco I le armate
francesi non vi furono che momentaneamente sotto il signore di Lautrec,
e durante il regno di Enrico II, figlio di Francesco, e la spedizione
del duca di Guisa, nel 1557, sebbene concertata con papa Paolo IV, non
penetrò al di là dei confini degli Abruzzi. Questa provò che il partito
angioino non era del tutto spento in quelle province; ma non pose un
solo istante in pericolo la monarchia austriaca in Napoli.
D'altra parte il regno di Napoli fu lasciato quasi senza difesa ai
saccheggi de' Turchi e delle potenze barbaresche, che, durante questo
stesso secolo, sollevaronsi ad una grandezza fin allora senza esempio.
Horuc ed Ariadeno Barbarossa (Aroudi e Khair-Eddyn) figliuoli di un
corsaro rinegato di Metelino, dopo avere acquistato nome colla loro
audacia come pirati, pervennero ad avere il comando delle flotte di
Solimano, ed a salire sui troni di Algeri e di Tunisi[191]. Il mestiere
di corsaro, ch'era stato il primo grado della loro grandezza, fu sempre
d'allora in poi la scuola de' loro soldati e dei loro marinai, e la
sorgente principale delle loro ricchezze. Dal 1518 al 1546, epoca del
regno del secondo Barbarossa, si videro flotte di cento e di cento
cinquanta vele armate pel solo oggetto di guastare le coste, di rapirne
gli abitanti e venderli come schiavi. Il regno di Napoli, che presentava
una lunga linea di littorali senza difesa, i di cui abitanti avevano
sotto un giogo oppressivo perduto tutto il coraggio e lo spirito
militare, e le di cui leggi cacciavano fuori della società numerose
partite di banditi, di contrabbandieri, di facinorosi, sempre
apparecchiati a servire al nemico in ogni impresa, fu più che tutto il
rimanente dell'Italia esposto ai guasti dei Barbareschi. Nel 1534 tutto
il paese che stendesi da Napoli a Terracina fu saccheggiato, e gli
abitanti fatti schiavi. Nel 1536, la Calabria e la Terra d'Otranto
provarono la stessa sorte; nel 1537 furono pure ruinate la Puglia e le
adiacenze di Barletta; nel 1543 fu bruciato Reggio di Calabria, e fino
alla fine del secolo pochissimi anni passarono senza che i Barbareschi,
sotto il comando di Dragut Rayz dopo la morte del Barbarossa, poi di
Piali e di Ulucciali, re di Algeri, non predassero e riducessero in
servitù gli abitanti di molti villaggi, e talvolta di parecchie
città[192].
[191] _P. Jovii Hist., l. XXVII, p. 98 ed altrove. — Bern. Segni, l.
III, p. 90, l. VI, p. 166._
[192] _P. Jovii Hist., l. XLIII, p. 533 ec. — Summonte Istoria di
Napoli, t. VIII, c. II, t. IV, p. 146. — Giannone Ist. civ., t. IV,
l. XXXII, c. VI, p. 166._
Mentre che le province napolitane stavano in continuo timore di essere
saccheggiate dai Barbareschi e dai malandrini; mentre ognuno doveva ad
ogni istante tremare di vedersi rapiti i suoi beni, la moglie ed i
figli, o di essere tratto egli medesimo in ischiavitù, l'amministrazione
spagnuola affliggeva la capitale con un altro genere di calamità. Don
Pedro di Toledo, che fu vicerè di Napoli quattordici anni, e che diede
il proprio nome alla più bella strada di quella città, da lui aperta
verso il 1540[193], fu in certo qual modo l'istitutore della
amministrazione spagnuola a Napoli; ed i suoi successori non fecero che
seguire le sue pedate. Fu il Toledo, che, riservando allo stato il
monopolio del commercio dei grani, espose la capitale a frequenti
carestie, e la ridusse a non avere, negli anni più abbondanti, che un
pane di qualità inferiore a quello che negli anni di sterilità
mangiavano i poveri quand'era libero il commercio[194]. Egli fu che
diede origine a quell'odio che costantemente si mantenne inappresso, e
che spesse volte scoppiò in battaglie sanguinose tra la guarnigione
spagnuola ed i soldati della città. Egli fu che, geloso della nobiltà
napolitana, la rese sospetta all'imperatore, e l'oppresse di
mortificazioni che spinsero varj suoi capi alla ribellione. Per ultimo
fu il Toledo che in aprile del 1547 volle stabilire l'inquisizione a
Napoli; ma trovò nel popolo e nella nobiltà una resistenza, che credeva
non doversi aspettare nè dallo stato d'oppressione cui era ridotta la
nazione, nè dal di lui fanatismo religioso. I Napolitani risguardarono
lo stabilimento dell'inquisizione presso di loro, come ingiurioso
all'onore dell'intera nazione, quasi ch'ella fosse colpevole di eresia o
di giudaismo: altronde essi sapevano che quest'odioso tribunale era un
cieco istrumento nelle mani del despota, per ischiacciare e ruinare
ingiustamente tutti coloro che gli si rendevano sospetti. Tutta la città
impugnò le armi; si sparse alternativamente il sangue de' Napolitani e
degli Spagnuoli; il Toledo e Carlo V dovettero all'ultimo rinunciare al
progetto dell'inquisizione; ma quasi tutti coloro che si erano
dichiarati protettori della causa del popolo, ed avevano ardito di
opporsi ai voleri della corte, furono in appresso sagrificati[195].
[193] _Summonte Ist. della città e regno di Napoli, l. IX, c. I, t.
IV, p. 173. — Giannone Ist. civ. del regno di Napoli, l. XXXII, c.
III, t. IV, p. 87._
[194] _Summonte Ist. di Napoli, l. IX, c. I, p. 173. — Giannone Ist.
civ., l. XXXII, c. II, p. 84. — Bern. Segni, l. XIII, p. 346._
[195] _Summonte Ist. di Napoli, l. IX, c. I, p. 178-210. —
Pallavicini Ist. del Concil. di Trento, l. X, c. I, t. III, p. 82. —
Gio. Batt. Adriani, l. VI, p. 402 e seg. — Giannone Ist. civile, l.
XXXII, c. V, p. 107. — Fr. Paolo Ist. del Concil. di Trento, l. III,
p. 279. — De Thou, Hist. univers., l. III, p. 220._
Il regno di Sicilia, che dopo i vesperi siciliani era unito alla
monarchia arragonese, ed il regno di Sardegna, aggiunto alla stessa
monarchia verso la metà del quattordicesimo secolo, dopo tale epoca più
non avevano avuta influenza sulla politica d'Italia che per dare ajuto a
coloro che dovevano opprimere l'indipendenza nazionale. Nel sedicesimo
secolo i popoli di queste due isole, trovandosi sudditi dello stesso
governo che possedeva la maggior parte del continente, ricominciarono a
risovvenirsi di essere italiani, ma soltanto per soffrire e gemere
insieme ai loro compatriotti. L'amministrazione spagnuola aveva di già
fatte retrocedere le due isole verso la barbarie; aveva spogliate le
città del commercio e delle manifatture; aveva lasciate le campagne in
balìa de' banditi e de' contrabbandieri, ed abbandonate le coste ai
guasti de' corsari barbareschi. Nel 1565 la Sicilia si trovò esposta ad
essere miseramente invasa dalla flotta ottomana, che Solimano aveva
spedita per conquistarla; ma, contro i consiglj del pascià Maometto,
comandante della spedizione, volle il sultano che prima di scendere
sulle coste della Sicilia si assediasse Malta. Questa imprudente
risoluzione salvò la Sicilia, che il vicerè, Garzia di Toledo, non
avrebbe potuto difendere. Tutta la potenza dei Turchi andò a rompersi
contro l'eroica resistenza del gran maestro La Valette e de' suoi
cavalieri. Dragut Rayz, re di Tripoli, vi fu ucciso il 21 di giugno del
1565. Hassem, figliuolo di Barbarossa, re d'Algeri, ed i pascià Piali e
Mustafà furono respinti; e l'armata, dopo quattro mesi di battaglie, fu
costretta a ritirarsi in disordine dall'assedio[196].
[196] _Summonte Ist. di Napoli, l. X, c. V, p. 343-348. — Gio. Batt.
Adriani, l. XVIII, p. 1303, 1329. — De Thou, l. XXXVIII, p. 564 e
seg. — Gregorio Leti Vita di Filippo II, l. XVIII, p. 442._
Le guerre, che ne' primi anni del secolo avevano precipitata l'Italia
nella schiavitù, erano state quasi tutte accese dall'ambizione o dalla
politica dei papi Alessandro VI, Giulio II, Leon X e Clemente VII.
L'ultimo, dopo essere stato crudelmente punito delle sue pratiche, si
era non pertanto alla conclusione della pace trovato sovrano di più
vaste province, quali la Chiesa non mai aveva riunite sotto il suo
governo. Vero è che tali province erano ridotte in povertà e spopolate
da trent'anni di guerre, e più che dalle guerre dalla ferocia de'
vincitori spagnuoli; ma la cieca pietà dei Cattolici portava tuttavia
alla santa sede ogni anno ricchi tributi; il nome del papa era sempre
temuto: desso pareva rendere più formidabili le leghe cui prendeva
parte; e passò alcun tempo prima che i successori di Clemente VII si
accorgessero, che, sebbene il trattato di Barcellona avesse loro rendute
tutte le province che questo pontefice aveva perdute, non avevano però
colle province ricuperata l'indipendenza.
Clemente VII ebbe per successore Alessandro Farnese, decano del sacro
collegio, il quale, eletto il 12 di ottobre del 1534, prese il nome di
Paolo III. Non meno ambizioso che Clemente VII, egli ebbe la stessa
passione di dare alla sua famiglia il grado di casa sovrana. Questa
famiglia, che possedeva il castello di Farneto nel territorio d'Orvieto,
aveva nel quattordicesimo secolo dati alla milizia alcuni distinti
condottieri. Ma Paolo III le diede un nuovo lustro, accumulando tutti
gli onori di cui poteva disporre sul capo di suo figlio naturale Pier
Luigi, e dei figli di questi. Nel 1537 cominciò ad erigere in ducato le
città di Nepi e di Castro in favore di Pier Luigi Farnese; e la seconda
di queste città, situata nelle Maremme toscane, diventò poi
l'appannaggio d'Orazio, il secondo de' nipoti pontificj. Pier Luigi,
nominato nello stesso tempo gonfaloniere della Chiesa, segnò lo stesso
anno in cui ricevette i primi feudi della camera apostolica, con uno
scandaloso eccesso commesso contro il giovane vescovo di Fano, prelato
non meno commendevole per la sua santità che per la sua avvenenza. Il
tiranno, che assoggettò quest'uomo ad un'indegna violenza, con sì enorme
delitto non tanto provava le abituali sue dissolutezze, quanto il
desiderio di offendere la pubblica morale e la religione, di cui suo
padre era sommo sacerdote[197].
[197] _Ben. Varchi, l. XVI, t. V, p. 389. — Bern. Segni, l. IX, p.
238; l. XI, p. 304. — Belcarius Rer. Gallicar. — J. Aug. de Thou,
Hist. univers., l. IV, p. 286. — Jo. Sleidani Comment., l. XXI, p.
376._
Paolo III non ristringeva le sue viste ai piccoli ducati dati al
figliuolo; egli sentiva che per istabilire la grandezza di casa Farnese
conveniva porre a prezzo l'alleanza della santa sede, e trovò i due
rivali, che si contendevano il dominio dell'Europa, disposti a dare lo
stesso prezzo che avevano di già pagato a Clemente VII. Carlo V, per
guadagnarsi l'amicizia del papa, accordò nel 1538 sua figlia Margarita
d'Austria, vedova di Alessandro de' Medici, ad Ottavio Farnese, nipote
di Paolo III, creandolo in pari tempo marchese di Novara. Inoltre il
papa acquistò per lui nel susseguente anno il ducato di Camerino[198].
D'altra banda Paolo III ottenne nel 1547 per Orazio, duca di Castro, suo
secondo nipote, una figlia naturale di Enrico II.
[198] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 98. — Bern. Segni, l. IX, p.
237._
Ma sebbene Paolo III facesse a vicenda sperare all'imperatore ed al re
di Francia di unire le sue alle loro armate, seppe fino alla fine del
suo pontificato sottrarsi a qualunque impegno di guerra. Per lo
contrario cercò più volte di mettere pace fra i due rivali. Vero è che
nello stesso tempo mirava a raccogliere per sè medesimo grandi vantaggi;
perciocchè, ammettendo sì l'uno che l'altro essere conveniente al riposo
dell'Europa che l'eredità dello Sforza passasse in una nuova famiglia di
feudatarj, Paolo III chiedeva il ducato di Milano per suo figlio Pier
Luigi, ed offriva ai due sovrani per tale concessione ricche
ricompense[199].
[199] _Gio. Battista Adriani, l. II, p. 89. — P. Jovii Hist., l.
XLIII, p. 534._
Per altro Paolo III non tardò ad avvedersi che il riposo dell'Europa non
era il primo oggetto cui mirassero i due monarchi, e che non pensavano a
dare il ducato di Milano ad un terzo, che perchè perdevano la speranza
di conservarlo per sè medesimi. Carlo V essendosi all'ultimo appropriato
questo ducato, Paolo si ristrinse a formare uno stato a suo figlio a
spese di quello della Chiesa. Finalmente in agosto del 1545 ottenne
l'assenso del sacro collegio per accordare a Pier Luigi Farnese gli
stati di Parma e di Piacenza, col titolo di ducato dipendente dalla
santa sede. In contraccambio il nipote del papa rinunciò ai due ducati
di Nepi e di Camerino, che vennero riuniti alla camera apostolica; ed i
cardinali, comperati con ricchi beneficj, credettero, o finsero di
credere che tornava più vantaggioso alla santa sede la nuova
incorporazione di queste piccole due province, che si trovavano nel
centro de' stati pontificj, anzi che la conservazione di due altre,
veramente più grandi, ma rispetto alle quali erano tuttavia dubbiosi i
diritti della Chiesa, e che più non avevano veruna comunicazione
coll'altro suo territorio[200].
[200] _Gio. Batt. Adriani, l. V, p. 305-311. — Bern. Segni, l. XI,
p. 302. — Pallavicini Ist. del Concil. di Trento, l. V, c. XIV, t.
II, p. 62. — Fra Paolo Ist. del Con. di Trento, l. II, p. 125._
Tale principio ebbero i ducati di Parma e di Piacenza, e la nuova
grandezza di casa Farnese. Questa si collocò tra le case sovrane quasi
nello stesso tempo che quella dei Medici; e la rivalità di queste due
case, che si spensero nello stesso tempo, si tenne viva due secoli.
Entrambe queste case scosse nella loro origine dall'odio de' loro
sudditi e dalla violenta morte del fondatore della loro dinastia, non
parevano destinate a durare lungo tempo. Pier Luigi Farnese aveva appena
regnato due anni, quando fu assassinato il 10 settembre del 1547 dai
nobili di Piacenza, ai quali erasi renduto esoso colle disolutezze,
coll'avarizia e colle crudeltà sue. Don Ferdinando Gonzaga, governatore
del Milanese a nome dell'imperatore aveva tenuto mano a questa congiura,
ed occupò subito Piacenza in nome del suo padrone[201]. Paolo III, non
dubitando che non venisse bentosto attaccata anche Parma, la riunì
nuovamente agli stati della Chiesa, per dare maggior peso ai diritti
della santa sede sopra questa città. Egli offrì in contraccambio ad
Ottavio lontane speranze, che questi non osava lusingarsi di vedere
ridotte ad effetto a cagione della decrepita vecchiaja di suo avo.
Resistè finchè gli fu possibile al volere del papa, ma finalmente
dovette cedere. Ferdinando Gonzaga erasi impadronito de' luoghi più
forti del circondario di Parma e teneva la città quasi bloccata; nello
stesso tempo l'imperatore domandava imperiosamente al papa che gli fosse
restituita Parma, siccome parte del ducato di Milano. Il vecchio
pontefice cercava di far valere i diritti della santa sede con Memorie e
con Manifesti; ma egli si andava sempre più indebolendo: la contesa
mantenevasi già da due anni, e le speranze d'Ottavio Farnese diminuivano
ogni giorno. Finalmente, supponendo di non avere più tempo da perdere,
egli si recò in poste a Parma, e tentò di occuparla di nuovo. I
comandanti della città e del castello non vollero ubbidirgli; e Paolo
III, avvisato di quest'intrapresa e delle offerte di accomodamento fatte
da Ottavio a don Gonzaga, ne concepì tanto dolore, che ne morì dopo
quattro giorni il 10 novembre del 1549 in età di ottantadue anni[202].
[201] _Gio. Batt. Adriani, l. VI, p. 414-420. — Ber. Segni, l. XII,
p. 319. — Fra Paolo Conc. di Trento, l. III, p. 281. — De Thou Hist.
univ., l. IV, p. 283, t. I._
[202] _Gio. Batt. Adriani, l. VII, p. 479-482. — B. Segni, l. XII,
p. 322. — Pallavicini, l. XI, c. VI, t. III, p. 154. — Jo. Sleidani,
Comment., l. XXI, p. 375. — De Thou, l. VI, p. 512._
Sarebbesi dovuto credere che la casa Farnese più non avrebbe potuto
rialzarsi da tante calamità. Ottavio era stato spogliato della metà de'
suoi stati dall'imperatore suo suocero, e dell'altra metà dal papa suo
avo. Più non aveva nè tesori, nè armate, nè fortezze, e pareva ridotto a
non avere più speranze, siccome più non aveva nè forze proprie, nè
alleati. Ma Paolo terzo nel suo lungo pontificato aveva creati più di
settanta cardinali. Sedevano tra gli altri nel sacro collegio due suoi
nipoti, i quali ebbero bastante influenza e destrezza per far cadere
l'elezione, il 22 di febbrajo del 1550, sopra il cardinale del Monte,
creatura del loro avo, che assunse il nome di Giulio III. Questi, due
giorni dopo la sua elezione, ordinò che Parma colla sua fortezza si
restituisse ad Ottavio Farnese; confermò l'investitura del ducato di
Castro ad Orazio Farnese di lui fratello; lasciò ad ambidue le
importanti cariche di prefetto di Roma e di gonfaloniere della Chiesa,
ed in fine fece per quella casa ciò che Paolo III con tutta la sua
ambizione non aveva potuto fare[203].
[203] _Gio. Batt. Adriani, l. VIII, p. 495. — Bern. Segni, l. XII,
p. 324. — Pallavicini, l. XI, c. VII, t. III, p. 156. — De Thou, l.
VI, p. 521._
Ma non per questo poteva credersi assicurata la sorte del duca di Parma:
l'imperatore pareva avere dimenticato d'averlo egli stesso scelto per
suo genero, e pretendeva di spogliarlo del restante de' suoi stati. Lo
ridusse con ciò a gettarsi nelle braccia del re di Francia, a nome del
quale Ottavio Farnese fece la guerra dal 27 di maggio del 1551 fino al
29 d'aprile del 1552, ed al servigio del quale Orazio, duca di Castro,
fratello di Ottavio, militò fino al 18 di luglio del 1553, ch'egli fu
ucciso in Hesdin mentre difendeva questa città contro gl'imperiali[204].
Ma Piacenza non fu restituita al duca Ottavio che il 15 settembre del
1556 da Filippo II, il quale, spaventato dall'invasione del duca di
Guisa in Italia, volle procurarsi l'alleanza del Farnese[205]. Ad ogni
modo Filippo conservò una guarnigione nella rocca di quella città, che
restituì soltanto trent'anni più tardi, nel 1585, in segno di
riconoscenza per gli eminenti servigi prestatigli da Alessandro Farnese,
figlio d'Ottavio e principe di Parma.
[204] _Gio. Batt. Adriani, l. VIII, p. 524 e seg._
[205] _Ivi, l. XIV, p. 947. — J. Aug. de Thou Hist. univers., l.
XVII, p. 407._
Ottavio andò in parte debitore alla lunga sua vita dello stabilimento
della sua sovranità, ch'egli lasciò ai suoi discendenti. Morì il 18
settembre del 1586; e suo figlio Alessandro, che da lungo tempo mieteva
allori alla testa delle armate spagnuole in Fiandra, non governò giammai
personalmente gli stati da lui renduti illustri. Egli ancora
guerreggiava ne' Paesi Bassi, quando morì in Arras il 2 dicembre del
1592, lasciando suo figlio Rannuccio solidamente stabilito nei due
ducati di Parma e di Piacenza sotto la duplice protezione della Chiesa e
del re di Spagna[206].
[206] _Henr. Cather. Davila Guerre civili di Francia, l. XIII, p.
814, ediz. di Venezia in 4.º 1630. — Card. Bentivoglio Guerra di
Fiandra, p. II, l. VI, p. 168, Venezia, in 4.º 1645._
Paolo III fu l'ultimo di quegli ambiziosi pontefici che smembrarono il
dominio della Chiesa per dare stato alla loro famiglia. Giulio III, che
gli successe il 9 febbrajo del 1549, credette di non avere ottenuta la
tiara che per abbandonarsi senza ritegno alla pompa ed ai piaceri. Egli
soltanto ottenne da Cosimo de' Medici Monte Sansovino sua patria, nel
territorio d'Arezzo; eresse quella terra in contea, a favore di suo
fratello Baldovino del Monte, e diede a questo stesso fratello il ducato
di Camerino, dal Farnese restituito alla camera apostolica. Del resto
parve che a null'altro pensasse che a colmare di ricchezze e di onori
ecclesiastici un giovanetto da lui amato. Lo fece adottare da suo
fratello; lo creò cardinale in età di diciassette anni, sotto il nome
d'Innocenzo del Monte, e lo corruppe in modo con tanti favori, che
questo giovane, tolto dalla più bassa classe del popolo, diventò a
cagione de' suoi vizj lo scandalo del sacro collegio, dal quale lo
scacciarono i successori di Giulio III[207].
[207] _Gio. Battista Adriani, l. VIII, p. 497 e seguenti. — Bern.
Segni, l. XII, p. 323. — Pallavicini, l. XI, c. VII, t. III, p. 159.
— Fra Paolo, l. III, p. 307. — J. Aug. de Thou Hist. univ., l. VI,
p. 520, t. I._
Questo pontefice degno di non molta stima e di poco biasimo, morì il 29
di marzo del 1555, ed ebbe per successore Marcello II di Monte Pulciano,
che regnò soltanto ventidue giorni, dal 9 al 30 aprile. L'immatura morte
di lui fece luogo a Giovan Pietro Caraffa, Napolitano, che nell'avanzata
età di ottanta anni fu eletto il 23 maggio del 1555 sotto il nome di
Paolo IV[208].
[208] _Gio. Battista Adriani, l. XII, p. 867, l. XIII, p. 876, 890.
— Lett. de' Princ., t. III, f. 161._ Lettera di un conclavista con
diverse curiose circostanze intorno alle cerimonie dell'elezione.
Da gran tempo la santa sede non aveva avuto che uomini unicamente
animati da mondane viste, che si erano successivamente proposto di
soddisfare al loro gusto pei piaceri, per le arti, per la magnificenza o
per la guerra. Gli uni avevano voluto dilatare la stessa monarchia della
chiesa, gli altri per lo contrario staccarne de' feudi per innalzare le
loro famiglie; in tutti l'uomo politico aveva coperto l'uomo di chiesa,
ed il fanatismo religioso aveva avuta pochissima influenza sulla loro
condotta. Tale fu il carattere dei papi in tutto il tempo che decorse
dal concilio di Costanza a quello di Trento; ma papa Paolo IV aveva un
affatto diverso sentimento.
Il pericolo che sovrastava alla chiesa romana pei progressi della
riforma, mutò alla fine il carattere de' suoi capi. Erasi fin allora
veduto il basso clero geloso del clero superiore, i vescovi gelosi della
corte di Roma, i cardinali gelosi del papa, e dal canto loro i superiori
sempre diffidenti o sempre gelosi dei diritti dei loro inferiori.
Avevano i papi lungo tempo risguardati i vescovi come loro segreti ma
costanti nemici, e questi avevano effettivamente mostrato uno spirito
repubblicano che mirava a limitare il potere del capo della chiesa. Ma
nello stesso tempo i riformatori avevano attaccato il basso e l'alto
clero e l'intera chiesa; coloro che si erano divisi per attirare a sè
tutto il potere, sentirono in allora la necessità di unirsi per la
comune difesa. I re, cui il clero aveva tanto tempo contrastata
l'autorità, si trovarono dopo quest'epoca in guerra collo spirito
repubblicano de' riformatori; perciò fecero alleanza cogli antichi loro
nemici contro i nuovi avversarj, e tutti coloro che per qualunque titolo
e sotto qualsiasi protesto proponevansi di vietare agli uomini di
operare e di pensare da sè, riunironsi in una sola lega contro tutto il
resto del genere umano.
Fu questo nuovo spirito di resistenza alla riforma che diede al concilio
di Trento un carattere così diverso da quello de' precedenti concilj.
Dietro le calde istanze di Carlo V questo concilio erasi convocato da
Paolo III ad oggetto di decidere tutte le quistioni di fede e di
disciplina che la riforma aveva fatto nascere in Germania. Era stato
aperto a Trento il 15 dicembre del 1545; ma poco dopo Paolo III,
diffidando di quest'assemblea, l'aveva nel 1547 traslocata a Bologna,
affinchè fosse più dipendente dalla santa sede. Giulio III acconsentì
nel 1551 a farlo tornare a Trento. Le vittorie di Maurizio di Sassonia
contro Carlo V, ed il subito avanzamento verso il Tirolo dell'armata
protestante, la disperse nel 1552. Il concilio si riaprì di nuovo nella
stessa città di Trento, il giorno di Pasqua del 1561, da papa Pio IV, e
durò fino al 4 di dicembre del 1563[209].
[209] _Pallavicini stor. del Conc. di Trento. — Fr. Paolo Sarpi
stor. del Concil. stesso. — Rayn. An. Eccl. ad An. — Fleury Hist.
Eccl., l. 144 e seg. — Labbei Conc. gener., t. XIV, p. 725._
Il concilio di Trento si adoperò con eguale ardore a riformare la
disciplina della Chiesa, come ad impedire ogni riforma nelle credenze e
negl'insegnamenti di lei. Egli allargò la breccia tra i cattolici ed i
protestanti; sanzionò come articoli di fede le opinioni più invise a
coloro che volevano far uso della ragione o de' loro naturali sentimenti
per dirigere la loro coscienza[210]. Spinse al più alto grado il
fanatismo dell'ortodossia; ma in pari tempo ritornò al clero il primiero
vigore da gran tempo indebolito. I preti avevano troppo apertamente
sagrificata la propria riputazione ai loro piaceri; tutti gli abusi che
si erano introdotti nella disciplina miglioravano la loro condizione, ma
in pari tempo diminuivano la loro riputazione ed il loro potere. Per lo
contrario la politica del concilio mirò a renderli rispettabili agli
occhi dei divoti, a vincolarli più strettamente collo spirito di
corporazione, ad assoggettarli alla regola; e questa stessa ubbidienza
avrebbe loro data un'irresistibile forza, ed essi avrebbero
signoreggiati i consigli di tutti i re, se i progressi dello spirito
umano non si fossero avanzati con maggiore rapidità che questa riforma
del clero.
[210] Cioè a coloro che più non volevano riconoscere la legittima
autorità della Chiesa. _N. d. T._
Si sentì l'influenza del nuovo spirito che animava la chiesa, e che si
era esteso fino al sacro collegio, nelle prime elezioni che seguirono la
convocazione del concilio di Trento. Incominciando da quest'epoca i
pontefici furono spesso più fanatici e crudeli che non i loro
predecessori; ma più non furono visti disonorare la santa sede coi vizj
e con un'ambizione affatto mondana. Vero è che Giulio III, il quale fu
eletto dopo essersi adunato il concilio, non corrispose alla vantaggiosa
opinione che si era di lui concepita; tuttavolta quest'opinione era
fondata sulle virtù e sull'austera condotta di cui diede prove prima di
giugnere alle ultime grandezze. Marcello II, che gli successe, e che
regnò pochissimi giorni, era riputato un uomo santissimo. Paolo IV,
creato il 23 di maggio del 1555, si era dato a conoscere per uno de' più
dotti cardinali; era stato in particolar modo notato il di lui zelo per
l'ortodossia e l'ordine dei Teatini da lui fondato, gli dava grande
riputazione di santità[211].
[211] _Gio. Battista Adriani, l. XII, p. 890. — Ber. Segni, l. XV,
p. ult. — Pallavicini, l. XIII, c. XI, p. 310. — Onof. Panvinio vite
de' Pont., f. 284, 286. — F. P. Sarpi Istor. del Conc., l. IV, p.
400._
Il fanatismo persecutore salì con Paolo IV sulla sede di san Pietro.
L'intolleranza de' precedenti pontefici non era, per così dire, che
l'effetto della loro politica; ma quella di Paolo IV era ai suoi occhi
medesimi la giusta vendetta del cielo irritato, e della propria
disprezzata autorità. L'impetuoso carattere di questo vecchio napolitano
non ammetteva nè modificazioni, nè ritardo nell'ubbidienza ch'egli
esigeva; qualunque esitanza parevagli una ribellione, e perchè
confondeva in coscienza le sue proprie opinioni colle suggestioni dello
spirito santo, avrebbe creduto di peccare egli stesso, se avesse
accordato un solo istante a coloro i quali erano tanto empi d'avere
l'ardire di opinare diversamente da lui. Era egli stato, fin sotto il
regno di Paolo III, il principale promotore dello stabilimento
dell'inquisizione in Roma, ed aveva egli stesso coperta la carica di
grande inquisitore. Quando salì sul trono raddoppiò il rigore degli
editti de' suoi predecessori, e moltiplicò i suplicj di coloro che nello
stato della Chiesa rendevansi sospetti di favoreggiare le nuove
dottrine.
Filippo II e Paolo IV cominciarono a regnare nello stesso tempo, ed
erano ambidue animati dallo stesso fanatismo; pure questa passione non
formò tra di loro l'unione che poteva aspettarsi. Sdegnato il papa della
dipendenza in cui la casa d'Austria aveva ridotta la chiesa romana,
aveva determinato di scuotere cotal giogo; fece perciò alleanza con
Enrico II, che, sebbene amico fosse degli eretici di Germania e de'
Turchi, trattava i protestanti francesi con non minore ferocia e
perfidia del monarca spagnuolo. Quest'alleanza strascinò la corte di
Roma in una breve guerra contro Filippo II, la quale fu l'estrema che i
papi intraprendessero nel presente secolo per motivi di pura politica;
questa ebbe un esito assai più felice che non poteva sperarsi dalla
debolezza del papa, e dalla inconsideratezza dei suoi tre nipoti, de'
quali aveva troppo ascoltati i consigli, e lusingata l'ambizione. Il
duca d'Alba, che comandava gli Spagnuoli, in sul cominciare di dicembre
del 1556, entrò nello stato della chiesa ed occupò molti luoghi forti
senza quasi incontrare resistenza. Il duca di Guisa accorse in ajuto del
papa con un'armata francese; ma la disfatta del contestabile di
Montmorencì a san Quintino sforzò bentosto Enrico II a richiamarlo. Il
papa restava senza alleati e senza mezzi, quando Filippo II, che non
poteva risolversi a stare in guerra contro la santa sede, il 14
settembre del 1557, comperò la pace al prezzo delle più umilianti
condizioni. Per altro si vendicò dei Caraffa, che Paolo IV, loro zio,
aveva arricchiti colle spoglie della casa Colonna, e ch'egli sagrificò
negli ultimi anni della sua vita, conoscendo d'essere stato da loro
ingannato[212].
[212] _Gio. Battista Adriani, l. XIV, p. 980; l. XV, p. 1044. —
Onof. Panvinio Vita di Paolo IV, f. 289. — Pallavicini Stor. del
Con. di Trento, l. XIII, c. XVI, al l. XIV, c. IV, p. 325 e segu.,
t. III. — Fr. Paolo Concil. di Trento, l. V, p. 417._
A Paolo IV, morto il 18 d'agosto del 1559, successe Pio IV, fratello del
marchese di Marignano della casa de' Medici di Milano. Comincia con lui
la serie di que' pontefici, che gli storici ortodossi lodano senza
restrizione; Pio V, che gli successe il 17 di gennajo del 1560, e
Gregorio XIII, che fu creato il 13 di maggio del 1572, avevano press'a
poco lo stesso carattere. Tutti tre d'altro non parvero occupati che
della cura di combattere e di sopprimere l'eresia: affatto rinunciando
ad ogni disputa per istabilire l'indipendenza della santa sede, ad ogni
gelosia verso la corte di Spagna, intimamente si collegarono con un
monarca, che col suo zelo per l'inquisizione, per l'uccisione de' Giudei
di Arragona, dei Musulmani di Granata, de' protestanti dei Paesi Bassi,
che colle sue continue guerre contro i Calvinisti di Francia, gl'Inglesi
ed i Turchi, mostravasi il più affezionato figliuolo della chiesa. I
papi più non pensarono a fare la guerra pel temporale interesse de' loro
stati o delle loro famiglie, ma largamente contribuirono coi tesori e
coi soldati della chiesa alle imprese del duca d'Alba ne' Paesi Bassi,
al sostentamento della lega di Francia ed alle guerre coi Musulmani.
Sotto questi tre papi si videro di nuovo le legioni romane in riva alla
Senna ed al Reno, mentre altre guerreggiavano contro i Turchi sulle
sponde del Danubio e sulle coste di Cipro e dell'Asia Minore: e
Marc'Antonio Colonna, generale delle galere pontificie, ebbe una parte
essenziale alla vittoria di Lepanto, ottenuta il 7 ottobre del 1571, da
don Giovanni d'Austria sopra i Musulmani[213].
[213] _Gio. Batt. Adriani, l. XXI, p. 1579-1589. — Ant. Ciccarelli,
vita di Pio V, f. 299. — Greg. Leti vita di Filippo II, t. II, l. I,
p. 37. — J. Aug. de Thou., l. L, p. 456, t. IV._
In mezzo a questa serie di papi egualmente onorati per la decenza de'
loro costumi, per la sincerità del loro zelo religioso, e per la non
curanza de' loro personali interessi, Sisto V, successore di Gregorio
XIII, che regnò dal 24 aprile del 1585 fino al 20 agosto del 1590, si
distingue pel vigore del suo carattere, per le sue grandiose imprese,
per la magnificenza de' monumenti con cui abbellì Roma, e per le forme
pronte, severe, dispotiche della sua amministrazione. Egli liberò i suoi
stati dagli assassini e vi mantenne una rigorosa polizia; accumulò col
mezzo di gravissime imposte un immenso tesoro, e si meritò ad un tempo
l'ammirazione e l'odio de' suoi sudditi[214].
[214] _Ant. Ciccarelli vita di Sisto V, f. 312. — J. Aug. de Thou,
l. LXXXII, t. VI, p. 503. — Labbei Concil. gen., t. XV, p. 1190._
Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX, che tennero soltanto alcuni mesi
il papato, avevano le stesse virtù ed i medesimi difetti de' loro
predecessori dopo il concilio di Trento. Clemente VIII, che fu eletto il
30 gennajo del 1592, protrasse il suo regno fino al 30 di marzo del
1605. Dovremo parlarne, allorchè indicheremo compendiosamente le
rivoluzioni del susseguente secolo.
L'amministrazione di tutti i papi che si succedettero dopo l'apertura
del concilio di Trento fino alla fine del secolo, è macchiata dalle
atroci persecuzioni esercitate contro i protestanti d'Italia. Gli abusi
della corte di Roma erano in questo paese assai meglio conosciuti che
oltremonti; vi si erano coltivate più presto le lettere, e con maggior
cura; la filosofia vi aveva fatti più grandi progressi, ed in principio
del secolo aveva discusse le stesse materie religiose con grandissima
indipendenza. La riforma si era fatta tra i letterati non pochi
partigiani; ma meno assai nella classe povera e laboriosa, che l'adottò
con tanto ardore in Germania ed in Francia. I papi riuscirono a
spegnerla nel sangue; l'inquisizione, in tutto il secolo, fu la strada
che più sicuramente condusse al trono pontificio[215].
[215] _Muratori Ann. ad ann. 1567, t. X, p. 438. — Gio. Batt.
Adriani, l. XIX, p. 1348._
I papi non mostrarono meno il loro crudele fanatismo nella parte che
presero alle guerre civili e religiose del restante dell'Europa. Pio V,
per ricompensare il duca d'Alba dell'atroce sua condotta verso i
Fiamminghi, gli mandò nel 1568 il cappello e lo stocco gemmato, che i
suoi predecessori avevano talvolta mandati ai gran re[216]. Gregorio
XIII aveva fatto rendere grazie a Dio per l'assassinio del giorno di san
Bartolomeo[217]. I successori di questo papa ricusarono di ricevere gli
ambasciatori di Enrico IV, quando vennero per concertare l'abjura di
Enrico, ed ancora quando Enrico stesso si fu pubblicamente ricreduto.
Tutti questi pontefici non cessarono di fomentare le guerre civili della
Francia, della Fiandra, della Germania, e le congiure contro la regina
d'Inghilterra; di modo che le calamità degli ultimi cinquant'anni del
sedicesimo secolo furono, in tutta l'Europa, costantemente l'opera dei
papi.
[216] _Bentivoglio Guerra di Fiandra, p. I, l. V, p. 92._
[217] _Gio. Batt. Adriani, l. XXII, p. 49. — Cathr. Davila Guerra
civ. di Francia, l. V, p. 273. — J. Aug. de Thou, l. LIII, p. 632,
t. IV._
I sudditi dei papa, durante la seconda metà del sedicesimo secolo, non
furono più felici che quelli della Spagna: un governo non meno assurdo
gli opprimeva senza proteggerli, mentre che le più onerose gabelle, i
più ruinosi monopolj distruggevano ogni industria; un'amministrazione
arbitraria e violenta, vincolando il commercio dei grani, era cagione di
frequenti carestie, sempre seguite da contagiose malattie. Quella del
1590 e 1591 rapì alla sola Roma sessanta mila abitanti, molte castella;
e molti doviziosi villaggi dell'Ombria rimasero dopo tale epoca affatto
spopolati[218]. In tal modo stendevasi la desolazione sopra campagne in
addietro tanto feraci, le quali diventavano indi preda d'un aere
malsano: in appresso l'effetto si faceva a vicenda causa, e gli uomini
più non potevano vivere dove que' flagelli avevano distrutte le
precedenti popolazioni.
[218] _Ciccarelli vita di Gregorio XIII, f. 336-337._
Sebbene lo stato pontificio avesse il vantaggio di una profonda pace,
tutte le sue truppe non bastavano a proteggere i cittadini, nè contro le
incursioni dei Barbareschi, nè contro i guasti dei masnadieri. Questi,
renduti arditi dal loro numero, e facendosi gloria di combattere contro
il vergognoso governo della loro patria, erano giunti a segno di
risguardare il proprio mestiere come il più onorato di tutti; lo stesso
popolo, da loro taglieggiato, applaudiva al loro valore e risguardava le
loro bande come semenzai di soldati. I gentiluomini addebitati, i figli
di famiglia sconcertati ne' loro affari, recavansi ad onore di avervi
servito per qualche tempo in queste bande, ed alcune volte varj grandi
signori si posero alla loro testa per sostenere una regolare guerra
contro le truppe del papa. Alfonso Piccolomini, duca di Monte Marciano e
Marco Sciarra, furono i più destri ed i più formidabili capi di questi
facinorosi: il primo ruinava la Romagna, l'altro l'Abruzzo e la campagna
di Roma. Siccome l'uno e l'altro avevano ai loro ordini più migliaja di
uomini, non si limitavano a svaligiare i passaggeri, o a somministrare
assassini a chiunque volesse pagarli per eseguire private vendette; ma
sorprendevano i villaggi e le piccole città per saccheggiarle, e
forzavano le più grandi a riscattarsi con grosse taglie, se i loro
abitanti volevano salvare dall'incendio le loro ville e le messi[219].
[219] _Ciccarelli vita di Gregorio XIII, p. 300. — Galluzzi Istor.
del gran ducato, l. IV, t. III, p. 273 e seguenti._
Questo stato di abituale assassinio fu sospeso durante il regno di Sisto
V, che col terrore della sua militare giustizia, ottenne di liberare i
suoi stati dai banditi, dopo averne fatte perire diverse migliaja; ma
così rapide e così violenti furono l'esecuzioni da lui ordinate, che non
pochi innocenti vennero avviluppati ne' supplicj de' colpevoli. Altronde
gli assassinj ricominciarono sotto il regno de' suoi successori con più
furore di prima; i signori dei feudi continuarono a dare asilo ne'
piccoli loro principati ai delinquenti perseguitati dai tribunali, ed a
riguardare quest'asilo come il più bel privilegio delle giurisdizioni
signorili. Quest'usanza si mantenne in vigore fino all'età nostra, e
furono più volte veduti i signori avere la parte loro de' prodotti del
delitto. Le abitudini nazionali ne rimasero pervertite, ed anche oggi in
quella parte dello stato romano ove non fu distrutta tutta la
popolazione, specialmente nella Sabina, il contadino non si fa scrupolo
di associare il mestiere d'assassino e di ladro a quello di agricoltore.
Abbiamo di già osservato quali furono in questo secolo il principio ed i
progressi del ducato di Parma e Piacenza, il più vasto feudo della
Chiesa. Quello di Ferrara, che di poco gli cedeva in estensione ed in
popolazione, doveva avere una sorte tutt'affatto diversa negli ultimi
anni del secolo.
Alfonso I d'Este, che possedeva questo ducato unitamente a quelli di
Modena e di Reggio, durante i pontificati di Giulio II, di Leon X e di
Clemente VII, morì il 31 ottobre del 1534, un mese più tardi dell'ultimo
di questi pontefici, di cui aveva sperimentata la crudele
nimicizia[220]. Ercole II, che gli successe, sentì che l'Italia aveva
affatto perduta l'indipendenza, e più non si considerò che come un
luogotenente di Carlo V. Pure la sua consorte era francese e figlia di
Lodovico XII: sua figliuola aveva sposato il duca d'Aumale, che poi fu
duca di Guisa; tutte queste relazioni lo attaccavano alla Francia; onde
fidando nella forza naturale del suo paese sparso di canali e di paludi,
in quella della sua capitale e nella vicinanza de' Veneziani che
segretamente favoreggiavano la Francia, egli tentò due volte di scuotere
un giogo che provava troppo pesante. Quando il duca Ottavio Farnese fu
costretto nel 1551 a porsi sotto la protezione d'Enrico II, il duca di
Ferrara non cessò mai di mandargli approvvigionamenti di munizioni; e
benchè non la rompesse apertamente coll'imperatore, eccitò in lui il più
vivo risentimento[221]. Di nuovo, quando in principio del regno di
Filippo II, Paolo IV si alleò colla Francia contro questo monarca,
Ercole II accettò nel 1556 le funzioni di generale dell'armata della
lega, e colla sua piccola armata venne talvolta a battaglia ai confini
de' suoi stati col duca di Parma, che in allora si era dato al partito
imperiale. Filippo, poichè si fu riconciliato col papa, incaricò i duchi
di Firenze e di Parma di castigare Ercole II; e questi, dopo avere
sofferto i guasti delle loro truppe, si dovette credere troppo felice di
poter ottenere una pace umiliante colla Spagna, il 22 aprile del 1558.
Egli morì il 3 d'ottobre del susseguente anno[222].
[220] _P. Jovii vita Alfonsi; della traduzione, p. 144._
[221] _Gio. Batt. Adriani, l. VIII, p. 153. — Jac. Aug. de Thou, l.
III, p. 680, t. I._
[222] _Gio. Battista Adriani, l. XIV, p. 989; l. XVI, p. 1132. — J.
Aug. de Thou, Hist. univ., l. XX, p. 559, l. XXIII, p. 712._
Alfonso II, figliuolo d'Ercole, quello stesso principe che si acquistò
un'odiosa celebrità colle persecuzioni esercitate contro il Tasso, non
si provò giammai a scuotere il giogo della Spagna, nè a rivendicare
un'indipendenza ch'era d'uopo risguardare come perduta. Altronde il
piccolo e vano suo spirito non era fatto per concepire un progetto che
richiedesse vera fierezza; ed egli non cercava altra gloria che quella
che potevano dargli le feste della sua corte. Esaurì in una profonda
pace le finanze de' tre ducati coi suoi splendidi divertimenti, con
tornei e con pompe d'ogni genere; raddoppiò tutte le imposte, e ridusse
i suoi popoli alla disperazione. Tutta la carriera politica di Alfonso
II si limitò a dispute di precedenza col sovrano della Toscana, ed a
dispendiose pratiche per acquistare i suffragj de' Polacchi nel 1575,
onde ottenere la corona di quel regno. Sebbene ammogliato tre volte, non
ebbe prole, e la legittima linea della casa d'Este finì in lui il 27
ottobre del 1597[223].
[223] _Galluzzi Istor. del gran ducato, t. II, p. 380, t. IV, p.
317. — J. Aug. de Thou, Hist. univ., l. CIX, p. 141, t. IX._
Ma Alfonso I aveva avuto, poco prima di terminare i suoi giorni, un
figlio naturale da Laura Eustochia, poscia, secondo dicevasi, da lui
sposata. Questo figlio, chiamato come lui Alfonso, era stato autorizzato
a portare il nome della casa d'Este, ed era stato dato in isposo a
Giulia della Rovere, figlia del duca di Urbino, dalla quale aveva avuto
un figlio chiamato Cesare, che Alfonso II nominò suo erede. Non era
questa la prima volta che l'eredità di casa d'Este passava in mano di
bastardi, ed i papi non si erano opposti alla successione di Lionello e
di Borso, nel quindicesimo secolo. Sebbene la casa d'Este avesse
riconosciuto di tenere il ducato di Ferrara come un vicariato della
Chiesa, da circa quattrocento anni n'era effettivamente sovrana, ed i
papi si erano accontentati dei vani onori della suprema signoria[224].
[224] _Muratori Antichità Estensi, t. II. — Dello stesso Ann.
d'Italia ad an. 1597._
Ad ogni modo l'ambizione che Giulio II, Leon X e Clemente VII avevano
manifestata nelle loro guerre contro Ferrara, si risvegliò nel loro
successore alla morte di Alfonso II. Clemente VIII, conosciuto prima
sotto il nome di cardinale Ippolito Aldobrandino, era salito il 30
gennajo del 1592 sul trono pontificio. Quand'ebbe avviso della morte di
Alfonso, si affrettò di dichiarare tutti i feudi ecclesiastici della
casa d'Este devoluti alla santa sede per l'estinzione della legittima
discendenza, e di mandare verso il Ferrarese suo nipote, il cardinale
Pietro Aldobrandino, con una grossa armata. Don Cesare, che mancava di
talenti e di vigore di carattere si lasciò atterrire dall'avvicinamento
delle milizie pontificie. Non cercò di difendere uno stato che offriva
grandissimi mezzi, ed il 13 gennajo del 1598 sottoscrisse un vergognoso
trattato, col quale rilasciava alla santa sede Ferrara e tutti i feudi
ecclesiastici da lui posseduti, riservandosi solamente i beni
patrimoniali de' suoi antenati. Ritirossi in appresso ne' ducati di
Modena e di Reggio, il di cui possedimento non gli venne contrastato
dall'imperatore Rodolfo II, che ne aveva il supremo dominio[225].
[225] _Murat. Antichità Estensi, t. II ed Annali d'Italia all'anno
1498, in principio. — Greg. Leti Vita di Filippo II, p. II, l. XIX.
p. 529._
Ferrara, cadendo sotto il dominio ecclesiastico, perdette la sua
industria, la sua popolazione, le sue ricchezze. Al presente più non
trovasi in questa deserta e ruinata città veruna immagine di quella
splendida corte, in cui i letterati e gli artisti venivano accolti con
tanto favore. Modena per lo contrario, diventata la sede del governo di
casa d'Este, si arricchì sulle ruine della sua vicina, e vestì un
aspetto di eleganza, d'industria e di attività che mai conosciuto non
aveva ne' migliori tempi de' suoi primi duchi.
Anche i ducati d'Urbino e di Camerino erano feudi della santa sede, meno
importanti assai di quelli di Parma e di Ferrara; ma la riputazione
militare del duca Francesco Maria della Rovere, e la protezione de'
Veneziani, de' quali aveva tanto tempo comandati gli eserciti,
contribuivano alla sua sicurezza. Nel 1534 aveva fatta sposare a
Guid'Ubaldo, suo figliuolo, Giulia, figlia di Giovan Maria di Varano,
ultimo duca di Camerino, e sperava con ciò di riunire questi due piccoli
stati; ma Ercole di Varano riclamava Camerino come feudo maschile; e non
trovandosi abbastanza potente per fare da sè medesimo valere i proprj
diritti, li vendette a papa Paolo III. Quando venne a morte Francesco
Maria della Rovere, il primo di ottobre del 1538, suo figlio
Guid'Ubaldo, che gli successe, acconsentì a comperare l'investitura di
Urbino colla cessione al papa del ducato di Camerino, che fu di nuovo
infeudato prima ai Farnesi, indi ai conti del Monte, nipoti di Giulio
III, e che all'ultimo ricadde alla camera apostolica[226].
[226] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 103. — Lett. de' Prin. t. III,
p. 28._
Guid'Ubaldo II, che governò il ducato d'Urbino dal 1538 al 1574, non
giunse di lunga mano alla gloria paterna. I suoi confini mai non furono
esposti a veruna minaccia, ed il suo montuoso paese era poco esposto al
passaggio delle armate. Non aveva coste che potessero essere
saccheggiate dai Barbareschi; ma pure la vanità ed il lusso del principe
erano tali, che riuscivano ai popoli quasi non meno pesanti che le
guerre straniere. Le eccessive imposte ridussero gli abitanti in estrema
miseria, cui tennero dietro necessariamente la carestia e le malattie
contagiose. Nel 1573 scoppiarono alcune sedizioni, che Guid'Ubaldo punì
con estremo rigore, facendo perire in mezzo ai tormenti molti suoi
sudditi. Egli morì nel susseguente anno, e gli successe suo figlio
Francesco Maria II, il di cui regno fu ancora meno fecondo d'avvenimenti
che non quello del padre[227].
[227] _Muratori Annali d'Italia all'anno 1574._
I marchesi di Monferrato e di Mantova contavansi ne' precedenti secoli
fra i principi indipendenti d'Italia. Federico II, duca di Mantova,
raccolse l'eredità di queste due dinastie nell'epoca in cui era
moribonda l'indipendenza italiana; ma dopo tale unione egli si trovò
meno potente di quel che lo fossero i suoi antenati, quando non erano
che semplici marchesi di Gonzaga.
Bonifacio, marchese di Monferrato, era morto per una caduta da cavallo,
nel 1531, in sul fiore dell'età. Altri non restava della nobilissima
famiglia de' Paleologhi che il zio Bonifacio, Giovan Giorgio, che depose
per succedergli le insegne ecclesiastiche, e due sorelle, la maggiore
delle quali sposò il duca di Mantova Federico II[228]. Allorchè il
giorno 30 aprile del 1533 morì Giovan Giorgio, i commissarj imperiali
occuparono il Monferrato, aspettando che Carlo V decidesse a chi
spettava quest'eredità. Al duca di Mantova riuscì facile il dimostrare
che il Monferrato era un feudo femminile, e che era entrato nella casa
Paleologa per mezzo di donne. Ad ogni modo non ne ottenne
dall'imperatore il possesso che il 3 di novembre del 1536; e
l'imperatore a questo modo rinunciò appena a conservarlo per sè
medesimo. I Gonzaghi, che si succedettero in quel secolo, e che nel 1574
ottennero che il Monferrato fosse eretto in ducato come lo era di già il
Mantovano, governarono questi due paesi come se fossero luogotenenti
della casa d'Austria. Federico II morì il 28 di giugno del 1540. Dopo di
lui regnarono i due suoi figliuoli, da prima Francesco III il
primogenito che si annegò, il 21 di febb. del 1550, nel lago di Mantova,
poi il secondogenito che morì il 13 agosto del 1587, lasciando erede
l'unico suo figlio don Vincenzo. Tutta la storia di questi principi non
versa che intorno ai sontuosi accoglimenti fatti ai sovrani che
attraversarono i loro stati, intorno ai loro proprj viaggi, ed a pochi
sussidj dati agli imperatori per fare la guerra ai Turchi.
[228] _P. Jovii Historiarum l. XXXVIII, p. 333._
Nel precedente capitolo abbiamo veduto quale si fosse fino alla metà del
secolo il governo del duca di Firenze. Cosimo de' Medici diffidente,
dissimulato, crudele, sostenevasi in trono a dispetto di tutta la
nazione da lui governata. Meno libero, meno indipendente che gli efimeri
magistrati della repubblica da lui soppressa, egli doveva rispettare non
solo gli ordini dell'imperatore e di Filippo II, ma quelli inoltre di
tutti i loro generali, e dei governatori di Napoli e di Milano, che gli
facevano crudelmente sentire tutto il peso dell'insolenza spagnuola. Per
dare un compenso all'antico orgoglio de' cittadini fiorentini, egli li
decorò con nuovi titoli di nobiltà. Nel mille cinquecento sessanta
instituì un nuovo ordine religioso e militare sotto il patrocinio di
santo Stefano. I ricchi cittadini di Firenze e del territorio toscano,
sedotti dall'allettamento di questa onorificenza, ritirarono dal
commercio i loro fondi, impiegandoli nell'acquisto di terreni, che
obbligarono in sostentamento delle nuove dignità che ottenevano per le
loro famiglie con fedecommessi, sostituzioni perpetue e commendarie. Era
questo lo scopo cui mirava Cosimo I, che credeva più facile il bandire
da Firenze l'antico suo commercio, che non il piegare lo spirito
d'indipendenza di quei ricchi mercanti[229].
[229] _Galluzzi Storia del gran Ducato, t. II, p. 257. — Gio. Batt.
Adriani, l. XVI, p. 1178. — J. Aug. de Thou, Hist. univ., l. XXXII,
p. 269, t. III._
Non era lungo tempo passato da che Cosimo erasi liberato dal timore
inspiratogli da Pietro Strozzi, ucciso nell'assedio di Thionville del
1558, quando la sua casa fu insanguinata da tragici avvenimenti, avvolti
entro dense tenebre, che mai non si dissiparono affatto agli occhi della
posterità. Si pretende che don Garzia, il terzo de' suoi figli,
assassinasse don Giovanni il secondo, di già decorato del cappello
cardinalizio, e che Cosimo lo vendicasse colle proprie mani, uccidendo
don Garzia col suo pugnale tra le braccia della madre Eleonora di
Toledo, che ne morì di dolore[230]. Sebbene il duca cercasse di
nascondere al pubblico così tristi avvenimenti, dessi contribuirono però
ad inspirargli il desiderio di ritirarsi dalla scena più attiva del
mondo, ed a scaricarsi delle principali cure del governo sopra suo
figliuolo primogenito don Francesco. Egli eseguì tale risoluzione nel
1564. Nè meno perfido, nè meno crudele del padre, ma più dissoluto, più
vano, più iracondo, don Francesco non aveva i talenti con cui Cosimo
aveva fondata la grandezza della sua famiglia. Fu perciò, più che il
padre, l'oggetto dell'odio dei popoli, il quale odio non era temperato
da verun sentimento di rispetto per l'ingegno di lui. Per altro Cosimo
erasi riservata la suprema direzione degli affari, inoltre tutte le
relazioni diplomatiche, e la cura continua di lusingare Pio V, dando in
mano all'inquisizione di Roma tutti i suoi sudditi che il papa credeva
infetti d'eresia, e perfino il proprio confidente Pietro Carnesecchi; le
quali cose gli guadagnarono in modo l'affetto del pontefice, che, nel
1569, ottenne da lui il titolo di gran duca di Toscana[231].
[230] _Cronica del MS. del Settimani all'anno 1562, presso
Anguillesi Notizie del palazzo di Pisa, p. 143. — J. Aug. de Thou,
Hist. univ., l. XXXII, p. 270._
[231] _Gio. Batt. Adriani, l. XIX, p. 1348; l. XX, p. 1504. —
Galluzzi Stor. del gran Ducato, t. II, p. 310 e 348._
La Toscana non era, nè mai era stata, un feudo della Chiesa, di modo che
il papa non poteva a buon diritto cambiare il titolo del suo sovrano.
Perciò quest'innovazione non solamente eccitò la collera di tutti i
duchi, i quali vedevano innalzarsi al di sopra di loro quello di
Firenze, ma altresì quella dell'imperatore, che sentiva il torto fatto
alle sue prerogative. Cosimo I morì il 21 di aprile del 1574, prima di
avere veduto condotte a fine le negoziazioni colle quali cercava di
ridurre i sovrani dell'Europa a riconoscere il suo nuovo titolo[232]. Ma
don Francesco, che gli successe nel 1575, ottenne dall'imperatore
Massimiliano II, che gli conferisse egli stesso il 2 di novembre il
titolo di gran duca di Toscana, come una nuova grazia, e senza fare
memoria della precedente concessione del papa[233].
[232] _Gio. Batt. Adriani, l. XXII, p. 86._ — Qui finisce la sua
storia. — _Galluzzi Storia del gran Ducato, l. III, c. VIII, p. 56,
t. III._
[233] _Galluzzi Storia del gran Ducato, l. IV, c. I, t. III, p.
166._
Una congiura contro il gran duca, che fu scoperta nel 1578, e punita con
molti supplicj, fu l'ultimo sforzo che in Firenze facessero gli amici
della libertà per iscuotere l'odiato governo dei Medici[234]. Questo
governo erasi stabilito già da quarantott'anni, ed aveva lasciati morire
in esilio tutti coloro che avevano un elevato carattere; il commercio
fiorentino era distrutto; eransi mutate le costumanze nazionali, e la
recente educazione aveva accomodate le anime al giogo.
[234] _Muratori Ann. d'Italia ad ann._
Il gran duca aveva incaricato Curzio Picchena, suo segretario
d'ambasciata a Parigi, di liberarlo dai distinti emigrati che tuttavia
si trovavano alla corte di Catarina de' Medici. Gli fece avere sottili
veleni, per formare i quali Cosimo I aveva eretta nel suo palazzo
un'officina, che diceva essere un laboratorio chimico per le sue
esperienze; gli diresse inoltre alcuni assassini italiani superiori a
tutti gli altri; e promise il premio di quattro mila ducati per ogni
omicidio, oltre il rimborso di tutte le spese che sarebbero occorse. Nel
1578 Bernardo Girolami fu la prima vittima di questa trama; e la di lui
morte atterrì in modo tutti gli altri emigrati fiorentini, che questi
per salvarsi si dispersero per le province della Francia e
dell'Inghilterra. Ma ovunque furono inseguiti dai sicarj di don
Francesco, e tutti coloro che avevano recata qualche molestia al gran
duca perirono[235].
[235] _Galluzzi Stor. del gran Ducato, l. IV, c. III, t. III, p.
220._
Don Francesco visse e morì totalmente subordinato a Filippo II: e perciò
mostrossi agli occhi de' suoi sudditi sempre spalleggiato da tutta la
potenza spagnuola; e sebbene nel 1579 si rendesse più spregievole, che
non lo era prima, colle sue nozze coll'accorta e dissoluta Bianca
Cappello[236], sebbene nella sua famiglia si andassero continuamente
rinnovando gli assassinj, gli avvelenamenti, i delitti d'ogni sorta, i
Fiorentini più non tentarono di sottrarsi alla sua autorità; ma soltanto
non dissimularono la loro gioja, quando, il 19 ottobre del 1587,
Francesco e sua moglie morirono avvelenati a Poggio a Cajano, in
occasione di un convito di riconciliazione che colà egli dava al
cardinale Ferdinando de' Medici, suo fratello[237].
[236] _Anguillesi Memorie del Poggio a Cajano, p. 111, estratto dai
MS. del Settimani. — Galluzzi, t. II e III._
[237] _Galluzzi, t. IV, p. 55, l. IV, c. VIII. — Anguillesi Notizie
del Poggio a Cajano, p. 117._
Questo Ferdinando, che gli successe, e che depose le vesti
ecclesiastiche per ammogliarsi, fu il primo a rialzare la nazione
toscana dall'oppressione in cui essa aveva sospirato sessant'anni. Egli
aveva tutta quell'attitudine al governo che può avere un uomo senza
virtù, e tutta la fierezza che può conservarsi senza nobiltà d'animo. Si
propose di sottrarsi al giogo spagnuolo che aveva così duramente
oppressi i suoi due predecessori: volle di nuovo opporre la Francia alla
casa d'Austria, e fu il primo sovrano cattolico che riconoscesse Enrico
IV, e si alleasse con lui. In appresso s'interpose per la di lui
riconciliazione col papa, e gli ottenne l'assoluzione. Ma il trattato di
Parigi del 27 febbrajo del 1600, tra la Francia ed il duca di Savoja,
togliendo alla prima la comunicazione coll'Italia pel marchesato di
Saluzzo, fece ricadere il gran duca sotto il giogo della Spagna, che
aveva cercato di scuotere[238].
[238] _Galluzzi, l. V, c. VI, VII ed VIII, t. IV._
Tale fu in compendio la storia di tutti i principi sovrani che in questo
secolo contava l'Italia. Quella delle tre repubbliche che tuttavia
conservavano la loro libertà fu ancora più povera d'importanti
avvenimenti. In Toscana la repubblica di Lucca aveva conservata la sua
indipendenza. Se si vuole farne giudizio dalle sue forme esteriori, essa
continuava a governarsi democraticamente: la sovranità risiedeva in tre
corpi che dovevano approvare tutte le leggi; questi erano, la signoria
formata da un gonfaloniere e da 9 anziani che mutavansi ogni due mesi;
il senato formato di 36 membri che si rinnovavano ogni sei mesi
all'anno; ed il consiglio generale formato di 90 individui che sedevano
un anno[239]. Ma perchè i magistrati in esercizio nel corpo dell'anno
formavano essi medesimi il corpo elettorale, dal quale venivano nominati
i magistrati del susseguente anno, gli stessi uomini trovavano il destro
di occupare sempre tutti gl'impieghi, soltanto col cambiare fra di loro
le rispettive funzioni, perchè la legge non acconsentiva di essere
rieletti senza intervallo. Per ciò gli emigrati fiorentini, assai
numerosi in Lucca, rinfacciavano ai loro ospiti di avere abbandonata la
repubblica ad una stretta oligarchia, detta burlevolmente _i signori del
cerchiolino_[240].
[239] _Dissertaz. VIII sopra la Storia Lucchese, t. II, delle
Memorie e documenti sopra la Storia Lucchese._
[240] _Beverini Ann. Lucenses Mans., l. XIV. — Dissert. VIII sopra
la Storia Lucchese, t. II, p. 252._
Alcuni oppressivi regolamenti emanati a favore de' capi manifatturieri
contro gli artigiani, ed in particolare contro i tessitori di seta,
diedero motivo, il primo maggio del 1531 ad un'insurrezione che
costrinse la signoria a transigere col popolo, e ad accrescere di un
terzo il numero de' consiglieri, onde accordare queste piazze ad uomini
nuovi; ma prima che terminasse l'anno la signoria si fece autorizzare a
prendere una guardia di cento soldati forastieri per difendere il
palazzo pubblico, e coll'ajuto di questa e delle milizie del territorio,
ristabilì l'antico sistema, il 9 aprile del 1532, ed annullò tutte le
leggi fatte in favore delle classi inferiori[241].
[241] _A. N. Cianelli Dissertaz. VIII sopra la Storia Lucchese, p.
268._
Per altro non fu che dopo la capitolazione di Siena, e quando la libertà
era di già stata esiliata da tutto il rimanente della Toscana, che il
gonfaloniere Martino Bernardino, il 9 dicembre del 1556, propose e fece
sanzionare la legge che i Lucchesi risguardarono poi come il fondamento
della loro aristocrazia, e come equivalente al _serrar del consiglio_ di
Venezia, e che intitolarono dal suo autore _legge Martiniana_. Martino,
che voleva ridurre la sovranità in pochissime famiglie, accarezzava non
pertanto ancora la pubblica opinione, e non aveva infatti espresso
ancora tutto ciò che voleva stabilire. La legge _Martiniana_ vuole
soltanto che ogni figlio o di forastiere o di campagnuolo sia
perpetuamente escluso da qualunque magistratura. Con tali indiretti modi
il corpo aristocratico, che di già era stato ridotto a poche famiglie,
si assicurò di non essere mai più rinnovato, perchè tutti i nuovi
candidati che vi si sarebbero potuti introdurre, non potevano essere che
stranieri naturalizzati, o di già sudditi dello stato fatti nobili. In
questo modo la sovranità venne trasmessa per ereditario diritto ad un
sempre più ristretto numero di famiglie nobili[242]. Sembra infatti che
nell'anno 1600 l'aristocrazia lucchese non contasse che cento
sessant'otto famiglie, le quali, nel 1797 in occasione degli ultimi
comizj adunati per l'elezione delle magistrature, trovaronsi ridotte a
sole ottant'otto, e queste non somministravano un sufficiente numero
d'individui per tutti gl'impieghi dello stato[243].
[242] _Beverini Ann. Lucenses, l. XV. — Dissertazione IX sopra la
Storia Lucchese, t. II, p. 271._
[243] _Dissert. IX sopra la Storia Lucchese, t. II, p. 301._
La costituzione che si era data la repubblica di Genova, quando Andrea
Doria le aveva renduta la libertà, aveva colmati di riconoscenza tutti i
Genovesi, perchè chiamava a governare il maggior numero di loro,
nell'istante in cui avevano potuto temere che la sovranità venisse
usurpata da un solo: pure questa costituzione era puramente
aristocratica, e tendeva a sempre più restringere il circolo dei
depositarj della suprema autorità. D'altronde l'assoluta dipendenza in
cui si erano poste, rispetto alla Spagna, la famiglia Doria e la
repubblica doveva altresì riuscire vantaggiosa all'oligarchia per via di
tutti i pregiudizj di nobiltà fomentati dall'orgoglio di Filippo II e
della sua corte[244].
[244] _Ub. Folieta della repubblica di Genova, Dialoghi. — Fil.
Casoni Ann. di Genova, l. V, p. 157._
Dacchè Andrea Doria, giunto ad una estrema vecchiaja, e molestato dalla
gotta, più non usciva di casa, suo nipote Giannettino, aveva preso il
comando delle sue galere; onorato come lo zio del favore
dell'imperatore, aveva pure le prime parti nella repubblica: ma egli si
era arrogata maggior potenza d'assai di quella che aveva avuta lo zio, e
la esercitava con maggiore orgoglio. Il popolo, afflitto di vedersi
escluso dall'amministrazione della repubblica, e la primaria nobiltà,
gelosa della potenza del Doria, sentivano ogni dì crescere il loro
malcontento. Giovanni Luigi del Fiesco, conte di Lavagna e signore di
Pontremoli, ascoltando l'antico odio della sua famiglia contro i Doria,
ed offeso dall'orgoglio di Giannettino, progettò di sottrarre la sua
patria tutta ad un tratto all'autorità dell'aristocrazia, a quella dei
Doria ed a quella della Spagna. Si assicurò degli ajuti di Pier Luigi
Farnese, nuovo duca di Parma e di Piacenza, e di quelli della Francia;
trasse ne' suoi interessi molti cittadini affezionati all'antica fazione
popolare, e gli avanzi del partito dei Fregosi; finalmente fece venire
da' suoi feudi molti suoi vassalli, e circa dugento fidati soldati,
sotto colore di armare quattro sue galere per andare in corso contro i
Barbareschi[245].
[245] _Giovan Battista Adriani, l. VI, p. 369. — Bern. Segni, l.
XII, p. 316._
Giovan Luigi del Fiesco aveva invitati molti giovani, di coloro ch'egli
credeva più scontenti del governo, ad un convito che diede il 2 di
gennajo del 1547; e quando gli ebbe tutti adunati in casa sua, e che le
porte furono chiuse e custodite da gente fidata, dichiarò apertamente
tutto il piano della sua congiura, loro chiedendo di secondarlo e di
seguirlo, se volevano salvare la propria vita. I più di costoro,
atterriti dalle minacce di lui, piuttosto che strascinati dalle proprie
passioni, si obbligarono con giuramento. Giovan Luigi del Fiesco divise
in allora la truppa coi suoi fratelli, onde attaccare nello stesso tempo
il porto ove il Doria teneva le sue galere, la porta di Bisagno, e
quella che conduceva al palazzo ove dimoravano i due Doria fuori di
città. La notte era di già molto inoltrata quando la zuffa cominciò
contemporaneamente in ogni luogo. Giannettino Doria, avvisato dal
tumulto che si era eccitato, fu ucciso presso la porta della città
nell'atto che vi accorreva per calmarlo: allora Andrea Doria, credendo
la città e le sue galere perdute, fuggì fino a Sestri. In fatti la
cospirazione aveva dovunque avuto buon esito; la flotta, che aveva
quaranta galere era di già venuta in mano degl'insorgenti, e le porte
della città erano state sorprese. Ma invano si andava cercando Luigi del
Fiesco per incamminarsi verso il palazzo, scacciarne la guardia della
signoria, e mutare il governo; ma Luigi, volendo passare a bordo della
galera capitana nell'istante in cui questa si scostava dalla riva, era
caduto in mare col ponte su cui passava, ed il peso delle sue armi gli
aveva impedito di salvarsi a nuoto. I di lui partigiani, perduto avendo
il coraggio alla notizia della sorte di lui, più non osarono di occupare
il palazzo, e, sebbene di già vincitori, trattarono colla signoria come
se stati fossero vinti; offrirono di cedere le porte a condizione di
avere un'intera amnistia, la quale poichè fu accordata e solennemente
giurata, i Fieschi si ritirarono a Montoglio[246]. Ma un governo che
ubbidiva all'influenza spagnuola non credevasi tenuto all'osservanza
delle sue promesse: crudelissime furono le vendette del vecchio Andrea
Doria, e non ebbero fine che colla di lui vita, che si prolungò fino ai
novantaquattro anni, e si spense il 25 di novembre del 1560[247].
[246] _Gio. Batt. Adriani, l. VI, p. 369-375. — Bern. Segni, l. XII,
p. 316. — De Thou, Hist. univers., l. III, p. 203-217. — Fil. Casoni
Ann. di Genova, l. V, p. 157._
[247] _Gio. Batt. Adriani, l. XVI, p. 1177. — Fil. Casoni Ann. di
Genova, l. VI, p. 144._ — A queste autorità allegate dal nostro
autore, devesi aggiungere la circostanziata descrizione che della
congiura dei Fieschi fece elegantemente nella sua storia di Genova
Jacopo Bonfadio. _N. del T._
In tutto il restante del secolo i Genovesi furono sempre soggetti agli
Spagnuoli, e perdettero nel 1566 l'isola di Scio, conquistata da
Solimano sopra i Giustiniani, loro concittadini, che se n'erano arrogata
la sovranità. Furono pure in pericolo di perdere la Corsica, che, dopo
essere stata invasa dai Francesi nel 1553[248], si sollevò nel 1564, e
continuò a respingere con tutte le sue forze il giogo oppressivo della
repubblica, fino al 1568, in cui fu di nuovo sommessa[249]. Più non vi
fu pace in Genova. Dopo la congiura dei Fieschi i più ricchi e più
potenti membri dell'aristocrazia, temendo di vedersi tolto di mano il
governo dall'odio popolare, avevano risolto di rialzare una rocca alla
Lanterna, con intenzione d'introdurvi una guarnigione spagnuola, onde
tenere la città in dovere e consolidare la propria autorità. Questo
progetto doveva avere esecuzione nel 1548, in occasione del passaggio
per Genova di don Filippo, principe di Spagna: e don Ferdinando di
Gonzaga, governatore del Milanese, doveva spalleggiarlo con tutte le sue
forze. Ma malgrado la loro ubbidienza, i Genovesi abborrivano gli
Spagnuoli; onde pregarono Andrea Doria di opporsi a così vergognoso
progetto, cui lo spirito di vendetta lo aveva in sulle prime ridotto ad
acconsentire; gli raccomandarono la libertà della repubblica, di cui era
il secondo fondatore, ed ottennero da lui la promessa, che nè il
principe di Spagna, nè le truppe di lui sarebbero ricevute in
città[250].
[248] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 658._
[249] _Ivi, l. VII, p. 457. — Fil. Casoni Ann. di Genova, l. V, p.
203._
[250] _Gio. Batt. Adriani, l. VII, p. 457. — Fil. Casoni Ann. di
Genova, l. V, p. 203._
Nuove dissensioni scoppiarono nella seconda metà del secolo tra l'antica
e la nuova nobiltà, i di cui diritti non erano ben definiti; e tanto
s'innoltrarono queste da dare speranza a Giovanni d'Austria di potere
occupare Genova, quando nel 1571 passò davanti a questa città colla
flotta, che in appresso conseguì la vittoria di Lepanto[251]. In questa
circostanza papa Gregorio XIII prese sotto la sua protezione la
repubblica, e contribuì potentemente a riconciliare le fazioni. Nel 1575
ottenne da queste, che rimettessero le ragioni loro in arbitrio di tre
mediatori, cioè egli stesso, l'imperatore ed il re di Spagna. Le tre
corti modificarono la costituzione della repubblica, ed in parte
distrussero l'opera di Andrea Doria. La recente loro legge, pubblicata
il 17 marzo del 1576, accrebbe i privilegj dei nuovi nobili, ma sempre
come nobili: restarono dimenticati i diritti dei cittadini, e la libertà
venne bandita da questa repubblica quasi come dagli assoluti
principati[252].
[251] _Adriani, l. XXI, p. 1569. — Casoni, t. IV, l. VIII, p. 5._
[252] _Graevi Thes. Rer. Ital., t. I, p. II, p. 1471. — Ciccarelli
Vita del papa Gregorio XIII, f. 304. — Fil. Casoni Ann. di Genova,
t. IV, l. VIII, p. 72._
La libertà non era meglio conosciuta a Venezia; questa città, dopo avere
esaurite le proprie forze per resistere alla lega di Cambrai, pareva
cercare l'oscurità facendo di tutto per seppellirsi nel silenzio,
diffidare de' suoi cittadini, de' suoi alleati, e de' suoi nemici, ed
allegando i pericoli che la stringevano ora dal canto della Turchia, ed
ora dal canto dell'Austria, sottrarsi dal far mostra di sè medesima. Due
crudeli guerre coi Turchi privarono effettivamente la repubblica di
molti de' suoi più importanti possedimenti nel Levante. Cominciò la
prima nel 1537 col guasto di Corfù, e finì il 20 ottobre del 1540 colla
cessione fatta a Solimano di tutte le isole dell'Arcipelago che di già
si trovavano in potere dei Turchi, e delle forti città di Napoli e di
Malvagia, o Epidauro, che la repubblica possedeva ancora nel
Peloponneso[253]. L'altra fu dai Turchi intrapresa nel 1570 per
conquistare l'isola di Cipro; la quale, difesa con prodigj di valore e
con infiniti sagrificj di uomini e di danaro, fu all'ultimo perduta dai
Veneziani, ed abbandonata colla pace che sottoscrissero nel mese di
marzo del 1573[254].
[253] _P. Paruta Ist. Ven., l. X, p. 726. — P. Jovii Hist., l.
XXXVI, p. 333; e l. XXXIX, p. 417. — Laugier Hist. de Venise, t. IX,
l. XXXVI, p. 480-577. — Vettor Sandi Storia civile veneta, p. III,
l. X, c. VI, p. 625._
[254] _Lett. de' Princ., t. III, f. 243 e seg. — De Thou Hist.
univ., l. XLIX, p. 412 e seg. — Laugier Hist. de Venise, l. XXXVIII,
t. X, p. 183 e seg. — Vettor Sandi, p. III, l. X, c. XI, p.
667-698._
Il timore dei Turchi, che in tutte le guerre aveva avuti costanti
vantaggi contro la repubblica, costringeva questa ad allearsi colla casa
d'Austria. Circondata dagli stati di questa casa, costretta di ricorrere
a lei contro un nemico ancora più terribile, la repubblica non ardiva
pretendere ad un'assoluta indipendenza. Finchè le due monarchie dei
Turchi e degli Spagnuoli conservarono tutto il loro vigore, i Veneziani
furono abbastanza fortunati di sottrarsi al pericolo coll'oscurità, e di
evitare ogni azione che attirare potesse su di loro gli sguardi
dell'Europa.
Tali furono in tutti gli stati d'Italia le rivoluzioni accadute nel
sedicesimo secolo. Il nome di questo secolo richiama a principio un
periodo di gloria, perchè i primi anni di questo vennero illustrati dai
più grandi ingegni che l'Italia producesse nelle lettere e nelle arti.
In mezzo ad orribili calamità, ogni speranza non era in allora per anco
perduta, e questa sosteneva i talenti di coloro ch'erano nati, o che si
erano formati in più felici tempi. Tutti i grandi uomini onde si onora
l'Italia appartengono a questa prima metà del sedicesimo secolo, in cui
l'Italia sentivasi ancora libera. Il solo Tasso è di tutti il più
moderno, perciocchè non pubblicò il suo poema che nel 1581, e di già in
allora si trovava isolato, quale rappresentante degli andati tempi, in
mezzo ad una degenere nazione. Il genio sparve con lui dalla terra,
dalla quale era stata scacciata la libertà; e la fine del sedicesimo
secolo, in cui l'umana specie fu in Italia colpita dalle più spaventose
sventure, non dev'essere ricordata che coll'orrore che ispirano il
delitto, i patimenti e l'avvilimento dei nostri simili.