CAPITOLO CXXII.

_Violazione della capitolazione di Firenze; persecuzione di

tutti gli amici della libertà. Regno e morte di Alessandro de'

Medici: successione di Cosimo I al titolo di duca di Firenze.

Siena, oppressa dagli Spagnuoli, abbraccia il partito francese:

assedio ed ultima capitolazione di questa città._

1530 = 1555.

L'indipendenza dell'Italia, che aveva cominciato col XII secolo, e che

era stata solennemente riconosciuta in forza delle vittorie della lega

lombarda sopra Federico Barbarossa, cessò all'epoca del coronamento

dell'imperatore Carlo V a Bologna, o a quella dell'occupazione di

Firenze fatta da' generali imperiali in marzo o in agosto del 1530.

Prima del dodicesimo secolo, l'Italia, rammentando ancora l'antica sua

grandezza, sdegnavasi di essere ridotta in servitù dai vicini popoli.

Credevasi meritevole di miglior sorte; ma pure ubbidiva. L'Italia faceva

prima parte dell'impero de' Franchi, poi di quello della Germania. La

sua sorte era regolata dalle passioni, dalla politica e dalle vittorie

de' popoli d'oltremonti, dei quali essa non conosceva nemmeno il

linguaggio. Tale tornò ad essere la sua situazione dal 1530 fino all'età

nostra.

La libertà aveva dati all'Italia quattro secoli di grandezza e di

gloria. In quei quattro secoli fece poche conquiste al di là de'

naturali suoi confini; ma non pertanto assicurò a' suoi popoli il primo

posto tra le nazioni dell'occidente. L'Italia mai non esercitò la sua

potenza sugli stati limitrofi in modo di porre in pericolo la loro

indipendenza; divisa in molti piccoli stati, le era assolutamente

interdetta quest'ambiziosa carriera; ma quella stessa divisione, che gli

toglieva ogni esterno dominio, aveva moltiplicati i suoi mezzi e

sviluppato lo spirito ed il carattere in tutte le sue piccole capitali.

In allora gl'Italiani non avevano d'uopo di conquiste per farsi

conoscere come grande nazione. I Tedeschi, i Francesi, gl'Inglesi, gli

Spagnuoli avevano e privilegj municipali, e feudatarj, e monarchi da

difendere: soltanto gl'Italiani avevano una patria, e lo sentivano. Essi

avevano rialzata l'umana natura degenerata, e dando a tutti gli uomini i

diritti che all'uomo si convengono, e non privilegj, avevano essi i

primi studiate le teorie de' governi, e dati agli altri popoli modelli

di liberali instituzioni. Gl'Italiani avevano ridonate al mondo la

filosofia, l'eloquenza, la storia, la poesia, l'architettura, la

scultura, la pittura, la musica, ed avevano fatti far rapidi progressi

al commercio, all'agricoltura, alla nautica, alle arti meccaniche; in

una parola erano stati i precettori dell'Europa. Appena si potrebbe

nominare una scienza, un'arte, una nozione qualunque, di cui non abbiano

insegnati i principj ai popoli che dopo gli hanno superati[92]. Questa

universalità di cognizioni aveva sviluppato il loro ingegno, il loro

gusto, le loro maniere, e per lungo tempo conservarono quella civiltà

anche dopo perduti tutti gli altri vantaggi; l'eleganza e la gentilezza

sopravvissero all'antica dignità: ma questa n'era stato il fondamento, e

durò quanto la libertà italiana. Tale fu la grandezza della nazione ne'

tempi della sua gloria; e certo questa grandezza non aveva bisogno di

vittorie per sostenersi.

[92] Forse in alcune scienze, ma nelle lettere e nelle arti non mai;

del che ne convengono tutti quegli spassionati stranieri che

preferiscono all'amor proprio la verità, e che sono a portata di

gustare i capi d'opera de' nostri grandi maestri. _N. d. T._

Avanti il XII secolo alcuni piccoli principi italiani si credevano

indipendenti, alcuni popoli poco numerosi si credevano liberi, e forse

erano tali. Pure pei soli duchi di Spoleto o di Benevento, e per le

repubbliche di Amalfi o di Napoli, non abbiamo creduto di dover

cominciare la storia dell'Italia dalla caduta dell'impero romano in

occidente; e parimenti non crediamo doverla continuare dopo la caduta di

Firenze, pei duchi di Toscana o di Parma, e per le repubbliche di

Venezia o di Genova.

In tutto il tempo che gl'Italiani furono veramente nazione, abbiamo

cercato di raccogliere con iscrupolosa esattezza tutti i fatti che

potevano dipingere il loro carattere, spiegarne la politica, far

conoscere i motivi delle loro leggi, e risvegliare ne' loro discendenti

istruttive memorie, o servire di specchio agli altri popoli liberi. Non

abbiamo temuto di scendere a troppo minute particolarità; cotali

particolarità non sono inutili, quando giovano a dipingere gli uomini.

Non abbiamo inoltre temuto di mescolare alla nostra narrazione i

principali avvenimenti degli altri paesi d'Europa; perciocchè

l'influenza dell'Italia facevasi sentire sopra tutti, e non poteva

intendersi la politica de' suoi stati senza volgere di quando in quando

lo sguardo sulla Grecia, la Spagna, l'Ungheria, la Francia, la Turchia e

la Germania. Abbiamo in appresso veduto l'abbassamento di

quest'influenza italiana sopra le straniere contrade. Abbiamo veduta

l'Italia, vittima a vicenda della falsa politica dei suoi capi, della

mala fede degli oltremontani, della ferocia de' soldati mercenarj;

guastata dalle armate, dalla peste e dalla fame pel corso di trentasette

anni di quasi continue guerre; l'abbiamo veduta nell'estremo

esaurimento. Siamo finalmente giunti all'epoca in cui cessò di esistere.

Abbiamo osservato per l'ultima volta un imperatore di Germania venire in

una chiesa italiana per ricevervi la corona d'oro dalle mani del papa; e

questa cerimonia, diventata futile, più non si rinnovò dopo Carlo V. Nel

1530 egli aveva cominciato a regnare pel solo diritto della spada; egli

più non aveva bisogno, per assumere il titolo d'imperatore, che un

rappresentante dell'Italia sanzionasse la sua inaugurazione con

un'autorità religiosa.

Da quest'epoca fino all'età nostra, otto in dieci principi continuarono

in Italia a credersi sovrani, ma senza godere di veruna indipendenza,

senza mai difendersi colle proprie forze, senza giammai esercitare sopra

gli stranieri quell'influenza che gli stranieri esercitavano

continuamente sopra di loro. Tre e se vogliamo ancora quattro

repubbliche, comprendendovi San Marino, continuarono a respingere dal

loro seno il potere di un solo, ma senza mantenere la loro libertà,

senza conservare verun'ombra nè della sovranità del popolo, nè della

guarenzia de' diritti e della sicurezza de' cittadini. D'allora in poi

l'Italia altro non fu che un vasto museo, nel quale trovansi deposti

sotto gli occhi de' curiosi i monumenti della morte. Più non si ebbe

occasione di chiedere una sola volta a Vienna, a Madrid, a Parigi, a

Londra cosa vorrebbero, cosa farebbero i principi ed i popoli d'Italia.

I popoli avevano cessato di avere o di esprimere una volontà; ed i

principi, distruggendo lo spirito vitale de' loro sudditi, si erano

distrutti essi medesimi. L'Italia snervata più non parlava che alla

memoria; e che l'interpellava intorno a ciò che aveva fatto in altri

tempi, era certo ch'ella non si rianimerebbe mai più.

Non perciò abbandoneremo questi popoli, co' quali abbiamo, per così

dire, vissuto tanto tempo, senza gettare un'ultima rapida occhiata sulla

sorte che loro era riservata nella nuova organizzazione. Siccome ne' sei

primi capitoli di quest'opera abbiamo corso lo spazio di sei secoli, e

ci siamo appagati di fissare nella nostra memoria alcune date ed alcuni

principali tratti, così speriamo che il nostro lettore indulgente ci

vorrà permettere di concedere ancora pochi capitoli ai tre ultimi

secoli, affinchè la nostra storia comprenda, sebbene in differentissime

proporzioni, la prima fanciullezza, la virilità e la decrepitezza della

nazione italiana.

La Toscana, che per così lungo tempo era stata la patria della libertà,

a sè richiama i primi nostri sguardi. La storia di Firenze non sembra

totalmente terminata colla capitolazione di questa città; finchè i

cittadini, che si erano veduti animati da così ardente patriottismo,

erano ancora vivi, finchè continuavano a lottare contro l'assoluto

potere, la repubblica fiorentina esisteva tuttavia, almeno nella loro

memoria, e noi dobbiamo ammirare i loro estremi sforzi. Essi seppero

associare la loro causa a quella della libertà di Siena, e la caduta di

quest'ultima repubblica merita altresì dal canto nostro qualche

attenzione.

La repubblica fiorentina venne distrutta (1530) con forme repubblicane.

Per creare una balìa si convocò un parlamento, e venne consultata una

pretesa assemblea di tutto il popolo fiorentino. Si era chiesto a questo

popolo di conferire la totalità del suo potere ai commissarj che

dovevano riordinare la tirannide. Ciò era un riconoscere la sovranità

del popolo, nell'istante medesimo in cui il popolo rinunciava per sempre

a tale sovranità. Ma il parlamento fiorentino che creò la balìa del 1530

doveva essere l'ultimo; ed infatti fu in appresso ordinato di spezzare

la campana che serviva ad adunarlo, onde più servire non potesse

dinnanzi a tale uso[93].

[93] _B. Segni, l. V, p. 129. — Il 12 ottobre 1532. Gio. Cambi, t.

XXIII, p. 122. — Ben. Varchi, l. XIII, t. V, p. 9._

Firenze fu per parecchj mesi governata in proprio nome dalla sola balìa,

e non già a nome del papa o de' Medici. Ma era Clemente VII che aveva

così voluto, affinchè i suoi commissarj, che in ogni cosa operavano

soltanto dietro i suoi ordini e che aspettavano da Roma la decisione di

tutti gli affari, non si credessero legati dalla capitolazione

sottoscritta a nome suo da Bartolomeo Valori. Il papa e l'imperatore

avevano promesso a Firenze libertà ed amnistia; ma Clemente pretendeva

che se la repubblica voleva ella medesima mutare le sue leggi, e

castigare i suoi cittadini, non poteva esserne impedita dalla

capitolazione. Ed affinchè la balìa sembrasse ancora meglio

rappresentare la repubblica, il papa volle che fosse formata da un corpo

più numeroso, depositario della sovranità; perciò nel mese di ottobre fu

eletta una seconda balìa di cento cinquanta individui, tra i quali

trovavansi tutti i capi di quella parte dell'aristocrazia che si era

mostrata affezionata a' Medici[94].

[94] _Ben. Varchi, l. XII, p, 317. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 81._

Allora cominciarono le vendette del papa e de' suoi partigiani. I più

riputati membri dell'antico governo vennero assoggettati ad una rigorosa

tortura; indi furono condannati a perdere la testa il Carducci, per lo

addietro gonfaloniere, Bernardo di Castiglione, ed altri quattro di que'

venerandi magistrati[95]. L'altro gonfaloniere, Raffaele Girolami,

ottenne grazia della vita per l'intercessione di Ferdinando Gonzaga, ma

venne chiuso nella cittadella di Pisa, ove poco dopo morì di veleno[96].

Il predicatore Benedetto da Fojano fu dato nelle mani del papa, e

tradotto a Roma. Clemente, nell'atto di farlo imprigionare in castel

sant'Angelo, ordinò che ogni giorno gli si diminuisse la razione di

acqua e di pane, e con tal mezzo lo fece lentamente morire di fame.

Frate Zaccaria, ch'era egualmente cercato, trovò modo di fuggire

travestito da contadino. Riparossi a Ferrara, poi a Venezia, ed

all'ultimo morì a Perugia, dov'erasi recato per gittarsi ai piedi di

Clemente VII ed implorare perdono[97]. Una ventina di coloro che si

credevano più compromessi si sottrassero al supplicio colla fuga.

Infatti furono condannati a morte in contumacia, e confiscati vennero i

loro beni. Cento cinquanta cittadini all'incirca furono relegati per tre

anni in determinati luoghi, e d'ordinario a grandissima distanza dalla

loro patria e dai loro affari; ma il nuovo governo, che invece di

colpire tutti ad un tratto i suoi nemici diventava più severo di mano in

mano che si andava rassodando nella sua autorità, desiderò bentosto

un'occasione di condannare quei medesimi esiliati come ribelli, e di

confiscarne i beni. Poichè que' miseri si furono conformati alla loro

condanna con gravissimo dispendio, la balìa, passati i tre anni, li

relegò in un altro esilio più incomodo del primo, e costrinse in tal

guisa la maggior parte di loro a disubbidire[98].

[95] _Ben. Varchi, l. XII, p. 295. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 79. —

Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 414. — Ben. Segni, l. V, p. 133._

[96] _Bened. Varchi, l. XII, p. 289._

[97] _Ivi, p. 275._

[98] _Ben. Varchi, l. XII, p. 304-312. — Gio. Cambi, t. XXIII, p.

87-95. — B. Segni, l. V, p. 135. — Fil. de' Nerli, l. XI, p. 252. —

Fr. Guicciardini, l. XX, p. 546._

Pareva che la repubblica esistesse ancora; un corpo aristocratico assai

numeroso sembrava investito della sovranità; il papa, che non aveva

voluto mandare a Firenze niuno della sua famiglia, e che fingeva di non

esercitarvi la più assoluta autorità, onde non essere risponsabile de'

supplicj che ordinava, lasciava agire Bartolomeo Valori, lo storico

Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Roberto Acciajuoli. Questi

parevano i capi della repubblica, e questi versarono il sangue e

confiscarono le sostanze de' più virtuosi cittadini; questi condannarono

a perpetuo esilio coloro che mostravano di risparmiare; questi con

arbitrarie tasse ruinarono tutti coloro ch'eransi fatti conoscere

affezionati alla libertà; questi fecero restituire senza verun compenso

tutti i beni patrimoniali o ecclesiastici venduti d'ordine della

giustizia; questi fecero disarmare il popolo, promulgando le più severe

pene contro qualunque ritenesse armi, e questi finalmente furono coloro

che per conservare la propria autorità col terrore, assoldarono due mila

de' Landsknecht che avevano assediata Firenze[99].

[99] _Ben. Varchi, l. XII, p. 310, e seg. — Gio. Cambi, t. XXIII, p.

79. — Bern. Segni, l. V, p. 131. — Filip. de' Nerli, l. XI, p. 250._

Ma Clemente VII che riponeva ogni fiducia nello zelo de' capi di partito

per vendicarsi, non ignorava che non sarebbero poi egualmente proclivi

ad eseguire i suoi ulteriori progetti, ed a mutare la costituzione della

loro patria, per farne un'assoluta sovranità a favore di uno de' suoi

nipoti. Aveva perciò mandato Alessandro de' Medici in Germania ed in

Fiandra alla corte di Carlo V, per sollecitare l'imperatore a regolare

il governo di Firenze a norma delle facoltà conferitegli dalla

capitolazione. Sebbene l'imperatore avesse promessa ad Alessandro la sua

figlia naturale, era ben lontano dal corrispondere all'impazienza del

papa. Aveva non solo lasciati decorrere i quattro mesi fissati dalla

capitolazione, ma quasi un anno intero, prima di rimandare a Firenze

Alessandro dei Medici, che di già portava il titolo di duca di Cività di

Penna. Questo giovane signore fece il suo ingresso soltanto il 5 di

luglio del 1531; e nel susseguente giorno Giovan Antonio Mussetola,

ambasciatore di Carlo V, comunicò alla signoria ed alla balìa il decreto

sottoscritto dall'imperatore in Augusta il 21 ottobre del precedente

anno, col quale rimetteva i Fiorentini nel possedimento degli antichi

loro privilegj, a condizione che riconoscerebbero per capo della

repubblica Alessandro de' Medici, e dopo di lui i suoi figliuoli, ed in

loro mancanza il più attempato degli altri Medici, e ciò a perpetuità, e

per ordine di primogenitura[100].

[100] _Ben. Varchi, l. XII, p. 356-359. — Gio. Cambi, t. XXIII, p.

103. — Scipione Ammirato, l. XXXI, p. 416. — Bern. Segni, l, V, p.

143. — Filip. de' Nerli, l. XI, p. 255._

Sembrava che il decreto d'Augusta non sovvertisse interamente lo stato;

perciocchè apparentemente esso conservava tuttavia la libertà e la

riforma repubblicana. Il decreto imperiale non accordava alla casa de'

Medici che le prerogative di cui godeva avanti il 1527, trasmutandole in

diritti, ed assicurava al duca Alessandro ventimila fiorini d'oro di

pensione, invece di lasciare in di lui arbitrio tutte le entrate dello

stato. Ma Clemente VII non si accontentava di questa limitata autorità,

e non erano del tutto tranquilli coloro che lo avevano servito nelle sue

vendette. Sapevano costoro di essere l'oggetto dell'odio, non già di una

fazione, ma di tutti i proprj concittadini, e temevano di essere di bel

nuovo cacciati da Firenze alla morte del papa, o quando accadesse la

prima rivoluzione d'Italia. Il Guicciardini, interpellato da Clemente

VII, rispose non essere possibile che il governo acquistasse veruna

popolarità; che altro mezzo non gli rimaneva per minorare l'odio

pubblico che quello di darsi dei compagni; che doveva meno pensare a

formarsi de' partigiani fra gli uomini ricchi e versati negli affari,

che a comprometterli con tutto il popolo, affinchè, come il governo

medesimo, e come quelli che avevano tenute le di lui stesse direzioni,

costoro ancora si persuadessero non esservi per loro salvezza che nel

mantenimento della casa de' Medici. Dietro questi principj si

apparecchiò una nuova rivoluzione[101].

[101] Lettera di Francesco Guicciardini a Niccolò di Schomberg,

arcivescovo di Capoa, del 30 gennajo 1532, con una Memoria intorno

al governo di Firenze. _Lett. de' Principi, t. III, f. 8, e seg._

Il papa, disponendo ed ordinando ogni cosa, volle ancora che i cittadini

fiorentini che di que' tempi governavano, si addossassero soli la

responsabilità del nuovo cambiamento. Mandò il suo piano bello e fatto

da Roma, ma ne commise l'esecuzione a Bartolomeo Valori, al

Guicciardini, a Francesco Vettori, a Filippo de' Nerli ed a Filippo

Strozzi. Non ignorando quest'ultimo di essere l'oggetto della diffidenza

e del segreto odio di Clemente VII, cercava di ricuperare la di lui

grazia, eseguendo i di lui voleri con maggiore zelo che tutti gli

altri[102].

[102] _Ben. Varchi, l. XII, p. 367. — Bern. Segni, l. V, p. 149. —

Filippo de' Nerli, l. XI, p. 260._

Questi confidenti del papa forzarono in certo qual modo la balìa ad

ordinare, il 4 aprile del 1532, la creazione di un comitato di dodici

cittadini incaricati della riformagione del governo _dello stato_ e

_della città_ di Firenze; _dello stato_ e _della città_ dissero,

conciossiachè d'allora in poi si cessò di pronunciare il nome di

_repubblica_. Fu accordato loro il termine di un mese per terminare

questo lavoro; ma perchè tutto era stato preventivamente apparecchiato

dal papa, questi commissarj furono a portata di pubblicarlo ancora più

presto[103].

[103] _Ben. Varchi, l. XII, p. 372. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p.

419. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 110._

La nuova costituzione venne pubblicata il 27 di aprile del 1532. Questa

sopprimeva il gonfaloniere di giustizia e la signoria, e vietava per

sempre il ristabilimento di tale magistratura, ch'erasi con tanta gloria

mantenuta dugento cinquant'anni. Dichiarava Alessandro dei Medici capo e

principe dello stato, col titolo di doge, ossia duca della repubblica

fiorentina, trasmissibile a perpetuità ai suoi discendenti per ordine di

primogenitura, e stabiliva due consiglj vitalizj per dividere con lui le

cure del governo. Uno, chiamato i dugento, comprendeva tutti gli attuali

membri della grande balìa e quasi un centinajo d'altre persone, delle

quali Alessandro si era riservata la nomina; l'altro, detto il senato,

doveva essere composto di quarantotto membri scelti fra i dugento

dell'altro consiglio, che avessero oltrepassati i trentasei anni.

Quattro consiglieri eletti ogni tre mesi, ogni volta da un quarto del

senato, dovevano tener luogo della signoria nelle onorifiche sue

funzioni; il gonfaloniere o per meglio dire tutta la repubblica dovea

venire rappresentata dal doge o dal suo luogotenente. Il doge solo od il

suo luogotenente, potevano proporre progetti alla deliberazione dei

consiglj, e niun progetto poteva avere forza di legge senza il loro

formale assentimento; i nuovi consiglj non diedero un solo esempio di

una proposizione del principe, che non fosse con servile sollecitudine

sanzionata[104].

[104] _Ben. Varchi, l. XII, p. 374 e t. V, l. XIII, p. 12. — Gio.

Cambi, t. XXIII, p. 114. — B. Segni, l. V, p. 160. — Filip. de'

Nerli, l. XI, p. 262-268._

Alessandro de' Medici fu tale quale doveva essere un principe posto sul

trono da straniere armate, contro il voto di tutti i suoi concittadini,

dopo una guerra che aveva affatto ruinata ed umiliata la sua patria.

Diffidando di tutti, e sforzandosi di ottenere col terrore ciò che

sperare non poteva dall'amore, si circondò di stranieri soldati,

capitano dei quali creò Alessandro Vitelli di Città di Castello, perchè

lo conosceva irritato contro i Fiorentini e lo stato popolare, che aveva

fatto morire il di lui padre Paolo Vitelli. Afforzò in riva all'Arno un

bastione che poteva servirgli di rifugio in caso d'insurrezione

popolare; ma non credendosi con ciò abbastanza sicuro, il 1.º giugno del

1534, fece porre i fondamenti di una fortezza nel luogo in cui trovavasi

la porta di Faenza, e vi fece lavorare con tanta attività che prima che

terminasse l'anno fu messa in istato di difesa. Alessandro assecondò

vigorosamente la disposizione data dai commissarj per disarmare i

cittadini, e pronunciava la pena di morte e la confisca dei beni contro

coloro nelle di cui case si trovavano armi: nello stesso tempo aveva

formata una milizia di sudditi della repubblica, armandola ed

accordandole privilegj, onde tenere in dovere gli antichi sovrani col

timore de' loro antichi vassalli[105].

[105] _Ben. Varchi, t. V, l. XIII, p. 5; l. XIV, p. 85. — Ist. di

Gio. Cambi, t. XXIII, p. 137. — Bernardo Segni, l. VI, p. 153. —

Filippo de' Nerli, l. XI, p. 270-272._

I soldati d'Alessandro tutto credevano permesso al loro libertinaggio ed

all'avarizia loro; e non eravi oltraggio, pel quale i cittadini

chiedessero giustizia, che venisse mai punito in verun militare, nè in

veruno ufficiale o servitore della casa del duca. Pareva che questi

mirasse continuamente ad umiliare i suoi compatriotti, paragonandoli

sempre agli stranieri. Aveva successivamente offesi quasi tutti coloro

che gli si erano mostrati più affezionati; i capi di quelle grandi

famiglie che avevano diretta la fazione de' Medici, e che in tempo

dell'assedio avevano portate le armi contro la loro patria, di bel nuovo

abbandonata avevano quella patria, dove più non potevano vivere sotto il

tiranno ch'essi medesimi le avevano dato. Francesco Guicciardini, che

Clemente VII aveva nominato governatore di Bologna, non provava ancora

il dolore di ubbidire dove aveva comandato; ma Bartolomeo Valori,

sebbene governatore della Romagna a nome del papa, non si poteva dar

pace della parte avuta nella rivoluzione, e della schiavitù in cui egli

medesimo erasi ridotto. Filippo Strozzi, malgrado tutti i suoi sforzi

per guadagnarsi la benevolenza del duca, lo sapeva geloso delle

smoderate sue ricchezze, e sempre apparecchiato ad offenderlo; perciò in

occasione del matrimonio di Catarina dei Medici col duca d'Orleans, nel

1533, recossi alla corte di Francia, e nel susseguente anno vi chiamò

pure la sua numerosa famiglia. Tutti i cardinali fiorentini, che in

allora erano quattro, si erano uniti ai nemici di Alessandro; ma di

tutti il più caldo era Ippolito de' Medici, di lui cugino, il quale

risguardandosi come più onoratamente nato di Alessandro, e di età

maggiore, non sapeva darsi pace che si fossero concesse ad un bastardo

d'incerto padre e di madre infame quelle prerogative di cui aveva egli

stesso goduto alcun tempo, ed alle quali sapevasi pure chiamato

dall'amore de' suoi concittadini[106].

[106] _Ben. Varchi, t. V, l. XIV, p. 90. — Ber. Segni, l. VI, p.

156._

Infatti la stessa madre di Alessandro non sapeva se fosse figliuolo di

Lorenzo duca d'Urbino, di Clemente VII, o di un mulattiere. Nel primo

caso sarebbe stato fratello germano di Catarina dei Medici, unica

figliuola di Lorenzo e di Maddalena della Torre d'Alvergna, cui Clemente

VII aveva procurato un collocamento al di là delle sue speranze.

Clemente, incerto nella sua politica ed instabile nelle sue alleanze, si

era ravvicinato alla Francia; era stato a Nizza per abboccarsi con

Francesco I; era di là passato a Marsiglia; ed all'ultimo aveva maritata

Catarina, il 27 ottobre del 1533, con Enrico d'Orleans, secondogenito di

Francesco I, cui quest'Enrico successe nel trono di Francia[107]. La

pace durava tuttavia tra Francesco e Carlo V; e Clemente VII, alleandosi

colla Francia, non si era perciò dichiarato contro l'imperatore, dal

quale conoscevasi dipendente: il matrimonio del suo prediletto

Alessandro colla figlia naturale di Carlo V, sebbene da gran tempo

convenuto, non si eseguiva ancora a motivo della tenera età di Margarita

d'Austria, ed il papa non voleva esporsi a farlo rompere: sapeva che

Alessandro non troverebbe verun appoggio in Catarina, che lo detestava

come tutti i suoi parenti; ma più Alessandro aveva nemici e più Clemente

VII gli si affezionava: rallegravasi vedendo questo giovane esercitare

le proprie vendette, lo dirigeva, approvava tutti gli atti del governo

di lui, e lo copriva col manto di una protezione che sapeva dovergli in

breve mancare, perciocchè in giugno del 1534 Clemente VII era stato

sorpreso da lenta febbre, della quale morì il 25 di settembre dello

stesso anno, lasciando il suo protetto esposto agli attacchi de' molti

nemici che s'era procacciati[108].

[107] _B. Varchi, l. XIV, p. 53. — Bern. Segni, l. VI, p. 161. — P.

Jovii, l. XXXI, p. 224._

[108] _B. Varchi, l. XIV, p. 88. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 141. —

Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 429. — P. Jovii, l. XXXII, p. 234._

Da principio Clemente VII aveva avuto intenzione di far continuare ogni

sei mesi le liste di proscrizione in occasione che si rinnovava il

tribunale degli otto di balìa, e ne fu soltanto impedito dalle grida che

contro di lui s'innalzarono in tutta l'Europa[109]. Pure infinito era di

già il numero degli esiliati e degli emigrati fiorentini; e quando

Clemente intimò al duca di Ferrara di cacciarli da' suoi stati, eransene

trovati in quella sola provincia più di trecento[110]. Il loro partito

si fece ancora più formidabile dopo la morte del papa. Paolo III, della

casa Farnese, che gli successe, favoreggiava tutti i nemici di Clemente

e della memoria di lui; e con ciò aveva incoraggiati i cardinali

fiorentini a dichiararsi più scopertamente.

[109] _Ben. Varchi, l. XII, t. IV, p. 315._

[110] _Ben. Varchi, t. IV, l. XIV, p. 80._

Il cardinale Ippolito de' Medici aspirava alla gloria di restituire la

libertà alla sua patria. Gli Strozzi, ch'erano i più ricchi privati

d'Europa, i Valori, i Ridolfi, i Salviati, che nell'ultima guerra si

erano dichiarati tutti per la fazione dei Medici, eransi adunati in Roma

per trovare i mezzi di rovesciare il tiranno. Tutti gli altri

fuorusciti, avendoli raggiunti, vennero formando fra di loro una specie

di governo, e spedirono in Ispagna all'imperatore tre de' principali

cittadini di Firenze, per impetrare che privasse della sua protezione un

principe, la di cui crudeltà, dissolutezza e perfidia non potevano

paragonarsi che a quelle di un Falaride o di quei pochi altri famosi

mostri dell'antichità, e per riclamare l'osservanza della capitolazione

di Firenze[111].

[111] _Ivi, t. V, l. XIV, p. 108. — B. Segni, l. VII, p. 178. — P.

Jovii, l. XXXIV, p. 302. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 430. — Fil.

de' Nerli, l. XII, p. 277._

Carlo V, maravigliato delle orribili ingiustizie, delle atroci crudeltà,

degli assassinj, degl'imprigionamenti infiniti che udiva imputarsi ad

Alessandro, promise di esaminare la di lui condotta, quand'egli stesso

tornerebbe dalla sua spedizione di Tunisi. Infatti, mentre riposavasi in

Napoli dalle fatiche sostenute in quell'impresa, gli emigrati fiorentini

gli deputarono il cardinale Ippolito dei Medici per terminare

d'illuminarlo intorno alla condotta di Alessandro; ma Alessandro aveva

prese le opportune misure per disfarsi del suo antagonista. Il cardinale

giunto ad Itri, in sulla strada da Roma a Napoli, fu avvelenato il

giorno 10 d'agosto dal suo coppiere, e morì dopo tredici ore di atroci

tormenti. Morirono all'indomani, vittime dello stesso veleno, Dante di

Castiglione e Berlinghiero Berlinghieri che lo accompagnavano: ma il

duca non riuscì a fare assassinare Filippo Strozzi, sebbene lo avesse

più volte tentato, e furono egualmente scoperte le insidie che tendeva

agli altri suoi nemici[112].

[112] _Ben. Varchi, l. XIV, p. 132. — Ber. Segni, l. VIII, p. 188. —

Filip. de' Nerli, l. XII, p. 278. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p.

430._

La morte d'Ippolito, liberando Alessandro dal suo più formidabile

nemico, aggiugneva non pertanto una nuova macchia alla sua riputazione.

Infami erano i suoi costumi, viziose tutte le sue abitudini; e perchè

aveva riempita tutta l'Europa dei suoi nemici, i suoi delitti venivano

dovunque predicati. Gli era stata promessa la figlia dell'imperatore; ma

essa non gli era per anco stata data, e dacchè il suo parentado non era

più un'arra dell'alleanza della Chiesa, poteva temere che Carlo V non

cogliesse con piacere un plausibile pretesto di rompere i progettati

sponsali, e per disporre del suo stato a favore di un altro. Ma Carlo

nudriva un inveterato odio contro le repubbliche, e contro le pretese

dei popoli alla libertà; diffidava principalmente dei Fiorentini che

sapeva da tanto tempo attaccati alla Francia, colla quale stava per

ricominciare la guerra; ed Alessandro, fidato a questa parzialità, passò

a Napoli, per perorare personalmente la sua causa alla corte

dell'imperatore[113].

[113] _Ben. Varchi, l. XIV, p. 138. — Bern. Segni, l. VII, p. 189._

— Partì il 19 di dicembre del 1535. — _Fil. de' Nerli, l. XII, p.

279._

Il duca aveva saputo riguadagnare al suo partito Bartolomeo Valori, che

seco condusse a Napoli, come pure Francesco Guicciardini, Roberto

Acciajuoli e Matteo Strozzi. Anche gli emigrati si erano nello stesso

tempo recati a Napoli, e tra gli altri vi si trovavano Filippo Strozzi

co' suoi figliuoli, i cardinali Salviati e Ridolfi, ed i loro fratelli,

tutti prossimi parenti di coloro che tenevano le parti del duca. La

città e la corte erano pieni di Fiorentini de' due partiti, e quelli che

stavano per la libertà della loro patria sembravano favorevolmente

accolti dai ministri dell'imperatore. Furono invitati a presentare in

iscritto le loro accuse, e Filippo Parenti, e dopo di lui lo storico

Jacopo Nardi, lo fecero con molta forza, dando circostanziate prove de'

varj delitti di Alessandro, e delle spaventose estorsioni colle quali

ruinava la Toscana. Francesco Guicciardini prese a confutare queste

scritture articolo per articolo, ed accrebbe in tal guisa verso di sè

medesimo l'odio popolare, cui di già si lagnava di vedersi esposto.

Finalmente l'imperatore pronunciò in febbrajo del 1536 la sentenza che

gli veniva chiesta. Tutti gli esiliati ed emigrati fiorentini dovevano,

secondo il suo rescritto, essere richiamati in patria, rimessi nel

possedimento de' loro beni, e guarentiti nelle persone; ma non si dava

verun provvedimento intorno alla costituzione dello stato, nè si

accordava al popolo verun privilegio[114].

[114] _Ben. Varchi, l. XIV, p. 143-219 e 224. — Scip. Ammirato, l.

XXXI, p. 431. — Bern. Segni, l. VII, p. 189. — Fil. de' Nerli, l.

XII, p. 279._

In allora tutti gli emigrati fiorentini, sebbene molti sentissero di già

il peso per sua guarenzia della miseria, si riunirono per ricusare un

compromesso che tendeva soltanto a salvare le loro persone, e

sagrificava la patria loro. La loro risposta, una delle più nobili che

si conservino negli archivj della diplomazia, cominciava con queste

parole: «Non siamo qui venuti per chiedere alla imperiale maestà sotto

quali condizioni dobbiamo servire il duca Alessandro, nè per ottenere il

di lui perdono, dopo avere volontariamente, con giustizia, e secondo il

dover nostro, lavorato per mantenere o ricuperare la libertà della

nostra patria. Non l'abbiamo invocata per ritornare schiavi in una

città, dalla quale siamo usciti poc'anzi liberi, nè per riavere i nostri

beni. Ma siamo ricorsi all'imperiale maestà, affidati alla di lei bontà

e giustizia, affinchè si degnasse di restituirci quell'intera e verace

libertà, che gli agenti e ministri di lei si obbligarono a conservarci

nel trattato del 1530.... Altra cosa non sappiamo dunque rispondere al

decreto che ci fu rimesso per parte di sua maestà, se non che siamo

tutti determinati di vivere e di morire liberi, quali siamo nati, e che

nuovamente supplichiamo sua maestà di sottrarre questa sventurata città

al giogo crudele che l'opprime....[115].»

[115] Tutte le scritture originali vengono riportate da Benedetto

Varchi, questa, dice egli, ebbe molto credito in Italia, _l. XIV, p.

229-230._

Francesco Sforza, duca di Milano, era morto il 24 ottobre del 1535. Suo

fratello naturale, Giovanni Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, che

aveva qualche pretesa alla successione, perchè nelle investiture vi era

stato chiamato in mancanza della linea legittima, fu avvelenato mentre

passava per Firenze in poste, onde recarsi alla corte dell'imperatore;

la di lui morte risolse a favore della casa d'Austria una lite assai

difficile. Stava per ricominciare tra l'Austria e la Francia una furiosa

guerra: il duca Alessandro prometteva danaro, e non era dubbiosa la di

lui fedeltà, mentre la repubblica fiorentina, se fosse stata

ripristinata, non avrebbe tardato ad ascoltare l'antica sua inclinazione

verso la Francia. Carlo V non fu più incerto tra le due parti: il 28 di

febbraio maritò sua figlia naturale, Margarita d'Austria, al duca

Alessandro, ed in contraccambio ricevette da lui una ragguardevole somma

di danaro; e rimandandolo più potente, che prima non era, ne' suoi

stati. Il matrimonio d'Alessandro, fu per la seconda volta festeggiato

in Firenze il 13 giugno del 1536[116].

[116] _Ben. Varchi, l. XIV, p. 259. — Bern. Segni, l. VII, p.

192-198. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 283, 285. — Della storia di

Gio. Battista Adriani, l. I, p. 11._ Serve di continuazione al

Guicciardini che finisce alla morte di Clemente VII.

Erano pochi mesi passati dopo la celebrazione di questo matrimonio, ed

Alessandro era vissuto nelle abituali sue dissolutezze, portando

alternativamente il libertinaggio ed il disonore ne' conventi e nelle

più nobili case di Firenze, quando fu assassinato il 6 di gennajo del

1537, da un uomo che aveva saputo guadagnarsi la sua confidenza. Era

costui Lorenzino de' Medici, suo cugino, primogenito del ramo cadetto di

questa casa, e quegli stesso che il rescritto imperiale chiamava

successore di Alessandro, qualora questi mancasse senza figli.

Lorenzino, assai più stimato pel suo raro ingegno e pel suo gusto pelle

lettere che pei suoi costumi o pel suo carattere, era vissuto ne'

piaceri, ed aveva servito da vile adulatore il duca Alessandro ne' di

lui impudici amori. Lo aveva ajutato a sedurre parecchie nobili donne, e

spesso prestava la propria casa attigua a quella del duca, in _Via

larga_, pel loro abboccamento. Gli promise di condurgli la consorte

stessa di Lionardo Ginori, sorella di sua propria madre, ma di questa

assai più giovane. La bellezza della dama aveva già da lungo tempo

ferito il duca, fin allora respinto dalle di lei virtù. Dopo cena lo

stesso giorno dell'Epifania, in cui comincia il carnovale, Lorenzino

avvisò il duca, che, se voleva trovarsi in sua casa affatto solo, e

mantenendo il più profondo segreto, vi troverebbe sua zia Catarina

Ginori. Alessandro accettò l'abboccamento, allontanò tutte le sue

guardie, si tolse di vista a tutti coloro che potevano osservarlo, ed

entrò senza che veruno lo vedesse nella casa di Lorenzino. Trovavasi

affaticato, e voleva riposare; ma prima di gettarsi sul letto, si

discinse la spada, e Lorenzino prendendola dalle sue mani per attaccarla

alla spalliera del letto, fece passare il cinturone intorno all'elsa in

maniera che non fosse facile il poterla sguainare. Uscì in appresso,

dicendogli di riposarsi intanto ch'egli andava in cerca della zia, e lo

chiuse sotto chiave. Tornò un istante dopo con un sicario, chiamato per

soprannome Scoronconcolo, ch'egli aveva preventivamente appostato,

dicendogli di volersi servire di lui per disfarsi di un ragguardevole

personaggio di corte, che non nominò; conciossiachè Lorenzino era giunto

fino all'estremo momento dell'esecuzione senza manifestare a veruno il

proprio segreto.

Entrando pel primo nella camera, Lorenzino disse al duca: _Signore,

dormite?_ e nello stesso tempo lo passò da banda a banda con una spada

corta che teneva in mano. Alessandro, quantunque mortalmente ferito,

tentò di lottare contro il suo uccisore; ma Lorenzino, per impedirgli di

gridare, nell'atto di dirgli, _signore, non abbiate paura_, gli cacciò

due dita in bocca. Alessandro lo morse con quanto aveva di forza,

rotolandosi sul letto con Lorenzino, che teneva strettamente

abbracciato. Scoronconcolo, non potendo ferire l'uno senza pericolo di

ferire anche l'altro, cercava di giugnere Alessandro tra le gambe di

Lorenzino, mentre si dibattevano; ma tutti i suoi colpi si perdevano ne'

materassi. All'ultimo si ricordò di avere un coltello in tasca, e

cacciandolo nella gola del duca, lo uccise[117].

[117] _Ben. Varchi, l. XV, p. 264, 272. — B. Segni, l. VII, p. 204,

206. — Filip. de' Nerli, l. XII, p. 286-290. — Gio. Battista

Adriani, l. I, p. 11. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 436. — P. Jovii,

l. XXXVIII, p. 387, 391. — Ist. di Matteo Guazzo, f. 159._

Lorenzino era ben sicuro che per quanto si gridasse nel suo

appartamento, niuno si accosterebbe a chiederne la cagione, essendo i

suoi servitori a ciò accostumati. Niuno sapeva il suo segreto; egli

aveva più ore di vantaggio, nelle quali non sarebbe da chicchessia fatta

inchiesta del duca, nè avvertita la di lui mancanza; ora d'altro più non

si trattava che di raccogliere i frutti della congiura da lui condotta a

fine con tanta destrezza e così segretamente. Ma Lorenzino colla

precedente sua vita aveva eccitata la diffidenza di tutte le persone

dabbene; non aveva amici cui chiedere consiglio o assistenza; non aveva

partigiani; non aveva mai dato indizio di quello zelo di libertà che

affettò in appresso, e che forse non era che un mascherato eroismo.

Sebbene fosse il primo de' Medici nella linea della successione, niuno a

lui pensava, o perchè non dubitavasi che Alessandro, giovane vigoroso e

di fresco ammogliato, non dovesse aver prole, o perchè non risguardavasi

lo stato monarchico come abbastanza solidamente stabilito per supporre

che la successione fosse per passare in un ramo lontano. Egli era

agitato dall'azione commessa, dal timore di Scoronconcolo suo complice,

e forse ancora dal dolore cagionatogli dalla sua mano violentemente

morsicata da Alessandro. Altronde egli suppose distrutto il presente

governo dalla morte del tiranno, il quale non aveva figliuoli, nè

fratelli pronti a succedergli; egli stesso era il più prossimo erede, e

non poteva nemmeno prevedere a qual persona il partito de' Medici

potesse deferire l'autorità monarchica. Ad altro adunque più non pensò

che a porsi egli stesso in salvo pei primi momenti di effervescenza, ed

a riunire gli emigrati che dovevano raccogliere il frutto del suo

ardire. Chiuse la porta della sua camera, e ne portò seco la chiave;

poi, facendosi dare un ordine perchè gli si aprissero le porte della

città e gli si somministrassero cavalli di posta, sotto pretesto che

aveva avuto avviso della malattia di suo fratello in villa, partì subito

alla volta di Bologna, e di là per Venezia con Scoronconcolo[118].

[118] _Ben. Varchi, l. XV, p. 273_, ed altri degli storici

sovrallegati. Lorenzino de' Medici scrisse egli medesimo una

scrittura per giustificare la sua intrapresa. Roscoe la pubblicò

nell'appendice alla vita di Lorenzo de' Medici, n.º 84, _p.

148-165_. Una lettera scritta da Roma, il 15 di marzo, a Mess. Paolo

del Tosco, da suo fratello, dà pure alcune circostanze raccontate

dallo stesso Lorenzino. _Lettere de' principi, t. III, f. 52._

Lorenzino raccontò a Salvestro Aldobrandini a Bologna, ed a Filippo

Strozzi a Venezia, d'avere dato morte al tiranno. Il primo non volle

credergli, l'altro rimase lungamente incerto, ed all'ultimo, dandogli

fede, lo chiamò il Bruto di Firenze, e gli promise che i due suoi

figliuoli sposerebbero le due sorelle di Lorenzino. Ad ogni modo la

dissimulazione del nuovo Bruto, che venne in allora celebrato dai poeti

e dagli oratori di tutta l'Italia, non ebbe i felici risultamenti di

quella del primo. Il senato, ch'era stato creato per secondare

Alessandro, non aveva verun motivo di essere contento del governo del

duca; ma quanto più violenta e crudele era stata la rivoluzione che lo

aveva stabilito, tanto più coloro che vi avevano contribuito temevano il

ritorno e le vendette degli emigrati. Il cardinale Cibo, principale

ministro d'Alessandro, fu il primo ad essere informato che il duca non

si trovava nel suo appartamento, che quella notte non si era veduto

tornare, e che non sapevasi dove si trovasse. La subita partenza di

Lorenzino, della quale ebbe poco dopo notizia, gli fece sospettare

l'accaduto; ma sebbene il popolo fosse disarmato e spaventato dalla

fortezza eretta dal duca, nutriva tanto odio verso i Medici e verso

tutti i loto agenti, che si doveva temere una sollevazione nell'istante

che sarebbe pubblicata la morte del duca. Il cardinale Cibo fece dire a

tutti i cortigiani che venivano a palazzo, che il duca riposava ancora,

perchè aveva vegliato tutta la notte. Nello stesso tempo mandò un

corriere ad Alessandro Vitelli, comandante della guardia, per

affrettarlo a tornare all'istante con tutti i soldati che potrebbe

adunare, perciocchè Lorenzino aveva scelta per l'esecuzione del suo

progetto la circostanza in cui il Vitelli erasi recato a città di

Castello. Il Cibo fece pure avvisare tutti i comandanti di piazza, tutti

i capitani d'ordinanza, di tenersi pronti; e non fu che nella notte del

7 all'8 gennajo, ch'egli ebbe coraggio di far aprire col più profondo

segreto l'appartamento di Lorenzino, ove trovò il duca giacente nel

proprio sangue[119].

[119] _Bened. Varchi, l. XV, p. 278. — Com. di Filippo de' Nerli, l.

XII, p. 291. — Bern. Segni, l. VIII, p. 208. — Scip. Ammirato, l.

XXXI, p. 437. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 12. — P. Jovii, l.

XXXVIII, p. 391._

Lorenzino de' Medici aveva bensì fatto dare notizia della morte del duca

ad alcuni patriotti fiorentini; ma o questi non l'avevano creduta, o non

avevano osato promulgare un così pericoloso segreto. Quando finalmente

cominciava questo segreto a divulgarsi tra il popolo, si vide giugnere

in poste Alessandro Vitelli, il lunedì mattina, 8 di gennajo, e tutti i

luoghi forti della città, ed i capi strada principali, munirsi di

soldati e di artiglieria. La difficoltà di tirare vantaggio da un

avvenimento di cui tutti si rallegravano, ma di cui veruno non osava per

anco tenersi sicuro, andava di mano in mano crescendo. Frattanto i

quarantotto senatori si adunarono nel palazzo de' Medici sotto la

presidenza del cardinale Cibo. Uno di loro, Domenico Canigiani, propose

di deferire la dignità a Giulio, figlio naturale, ancora nell'infanzia,

di Alessandro; Francesco Guicciardini propose per capo della repubblica

Cosimo, figlio di Giovanni, l'illustre capitano delle bande nere. Questo

giovinetto, ignorando ciò che accadeva, trovavasi in allora nella sua

villa di Trebbio in Mugello, lontana quindici miglia da Firenze. Ma

Palla Rucellai si oppose sdegnosamente a queste due proposizioni. Poichè

la provvidenza, disse egli, ci ha liberati da un odioso tiranno,

consolidiamo questa libertà che il cielo ci accorda, e rendiamo alla

repubblica l'antica sua costituzione: soprattutto non adottiamo veruna

risoluzione, mentre tanti nobili cittadini esiliati o emigrati, i quali

hanno i medesimi diritti di noi alla sorte della patria comune, si

trovano lontani[120].

[120] _Ben. Varchi, l. XV, p. 284. — Bern. Segni, l. VIII, p. 213. —

Filippo de' Nerli, l. XII, p. 291._

La maggior parte de' senatori stavano per l'opinione del Rucellai, ma

tremavano tuttavia innanzi ai quattro uomini che avevano avuta la

maggiore influenza nell'ultimo governo; e questi, cioè Francesco

Vettori, il Guicciardini, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi, credevano

di non potersi con altro mezzo salvare dall'odio dei loro concittadini,

che innalzando un nuovo principe in luogo di quello ch'era perito.

Rappresentarono ai senatori tuttociò che l'oligarchia aveva a temere

dall'indignazione del popolo, e dalle vendette degli emigrati; e non

potendo condurli ad una più precisa risoluzione, li persuasero almeno a

deferire per tre giorni piena autorità al cardinale Cibo, il quale,

essendo figliuolo di una sorella di Leon X, poteva essere risguardato

quale rappresentante della casa de' Medici, sebbene non fosse

fiorentino[121].

[121] _Ben. Varchi, l. XV, p. 285. — Ber. Segni, l. VIII, p. 212. —

Filip. de' Nerli, l. XII, p. 292. — Gio. Battista Adriani, l. I, p.

14._

Ma questa risoluzione non bastava a contentare il Guicciardini ed i suoi

compagni: sapevano essi che la fazione repubblicana teneva dal canto suo

segrete adunanze, pensavano che una più lunga irrisoluzione poteva

ruinare la loro fazione, e tennero di notte un segreto comitato, cui

furono presenti, oltre i quattro capi del partito, il cardinale Cibo,

Alessandro Vitelli, comandante della guardia, ed il giovane Cosimo de'

Medici, che sollecitamente era giunto da Trebbio per cogliere

l'occasione che gli veniva dalla fortuna offerta. Convennero di adunare

nuovamente all'indomani mattina il senato, e di persuaderlo ad eleggere

Cosimo de' Medici non in qualità di duca, ma come capo e governatore

della repubblica fiorentina, con limitati poteri, adoperando, ove il

bisogno lo richiedesse, la forza per affrettare la risoluzione de'

senatori. Infatti, mentre questi, il martedì 9 di gennajo del 1537,

tenevansi ancora titubanti di accettare e sanzionare le condizioni che

Francesco Guicciardini aveva scritte, Alessandro Vitelli, che aveva

fatta empire tutta la strada di soldati, fece risuonare le grida di

_viva il duca ed i Medici!_ e avvisò i senatori di affrettarsi, perchè

più non si potevano contenere i soldati. In tal guisa si risolse in

senato l'elezione di Cosimo I con grande maggiorità di voti[122].

[122] _Ben. Varchi, l. XV, p. 287. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p.

438. — Gio. Battista Adriani, l. I, p. 18. — Bern. Segni, l. VIII,

p. 216. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 293._

Cosimo de' Medici, figliuolo di Giovanni, che era egli medesimo

pronipote di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo, aveva concetto di

lentezza e di timidità. Il Guicciardini, che aveva avuta la principale

parte nell'elezione di lui, tenevasi sicuro di governare questo giovane

privo di esperienza, e che supponeva non avere inclinazione che per la

caccia e per la pesca. Aveva fatto ristringere a dodici mila scudi il

trattamento annuale del duca, mentre credevasi diventato egli stesso il

vero sovrano di Firenze. Ma niun giovane più di Cosimo de' Medici seppe

ingannare l'universale aspettazione: sotto il suo contegno taciturno e

riservato nascondeva la più sospettosa gelosia del potere, la più

smisurata ambizione, la più profonda dissimulazione; colui che tutti

speravano di governare, non ebbe confidenti, e non volle ricevere

consiglj da veruno[123].

[123] _Ben. Varchi, l. XV, p. 326._

I tre cardinali fiorentini, Salviati, Ridolfi e Gaddi, quand'ebbero

avviso di quest'elezione, partirono subito da Roma alla volta di Firenze

con due mila uomini di truppe levate a loro spese. Bartolomeo Valori,

che aveva abbandonato il duca Alessandro nel suo ritorno da Napoli, e

che dopo tale epoca erasi associato agli emigrati, accompagnò i

cardinali con moltissimi fuorusciti. Dal canto suo Filippo Strozzi erasi

da Venezia recato a Bologna, e vi assoldava truppe. Il più piccolo

attacco poteva bastare a rovesciare il nuovo governo; ma perchè i

figliuoli dello Strozzi avevano preso servizio in Francia, e perchè gli

emigrati speravano di già ajuti da questa corona, i generali

dell'imperatore si affrettarono di dare assistenza a Cosimo, facendo

passare in Toscana due mila Spagnuoli in allora sbarcati a Lerici.

Frattanto il duca di Firenze aveva dirette ai cardinali le più

rispettose proteste coll'invito di rientrare senz'armi nella loro

patria, accertandoli del suo desiderio di uniformarsi in ogni cosa alle

loro volontà. Il cardinale Salviati, riconosciuto dagli altri prelati e

da tutti gli emigrati per loro capo, era fratello della madre di Cosimo;

e questa stretta parentela pareva che dovesse agevolare le negoziazioni.

Gli emigrati acconsentirono a licenziare le loro truppe; entrarono in

Firenze con doppio salvacondotto di Cosimo de' Medici e di Alessandro

Vitelli; ma non tardarono ad accorgersi di essere stati ingannati,

perciocchè le truppe spagnuole, che, secondo le promesse di Cosimo,

dovevano essere rimandate nello stesso tempo che le loro, si andavano

invece sempre più avvicinando a Firenze, che la cittadella era stata

occupata per sorpresa da Alessandro Vitelli ed era guardata a nome

dell'imperatore, che non si accordavano loro le condizioni che si erano

fatte loro sperare, finalmente che il Vitelli cominciava a farli

minacciare da' suoi soldati: perciò tutti si ritirarono di bel nuovo

precipitosamente il 1.º di febbrajo dopo la breve dimora in Firenze di

nove giorni. E perchè il cardinale Salviati, credendo di non avere che

temere da suo nipote, era rimasto in città dopo di loro, Alessandro

Vitelli fece circondare la di lui casa da' suoi soldati, e minacciandolo

di farlo tagliare a pezzi, lo costrinse a fuggire[124].

[124] _Ben. Varchi, l. XV, p. 311. — Bern. Segni, l. VIII, p. 219. —

Com. de' Nerli, l. XII, p. 294. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 24. —

Lettera di cinque cardinali Fiorentini al card. Cibo, Roma 13

gennajo 1537. Lettere de' Princ., t. III, p. 57._

L'imprudenza ed i replicati falli di coloro che gli emigrati avevano

riconosciuti per loro capi, perchè erano i soli del partito che fossero

abbastanza ricchi per fare la guerra col loro privato peculio,

contribuivano a consolidare il governo di Cosimo I. Cotale governo

acquistò maggiore stabilità per la venuta di Ferdinando di Silva, conte

di Sifonte, ambasciatore dell'imperatore, il quale in un'adunanza del

senato del 21 giugno produsse una bolla imperiale del 28 di febbrajo,

colla quale Cosimo de' Medici veniva dichiarato legittimo successore di

Alessandro nel principato di Firenze, mentre che Lorenzino, il fratello

di lui, e tutti i discendenti di Pier Francesco, venivano per sempre

privati del loro diritto all'eredità a motivo dell'uccisione dell'ultimo

principe. Vero è che questa sentenza attaccava crudelmente

l'indipendenza dello stato fiorentino, ed era inoltre accompagnata da

condizioni ancora più contrarie agli antichi diritti della repubblica.

Le fortezze di Firenze e di Livorno ricevettero guarnigione imperiale, e

non furono restituite al sovrano della Toscana che nel 1543[125].

[125] _Ben. Varchi, l. XVI, p. 373. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p.

448. — Bern. Segni, l. VIII, p. 223. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p.

51. — Fil de' Nerli, l. XII, p. 297_.

Giunti a quest'epoca, prenderemo congedo da Benedetto Varchi, forse

il più verboso storico che producesse l'Italia. Ma tra le infinite

minutissime circostanze con cui opprime il lettore, trovansi elevati

pensieri, e filosofia. Il suo sedicesimo libro termina al principio

del 1538. Pare che l'opera non sia stata ridotta a termine.

Non però per questo gli emigrati avevano deposta la speranza di

rovesciare colla forza il governo di Cosimo I. Dopo essere rimasti

perdenti colle truppe assoldate a loro spese, ricorsero all'assistenza

della Francia. Era scoppiata la guerra tra Carlo V e Francesco I, senza

che le armate dell'ultimo avessero potuto penetrare al di qua del

Piemonte. Ma il conte della Mirandola si era conservato sotto la

protezione della Francia; aveva aperta ai Francesi la sua fortezza, e

questi tentavano tuttavia di ricuperare presso gli stati d'Italia

quell'opinione di cui avevano goduto nell'ultima guerra. Perciò alla

Mirandola col danaro di Francesco I e con quello di Filippo Strozzi gli

emigrati assoldarono in principio di luglio quattro mila fanti e

trecento cavalli sotto gli ordini di Pietro Strozzi, primogenito di

Filippo, di Bernardo Salviati, priore di Roma e di Capino di

Mantova[126].

[126] _Bernardo Segni, l. VIII, p. 227. — Gio. Batt. Adriani, l. I,

p. 54. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 299._

Tutta la provincia di Pistoja era in aperta insurrezione; le antiche

fazioni de' Panciatichi e de' Cancellieri avevano ricominciato ad

attaccarsi con furore. Uno de' capi de' Panciatichi, Niccolò

Bracciolini, offrì a Filippo Strozzi di dargli in mano Pistoja, che

dipendeva quasi totalmente da lui; egli lo tradiva ed era fin allora

d'accordo con Alessandro Vitelli; pure riuscì ad ispirare tanta

confidenza agli emigrati, che Filippo Strozzi, che fino a tale punto

aveva dato prove di singolare prudenza, Bartolomeo Valori e quasi tutti

gli altri capi della fazione, risolsero di entrare in Toscana in sul

finire di luglio del 1537, sotto la protezione di alcune compagnie di

cavalleria; essi s'innoltrarono fino a Montemurlo, castello posto in

vantaggiosa posizione, alle falde degli Appennini, tra Pistoja e Prato,

mentre che Capino ed il Salviati venivano più lentamente dalla Mirandola

per raggiugnerli[127].

[127] _Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 54. — Scip. Ammirato, l. XXXII,

p. 450. — Bern. Segni, l. VIII, p. 227. — Fil. de' Nerli, l. XII, p.

299. — P. Jovii hist. sui temp., l. XXXVIII, p. 409._

Tutti gli emigrati fiorentini avevano raggiunta l'armata di Pietro

Strozzi e del priore di Roma, e tutti gli scolari fiorentini delle

università di Padova e di Bologna eransi fatto un dovere di venire a

combattere per la libertà. Dal canto suo Cosimo de' Medici aveva al suo

servigio un grosso corpo di veterani spagnuoli e tedeschi, che

l'imperatore gli aveva dati per mantenere la di lui autorità, ma più

ancora per assicurarsi della di lui ubbidienza. Aveva inoltre

sufficienti truppe italiane per farsi rispettare; pure affettò la più

viva inquietudine, richiamò in città tutte le sue truppe spagnuole, e

non prese che misure difensive. Con questo simulato terrore ingannò

tanto bene gli emigrati, che Filippo Strozzi, Bartolomeo Valori e gli

altri ch'erano meno accostumati alle fatiche della guerra, andarono ad

alloggiarsi come in piena pace nella casa dei Nerli a Montemurlo, che in

addietro aveva servito di rocca, ma che ora non ne conservava che il

nome; mentre che Pietro Strozzi con poche centinaja d'uomini stava a piè

del colle, e che l'armata, trattenuta da dirotte piogge, trovavasi

tuttavia distante quattro miglia[128].

[128] _P. Jovii, l. XXXVIII, p. 411. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p.

55. — Bern. Segni, l. VIII, p. 228. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p.

450._

Cosimo de' Medici approfittò accortamente della confidenza che aveva

saputo ispirare a' suoi nemici: nella notte del 31 di luglio fece uscire

tutta la sua armata sotto gli ordini di Alessandro Vitelli, e la mandò

senza far alto a Montemurlo. Pietro Strozzi aveva divisa la piccola sua

truppa per tendere un'imboscata ad un debole corpo di cavalleria, col

quale si era battuto nel precedente giorno. Sandrino Filicaja, che aveva

il comando de' soldati appiattati, sorpreso di vedersi passare innanzi

un'intera armata invece di uno squadrone, non uscì d'aguato, e non potè

prevenire Pietro Strozzi; questi fu sorpreso nel suo quartiere, la sua

truppa sgominata, ed egli medesimo fatto prigioniere, ma senz'essere

conosciuto; onde trovò in appresso il modo di fuggire, attraversando a

nuoto un piccolo fiume[129].

[129] _P. Jovii, l. XXXVIII, p. 412. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p.

58._

Quando si raccontò a Filippo Strozzi che suo figliuolo era stato ucciso

o fatto prigioniere, egli si smarrì, e sebbene fosse ancora in tempo di

salvarsi, aspettò di essere attaccato da Alessandro Vitelli. Questi,

giunto sotto l'antica rocca di Montemurlo, che gli emigrati avevano

barricata alla meglio, la fece attaccare ed appiccare il fuoco alla

porta. Dopo una sanguinosa pugna, che durò più di due ore, gli

assalitori penetrarono da ogni banda nella fortezza, e gli emigrati si

diedero prigionieri ai soldati, italiani o spagnuoli, ch'erano i primi

ad arrestarli. Per tal modo Filippo Strozzi, che fin allora era stato

creduto il più felice privato cittadino d'Italia, siccom'era ancora il

più ricco, si arrese allo stesso Vitelli. Avendo questi avviso che

l'armata di Capino e del priore Salviati avvicinavasi, ed era di già

arrivata a Fabbrica, poco distante da Montemurlo, egli non volle

aspettarla ed esporre all'incertezza d'una nuova pugna i molti

prigionieri che aveva fatti. Rientrò in Firenze il primo giorno d'agosto

colla sua vittoriosa truppa, conducendo prigionieri nella loro patria

per lo meno un individuo di ognuna delle illustri famiglie dell'antica

repubblica; mentre che l'armata degli emigrati, informata della sventura

de' suoi capi, si ritirava a precipizio oltre gli Appennini[130].

[130] _P. Jovii, l. XXXVIII, p. 412. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p.

61. — Bern. Segni, l. VIII, p. 229. — Fil. de' Nerli, l. XII, p.

301._ — La sua storia termina con questa sconfitta, ch'egli

risguardava come il trionfo del suo partito.

Era Cosimo persuaso che non sarebbe mai sicuro del suo potere finchè non

avesse distrutti tutti coloro che amavano la loro patria, e che vi

avevano qualche considerazione. Ma sebbene tutti i suoi nemici fossero

prigionieri della sua armata, non poteva ancora disporre della loro

sorte; perciocchè, essendosi essi arresi in una battaglia ai soldati

come prigionieri di guerra, erano diventati proprietà di coloro che gli

avevano presi. Cosimo incaricò il supremo tribunale di balìa di entrare

in trattato coi soldati per acquistare da loro i proscritti, e di

sorpassare le taglie che le loro famiglie sarebbero disposte a dare. Il

dispotismo avvilisce talmente coloro cui confida le sue dignità, che i

giudici e i magistrati accettarono questa vergognosa incumbenza. La più

parte de' soldati spagnuoli ricusarono di trattare con loro; ma

gl'Italiani furono meno delicati, ed appunto tra le loro mani si

trovavano i più illustri prigionieri[131].

[131] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 63. — Bern. Segni, l. IX, p.

234. — Scipione Ammirato, l. XXXII, p. 452._

Cosimo I aveva voluto vedere tutti i prigionieri nello stesso giorno in

cui erano entrati in Firenze, ed aveva seco loro parlato con apparente

moderazione; pure all'indomani il tribunale degli otto, avendone

riscattati alcuni dai soldati, li fece porre alla tortura, ed in

appresso decapitare sulla piazza della signoria. Nello spazio di quattro

giorni ne perirono in tal modo quattro al giorno, ed era il duca

intenzionato di continuare lungamente; ma, intimidito dai clamori del

popolo, egli spedì gli altri, tra i quali trovavasi Niccolò

Macchiavelli, figliuolo dello storico, nelle carceri di Pisa, di

Livorno, di Volterra, ove perirono in breve. I prigionieri più illustri,

cioè Bartolomeo Valori, Filippo suo figlio, ed un altro Filippo suo

nipote, Anton Francesco Albizzi ed Alessandro Rondinelli, vennero

riservati a morire il 20 d'agosto, anniversario del giorno in cui lo

stesso Valori aveva, sett'anni prima, adunato il parlamento, violata la

capitolazione di Firenze, ed assoggettata la sua patria alla tirannia di

quegli stessi Medici, che lo ricompensavano a quel modo che i tiranni

sogliono ricompensare chi li serve. Prima del supplicio vennero tutti

cinque posti alla tortura, ed il duca, per seminare sospetti in tutto il

partito degli emigrati, si fece carico di pubblicare che le loro

deposizioni svelavano una privata ambizione e personali progetti, che

ognuno di loro nascondeva sotto la maschera del patriottismo e

dell'amore di libertà[132].

[132] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 66. — Bern. Segni, l. IX, p.

234. — P. Jovii, l. XXXVIII, p. 414. — Marco Guazzo, f. 178. — Scip.

Ammirato, l. XXXII, p. 453._

Filippo Strozzi era tuttavia prigioniero di Alessandro Vitelli; e questo

generale aveva avuta l'antiveggenza di chiuderlo nella fortezza di cui

era padrone, trattandolo colà con molti riguardi. Ricusava di

consegnarlo a Cosimo, prometteva d'interporsi presso l'imperatore per la

liberazione di lui, e con tali mezzi riusciva ad estorcere dal suo

prigioniere ragguardevoli somme. Filippo Strozzi, sposo di Clarice de'

Medici, nipote del magnifico Lorenzo, aveva contribuito al ritorno dei

Medici nel 1530; aveva prestato danaro al duca Alessandro per fabbricare

quella stessa rocca, ove si trovava chiuso, e non aveva abbandonato il

partito di lui, che dopo avere provato come ogni grandezza, ogni

vantaggiosa opinione, ogni indipendenza di fortuna, riuscivano sospette

ad un assoluto padrone. L'immensa sua ricchezza non era la sola

circostanza che richiamava sopra di lui gli sguardi dell'Europa; egli

era rinomato pel suo sapere, pel suo gusto in fatto di arti e di

letteratura, pel suo cortese contegno, per la generosità del suo

carattere. Aveva date prove di quest'ultima coll'accoglimento che aveva

fatto a tutta la famiglia di Lorenzino de' Medici, scacciata da Firenze

e spogliata d'ogni avere. Aveva ricevuti la madre ed il fratello in

propria casa, ed aveva maritate le due sorelle ai due suoi figliuoli,

senz'altra dote che quella di appartenere al Bruto fiorentino[133].

[133] _Ben. Varchi, t. IV, l. XII, p. 321, t. V, l. XIV, p. 60. —

Bern. Segni, l. VIII, p. 227. — P. Jovii, l. XXXVIII, p. 415. — Gio.

Batt. Adriani, l. II, p. 71._

Per qualche tempo Carlo V difese Filippo Strozzi contro la vendetta di

Cosimo; all'ultimo, vinto dalle reiterate istanze del duca, acconsentì

nel 1538, che questo illustre cittadino fosse posto alla tortura, ed in

appresso mandato al supplicio; ma nello stesso giorno in cui giugneva a

Firenze l'assenso dell'imperatore, ne fu dato avviso a Filippo Strozzi,

il quale, temendo che il dolore lo riducesse ad accusare i suoi amici,

si tagliò egli stesso la gola, dopo avere scritto sul muro della sua

prigione quel verso di Virgilio: _Exoriare aliquis nostris ex ossibus

ultor!_ cui parve conformarsi l'intera vita di suo figlio Pietro, in

appresso maresciallo di Francia[134].

[134] _Ivi, p. 100. — Bern. Segni, l. IX, p. 245. — P. Jovii, l.

XXXVIII, p. 415._

Lorenzino de' Medici non si trovava cogli emigrati che s'innoltrarono

fino a Montemurlo contro Cosimo: egli non ignorava d'essere nello stesso

tempo perseguitato dal duca di Firenze e dall'imperatore, e che la sua

vita era dovunque in pericolo. Perciò da Venezia, dove si era da

principio riparato, passò in Turchia; di là tornò in Francia, ma non

facendosi conoscere, e stando sempre in guardia contro le insidie; poi

ritornò a Venezia, ove all'ultimo fu assassinato, nel 1547 col suo zio

Soderini, per ordine di Cosimo[135].

[135] _P. Jovii, l. XXXVIII, p. 396. — Bern. Segni, l. XII, p. 313._

Il nuovo duca di Firenze non si era per anco liberato che dai suoi

nemici; ma non erano costoro ch'egli più temesse o più odiasse. Sapeva

che mentre una repubblica non ha ragioni di temere coloro che l'hanno

istituita o salvata, un tiranno può compensare i servigj, ma perdonare i

beneficj non mai. Andrea Doria poteva tutto ripromettersi dall'amore e

dalla riconoscenza de' Genovesi, ma Cosimo doveva sempre paventare

coloro che avevano contribuito a collocarlo sul trono. E siccome questi

non potevano essere persuasi d'avere fatta una buona azione, così non

potevano in sè medesimi trovare la costanza di mantenerla. Cosimo colla

battaglia di Montemurlo e col patibolo erasi di già liberato dalla

maggior parte di coloro che nel 1530 avevano chiamata la casa de' Medici

alla sovranità di Firenze; ma egli temeva inoltre coloro che

direttamente gli avevano trasmessa l'eredità di Alessandro, e che

credevano con tale segnalato beneficio d'avere acquistati diritti alla

sua gratitudine; questa rivoluzione era stata l'opera del cardinale

Cibo, di Alessandro Vitelli e di quattro Fiorentini, Francesco

Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi;

onde egli pensò a disfarsi a poco a poco ancora di questa gente.

Il cardinale Cibo si era presa la cura di educare i figli naturali di

Alessandro. Scoprì, o credette di scoprire, che uno speziale, chiamato

Biagio, era stato sedotto dai ministri del duca per avvelenare Giulio,

il maggiore di que' fanciulli, e quello stesso ch'era stato a bella

prima proposto per successore ad Alessandro. Egli ne fece lagnanza, e

Cosimo si dolse ancora più altamente col cardinale di un'accusa,

com'egli diceva, affatto calunniosa, tanto lo minacciò che lo costrinse

a ritirarsi a Massa di Carrara presso la marchesa sua cognata[136].

[136] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 110, 111. — Scip. Ammirato, l.

XXXII, p. 458. — Bern. Segni, l. IX, p. 246._

Alessandro Vitelli aveva forzato il senato ad eleggere Cosimo col

terrore de' suoi soldati, ed aveva in appresso consolidato il di lui

trono colle vittorie. Vero è che se n'era fatto ampiamente pagare; che

aveva ammassati grandissimi tesori in occasione delle rivoluzioni di

Firenze; e che, quantunque bastardo della sua casa, era più ricco che i

capi della linea legittima. Si era inoltre impadronito per sorpresa

della fortezza di Firenze, e ne aveva dato il possesso all'imperatore

piuttosto che a Cosimo. Questi si adoperò molto tempo invano per

iscreditare il Vitelli presso l'imperatore; finalmente ottenne nel 1538

che gli fosse dato per successore don Giovanni de Luna nel comando della

fortezza di Firenze, e ch'egli fosse allontanato da questa città[137].

[137] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 76-89. — Bern. Segni, l. IX, p.

244. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 455._

I quattro senatori fiorentini che avevano innalzato Cosimo sul trono,

sentivansi ad un tempo esposti al disprezzo ed all'odio dei loro

compatriotti, ed alla gelosa diffidenza del tiranno, che li teneva

lontani da tutti gli affari: costoro, abbandonati ai loro rimorsi, non

tardarono a cadere vittime del loro pentimento. Francesco Vettori più

non uscì dalla sua casa dopo la morte di Filippo Strozzi, con cui aveva

avuta la più stretta famigliarità, per essere portato al sepolcro. Il

Guicciardini ritirossi colmo di dolore nella sua villa, ove morì nel

1540 non senza sospetto di veleno. Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi

lo seguirono in breve. Maria Salviati, madre di Cosimo, morì nel 1543.

Francesco Campana, intimo di lui segretario, che aveva avuta grandissima

parte nella di lui elezione, morì pure disgraziato; ed in allora Cosimo

sentì finalmente che non aveva più amici e che cominciava a

regnare[138].

[138] _Bern. Segni, l. IX, p. 248._ — Il Guicciardini morì nella sua

villa d'Arcetri il 17 di maggio del 1540, in età di 58 anni.

_Tiraboschi Stor. della Letter. Ital., t. VII, l. III, c. I, § 39,

p. 883._

Le scintille di libertà, che rimanevano tuttavia disperse in Italia, si

andavano n poco a poco spegnendo. Negli stati del papa Ancona aveva

conservata un'amministrazione repubblicana ed indipendente fino al mese

d'agosto del 1532: essa godeva senza strepito di questa libertà, quando

Clemente VII fece avvisati i magistrati di questa piccola città, che una

flotta di Solimano, entrata nell'Adriatico, apparecchiavasi ad

attaccarla; ed in pari tempo gli offrì l'ajuto di una piccola armata

sotto gli ordini di Luigi Gonzaga. Gli Anconitani accolsero senza

diffidenza le truppe del papa; ma queste, avendo occupati le porte,

arrestarono tutti i magistrati, tagliarono la testa a sei di loro,

disarmarono tutti i cittadini, fabbricarono una rocca sul monte San

Ciriaco, e privarono la città di tutti gli antichi suoi privilegj[139].

[139] _Ben. Varchi, l. XIII, t. V, p. 7. — Bern. Segni, l. VI, p.

157._

La repubblica d'Arezzo, che era risorta in tempo dell'assedio di

Firenze, non aveva durato lungamente. Dopo avere nudrita l'armata

imperiale per tutto il tempo che Firenze si difese, dopo avere fatti i

più grandi sagrificj, questa città fu ancor essa attaccata dai suoi

vittoriosi alleati, ed il 10 ottobre del 1530 venne forzata a ritornare

sotto il dominio dei Fiorentini[140]. Il conte Rosso di Bevignano, che

aveva avuta tanta parte nella sollevazione d'Arezzo contro la repubblica

fiorentina, e che così vigorosamente aveva assistiti Clemente VII ed i

Medici, venne arrestato nello stato pontificio, dato nelle mani del duca

Alessandro ed appiccato[141]. Cosimo I fece rifabbricare una rocca in

Arezzo nel 1538, ed un'altra in Pistoja; fece disarmare gli abitanti

delle due città, e si assicurò in tale maniera della loro

sommissione[142].

[140] _Ben. Varchi, l. XII, t. IV, p. 325-328._

[141] _Ben. Varchi, l. XIII, t. V, p. 17._

[142] _Bern. Segni, l. IX, p. 246. — Gio. Batt. Adriani, l. II, p.

97. — Scipione Ammirato, l. XXXII, p. 456._

La repubblica di Lucca tentava l'ambizione del nuovo duca di Firenze;

egli la costrinse ad uscire dalla sua oscurità, approfittando di tutte

le occasioni di offendere il di lei governo per trarla in una guerra che

sperava di potere terminare colla conquista di quel piccolo stato. Si

esercitarono più volte degli atti ostili tra i villani dei due dominj; e

la gelosia e l'odio di vicinato scoppiarono tra di loro con un carattere

che mai non avevano avuto fin ch'era durata la repubblica fiorentina. Ma

i Lucchesi, conoscendo la loro debolezza, avevano riposta ogni speranza

nella protezione dell'imperatore. Comperavano con ragguardevoli somme di

danaro difensori nel di lui consiglio, ed in tal guisa evitarono un

attacco cui probabilmente avrebbero dovuto soggiacere[143].

[143] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 95_ ad an. 1538, ed altrove

frequentemente. — _Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 145_ ed altrove.

Furono più fortunati i progetti di Cosimo I sopra la repubblica di

Siena. La prudenza, la dissimulazione e la costanza del duca trionfarono

di una città indebolita da una lunga anarchia, e più ancora dalla

contraria fortuna de' Francesi, che, strascinando la repubblica di Siena

nel loro partito, la ruinarono coi medesimi loro soccorsi, come avevano

già ruinati i Fiorentini abbandonandoli.

Sebbene la repubblica di Siena fosse da gran tempo attaccata alla parte

imperiale, il trattato di Cambrai le aveva fatto, come a tutti gli altri

stati dell'Italia, perdere la sua indipendenza. Carlo V la lasciava in

preda senza rammarico a tutti gl'inconvenienti dell'anarchia, purch'ella

gli desse una sufficiente guarenzia del costante suo attaccamento al

partito imperiale. Altronde la corte, per via di quell'inclinazione

naturale ai principi, ai cortigiani ed ai ministri, riservava

all'aristocrazia sola tutti i suoi favori; e la repubblica di Siena,

invece d'essere agitata, come nel precedente secolo, dalle tumultuose

passioni del popolo, lo era allora dalle contese non meno sanguinose che

violente delle grandi famiglie.

Il duca d'Amalfi, Alfonso Piccolomini, discendente da un nipote di Pio

II, era stato prescelto mediante l'influenza dell'imperatore, in maggio

del 1538, per capo della repubblica di Siena[144]. D'allora in poi era

stato il principale agente di Carlo V presso di questo stato; ma perchè

era egli medesimo poco capace di governare, erasi totalmente abbandonato

ai consiglj di Giulio Salvi e de' sei fratelli di costui, la di cui

famiglia si era sollevata ad un cotal grado di potenza e di arroganza,

che sprezzava tutte le leggi ed assoggettava alla sua tirannide le

sostanze, le mogli e le figlie dei cittadini. I Sienesi portarono le

loro lagnanze all'imperatore, che ritornava dalla sua spedizione di

Algeri; e Cosimo de' Medici diede a queste maggior peso, denunciando a

Carlo V un supposto trattato, ch'egli pretendeva d'avere scoperto tra

Giulio Salvi ed il signore di Montluc, in allora segretario d'ambasciata

a Roma pel re di Francia. Lo scopo di questo trattato doveva essere

quello di dare Porto Ercole in mano de' Francesi, di que' tempi in

procinto di ricominciare la guerra contro l'imperatore, d'introdurli da

quel porto in Toscana, di attaccare la repubblica di Siena alla loro

alleanza, e di dar loro il mezzo in tal modo d'influire nuovamente negli

affari d'Italia[145].

[144] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VIII, f. 140._

[145] _Gio. Batt. Adriani, l. III, p. 133, 134. — Malavolti, p. III,

l. VIII, f. 141._ — Il Montluc non fa parola di questo trattato.

_Mem., l. I, p. 124._

Infatti i Francesi cercavano avidamente l'occasione di rinnovare qualche

negoziazione coll'Italia, e di ricuperarvi qualche considerazione; e

l'imperatore si adoperava con egual zelo a precludere loro ogni

comunicazione con que' piccoli stati. Carlo V incaricò il Granvella di

riformare il governo di Siena; questi recossi in questa città colla

guardia tedesca di Cosimo de' Medici; ed affidò la sovranità ad una

balìa, o stretta oligarchia di quaranta membri, trentadue dei quali

vennero nominati dai diversi Monti, ossia ordini de' cittadini, ed otto

dallo stesso Granvella. La presidenza de' tribunali fu riservata ad un

suddito dell'imperatore, da nominarsi ogni tre anni dal senato di Milano

o da quello di Napoli. Tale era la libertà che Carlo V lasciava alle

repubbliche sue più antiche alleate, quando acconsentiva di

proteggerle[146].

[146] _Gio. Batt. Adriani, l. III, p. 157, 158. — Malavolti, p. III,

l. VIII, f. 142. — Bern. Segni, l. X, p. 265._

Siena era scontenta assai di questa nuova costituzione, e senza le

truppe che Cosimo I aveva ai confini, questa repubblica non avrebbe

tardato ad iscuotere il giogo[147]. Nella guerra che si era riaccesa tra

la Francia e l'impero, Pietro Strozzi e suo fratello Leone, priore di

Capoa, sempre meditando di vendicare il loro padre Filippo e di

rovesciare dal suo trono Cosimo I, cercavano una piazza d'armi in

Toscana, ove potere unire i soldati che loro dava la Francia ai

malcontenti sempre apparecchiati ad assecondarli. Lo stato di Siena

sembrava loro eminentemente opportuno a ricevere i loro sbarchi; e

perchè Francesco I aveva fatto contro Carlo V alleanza coll'impero

turco, e che la flotta francese si univa tutti gli anni a quella del

famoso Barbarossa, queste due flotte unite attaccarono più volte i porti

dello stato sienese, ed all'ultimo il Barbarossa occupò nel 1544

Telamone e Port'Ercole, ed assediò pure Orbitello che gli fece

resistenza. I Sienesi erano atterriti, vedendo i Turchi sbarcare sulle

loro coste; pure loro riuscivano ancora più sospetti gli ajuti offerti

da Cosimo I. Un tale stato di alterni sospetti e pericoli si protrasse

fino al trattato di Crespi, del 18 settembre 1544, col quale per poco

tempo si ristabilì la pace tra la Francia e l'impero[148].

[147] _Gio. Batt. Adriani, l. III, p. 185, l. IV, p. 208._

[148] _Gio. Batt. Adriani, l. IV, p. 261. — Bern. Segni, l. XI, p.

295. — Orl. Malavolti, p. III, l. VIII, f. 143. — P. Jovii, l. XLV,

p. 599._ — La storia di Paolo Giovio termina al trattato di Crespi.

Dopo la pace don Giovanni de Luna continuò a tenere a Siena una piccola

guarnigione spagnuola sotto colore di mantenere l'ordine in città, ma

infatto per mantenerla dipendente dal partito imperiale. Carlo V però

mai non mandava danaro ai suoi soldati, ed in tempo di pace lasciava che

vivessero a discrezione nelle province suddite o alleate, le quali

perciò non soffrivano meno dalla crudele avidità degli Spagnuoli, che

non un paese nemico in tempo di guerra[149]. Il malcontento cagionato

dalle ruberie degli Spagnuoli era di già arrivato all'estremo, e venne

accresciuto dal costante favore che don Giovanni de Luna, d'accordo con

Cosimo I, mostrava all'aristocrazia. Volevano questi due che ogni potere

fosse concentrato nella nobiltà e nel monte dei nove, che quasi colla

nobiltà si confondeva; e mostravano agli altri ordini quel disprezzo che

i borghesi soffrivano nelle monarchie. Il popolo, spinto agli ultimi

estremi, sollevossi il 6 di febbrajo del 1545; furono uccisi circa

trenta gentiluomini, e gli altri cercarono rifugio in palazzo presso don

Giovanni de Luna. Cosimo I, che teneva le sue truppe apparecchiate ai

confini per approfittare di questo tumulto, cui forse ebbe qualche

parte, voleva che don Giovanni le lasciasse entrare in città; ma questi

mancò di risoluzione o di antiveggenza; lasciò licenziare la propria

guarnigione spagnuola, ed all'ultimo fu costretto ad uscire egli

medesimo di Siena il 4 di marzo del 1545 con un centinajo di membri

dell'aristocrazia; nello stesso tempo tutto il monte dei nove venne

privato d'ogni partecipazione al governo[150].

[149] _Gio. Batt. Adriani, l. V, p. 293._

[150] _Gio. Batt. Adriani, l. V, p. 327. — Malavolti, p. III, l.

VIII, f. 144-145. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 475. — Ber. Segni,

l. XI, p. 306._

Mentre che in Toscana omai più non restava orma dell'antica libertà, che

tutta l'Italia aveva perduta la sua indipendenza, e che veruna potenza

estera pareva in istato di soccorrerla, un gonfaloniere di Lucca formò

l'audace disegno di richiamare in vita tutte quelle antiche repubbliche,

di unirle con una confederazione, di scuotere il giogo dell'imperatore,

in allora trattenuto in Allemagna dalla lega di Smalcalde, di schivare

d'assoggettarsi a quello della Francia, e di riconquistare nello stesso

tempo l'indipendenza dell'Italia, la libertà politica dei cittadini e la

libertà religiosa, di cui ne aveva a Lucca inspirato il desiderio la

predicazione della riforma. Francesco Burlamacchi, autore di questo

progetto, era uno de' tre commissarj dell'ordinanza ossia milizia del

territorio di Lucca. Aveva sotto il suo comando circa mille quattrocento

uomini, e poteva portarli a due mila senza dare sospetto. Secondo

l'usata pratica di ogni anno, contava di farli passare in rassegna sotto

le mura di Lucca, e quando le porte della città si chiuderebbero dopo la

rassegna, voleva sotto finto pretesto condurre la sua truppa, a traverso

al monte di san Giuliano, a sorprendere Pisa che non aveva guarnigione,

ed ove il comandante della rocca era con lui d'accordo; voleva rendere

ai Pisani quella libertà per la quale avevano combattuto quarant'anni

prima con tanto valore; unirli ai suoi Lucchesi per marciare insieme

sopra Firenze, ed approfittare dell'universale malcontento dei popoli, e

della sicurezza dei tiranni, per dilatare ovunque la rivoluzione. Un

altro corpo di truppe doveva incamminarsi verso Pescia e Pistoja, ove lo

spirito di fazione aveva mantenute le abitudini militari. Arezzo che di

fresco aveva mostrato il suo attaccamento alle idee repubblicane, Siena

che temeva il risentimento dell'imperatore, Perugia che nel 1539 aveva

pure cercato di scuotere il giogo del papa[151], Bologna che lo

sopportava impazientemente, dovevano entrare nella nuova lega, la quale

doveva ad ogni città guarentire la rispettiva libertà e tutti i

necessarj mezzi di resistenza. I due fratelli Strozzi avevano promessi

trenta mila scudi in effettivo danaro, i soccorsi della Francia, e

l'attiva cooperazione degli emigrati fiorentini; ma essi persuasero il

Burlamacchi a differire l'esecuzione del suo disegno per aver tempo di

conoscere i risultamenti della guerra incominciata dall'imperatore

contro i protestanti della Germania: intanto un Lucchese, che i

congiurati volevano associarsi, andò a Firenze a darne avviso al duca

Cosimo I. Il Burlamacchi era in allora gonfaloniere; e sebbene la sua

carica non potesse sottrarlo al gastigo meritato da una tanto ardita

impresa, fatta senza l'assenso della sua patria, avrebbe ancora avuto

tempo di fuggire quando seppe che il suo disegno era stato rivelato a

Cosimo, se le generose cure ch'egli volle avere per alcuni emigrati

sienesi che temeva di avere compromessi, e che lo denunciarono ai

consiglj di Lucca, non fossero stati, trattenendolo, cagione del di lui

arresto. Cosimo I persuase l'imperatore a domandare un prigioniere che

aveva voluto sollevare tutta l'Italia. I Lucchesi non ebbero il coraggio

di ricusarlo: e il Burlamacchi fu tradotto a Milano, posto alla tortura,

poi condannato all'estremo supplicio[152].

[151] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 119. — Ber. Segni, l. IX, p.

251._

[152] _Gio. Batt. Adriani, l. V, p. 345-350. — Scip. Ammirato, l.

XXXIII, p. 476. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 146. — Galluzzi

Stor. del gran ducato di Toscana, l. I, c. V, t. I, p. 105._

La congiura del Burlamacchi diede all'imperatore un nuovo motivo per

assicurarsi del governo di Siena. Temeva che il malcontento che ogni

giorno vedeva farsi maggiore, non ispingesse questa repubblica a cercare

un più leale protettore, ad aprire le sue porte ai Francesi, ed in tal

modo a dar loro un'importante stazione nel centro dell'Italia: perciò,

malgrado la ripugnanza dei Sienesi, risolse d'introdurre di nuovo nella

loro città una guarnigione spagnuola, in sul piede di quella di don

Giovanni de Luna, ch'essi avevano rimandata. Ne affidò il comando a quel

don Diego Hurtado de Mendoza, che si acquistò gran nome tra i letterati

colla sua _Storia della guerra di Granata_, le sue poesie, ed il suo

romanzo di _Lazarillo di Tormes_, ma che in Italia si rendette

detestabile colla sua alterigia, colla sua avarizia e colla sua

perfidia. La guardia spagnuola entrò in Siena il 29 di settembre del

1547; ed il Mendoza, ch'era nello stesso tempo ambasciatore a Roma, e

che, di là dirigendo gl'intrighi spagnuoli, era troppo contento d'avere

in vicinanza e sotto i suoi ordini una piazza d'armi, recossi a Siena il

20 di ottobre, poi nel 1548 vi fece entrare altre truppe, disarmò i

cittadini, e mutò il governo in maniera da renderlo affatto dipendente

dal suo volere. Il 4 di novembre del 1548 vi creò una nuova balìa di

quaranta membri, venti de' quali furono eletti dall'antico senato e

venti da lui medesimo. La sovranità della repubblica venne conferita a

questo corpo; ma dopo tale epoca vi comandava tanto dispoticamente

l'imperatore, che potè offrire Siena al papa Paolo III invece di Parma e

Piacenza, come se avesse pieno diritto di disporne[153].

[153] _Gio. Batt. Adriani, l. VI, p. 383, 401, 421, l. VII, p. 463,

474. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 146, 147. — Scip. Ammirato,

l. XXXIII, p. 481. — Bern. Segni, l. XII, p. 315._

Per essere ancora più certo dell'ubbidienza di questa repubblica, il

Mendoza ottenne precisi ordini dall'imperatore di fabbricare in Siena

una rocca, malgrado la costante ed unanime opposizione di tutte le

classi dei cittadini. Gli Spagnuoli si comportavano con tanta insolenza,

era così difficile l'ottenere giustizia dei furti, degli omicidj, degli

oltraggi di ogni sorta, di cui si rendevano colpevoli, che i cittadini

li vedevano con sommo terrore assicurarsi sempreppiù il possedimento

della loro città. Lo storico Malavolti fu egli stesso deputato presso

Carlo V, per supplicarlo di rinunciare ad un progetto che metteva nella

disperazione i suoi compatriotti. Riuscirono vane le sue rappresentanze;

ma il piano adottato dal Mendoza per l'erezione della rocca era così

vasto, richiedeva così ragguardevoli spese, che le opere cominciate non

bastarono a coprire i soldati che dovevano difenderle, quando

sopraggiunse il pericolo[154].

[154] _Gio. Batt. Adriani, l. VIII, p. 515-563. — Orl. Malavolti, p.

III, l. IX, f. 148, 150. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 486. —

Bern. Segni, l. XIII, p. 339._

Niuno stato d'Italia fu forse più che la repubblica di Siena ostinato,

prima nell'antico partito ghibellino, poi, quando questo nome cominciava

ad essere dimenticato, nel partito imperiale per opposizione a quello

della Francia. Tutte le fazioni che si erano fatte la guerra e strappato

di mano a vicenda il timone della repubblica, avevano professate le

stesse opinioni; ma l'avarizia spagnuola e l'iniqua fede del Mendoza

avevano alla fine trionfato di questo lungo attaccamento; e quando nel

1552 si rinnovò la guerra in Piemonte ed in Germania fra Carlo V ed

Enrico II, i Sienesi si rivolsero alla Francia ed implorarono il di lei

ajuto per sottrarsi alla dura tirannia che cominciava a pesare sul loro

capo[155].

[155] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 590. — Orl. Malavolti, p. III,

l. IX, f. 152. — Giac. Aug. de Thou. Hist. univ., t. II, l. XI, p.

103._

Il duca di Firenze, che teneva aperti gli occhi su questo vicino stato,

scoprì la corrispondenza de' Sienesi coi Francesi; egli aveva cagione di

essere scontento del Mendoza e del governo di Spagna. Invece di essere

trattato qual principe indipendente, egli sentiva che si cercava di

farlo scendere ogni giorno al rango di vassallo dell'imperatore; temeva

lo stabilimento degli Spagnuoli in Siena quasi quanto quello dei

Francesi; ma ad ogni modo il suo principale interesse era sempre quello

di contenere il malcontento de' Fiorentini, e di conservare la propria

signoria a dispetto dell'odio de' suoi sudditi. Perciò, a fronte delle

umiliazioni che soffriva per parte dell'imperatore o dei suoi ministri,

non lasciava di conservarsi loro fedele. Nella presente circostanza

offrì gagliardi ajuti a don Diego Mendoza; ma questi, più geloso del

duca che premunito contro il comune nemico, ricusò di ricevere le truppe

di Cosimo in Siena[156].

[156] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 593. — Bern. Segni, l. XIII, p.

342._

Erasi formato un attruppamento nei contadi di Castro e di Pitigliano,

sotto il comando di Niccolò Orsini, che aveva preso servigio sotto i

Francesi: due emigrati sienesi, Enea Piccolomini ed Amerigo Amerighi,

eransi fatti capi di un corpo d'insorgenti, che, attraversando lo stato

di Siena, s'ingrossò fino al numero di circa tre mila. Il Piccolomini si

presentò la sera del 26 luglio del 1552 alle porte di Siena, proclamando

il nome di _libertà_. Il popolo, sebbene disarmato, si sollevò; non

eranvi in città che quattrocento Spagnuoli, sotto gli ordini di don

Giovanni Franzesi, essendo stati gli altri mandati ad Orbitello ed in

varj porti delle Maremme, mentre il Mendoza trattenevasi in Roma. I

Sienesi aprirono le porte al Piccolomini, e subito scacciarono gli

Spagnuoli dal convento di san Domenico, dove questi si erano afforzati,

e gl'inseguirono fino alla rocca, che l'avarizia del Mendoza aveva

lasciata male armata, e mal provveduta di vittovaglie. Cosimo dei Medici

si affrettò di mandare soccorsi agli Spagnuoli; ma in seguito, temendo

di tirarsi addosso le armi della Francia, mentre Carlo V, vivamente

attaccato da Maurizio di Sassonia, sembrava inabilitato a secondarlo,

richiamò le sue truppe, e si fece mediatore di una capitolazione, in

forza della quale la fortezza innalzata a porta di Camullia fu, il 3

agosto del 1552, data in mano ai Sienesi, che la demolirono, e la

guarnigione spagnuola si ritirò a Firenze[157].

[157] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 598. — Scip. Ammirato, l.

XXXIII, p. 489. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 152. — Ber.

Segni, l. XIII, p. 343. — J. Aug. de Thou., l. XI, p. 106, 112._

Enrico II colse avidamente l'occasione che venivagli offerta di far

penetrare le sue armate nel cuore dell'Italia, e di approfittare

dell'universale malcontento per invitare i popoli a scuotere il giogo

della corte di Spagna. Fece passare ai Sienesi alcuni gentiluomini

francesi per dirigerli, soldati per difenderli, e soccorsi d'ogni

maniera. Il duca di Termini, in addietro governatore di Parma, venne

l'11 di agosto a soggiornare in Siena, ed in breve fu stipulato un

trattato tra la repubblica ed il re di Francia[158].

[158] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 625. — Scip. Ammirato, l.

XXXII, p. 492. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 154. — Pecci

Memorie di Siena, t. III, p. 230, 261. — Lettere dei Sienesi ad

Enrico II del 5 di agosto. — Lett. de' Principi, t. III, f. 131._

Cosimo I vedeva con estrema inquietudine lo stabilimento de' Francesi

alle sue porte. Ad ogni modo non credeva le circostanze favorevoli per

discacciarli a forza aperta; aveva promesso di tenersi neutrale, ed

Enrico II si era obbligato a rispettare la di lui neutralità. Cosimo

cercava di far sentire a Carlo V, che colla pazienza e coll'accortezza

giugnerebbe a' suoi fini ugualmente che colle armi. Ma il 2 di agosto

l'imperatore aveva sottoscritta la pace di religione a Passavia, e così

trovandosi liberato da Maurizio di Sassonia, il suo più temuto nemico,

risolse di punire i Sienesi di una rivoluzione, ch'egli risguardava per

sè disonorevole, ed ordinò a don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli, e

suocero di Cosimo I, di recarsi per mare a Livorno colle forze di cui

poteva disporre[159].

[159] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 628. — Orl. Malavolti, p. III,

l. X, f. 156. — Bern. Segni, l. XIII, p. 348. — J. Aug. de Thou., l.

XII, p. 165._

Il vicerè, uno de' più crudeli ed avari fra quei ministri di Carlo V,

che avevano in Italia renduto odioso il nome dell'imperatore, non ebbe

tempo di meritare le maledizioni dei Toscani, come aveva raccolte quelle

dei Napolitani. Giunse in Firenze in sul cominciare del 1553 e vi morì

nel susseguente febbrajo, dopo essere sembrato per tutto quel tempo

assorto intieramente nei piaceri di un fresco matrimonio, che mal

conveniva alla sua vecchiaja[160]. Cosimo I, cui Carlo V voleva affidare

il comando di quest'impresa, lo ricusò: don Garzia di Toledo, figlio del

vicerè, n'ebbe perciò l'incarico. Costui trovossi alla testa di

un'armata di sei mila Spagnuoli e di due mila Tedeschi che aveva

condotti in Toscana suo padre, e di otto mila Italiani raccolti nella

provincia di Val di Chiana da Ascanio della Cornia, nipote del papa. Con

tale esercito don Garzia entrò nel Sienese; prese Lucignano, Monte

Fellonico e Pienza; guastò quasi tutto il territorio della repubblica, e

pose l'assedio a Montalcino[161]. Ma frattanto i Francesi avevano

invocata l'assistenza della flotta turca, che ogni anno veniva a

saccheggiare le coste degli stati dell'imperatore in Italia, e che ogni

anno rendeva inefficace la sua assistenza colla sua lentezza a trovarsi

al luogo concertato, e colla sua prontezza a ritirarsi. La di lei

comparsa sulle coste del regno di Napoli costrinse non pertanto don

Garzia di Toledo a levare l'assedio di Montalcino, ed a ricondurre il

suo esercito nell'Italia meridionale[162].

[160] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 631. — Orl. Malavolti, p. III,

l. X, f. 156. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 493. — Bern. Segni, l.

XIII, p. 349._

[161] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 634, 637. — Malavolti, l. V, f.

157._

[162] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 648. — Malavolti, p. III, l. X,

f. 159. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 497. — Bern. Segni, l. XIII,

p. 350._

Cosimo I, abbandonato in giugno dagli Spagnuoli, trovavasi in un crudele

imbarazzo; ricusando di rinunciare apertamente alla sua neutralità aveva

vivamente irritato l'imperatore, aveva assai più offesi i Sienesi ed il

re di Francia, poichè, sotto la maschera della neutralità, aveva dati

soccorsi d'ogni genere ai loro nemici; si era fatto cedere Lucignano,

una delle piazze conquistate sopra di loro, ed all'ultimo aveva, per

mezzo del suo ambasciatore, ordita in Siena una cospirazione ch'era

stata scoperta, ed aveva costato la vita a Giulio Salvi, che n'era capo,

ed a molti di lui complici. Cosimo, vedendosi esposto al risentimento

de' Francesi, de' Sienesi e degli emigrati fiorentini che erano venuti a

Siena, si affrettò di trattare la pace, che si conchiuse in giugno del

1553. Lucignano fu restituito ai Sienesi con tutte le conquiste fatte

nel loro territorio; e questi promisero di non ricevere nel loro stato i

nemici del duca[163].

[163] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 649. — Ber. Segni, l. XIII, p.

351. — Orl. Malavolti, p. III, l. X, f. 161. — J. Aug. de Thou, l.

XII, p. 173._

Ad ogni modo Cosimo I era ben lontano dal volere religiosamente

osservare il trattato che aveva conchiuso; egli non poteva mantenersi

sul trono, a dispetto dell'odio di tutti i suoi sudditi, senza essere

spalleggiato da estera potenza; onde gli era impossibile di conservarsi

neutrale tra la Francia e l'impero. Al servigio della Francia vedeva

ricolmo di onorificenze Pietro Strozzi, figliuolo di quel Filippo ch'era

perito nelle sue prigioni. Pietro, favoreggiato dalla regina Catarina

de' Medici sua cugina germana, andava non pertanto assai più debitore

della sua fortuna al proprio valore ed al singolare suo ingegno; era

maresciallo di Francia e luogotenente del re in Italia, e non aveva

altro più ardente desiderio che quello di balzare Cosimo I dall'usurpato

suo trono. Cosimo non poteva dunque fare a meno di non attaccarsi al

contrario partito, e di non assecondare l'imperatore; e benchè fosse

stato più volte ingannato dai ministri di Carlo V; benchè fosse stato

strascinato in enormi spese per la difesa di Piombino, che poi questo

monarca gli aveva ritolto senza verun compenso, dopo averglielo dato;

benchè si aspettasse d'avere lo stesso trattamento quando riuscisse a

conquistare Siena a proprie spese; risolse nulladimeno di entrare in

guerra, di sostenerne tutto il peso, e di prendere in oltre sopra di sè

la vergogna di cominciarla con un tradimento[164].

[164] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 669. — Scip. Ammirato, l.

XXXIII, p. 499. — Jac. Aug. de Thou, l. XIV, p. 249._

I Sienesi si riposavano tranquillamente sul trattato fatto con Cosimo I,

ed improvvidi ad esempio de' Francesi, loro alleati e loro ospiti, non

pensavano che a godersi il presente senza apparecchiare i mezzi di

difesa per l'avvenire. Intanto Cosimo faceva guardare severamente i suoi

confini, onde niuno potesse dare ai Sienesi notizia de' suoi apparecchj;

assoldava nuove genti, poneva in movimento le sue milizie e dava ordine

ad ogni corpo della sua armata di trovarsi il 26 gennajo del 1554 a

Poggibonzi, ultimo castello dello stato fiorentino sulla strada di

Siena. Cosimo non prendeva giammai egli stesso il comando delle sue

truppe, e nominò supremo comandante di queste Gian Giacomo Medici, o

Medichino, da prima conosciuto sotto il nome di castellano di Musso, poi

di marchese di Marignano, uomo intraprendente, e non pertanto cauto,

perseverante, crudele, e che risguardavasi come uno de' migliori

generali dell'imperatore. Nello stesso tempo, per lusingare la di lui

vanità, finse Cosimo di trovare tra i Medici di Milano e quelli di

Firenze un parentado che mai non aveva esistito[165].

[165] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 670. — Malavolti, p. III, l. X,

f. 161. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 499. — Bern. Segni, l. XIII,

p. 352._

Il 27 gennajo del 1554 il territorio sienese doveva contemporaneamente

essere attaccato su tutti i punti; ma le dirotte piogge che caddero la

notte sospesero tutti gli attacchi ad eccezione di quello del marchese

di Marignano. Essendosi questi partito da Poggibonzi due ore prima di

notte con quattro mila fanti e trecento cavaleggieri, arrivò senz'essere

conosciuto fino alla porta di Siena, detta Camullia, e prese d'assalto

il bastione destinato a difenderla, ch'era stato lasciato in piedi

quando il popolo, scacciando gli Spagnuoli, aveva spianata la fortezza

eretta da don Diego di Mendoza[166].

[166] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 671. — Bern. Segni, l. XIV, p.

360. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 501. — J. Aug. de Thou, l. XIV,

p. 253._

Il cardinale di Ferrara, don Ippolito d'Este, che risiedeva in Siena a

nome del re di Francia, erasi lasciato ingannare dalle carezze e dalle

adulazioni di Cosimo I, e, credendo di non dover nulla temere da lui,

passava il tempo in continue feste. Trovavasi al ballo nell'istante in

cui fu sorpresa porta Camullia, ed i Sienesi poterono trattenerlo a

stento in città quando n'ebbe avviso. Ma siccome questi opposero una

vigorosa resistenza al Marignano, e gli vietarono di penetrare in città,

il cardinale di Ferrara si rassicurò, e subito dopo Pietro Strozzi, che

in allora visitava Grosseto, Massa, Porto Ercole e le altre fortezze

della Maremma, rientrò in Siena, e la pose in migliore stato di difesa.

Il Marignano credette cosa imprudente l'aprire le sue batterie contro le

mura di Siena, coperte di buona artiglieria e difese da numerosa

guarnigione, e giudicò più conveniente di bloccare la città. I raccolti

del precedente anno erano stati distrutti dalla guerra, e sembrava

facile il distruggere altresì quelli dell'anno che cominciava. La città,

sorpresa da inaspettato attacco, non aveva potuto fare grandi

approvvigionamenti, ed il Marignano, prendendo successivamente i

castelli che signoreggiavano tutte le strade che conducono a Siena,

lusingavasi d'impedire che vi si recassero vittovaglie da esteri

paesi[167].

[167] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 673. — Scip. Ammirato, l.

XXXIII, p. 503. — Bern. Segni, l. XIV, p. 361. — Orl. Malavolti, p.

III, l. X, f. 165. — Lettere di Cosimo I alla repubblica di Siena, e

risposta, 28 e 31 gennajo 1554. Lettere de' Principi, t. III, f.

148._

Le truppe spagnuole e tedesche, che dall'imperatore erano state promesse

a Cosimo I, arrivarono le une dopo le altre quando era già cominciata la

guerra, e l'armata sotto Siena contò in breve ventiquattro mila fanti e

mille cavalieri. Dall'altro canto arrivarono pure a Pietro Strozzi, o

per mare, o a traverso allo stato romano truppe francesi o al soldo

della Francia; ma queste erano sempre in minor numero che quelle che

giugnevano al Marignano, onde questi, a seconda del suo piano di

campagna, potè dare principio all'attacco de' castelli del territorio

sienese. Il primo che prese fu l'Ajuola, i di cui abitanti si arresero a

discrezione dopo averlo valorosamente difeso. Il Marignano li fece

appiccare quasi tutti, dichiarando che riservava lo stesso trattamento a

tutti coloro che aspetterebbero in una rocca da nulla il primo colpo

della sua artiglieria[168]. Ma questa barbarie non ebbe altro

risultamento che quello di accrescere gli orrori della guerra; i

contadini sienesi con una costanza degna di miglior sorte, mostraronsi

sempre irremovibili nella loro fedeltà verso la patria, qualunque si

fosse il governo della medesima. Turrita, Asinalunga, la Tolfa, Scopeto

e la Chiocciola opposero la medesima resistenza e provarono lo stesso

trattamento. Un generale, che si piccava di bravura e di lealtà, diede

ovunque in mano ai carnefici quegli uomini valorosi cui altro non poteva

rimproverare che la loro fedeltà ed il loro valore[169].

[168] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 691. — Scip. Ammirato, l. XXXIV,

p. 506. — J. Aug. de Thou, Hist. univers., t. II, l. XIV, p. 257 e

seg._

[169] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 693. — Scip. Ammirato, l. XXXIV,

p. 507-516. — Bern. Segni, l. XIV, p. 363._ — Lettere tra Pietro

Strozzi ed il marchese di Marignano. _Lett. dei Principi, t. III, f.

149 e seg._

Dal canto loro i Sienesi ebbero alcuni vantaggi che sostennero la loro

costanza. In sul declinare di marzo il Marignano aveva mandato il suo

generale di fanteria, Ascanio della Cornia, con Ridolfo Baglioni a

Chiusi, che, secondo la promessa di alcuni traditori, doveva essergli

consegnato. Ma i traditori, ch'egli credeva di avere sedotti, lo avevano

ingannato; Ascanio della Cornia fu fatto prigioniero, il Baglioni fu

ucciso, e la loro truppa, che ammontava a più di quattro mila uomini, fu

interamente distrutta[170]. Ma Cosimo I si affrettò di somministrare

altri fondi per fare nuove leve di soldati e riparare questa perdita.

Poi ch'ebbe ricevuti alcuni rinforzi, il Marignano continuò l'assedio e

l'incendio delle terre murate dello stato di Siena. Prese

successivamente i castelli di Belcaro, Lecceto, Monistero, Vitignano,

Ancajano e Mormoraja. Ogni terra gli costò ostinate pugne, ed ogni terra

fu trattata con eguale barbarie; parte degli abitanti fu mandata al

supplicio, tutte le messi immature distrutte, e guastate tutte le

campagne[171].

[170] _Gio. Batt. Adriani, l. X. p. 694. — Orl. Malavolti, p. III,

l. X, f. 163. — Bern. Segni, l. XIV, p. 362. — J. Aug. de Thou, l.

XIV, p. 261._

[171] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 706-718. — Orl. Malavolti, p.

III, l. X, f. 163, 164. — Bern. Segni, l. XIV, p. 368._

Estrema era la desolazione del territorio sienese, gli ajuti della

Francia tardi ed insufficienti, e la sorte della guerra che nello stesso

tempo trattavasi in Fiandra era contraria ad Enrico II. Nondimeno le

speranze dei Sienesi e quelle dello Strozzi venivano ravvivate dall'odio

universale che i Fiorentini portavano alla casa de' Medici. Ovunque due

Fiorentini si scontrassero, fuori del dominio di Cosimo, essi

riconoscevansi tosto per le maledizioni che scagliavano contro il

tiranno. Coloro che il commercio aveva adunati a Roma, a Lione, a

Parigi, aprivano soscrizioni per mandare danaro a Pietro Strozzi, onde

ajutarlo a scuotere il vergognoso giogo che opprimeva la loro

patria[172].

[172] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 722. — Scip. Ammirato, l. XXXIV,

p. 515. — Bern. Segni, l. XIV, p. 366._

Sapendo Pietro Strozzi che si adunavano alla Mirandola alcuni corpi di

truppe francesi, egli risolse di aprire loro la strada di Siena. Uscì

l'undici di giugno dalla città assediata con circa sei mila uomini[173];

passò l'Arno a Pontedera, e si avanzò, per la macchia di Cerbaia, verso

lo stato di Lucca, che poi attraversò. Colà infatti ricevette i

promessigli rinforzi di truppe che avevano tenuta la strada di

Pontremoli; ma la flotta francese, che nello stesso tempo doveva

giugnere a Viareggio, non comparve; essa fu ritardata più di quaranta

giorni, ed il priore Strozzi, fratello di Pietro, che stava aspettandola

con due galere, fu ucciso presso Scarlino. Due dì dopo la morte del gran

priore, Biagio di Montluc, che Enrico II aveva scelto per comandare a

Siena, venne a sbarcare a Scarlino con dieci compagnie francesi ed i

tedeschi di Giorgio di Ruckrod, che di là passarono a Siena[174].

[173] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 734. — Scip. Ammirato, l.

XXXIV, p. 517._

[174] _Mém. de Blaise de Montluc, l. III, p. 115, t. XXIII._

La spedizione del maresciallo Strozzi più avere non potendo quel

successo che egli ne aveva sperato, quando aveva creduto di tener solo

la campagna e di assediare Firenze coll'ajuto delle truppe che dovevano

essergli condotte dalla flotta, egli ripassò l'Arno colla medesima

rapidità e felicità con cui l'aveva guadato la prima volta, e ricondusse

la sua armata a Casoli, nello stato di Siena[175].

[175] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 747. — Scip. Ammirato, l.

XXXIV, p. 520, 522. — Bern. Segni, l. XIV, p. 364. — J. Aug. de

Thou, l. XIV, p. 272._

Non pertanto la spedizione dello Strozzi aveva sparso il terrore in

tutti i partigiani del duca in Toscana, e pareva promettere i più felici

risultamenti. Il Marignano, che lo aveva seguito con tutta l'armata

dell'assedio, soprappreso da panico terrore, erasi ritirato da Pescia

verso Pistoja; e già stava in sul punto di abbandonare anche Pistoja

come aveva fatto Pescia[176]. La fertile provincia di Val di Nievole si

dichiarò pel partito dello Strozzi e della repubblica; i castelli di

Monte Catini e di Monte Carlo avevano ricevuto guarnigione francese, e

l'ultimo sostenne non molto dopo un assedio di più mesi; finalmente

l'allontanamento delle due armate in tempo del raccolto avrebbe dato

opportunità agli abitanti di Siena di fare grossi approvvigionamenti di

vittovaglie, se avessero saputo approfittarne[177].

[176] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 743. — Scip. Ammirato, l.

XXXIV, p. 721. — Bern. Segni, l. XIV, p. 365. — J. Aug. de Thou, l.

XIV, p. 274._

[177] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 797. — Scip. Ammirato, l.

XXXIV, p. 724. — J. Aug. de Thou, Hist. univ., l. XIV, p. 275._

Ma quest'anno la terra era stata sterile; altronde la guerra aveva

impedito ai contadini di lavorare e di seminare i campi intorno alla

città, ed i Sienesi o non fecero abbastanza grandi sagrificj, o non

ebbero il tempo necessario ne' quindici giorni che le loro strade furono

libere, per importare da più lontane parti i loro approvvigionamenti. Di

già si cominciava in città a mancare di viveri; ed i due campi dello

Strozzi e del Marignano, ch'erano tornati nello stato di Siena,

penuriavano egualmente di vittovaglie. Pareva che il Marignano fosse

convinto della sua inferiorità: un secondo terrore panico gli fece

abbandonare il suo campo, presso la porta Romana di Siena, con non

minore precipizio di quello che aveva fatto Pescia poche settimane

prima[178].

[178] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 761. — Scip. Ammirato, l.

XXXIV, p. 527. — Bern. Segni, l. XIV, p. 367._

Pietro Strozzi, volendo coll'allontanamento delle armate lasciar

respirare Siena, risolse di trasportare la guerra in Val di Chiana; il

20 di luglio occupò Marciano ed Oliveto, ed accampò la sua armata al

ponte della Chiana. Il Marignano gli tenne dietro ed ottenne sopra di

lui un notabile vantaggio in una scaramuccia a Marciano, nella quale

quasi le due intere armate presero parte; ma questo non fu che un

preludio di maggiore disastro. Lo Strozzi, che soffriva nel suo campo

mancanza di acqua e di vittovaglie, volle ritirarsi; il Marignano lo

seguì, e lo costrinse di venire a formale battaglia, il 2 agosto, sotto

Lucignano. Il Marignano aveva due mila Spagnuoli, quattro mila Tedeschi

e sei in sette mila Italiani con mille dugento cavaleggieri. Lo Strozzi

aveva press'a poco un egual numero di combattenti; ma tre mila soltanto

all'incirca erano Francesi, gli altri Tedeschi, Grigioni ed Italiani. La

viltà della sua cavalleria, che fuggì in principio della battaglia, e la

poca fermezza dei Grigioni, diedero la vittoria agl'imperiali: ma non

pertanto venne lungamente contrastata dal valore e dall'abilità di

Pietro Strozzi, ed il campo di battaglia rimase coperto da più di

quattro mila morti[179].

[179] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 783-787._ — Relazione della

battaglia, mandata il 24 d'agosto del 1555, dal marchese di

Marignano all'imperatore. _Lettere de' Principi, t. III, f. 154. —

Bern. Segni, l. XIV, p. 371. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 529. —

Orl. Malavolti, t. III, l. X. f. 163. — Mém. di Montluc, t. XXIII,

l. III, p. 139. — Hist. J. Aug. de Thou, l. XIV, p. 283._

Dopo la sconfitta di Lucignano, più non restava a Siena speranza di

salute; pure i cittadini, incoraggiati da Montluc, che comandava la

guarnigione francese, e dai vantaggi ottenuti dal signore di Brissac in

Piemonte, non lasciaronsi sgomentare da veruna privazione o pericolo:

essi dovevano difendersi contro il più freddamente crudele di tutti i

generali imperiali, il cui carattere distintivo pareva essere la

ferocia: e se il viaggiatore vede anche nell'età presente lo stato di

Siena ridotto a vasto deserto, deve in gran parte darne colpa al

marchese di Marignano ed a Cosimo I. Tutte le volte che i Sienesi

facevano uscire dalla loro città alcune bocche inutili, il Marignano le

faceva uccidere senza misericordia; qualunque volta i contadini Sienesi

tentavano d'introdurre viveri in città, il Marignano li faceva

appiccare; tutti coloro che ne' loro villaggi o castelli facevano

qualche resistenza all'armata, venivano passati a filo di spada; tutte

le provvigioni, tutti i viveri degli infelici contadini erano

saccheggiati dagli Spagnuoli, e ciò che non si consumava dai soldati

distruggevasi rigorosamente. Tutta la provincia di Siena provava gli

orrori della fame: la popolazione della Maremma venne allora distrutta,

ed in appresso non potè mai più rinnovarsi, essendo l'aria di questa

fertile contrada pestilenziale. L'esperienza ha più volte dimostrato che

il movimento di una numerosa popolazione migliora l'aere cattivo, mentre

lo fa più pernicioso la mancanza degli abitanti. Altronde tutte le

abitazioni, tutti i lavori dell'uomo erano stati distrutti dalla ferocia

spagnuola; e coloro che dopo quest'epoca vennero da lontane contrade per

coltivare quelle campagne, sonosi per la maggior parte trovati allo

scoperto, senza veruna comodità della vita, ed esposti alle intemperie

di un funesto clima[180].

[180] _Gio. Batt. Adriani, l. XII, p. 815._ — Durante questa guerra

la popolazione della città di Siena fu ridotta dalle trenta alle

dieci mila anime: si calcolò che perirono nella provincia, di

miseria, nelle battaglie, o sotto il ferro del carnefice, cinquanta

mila contadini, senza contare quelli che si rifugiarono in estere

contrade. _Ber. Segni, l. XIV, p. 377._ Trovasi una lacuna in

Scipione Ammirato fino all'anno 1561, ed il Malavolti non ardisce

dare veruna particolarità. — _Mémoires de Blaise de Montluc, t.

XXIII, l. III, p. 170. — Hist. de J. Aug. de Thou, t. II, l. XIV, p.

288._

Il Marignano fondava soltanto nella fame ogni speranza di prendere

Siena; tentò, a dir vero, in gennajo del 1555, d'aprire alcune batterie

presso _porta Ovila_ e presso porta Ravaniano; ma quest'attacco non ebbe

verun effetto, ed il Marignano vi rinunciò[181]. Erasi lo Strozzi

lusingato che i vantaggi ottenuti da Brissac in Piemonte moverebbero

l'imperatore a richiamare l'armata che assediava Siena, per contrapporla

ai Francesi; ma Cosimo non risparmiava nè danaro, nè munizioni, nè

viveri per appagare quelle truppe, la cui avidità andava sempre

crescendo in ragione ch'esse sentivano diventare più importanti i loro

servigj. Pure il timore di vedere richiamata l'armata del Marignano, gli

fece ardentemente desiderare la pace. Scrisse al governo di Siena per

accertarlo che non voleva distruggere la libertà della repubblica; che

null'altro domandava se non che tornasse sotto la protezione imperiale,

e ch'egli si offriva per mediatore di un trattato con Carlo V, che gli

guarentirebbe tutti i suoi privilegj[182].

[181] _Giovan Battista Adriani, l. XII, p. 836. — Bern. Segni, l.

XIV, p. 379. — Biagio di Montluc, l. III, p. 196-235._

[182] _Gio. Batt. Adriani, l. XII, p. 488._ — Lettera del mar. di

Marignano alla signoria di Siena. _Letter. de' Princ., t. III, f.

158._

Infatti dopo che i Sienesi ebbero sofferti gli orrori del blocco, con

una pazienza ed un coraggio a tutta prova, e al di là di tutti i calcoli

che avevano fatti da prima; dopo ch'ebbero talmente consumati i loro

viveri, che non avevano più nulla nel susseguente giorno, ottennero

ancora da Cosimo I onorate condizioni, e press'a poco eguali a quelle

che venticinque anni prima aveva ottenuto Firenze; ma desse furono

altresì egualmente violate colla medesima impudenza. L'imperatore

accolse sotto la sua protezione la repubblica di Siena, promise di

conservarle la sua libertà ed i suoi ordinarj magistrati, di perdonare a

tutti coloro che si erano adoperati contro di lui, di non fabbricarvi

fortezze, di pagare egli stesso la guarnigione che terrebbe in città per

la di lei sicurezza, e di permettere a tutti coloro che volessero

emigrare di ritirarsi liberamente coi loro beni e famiglie in quella

parte dello stato Sienese che non era sottomessa. Il trattato venne

sottoscritto il 2 di aprile; ma perchè i viveri non terminarono che il

21, soltanto in questo giorno la guarnigione francese uscì di Siena, e

vi entrarono gl'imperiali[183].

[183] _Gio. Batt. Adriani, l. XII, p. 864. — Malavolti, p. III, l.

X, f. 166._ La sua storia finisce con questa capitolazione. — _Bern.

Segni, l. XIV, p. 380. — Blaise de Montluc, l. III, p. 266, 279. —

J. Aug. de Thou, l. XV, p. 314._

La riserva stipulata a favore de' Sienesi che volessero emigrare, non

era una inutile precauzione. Moltissimi illustri cittadini, non pochi

de' quali avevano mostrato grandissimo zelo per la libertà della loro

patria, uscirono di Siena colla guarnigione francese, il 21 di aprile, e

si ritirarono a Montalcino, piccola città posta sopra una montagna a

poca distanza dalla strada che conduce da Siena a Roma; colà essi

mantennero l'ombra della repubblica Sienese fino alla pace di

Cateau-Cambresis, del 3 aprile 1559, che gli assogettò alla sorte

dell'intera Toscana[184].

[184] _Gio. Batt. Adriani, l. XVI, p. 1107-1122._ — Bernardo Segni,

essendo morto il 13 aprile del 1558, lasciò la sua storia interrotta

nel XV.º libro, nel quale racconta la guerra di Cosimo contro i

Sienesi di Montalcino. — _J. Aug. de Thou, l. XXII, p. 661, 665, t.

II._

Rispetto alla metropoli, non venne eseguito verun articolo della

capitolazione; e la violazione di questo sacro patto non fu meno

impudente di quella della capitolazione di Firenze. Perciò, Cosimo I,

che aveva conquistata Siena a sue spese e colle sue armi, non ne ottenne

subito il possesso. Filippo II, a favore del quale Carlo V aveva

abdicata la corona, voleva conservare questo stato per meglio assicurare

il suo alto dominio sopra la Toscana. La guerra accesa dall'ambizione di

Paolo IV e dei Caraffa, di lui nipoti, gli fece porre in disamina se

dovesse loro cedere lo stato di Siena in compenso di que' paesi cui essi

aspiravano. Finalmente Filippo trovò più utile di valersene per

acquistare la cooperazione del duca di Firenze. Con un trattato,

conchiuso in luglio del 1557, acconsentì di cedere lo stato di Siena a

Cosimo I, il quale ne prese possesso il 19 di luglio, come di una

provincia suddita. Ad ogni modo Filippo riservò alla monarchia spagnuola

i porti di questa repubblica, cioè Orbitello, Porto Ercole, Telamone,

Monte Argentaro, e Porto santo Stefano. Dopo quest'epoca quella piccola

provincia formò lo stato detto de' _Presidj_; la separazione di questa

dal rimanente della Toscana privò lo stato di Siena dell'antica sua

comunicazione col mare e del suo commercio, e contribuì a perpetuare

quello spaventoso stato di desolazione, cui trovasi ridotta la Maremma

Sienese[185].

[185] _Gio. Batt. Adriani, l. XIV, p. 1000-1015._ — Il duca prese

possesso di Siena il 19 di luglio del 1557. — _Lettere de' Principi,

t. III, f. 165 e segu_. Tra le altre una Memoria di Pietro Strozzi

intorno alla difesa di Siena, p. 177, 180. — _Hist. de J. Aug. de

Thou, t. II, l. XV, p. 343, l. XVIII, p. 471._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16) · 第 3 / 12 题