_Apparecchj de' Fiorentini per difendere la loro libertà; sono
assediati dal principe d'Orange. Imprese nello stato fiorentino
di Francesco Ferrucci, commissario generale; viene a battaglia
col principe d'Orange, e nella mischia periscono ambidue;
capitolazione di Firenze._
1529 = 1530.
Mentre che tutti gli altri stati d'Italia, traditi dai loro capi,
saccheggiati dagli stranieri, spossati da lunga guerra, divisi da una
mal intesa politica, e venduti dai loro alleati, si andavano, senza
resistenza, assoggettando al giogo che loro dava Carlo V, la repubblica
di Firenze apparecchiavasi, sebbene sola, a cadere coraggiosamente in
nobile olocausto, piuttosto che rinunciare all'antica sua libertà.
Depositaria di tutto lo splendore, di tutte le virtù, di tutto il sapere
di quelle repubbliche de' secoli di mezzo, tra le quali si era
innalzata, e le quali tutte aveva superate in fama, in potenza, in
ricchezze, dessa pareva ricuperare le antiche forze colla ricordanza
della passata gloria; e se più non aveva speranza, se la sua resistenza
non poteva essere coronata da felice avvenimento, non perciò si credeva
meno obbligata a difendersi per l'onore delle sue rimembranze.
Firenze non era mai stata repubblica militare; ed anche in que' tempi,
in cui, tenendo il primo posto tra le potenze d'Italia, poneva argine
alla potenza dei duchi di Milano, dei re di Napoli e degl'imperatori,
non aveva nella sua armata quasi verun cittadino. Quegli stessi uomini,
che, in mezzo alle più terribili sciagure, mostravano ne' consiglj una
costanza, una fermezza invincibile, non sapevano esporsi a personali
pericoli; ma quando un'estrema ruina venne a minacciare la loro patria,
gli stessi Fiorentini impugnarono le armi. Abbandonati dalla Francia,
minacciati da tutte le forze della Chiesa, dell'impero e dei regni di
Spagna e di Napoli, sentirono di non potere in altro confidare che nel
proprio valore. Senza trascurare veruno de' mezzi che poteva tuttavia
attaccare alla loro causa, in qualità di condottieri, i piccoli principi
loro vicini, previdero che potevano essere da costoro abbandonati
nell'istante del bisogno; e si fecero a reggimentare ed addestrare la
milizia nazionale, che sola non poteva venir meno. E sebbene lo spirito
di parte abbia potuto presiedere allo stabilimento dei varj corpi di
questa milizia, uno stesso zelo militare e patriotico animava tutto il
popolo, e lo fece capace di un'eroica resistenza.
Il popolo fiorentino, prendendo successivamente le armi, aveva formato
tre diversi corpi; il primo, che si era raccolto in dicembre del 1527
per la guardia pel pubblico palazzo e del gonfaloniere, era composto di
trecento giovani quasi tutti appartenenti a nobili famiglie. Ma perchè
l'amore di libertà era tra questi giovani più vivo, che non tra i
vecchi, così erano essi ancora più proclivi alla diffidenza. Gli estremi
riguardi di Niccolò Capponi verso i Medici li teneva inquieti; avevano
di già concepito qualche sospetto intorno alla segreta di lui
corrispondenza con papa Clemente VII, e si risguardavano meno destinati
a fargli la guardia, che a custodire il palazzo pubblico contro di
lui[1].
[1] _Ben. Varchi, l. V, p. 49. — Bern. Segni, l. II, p. 34._
Ma con una vista affatto diversa erasi formata la guardia nazionale de'
cittadini fiorentini, dietro un ordine del gran consiglio del 6 novembre
del 1528. Doveva questa essere composta di sedici compagnie, cadauna di
dugento cinquant'uomini, sotto il comando dei sedici gonfalonieri di
quartiere, i quali formavano il collegio della signoria; pure non si
trovarono sui ruoli che mille settecento archibugieri, mille armati di
picca, e trecento alabardieri, ossiano soldati armati di alabarde e di
spade a due mani, in tutto tre mila uomini, dell'età dai diciotto ai
trentasei anni, ed appartenenti a padri ammessi a prendere posto nel
gran consiglio. La signoria accordò ad ogni compagnia, in principio del
1529, il diritto di nominare il proprio capitano, ed affidò
l'addestramento di questo corpo a varj distinti ufficiali, che avevano
militato nelle bande nere. Questo corpo in breve superò la migliore
truppa di linea[2].
[2] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 224. — Bern. Segni, l. II, p. 38._
Per ultimo il terzo corpo era formato delle milizie del territorio
fiorentino, che chiamavansi tuttavia _le bande dell'ordinanza_. Questa
milizia, arrolata sotto il gonfaloniere Pietro Soderini dietro i
consiglj datigli dal Macchiavelli, era stata dai Medici licenziata e
disarmata, e di nuovo ragunata nel 1527. Nella prima revista si era
trovata non minore di dieci mila uomini; era formata dal fiore dei
contadini dell'età dai diciotto ai trentasei anni, che ogni mese
venivano addestrati a tirare coll'archibugio, e ricevevano un tenue
pagamento anche quando non erano forzati ad abbandonare le proprie case:
eransi fatte venire per loro dalla Germania armi d'ogni qualità, ed
erano essi stati divisi in trenta battaglioni, secondo le province cui
appartenevano. I sedici battaglioni della destra riva dell'Arno erano
stati, in giugno del 1528, posti sotto gli ordini di Babbone di
Bersighella, nipote di quel Naldo di Val di Lamone, che primo d'ogni
altro aveva illustrata la fanteria italiana nella battaglia di
Agnadello; i quattordici battaglioni della sinistra erano stati affidati
a Francesco del Monte. E questi due capitani avevano seco condotti
cadauno cinquecento uomini di truppe di linea, per esercitare la
milizia[3].
[3] _Ben. Varchi, l. VI, p. 134. — Bern. Segni, l. I, p. 17._
In sul finire del 1528 i Fiorentini scelsero per capitano generale dei
loro uomini d'armi don Ercole d'Este, figlio del duca Alfonso di
Ferrara, il quale era in allora tornato dalla Francia, dove aveva
sposata madama Renata, figlia di Luigi XII e cognata di Francesco I.
Pareva impossibile che questi l'abbandonasse, ed i Fiorentini credevano
attaccarsi più fortemente alla casa di Francia, scegliendo un generale
che le apparteneva così da vicino; e di ciò gli aveva assicurati il
Visconte di Turenna, ambasciatore del re presso la repubblica.
Dall'altro canto mantenevasi un odio ereditario fino dai tempi di Leon X
tra la casa d'Este ed i Medici, ed Alfonso, minacciato su tutti i punti
dei suoi stati da Clemente VII, pareva dovere essere il più fedele
alleato della repubblica contro un nemico ad ambidue egualmente
formidabile[4].
[4] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. VII, p. 194, 200. — Jac. Nardi, l.
VIII, p. 349. — Bern. Segni, l. II, p. 51._
Le fortificazioni cominciatesi in Firenze nel 1521, per ordine del
cardinale Giulio de' Medici, prima di avere il papato, non erano ancora
ultimate. Non potevansi condurre a termine senza distruggere o
danneggiare i poderi di alcuni cittadini, e la magistratura dei nove
della milizia fu incaricata, in principio d'aprile del 1529, di fare
stimare tutti que' terreni, dandone credito ai proprietarj sul libro del
_Monte_ coll'interesse del cinque per cento. In pari tempo Michel Angelo
Bonarruoti venne creato direttore generale delle fortificazioni della
città[5].
[5] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 234. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 349. —
Bern. Segni, l. III, p. 75._
A misura che il pericolo si andava avvicinando, i dieci della guerra
facevano nuovi sforzi per accrescere le difese della repubblica. Siccome
avevasi opinione che le province d'Arezzo e di Cortona somministrassero
i migliori soldati di Toscana, i Fiorentini vi mandarono Raffaele
Girolami, loro quartier mastro generale, ed otto capitani, che tutti
avevano militato nelle bande nere, con ordine di levarvi cinque mila
fanti. Presero nello stesso tempo al loro soldo, in maggio del 1529,
Malatesta Baglioni, signore di Perugia, dandogli il titolo di
governatore generale, con mille fanti. Il Baglioni era figliuolo di quel
Gio. Paolo, che Leon X aveva fatto tanto ingiustamente morire; e perciò
egli desiderava di vendicarsi del Medici, egli doveva temere l'ambizione
del papa, ed occupava a Perugia un'importante situazione per chiudere la
strada della Toscana ad un'armata che venisse da Napoli e da Roma. Molti
altri distinti capitani, quali erano Stefano Colonna, Mario Orsini e
Giorgio Santa Croce, presero servigio dai Fiorentini; questi per altro
eran forzati ad accarezzare l'orgoglio di tutti questi piccoli principi,
che, non avendo verun grado in un'armata di già stabilita, non volevano
riconoscere altra superiorità che quella dei sovrani. Era appunto per
questo motivo che nè l'incapacità di Ercole d'Este, nè la più volte
sperimentata malvagia fede di Malatesta Baglioni, non avevano ritratti i
Fiorentini dal porre gli occhi sopra di loro per il comando. Si
sarebbero potuti preferire migliori capitani; ma gli altri ufficiali non
avrebbero voluto esser loro subordinati[6].
[6] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 234. — Bern. Segni, l. II, p. 56. —
Jac. Nardi, l. VIII, p. 349. — Lett. de' Princ., t. II, f. 172 e
seg._
Mentre che la repubblica si premuniva con attività contro i pericoli
onde era da ogni banda minacciata, fu atterrita dalla scoperta di cosa
che a bella prima parve una congiura del suo primo magistrato. Il
gonfaloniere, Niccolò Capponi, confidava assai meno in tutti i mezzi di
difesa che riunivano i dieci della guerra, che nelle negoziazioni che
potevano disarmare la collera del papa. Egli stesso di moderato
carattere, e nulla avendo sofferto sotto il governo de' Medici,
apparteneva ad una famiglia, che aveva saputo conservare una tal quale
neutralità nelle dissensioni della sua patria. Suo padre Piero, ed i
suoi antenati Neri e Gino, non si erano trovati arrolati nè sotto le
insegne degli Albizzi, nè sotto quelle de' Medici, ed in tempo di quelle
amministrazioni avevano saputo rendere eminenti servigj allo stato.
Dacchè il Capponi era gonfaloniere, erasi studiato di calmare il furore
del popolo, di difendere i partigiani de' Medici, ed in pari tempo di
addolcire il risentimento del papa con esteriori dimostrazioni di
rispetto. Egli non aveva trovate le medesime disposizioni in coloro che
i suffragj del popolo ponevano con lui alla testa dello stato; ma aveva
seguita l'usanza praticata dai Medici, e prima di loro dagli Albizzi, di
chiamare alle deliberazioni i cittadini che, senza essere rivestiti di
veruna autorità, avevano acquistata una lunga abitudine de' pubblici
affari. A queste consulte, che a Firenze avevano il nome di _pratica_,
il Capponi chiamava moltissimi cittadini, conosciuti pel loro
attaccamento ai Medici, tra i quali egli trovava sempre chi
spalleggiasse le misure di conciliazione ch'egli andava proponendo[7].
[7] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 342-345. — Stor. di Gio. Cambi, t.
XXIII, p. 40._
I consiglieri nominati dal popolo, ed in possesso della confidenza
pubblica, lagnavansi acerbamente perchè le deliberazioni, invece di
decidersi coi loro suffragj, dipendessero da quelli di persone senza
missione, che il gonfaloniere chiamava a votare con loro, e non pochi
dei quali, come Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Matteo
Strozzi, si erano renduti così sospetti pel loro attaccamento ai Medici,
che il popolo non aveva voluto affidar loro veruna incumbenza. Perciò
una legge regolò la _pratica_, che doveva tener luogo di consiglio ai
dieci della guerra; questa legge la formò dei dieci magistrati che
uscivano in allora di carica, e di venti aggiunti scelti dal grande
consiglio ogni sei mesi, cinque per cadaun quartiere della città. Il
gonfaloniere, privato da questa legge del suo consiglio abituale, non
per questo rinunciò a lasciarsi dirigere dai soli uomini di stato che si
fossero guadagnati la sua confidenza, e d'allora in poi li tenne quasi
sempre ne' suoi appartamenti per consultarli in ogni occorrenza[8].
[8] _Fil. de' Nerli, l. IX, p. 186. — Bern. Segni, l. I, p. 18, l.
II, p. 51._
Questi suoi privati consiglieri lo avevano incoraggiato a tener viva una
segreta corrispondenza con Clemente VII, per cercare di calmare la di
lui collera; questa corrispondenza aveva cominciato ne' tempi in cui
Lautrec assediava Napoli. Temeva questo generale che l'irritamento di
Clemente VII contro i Fiorentini non lo consigliasse a porsi tra le
braccia dell'imperatore, ed aveva egli medesimo eccitato il gonfaloniere
a mostrare dei riguardi verso il papa, ed a dargli delle speranze[9].
Dopo la sconfitta di Lautrec, il Capponi aveva continuato a carteggiare
con Jacopo Salviati, che dopo la ritirata dalla corte pontificia di G.
M. Chiberti, era diventato il principale segretario di Clemente VII[10].
Certo Jachinotto Serragli era il segreto mezzano di tale corrispondenza,
che il gonfaloniere teneva nascosta alla signoria. Una lettera, caduta
di seno al Capponi, fu raccolta il 16 aprile del 1529 nella stessa sala
dei priori da Jacopo Gherardi, priore egli stesso, e forse quegli che di
già nudriva i più gagliardi sospetti contro il gonfaloniere. La lettera
rendeva conto in ristretto di un abboccamento avuto tra il Serragli, che
la scriveva, e Jacopo Salviati; dessa annunciava che il papa, sotto
certe condizioni, acconsentirebbe a mantenere la libertà fiorentina; ma
chiedeva al gonfaloniere di spedire segretamente a Roma suo figliuolo,
per intendersi intorno a ciò che non potevasi convenientemente affidare
ad uno scritto[11].
[9] _Bern. Segni, l. I, p. 27._
[10] _Lettere de' Principi._ Varie lettere di Jacopo Salviati
scritte in principio del 1529, _t. II, f. 154 e seg._
[11] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 243. — Bern. Segni, l. II, p. 59. —
P. Jovii, l. XXVII, p. 86. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 343. — Gio.
Cambi, t. XXIII, p. 41. — Fil. de' Nerli, l. VIII, p. 179._
Questa lettera, comunicata dal Gherardi ai più violenti avversarj del
gonfaloniere, fu da loro risguardata come una manifesta prova di
tradimento: venne denunciata alla signoria, che per l'indomani convocò
il consiglio degli ottanta, proponendogli che fosse deposto e tratto in
giudizio il gonfaloniere. Niccolò Capponi, atterrito dalla violenza dei
suoi nemici, invece di giustificare la propria condotta, si limitò a
dichiarare con estrema perturbazione, che suo figlio non era in verun
modo colpevole, non avendo pure contezza di quest'affare. Con ciò veniva
quasi a confessarsi egli stesso delinquente; onde fu deposto nel
medesimo giorno, e nel susseguente il grande consiglio nominò suo
successore Francesco, figlio di Niccolò Carducci, che doveva occupare
tale carica fino alla fine dell'anno[12].
[12] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 244. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 344. —
Gio. Cambi, p. 43. — Comment. del Nerli, l. VIII, p. 180. — Bern.
Segni, l. II, p. 60. — P. Jovii, l. XXVII, p. 86._
Questa deposizione e la nuova elezione eransi fatte con una
precipitazione e violenza proporzionate al turbamento ed alla timidità
mostrata dal Capponi nella propria difesa, ed all'accanimento di coloro
tra i suoi nemici che speravano di rimpiazzarlo. Tosto che fu nominato
il di lui successore, e che i di lui invidiosi nemici perdettero la
speranza d'avere le sue spoglie, il loro furore si calmò, ed egli
medesimo ricuperò quella tranquillità e presenza di spirito che si
conveniva al suo stato. Tratto innanzi alla signoria giustificò con
nobile fermezza le sue intenzioni e la sua condotta; sostenne d'avere
fatto per la repubblica precisamente quello che far doveva, e la sola
cosa che potesse salvarla. Di già più non eravi alcuno cui fosse ancora
sospetta la di lui buona fede; coloro ch'erano a parte delle di lui
segrete negoziazioni, e coloro, che senza averne contezza, interamente
si affidavano alla di lui lealtà, lo difendevano caldamente, di modo che
venne onoratamente assolto dal giudizio; ed il popolo, per compensare la
fattagli ingiuria, lo ricondusse con pompa alla di lui casa[13].
[13] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 251, 271. — Bern. Segni, l. II, p.
61-67. — Comment. di Fil. de' Nerli, l. VIII, p. 182. — Jac. Nardi,
l. VIII, p. 344. — P. Jovii, l. XXVII, p. 89._
Appena aveva il nuovo gonfaloniere preso possesso del suo impiego,
quando la repubblica ricevette una dopo l'altra le più sconfortanti
notizie. Alla sconfitta di San-Paolo, alla di lui prigionia, alla
dispersione di tutta l'armata francese, tennero subito dietro gli avvisi
del trattato di Barcellona, nel quale Carlo V abbandonava i Fiorentini
alle vendette del papa, e prometteva di rimettere nella loro città la
tirannia della casa dei Medici. Pochi giorni dopo si ebbe notizia del
trattato di Cambrai, col quale Francesco I, ad onta dei più solenni
trattati, escludeva i Fiorentini dalla pace generale, e si obbligava a
non dar loro protezione. Si seppe nello stesso tempo essere Carlo V
sbarcato a Genova con un'armata spagnuola, e scendere in Italia
un'armata tedesca per raggiugnerlo. Questi replicati colpi erano fatti
per atterrire il più saldo coraggio; e tanto più grande era lo spavento
sparso in Firenze, in quanto che i preti ed i monaci, ravvivando la
setta del Savonarola, e secondando con tutte le forze loro il governo
popolare, avevano accertato, come cosa loro palesata per divina
rivelazione, che quest'anno l'imperatore non sarebbe venuto in Italia.
Questo primo avvenimento, che smentiva le loro profezie, fece vacillare
la fede che il popolo accordava a tutte le altre[14].
[14] _Ben. Varchi, l. IX, p. 20. — Bern. Segni, l. III, p. 73. —
Comment. di Filippo de' Nerli, l. IX, p. 188._
Non pertanto i Fiorentini, determinato avendo di far testa a questi
nuovi pericoli con indomabile coraggio, adottarono in allora le più
energiche misure per potere resistere. Il gonfaloniere, fornito di
irremovibile costanza, comunicava il proprio vigore ai consiglj ed al
popolo. Era in particolar modo secondato da Bernardo di Castiglione,
Gio. Battista Cei, Niccolò Guicciardini, Jacopo Gherardi, Andrea
Niccolini e Luigi Soderini, i quali tutti si erano dichiarati pel
partito popolare[15].
[15] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. IX, p. 30. — Fil. de' Nerli, l.
IX, p. 189._
Prima d'ogni altra cosa conveniva trovar modo di sostenere le spese di
una guerra, che i più ricchi monarchi non potevano lungo tempo
sopportare. Il gonfaloniere ottenne una prima legge derogante alla
costituzione fiorentina, colla quale veniva autorizzato il gran
consiglio a fissare qualunque prestito o nuova imposta colla sola
maggioranza de' suffragj[16]. In fatti le leggi fiscali, che la
necessità fece emanare in tempo dell'assedio, non avrebbero giammai
potuto essere sanzionate secondo le antiche forme; poichè dovendosi
sostenere inaudite spese, in tempo che tutte le ordinarie entrate erano
cessate a motivo dell'occupazione del territorio e della soppressione
delle gabelle delle porte, convenne aver ricorso a misure arbitrarie e
rigorose per levare danaro. Più volte si percepirono prestiti forzati da
coloro che i commissarj, nominati per quest'oggetto, indicavano come i
cinquanta, i cento, i dugento più ricchi cittadini della repubblica.
Tutti gli argenti delle chiese, e tutti quelli de' privati, vennero
portati alla zecca; furono date in pegno le pietre preziose che ornavano
le reliquie, e venduta la terza parte dei poderi ecclesiastici, degli
immobili delle corporazioni delle arti e mestieri e dei beni dei
ribelli. Con tali mezzi spesso violenti, ma giustificati dalla
necessità, la repubblica si vide in istato di opporre lunga resistenza
ad un'armata destinata a spogliarla, non meno della sua proprietà che
della sua libertà[17].
[16] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 353._
[17] _Fil. de' Nerli, l. X, p. 216. — Bern. Segni, l. III, p. 97._
Il gonfaloniere e la signoria ordinarono in seguito alle genti del
contado di riporre in Firenze, o nelle terre murate, tutte le loro
granaglie; ma i raccolti erano in quell'anno stati così ubertosi, che
quest'ordine venne male eseguito; onde i nemici, assai più che i
cittadini, approfittarono di tanta ricchezza di messi. Le città di Borgo
san Sepolcro, Cortona, Arezzo, Pisa e Pistoja, ove il governo non era
amato, dovettero dare ostaggi a Firenze. In tutte le altre ed in tutte
le fortezze, la signoria mandò fidati comandanti. All'ultimo furono
nominati sette commissarj con quasi dittatoriale autorità, per vegliare
alla salvezza della repubblica; ma sgraziatamente la scelta cadde sopra
uomini troppo disuguali per talenti, per esperienza, per energia, i
quali nè furono abbastanza d'accordo fra di loro, nè abbastanza pronti
nelle loro risoluzioni, perchè l'opera loro riuscisse di grande
utile[18].
[18] Furono questi Jacopo Morelli, Zanobi Carnesecchi, Anton
Francesco Albizzi, Bernardo di Castiglione, Alfonso Strozzi,
Agostini Dini e Filippo Baroncini. _Ben. Varchi, l. IX, p. 34._
Avvicinandosi il pericolo, i dieci della guerra intimarono ad Ercole
d'Este di recarsi al suo posto, e nello stesso tempo gli mandarono il
soldo dei mille fanti che doveva seco condurre. Ma di già il duca di
Ferrara di lui padre stava negoziando per riconciliarsi coll'imperatore
e col papa, e non voleva esacerbarli mandando il figliuolo ai servigj
dei loro nemici. Dopo avere accettato il danaro de' Fiorentini, e
promesso che il figliuolo suo non tarderebbe a porsi in istrada colle
sue truppe, andò, sotto varj pretesti, procrastinando la di lui
partenza; poi rifiutò perentoriamente, senza rendere il danaro che aveva
ricevuto. Poco dopo richiamò da Firenze il suo ambasciatore, ed
all'ultimo prestò al papa artiglieria e due mila zappatori, per
adoperarli contro i Fiorentini[19].
[19] _Ivi, p. 35._
Allorchè la signoria ebbe notizia dello sbarco dell'imperatore a Genova,
credette di dovergli mandare una deputazione. Questo passo somministrò
un pretesto avidamente accolto da tutti gli alleati dei Fiorentini, per
pretendere violata la lega. In fatti le potenze italiane si erano
obbligate a non trattare separatamente; e fin allora niun'altra aveva
scopertamente mancato a tale promessa. D'altronde la deputazione
fiorentina era stata scelta altrettanto male, quanto mandata
inopportunamente. I quattro membri che la componevano tenevano opinioni
e partiti diversi, onde mai non furono uniti per agire concordemente.
L'imperatore ricusava di trattare con loro, se preventivamente non si
riconciliavano col papa, e risguardò come insufficienti le loro facoltà,
sebbene queste portassero che la repubblica acconsentiva a tutte le
condizioni che le verrebbero imposte, eccettuata l'alienazione della
propria libertà. Il gran cancelliere dell'imperatore dichiarò loro, che,
a motivo degli ajuti dati alla Francia, avevano meritato di perdere
questa libertà, ed ogni altro loro privilegio, e non volle ammettere la
risposta dei deputati, i quali dicevano essere Firenze uno stato
indipendente, che non riconosceva i suoi privilegj da qualche
concessione degli imperatori, ma dai suoi proprj diritti. In appresso
gli ambasciatori vennero congedati; ma non pertanto due di loro,
atterriti dalle disposizioni della corte imperiale, non ripresero la
strada della loro patria. Matteo Strozzi rifugiossi a Venezia e Tommaso
Soderini a Lucca. Niccolò Capponi, l'antico gonfaloniere, che era il
terzo ambasciatore, quando giunse a Castelnuovo di Garfagnana,
scontrossi in Michel Angelo Bonarruoti, che fuggiva con Rinaldo Corsini,
e che gli diede le più tristi notizie intorno ai rovesci di già provati
dalla repubblica. Il Capponi, oppresso dalla fatica, dall'età, dal
dolore, venne subito sorpreso da una malattia che lo trasse al sepolcro
il giorno 8 di ottobre. Raffaello Girolami tornò solo a Firenze a
rendere conto della sua ambasciata, ed incoraggiò i suoi concittadini ad
affrontare coraggiosamente la burrasca ond'erano minacciati[20].
[20] _Ben. Varchi, l. IX, p. 38-42. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 354. —
Filip. de' Nerli, l. IX, p. 191-195. — Bern. Segni, l. III, p. 75._
— Pare che Michel Angelo provasse terrori altrettanto più vivi,
quanto più vasta era la sua immaginazione. Vedendo i primi rovesci
de' Fiorentini, fuggì fino a Venezia, di dove un sentimento di
rimorso e di vergogna lo ricondusse bentosto al suo posto ed alla
direzione delle fortificazioni. Quando fu presa la città, venne
colpito da nuovo spavento, e si tenne molto tempo nascosto; ma
poichè Clemente VII lo ebbe fatto rassicurare, intraprese per
riconoscenza le statue dei sepolcri della cappella Laurenziana.
_Ben. Varchi, t. IV, l. XII, p. 293-294._
L'imperatore aveva commessa la conquista di Firenze ed il compimento
delle vendette di Clemente VII al principe di Orange, in allora vicerè
di Napoli. Clemente stava dunque per volgere contro la sua patria quello
stesso generale e quell'armata medesima, che tre anni prima l'avevano
con tanto rigore tenuto assediato, che avevano saccheggiata sotto i suoi
occhi la sua capitale con sì atroce barbarie, e che non gli avevano
renduta la libertà, che dopo avergli estorta una scandalosa taglia. Il
prezzo pel quale il papa acconsentì a perdonare tante ingiurie, era
l'assunto che prendeva cotal gente ferocissima di trattare colla stessa
barbarie la di lui città natale. L'esercito che aveva saccheggiata Roma,
e che aveva vissuto in Milano a discrezione, fu richiamato sotto le
bandiere dei suoi capi dalla speranza di saccheggiare Firenze; e furono
veduti alcuni soldati spagnuoli, che erano trattenuti innanzi ai
tribunali per cause civili, protestare alla parte avversaria tutti i
danni e perdite nei quali incorrere potrebbero per non avere parte al
sacco di Firenze[21].
[21] _Ben. Varchi, l. IX, p. 54. — Bern. Segni, l. III, p. 77. —
Jac. Nardi, l. VIII, p. 350._
Pure, quando in sul finire di luglio, il principe d'Orange recossi a
Roma per avere un abboccamento col papa intorno ai mezzi occorrenti per
dare cominciamento alla spedizione, venne qualche tempo trattenuto
dall'avarizia e dalla diffidenza di Clemente VII, il quale non voleva
privarsi del danaro che gli si chiedeva. All'ultimo acconsentì a stento
a pagare trenta mila fiorini contanti, ed a prometterne altri quaranta
mila entro breve termine[22]; ma trovò un altro mezzo per cattivarsi
l'amore de' soldati, senza danno del suo tesoro. Questi, abbandonando
Roma il 17 febbrajo del 1528, non avevano terminato di riscuotere le
taglie ed il prezzo de' riscatti che avevano arbitrariamente imposto ai
cittadini, e dopo tale epoca più non credevano potere pretenderne il
pagamento. Clemente VII loro accordò il privilegio di farsi pagare tutto
quanto era loro dovuto ad estinzione delle cedole da loro estorte ai
Romani colla violenza[23].
[22] _Ben. Varchi, l. IX, p. 50._
[23] _Ben. Varchi, l. IX, p. 53._
L'esercito del principe d'Orange adunossi tra Foligno e Spello ai
confini dello stato perugino. Vi si trovavano tre mila cinquecento
Tedeschi, avanzo dei tredici mila landsknecht, che Giorgio Frundsberg
aveva condotti al Borbone nel 1526; gli altri erano caduti vittime della
peste di Roma e della fame di Napoli: vi si trovavano pure cinque mila
Spagnuoli del marchese del Guasto, invecchiati come i Tedeschi in tutte
le guerre d'Italia. Soltanto dopo la pace di Lombardia vi si videro
inoltre giugnere sotto Pietro Velez di Guevara due mila Spagnuoli di
fresco sbarcati a Genova, che per anco non avevano militato, e che
giunti essendo, secondo il consueto delle reclute spagnuole, affatto
ignudi, chiamavansi dagl'Italiani _Bisogni_: circa lo stesso tempo il
conte Felice di Wirtemberga condusse altre reclute tedesche: il
rimanente dell'esercito consisteva in soldati italiani, ed era la
maggior parte che servivano sotto i loro più distinti capitani, senza
paga e per la sola speranza del saccheggio. Quando il principe d'Orange
entrò in campagna, in sul cominciare di settembre, non aveva sotto i
suoi ordini più di quindici mila soldati; ma avanti che terminasse
l'assedio ne contò più di quaranta mila[24].
[24] _Ben. Varchi, l. X, p. 128. — Bern. Segni, l. III, p. 99. — P.
Jovii, l. XXVII, p. 116._
Per entrare in Toscana l'Orange doveva attraversare lo stato di Perugia,
difeso da Malatesta Baglioni con tre mila uomini al soldo de'
Fiorentini. Il castello di Spello, posto in sull'estremo confine del
Perugino, ove l'abate Leone de' Baglioni, fratello naturale del
Malatesta, erasi chiuso, trattenne alcun tempo i nemici. Giovan
d'Urbina, luogotenente generale dell'armata imperiale, vi fu ucciso; ma
Spello all'ultimo fu preso il primo dì di settembre e saccheggiato con
estrema crudeltà[25]. L'esercito giunse in appresso sotto Perugia; ma
l'assedio di questa città posta in sulla vetta d'una piccola montagna,
ed in gagliarda situazione, offriva grandissime difficoltà. Il principe
d'Orange, che non osava intraprenderlo, offrì a Malatesta Baglioni
onorate e vantaggiose condizioni. Obbligavasi a farlo assolvere dal papa
da tutte le censure ecclesiastiche che aveva incorse, a fargli
permettere di continuare nel servigio dei Fiorentini colla sua compagnia
di ventura, e finalmente a conservargli la signoria di Perugia, purchè
evacuasse questa città, che l'Orange nè voleva assediare, nè lasciarsi
alle spalle in mano de' nemici. Il Baglioni chiese ai Fiorentini, o di
acconsentire a questo trattato, o di accrescere considerabilmente la sua
armata. Siccome questi non potevano interamente affidarsi al Baglioni,
nè ai Perugini, accettarono il primo partito. Si sottoscrisse il
trattato il 10 di settembre, ed il 12 Malatesta Baglioni prese la via
d'Arezzo colle truppe sue e fiorentine[26].
[25] Ben. Varchi, l. X, p. 132. — Comment. di Fil. de' Nerli, l. IX,
p. 192. — Bern. Segni, l. III, p. 78. — P. Jovii, l. XXVII, p. 112.
[26] _Ben. Varchi, l. X, p. 137. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 350. —
Bern. Segni, l. III, p. 86. — P. Jovii, l. XXVII, p. 113._
Il principe d'Orange gli tenne dietro da vicino: il 14 di settembre
s'accostò a Cortona difesa da soli 700 fanti di guarnigione, e dopo
avere sofferto qualche perdita in un assalto, ch'egli fece dare lo
stesso giorno alla città, la ricevette all'indomani per capitolazione.
In appresso l'Orange, seguendo la cominciata strada sopra Arezzo, dove
era stato mandato per commissario Francesco Albizzi con due mila uomini;
ma questi, sconcertato dal vedere sopraggiugnere Malatesta Baglioni, e
dalla pronta capitolazione di Cortona, evacuò Arezzo colla sua truppa,
e, ritirandosi precipitosamente a Firenze, sparse la costernazione in
tutta Val d'Arno disopra. Affermarono i nemici del gonfaloniere, che
questi, senza partecipazione della signoria e dei dieci della guerra,
aveva ordinato a Francesco Albizzi di ritirarsi, onde riunire in Firenze
tutta la fanteria, invece di perderla alla spicciolata nel sostenere
assedj. Anche in tale supposizione il disordine di questa ritirata
sarebbe stato non meno colpevole che imprudente[27].
[27] _Ben. Varchi, l. X, p. 142. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 351. —
Bern. Segni, l. III, p. 88. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 192. — P.
Jovii, l. XXVII, p. 114._
Arezzo, evacuato dai Fiorentini, aprì il 18 settembre le porte
all'armata imperiale. Allora questa città sperò di ricuperare la sua
antica libertà: fece battere moneta, spedì commissarj in tutte le
castella dell'antico suo territorio, rifece la sua amministrazione sotto
il nome di repubblica d'Arezzo, e durante l'assedio di Firenze
somministrò agl'imperiali continui ajuti, senza prevedere che
all'istante che fosse presa Firenze, Arezzo ricaderebbe sotto il
giogo[28].
[28] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. X, p. 155. — Bern. Segni, l. III,
p. 87-90._
Alla perdita di Cortona e di Arezzo tenne dietro immediatamente quella
di Castiglione Fiorentino, di Firenzuola e di Scarperia: l'armata
imperiale si andava avanzando, e pareva che verun ostacolo non potesse
più trattenerla. Il suo avvicinamento riempì Firenze di terrore; ed
allora si videro fuggire dalla città coloro che la pusillanimità o
l'attaccamento ai Medici consigliava a non partecipare alla sorte della
loro patria. Ne diede l'esempio Bartolomeo o Baccio Valori, e fu imitato
da Roberto Acciajuoli, da Alessandro Corsini, da Alessandro de' Pazzi, e
finalmente dallo storico Francesco Guicciardini, il quale, dopo avere
menata vita principesca nel suo governo di Parma e di Modena, non
credeva che nella sua repubblica si avesse per lui abbastanza rispetto e
riconoscenza. Egli recossi al campo nemico; ebbe una parte odiosa nelle
vendette della fazione trionfante, e contribuì in una maniera ancora più
fatale al finale stabilimento della tirannide, adoperando la sua abilità
politica nella ruina del proprio paese. L'odio che in Firenze, anche
quando questa città fu fatta schiava, perseguitò in appresso tutti
coloro che avevano tradita la libertà, pare aver consigliato il
Guicciardini a scrivere la storia de' suoi tempi onde ricuperare la
pubblica stima. E senza dubbio lo stesso motivo trasse Filippo de' Nerli
a dettare i suoi commentarj. Si era costui renduto talmente sospetto col
suo zelo pei Medici, che il giorno 8 ottobre del 1529 venne arrestato
con altri diciotto cittadini, e custodito in palazzo fino alla fine
dell'assedio[29].
[29] _Ben. Varchi, l. X, p. 170. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 198. —
Bern. Segni, l. III, p. 92. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 532._
La signoria aveva di fresco spediti quattro ambasciatori al papa; ma
troppo limitate erano le facoltà loro date, per soddisfare all'ambizione
della casa de' Medici. Clemente VII rispose loro che il suo onore
richiedeva che la città gli si rendesse a discrezione; che allora
farebbe a vicenda vedere al mondo ch'egli ancora era Fiorentino, e che
amava la sua patria[30]. Questa risposta fu comunicata ad un'assemblea
generale de' cittadini adunati nella sala del gran consiglio; in
appresso questi si divisero in sedici sezioni per deliberare sotto i
loro gonfalonieri, e quindici di queste sezioni dichiararono, che
preferivano di sagrificare i loro beni e le loro vite in una battaglia
piuttosto che l'onore e la libertà in un trattato[31].
[30] _Ben. Varchi, l. X, p. 167. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 196. —
Bern. Segni, l. III, p. 86._
[31] _Ben. Varchi, l. X, p. 173._
Malgrado i progressi fatti dall'arte di attaccare le città, le
fortificazioni di Firenze erano tuttavia risguardate come quasi
inespugnabili dalla banda del piano; ma quella parte delle mura che
attraversa le colline al mezzodì dell'Arno, era mal situata,
signoreggiata in più luoghi ed assai debole. Della porzione montuosa di
questo ricinto, chiamato Monte a Samminiato, fu affidata la difesa a
Stefano Colonna, che poca cura prendevasi del rimanente dell'assedio, e
che nel suo quartiere non riconosceva verun superiore[32]. Gli indugj
del principe d'Orange, che consumò quasi quindici giorni in Val d'Arno,
quando aspettavasi di vederlo ad ogni istante giugnere sotto la città,
diedero il tempo di afforzare, con nuovi lavori, quelle mura che si
credevano più deboli; permisero pure di dare effetto ad un ordine emesso
il 19 di ottobre dal consiglio degli ottanta, ciò era di spianare tutti
i sobborghi, tutte le case, tutti gli orti entro il raggio di un miglio
dalle mura di Firenze. Quest'ordine, che sagrificava migliaja di ricchi
edificj e di deliziosi orti nella più popolata e più riccamente
coltivata situazione d'Italia, venne eseguito con uno zelo veramente
patriotico dai medesimi proprietarj, i quali si vedevano entrare in
città carichi di fascine che avevano tagliate per le fortificazioni, tra
gli oliveti, le ficaje, gli aranci ed i cedri de' loro proprj
giardini[33].
[32] _Ivi, l. IX, p. 81. — Jac. de' Nerli, l. VIII, p. 356._
[33] _Ben. Varchi, l. X, p. 185. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 353. —
Fil. de' Nerli, l. IX, p. 197 e 202._
Soltanto il 14 di ottobre il principe d'Orange venne ad alloggiarsi a
Pian di Ripoli, sotto Firenze. Aveva chiesta dell'artiglieria ai
Sienesi, che, prestandola a mal in cuore, la facevano avanzare assai
lentamente. Perciò le prime batterie non si scoprirono che sul principio
di novembre; ed in quell'intervallo i Fiorentini avevano lavorato con
tanta costanza intorno alle loro fortificazioni, che più non credevano
di dover temere gli attacchi de' loro nemici. La repubblica pagava
allora il soldo di diciotto mila fanti e di seicento cavalli: ma
effettivamente non aveva che tredici mila soldati in attività, sette
mila de' quali in Firenze, e sei mila nelle guarnigioni di Prato,
Pistoja, Empoli, Volterra, Pisa, Colle e Montepulciano. Malatesta
Baglioni aveva sotto il suo comando tre mila Perugini, ed il capitano
Pasquino, a lui subordinato, tre mila Corsi; Stefano Colonna comandava
ai tre mila uomini della milizia urbana, che servivano non altrimenti
che se fossero truppe di linea. Tutta la popolazione aveva contratte
abitudini militari, e tranne i lavori affatto meccanici erasi in città
abbandonata ogni altra occupazione. La spesa di questo nuovo stato di
guerra ammontava ogni mese a settanta mila fiorini[34].
[34] _Bern. Segni, l. III, p. 89._
Per difendere le più lontane parti del territorio, ed in particolare
Borgo san Sepolcro e Montepulciano, i Fiorentini avevano stipendiato
Napoleone Orsini, più conosciuto sotto il nome di abate di Farfa,
sebbene già da lungo tempo egli avesse riconsegnata quest'abazia per far
il mestiere di condottiere. Era costui uno dei più formidabili tra que'
gentiluomini che passavano la loro vita tra la guerra e gli assassinj.
Aveva nel suo feudo di Bracciano adunato un numeroso corpo di soldati e
di banditi, coi quali, per vendicare, secondo egli diceva, i Romani,
esercitava grandi crudeltà contro gli imperiali, e poi contro i soldati
del papa[35]. Da principio servì utilmente i Fiorentini coi trecento
cavalli che aveva seco; ma in appresso si lasciò sorprendere da
Alessandro Vitelli tra Borgo san Sepolcro e Città di Castello: la di lui
truppa fu totalmente dispersa, ed egli medesimo salvossi a stento,
abbandonando, dopo quest'accidente, il servigio de' Fiorentini[36].
[35] _Marco Guazzo Ist. de' suoi tempi, f. 52. — Lett. de' Principi,
t. II, f. 137 e seg._
[36] _Bern. Segni, l. III, p. 99; l. IV, p. 104. — P. Jovii Hist.,
l. XXVIII, p. 131._
Altri fatti d'armi di non molta importanza accaddero ne' contorni di
Firenze, sia lungo le linee che voleva formare il principe d'Orange, sia
nell'attacco delle piccole fortezze di Val d'Arno, ch'egli cercava di
occupare. Francesco Ferrucci segnalossi in queste scaramucce per la sua
intrepidezza e per le sue cognizioni militari, e si acquistò non meno la
confidenza de' suoi concittadini che la stima de' nemici. Sebbene antica
fosse la famiglia del Ferrucci, era povera, e da più generazioni non
aveva dato verun distinto magistrato. Suo avo Antonio si era fatto nome
negli assedj di Pietra Santa e di Sarzana. Egli e suo fratello Simone
avevano militato sotto Anton Giacomino Tebalducci, il migliore ufficiale
che i Fiorentini avessero avuto da lungo tempo: avevano da lui imparata
l'arte della guerra, e si erano poi fatto nome nelle bande nere sotto
Giovanni de' Medici. Francesco Ferrucci aveva sempre servito in questa
ragguardevole milizia, e nella spedizione di Napoli, di dove era
recentemente tornato, aveva le incumbenze di pagatore[37]. Dalla
signoria fu spedito in qualità di commissario generale prima a Prato, in
appresso ad Empoli; e dopo avere poste quelle piccole città in istato di
difesa, egli tenne la campagna con tanto vantaggio, e prese così spesso
ai nemici grossi convoglj di cavalleria o di vittovaglie, seppe
mantenere tanta disciplina nella sua piccola armata, che i soldati, che
egualmente lo amavano e rispettavano, credevansi sotto i di lui ordini
invincibili[38].
[37] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 363. — Bern. Segni, l. IV, p. 103. —
Ben. Varchi, l. X, p. 222._
[38] _Ben. Varchi, l. X, p. 224. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 542._
Gli Spagnuoli, appena giunti presso Firenze, avevano preso Samminiato,
dove avevano lasciato dugento fanti, che, spalleggiati dagli abitanti
della terra, infestavano tutto il circostante paese, e rendevano più
difficile la comunicazione tra Firenze e Pisa. Avendo il Ferrucci
determinato di scacciarli, andò ad assalirli con sessanta cavalli e
quattro compagnie di fanteria; fu il primo a piantare la sua scala
contro le mura, ed il primo a salirvi; e sebbene gli Spagnuoli
facessero, coll'ajuto degli abitanti, una vigorosa resistenza, il
Ferrucci prese Samminiato d'assalto, ed occupò pure la fortezza,
uccidendo quasi tutti gli Spagnuoli che avevano difese le mura. Mentre
che stava eseguendo questa spedizione, fu attaccato dagl'imperiali il
castello della Lastra posto sulla stessa strada, ma più di Samminiato
vicino a Firenze. Questo castello oppose una gagliardissima resistenza,
e gli Spagnuoli avevano di già perduta molta gente, quando fecero
avanzare l'artiglieria. Allora gli assediati chiesero di trattare, ed
ottennero un'onorata capitolazione. Ma gli Spagnuoli, appena passata la
porta, assalirono la guarnigione che stava senza sospetto, e tutta la
passarono a fil di spada[39].
[39] _Ben. Varchi, l. X, p. 227. — Bern. Segni, l. IV, p. 103. —
Jac. Nardi, l. VIII, p. 365. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 135. — Fr.
Guicciardini, l. XX, p. 540._
Fin qui l'esercito imperiale nulla aveva tentato contro la stessa piazza
di Firenze; ma il 10 di novembre, vigilia di san Martino, supponendo
l'Orange che i Fiorentini non facessero attenta guardia in quella notte
consacrata al piacere, approfittò della profonda oscurità, renduta
ancora maggiore dall'abbondante pioggia che cadeva, per tentare la
scalata: furono poste in opera quattrocento scale lungo le mura, dalla
porta di san Niccolò fino a quella di san Friano; cioè in tutta la più
montuosa parte di Firenze; ma in ogni luogo le sentinelle chiamarono
all'armi, la guardia nazionale gareggiò colla truppa di linea, ed il
nemico fu respinto[40].
[40] _Ben. Varchi, l. X, p. 229._
Appunto un mese dopo questo primo sperimento, Stefano Colonna, che
comandava nel quartiere che gl'imperiali avevano tentato di sorprendere,
si provò ancor egli di attaccarli all'impensata nelle loro linee. Era
egli personalmente nemico di suo parente Sciarra Colonna, che serviva
nel campo nemico, e la notte dell'undici di dicembre andò ad attaccarlo
nel suo quartiere di santa Margarita a Montici, con cinquecento fanti,
ai quali aveva fatto porre sopra le armi, per conoscersi nell'oscurità,
delle camicie bianche. Gl'imperiali, sorpresi in mezzo a tanta oscurità,
perdettero molta gente prima che potessero ordinarsi, ed un ridicolo
accidente accrebbe ancora il loro disordine: i Fiorentini, andando
dovunque in traccia de' nemici, forzarono le porte d'una stalla, nella
quale erasi chiusa una mandra di majali delle Maremme quasi selvaggi, i
quali, spaventati dalle voci dei soldati, precipitaronsi tra i
fuggiaschi con orribili grugniti, ed atterrarono moltissimi soldati, che
nulla potendo discernere in così grande oscurità credevansi inseguiti
dai nemici. Di già erano accorsi il principe d'Orange e don Ferdinando
Gonzaga per soccorrere le loro genti, ed andavano ponendo qualche ordine
nelle difese, quando da tre porte di Firenze sortirono, secondo il
preventivo accordo fatto con Stefano Colonna, tre nuovi corpi d'armata
per attaccare gl'imperiali. Gli assedianti vennero forzati in molte
posizioni, e più volte si credettero in sul punto di essere scacciati
dal loro campo. Finalmente Malatesta Baglioni fece suonare a raccolta
assai più presto che non abbisognava; e forse perdette così l'unica
occasione di mettere fine alla guerra con una vittoria[41].
[41] _Ben. Varchi, l. X, p. 238. — Bern. Segni, l. IV, p. 104. — Fr.
Guicciardini, l. XX, p. 540. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 130._
Due giorni dopo il commissario Ferrucci tese presso Montopoli
un'imboscata al colonnello Pirro di Stipicciano, della casa Colonna, e
gli uccise o prese molta gente. Questi fatti, benchè di non molta
importanza, giovavano però a rianimare il coraggio degli assediati, ed a
far dimenticare le loro perdite. N'ebbero spesso di assai dolorose. Il
16 di dicembre due de' loro migliori capitani, Mario Orsini e Giorgio
Santa Croce, furono uccisi da un solo colpo di colombrina, mentre
stavano ordinando certi cambiamenti da farsi alle fortificazioni[42]. Lo
stesso giorno i Fiorentini ricevettero una notizia che li liberò da un
cocente pensiero; Girolamo Moroni era morto il 15 di dicembre nel campo
degli assedianti. Quest'uomo così versato in tutte le arti dell'intrigo,
che aveva governato con dispotica autorità Massimiliano, indi Francesco
Sforza, e che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia,
era passato all'armata imperiale come prigioniero del Pescara. Era di
già condannato a pena capitale, quando giunse ad acquistarsi il favore
del Borbone, che lasciossi poscia da lui governare fino alla sua morte
sotto le mura di Roma. Il principe d'Orange aveva coll'armata raccolto
il consigliere del suo predecessore, ed oramai non faceva nulla senza il
di lui parere: lo stesso Clemente VII era vinto dalla opinione del
sorprendente ingegno politico del Moroni, e gli perdonava il male che
aveva da lui ricevuto in visto del male che sperava di poter fare col di
lui mezzo ai nemici. Pareva che il Moroni tenesse dietro alla fortuna
piuttosto che ad un determinato oggetto; voleva rendere potenti coloro
cui erasi attaccato, e condurre a felice fine le loro imprese; del resto
pareva indifferente rispetto alle persone ed ai principj, e dopo avere
lavorato per escludere gli stranieri d'Italia, si adoperava con eguale
ardore per servirli contro gl'Italiani. Morì naturalmente e quasi senza
malattia in età decrepita. Lusingavansi i Fiorentini che la di lui morte
lascerebbe il principe d'Orange senza mezzi nel consiglio, e senza
opinione nell'armata, perchè credevano che il destro Moroni fosse stato
fin allora l'anima del campo nemico[43].
[42] _Ben. Varchi, l. X, p. 243. — Bern. Segni, l. IV, p. 104._
[43] _Ben. Varchi, l. X, p. 245._
Frattanto le negoziazioni di Bologna si accostavano al loro fine, e
colla mediazione del papa tutti gli stati d'Italia si andavano
riconciliando coll'imperatore, abbandonando i Fiorentini. Questi
vedevano separarsi da loro un dopo l'altro tutti i membri di quella
lega, chiamata santa, per la quale il re d'Inghilterra, il re di
Francia, il duca di Milano, i Veneziani, il duca di Ferrara, eransi
obbligati a difendere la loro repubblica ed a non trattare senza di lei;
ma li ferì tanto più l'abbandono de' Veneziani che avevano maggior
ragione di risguardarsi come uniti da una medesima causa, e che ancora
recentemente avevano raffermata la loro alleanza[44]. D'altra banda
mentre perdevano i loro alleati vedevano crescere i nemici, perciocchè
una delle condizioni della pacificazione di Lombardia portava che Carlo
V ne ritirerebbe le sue truppe; ed infatti negli ultimi giorni di
dicembre circa venti mila tra Spagnuoli e Tedeschi passarono gli
Appennini con una numerosa artiglieria, e vennero ad accamparsi sulla
riva destra dell'Arno, che fin allora si era preservata dai guasti della
guerra[45]. I Fiorentini, atterriti dall'arrivo di questi nuovi nemici,
evacuarono Pistoja e Prato con quella stessa precipitazione con cui al
sopraggiugnere della prima armata avevano evacuata Cortona ed Arezzo. Le
più lontane fortezze di Pietra Santa e di Motrone aprirono
volontariamente le loro porte agl'imperiali, di modo che prima che
terminasse l'anno l'autorità della repubblica più non era conosciuta che
in Livorno, Pisa, Empoli, Volterra, Borgo san Sepolcro, Castrocaro e
nella cittadella d'Arezzo[46].
[44] _Ben. Varchi, l. X, p. 257-261._
[45] _Ivi, p. 268. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 359. — Fr.
Guicciardini, l. XX, p. 540. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 207. —
Bern. Segni, l. III, p. 98._
[46] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. X, p. 279. — Filippo de' Nerli, l.
IX, p. 206. — Bern. Segni, l. IV, p. 102._
Malgrado i pericoli dello stato, la prima magistratura veniva ricercata
con eguale ardore. Francesco Carducci, ch'era stato sostituito al
Capponi negli otto ultimi mesi del 1529, aveva dato prove del vigore del
suo carattere e del suo ingegno. Desiderava di essere confermato pel
susseguente anno, ed espresse abbastanza chiaramente tale suo desiderio
nel gran consiglio, ove rappresentò ai suoi concittadini che in così
difficili circostanze, non potevasi quasi mutare il capo dello stato,
senza esporsi altresì a cambiare tutte le misure, ed a sovvertire tutti
i progetti maturati lungo tempo innanzi. Ma questo stesso avvertimento
parve offendere coloro che credevansi non meno di lui capaci di
sostenere la prima carica della stato, ed il Carducci non venne pure
annoverato tra i sei candidati designati pel gonfalone. Il gran
consiglio scelse il 2 di dicembre Raffaele Girolami, il solo degli
ambasciatori mandati a Carlo V a Genova, che fosse tornato in patria a
rendere conto della sua missione. Dopo tal giorno il Girolami visse nel
palazzo del pubblico, ed assistette alle deliberazioni della signoria,
sebbene non entrasse in funzione che il primo gennajo del 1530[47].
[47] _Ben. Varchi, l. X, p. 237. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 370. —
Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 47. — Filippo de' Nerli, l. IX, p.
204. — Bern. Segni, l. IV, p. 103._
Dopo l'arrivo della seconda armata imperiale provegnente dalla
Lombardia, Firenze era circondata da ogni banda, ed il principe d'Orange
aveva una formidabile artiglieria, e più che bastante per istringere
vivamente l'assedio; pure non cercò di battere in breccia le mura, e
solo tentò, e quest'ancora con infelice riuscita, di atterrare alcune
torri dalla di cui artiglieria veniva incomodato, limitandosi a bloccare
la città colla speranza di affamarla[48].
[48] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 359. — Bern. Segni, l. IV, p. 103. —
P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVIII, p. 130._
Oltre l'ordinaria numerosa sua popolazione, Firenze conteneva in allora
molti contadini che vi si erano rifugiati dalle circostanti campagne, e
dodici in quattordici mila soldati. Gli ultimi non si erano accostumati
in veruna delle precedenti guerre d'Italia a soffrire le privazioni. La
loro moderazione, la loro disciplina, la loro pazienza formarono un
singolare contrasto colle vessazioni sofferte dalle altre città per
parte de' soldati ricevuti entro le loro mura. Senza dubbio Firenze
andava di ciò debitrice alla guardia urbana, che colla sua lodevole
condotta serviva d'esempio alle altre truppe, e le teneva in dovere.
Nondimeno tutti i granaj di Firenze sarebbersi a lungo andare vuotati,
se il commissario generale Francesco Ferrucci non avesse trovato il
mezzo, mercè una costante attività ed uno zelo eguale al suo coraggio,
d'introdurre in città varj convoglj di bestiami, di granaglie e di
foraggi, e di farvi passare le munizioni che si trovavano ammassate ad
Empoli, a Volterra ed a Pisa[49].
[49] _Ben. Varchi Stor. Fior., t. IV, l. XI, p. 41. — Fr.
Guicciardini, l. XX, p. 541. — Filip. dei Nerli, l. IX, p. 207._
L'accordo d'Ercole d'Este in qualità di capitano generale era terminato
col 1529, senza ch'egli si fosse mai recato al suo posto. Gli uomini
d'armi da lui mandati avevano ubbidito al conte Ercole Rangoni, di lui
luogotenente; ma si erano contenuti assai mollemente, dietro gli ordini
stessi ricevuti da Ferrara. Alla fine dell'anno il principe li richiamò.
Egli più non desiderava di conservare il posto di capitano generale, ed
i Fiorentini non avevano verun pensiero di confermarlo in cotale carica.
I dieci della guerra procedettero a nominargli un successore; ma
pendevano incerti tra Malatesta Baglioni, che ancora non aveva titolo di
governatore generale, e Stefano Colonna, generale della loro ordinanza;
ma quest'ultimo, uomo circospetto, e che trasparire non lasciava le
segrete sue intenzioni, dichiarò che continuava a considerarsi come
soldato del re cristianissimo, ch'egli rimaneva in Firenze per di lui
servigio, e che non desiderava verun'altra distinzione[50]. Per lo
contrario il Baglioni faceva pratiche per avere la prima carica. Sebbene
indebolito e quasi storpiato da lunghe malattie, non era meno illustre
per coraggio, che per militari talenti; aveva gloriosamente militato
negli eserciti veneziani; sapeva farsi amare e rispettare dai soldati,
sebbene facesse mantenere la più severa disciplina; e comecchè in
appresso l'esperienza dimostrasse, che preferiva il suo personale
interesse al dovere, ebbe, mancando ancora a quest'ultimo, certi
riguardi per l'onor suo, che il più delle volte venivano dai condottieri
trascurati. Fu il 26 di gennajo che il gonfaloniere Raffaele Girolami
gli consegnò lo stendardo della repubblica ed il bastone del comando,
dopo averlo esortato in presenza di tutto il popolo a versare, se il
bisogno lo richiedesse, il suo sangue per la difesa della libertà
fiorentina, e dopo avere ricevuto il di lui giuramento[51].
[50] _Ben. Varchi, t. IV, l. XI, p. 23._
[51] _Ben. Varchi. l. XI, p. 24. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 358. —
Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 48. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 219.
— Bern. Segni, l. IV, p. 103._
Pochi dì avanti Francesco I, per fare cosa grata al papa ed
all'imperatore, aveva fatto dare ordine a questo stesso Malatesta
Baglioni, ed allo stesso Stefano Colonna, di abbandonare il servigio de'
Fiorentini, dichiarando di non li volere incoraggiare nella loro
ribellione contro la Chiesa e contro l'impero; ma in pari tempo che loro
pubblicamente mandava quest'imbasciata, li faceva segretamente avvisare
di non ubbidire. Richiamava il signore de Viglì, ma vi lasciava Emilio
Ferreto in qualità di segretario dell'ambasciata, commettendogli di
sostenere il coraggio de' Fiorentini, e di accertarli, che ricuperati
che avesse i figliuoli col pagamento della loro taglia, tornerebbe a dar
loro aperti ajuti[52].
[52] _Ben. Varchi, l. XI, t. IV, p. 19. — Fr. Guicciardini, l. XX,
p. 541._
Dietro una decisione del gran consiglio, il nuovo gonfaloniere aveva
spediti ambasciatori all'imperatore ed al papa a Bologna per chiedere la
pace. Erano essi incaricati di offrire il richiamo de' Medici in
Firenze, a condizione che tutto lo stato fiorentino sarebbe restituito
alla repubblica, che sarebbe conservata la di lui libertà, e che la
presente costituzione non verrebbe alterata. Carlo V non volle trattare
con loro, e sempre li rinviò al papa; questi parve volere accordare le
due prime condizioni, ma si alterò grandemente contro coloro che
proponevano la terza; giurò che rovescierebbe un governo abbandonato
alla plebaglia, che opprimeva tutto ciò che la nazione avrebbe dovuto
rispettare; e costrinse gli ambasciatori, a mezzo febbrajo, ad uscire
immediatamente da Bologna senza avere niente convenuto[53].
[53] _Fil. de' Nerli, l. X, p. 217, 218. — Bern. Segni, l. IV, p.
106. — Ben. Varchi, t. IV, l. XI, p. 12-18._
Ma nè la durezza dell'imperatore e la collera del papa, nè l'abbandono
del re di Francia, nè la fuga di varj capitani che passarono tra i
nemici, nè le trame dei partigiani de' Medici, perseguitati con un
rigore e con forme di giudizj indegni di una repubblica, nè la
successiva perdita di tutto il dominio dello stato, ebbero forza di
scoraggiare i Fiorentini. I monaci del convento di san Marco ed i
proseliti di Girolamo Savonarola avevano ricominciate le loro prediche.
Fra Benedetto da Fojano di santa Maria Novella, e fra Zaccaria,
domenicano di san Marco, erano tra costoro i due più eloquenti oratori,
e quelli che il popolo ascoltava con maggiore entusiasmo. Incoraggiavano
essi i divoti colla promessa che Cristo, nominato loro re, penserebbe a
difenderli, e profetizzavano che quando parrebbe impossibile ogni umano
soccorso, quando gl'imperiali avrebbero di già innalzate sulle mura le
loro insegne, gli Angeli del Signore scenderebbero in mezzo alla
battaglia, e scaccierebbero colle infuocate loro spade i nemici del
Signore dalla città che si era data in di lui potere[54].
[54] _Ben. Varchi, l. XI, p. 39, 178. — Bern. Segni, l. IV, p. 116.
— Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 52, 66._
Mentre i Fiorentini aspettavano ogni venerdì di essere attaccati dal
principe d'Orange, perchè gli Spagnuoli risguardavano tale giorno
siccome fausto, non lasciavano dal canto loro passare un sol dì senza
tentare con qualche sortita di sorprendere alcun posto de' nemici. In
molte di queste zuffe perirono parecchj uomini che alla repubblica erano
utilissimi, e si prese da ciò motivo di accusare Malatesta Baglioni di
aver voluto spossare la guarnigione con questa piccola guerra. Con ciò,
a dir vero, il Baglioni riuscì a rendersi affatto dipendente il
consiglio di guerra, perchè gli ufficiali, che si andavano perdendo in
queste scaramucce, venivano sempre rimpiazzati da creature proposte da
lui medesimo; e dall'altra parte potev'essere fondato a credere che con
queste piccole perdite non comperava a troppo caro prezzo il vantaggio
di agguerrire i suoi soldati, d'inspirar loro confidenza e di dissipare
quell'impazienza e quella noja che spesso riescono alle truppe assediate
più funeste che le spade nemiche[55].
[55] _Ben. Varchi, t. IV, l. XI, p. 30 e seg. — Jac. Nardi, l. VIII,
p. 359._
Alcune delle sortite de' Fiorentini avevano un piano più generale.
Sorprendendo di notte i quartieri de' nemici, potevano lusingarsi di
disordinare tutto l'esercito e di forzarlo a levare l'assedio. Queste
notturne sorprese chiamavansi _incamiciate_, perchè gli assalitori si
coprivano con una camicia bianca, ad oggetto di riconoscersi
nell'oscurità. Talvolta i Fiorentini non temevano di attaccare i loro
nemici in pieno giorno; ed il 21 di marzo, dietro gli ordini di
Malatesta Baglioni, cinque corpi, cadauno di cinque in sei cento uomini,
sortirono da cinque diverse porte per attaccare contemporaneamente
gl'imperiali, onde occupare un ridotto, chiamato il _cavaliere_,
innalzato dal principe d'Orange in faccia alla porta Romana: un corpo
doveva condurre a fine quest'impresa, mentre gli altri distrarrebbero
l'attenzione del nemico. Sgraziatamente i Fiorentini furono traditi da
un disertore, che uscì di città mezz'ora prima di loro; pure, sebbene
gl'imperiali si trovassero da per tutto apparecchiati a riceverli,
l'attacco dei Fiorentini fu così vivo, che molti di loro giunsero sul
Cavaliere; e quando si ritirarono all'avvicinarsi della notte, avevano
fatto ai nemici assai maggior male che non ne avevano ricevuto[56].
Rinnovarono lo stesso attacco il 28 di marzo, ma meno felicemente. Il
giorno di Pasqua ed i seguenti giorni, ebbero ancora luogo alcune
brillanti scaramucce. Intanto l'imperatore era partito alla volta della
Germania, il papa era tornato a Roma, e l'armata dell'Orange cominciava
a sentire il bisogno di danaro. I Fiorentini erano persuasi che se
riusciva loro in tale circostanza di ottenere qualche importante
vantaggio sull'armata imperiale, farebbero levare l'assedio; mentre che
invece sottomettendosi ad un più lungo blocco, la fame avrebbe
all'ultimo consumate le loro forze[57].
[56] _Ben. Varchi, l. XI, p. 54. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 542._
[57] _Ben. Varchi, l. XI, p. 71._
Sentendosi Malatesta Baglioni accusato dal popolo di trarre in lungo la
guerra, vedendo che le guardie nazionali desideravano di fare una
sortita generale, e che la volevano i dieci della guerra e la signoria,
dichiarò che condurrebbe i Fiorentini alla battaglia, sebbene egli non
lo credesse utile agli assediati. In fatti il 5 di maggio fece sortire
più di mezza guarnigione fuori di porta Romana e di due altre porte
dallo stesso lato dell'Arno; prese d'assalto il convento di san Donato,
difeso dagli Spagnuoli; gettò il disordine in tutta l'armata del
principe d'Orange, e se avesse fatto uscire il restante delle truppe di
cui poteva disporre, o se Amico di Venafro, da lui destinato a comandare
una delle tre colonne, non fosse stato ucciso nel precedente giorno,
avrebbe probabilmente costretto il principe d'Orange a levare
l'assedio[58].
[58] _Ben. Varchi, l. XI, p. 77. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 362._
Dal canto suo Stefano Colonna diresse un attacco contro il campo de'
Tedeschi in sulla destra dell'Arno, dove il conte Luigi di Lodrone era
subentrato a Luigi di Wirtemberga. Il Colonna sortì dalla città il 10 di
giugno, alcune ore prima che facesse giorno, per la porta di Faenza,
onde marciare direttamente contro i nemici, mentre dovevano
assecondarlo, il capitano Pasquino Corso uscendo dalla porta di Prato, e
Malatesta Baglioni tenendo d'occhio il fiume per impedire che il
principe d'Orange non ajutasse i Tedeschi. Il Colonna combattè
valorosamente; forzò la doppia trincea de' Tedeschi, e loro uccise molta
gente: ma il capitano Pasquino non venne in suo ajuto, secondo gli era
stato imposto, e Malatesta Baglioni, nel caldo della battaglia, invece
di avanzarsi egli stesso, fece suonare a raccolta. Stefano Colonna la
fece in buon ordine riportando un immenso bottino, preso ne' quartieri
del nemico[59].
[59] _Benedetto Varchi, l. XI, p. 100. — Jac. Nardi, l. IX, p. 374.
— Filippo de' Nerli, l. X, p. 231. — Ber. Segni, l. IV, p. 117. — P.
Jovii, l. XXVIII, p. 146._
Nello stesso tempo si combatteva ancora in altre parti dello stato
fiorentino. Lorenzo Carnesecchi era commissario generale nella Romagna
toscana; risiedeva d'ordinario a Castrocaro; e con pochissimi soldati e
senza danaro, trovò il modo di allestire una piccola armata in questa
provincia; rispinse gli attacchi delle truppe papali; portò invece il
terrore ed i guasti in tutta la Romagna pontificia, e sforzò il
governatore della legazione a chiedergli una parziale tregua. Il
Carnesecchi non vi acconsentì, che quando ebbe egli medesimo esaurite
tutte le sue forze per continuare la guerra[60].
[60] _Ben. Varchi, l. XI, p. 112._
La cittadella d'Arezzo, assediata dagli Aretini, capitolò il 22 di
maggio. I soldati che vi stavano di guarnigione si erano ammutinati, per
non assoggettarsi più lungo tempo alle privazioni rendute necessarie
dallo stato d'assedio. Gli Aretini non l'ebbero appena in loro potere
che la spianarono all'istante, affinchè il principe d'Orange non potesse
mandarvi guarnigione[61]. Il 23 di giugno si arrese agli Spagnuoli per
capitolazione Borgo san Sepolcro, senza avere prima sostenuto un
assedio[62]. Volterra si era data alle truppe del papa il 24 di
febbrajo[63]: ma perchè questa città credevasi di somma importanza, i
dieci della guerra, dopo avere nominato Francesco Ferrucci commissario
generale, ed avergli date illimitate facoltà, e tali che mai non le
aveva avute verun cittadino fiorentino, lo incaricarono di soccorrere la
fortezza di Volterra, che tuttavia si difendeva, e di tentare, se fosse
possibile, di riavere ancora la città.
[61] _Ben. Varchi, l. XI, p. 117._
[62] _Ivi, p. 118. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 366._
[63] _Ben. Varchi, l. XI, p. 131. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 542.
— Bern. Segni, l. IV, p. 110. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 148._
Il Ferrucci aveva adunata la sua piccola armata in Empoli, dove aveva
pure raccolti abbondantissimi magazzini di vittovaglie, che
successivamente spediva a Firenze; ed aveva posta quella città in così
buono stato di difesa, ch'egli accertava che le sole donne avrebbero
potuto coi loro fusi respingere gli Spagnuoli; egli partì il 27 di
aprile, a seconda degli ordini ricevuti, e affidò il comando della città
ad Andrea Giugni ed a Pietro Orlandini[64].
[64] _Ben. Varchi, l. XI. p. 93._
La partenza del Ferrucci ebbe per Empoli funeste conseguenze: il
principe di Orange spedì Diego Sarmiento, coi Bisogni spagnuoli, per
assediarla; vi aggiunse tutta la cavalleria di don Ferdinando Gonzaga, e
varie vecchie bande del marchese del Guasto. Nello stesso tempo Fabrizio
Maramaldo batteva la campagna, e vietava al Ferrucci di avvicinarsi
all'assediata città. Le batterie spagnuole cominciarono a battere Empoli
il 24 di maggio, ed il 28 gl'imperiali diedero alla piazza un
sanguinosissimo assalto; ma dopo molte ore di battaglia furono respinti.
Nella susseguente notte, gli abitanti d'Empoli, temendo i patimenti di
un assedio, mandarono segretamente al campo spagnuolo per capitolare, ed
avendo ottenuta una salvaguardia per le persone e proprietà loro, non
fecero parola dei soldati che gli avevano valorosamente difesi. I due
capitani Giugni ed Orlandini avevano avuto parte in questa vergognosa
transazione. Quando in seguito gli Spagnuoli vennero introdotti entro le
mura di Empoli, disprezzarono la capitolazione, ed abbandonarono al
saccheggio non solo i ricchissimi magazzini adunati con tanto zelo e
stento dal Ferrucci per assicurare l'approvvigionamento di Firenze, ma
inoltre tutte le case degli abitanti[65].
[65] _Ben. Varchi, l. XI, p. 91. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 367. —
Fr. Guicciardini, l. XX, p. 543. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 226. —
Bern. Segni, l. IV, p. 112. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 153._
Intanto Francesco Ferrucci aveva condotta a buon fine la sua spedizione:
partito da Empoli il 27 d'aprile, con circa mille quattrocento fanti e
dugento cavaleggieri, cui aveva fatto prendere provvigioni per due
giorni, giunse non pertanto lo stesso giorno a Volterra, tre ore prima
di notte. Dopo essere entrato nella cittadella per la porta del
soccorso, ed avere dato un'ora di riposo a' suoi soldati, scese nella
città e forzò i primi trinceramenti innalzati dai Volterrani, e
gl'inseguì vivamente fino alla piazza di sant'Agostino, dove eransi
eretti altri trinceramenti. Intanto era sopraggiunta la notte, ed i suoi
soldati, oppressi dalla fatica del lungo cammino fatto e dalla recente
ostinata battaglia, più non potevano reggersi in piedi; fu d'uopo perciò
trincerarsi sulla piazza, aspettando il vegnente mattino. All'indomani
ricominciò la battaglia in sul fare del giorno. I Volterrani attendevano
ad ogni istante gli ajuti loro promessi da Fabrizio Maramaldo, il quale
occupava la provincia con due mila cinquecento Calabresi, i quali, non
ricevendo il soldo, vivevano a discrezione. Ma il Ferrucci costrinse i
Volterrani a capitolare, prima che il Maramaldo potesse soccorrerli[66].
[66] _Ben. Varchi, l. XI, p. 149. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 358. —
Fr. Guicciardini, l. XX, p. 542. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 150. — B.
Segni, l. IV, p. 111. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 226. — Ist. di Gio.
Cambi, t. XXIII, p. 54._
Il Ferrucci si affrettò di mettere Volterra in istato di difesa: doveva
nello stesso tempo tenersi in guardia contro gli abitanti della città,
pieni di rancore verso i Fiorentini, e contro Fabrizio Maramaldo, che
non tardò ad attaccarlo colla sua infanteria leggiere. Prolungaronsi fra
di loro le zuffe tutto il mese di maggio con un accanimento che si
cangiò in odio personale. Dopo la presa di Empoli, il marchese del
Guasto e don Diego di Sarmiento raggiunsero Maramaldo coi loro corpi
d'armata. Il 12 di giugno scoprirono le loro batterie contro le mura di
Volterra, e vi aprirono larghe brecce. Il Ferrucci rimase gravemente
ferito in due parti durante quest'attacco; ma senza dar tempo di farsi
medicare, fecesi portare sopra una seggiola in tutti i posti più
minacciati dal nemico, e continuò egli solo, senza perdere un solo
istante, a dirigere la difesa[67]. Il 17 di giugno, il marchese del
Guasto, che aveva ricevuto dal campo del principe d'Orange un rinforzo
d'artiglieria, aprì nuovamente larghe brecce nelle mura della città. La
febbre erasi aggiunta alle ferite del Ferrucci; ma non pertanto questi,
lasciando in non cale ogni cura della sua salute, fece testa al nemico,
e dopo un'accanita zuffa lo costrinse a levare vergognosamente
l'assedio[68].
[67] _Ben. Varchi, l. XI, p. 162. — P. Jovii, l. XXIX, p. 134._
[68] _Ben. Varchi, l. XI, p. 164. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 368. —
Fr. Guicciardini, l. XX, p. 544. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 66. — B.
Segni, l. IV, p. 114. — P. Jovii, l. XXIX, p. 157._
Dopo avere assicurato il possedimento di Volterra, il Ferrucci rivolse
il pensiero ad eseguire la commissione che gli era stata data dai dieci
della guerra; cioè di ragunare tutti i soldati fiorentini che trovavansi
nelle varie parti del territorio tuttavia soggetto al governo della
repubblica, e di venire, dopo avere in tal guisa ingrossato il più che
poteva la sua piccola armata, ad attaccare il campo degli assedianti,
mentre che i Fiorentini lo asseconderebbero con una vigorosa sortita;
imperciocchè il gonfaloniere, la signoria, i dieci della guerra, e lo
stesso consiglio degli ottanta, desideravano la battaglia, ed ordinavano
ai loro generali d'attaccare il nemico. Invano Malatesta Baglioni e
Stefano Colonna dichiaravano di non poter condurre le milizie contro
soldati veterani, superiori di numero, e protetti dai loro trinceramenti
in gagliarde posizioni: i consiglj replicavano l'ordine d'attaccare il
nemico, onde almeno conservare alcuna possibilità di prosperi
avvenimenti, mentre che la fame, ch'essi vedevano non lontana, e la
peste, che dal campo nemico era entrata in città, gli andavano
distruggendo, quasi con tanta rapidità come avrebbe fatto la battaglia,
senza lasciar loro nè gloria, nè speranza[69].
[69] _Ben. Varchi, l. XI, p. 175, 176. — Jac. Nardi, l. IX, p. 375.
— Fil. de' Nerli, l. X, p. 234._
Il Ferrucci ricevette il 14 di luglio le nuove facoltà che gli venivano
affidate, le quali lo rendevano in autorità eguale alla signoria ed
all'intero popolo di Firenze; in pari tempo ebbe ordine di porsi in
cammino per salvare la sua patria, che tutte in lui solo riponeva le sue
speranze. Egli aveva sotto i suoi ordini venti compagnie, sette delle
quali lasciò alla custodia di Volterra, e seco condusse le altre
tredici, che non ammontavano in tutto a più di mille cinquecento uomini,
sebbene in origine fossero tutte composte di dugento soldati. Scese la
Cecina, ed arrivò per Vado e Rossignano a Livorno, senza lasciarsi
trattenere dagli archibugieri di Maramaldo, che tentavano di
precludergli la strada. Da Livorno recossi a Pisa, ove il signore
Giampaolo Orsini lo stava aspettando con un corpo quasi eguale al suo.
Era questi figliuolo di Renzo di Ceri, e nel maggior pericolo della
repubblica, le si era offerto con una specie di cavalleresco sagrificio,
onde avere parte in quest'ultima battaglia in favore della libertà e
dell'indipendenza italiana[70]. Per pagare queste due piccole armate,
convenne levare danaro in Pisa col mezzo d'arbitrarie contribuzioni; e
mentre che il Ferrucci, oppresso dalle fatiche e dalle cure, doveva
provvedere personalmente a tutto, fu sorpreso da violenta febbre, che lo
tenne tredici giorni in una forzata e disperante inazione[71].
[70] _Jac. Nardi, l. IX, p. 375. — Ben. Varchi, l. XI, p. 69._
[71] _Ben. Varchi, l. XI, p. 208. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 370. —
Bern. Segni, l. IV, p. 120. — P. Jovii, l. XXIX, p. 160._
Il piano che stava per eseguire il Ferrucci non era suo. Egli aveva
offerto alla signoria di condurre la sua piccola armata contro Roma,
dove sapeva trovarsi il papa senza veruna difesa; avrebbe dato voce
d'andare a mettere a sacco per la seconda volta la corte romana, ed
avrebbe richiamati così sotto le sue insegne la folla dei mercenarj
senza onore e senza religione, che non guerreggiavano che per bottinare:
soprattutto contava di guadagnare facilmente i _Bisogni_ spagnuoli di
Diego Sarmiento. Il papa, atterrito all'avvicinarsi di questa truppa,
avrebbe fatta la pace, o per lo meno avrebbe richiamato il principe
d'Orange per difendersi. Ma la signoria ricusò di approvare cotale
progetto, da lei giudicato troppo ardito[72].
[72] _Jac. Nardi, l. IX, p. 376._
Francesco Ferrucci, avendo finalmente ricuperate le forze, prese tutte
le convenienti misure per la sicurezza di Pisa; in pari tempo si
provvide d'artiglieria, di fuochi artificiali, e di tutto quanto poteva
dare alla sua piccola armata maggiore fiducia in se medesima; indi si
pose in cammino la notte del 30 luglio, tre ore dopo il tramontare del
sole, con un'armata di tre mila pedoni e di quattro in cinquecento
cavalli. Uscì di Pisa per la porta di Lucca, ed attraversando tutto lo
stato lucchese tentò da prima di entrare nel piano di Pescia pel ponte
di Squarcia Boccone; ma perchè vi trovò qualche resistenza, penetrò
nelle montagne lucchesi, e si accampò la prima notte a Medicina; indi
passò la seguente a Calamecca nelle montagne di Pistoja. Sperava di
ragunare in questa provincia tutta la fazione dei Cancellieri, i quali
erano ben affetti alla repubblica, e, dopo avere ingrossata la sua
armata con bande d'insorgenti, d'impadronirsi di Pistoja, ove potrebbe
adunare i magazzini che destinava a vittovagliare Firenze. Ma i
partigiani dei Cancellieri, ch'egli trovò a Calamecca, volendo
approfittare del di lui arrivo per vendicarsi del partito nemico de'
Panciatichi, lo traviarono dalla strada che avrebbe dovuto tenere, e lo
condussero a San Marcello, ove signoreggiavano i Panciatichi. Infatti il
Ferrucci prese questa terra, la saccheggiò, e la bruciò, perdendo in tal
modo un tempo prezioso. Una dirotta pioggia gli fece inoltre differire
alcune ore la partenza; egli condusse poi la sua armata a Gavinana,
castello spettante alla fazione dei Cancellieri, lontano quattro miglia
da San Marcello ed otto dalla città di Pistoja[73].
[73] _Ben. Varchi, l. XI, p. 210. — Bern. Segni, l. IV, p. 121. —
Filip. de' Nerli, l. X, p. 236. — P. Jovii, l. XXIX, p. 162._
Ma qualunque stata fosse la rapidità del Ferrucci e l'accortezza della
sua marcia, che, girando la metà de' confini toscani, lo conduceva in
soccorso di Firenze per la parte più opposta a quella ond'era partito,
egli era quasi circondato da tutte le bande. Fabrizio Maramaldo
trovavasi sulla di lui manca, e lo aveva sempre seguito senza tentare di
venire alle mani. Alessandro Vitelli stava alla destra col corpo dei
_Bisogni_ spagnuoli, che poc'anzi si erano ammutinati e ritirati ad Alto
Pascio, di dove egli aveali ricondotti all'ubbidienza colla speranza di
una battaglia. Il Bracciolini lo seguitava con un migliaja d'uomini
della fazione dei Panciatichi, armati sulle montagne. Pure il Ferrucci
credevasi ancora in situazione di sottrarsi a tutti, o di attaccarli e
vincerli separatamente, quando lo stesso principe d'Orange gli si fece
incontro con mille veterani tedeschi, altrettanti spagnuoli e quattro
colonnelli italiani[74].
[74] _Ben. Varchi, l. XI, p. 213. — P. Jovii, l. XXIX, p. 163._
Il principe d'Orange, che confidato aveva il comando dell'armata,
durante la sua assenza, a don Ferdinando Gonzaga, ed al conte di
Lodrone, non poteva allontanarsi tanto da Firenze, che sull'appoggio di
un tradimento. Sapeva il gonfaloniere che la salvezza della repubblica
era tutta ridotta nel solo Ferrucci, onde voleva assecondarlo col più
vigoroso attacco contro il campo degli assedianti. Qualunque si fosse la
superiorità della posizione, del numero o della disciplina degli
Spagnuoli e de' Tedeschi, voleva affrontarla, ed ordinò a Malatesta
Baglioni di apparecchiarsi ad una generale sortita. Dichiarò in pari
tempo che si porrebbe egli stesso alla testa della scelta milizia
fiorentina, e che seguirebbe la truppa di linea ovunque il Malatesta la
condurrebbe, lasciando la guardia di Firenze ai vecchi ed all'ordinanza
dei contadini[75].
[75] _Ben. Varchi, l. XI, p. 191._
Ma il Baglioni non aveva più che sperare o temere dalla repubblica
fiorentina, e non voleva più oltre legare la propria fortuna a quella di
uno stato che vedeva in sul punto di perire. Aveva segretamente
negoziato col principe d'Orange, e per mezzo di lui anche con Clemente
VII; erasi fatta confermare la sua sovranità di Perugia e promettere
nuovi favori ecclesiastici e temporali, obbligandosi per iscrittura
verso il principe d'Orange a non attaccare il campo, mentre il principe
ne starebbe lontano per andare contro il Ferrucci. Successivamente
oppose tre proteste agli ordini datigli dalla signoria di attaccare il
nemico; ed il suo collega Stefano Colonna ebbe la debolezza ancor esso o
la falsità di sottoscriverle. Diceva in queste scritture che la
battaglia cui volevasi sforzarlo cagionerebbe l'irreparabile ruina della
sua armata e della repubblica; e quando all'ultimo ebbe un perentorio
ordine di marciare, vi si prestò con tanta lentezza, che prima ch'egli
si fosse mosso, i Fiorentini ebbero notizia dell'esito della spedizione
del Ferrucci[76].
[76] _Ben. Varchi, l. XI, p. 179, 204. — Jac. Nardi, l. IX, p. 385._
Il principe d'Orange era partito dal suo campo la sera del primo giorno
di agosto; camminò tutta la notte, ed all'indomani diede riposo alle sue
truppe a Lagone, villaggio posto tra Gavinana e Pistoja: colà stavano
mangiando nella stessa ora in cui quelle del Ferrucci facevano lo stesso
a San Marcello. Le due armate ripresero di nuovo il cammino press'a poco
nello stesso istante, e giunsero nello stesso tempo innanzi a Gavinana.
La campana a stormo che suonavasi in questo villaggio, avvisò il
Ferrucci dell'avvicinarsi del nemico, senza che per altro potesse
sospettare che fosse lo stesso principe d'Orange, ed una tanto
ragguardevole parte della di lui armata, che avessero abbandonato il
campo sotto Firenze[77].
[77] _Ben. Varchi, l. XI, p. 214._
La fanteria del Ferrucci era divisa in due corpi, ognuno di quattordici
compagnie; egli comandava il primo, e Giampaolo Orsini il secondo, che
serviva di retroguardia. Era egualmente divisa in due squadroni la
cavalleria; uno de' quali era condotto da Amico d'Ascoli, l'altro da
Carlo di Castro e dal conte di Civitella[78]. Prima di venire a
battaglia, il Ferrucci esortò brevemente i suoi commilitoni; loro
ricordò che la salvezza di Firenze e l'ultima speranza della repubblica
erano riposte nella piccola loro armata, e non altro domandò loro che di
seguirlo dovunque lo vedessero avanzarsi[79].
[78] _Jac. Nardi, l. IX, p. 377._
[79] _Ben. Varchi, l. XI, p. 215. — Jac. Nardi, l. IX, p. 377. —
Bern. Segni, l. IV, p. 122._
Il Ferrucci, essendosi rimesso il caschetto, scese da cavallo ed entrò
in Gavinana colla picca in mano nell'istante medesimo in cui Fabrizio
Maramaldo, avendo fatto atterrare un muro secco, vi entrava per un'altra
strada. La fanteria delle due armate s'incontrò sulla piazza del
castello, intorno ad un alto castagno che ne occupava il centro; ed in
tal luogo la pugna fu più lunga e più accanita, mentre che il principe
d'Orange colla sua cavalleria attaccava impetuosamente quella del
Ferrucci, ch'erasi trattenuta fuori delle mura. I cavalieri fiorentini
tennero saldo; alcuni archibugieri, frammischiati nelle loro linee,
fecero replicate scariche contro i cavalli nemici e gli sgominarono. Il
principe d'Orange, cercando di riordinarli, attraversò solo di galoppo
una ripida costa sotto il fuoco de' Fiorentini, e colpito nello stesso
tempo da due palle nel collo e nel petto, cadde subito morto. Antonio
d'Herrera ed il rimanente de' cavalieri, presenti alla caduta del
principe, si posero in fuga, e non si trattennero che a Pistoja, ove
sparsero il terrore nella loro fazione. I soldati del Ferrucci trovarono
nelle tasche del principe d'Orange lo stesso viglietto di Malatesta
Baglioni, con cui il Malatesta gli prometteva di non attaccare il di lui
campo[80].
[80] _Ben. Varchi, l. XI, p. 217. — Jac. Nardi, l. IX, p. 377, 385.
— Bern. Segni, l. IV, p. 122. — P. Jovii, l. XXIX, p. 164._
La cavalleria del Ferrucci, dopo avere dispersa quella del principe
d'Orange, ed ucciso questo generale, faceva echeggiare l'aria colle
grida della vittoria. Ma nello stesso tempo Giampaolo Orsini era stato
attaccato da Alessandro Vitelli; la retroguardia da lui comandata aveva
perdute le insegne disordinandosi, e Giampaolo era stato forzato a
ritirarsi a piedi in Gavinana, dove aveva raggiunto il Ferrucci. Questi
dal canto suo aveva cacciato fuori di Gavinana Maramaldo ed i di lui
Calabresi, i Landsknecht ed i cavalli del principe; ma dopo avere
combattuto tre ore sotto un cocente sole di agosto, egli riposavasi
appoggiato sulla sua picca, quando venne attaccato da un altro corpo di
Landsknecht che non aveva per anco combattuto; in quell'istante il
Ferrucci e Giampaolo non avevano presso di loro che pochi ufficiali,
essendosi alquanto allontanati i loro soldati per riposarsi qualche
minuto. Con questo piccolo corpo scelto l'Orsini ed il Ferrucci si
difesero ancora lungo tempo. Frattanto Giampaolo, ferito, e coperto di
polvere, più non vedendo speranza di salvezza, rivoltosi al Ferrucci gli
disse: _Signor commissario, non vogliamo ancora arrenderci_? No! rispose
il Ferrucci, e scagliossi contra un nuovo squadrone di nemici che veniva
ad attaccarlo. Infatti lo respinse fuori delle porte; ma mentre lo
inseguiva vide chiudersi le porte alle spalle. La terra era presa, tutti
i suoi soldati morti, feriti, o fuggitivi; lo stesso Ferrucci aveva
ricevuto più d'una ferita mortale, e nel di lui corpo omai rimanevano
poche parti sane; finalmente egli si arrese ad uno spagnuolo, che, per
guadagnare il di lui riscatto, procurava di salvargli la vita. Ma
Maramaldo, fattoselo condurre innanzi sulla piazza del castello, lo fece
disarmare e lo pugnalò colle sue mani. Il Ferrucci si contentò di
dirgli: _tu uccidi un uomo di già morto_[81].
[81] _Ben. Varchi, l. XI, p. 219. — Jac. Nardi, l. IX, p. 378. — Fr.
Guicciardini, l. XX, p. 544. — P. Jovii, l. XXIX, p. 168. — Bern.
Segni, l. IV, p. 123. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 67._ — L'ultimo
racconta questi fatti assai inesattamente, sebbene scrivesse giorno
per giorno le notizie che si avevano a Firenze.
Nello stesso tempo fu fatto prigioniere Giampaolo Orsini, che poi riebbe
la libertà pagando una taglia; era venuto in mano de' vincitori anche
Amico d'Ascoli, ma il di lui personale nemico, Muzio Colonna, lo comperò
per seicento ducati da colui che lo aveva preso, per ucciderlo poi a
voglia sua; Guglielmo Frescobaldi, che il Ferrucci aveva pel suo
migliore luogotenente, morì a Pistoja in conseguenza delle sue ferite;
rimasero sul campo di battaglia circa due mila morti, ed ancor maggiore
fu il numero de' feriti. L'armata del Ferrucci era distrutta; ma
gl'imperiali avevano a caro prezzo acquistata la vittoria: grandissima
era la perdita dell'armata imperiale, e la morte del suo generale poteva
disordinarla, tanto più che il marchese del Guasto l'aveva in allora
abbandonata per passare ai servigj di Ferdinando d'Ungheria[82].
[82] _Ben. Varchi, l. XI, p. 221. — Jac. Nardi, l. IX, p. 378. — P.
Jovii, l. XXIX, p. 165._
Vero è che il Ferrucci era ancora più necessario ai Fiorentini, che non
il principe d'Orange agl'imperiali. Allorchè il 4 di agosto si ebbe in
Firenze la notizia della morte di lui, tutta la città fu compresa da
dolore e da spavento. Invano il gonfaloniere e la signoria si sforzavano
di rianimare gli abbattuti spiriti, e di far mostra de' mezzi che
tuttavia restavano. La sconfitta del Ferrucci veniva in parte attribuita
ad una dirotta pioggia che aveva spente le trombe a fuoco, specie di
artificio che i fanti fiorentini portavano attaccato alle loro picche, e
che, costantemente vomitando fiamme, spaventava i cavalli. Ma il
gonfaloniere ricordava che quella stessa pioggia che aveva perduto il
Ferrucci, poteva salvare la città; che le acque dell'Arno erano così
gonfie, che varj quartieri del campo nemico non potevano più avere
comunicazione cogli altri; e che i Fiorentini, con una generale sortita,
potevano avere il vantaggio del numero, attaccando ad uno ad uno i posti
nemici. Affrettava perciò Malatesta Baglioni a venire a battaglia, e la
signoria, per affezionarsi i capitani delle sue truppe di linea,
prometteva loro per premio della vittoria la continuazione del soldo
finchè vivrebbero; ma Malatesta Baglioni ricusò di ubbidire, e dichiarò
altamente di volere oramai salvare una città, vicina a perdersi a
cagione dell'ostinazione e della temerità de' suoi capi[83].
[83] _Ben. Varchi, l. XI, p. 229. — Bern. Segni, l. IV, p. 124. —
Jac. Nardi, l. IX, p. 379. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 68._
Il Baglioni trovava in Firenze un grosso partito che faceva eco al suo
rifiuto di combattere. Tutte le persone deboli e pusillanimi, tutti gli
egoisti e coloro che sospiravano dietro i godimenti d'una vita
tranquilla, desideravano la pace, e l'avrebbero accettata a qualunque
patto. I partigiani dell'aristocrazia più non si curavano di esporsi
ulteriormente pel mantenimento dell'autorità popolare: i segreti
partigiani dei Medici osavano essi pure di manifestare i loro voti; e
gli storici di questo partito confessano il tradimento del Baglioni per
fargliene un merito[84]. Oramai i cittadini attaccati alla libertà non
venivano indicati con altri nomi che con quelli di ostinati e di
arrabbiati. Il Malatesta dichiarò che piuttosto che attaccare il campo
imperiale, comandato, dopo la morte del principe d'Orange, da don
Ferdinando Gonzaga, darebbe la sua dimissione. I dieci della guerra
credettero di poterlo prendere in parola, e l'otto agosto gli spedirono
Andreolo Niccolini per portargli il congedo dettato colle più
lusinghiere espressioni. Estrema fu la sorpresa del Baglioni quando lo
ricevette, e maggiore della sorpresa la rabbia: senza volerlo accettare,
senza volerlo leggere, si fece addosso al Niccolini che lo recava, e lo
ferì con ripetute pugnalate[85].
[84] _Fil. de' Nerli, l. X, p. 225. — Fr. Guicciardini, l. XX, p.
545. — P. Jovii, l. XXIX, p. 166._
[85] _Ben. Varchi, l. XI, p. 235. — Jac. Nardi, l. IX, p. 380._
Il gonfaloniere volle fare un altro esperimento per mantenere la
vacillante autorità della repubblica; ordinò a tutte le compagnie della
milizia di adunarsi in piazza, e si pose alla loro testa per andare
contro il Baglioni. Ma il terrore aveva di già sbandita ogni
subordinazione, ed invece delle sedici compagnie, otto sole si trovarono
sulla piazza. Dall'altro canto Malatesta Baglioni aveva di già
introdotto nel suo bastione il capitano imperiale, Pirro Colonna di
Stipicciano; aveva disarmata o congedata la guardia fiorentina della
porta Romana, ed aveva rivolta contro la città l'artiglieria destinata a
difendere le mura[86].
[86] _Ben. Varchi, l. XI, p. 239. — Bern. Segni, l. IV, p. 124. —
Gio. Cambi, t. XXIII, p. 69._
Firenze era perduta, e non eravi umana forza che potesse salvarla.
Mentre che molti cittadini volevano ancora morire liberi e colle armi
alla mano, gli altri conoscevano che verun ostacolo più non poteva
oramai trattenere quella feroce armata, che si era infamata colla
tirannide esercitata in Milano, e col sacco di Roma: si riparavano nelle
chiese colle loro donne, i figliuoli e le loro ricchezze, e senza
potersi appigliare a verun partito, senza nutrire veruna speranza, più
non ubbidivano alle magistrature, e non facevano che imbarazzare coloro
che non avevano per anco tutto perduto il coraggio, e mostravano ancora
costanza.
La signoria colla più profonda umiliazione, e col più acerbo dolore,
restituì il bastone del comando al Malatesta, in arbitrio del quale
stava il permettere agli imperiali d'inondare la città, o l'imporre loro
qualche condizione. Quattrocento giovani, tra i quali si videro con
dolore i figli ed i generi del gonfaloniere Niccolò Capponi, eransi
schierati in armi sulla piazza di santo Spirito, risoluti di appoggiare
il Baglioni e di non riconoscer più la signoria. Fece questa un estremo
sforzo per richiamarli sotto le sue insegne; rappresentò loro, che
separandosi dai proprj concittadini in così difficili circostanze,
esponevano la patria e sè medesimi ai più spaventosi pericoli; ma per
tutta risposta non ebbe che insulti e minacce da quei giovani che
vennero in armi sulla piazza del palazzo, e costringerla a porre in
libertà tutti coloro che ella teneva custoditi a motivo del loro
attaccamento alla fazione dei Medici[87].
[87] _Ben. Varchi, l. XI, p. 245. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 239. —
Gio. Cambi, t. XXIII, p. 70._
Fra tanto perturbamento la signoria nominò quattro ambasciatori, che
spedì al campo di Ferdinando Gonzaga per chiedere una capitolazione.
Scelse Baldo Attuiti, Jacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco
Portinari. Non ebbero questi d'uopo di cercare lontano coloro coi quali
dovevano trattare, perchè Bartolomeo Valori, uno degli emigrati che il
papa aveva nominato suo commissario in Toscana, e che a nome dei Medici
governava tutto il paese occupato dall'armata imperiale, era venuto in
quella medesima casa dei Pini, in cui abitava Malatesta Baglioni. Le
condizioni che ottennero gli ambasciatori erano più vantaggiose che
sperare si potessero in così tristi circostanze; ma le condizioni sono
di poca importanza, quando vengono giurate da sovrani senza fede, ed in
seguito riclamate da uomini senza potenza. È probabile che il papa
avesse ordinato al Valori di acconsentire a tutto, riservandosi poi
l'interpretazione del trattato a modo suo. L'imperatore nulla affatto
somministrava pel soldo e pel mantenimento dell'esercito sotto Firenze,
e Clemente VII non aveva più credito per essere state le sue entrate
assorbite da lunghe guerre, e le sue ricchezze perdute nel sacco di
Roma: perciò non poteva più oltre sostenere cotali spese, che
oltrepassavano i settanta mila fiorini al mese[88].
[88] _Jac. Nardi, l. IX, p. 381. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 241. —
B. Segni, l. IV, p. 119._
Il trattato, che venne sottoscritto il 12 di agosto del 1530 a santa
Margarita di Montici, portava che la forma del governo di Firenze
sarebbe regolata dall'imperatore entro il termine di quattro mesi, a
condizione che sarebbe salva la libertà. Prometteva la repubblica di
pagare all'armata cinquanta mila scudi in danaro sonante, e trenta mila
in cambiali; ed in compenso le truppe imperiali dovevano immediatamente
allontanarsi. Dovevansi consegnare al commissario del papa le fortezze
di Pisa, di Volterra e di Livorno. Per guarenzia del pagamento delle
cambiali, della consegna delle fortezze e dell'ubbidienza del popolo a
quel governo che gli darebbe l'imperatore, i Fiorentini dovevano dare
nelle mani di Ferdinando Gonzaga cinquanta ostaggi a sua scelta.
Finalmente a nome del papa e dell'imperatore veniva accordata
un'amplissima amnistia, tanto a tutti i Fiorentini senza eccezione per
tutto ciò che potessero avere fatto contro la casa dei Medici, quanto a
tutti i sudditi dell'impero e della Chiesa che gli avevano serviti in
tempo della guerra, portando le armi contro i loro abituali signori[89].
[89] _Ben. Varchi, l. XI, p. 246-250. — Jac. Nardi, l. IX, p. 382,
383. — Fil. de' Nerli, l. XI, p. 244. — P. Jovii, l. XXIX, p. 173._
In conseguenza di questo trattato, che bentosto si rimase negli archivj,
quale monumento della scandalosa mancanza di fede dei due sovrani, in
nome de' quali era stato convenuto, tutti gli emigrati fiorentini ed i
commissarj del papa rientrarono in città. Bartolomeo Valori fece
occupare il 20 di agosto la piazza del palazzo da quattro compagnie di
soldati corsi; costrinse in appresso la signoria a scendere sul balcone,
e fece suonare la maggiore campana per adunare il popolo a parlamento.
Appena si trovarono adunati nella piazza trecento cittadini; taluno di
coloro che voleva andarvi per emettere per l'ultima volta un libero
suffragio, venne respinto a colpi di pugnale[90]. Salvestro Aldobrandini
volgendosi a questa irrisoria assemblea del popolo, gli domandò se
acconsentiva, «che si creassero dodici uomini che avessero essi soli
altrettanto d'autorità e di potere, quanto ne aveva tutt'insieme il
popolo di Firenze.» Tre volte fu rinnovata questa domanda, e tre volte
il popolaccio ed i fanciulli risposero: _Sì! sì! le palle, le palle!_
(stemma dei Medici) _i Medici! i Medici!_ Dopo questo preteso assenso
popolare, furono dal commissario apostolico nominati dodici signori
della balìa. Questi deposero la signoria, i dieci della guerra, gli otto
della guardia e balìa, ossiano supremi giudici criminali. Fecero deporre
le armi al popolo, e così la libertà fiorentina soggiacque per l'ultima
volta. Avanti che spirasse l'autorità di costoro, lo stesso nome di
repubblica venne annullato[91].
[90] _Ben. Varchi, l. XI, p. 257._
[91] _Bened. Varchi, l. XI, p. 256-260. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
IX, p. 387. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 545. — Istor. di Gio.
Cambi, t. XXIII, p. 73. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 242. — Ber.
Segni, l. V, p. 128. — P. Jovii, l. XXIX, p. 175._
La storia di Firenze di Jacopo Nardi termina colla presa della città
e collo stabilimento della balìa. È scritta con un certo che di
candore e di lealtà che ci affeziona allo storico; vi si ravvisa
l'amico della libertà, l'uomo religioso e dabbene. Il Nardi non
risguardava il suo libro come terminato, e lo avrebbe distrutto
quando stava per morire, se fortunatamente non ve ne fossero stati
di già varj esemplari presso altre famiglie. Per altro i primi sei
libri, che comprendono l'accaduto dall'anno 1494 fino alla morte di
Leon X, sembrano avere ricevuta tutta la perfezione che l'autore
poteva loro dare. Lo stesso non può dirsi degli ultimi tre; la
narrazione vi si trova appena abbozzata, e pare che l'autore gli
scrivesse senza avere sott'occhio i materiali che doveva adoperare.
Trovansi in questi ultimi tre libri alcuni errori di fatto e di
date, molte ripetizioni, molto disordine, ed alcuni pezzi che non
sembrano essere stati dall'autore riletti. Jacopo Nardi ebbe qualche
parte nella rivoluzione del 1527; e perciò fu tra gli esiliati, che
la balìa del 1530 privò della loro patria. Il Nardi fu in appresso
incaricato dagli emigrati di portare le loro lagnanze all'imperatore
intorno alla violazione della capitolazione di Firenze, di esporre
le loro ragioni in una scrittura che fu mandata a Carlo V. Fino alla
fine della sua vita, che terminò in esilio, Jacopo Nardi lavorò,
malgrado la povertà e la vecchiaja, a procurare vindici alla libertà
della sua patria. La sua storia si stampò in Firenze in 4.º nel 1584
in un volume di 590 pagine.