LXXV.--Nella Rocca d'Imola, dove fu condotto a scontare la pena
convertita in semplice detenzione, l'UCCELLINI trovò ed ebbe compagni
alcuni dei condannati dal Rivarola: il conte EDUARDO FABBRI di Cesena,
notissimo scrittore di tragedie e insigne tra i liberali di Romagna, e
l'avvocato BATTISTA FRANCESCHELLI CARROZZA di Castel Bolognese: del
GAMBERINI, pur carcerato in Imola, non ho piú precise notizie.--Del
tempo della prigionia imolese restano le seguenti lettere dell'UCCELLINI
a Giulio Fanti: 1. Lo esorta a credere nella sua amicizia inalterabile e
gli rende buona testimonianza di fedele amicizia: «...... Il tuo
carattere sempre integro e leale abbia ora quel risalto, che gli si
conviene, e col rendere ad altri ostensibile questa mia resti garantito
l'onor tuo. Io non esito a dichiarare che era in tuo arbitrio
l'accrescere il mio sagrificio, e tu n'avevi opportuni mezzi, ma
l'interesse, funesta e principale sorgente di tutti i mali, non ha
potuto tralignare nell'animo tuo, dotato di quelle prerogative, che ben
distinguono il buono dal falso amico»; e seguita dicendo di aver ben
conosciuto tutti i suoi avversari e di esser «la vittima dell'interesse
e dell'infamia» (17 settembre 1828).--2. «Dietro a quanto t'annunziai
nell'ultima mia, è d'uopo che ti risponda per un titolo che non può fare
a meno di non interessare ogni uomo, cui stia a cuore il bene del suo
simile. Tu m'annunziasti che la patria trovasi in discordia per sospetti
e diffidenze a segno che ne temi tristissime conseguenze. Ma come può
esser questo? Non riflettesi che il malumore e la dissensione sono
l'intera rovina dei popoli? Non sono forse state sufficienti le passate
vessazioni per opprimerci, che noi stessi ne vorremo delle nuove e piú
funeste suscitare? ah! no, miei cari ed amati cittadini. Sbandite gli
odi, ritorni in voi la pace e l'amore. Contro coloro, che spronati
dall'interesse osarono indegnissime azioni, provvederà la giustizia
divina, che non mai lascia impuniti peccati snaturati. Non li vedete voi
già in preda ai rimorsi di coscienza, illanguidir tutto giorno, e venir
meno come cera al fuoco? I sentimenti di natura sono fortissimi sí che
uomo alcuno invano tenta di superarli. Qual maggior persecuzione di
questa? Ben suppongo che all'aspetto di tanti mali la vostra
immaginazione sarà alterata ed il vostro cuore disacerbato. Ma ricorrete
voi stessi alla ragione, adattatevi ai di lei giusti consigli e voi
troverete nel vostro turbamento un pronto ed efficace rimedio. Non tutti
meritano disprezzo. Fa d'uopo riflettere alle circostanze prima di
decidere sull'altrui carattere, né può riputarsi indegno chi si è
attenuto a' mezzi prudenti, e chi strascinato dalla forza ha saputo
accudire agli atti che questa ha voluto disporre. Siate in questo punto
ragionevoli. Assicuratevi pure che pochi sono stati veramente i perfidi,
che si sono lasciati accecare dall'ambizione e dall'interesse. E nel
frangente in cui attualmente siamo v'è però una regola sicura che serve
a conoscere l'uomo, come l'oro la pietra di paragone. Chi non sa vincere
le proprie passioni, emanciparsi dai vizi è sempre un soggetto
pericoloso, cattivo, capace d'ogni nequizia. Questa verità, convalidata
dagli esempi, vi sia sempre dinanzi agli occhi, e vi serva di guida nel
stringer vincoli d'amicizia: ché dagli ignoranti e viziosi non può esser
mai l'amicizia rispettata. Non sempre il male suol esser danneggevole.
Se la trista catastrofe non ha guari successa vi sarà d'esperienza per
l'avvenire, riflettendo sulle cause che l'hanno originata, ne risulterà
un bene maggiore del passato. Non disperatevi adunque; ripacificatevi, o
miei cari: tra voi piú non regni quella ingiuriosa diffidenza, che
contrasta i bei principi del ben sociale. È forse il tempo questo di
rivolger contro voi stessi l'ingiurie ed il disprezzo? L'ammalato si
sostiene piú colla propria energia che coi rimedi dell'arte, e se viene
che s'intorbidisca l'animo la perdita è quasi irreparabile. Gettate uno
sguardo di compassione sulla misera Romagna, nostra comune madre, e
spero che di subito vi si accenderà desiderio di soccorrerla, obbliando
le private dispiacenze e facendo argine al danno, che sembra
soprastarvi. Queste e non altre sono ora le prove di tenerezza filiale,
che compartir possiamo verso ad una madre che non fida che nelle nostre
affettuose sollecitudini. E che deggio di piú dirvi? La vostra saviezza
e prudenza non permetteranno sicuramente che intervengano tristi effetti
da una diffidenza, che deve essere ammorzata o almeno ridotta a quel
semplice dubitare proprio d'ogni uomo probo ed assennato, e voi saprete
ben ponderare le circostanze a seconda di quell'amore di cui dovete
sempre essere inspirati a vantaggio comune. Deve pertanto il tuo zelo
animarti presso gli amici a far sí che dimentichino gli odi e si
risguardino invece come quell'amore che è il perno principale dell'umano
consorzio. E chi non sa che dove manca la concordia ogni cosa è in
pericolo ed in rovina? Questo sentimento deve esser proprio d'ogni
cittadino, anche del piú neutrale, perché a tutti preme il bene della
Società in cui si vive e con orrore da tutti si risguardino le guerre
intestine. Però tu non farai che adempiere ad un sacro dovere civile,
adoperandoti in modo e per quanto ti sia possibile che non intervengano
dei danni fra i tuoi ed i miei concittadini, che io amo piú della mia
vita. Se mi sono dilungato in questa materia, imputane la cagione alle
premure che prendo al mio loco nativo; io di tutto farei per vederlo
tranquillo, né potevo rimanermi in silenzio sopra un punto cosí
importante: nessuno potrà darmene disprezzo, perché è di obbligo civile
e naturale il procurare il bene del suo simile e specialmente dei propri
concittadini. Ti assicuro che la trista notizia, che riguardo ad essi tu
mi dasti, mi fece un'impressione terribile e bastò ad affliggere ed
alterare l'animo mio, già da lungo tempo assuefatto alle disgrazie con
esemplare imperturbabilità.» (19 settembre 1828).--3. «Che bella
temerità: ma sono in prigione; e tutto possono azzardare... Leggi quanto
il Mercuriali ha ardito di scrivermi: ma le sue ciarle son vane: il
fatto è quello che conta. Io credo che sia per impazzire; il costituto
che mi ha apposto in garantimento è curioso, e tutto fantastico.....
Pondera bene la nota del l'art. 1º; essa ti risguarda; e quella colpa
per quanto vedo, che ha egli, vorrebbe a te addossarla. Puoi ben credere
che io già non gli rispondo; e a te dirigo la lettera, onde ne facci
quelle riflessioni di fatto e di circostanze, che io non posso
conoscere, e me le affacci....» (senza data, ma della fine di maggio
1829).--4. Lunga lettera a proposito di un dissidio tra il Fanti e la
sorella dell'Uccellini «per causa di amore» (19 marzo 1830).--5. «Ieri
ebbi un assalto febbrile che mi tenne in camera......»; per divagarsi
rilesse piú volte il canto XII della _Gerusalemme liberata_ e dai casi
di Clorinda trasse ispirazione a comporre un sonetto _In morte di Orsola
Montanari giovane pregevole per beltà e per onesti costumi, rapita ai
viventi nel fior degli anni_ (12 maggio 1830). Ecco, per dare anche un
saggio delle rime dell'UCCELLINI, il sonetto pietoso:
Qual fulge in cielo la diurna stella
Allor ch'è nunzia di ridente giorno;
Tal viddi in sogno oltre l'usato bella
Donna, che divo amor spirava intorno.
Tu del mio lido, ti ravviso, quella
Sei che lo festi di tue grazie adorno.
Oh! quanto 'l casto spirto tuo si abbella
Al lume del beato almo soggiorno.
Lieta sorrise, e con benigno ciglio,
Vedi, mi disse, come ingiusto è il pianto,
Che scorre ancor su'l mio terrestre esiglio.
Morta non son io già: vita migliore
D'eterni beni ho nell'empireo santo.
E in grembo ascese all'infinito Amore.
La terza lettera merita uno schiarimento. L'UCCELLINI, durante il
processo, aveva saputo che a suo carico avesse deposto come testimonio
il suo concittadino e amico ANGELO MERCURIALI, e dopo la condanna se ne
dolse fortemente. Il Mercuriali gli scrisse allora una lunga lettera,
del 23 maggio 1829, protestandosi innocente, riferendo l'interrogatorio
subito innanzi al giudice Mazzoni e descrivendogli nebulosamente chi
fossero i veri denunziatori: e in codesta sua difesa, riferendo da uno
scritto di Santo Rossi (scrittore politicante dei tempi della Cisalpina)
alcuni tratti sui falsi amici, alle parole _La lingua sa affettare la
sincerità, ma l'anima è bugiarda e sleale_, vi appose questa nota: «Fra
questi è uno appunto che tu gli scrivi; basta.....» L'UCCELLINI intese
che si alludesse al Fanti, e sicuro della fedeltà e amicizia sua, mandò
a lui stesso la lettera del Mercuriali, dichiarandosi convinto che da
costui fosse venuto il sospetto per cui era stato condannato (cfr. ciò
che ne dice nella lettera sul processo, riferita nella nota al cap.
XVI).
XXVI. In questo e nei seguenti capitoli sulla rivoluzione del 1831 e
sulle sue conseguenze l'UCCELLINI, oltre che ai ricordi personali, molto
attinse all'operetta di ANTONIO VESI, _Rivoluzione di Romagna del 1831,
narrazione storica corredata di tutti i relativi documenti_, Firenze,
tip. Italiana, 1851: a illustrazione di questi capitoli è da vedere
anche il libro di GIOACCHINO VICINI, _La rivoluzione dell'anno 1831
nello Stato romano, memorie storiche e documenti inediti_, Imola,
Galeati, 1889.
Sulla liberazione dell'UCCELLINI abbiamo due lettere di lui al Fanti:
nell'una, dell'11 luglio 1830 da Imola, gli annunzia di essere libero e
in casa dell'amico Mondini e che tornerà a Ravenna la sera del 13
accompagnato dagli amici Zotti, Mondini e Daiana, e desidera sia
preparata una buona cena in casa sua «ove concorrino i piú buoni e cari
amici, che io tengo come una parte di me stesso, come Venturi, Guerrini,
Ortolani, Roncuzzi»; nell'altra, del 12 luglio, scritta «dalla casa
dell'amico dott. Mongardi», conferma ciò che ha scritto nella
precedente.
Sulla morte di FERDINANDO ROSSI si veda G. MAZZATINTI nella _Rivista
storica del Risorg. ital._, vol. II, pag. 240.
XXVII. Prolegato in Ravenna al momento della rivoluzione del '31 era
monsignor GIUSEPPE ANTONIO ZACCHIA, che da tre deputati del popolo,
APOLLINARE SANTUCCI, GIOVANNI MONTANARI e AGOSTINO BCCCACCINI fu
invitato il 6 febbraio a cedere il governo a una commissione provvisoria
di sette cittadini: questi furono i sei ricordati dall'UCCELLINI e il
prof. PIETRO GHISELLI da lui dimenticato.
Gli accenni che l'UCCELLINI fa qui e altrove all'onorando patriota
ODOARDO FABBRI saranno piú pienamente chiariti quando pubblicheremo in
questa _Biblioteca_ un volume di Ricordi e lettere di lui, e
specialmente dai _Sei anni e due mesi della mia vita passati in
prigione_, narrazione dettata dal FABBRI «con intendimento di lasciarla
per ricordanza dei delitti dei papi»; per ora si può vedere ciò che ne
dice G. MESTICA, _Manuale della letter. ital. nel secolo decimonono_,
vol. II, pp. 404 e segg.
Di GASPARE DELLA SCALA trovasi il nome sotto la protesta Gamba Ghiselli,
cosí: _Gaspare Della Scala, che giurò di viver libero e di osservare la
Costituzione, domanda l'esterminio dei persecutori della medesima_; e
però nelle liste di proscrizione del 1799 era detto di lui: «Costui è
stato uno dei piú scelerati e sanguinari di Ravenna; sempre meditava
arresti di povere persone innocenti; ambiva di poter sottoscrivere
sentenze di morte, essendo uffiziale ne' Granatieri: insomma perfido al
maggior segno». Durante il Regno italico chiese il 23 ottobre 1808
l'ufficio di commissario di polizia di Ravenna, che tenne per piú anni,
e riebbe nel '31 quando molti furono richiamati agli stessi uffici che
avevano avuti sotto il governo napoleonico.
XXVIII. RUGGERO GAMBA GHISELLI, figlio del conte Paolo e di Marianna
Cavalli, nacque in Ravenna nel 1770; di undici anni fu posto agli studi
nel Collegio dei nobili, ma nell'85 si dovette levarlo «per riformarlo
dall'indole troppo focosa», dicono i registri dell'istituto: fu allora
mandato al Collegio di Parma, e vi si segnalò per ingegno facile e vivo.
Alla venuta dei Francesi in Romagna nel febbraio 1797 si mostrò
ardentissimo giacobino e fu fatto comandante della Guardia Nazionale di
Ravenna; promotore indefesso di dimostrazioni democratiche e di feste
repubblicane, recitò e pubblicò parecchie allocuzioni e discorsi pieni
di fremiti e di frasi altosonanti (p. es. vedasi il suo tra i _Discorsi
pronunciati in Ravenna nel giorno della festa patriottica prescritta
dalla legge 22 Pratile anno VI Repubbl. in occasione di solennizzare
l'alleanza della Repubb. Cisalpina con la Gran Nazione_, Ravenna 1798,
p. 8-11): tra gli altri, notabile l'indirizzo di protesta al Corpo
legislativo Cisalpino quando si sospettavano alterazioni nella
Costituzione per opera dell'ambasciatore Trouvé (fu letto nella seduta
del 21 luglio 1798 ed è stampato, con altri consimili indirizzi di
patrioti d'altre città di Romagna, nel _Redattore del Gran Consiglio
della Repubb. Cisalpina_, bimestre 5º, pag. 1311-16), scritto dal Gamba
Ghiselli e firmato da molti altri cittadini, con le piú esaltate e
strambe dichiarazioni. Nei tempi piú quieti del Regno italico il Gamba
Ghiselli si tenne in disparte; ma restaurato il Governo pontificio, si
mescolò alle trame della Carboneria sí che il Rivarola lo condannò a
venti anni di detenzione: fu liberato nel 1829. Dopo breve esilio nel
'31, ritornò in patria, e morí poi nel 1846. È nota l'amicizia sua con
lord Byron che amò la Teresa Guiccioli e trasse seco a morire in Grecia
Pietro Gamba, l'una e l'altro figli di Ruggero.
L'ordine del giorno del Gamba Ghiselli, accennato dall'UCCELLINI, è in
data del 13 febbraio 1831 e indirizzato alla Colonna mobile della
Guardia nazionale comandata da Giovanni Montanari, che «vi sarà fida
scorta in ogni evento», diceva il Gamba, come «vi fu capo nella
difficile giornata della Rigenerazione»: un altro ordine del giorno del
23 febbraio riguarda l'ordinamento della Guardia sedentaria.
XXX. La narrazione del FABBRI, qui accennata dall'UCCELLINI, dei fatti
cui partecipò nel 1831 la Colonna mobile dei Ravennati si può leggere
nel _Diario ravennate per l'anno bisestile 1864_, già cit., alle pag.
18-23.
Vescovo di Rieti era sino dal 1827 GABRIELE FERRETTI (nato in Ancona nel
1795, morto in Roma nel 1860), non ancora cardinale, alla qual dignità
fu riservato in petto nel 1838 e pubblicato nel '39: sulla difesa da lui
organizzata in Rieti nel '31 si veda A. VITALI, _Gabriele de' conti
Ferretti card. di S. R. C. e vescovo di Sabina_, Roma, tip. Aureli,
1867, pag. 22-24.
XXXI. TOMMASO FRACASSI POGGI cesenate fu chiamato a far parte del
Comitato di governo nella sua patria il 6 febbraio 1831, poi con
Vincenzo Fattiboni fu deputato all'Assemblea di Bologna, e il 16 marzo
fu nominato prefetto di Ravenna, ove tenne breve governo: ritiratosi a
Cesena, vi morí poi il 21 gennaio 1836.
LUIGI BONAPARTE, terzo fratello di Napoleone I, nacque nel 1778, fu re
d'Olanda dal 1806 al 1810; caduto l'impero, visse prima a Roma, poi a
Firenze occupato negli studi di storia e letteratura; morí a Livorno nel
1846. Dalla moglie Ortensia Beauharnais ebbe tre figli: NAPOLEONE CARLO
(n. 1802, m. 1807), NAPOLEONE LUIGI (n. 1804, m. 17 marzo a Forlí) e
CARLO LUIGI NAPOLEONE (n. 1808, m. 1873) che fu imperatore dei Francesi
col nome di Napoleone III. Questi ultimi, educati in Italia e ascritti a
società segrete, si gettarono per legami di sètta nei moti romagnoli del
'31, contro il volere del padre, ma il Governo provvisorio cercò di
allontanarli mentre essi si erano uniti al corpo dei volontari che
assediava Civita Castellana: se non che il primo cadde malato a Forlí, e
morí dopo breve malattia; mentre l'altro, con l'aiuto della madre,
sfuggiva agli Austriaci riparando in Francia. Si veda, in proposito, G.
MAZZATINTI nella citata _Riv. storica_, vol. II, pag. 248.
XXXII. Dei due ravennati caduti nel fatto di Rimini sappiamo solamente
che ANTONIO BACCARINI era volontario e DOMENICO ZOTTI, figlio di
Giuseppe, era caporale nella Colonna mobile.
XXXIII. Sulla questione della firma del MAMIANI nella capitolazione di
Ancona si può vedere il mio scritto, _La giovinezza e l'esilio di T.
Mamiani_, 2ª ed., Firenze, Sansoni, 1896, pag. 32, 52, 92-94.
XXXVII. Per i nomi e le notizie dei 38 eccettuati dall'amnistia
gregoriana si veda pure _La giovinezza e l'esilio di T. Mamiani_, pag.
40-47. Fra essi il medico SEBASTIANO FUSCONI potè tornar presto in
patria, donde, essendo rimasto fedele ai principi liberali, dovette
riprendere poco dopo la via dell'esilio, ritraendosi a vivere con la
famiglia a Santa Maura nelle Isole Jonie. Rimpatriò solo allorché,
instaurato il governo costituzionale di Pio IX, fu eletto rappresentante
di Ravenna alla Camera dei deputati, della quale fu vicepresidente; si
trovò il 15 novembre 1848 tra i pochi accorsi in aiuto di Pellegrino
Rossi, già colpito dal pugnale omicida, e tentò inutilmente i rimedi
della scienza a salvarne la vita preziosa; piú tardi andò a Gaeta presso
Pio IX, per eccitarlo in nome della parte piú moderata al mantenimento
delle franchigie costituzionali, ma non n'ebbe che vane parole; dopo il
1859, fu deputato al Parlamento, fece parte dei Consigli comunale e
provinciale di Ravenna, e fu amministratore giudiziario della Pineta;
morí nel 1888 (cfr. P. D. PASOLINI, _Giuseppe Pasolini, memorie_,
Torino, Bocca, 1887, pag. 145 e segg.).
XXXVIII. Si veda il _Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi
seguaci contro la Guardia urbana nel 1831_ nel _Diario ravennate per
l'anno 1879_, pag. 34-40: il fatto fu il 16 dicembre 1831.
XXXIX. Sui fatti del gennaio-febbraio 1832 si vedano le notizie date
sotto il titolo: _20, 21 gennaio e 5 febbraio 1832, L'ingresso delle
truppe pontificie nelle Romagne_ nel _Diario di Ravenna per l'a. 1863_
(Ravenna, tip. Angeletti, 1862), pp. 14-18, e quelle tratte dalla
_Storia della città di Forlí_ di GIUSEPPE CALLETTI e messe in luce da G.
MAZZATINTI in un elegante opuscolo senza titolo, pubblicato per le
_Nozze Fortis-Saffi_ (Forlí, tip. Bordandini, 1892). Inoltre a
illustrazione di questo capitolo è opportuno citare la _Narrazione
esatta e sincera degli avvenimenti i quali ebbero luogo in Ravenna nei
giorni 7 ed 8 febbraro dell'anno 1832_, distesa nel 1841 dal capitano
SANTE PAGANELLI, indirizzata da lui al Gonfaloniere di Ravenna e quasi
per giustificare sé stesso dall'accusa di essersi diportato male in
quelle tumultuose e dolorose giornate (conservasi nella Biblioteca
Vittorio Emanuele di Roma, Mss. Risorgimento 75).
XL. Il Canosa qui ricordato è il napoletano ANTONIO CAPECE MINUTOLO,
principe di Canosa, feroce tipo di reazionario, che presto sarà fatto
conoscere nei suoi scritti e nei suoi atti ai lettori della nostra
_Biblioteca_: il «colonnello austriaco», come dice l'UCCELLINI, deve
essere il barone FRANCESCO MARSCHALL VON BIEBERSTEIN, brigadiere
d'artiglieria nell'esercito austriaco.
XLIV. La vittima qui ricordata degli odi settari è DOMENICO ANTONIO
FARINI, che morí colpito dal pugnale dei Sanfedisti il 31 dicembre 1834:
di lui parlerà degnamente LUIGI RAVA, pubblicando in questa _Biblioteca_
il suo scritto inedito sulla Romagna dal 1796 in poi; per ora, il meglio
sopra Domenico Antonio Farini si ha nei cenni dettati da Luigi Carlo
Farini e pubblicati nella _Biografia Universale_ del Passigli.
XLVI. Di questi arresti ravennati del dicembre 1832 fu data notizia
nella _Giovine Italia_ (n. V, pag. 215-216) con queste parole di
corrispondenza da Forlí: «17 dicembre. Eccovi i nomi de' sei individui
ultimamente arrestati a Ravenna la notte del dí 15 al 16 corrente, e poi
tradotti a Bologna. _Scala_, professore di liceo, già direttore di
polizia in altri tempi.--_Ghiselli_, professore, idem.--Due _Boccaccini_
fratelli, ricchi possidenti.--_Buraccina_, locandiere.--_Uccellini_,
ex-segretario del colonnello della guardia civica.--Il _Boccaccini
Agostino_ esciva da malattia mortale: era convalescente, ed aveva un
vessicante al collo aperto: la carità pretina lo ha trascinato tra ceppi
a Bologna.--24 dicembre. ..... Dopo essere stati tradotti a Bologna, i
sei hanno avuta intimazione d'esiglio dallo Stato. Or non potevano
averla in Ravenna? e perché dar tanto affanno alle loro famiglie?»--Non
sarà inutile avvertire che erroneamente il Della Scala era qui indicato
come professore del liceo, poiché non tenne mai questo ufficio, e che
_Buraccina_ era il sopranome di Antonio Ghirardini (cfr. cap. XLVIII).
XLVII. Di GASPARE DELLA SCALA già si è parlato nelle note al cap.
XXVII.--PIETRO GHISELLI fu professore di fisica e chimica nel collegio o
liceo di Ravenna dal 1819 in poi; e dopo la breve interruzione per
questo arresto, ritornò alla sua cattedra, che tenne fino al 1840.--I
due fratelli BOCCACCINI, dopo breve esilio, rimpatriarono: AGOSTINO morí
in Ravenna il 24 gennaio 1875; Gregorio fu dopo il 1860 capitano della
Guardia nazionale e morí circa nel 1864.
XLVIII. Della dimora dei profughi Ravennati nel territorio lucchese
abbiamo piú precise notizie da una lettera che l'UCCELLINI scrisse dalla
villa di Tofari il 13 febbraio 1833 a Giulio Fanti; vi si ricorda come
presente in quel luogo il DELLA SCALA, e tra l'altre cose vi si legge:
«... Io non so qual destino m'attenda. Io mi voglio recare direttamente
a Parigi, e presentarmi di persona al Ministro degli affari interni
coll'appoggio delle persone a cui sono raccomandato; una pensione
almeno, anche maggiore dell'ordinario, sembra che non mi dovesse
mancare.... Saluta caramente la mia famiglia, insinuale disinvoltura;
_io sto bene, non sono in mani dei satelliti della Commissione, e ciò
non è poco_.»--Una breve biografia di _Antonio Ghirardini sopranominato
Buraccina_ pubblicò l'UCCELLINI nel _Diario ravennate per l'a. bisestile
1864_, p. 23-25, e da questa e dall'_Elogio di Antonio Ghirardini_
scritto da A. FRIGNANI (Parigi, tip. Delaforest, 1835, in-8º; pp. 20) si
raccoglie che il Ghirardini, oste nel sobborgo di Porta Sisi, aveva
formato una società composta di lavoranti nei molini e nella pineta, che
egli veniva disciplinando a servigio di eventuali disegni politici in
senso liberale; perciò nel 1821 fu arrestato e dopo quattro anni
condannato alla detenzione (perpetua, secondo l'UCCELLINI, per dieci
anni secondo il FRIGNANI; ma fu invece di 20 anni, cfr. p. 149).
Liberato intorno al 1830, ritornò in patria e partecipò ai fatti
dell'anno di poi, colla Colonna mobile ravennate, poi al principio del
1832 accorse con altri ravennati contro le milizie pontificie entrate in
Romagna. Fallito quel tentativo di resistenza, il Ghirardini fu, il 7
febbraio, alla testa dei cittadini che costrinsero i papalini a fuggir
di Ravenna; e piú tardi, designato come uno dei capi liberali in uno
degli opuscoli del principe di Canosa, fu arrestato, come sappiamo
dall'UCCELLINI; e con lui esulò in Francia, dove fu assegnato al
deposito di Mende con il sussidio governativo di lire 23 il mese: ivi
morí il 16 dicembre 1834, compianto da tutta l'emigrazione romagnola.