Da ciò io subito rilevai che la Giustizia si era, come conveniva,

persuasa della falsità di tali accuse, perché diversamente non come

deduzioni, ma come capi principali di delitto mi sarebbero state

apposte; in verun modo però potevansi sostenere, perché la falsità non

ha mai titolo a cui si possa riferire. E però esclamai che non

l'infamità di vili calunniatori, ma la pubblica voce, i documenti di

tutti i dicasteri sí civili che spirituali dimostravano la mia condotta,

non mai alterata per cattive azioni. E qui null'altro fuvvi da

aggiungere.

Per ultima deduzione venni rimproverato di bugie sostenute nella

perseveranza di negar tutto ciò che il Fisco mi aveva affacciato.

Risposi francamente che io ritenevo queste espressioni di formalità alla

definizione di straordinari processi; che se a colui, che in ogni

costituto reclama l'intervento personale de' suoi accusatori, gli viene

conferito il nome di bugiardo, io non saprei qual titolo meriti l'uomo

sincero; che sí mi arreca stupore come non si distinguesse la pura

negativa dall'opposizione di fatto; che se il Fisco sapesse produrmi

tante prove a suo sostegno quante ne ho emesse al mio, non tarderei a

dichiararmi reo convinto.

Passiamo alle circostanze addotte relativamente alla detta imputazione.

«Risulta dagli atti, mi disse il giudice, che alcuni settari vi

sgridarono, onde aveste tralasciato a divulgar satire».

Ma se il Fisco caratterizza i settari pieni di livore contro il Governo

(vedi la prima deduzione di questa accusa) come può credere che avessero

impedito ciò che era tanto conforme al loro spirito? La contraddizione è

manifesta, ed a me basta il rilevarla.

Mi venne finalmente imputato che io redigeva le satire nel negozio di

Francesco Gallina.

Quanto ciò sia assurdo ed improbabile ognuno da sé lo ravvisa. Ma perché

non mi si contesta piuttosto che all'uso de' ciarlatani avessi io in

pubblica piazza formate e dispensate satire come tanti cerotti? Niuna

differenza rinvengo fra questa e l'addotta circostanza......--

Dei quattro capi d'accusa imputati all'UCCELLINI, il primo era fondato,

perché egli stesso ci ha raccontato come fu ascritto e appartenne alla

Carboneria (cfr. cap. VI); il secondo, circa l'attentato al palazzo

apostolico per mezzo di una mina, era una delle tante invenzioni del

chirurgo Mazzoni (cfr. FRIGNANI, XX); quanto al terzo, di tentativi per

liberare i prigionieri politici di San Vitale dovettero ben

concepirsene, poiché v'accenna in piú luoghi il FRIGNANI, ma non è

chiaro se e per quanto l'UCCELLINI v'abbia avuto parte; finalmente per

la satira a dialogo tra i due santi ravennati, Apollinare e Vitale,

inclino a credere che l'UCCELLINI non ne fosse l'autore: poiché egli,

cosí tenace di memoria, non seppe mai dire altro che due versi della

poesia trovata nel mattino del 5 ottobre 1826, e a qualcuno, come

all'amico Sante Bernicoli, li recitò in dialetto: _I à tirat a Rivarola,

I à tirat co' na pistola_, e ad altri, come a Francesco Miserocchi, li

ricordò in lingua italiana: _Lo sai, Apollinare? fuggito è Rivarola, Al

solo scotimento d'un colpo di pistola_; e in un frammento ms. degli

ultimissimi anni suoi, notò: «Prima strofa della satira che apparve in

Ravenna dopo l'attentato al cardinale Rivarola: Dialogo fra S. Vitale e

S. Apollinare: Non sai o Apollinare Partito è Rivarola Al solo

scuotimento | D'un colpo di pistola...». Questa incertezza in uomo,

ripeto, di cosí tenace memoria fa credere ch'ei non solo non avesse

composta, ma neppure mai letta la poesia che gli costò tre anni di

carcere!

XIX. Del supplizio dell'Ortolani e compagni parla a lungo anche il

FRIGNANI, op. cit., LII-LIX, dove la resistenza del Rambelli è descritta

per altro con colori un po' fantastici (cfr. il riassunto del VANNUCCI,

_I martiri della libertà ital._, 7ª ediz., vol. II, pp. 21-27):

l'UCCELLINI è piú semplice e piú fedele raccontatore.--Degli ufficiali e

altri graduati dei carabinieri, che furono addetti alle carceri di San

Vitale, piú d'uno è accennato anche dal FRIGNANI: egli ricorda il

tenente Zampieri durissimo di modi e di cuore (op. cit. IX, XVII-XIX);

il brigadiere Finina, che lo arrestò e in carcere si divertiva a

insultar lui e la madre «con parole e atti di scherno» (op. cit. III,

VIII, XXIV); un maresciallo romano «cognominato la Iena, barbaro non

meno del Finina e del Zampieri, co' quali e' pareva congiunto in

istretta amicizia» e «satellite de' piú fedeli e piú privilegiati de'

commissari» (op. cit. XXV, L); un altro maresciallo innominato, che

«sentiva del volpino piú che d'altro animale, però la commissione

adoperavalo nell'uffizio di seduttore» (op. cit. XXXVII); e il

maresciallo Branca, «fisonomia di buono, e di buono furono sempre le sue

maniere», rimasto alla guardia delle carceri il giorno della esecuzione

dell'Ortolani e degli altri quattro (op. cit. XVI, LIII). È probabile

che questo Branca sia il maresciallo che anche il nostro autore ricorda

come a lui benevolo.

XX. La sentenza che l'UCCELLINI voleva aggiungere alle Memorie non si

trova tra le sue carte; ma a compimento del suo proposito, eccola qui

fedelmente riprodotta di su la stampa originale, in foglio volante:

COMMISSIONE SPECIALE | per le quattro legazioni | e per la delegazione

d'urbino e pesaro | residente nella città di faenza | _Sessione delli

26. d'aprile 1828_ | TRANSUNTO | DELLA SENTENZA PRONUNCIATA NELLA CAUSA

RAVENNATE DI PIÚ DELITTI, CIOÈ | DI ATTENTATO ALLA VITA DELL'E.MO E R.MO

SIGNOR CARDINALE RIVAROLA LEGATO A LATERE | DELLA PROVINCIA DI ROMAGNA,

CON SPARO CONTEMPORANEO DI PISTOLA A GRAVE OFFESA | DEL DI LUI COMPAGNO,

LA NOTTE DEL 23. DI LUGLIO 1826 | Di OMICIDIO _in odio di officio, e per

spirito di partito_ in persona del CONTE DOMENICO MATTEUCCI, DIRETTORE |

PROVINCIALE DI POLIZIA DI RAVENNA, la sera dei 5 d'aprile 1824 | Di

OMICIDIO _colla gravante qualità di mandato_ nella persona dell'Ebreo

_Mosè Forti di Lugo_, | domiciliato in Ravenna, la sera dei 15 di marzo

1827.

Alcuni individui addetti a proscritte Società segrete concepirono fin

dall'anno 1824 odio ingiusto e sacrilego contro il sullodato E.MO SIGNOR

CARDINALE RIVAROLA per l'energia manifestata nell'annichilimento delle

Società medesime; ed avvolsero in loro mente diversi disegni, onde

vendicarsi o col veleno, o colle armi. Tale odio spinse a tanto, che i

settari

ANGELO ORTOLANI, Ministro del Forno pubblico,

LUIGI ZANOLI, Calzolaio, e

GAETANO MONTANARI, Barbiere, tutti di Ravenna, maggiori di età, dopo

avere il primo di loro tentato piú volte in vano di propinargli il

veleno nel pane, di cui il PORPORATO servivasi privativamente alla

propria mensa, si risolsero di estinguerlo coll'uso delle armi. A

quest'oggetto spesso lo insidiarono nell'oscurità della notte; e

finalmente, essendo prossime le ore dodici pomeridiane del 23. di Luglio

1826, mentre il lodato SIGNOR CARDINALE salito per la strada del corso

nella sua carrozza in compagnia _del Sacerdote D. Ignazio Muti, Canonico

della Metropolitana di detta città_, si disponeva di far ritorno alla

propria residenza; e nel momento, in cui un servitore ne chiudeva lo

sportello, _uno dei complici nell'atroce misfatto_ dallo sportello

opposto esplose una pistola, lusingandosi di uccidere il PORPORATO, ma

recando invece _gravi ferite al Canonico_ anzidetto. I sicari quindi si

volsero alla fuga, abbandonando le armi, le quali furono poscia nella

maggior parte ricuperate.

Il sopraddetto ANGELO ORTOLANI e GAETANO RAMBELLI, di Ravenna,

cappellaio, addetto anch'esso a Società segrete, e maggiore di età,

occisero insidiosamente, e pure per odio settario nella medesima Città

il _Direttore Provinciale di quella Polizia, conte Domenico Matteucci_

con colpi di pistole scaricategli sul dorso dall'agguato, circa le ore

nove pomeridiane del 5. d'Aprile 1824, allorché picchiava alla porta del

palazzo di una di quelle nobili famiglie, ove soleva passare qualche ora

della sera.

Ed i sopranominati LUIGI ZANOLI, e GAETANO MONTANARI, la sera del 15 di

Marzo 1827, tolsero di vita con esplosione di arma da fuoco alle spalle

_l'ebreo Mosè Forti, con mandato di_

ABRAMO ISACCO FORTI, soprachiamato MARCHINO, non, senza qualche

complicità del suo fratello, BENIAMINO FORTI detto CARLINO, ambedue

Ebrei del Ghetto di Lugo, maggiori di età, commercianti, e domiciliato,

il primo in Ravenna, il secondo in Forlí.

Sentito in iscritto, ed in voce il difensore dei prevenuti, tutti

carcerati, all'appoggio della confessione del ripetuto ZANOLI in ambedue

i delitti, che lo riguardano, e di altre prove, ed indizi risultati

dagli Atti, furono condannati _come rei convinti_ all'ULTIMO SUPPLIZIO

LUIGI ZANOLI,

ANGELO ORTOLANI,

GAETANO MONTANARI,

GAETANO RAMBELLI,

ABRAMO ISACCO FORTI, _detto_ MARCHINO.

Fu condannato poi alla _Galera per anni sette_

BENIAMINO FORTI detto CARLINO per l'espressa complicità nel _surriferito

omicidio con qualità di mandato_:

Ed alla _Detenzione per anni cinque_

ANGELO BRANZANTI, di Ravenna, orefice, maggiore di età, riconosciuto

indiziato di qualche dolosa prescienza nel sopraddetto _Omicidio del

direttore Matteucci_.

Si ordinò finalmente, che MARIANO ZAULI, altrimenti detto GANGA, fabbro

e DOMENICO MONTALETTI, fornaio, ambedue di Ravenna, il primo preteso

complice in uno degli _appostamenti_ fatti al lodato E.MO, ed il secondo

preteso complice nell'accennata _fabbricazione del pane_, fossero

dimessi dal carcere coll'ingiunzione dei precetti contro di loro

decretati.

Dato dalla Cancelleria della Commissione speciale questo dí 9 di Maggio

1828.

NATALE LORENZINI, Cancelliere.

_Faenza, dalla tipografia Montanari e Marabini._

Il capo custode MARIANI (ricordato anche nel cap. XXVII) era prima

addetto alle carceri di Forlí e ne fu tolto per la sentenza del

Rivarola: fu padre di Angelo, celebre musico vissuto dal 1824 al 1875

(cfr. REGLI, op. cit., p. 307).--Monsignor ANDREA GIANOLLI non era

_vicario_ (vicario generale arcivescovile dal 1827 in poi fu monsignor

GIULIO BUONINSEGNI di Borgo S. Sepolcro), ma _uditore di S. E. R.ma_

l'arcivescovo CHIARISSIMO FALCONIERI (nato a Roma nel 1794, fatto

arcivescovo di Ravenna il 3 luglio 1826, cardinale il 12 febbraio 1838,

morto nel 1859): con tale ufficio il Gianolli appare negli anni 1827-30,

e secondo il FRIGNANI (op. cit., LVII) era un «prete della diocesi di

Cesena».--Il caso dello SPADA è narrato anche, con piú abbondanza di

parole, dal FRIGNANI (op. cit. LVII, LVIII), che lo designa col nome di

SPADINI, «mugnaio, famoso brigante sino dai tempi della Repubblica

cisalpina.» È singolare che non si sia trovato il nome di questo SPADA

(tale era veramente il suo casato) nei registri parrochiali dei defunti;

ma, mi scrisse l'ottimo F. Miserocchi, sta il fatto «che costui era un

brigantone di tre cotte; che faceva il magazziniere di professione, e

che all'atto dell'esecuzione dei cinque impiccati si dilettava di

beffeggiare i pazienti contandoli ad uno ad uno con aria di

soddisfazione di mano in mano, che salivano il patibolo, come mi narrano

alcuni testimoni oculari ancora viventi; tanto che col suo schifoso

contegno era giunto quasi a provocare una sorda ma rumoreggiante

reazione da parte degli spettatori, ma il caso provvide alla

vendetta...»

XXI. Sino dall'11 settembre 1826 pubblicando in Ravenna il suo primo

proclama la Commissione presieduta dall'Invernizzi invitava i cittadini

alla denunzia dei reati politici; e da un'altra notificazione in data di

Faenza 16 aprile 1827 appare che l'istituto della _Spontanea_ era stato

introdotto con l'editto pontificio del 6 luglio 1826 con termine utile

fino al 15 marzo 1827, prorogato poi al 10 giugno, sino al quale giorno

avvertiva monsignor Invernizzi esser egli delegato da Sua Santità a

ricevere «le spontanee abdicazioni e le denuncie da chiunque volesse a

noi presentarsi». Degli atti e procedimenti di questa Commissione

speciale poche notizie si hanno nella storia (cfr. FARINI, op. cit.,

lib. I, cap. II); non sarà inutile però avvertire che fin da principio

ad uno dei suoi membri, GIOVANNI RUFFINI, trattenuto forse in Roma

dall'ufficio di luogotenente criminale, fu sostituito FILIPPO FRANCESCO

CARLI, giudice nel tribunale d'appello di Bologna, e al cancelliere

primamente nominato succedette NATALE LORENZINI. Le sentenze della

Commissione, di cui ho potuto avere notizia (oltre le due riferite nelle

note ai capp. XX e XXV), sono le seguenti:

1827, 7 giugno: come rei di appartenere alla Società Carbonica e di aver

promosse o frequentate adunanze anche dopo l'editto 6 luglio 1826 furono

condannati i seguenti pesaresi: _Vincenzo Pennacchini_ domestico, alla

galera in perpetuo; _Giovanni Spinaci_ calzolaio e _Raffaele Pascucci_

vetraio a 25 anni, _Romualdo Carandini_ domestico e _Terenzio Ghirlanda_

sartore a 5 anni di opera pubblica, _Nicola Conti_ minore di età,

muratore, a sei mesi di prigionia.--Detto giorno: altra sentenza della

Commissione contenente notizie particolareggiate delle società segrete

di Gubbio, cioè della _Vendita_ _dei figli di Bruto_ istituita nel

maggio 1824, della società dei _Figli della speranza_ e _Fratelli del

dovere_ istituita nell'anno 1825 e di quella dei _Buoni amici_ promossa

nel febbraio 1826 contro la società antiliberale dei _Compari_.--1827, 5

luglio: _Pasquale Santi_ pescivendolo, di Cesena, fu condannato a 10

anni di galera perché l'8 febbraio 1821 in casa Salberini durante una

festa di ballo ferí mortalmente _Mariano Pierini_ «e da una deposizione

testimoniale appare che dalla Sètta Carbonica fosse designata la di lui

uccisione»: il Pierini era «un esploratore della polizia» e il Santi era

«sorvegliato all'epoca del delitto dall'officio della polizia locale per

la sua aderenza coi facinorosi»; perciò il Santi fuggí all'estero, dando

cosí indizio di colpa, e la voce pubblica lo designò subito come autore

del misfatto.--1827, 1 agosto: sono condannati _Giacomo Leoni_ di

Meldola, domiciliato in Forlimpopoli, tintore e oste, di anni 50 a dieci

anni di galera, _Paolo Bendandi_ detto _Grametto_ mercante di bestiame,

di Forlimpopoli, a sette anni di galera, _Luigi Pasolini_ canepino, di

Forlimpopoli, di anni 17, a un anno di casa di correzione, e _Michele

Bendandi_ mercante di bestiame, di Forlimpopoli, a un anno d'opera

pubblica, per essere appartenuti alla società dei _Fratelli del dovere_

«ch'è la società media fra la Carbonica e quella della _Speranza_»

(sentenza importante per conoscere le vicende delle sezioni di società

segrete in Forlimpopoli).--Detto giorno: _Antonio Ballardini_, di

Faenza, calzolaio, condannato alla prigionia per 6 mesi per ferimento

semplice avvenuto la sera del 24 maggio 1827 in Faenza a danno di

_Bartolomeo Savini Casadio_ per il «sospetto in taluno ingeritosi pochi

giorni prima al fatto che il Casadio servisse qualche autorità

giudiziaria nella qualità di delatore.»

1828, 10 aprile: «Risultò dagli atti che lo zelo di _Antonio Bellini_

ispettore di polizia in Faenza nel dare opera che gli individui addetti

alle proscritte società segrete non turbassero la pubblica tranquillità,

eccitasse contro di lui l'odio di alcuni ascritti alle medesime»; e

perciò, dopo altri inutili tentativi, egli fu ucciso la sera del 2

luglio 1826 in Faenza da due colpi di pistola esplosi per opera di

_Vincenzo Galassi_ detto _Cuccolotto_ pignattaro e _Antonio Biffi_ detto

_Biffotto_ vetturino, entrambi faentini, diretti nella delittuosa

operazione da _Carlo Filiberti_ flebotomo in Faenza, con complicità di

_Niccola Benedetti_ di Gubbio, cameriere in Faenza, di _Tommaso

Antolini_ oste, di Faenza, e di _Sante Spada_ di Cotignola; con questo

che Galassi, Biffi e Filiberti fuggirono dal loro domicilio e dallo

Stato pontificio. Per questi motivi sono condannati _Vincenzo Galassi_

all'ultimo supplizio, _Niccola Benedetti_ a 5 anni di galera, _Tommaso

Antolini_ a 3 di opera pubblica; si ordina l'arresto di _Antonio Biffi_,

_Carlo Filiberti_ e _Sante Spada_, e si dimette dal carcere col precetto

di rappresentarsi _Luigi Masotti_, sartore, di Faenza, e guardia

provinciale arrestato per pretesa complicità.--1828, 6 giugno: _Biagio

Fedeli_ di S. Alberto, carabiniere addetto alle carceri politiche di San

Vitale, perché «guadagnato da taluno dei detenuti, vilmente si determinò

a tradire il suo officio, portando e riportando sí al di dentro che al

di fuori di dette carceri, ambascerie e viglietti», fu espulso dal corpo

e condannato a cinque anni di galera, piú ad altri cinque di opera

pubblica come detentore di uno stile proibito.--1828, 23 luglio: fu

condannato a tre anni di opera pubblica _Luigi Venturelli_ di Imola,

«degente in Faenza», il quale «imaginò che sarebbe stato di molto suo

profitto, se avesse indotto la Commissione speciale nella credulità «che

dalle società segrete si macchinava una rivoluzione dai confini del

Ferrarese a quelli della delegazione di Pesaro, sotto la denominazione

di _Vespri Siciliani_»: inventò e denunziò perciò uomini, luoghi,

contrassegni; poi, arrestato, confessò il delitto «accusandone per

impulso i debiti contratti ed il desiderio di procurarsi qualche

straordinario guadagno per estinguerli».--1828, 4 settembre: _Michele

Ronci_ di Morciano, sartore, «addetto a società secrete», fu condannato

a dieci anni di galera per aver tentato, prima in Fano, poi in Rimini il

10 maggio 1824 di avvelenare _Andrea Medri_ di Cesena «per odi

privati».--Detto giorno: _Giosafat Geminiani_, guardiano, nativo di

Fusignano, domiciliato in Ravenna, «sospetto non leggiermente

d'appartenere «ad alcuna delle società segrete», fu condannato a 10 anni

di galera, perché la sera del 19 marzo 1826 mentre in Ravenna

«corrissava con alcuni giovani addetti a società segrete il calzolaio

_Gaetano Gugnani_, detto _Vobis_, malveduto dai settari per la sua

contrarietà alle loro massime», esso Geminiani si mise in mezzo e ferí

il Gugnani, che della ferita morí pochi giorni di poi.--Detto giorno:

_Giacomo Battuzzi_, possidente, di Ravenna, fu condannato a dieci anni

di galera (senza pregiudizio degli altri 15 di detenzione inflittigli

per sentenza del card. Rivarola del 31 agosto 1825) perché la notte del

19 marzo 1819 colpí d'arma da fuoco il direttore della polizia

provinciale di Ravenna _Giuseppe Lausdei_, avendo complici i contumaci

_Vincenzo Battaglini_ e _Tommaso Quatrini_ di Ravenna, che furono

condannati l'uno a dieci, l'altro a cinque anni di galera.--1828, 30

settembre (in Rimini): _Niccola Martinini_ di Rimini, maestro di scuola

privata elementare, fu condannato a 7 anni di galera perché mentre il

Governo attendeva a scoprire gli autori dell'attentato contro il card.

Rivarola «falsamente testificò in giudizio avergli confidato _Giuseppe

Previtali_, che disse essere suo amico, che il legale _Ottavio Bottoni_

coll'intelligenza del Previtali medesimo, di _Luigi Serpieri_, marchese

_Ercole Buonadrata_, _Domenico Piolanti_, _Francesco Serpieri_, _Achille

Bocci_, _Giuseppe Ferranti_, _Giacomo Martinelli_, e di _Gio. Battista

Grilli_, era stato l'autore del vero attentato suddetto col mezzo di

pistola, essendosi il Martinini approfittato della scienza, che il

nominato Bottoni trovavasi in quell'epoca in Ravenna per un suo privato

affare. Per siffatta testimonianza, avvalorata ancora da altri

amminicoli, tanto esso Bottoni, quanto gli altri suddetti soggiacquero

all'arresto e alla detenzione, fino a che non si conobbe giudizialmente

la loro innocenza nel sopradetto sacrilego attentato.»

XXIII. GAETANO BIANCHINI fu ispettore di polizia in Ravenna sino al

1823, poi destituito perché compreso nei processi del Rivarola che lo

assoggettò al precetto politico; arrestato per ordine dell'Invernizzi,

si liberò colla _spontanea_: finí amministratore di casa Guiccioli.--Di

ANTONIO SPADA vedasi cap. LIV.

XXV. La condanna dell'UCCELLINI fu pronunciata dalla Commissione

speciale il 23 luglio 1828: eccone il testo riprodotto di sulla stampa

originale:

COMMISSIONE SPECIALE | PER LE QUATTRO LEGAZIONI | E PER LA DELEGAZIONE

D'URBINO E PESARO | RESIDENTE NELLA CITTÀ DI FAENZA | _Sessione delli

23. di luglio 1828._ | TRANSUNTO | DELLA SENTENZA NELLA CAUSA RAVENNATE

DI LIBELLO FAMOSO.

Prima che apparisse l'alba del giorno 5. d'Ottobre 1826., si trovò

affisso in due luoghi della Città di Ravenna un lungo scritto in versi

contenente un Dialogo fra li due Ss. Martiri Apollinare, e Vitale,

principali protettori della nominata Città, ingiurioso al Governo, ed ai

suoi Ministri. Restatone per qualche tempo occulto l'autore, giunse poi

la COMMISSIONE SPECIALE a riconoscerlo nel giovane _Primo Ucellini_ di

Ravenna, d'età maggiore, impiegato nell'officio del Registro, e sospetto

d'appartenere a Società Secrete. Non avendo presentato l'incarto quella

sicurezza di prove, che richiedevasi per la pena ordinaria, la

COMMISSIONE stessa, inteso il Difensore, ha condannato il suddetto PRIMO

UCELLINI alla pena straordinaria _di anni tre d'Opera pubblica_.

Dato dalla Cancelleria della Commissione Speciale questo dí 30. di

Luglio 1828.

NATALE LORENZINI, CANCELLIERE.

_Faenza dalla tipografia Montanari e Marabini._

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 14 / 23 段