S'iniziò quindi un altro processo. Oltre alle interrogazioni di uso, mi

si chiese: «Se io aveva amici, e quali fossero; dove io era stato

arrestato; se sapeva il motivo di mia catturazione; a quali esercizi mi

era applicato», ed altre molte, che inutile sarebbe il riportare.

Risposi a tutte queste domande con le piú semplici e veritiere risposte;

ed all'interrogazione: «Se io era mai intervenuto a cene o ad altri

divertimenti» ritenendo sopra forti motivi che il Fisco, venuto in

cognizione dell'_Accademia del Magnismo_ da me eretta, già pubblicamente

notoria, avesse concepito sinistri sospetti, non esitai ad esporre il

fatto pretto e genuino com'era, fondando sempre le mie asserzioni su

prove positive e sopra testimonianze ineccezionabili, che assicuravano

il Fisco della lealtà della cosa. E difatti nel progresso delle

interrogazioni ben m'avvidi che io non m'era deluso. Quanto grande non

fu allora la mia compiacenza d'aver prevenuto dei sospetti, che potevano

forse essere d'aggravio agli altri accademici, miei amici, e scevri come

me, d'ogni dolosità per un fatto simile?

Nel giorno 21 dicembre fui sottomesso ad un altro nuovo interrogatorio

innanzi al ricordato giudice Mazzoni. Non si trattò che di farmi render

ragione di alcune carte scritte di mio carattere, che io non esitai a

pienamente confermare. Consistevano esse in due o tre lettere dirette a

Giulio Fanti, mio amico e compagno d'ufficio nel tempo che io mi trovava

ammalato; e con le quali l'incaricava di una qualche mia particolare

commissione. Mi ricordo pure che fummi resa ostensibile una sestina di

cui non seppi dar ragione, se non che quando il giudice stesso mi

specificò l'oggetto a cui era servita, cioè «a rimbrottare una donna di

vecchia età che pretendeva il vanto di giovinetta»: mi sovvenne allora

dell'amico Vincenzo Fiorentini, nelle di cui mani rimase tale scritto

sin dall'epoca che frequentavamo la conversazione di Vincenzo Pio; e la

mia dichiarazione combinò benissimo con quella che l'amico aveva

precedentemente esposta senza alterazione alcuna del fatto, che altro

non potè riputarsi che una semplice celia di conversazione. Mi fu pure

presentato uno scritto di galanteria perquisito a Fanti, che era un capo

d'opera di ridicolosità; sicché fra tutte queste carte nulla fuvvi di

concludente.

Nella sera del 9 febbraio 1828, verso l'ora di notte, fui condotto non

piú innanzi al giudice Mazzoni, ma al giudice Serafino Menzetti (che

seguí ad esser sino alla definizione della causa il mio processante),

che mi sottopose ad un semplice esame di ricognizione di altre varie

lettere rinvenute a Fanti, non dissimili dalle prime, senza che

contenessero la benché minima indecente espressione, che alle volte

famigliarmente scrivendo può sfuggire. Lette che mi furono ed annotate

nel processo, passò il giudice ad interrogarmi sopra alcune circostanze

della surriferita _Accademia del Magnismo_, che io decifrai con la piú

convincente chiarezza, adducendo nuove prove di fatto che convalidavano

maggiormente l'esposto.

Eccoci al quarto esame (13 marzo), in cui le cose presero un aspetto

serio e veramente perduellionico. «Venni imputato di aver tentato una

sommossa, da me concertata nel maggio 1826, e da succedere armata mano

nel Teatro nel tempo dell'opera a danno della truppa de' carabinieri,

dietro un segnale, che apparir doveva nel palco cosí detto la

_Barcazza_, quando la forza fosse divenuta a degli arresti per un

campanello che veniva nel Teatro senza sapersi da chi suonato.» Si

aggiunse «che in tal epoca agiva per prima cantante la Dati; che già il

concordato era deciso; i rivoluzionari pronti all'azione: ma che andò a

vuoto, non già per essermi cambiato d'idea, ma perché si rese palese ad

alcuni che impedirono l'eseguirlo.»

A far rilevare la falsità di questa imputazione, mi restrinsi a dire che

io non era mai stato né rivoluzionario, né facinoroso, e la mia pacifica

condotta n'era una bastante prova; che non aveva giammai avuti contrasti

colla forza pubblica, sempre da me riguardata col dovuto rispetto.

E venendo alle discolpe di fatto, addussi che nel carnevale del 1827, e

non nel maggio 1826, come mi si contestava s'era udito in Teatro il

campanello in discorso, suonato, io credo, in sfregio dei soggetti

tristissimi che agivano nell'opera buffa intitolata _La gioventú

d'Enrico quinto_; né fra questi agiva la Dati, perché in Ravenna ottenne

sempre applausi, e fu universalmente piaciuta; né sarebbe stata lo

zimbello di un campanino che si può con fondamento credere un trastullo

di una qualche signorina annoiata dall'opera. Né ad altri si potrebbe

imputare simile frastuono; tanto piú che pochissima era la gente che

frequentava il Teatro; e quasi tutti noi giovinotti preferivamo di stare

piuttosto al caffè a fare un tresette.

Insussistente era pure la circostanza addotta del _segnale che apparir

doveva per la sommossa imputatami, nel palco della Barcazza_, prima

perché nel carnevale del 1827 l'_Accademia del Magnismo_, sciolta già

fino dal dicembre 1826, non teneva piú in affitto detto palco, ed io,

dopo questo tempo non sapevo, per cosí dire, se piú esistesse; secondo,

perché in tutto il tempo che fu dagli accademici frequentato, non diede

mai un'ombra di scandalo; tanto è vero che esister doveva tuttora presso

Pascoli o Signorini un avviso, tenuto sempre affisso in detto palco, con

cui si pregava a conservare scrupolosamente il contegno il piú civile ed

educato, senza prender punto parte o in applausi o in dispregi, onde non

essere segnati a dito. E questo cartello so che pervenne, a mia maggior

giustificazione, nelle mani della Commissione. Feci riflettere, che

oltre il suono del campanello, benché succedessero in teatro fortissime

fischiate all'epoca indicata, la forza non si risolvé mai ad arrestare

alcuno; motivo per cui è da supporsi che avesse essa altri ordini.

Dunque la causa principale della sommossa addotta e dipendente dagli

arresti, non appare che dubbia, e l'effetto sospeso e condizionato in

modo che rende pressoché vani i preparativi contestatimi.

Aggiunsi: Colui che mi aggrava di tale calunnia, si può dire che neppur

conoscemi di vista. Decida ella, signor giudice, se questa fisionomia,

se questo mio debole fisico annunziano sentimenti rivoluzionari; anche i

consulti della fisiologia non sono in questi casi vani. Ma poi, il

ridurre rivoluzioni al punto contestatomi, sembrami richiedere, in chi

le concerta e promuove, gran mezzi, cioè di grande influenza o per

autorità o per ricchezze, senza le quali non s'induce uomo a seguire i

propri capricci e ad azzardarsi di sagrificar la vita. E dov'è la

preponderanza? dove le ricchezze? Pazzo veramente da sé stesso si

manifesta il mio falso delatore, perché confonde un'epoca con un'altra,

perché adduce circostanze che col fatto svaniscono, perché insomma

delira.

Pretende, per render doloso l'attentato imputatomi, che non di mia

volontà, ma pel fatto altrui soltanto ne fosse impedita l'esecuzione. Ed

ecco che egli stesso prova la mia insufficienza, e mi priva ad un tratto

fra mille contradizioni di quella prima autorità che mi arbitrava di

rivoluzionari pronti all'esterminio; autorità che, arrivata a questo

punto, o non poteva aver contraddittori, o in ogni caso, non obbligata a

soffrirli, né ad arrendervisi. E con molte altre ragionevoli

particolarità diedi io termine a questo mio interrogatorio.

Nel giorno 25 aprile, in cui accadde il mio quinto esame, fui richiesto

«della conoscenza di Angelo Mercuriali e di scritti che io aveva al

medesimo consegnati», e mi si contestava d'aver ciò esposto

confidenzialmente ad alcuni miei amici; e d'aver spiegato gran timore

d'esser io da lui sagrificato, vociferandosi che fosse una spia; e che

quei scritti non d'altro genere erano che satirici». Di piú mi sentii

imputato «d'essere l'autore di una satira intitolata: _Dialogo tra S.

Apollinare e S. Vitale_, che all'opportunità mi sarebbe stata contestata

in piú ampli termini.»

La mia conoscenza con Mercuriali, dissi io allora, è incontrastabile;

piú volte, dietro sue preghiere, gli ho redatte minute di petizioni e di

lettere, che ho sempre rilasciate in sue mani; né so che carte d'altro

genere possano presso il medesimo esistere.

Il timore poi che il calunniatore m'appone, ad altro non serve che a

porre in diffidenza della Giustizia le accuse che mi vengono date,

perché delineando delle estremità del tutto opposte, a vicenda si

elidono. Con quai differenti colori non vengo io dipinto? Allora

coraggioso (vedi l'imputazione della rivoluzione da teatro) e adesso

timido. In tutti i casi _timor pedibus addidit alas_, dice Virgilio; e

di fatti se avessi avuto motivo di temere di Mercuriali, decantato

ovunque per un delatore, potea facilmente sottrarmi a' suoi colpi e

scampare ogni traversia.

In rapporto al _Dialogo di S. Apollinare e S. Vitale_, dissi non averlo

nemmeno sentito mai a ricordare e che una calunnia tale era bene di

esporre in chiaro, onde non ne rimanessi io innocentemente il bersaglio.

Nuove imputazioni perduellioniche (27 maggio). Consta al Fisco, cosí mi

disse il giudice, «che voi progettaste un piano diretto a liberare dalle

carceri di San Vitale i detenuti politici che vi erano stati rinchiusi,

e ad impedire nuovi arresti; che già molti e molti si erano sottoscritti

a questo piano dietro vostra istigazione, prevalendovi del termine, che

_negli estremi mali richiedesi estremi rimedi_; e che voi vi obbligaste

d'interessarvi presso la Protettrice, ossia la Carboneria, onde,

adottato il vostro piano, dasse opportune disposizioni per ottenere

rinforzi dalle città limitrofe ed azzardare un colpo decisivo.»

Un soffio solo bastò ad atterrare questa fragile trabacca dell'inganno e

dell'iniquità.

Dal luglio in poi, esposi io, fui investito da sí fiera e pertinace

malattia, che in ottobre, epoca del mio arresto, era ancora

convalescente e sí estenuato, che non saprei esprimere quanti terribili

sconcerti mi si rinnovarono nel fisico nei primi giorni di mia

detenzione. Or io non so come si possa supporre che un uomo cosí mal

ridotto, colla bocca, si può dire, sul sepolcro, quasi sempre obbligato

al letto, tenda a progetti, che i piú robusti e piú sani appena

oserebbero d'ideare. E certamente se mi fosse trascorso mai per la testa

un piano di rivoluzione, se anche fossi stato sano, sarei subito andato

a ripormi nel letto per timore d'una febbre frenetica. Non mai, come ho

già detto, e ripeto, ebbi mire rivoluzionarie, assolutamente eterogenee

e alla mia condotta e al mio carattere e al mio stato; tanto meno poi in

un tempo il piú climaterico della mia vita. E sí che da vero questa

calunnia è in sommo grado romantica: si può ben dire che ha del

maraviglioso. Un quasi agonizzante formar piani di sommosse, ridurle

quasi all'_in autem_; si può udir di peggio? Ma di grazia, qual era il

concerto di questo piano, come combinato? Perché riescí anch'esso a

vano? Quali furono gli ostacoli che si frapposero?

Anche un pazzo uscito allora dall'ospitale, non gli sarebbe saltato mai

in capo una stoltezza simile a questa che or mi s'imputa. Leviamo

l'intoppo della malattia (guardate mai quello che concedo), ma la

diffidenza, che sorta subito dopo i primi arresti si diffuse fortemente

per ogni dove e in ogni classe di persone, non era forse sempre un

argine insormontabile anche alle piú leggiere e tenui imprese? Ma quali

sottoscritti adunque si va mai immaginando? Bisogna per lo meno che sia

un indigeno del Paraguay colui che ciò asserisce, dando a conoscere

d'ignorare circostanze le piú comuni e palesi. Ma chi mai avrebbe

accudito di sottoscriversi in fogli di congiure in momenti che sarebbe

stato discoperto dai muri, dai sassi e dall'aria istessa? Chi mai

avrebbe azzardato di presentarsi anche al piú confidente per disporlo ad

una sommossa?

Fuor di proposito si adduce poi al caso la massima che ai mali estremi

convengono estremi rimedi; l'estremo è sempre fatale, e chi tenta

d'indurre altrui a scopi di tal sorta e d'infervorarlo per renderli

compiti, mi sembra che affacciar debba tutt'altro fuorché pericoli.

Protesto infine che i nomi di Protettrice, ossia Carboneria, sono per me

del tutto incomprensibili, né so chi il Fisco intenda sotto tale

denominazione.

Non si restrinse soltanto all'esposta accusa l'esame di questo giorno.

Venni pur anche incolpato d'aver io «redatta una satira contro le Sacre

Missioni, che al tempo del governo di Rivarola agivano in questa città;»

e di aver «alterata una terzina di un sonetto dell'abate Cottignola,

affissa nella pubblica piazza, alludendogli il nome di spia.»

Non altro risposi a tutto ciò, che io era sempre stato ossequioso al

culto divino e verso i suoi ministri, tanto è vero che mai non ebbi

reclami contro la mia morale condotta; e se non si fossero addotte

valide prove per dimostrare il contrario, il mio carattere rimaneva in

questa parte ineccezionabile, né vane ciarle (non sapeva sopra che

fondate) potevano abbattere la verità del fatto. Ho pure sempre

rispettato il simile, ed è falsa l'incolpazione che risguarda il

Cottignola.

Eccoci all'ultimo decisivo esame (28 maggio). Qui mi si rinnova alla

mente un caos di articoli, che or tenterò alla meglio di restringere e

riordinare in pochi. Sono già essi in parte il riassunto delle passate

imputazioni, che si pretese annodarle al principal capo d'accusa, cioè

al dialogo satirico, di cui in avanti si è fatto cenno, che qui mi venne

nel modo che sono per esporre ampiamente contestato.

«Consta al Fisco, intuonò il giudice, che voi siete l'autore di un

_libello_ intitolato _Dialogo tra S. Apollinare e S. Vitale principali

protettori di Ravenna_ infamante l'_E.mo Card. Rivarola_ e la

_Commissione Speciale politica_; e che concertaste i mezzi con il signor

Eleonoro Soragni, per far pervenire da Modena alla Commissione il detto

libello. Le prove si desumono da una _perizia di calligrafi_ rilevata

col confronto di altri vostri scritti; dalla copia che venne strappata

dalle colonne della piazza la notte precedente li 5 ottobre 1826, avendo

essi asserito che ravvisavasi _conformità_ di carattere, sebbene fosse

molto _stiracchiato_ ed _adulterato_; da una deposizione di un soggetto,

noto alla Giustizia, che testificava riconoscere appieno in detta copia

il vostro carattere.»

Rapporto alla seconda parte dell'accusa il Fisco adduceva: «Che Eleonoro

Soragni all'epoca delli 5 ottobre detto anno non era in Ravenna, come

rilevavasi dagli atti della Polizia, che gli rilasciò già qualche giorno

prima il passaporto; che un soggetto, noto alla Giustizia, per fatto

proprio depose avergli io consegnato una lettera per Soragni con entro

la satira in discorso scritta di tutto mio pugno e carattere.»

Agli insussistenti punti, cui appoggiavasi il Fisco per sostenere la

falsissima accusa della ricordata satira, innumerevoli discolpe

potevansi addurre; io però mi limitai ad esporre soltanto quelle ragioni

ch'erano piú che mai sufficienti ad abbatterla interamente ed a

discoprire l'innocenza mia. Ma quando mai, dissi io allora, la

calligrafia ha potuto desumere positivi rilievi da un carattere

adulterato, stiracchiato, se appunto le adulterazioni e le

stiracchiature svisano quasi i segni dell'originalità? Se calligrafi di

buona coscienza stentano ben di sovente a profferir giudizi sopra

confronti di un carattere non disuguale, non adulterato, ma

semplicemente di diversa data, qual risultato potrà dare una tale

perizia? Se un enorme abbaglio di ottica produsse tanta temerità, al

lume della verità deve però svanire. Come poi è mai probabile che io

volessi espormi ad una certa rovina, copiando scritti satirici? Non mi

sarei io prevalso in ogni caso di mano incognita, piuttosto che

avventurarmi a stiracchiature, su cui non poteva mai affidarmi per

essere, atteso l'impiego che copriva, universalmente il mio carattere

cognito? E che diremo di colui che pretende mia la copia in questione?

Nient'altro se non che additi le prove su cui fonda la sua deposizione.

Dirà egli, la copia. E che vale? Non potrebbe forse essere opera delle

sue proprie mani? Ciò almeno sembra piú probabile, che l'imputazione

datami. L'interesse, che può essere l'unico movente di costui, non

l'invidia, perché non ho mai avuto di che attrarre gli altrui desideri,

non la vendetta perché non fui mai di danno ad alcuno, tutto azzarda

quando rinviene premi, guarentigie ed asili, e molto piú quando può

coprire i suoi raggiri col manto stesso della Giustizia. E difatti è

egli piú probabile (e le probabilità in mancanza di prove decise sono di

molta rilevanza) che l'accusatore per dar un qualche peso alla sua

assertiva calunniosa abbia tentato d'imitare possibilmente in quella

copia il mio carattere o che io stesso l'abbia redatta stiracchiandolo?

Io qui mi riporto ai riflessi di sopra accennati, che non senza

ragionevolezza sottopongo al giudizio del Fisco; reclamando, onde avere

maggiori appoggi di rendere rimarchevoli le mie considerazioni, che mi

siano rese ostensibili e la perizia e la copia in discorso, né la

Giustizia, che il trionfo dell'innocenza e la depressione della calunnia

ricerca, può render vana questa mia istanza.

Passando all'altra parte della contestazione riguardante i mezzi

imputatimi d'aver avuto con Eleonoro Soragni per far pervenire da Modena

alla Commissione la satira in discorso, aggiunsi:

Può essere che il Soragni all'epoca dei 5 ottobre 1826 avesse ottenuto,

come mi si contesta, dalla Polizia il passaporto, giacché mi ricordo che

aveva in animo di portarsi a Bologna per vedere lo spettacolo teatrale;

ma il fatto si è che partí ai primi di novembre soltanto, dopo la cena

di turno dell'Accademia del Magnismo, a cui il Soragni era addetto, la

quale venne protratta alla fine di ottobre; e l'assenza del ricordato

Soragni all'epoca dei 5 ottobre è insussistente, perché posso

all'occorrenza documentare che questo intermedio di tempo rimase in

Ravenna; fatto questo che rende vano senza altre discussioni il primo

articolo di questa imputazione.

Prima che divenghi probabile la consegna della lettera e della satira

scritta, come mi si contesta, di tutto mio pugno e diretta al Soragni,

che il Fisco m'appone d'aver io effettuato al soggetto noto alla

Giustizia, bisogna premettere una prova di assoluta pazzia; che il mezzo

imputato non può eseguirsi da un uomo a sé coerente. Chi mai sarebbesi

posto al cimento di tanta eventualità, che anche indipendentemente dalle

cautele del mezzo potevano intervenire?

Ma perché almeno non si è ricorso alle stiracchiature che sarebbero

state piú supponibili, perché non esposte che alla confidenza di due

soggetti, da cui in caso di perquisizioni personali trovar piú

facilmente titolo di discolpe a mio e a loro garantimento? Chi mai

sarebbesi posto al cimento di tanta eventualità, che anche

indipendentemente dalle cautele del messo potevano intervenire?

Ma in ogni caso, né qui sono supponibili sviste ed errori, la lettera e

la satira sarebbero state opera d'incognita mano, onde prevenire

possibilmente sinistri risultati e dar titolo di discolpe al messo

nell'ipotesi di una perquisizione personale. E poi, stando anche nei

termini dell'imputazione, e qual bisogno v'era d'un terzo per spedire al

Soragni la satira, quando che avrebbe potuto portarla seco? Infine; che

il Fisco mi provi l'intrinsichezza, tanto necessaria a imprese di tal

sorte, che avrebbe pur dovuto regnare tra me e l'anonimo. Ma ben chiara

da sé stessa apparisce la calunnia, che tra vaneggiamenti i piú ridicoli

non ha di che sostenersi.

Or vengo a specificare le deduzioni da cui si pretese trar motivo di

convalidare l'emessa accusa.

Mi venne imputata la qualità di settario, addetto alla Società

denominata della Speranza, rilevata in forza, come mi fu riferito, di

molte deposizioni di altri settari e di un reo confesso in capo proprio,

e lo spirito di odio e di livore nutrito da ogni settario contro il

Governo e i suoi Ministri m'aveva incitato a formare il su ricordato

libello.

Cosí risposi a questa imputazione: Io non appartengo né ho mai

appartenuto a sètte, e quindi non so che significhi Società della

Speranza. Sianvi pure deposizioni quante si vogliono che per settario mi

accennino, ma posso giustamente escla[mare][19] _conscientia mihi

testis_; [perché] se vera fosse la qualità [che mi si] imputa, i

deponenti [non si] sarebbero limitati ad un se[mplice] detto, ma

avrebbero conva[lidato] le loro testimonianze con [qualche] prova. Per

quanto posso [sapere] di sètta, mi sembra, che [non sianvi] armi, libri,

né documen[ti di mia ap]partenenza. E perché su [questi] punti non vengo

io atta[ccato?] Perché l'accusa, è come [tutte] le altre falsa, e

falsissim[....] giustizia del tutto inco[...] ché l'emettere

sempliceme[nte una] deposizione senza [prove] se dal numero non prende

forza equivale al non esporla [. Io non] so se esistono settari e [se

ve] ne siano, come si contesta, [degli im]puniti, ma in questo caso n[on

credo] della loro politica il comp[rendere] nel novero settario soggetti

[estranei] onde ai compagni toglier[e qualche] particolare sospetto, e

dare [....] i risultati di loro imput[azioni] provenienti da cause

totalmente diverse. Questa massima fino dalle prime misure politiche

sembra risultar vera ed adottata, che molti soggiacquero a pene per

inquisizioni politiche senza esser settari come in appresso il fatto ha

comprovato la pubblica opinione, che li favoriva. Dunque non nude,

apparenti testimonianze, ma sode prove necessitano prima di por in

calcolo un'accusa, onde la Giustizia non cada nella massima delle

iniquità, che è l'oppressione dell'innocenza.

[19] Le lacune provengono dall'essere qui ritagliato il margine esterno

di una carta; né a tutte ho saputo supplire per congettura.

La seconda deduzione si voleva desumere dalle satire, che mi furono

imputate nel mio quinto esame a carico delle Missioni e dell'abate

Cottignola.

Feci conoscere che una deduzione in buona logica affinché sia valida

occorre che si diparta da un principio vero ed indubitato. Dunque

siccome che rimaneva ancora da provarsi se quelle satire fossero opera

mia, la deduzione non era di alcun valore e come se apposta non fosse.

La attestazione che io richiesi di Angelo Mercuriali in riguardo al mio

quinto esame, mi venne qui espressa ne' seguenti precisi termini:

«Depone egli che voi gli avete date piú volte satire, ed anche da

copiare».

Ma di quali satire, io dissi, intende egli parlare? Non d'altre

certamente che di qualcheduna pervenutami a caso nelle mani, al tempo

delle lanterne, che moltissime ne circolavano, e che egli stesso può

avermi chiesto da copiare, e la sua deposizione a nulla ammonta perché

non adduce prove di autografia. Onde però togliere alla Giustizia ogni

qualunque sospetto, dimando che in mia presenza venghi a chiarir meglio

la sua deposizione.

Il terzo riflesso ricavavasi da insussistenti per non dir ridicole

testimonianze, «di settari, che asserivano d'aver io quasi per istinto

il vizio di rimbrottare e satirizzare altrui, ciò che mi distingueva al

pubblico».

Questo articolo, dissi io allora, pochi comenti richiede. È vero,

verissimo, che mi piace in compagnia di dar qualche volta la baia agli

amici, che prendendone piacere non mi hanno mai privato della loro

accoglienza; segno evidente che le mie burle non erano offensive, né

denigranti l'altrui carattere. Che se in me fosse lo spirito di

satirizzare, come mi si imputa, un qualche tristo imbarazzo sarebbemi

pure intervenuto, che d'indizio or servirebbe al Fisco.

La quarta desunzione riferivasi alla mia cattiva condotta, che volevasi

vilipendere con le calunnie dei due attentati già ne' precedenti esami

discussi.

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 13 / 23 段