Partito il profosso, non azzardai di coricarmi su quei luridi giacigli

per timore di una irruzione formidabile di ogni sorta d'insetti; mi posi

a sedere sulla cima d'una banca e appoggiai la testa al muro tanto da

non istare in disagio. Allo spuntare del dí il mio profosso fu pronto a

mantenere la promessa datami, e mi trasse in un magnifico loggiato in

cui erano stanze signorili; venne meco il Saporetti, mi sembrò di

rinascere, e riparai al sonno sofferto nella notte antecedente. Verso

alle dieci ritornò il profosso con lettere e denari inviatimi da casa, e

mi assicurò che nella sera stessa sarei rimesso in libertà. «Oh! allora

questa mattina da pranzo mangio i cappelletti». Egli aveva messo a

servizio una delle sue ordinanze. Il profosso sapeva bene che il Comando

austriaco non trovò alcun titolo da applicarmi una pena in base alla

legge stataria, che era quella con cui si regolava; ma forse ignorava

che era in obbligo di consegnarmi alle autorità pontificie, da cui la

mia piena libertà dipendeva e che attesi tre anni.

Nella sera verso l'ora di notte il profosso mi condusse cogli altri

quattro detenuti del giorno antecedente nell'ufficio di polizia; ma

avendolo trovato chiuso, ci depositò nelle carceri della piazza. Quivi

pure la qualità di segretario produsse un altro beneficio, e fu quello

di far ottenere ai detenuti della stanza ove fui rinchiuso il benefizio

di fumare e di tenere il lume la sera. Ogni mattina aspettava il

rilascio o l'ordine di essere rimesso in libertà, ma dopo cinque giorni

venne invece quello di essere trasferito in Forte Urbano, ove esistevano

già vari detenuti politici.

[LXX.] Ebbi una dolce sorpresa in quel luogo vedendo che era sotto

l'ispezione d'un vecchio amico carbonaro, di Baroncelli di Faenza: egli

mi escluse dalle solite noiose visite personali, e mi condusse nel suo

appartamento, ove mi espose che avrebbe fatto pei detenuti politici

quanto le sue funzioni lo comportassero: «Mi servirete da segretario», e

m'installò nel suo ufficio d'ispettore. Poi mi condusse in una stanza,

ove teneva rinchiusi i detenuti politici di riguardo, e mi lasciò con

loro, dandomi un buon letto con istramazzo. Ristauravasi nel Forte un

altro corridoio che guardava la piazza d'armi, chiamato le Colonnette, e

quando fu accomodato mi lasciò scegliere le camere che meglio mi

convenivano; cosicché fui in grado di favorire gli amici di Lugo, fra i

quali l'avvocato Masi, Morandi e Bedeschi, che a me si unirono quando

ivi ci rinchiusero. Si poté conseguire dalla fornitura il vitto di

segretura in natura, cioè la carne e la minestra crude, ed il pane

dell'infermeria che era bianco e buono: a queste provvigioni

aggiungevamo una tangente ciascuno e si riusciva ad avere un secondo

piatto. Il Bedeschi, esperto in affari di cucina, ci preparava sempre un

buon pranzo: il vino, a spese comuni.

[LXXI.] Erano scorsi piú di sei mesi senza che venisse iniziato alcun

processo, quindi ignorava sempre il vero titolo della mia prigionia; ma

di ciò non prendeva alcun pensiero, né feci alcuna pratica in proposito:

uscito dalle grinfie del Comando austriaco e della legge stataria nulla

aveva piú che mi conturbasse. Finalmente venni traslocato nelle carceri

di Ravenna: cosí ebbi modo di vedere spesso i miei congiunti e di essere

servito da essi di tutto ciò che mi occorreva. La camera che mi venne

assegnata era la migliore dello stabilimento, e guernita di una gran

finestra con vetri senza l'impedimento del tamburo, in modo che si

poteva vedere ed essere visto da chi transitava pel cortile del palazzo

governativo. Essa era occupata da gente che non aveva accusa criminale.

Il numero dei detenuti ristringevasi ad otto; ognuno aveva da casa

pranzo e cena, riunivansi tutti i pasti e formavasi un convito variato e

squisito. Poco dopo il mio arrivo nelle carceri di Ravenna, s'iniziò il

processo che dappoi sí gran tempo attendeva. Io non intendo di porgere

ragguagli su tale soggetto. Il secondo turno del Supremo tribunale della

Sacra Consulta, tribunale istituito sulle norme di quello della

Inquisizione, mi giudicò [28 gennaio 1851] colpevole di «minacce fatte

al Magistrato anche letali in odio di officio», senza indicare quale

Magistrato, e perciò mi condannò «a cinque anni di opera pubblica», ed

alla pena di detenzione per «ritenzione di carte antipolitiche». Ma ecco

il fatto genuino che mosse questa sentenza. La nostra Magistratura si

dimise per non eseguire le operazioni elettorali, necessarie per la

nomina dei membri alla Costituente romana del 1849; il Prolegato

rinunciò pure alla sua carica per non assumerle; cosí vi era il pericolo

che Ravenna rimanesse senza rappresentanti alla Costituente:

vociferavasi che tutto ciò fosse l'effetto degli intrighi del segretario

di legazione Garzía, uomo di principî clericali esaltati ed affezionato

al cessato Governo. Quindi io come segretario del Circolo, che

rappresentava l'opinione del paese, mi recai dal Garzía e lo consigliai

ad allontanarsi dal posto che occupava per evitare un eccesso, mentre il

popolo era contro di lui irritatissimo, ritenendo che impedisse la

nomina dei membri della Costituente. Il Garzía mi ringraziò del

consiglio datogli; ma Gaspare Saporetti, che era un vero energumeno,

aggiunse minacce ed improperi che io disapprovai interamente.

Comunicataci la sentenza [5 febbraio '51], fummo traslocati a Roma con

mezzo straordinario, cioè con vettura a due cavalli. Da Ravenna a Pesaro

il nostro conduttore, che fu un brigadiere, ci usò la cortesia di non

ammanettarci; ed a un detenuto che entra in una carcere senza un tale

arnese gli si usano sempre molti riguardi: perciò il maresciallo che da

Pesaro ci fu di guida sino ad Ancona non ci lasciò liberi nel viaggio,

ma solamente quando ponemmo il piede nelle carceri; però ci fu concesso

di essere ammessi in una stanza che conteneva giovani instruiti e di

merito e che ci favorirono una buona cena. In seguito non ci fu modo di

scansare le manette, sebbene io cercassi d'interessare la vecchia guida

a raccomandarci alla nuova per tale oggetto. In Spoleto fummo rinchiusi

in un orrido sotterraneo, e ciò mi doleva perché ci conveniva di

rimanervi 24 ore a causa di una festa che interrompeva la

corrispondenza. In Otricoli ci occorse un curioso aneddoto: il paese era

in movimento pel passaggio del re di Baviera che recavasi a Roma a

visitare il papa. Il custode di quel piccolo paesetto cercava di trar

profitto dai vari detenuti di qualche conto che capitavano al suo

albergo, ed era in ciò d'accordo colla moglie, donna giovane e di belle

fattezze. Appena giunti, ella fece uscire dalla miglior camera che

avesse una vecchietta, ivi pure detenuta, e ce l'assegnò rinnovando i

sacconi della paglia, che dovevano servirci da letto; poi ci chiese se

nulla ci occorreva: il Saporetti, che dal sorriso e dai modi sciolti con

cui ci trattava concepí buone speranze alle soddisfazione dei venerei

appetiti, ordinò un pranzo da tre, comprendendovi la ninfa; e il pranzo

fu buono e lauto, ed aveva oltremodo avvivato lo spirito dell'amico,

divenuto rosso come un gambero: i cibi furono gustati, ringraziò chi li

aveva forniti, il Saporetti insisté per quanto formava l'intento dei

suoi desiderî, e per risposta ebbe: «A mezzanotte». Io mi ero già

gettato addosso alla vecchietta, che non mancò di visitarci specialmente

al momento del pranzo, e all'ora di notte io era sul mio paglione in

braccio al sonno. I sorci mi svegliarono piú volte, e vidi che l'amico

stava in un'angosciosa aspettativa; al tocco della mezzanotte il carcere

si aperse, ma invece della carceriera apparve il carceriere che venne a

prendere un saccone; né piú si vide alcuno, e l'amico restò colla piva

fuori del sacco. Nel mattino apparve la cara, linda e cortese, chiedendo

se volevasi la colazione; l'amico rinacque a nuova speme e le rinnovò

l'invito del giorno innanzi, che accolse: «Questa notte non ho potuto;

ma fra poche ore, quando tutti attendono al passaggio del re, io sarò

qui;» ed intanto ingoiò e non fu di ritorno che quando i carabinieri

vennero a prenderci per proseguire il nostro viaggio, e profittò di un

comodo posto che era nella vettura da posta per fare una passeggiata

insieme coi carabinieri sino a Civita Castellana.

[LXXII.] Arrivati a Roma, fummo internati nelle segrete delle Carceri

Nuove in via Giulia: ognuna è dedicata ad un santo, ma sarebbe bene che

fosse consacrata ad un diavolo: tutte le segrete hanno una o due

finestre nelle pareti laterali, quelle di via Giulia ne hanno una nel

mezzo del soffitto, in modo che il povero detenuto che è esposto a quel

largo pertugio riceve tutta l'umidità e l'acqua che da esso emana,

essendo senza scuro. E qui bisogna far conoscere a chi non è pratico di

carcere, che ognuno ha un capo eletto dal direttore, il quale è padrone

di fare ciò che piú gli aggrada. Se il detenuto è in grado di pagare al

capo una buona dose di vino con una pietanza, può avere da lui la grazia

di collocare il suo paglione in un angolo della stanza, fuori dagli

effluvi del finestrone; se no, è certo d'esservi messo sotto. Il capo

della camera in cui fummo rinchiusi era un militare condannato a morte;

il canone del vino era quotidiano, ma per buona sorte dopo pochi giorni

fummo traslocati nelle carceri di Termini, luogo di deposito dove si

agglomerano ogni sorta di delinquenti. Lo stabilimento è diretto da un

capitano, che ha sotto di sé una quantità di aguzzini, perché trattasi

di vegliare centinaia di persone. Io pregai il capitano di porci nel

miglior luogo che vi fosse, e ci assegnò il corridoio dei discoli,

ripieno di giovani dai sedici ai venti anni. Quel disgraziato, che come

capo stanza doveva vegliarli, era in un imbarazzo dei piú scabrosi: essi

pervenivano sempre ad aver carte da giuoco e passavano l'intera giornata

nel farne uso esponendo per premio del vincitore della partita la

pagnotta e la minestra che nel giorno dopo era ad ognuno somministrata,

e quando facevasi la distribuzione del vitto, il perdente che aveva una

fame maledetta non voleva arrendersi a soddisfare il suo obbligo; onde

nascevano liti e lotte a cui il capo stanza non aveva modo di metter

riparo. Il vizio del giuoco delle carte è proibitissimo nelle carceri; e

pure non havvi luogo in cui sia piú avvivato che in essa. I mazzi di

carte che servono all'intento vi abbondano: quando i detenuti hanno

perduto quei pochi danari che posseggono, mettono in giuoco gli oggetti

di vestiario, ciò che dà causa a varie dispute ben peggiori di quelle

che sorgono fra i discoli; perché, se alcuno osa di fare il prepotente,

può incorrere il caso che nel mattino si trovi soffocato senza che si

abbia alcuna traccia del delitto. È il capo stanza che trae il maggior

profitto dal giuoco, perché ad ogni taglio deve avere un determinato

tributo. Cosí pure è vietato di provvedersi di carta, penna e calamaio,

e in quelle di Termini esistevano oggetti di cancelleria di ogni genere

che si compravano occultamente dal capo stanza al prezzo che gli

piaceva. Da ciò si vede che le sue funzioni sono molto lucrative, in

modo da procurargli non pochi denari; credo che goda anche altri

beneficî dalla fornitura del vitto: ha di certo razione doppia che vende

a chi non ha sufficiente nutrimento, il quale consiste in tutte le

carceri di larga in una pagnotta e in una minestra al lardo. Le carceri

di Termini, come tutte le altre, sono soggette a sei visite, tre di

giorno e tre di notte. Quando il capo guardiano entra nella camera dei

detenuti è seguito da vari aguzzini armati di randello che cadono

pesanti sul dosso di colui che al momento della visita fosse fuori dal

suo posto, cioè fuori dal sacco di paglia assegnatogli. Stanco di

rimanere nel corridoio dei discoli, a causa degli schifosi insetti che

ivi si annidavano, dei litigi e querele che insorgevano di continuo,

pregai con lettera il cardinale Marini, col quale mio padre aveva avute

intrinseche relazioni quando era governatore laico in Ravenna, sotto il

governo del cardinale Malvasia, di cui ritenevasi fosse figlio; e nel

mentre che aspettava l'ordine di un cambiamento, una sera fu condotto a

noi un nostro amico di cuore, un nostro concittadino, qualche tempo

prima di noi arrestato, Epaminonda Rambelli, il figlio di quel Gaetano

che fu impiccato per ordine della Commissione Invernizzi, di cui abbiamo

già parlato. È indicibile la gioia che da noi si provò, specialmente

quando ci disse che era rimesso in libertà e che era tradotto per

corrispondenza ordinaria sino a Ravenna, ove avrebbe ottenuto

l'opportuno rilascio. Egli rimase due notti e un giorno con noi, atteso

l'intromissione di una festa che interruppe il corso della

corrispondenza. Egli ci espose che avendo militato nelle truppe

doganali, comandate dal colonnello Zambianchi e che cotanto si

distinsero contro gli attacchi dei Francesi al tempo della Repubblica

Romana, era stato incolpato di aver preso parte agli eccidî di San

Calisto, ove vari frati vennero uccisi: ma non essendo risultato nel

processo alcuna prova, mettevasi fuor di causa. Essendo stato improvviso

l'ordine della sua istradazione e non avendo avuto tempo di farsi

spedire da casa fondi necessari al viaggio, venne da noi provveduto di

quanto gli occorreva.

[LXXIII.] Nel giorno dopo alla partenza dell'amico Epaminonda, venne

l'ordine di essere trasferiti alle carceri di San Michele in Ripa

Grande, magnifico locale, ampio, arioso e comodo. II luogo in cui fummo

collocati formava un corridoio, illuminato da un larghissimo finestrone,

e ai fianchi del medesimo s'innalzavano due ranghi di camerini pei

detenuti, ove ognuno rimaneva libero: essi si aprivano nel mattino e si

chiudevano due ore prima di sera, e durante la giornata il detenuto

passeggiava in compagnia de' suoi camerati, sempre però sotto la

sorveglianza di due gendarmi, che si cambiavano in ogni 24 ore. Il

direttore del luogo era un maresciallo della stessa arma, conosciuto

sotto il nome del Monco dei Monti, uomo di una severità indicibile.

Verso di me mostravasi mansuetissimo, e mi trattava con cordialità;

quando la notte recavasi alla visita dei camerini, e che mi trovava

ancora alzato a leggere, mi salutava e soleva dirmi: «Eh! che non vi

stancate di leggere?» senza toccare il polso ai catenacci ed alle

ferriate secondo l'uso. Fra i gendarmi vi era sempre qualche benevolo,

che ci teneva in relazione col di fuori e coll'altro corridoio dello

stabilimento, ed io n'era il corrispondente. In ogni modo, siccome ci

era permesso di far venire il pranzo dal di fuori, cosí si trovava modo

di essere in corrente delle notizie le piú importanti coi biglietti che

si nascondevano nelle pietanze o dentro il turacciolo dei fiaschi del

vino. Tutti i detenuti di San Michele dipendevano dal Tribunale della

Sacra Consulta, che è quanto dire addebitati di titolo politico; ivi

feci conoscenza di Calandrelli e di molti altri personaggi di merito che

si erano distinti in Roma nel '49.

[LXXIV.] Un giorno stando a conversare coi miei camerati venni a sapere

che Epaminonda Rambelli, noto col nome di Moretto, era stato ricondotto

nelle carceri. A persuadermi di un fatto sí opposto a quanto egli stesso

mi aveva asserito nel reclusorio del Termini, cioè della sua

riacquistata libertà, diedi incarico ad uno dei detenuti che stava

presso il primo camerone dello stabilimento, in cui si diceva il

Rambelli essere stato rinchiuso, a verificare la voce prevalsa; e pur

troppo la mattina seguente seppi che era stato ricondotto a Forlí per un

confronto e che gli aggravi processuali erano accresciuti a suo danno, e

di ciò fummo tutti afflittissimi; e una prova di quanto asseriva nasceva

dai modi rigorosi con cui era trattato dal Monco, il quale entrava

sempre nel suo tugurio colle pistole montate alla mano, senza mai

accondiscendere a quanto di piú giusto sapeva chiedere. Dal secondo

camerone venne trasferito nel primo, in quello in cui era, e non so come

potesse ottenere la grazia di passeggiare un'ora del giorno quando tutti

gli altri prigionieri erano rinchiusi. Ma questa grazia ci pose tutti in

un grave imbroglio. Un vecchio capitano dei carabinieri, che si era

compromesso negli affari politici del '49, era nel novero dei carcerati

di San Michele e godeva il beneficio di avere di continuo l'accesso nel

corridoio. Costui aveva militato nelle Romagne al tempo del dominio

della Commissione Invernizzi e raccontava limpidamente gli arresti che

vi aveva eseguiti, fra i quali quello di Gaetano Rambelli, padre di

Epaminonda, il quale venne, come abbiam detto, impiccato. Si ritenne che

costui avrebbe raccontato le sue prodezze, come le rendeva note a tutti,

anche ad Epaminonda; di certo sarebbe nato uno sconcerto pericoloso,

perché egli, giovane ardente che sentiva la sciagura del padre nel piú

intimo dell'animo, avrebbe rampognato il capitano con insulti e

copertolo di vituperi. Per evitare ciò si riuscí a far credere ad

Epaminonda che colui che vedeva nel corridoio nell'ora che gli era

concessa di passeggio, era una spia del Governo tenuta fra noi

appositamente per rilevare i detti, i motti di ciascuno, e lo

consigliammo a tenerselo lontano e a non rispondere a qualunque

interrogazione gli dirigesse, e gli facemmo le piú vive premure perché

si attenesse al nostro precetto suggerito dall'affetto che noi tutti gli

portavamo; cosí si poté evitare il danno da noi previsto, mentre

Epaminonda si attenne strettamente ai nostri suggerimenti.

[LXXV.] Erano scorsi vari mesi da che la mia sentenza era emanata, né si

risolveva di assegnarmi il luogo dove doveva scontare la pena

inflittami: si parlava di Paliano, vecchio castello ridotto a carcere, e

dove era stato trasferito già il degno patriota.....

In attesa ebbi la visita di monsignor Matteucci, Direttore generale di

polizia, il quale mi chiese se aveva conoscenze in Roma valevoli a

procurarmi una diminuzione di pena. Io gli feci intendere che non avrei

mai chiesta grazia di sorta alcuna, perché non aveva colpa, e mi se ne

attribuiva a solo fine di punire in me il principio politico, mentre a

niuno era dato di aggravarmi di addebito criminale; che conosceva il

cardinale Marini, perché un tempo fu amico di mio padre e protettore

della mia famiglia in triste evenienze; e che conosceva pur anche il

principe de Merode, che era stato mio discepolo nel Belgio

nell'insegnamento della lingua italiana. Alla parola Merode da me

pronunziata, il Matteucci mi fece un urlo terribile, gridando: «Ma non

sa che il Merode è l'anima del Pontefice? a lui si rivolga, e vedrà

subito i buoni effetti del suo ricorso».--«Monsignore, le ripeto che non

mi umilio a chicchessia, perché non ho peccati.» Ma dopo alcune

settimane venne ordine che la pena si riducesse a sei mesi di carcere in

casa; e nell'istante che fui presentato al cancelliere della Sacra

Consulta per comunicarmi la disposizione emessa a mio favore, trovavasi

nell'ufficio del medesimo il Rambelli, il quale mi si accostò e mi fece

intendere che lo volevano ad ogni costo sagrificare, ma che avrebbe

seguito l'esempio di suo padre; poi in pegno d'amicizia mi diede un

bocchino da zigari che conservo tuttora. Nel punto che mi pregava di

abbracciare sua madre, il Monco si accorse che egli meco parlava. Costui

divenne una furia; voleva pormi alla catena, ma il cancelliere seppe

calmarlo; ed io fui condotto dapprima alle carceri di Monte Citorio, o

della piazza, in seguito in quelle di Termini per la seconda volta: cosí

assaggiai non solo tutte le prigioni di Roma, ma ben anche tutte quelle

che da Roma si estendono sino in Alessandria, come vedremo in appresso.

[LXXVI.] A Termini non venni piú rinchiuso nel corridoio dei ragazzi

discoli, bensí in un salone di uomini adulti, aggravati d'ogni sorta di

delitti; io ne contai piú di sessanta. Entrando dentro col mio sacco

sulle spalle, che è quanto a dire col sacco che doveva servirmi da

letto, su cui poneva lo stramazzo, inviatomi da casa, il capo stanza mi

si fece incontro, prese egli il sacco e lo pose nel miglior posto del

luogo, cioè lontano dalla latrina, mi disse di conoscermi, di sapere che

io era un galantuomo, e mi pregò di comandarlo in tutto ciò che mi

occorreva: io lo ringraziai molto delle sue cortesie. Non fu cosí di un

altro venuto poco dopo il mio arrivo, il quale fu posto presso la

latrina, e siccome io l'aveva conosciuto a San Michele, osai di

raccomandarlo al capo stanza: «Signore, non s'interessi di lui, egli è

un boia»; nome generico che si attribuisce a tutti coloro che non sono

di aggradimento ai detenuti, e corre grave rischio il detenuto che entra

in un salone con siffatto nome: soffre insulti, dileggi ed alle volte

anche peggio; onde il malcapitato si fece presto cambiar di prigione.

Non molto dopo venne un tale abbigliato signorilmente, esso pure col suo

sacco sulle spalle, e la prima parola che pronunziò entrando fu il mio

nome: «Dalle carceri di Monte Citorio, soggiunse, da cui or vengo mi

hanno consigliato di rivolgermi a lei, onde mi assista».--«Ma, signore,

io sono nella condizione in cui ella si trova; tuttavia farò tutto

quello che può esserle di giovamento»; e lo feci mettere presso il mio

letto. Egli era al servizio di una famiglia francese, né so per qual

titolo fosse arrestato: io lo consigliai di volgersi all'ufficio

dell'ambasciatore francese per essere messo in libertà, mentre mi sembrò

che si trattasse di oggetto politico.

In questo camerone il vizio del giuoco delle carte, chiamato

zecchinetta, dominava piú che altrove, e il capo stanza faceva buoni

affari col tributo che i giocatori erano tenuti di corrispondergli. Chi

non aveva denari da applicarsi al giuoco occupavasi di fabbricare

utensili di perlette di vetro, che facevano vendere in città, o a

costruire figure di raschiatura di mattoni, manipolate con mollica di

pane, che sembravano di gesso, e vi era chi in tali oggetti lavorava con

una maestria sorprendente: mi ricordo di un Cristo in croce spirante che

fu venduto ad uno straniero per non pochi scudi. Vi era chi si divertiva

a fare i bussolotti con un garbo che incantava: chi aveva tale abilità

apparteneva al rango dei borsaiuoli; infine vi erano vari che

dilettavansi di rappresentare le azioni che avevan commesse, come

assalti alle persone, assalti alle case, i raggiri usati per riuscire

nei loro intenti che erano quelli di far suo quello che ad altri

apparteneva: e potete ben credere che le scene erano eseguite con una

naturalezza che nessun comico sarebbe in grado di superare, cosí che

essi vi porgevano diversi modi di passare senza molta noia la giornata.

[LXXVII.] Finalmente monsignor Matteucci in persona venne ad annunziarmi

il giorno della mia partenza per Ravenna [4 marzo 1852], ove doveva

scontare, come dissi, sei mesi di carcere in casa. Il viaggio in

vettura, accompagnato da un gendarme travestito, era a mie spese. La mia

guida era buonissimo giovane; arrivato nella città, mi lasciava piena

libertà, e noi ci trovavamo insieme solamente all'ora dei pasti che il

vetturino era in obbligo di darci due al giorno. Il nostro viaggio non

presentò alcun incidente, e arrivai a casa sano e salvo, in cui mi

rinchiusi e rimasi sei mesi come se fossi di convalescenza.

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 6 / 23 段