Rassegnato alla mia sorte pensava piú a procurarmi mezzi di esistenza

che alla politica, quando in capo a pochi giorni dal mio rimpatrio, fui

ammesso nel Comitato del nuovo consorzio repubblicano, che erasi creato

durante il tempo che io fui in carcere, onde dissi a chi mi comunicò

l'ammissione: «Volete pormi nel caso di esclamare: _appena vidi il sol

che ne fui privo_, perché se il Governo viene in qualche sospetto, col

precetto di cui sono aggravato, mi rimettono in carcere senza perder

tempo. Ma non importa, io sono sempre pronto a sostenere i principi che

professo, succeda quel che sa succedere». Il nostro nuovo Comitato ebbe

una triste crisi a soffrire. Fu d'uopo tenere un congresso a Cesena, in

cui intervenne un membro di ogni Comitato di Romagna, e Ravenna vi fu

rappresentata dal degno patriota Augusto Branzanti: il convegno fu

scoperto dal Comando austriaco per viltà e ribalderia di uno che vi

apparteneva, ed il Branzanti con altri venne catturato e chiuso nelle

carceri di Bologna. Gli Austriaci, come il solito, volevano che

palesasse quale fu l'oggetto del convegno; lo sottomisero a mille rigori

e torture, e finalmente a quella esecranda delle battiture sul deretano:

ma egli non si arrese, e mostrò quel coraggio che è proprio di chi è

convinto della fede politica che adotta; onde meritò una stima ed un

affetto imperituro presso i suoi cittadini. Il Comitato rimase in piedi

malgrado i pericoli in cui vedevasi esposto, e specialmente dopo

l'insuccesso della insurrezione di Milano. Solamente nel 1859 aderí di

fondersi con quello della Società nazionale italiana, nell'intento di

costituire l'Italia libera ed indipendente coll'appoggio del Piemonte e

della Francia. Ma io che non partecipava a siffatta fusione rimasi

escluso dal movimento che si operò all'indicato fine nel 13 giugno 1859,

nel quale Ravenna fu sgombra dalle autorità e dalle milizie pontificie

ed il Governo affidato provvisoriamente ad una Commissione. I miei

colleghi del Comitato repubblicano, mercé l'avvenuta fusione, ebbero

onori e cariche; si può dire che signoreggiavano il paese. Di ciò punto

mi curava, né io moveva lagnanze sulla mia trista posizione, essendo

senza alcun mezzo di sussistenza e senza modo di rinvenirne; ma quello

che m'indispettí fu l'intolleranza dei nuovi reggitori del paese, che a

causa della tenacità de' miei principî repubblicani mi fecero una guerra

a morte. Dapprima appiccarono sulle pareti esteriori di mia casa

cartelloni in lettere cubitali in cui erano scritte queste parole: _Viva

Vittorio Emanuele Re d'Italia_, e il carattere era di qualità nero e

rosso, significanti che i repubblicani erano in lega coi preti; poi mi

fecero avvertire che tralasciassi di sostenere i principî repubblicani,

altrimenti mi sarei esposto a gravissimi pericoli, infine mi si minacciò

la carcere, ed ecco in che modo. Un impiegato della provincia, uomo

estraneo ad ogni partito, mi fece avere un giornale in cui parlavasi di

Mazzini e del movimento politico operatosi: io lo resi ostensibile a

qualche amico. Allora il nuovo direttore di polizia Gueltrini, mio

collega nel Comitato mazziniano, m'intimò di presentarmi al suo ufficio,

e in modo burbero e dispotico mi disse di avere ordine di farmi

arrestare: io risposi che mi teneva a sua disposizione. E poi cambiando

discorso mi fece intendere che con dodici scudi al mese, stipendio

assegnatoli dal cassiere camerale presso il quale era impiegato, non

poteva sostenere la sua famiglia e che aveva accettato quel posto per

migliorare di condizione. Al che io risposi: «Ognuno deve cercare il

proprio interesse, né io voglio esser giudice dell'altrui azioni, ma

dico bensí che pretendo si rispetti e si tolleri la mia opinione,

sebbene non sia piú omogenea a chi conduce oggi le cose del paese: io

sono repubblicano, non mi fondo come i metalli». Dopo scambiate alcune

altre parole alquanto risentite da ambo le parti, mi lasciò libero.

Privo di ogni mezzo di sussistenza, perché coll'ultima condanna aveva

perduto l'impiego di protocollista datomi nel 1848, ricorsi al Municipio

per quel tenue tributo vitalizio che mi poteva spettare, e l'ottenni;

indi venni ammesso nell'archivio per dare assetto alle posizioni ivi

raccolte, e quando si aperse il concorso del posto vacante di

vicebibliotecario nella Classense, feci inchiesta per esservi compreso,

e i miei vóti ebbero un pieno successo coll'accordarmelo, non per

favoritismo, ma per requisiti che aveva prodotti; impiego però

meschinissimo, non condegno alle funzioni che si esercitano, essendone

lo stipendio inferiore di quello che si accorda ad un semplice

scrivano; ma non ho mai usato pratiche perché mi si aumenti, né ho mai

affacciato in appoggio i sagrifici sostenuti per la causa della patria,

mentre ero in dovere di fare ciò che per essa feci. Dopo la guerra

ingiusta che mi si fece per essere rimasto fermo nei principi

repubblicani, cioè in quei principi che adottai nel 1832 entrando nella

Giovane Italia, insieme, come dissi, col conte Francesco Lovatelli,

Giovanni Montanari ed Antonio Ghirardini, ebbi la consolazione di

vederli risplendere piú vivi di prima, colla erezione successiva delle

società del Progresso, promosse da Nicotera nell'incontro del meeting a

favore della Polonia, della Unione democratica e del Circolo Carlo

Cattaneo, nel quale il nome di Mazzini, iniquamente respinto nel '59,

brillò di una nuova luce, e il gran Maestro divenne caro a tutti i buoni

patrioti, il di cui numero superò quello dei moderati fusionisti: anzi

molti di essi ripresero ad onorarlo ascrivendosi alle indicate società;

ed io, vilipeso ed oltraggiato, ebbi il conforto di essere elevato alle

prime cariche delle medesime. Cosí la mia devozione al grande Apostolo

italiano ebbe un pieno trionfo, ed oggi pure in età di 73 anni, coi

malanni che son propri di un'età tanto avanzata, appartengo alla società

repubblicana in essere col titolo Pensiero ed Azione, né devierò mai

dalla strada da sí lungo tempo tracciatami. Nacqui repubblicano, e tale

voglio morire.

30 giugno 1877.

APPENDICE.

CINQUE MESI DI CARCERE NEL FORTE DI BORMIDA

I padroni d'Italia, come quelli di Francia

sulla Bastiglia, eressero sulla Bormida un

baluardo alla libertà, e sotto alle sue fondamenta

scavarono fosse profonde, e nell'angolo

piú oscuro di esse scrissero a caratteri

di fango «Pei seguaci della Libertà».

_Amico del Popolo_, N. 180.

_Sicut erat in principio et nunc...._

Era la notte del 5 giugno 1868, quando confortato lo stomaco con una

sufficiente cena, mi avviai, secondo il mio solito, al caffè dell'Ancora

d'Oro, situato, come a tutti è noto, nella strada di San Vittore, ove

giunto ordinai una semata fresca. Il brigadiere S..... che frequentava

pure quel luogo si fece vicino al banco, ove assorbiva, stando ritto, la

mia bibita--prese un caffè, e mi diresse alcune parole, a cui seccamente

risposi per convenienza, e me n'andai, determinato di fare un giro per

la città a fine di godere sino a mezza notte la dolcezza dell'aria che

spirava sotto un cielo oltre l'usato luminoso e sereno.

Ma l'uomo propone ed il destino dispone--quindi l'Arcangelo Gabriele che

aveva presso di me libato il nettare arabico, scortato da non so quanti

Serafini, mi tenne dietro sino alla metà del vicolo di San Crispino--là

mi fece intendere una voce imponente, chiamandomi per nome, come se

avesse avuto alcun che d'interessante da comunicarmi. Subito mi fermai,

a lui mi rivolsi--già mi era alle calcagna--e gli dissi:

--In che posso favorirla?

--Abbia la compiacenza di venir meco.

--Sono ai suoi ordini.

Allora scartò da sé i Serafini che aveva di aiuto, e gli rimasi solo al

fianco--e di buon passo, senza far piú motto, giungemmo al cancello

della prigione.

Nell'attendere il carceriere, avvertito dell'arrivo di un nuovo ospite

da una solenne scampanellata, egli mi chiese se conosceva il motivo del

mio arresto.

Io poteva rispondergli che una tal conoscenza deve essere piú in chi lo

opera che in chi lo soffre: ma a risparmio di parole gli dissi, che io

non sapeva concepirlo--come difatti non mi riuscí d'indovinarlo tal

quale il Fisco lo aveva ideato, anche quando potei a mio bell'agio

applicare la mente ai casi miei. Intanto la porta si schiuse, e senza

perder tempo ascesi svelto pel primo la scala, già a me ben nota, perché

l'aveva piú volte percorsa.

Qui è inutile l'esporre ciò che il custode di guardia eseguisce sul

carcerato, essendo ad ognuno palese che lo sottopone ad una visita

accuratissima in ogni parte anche riservata del corpo--che guarda ed

esamina attentamente gli oggetti che tiene--che li sequestra, e li

consegna al capo, il quale se ne rende il depositario.

Pratico degli usi di prigione mi tolsi tosto da dosso l'orologio, il

portamonete, le chiavi, e quant'altro io aveva nelle tasche, e lo posi

sul tavolo d'ufficio--poi stesi le braccia in alto per agevolare al

carceriere l'adempimento del suo incarico.

Compiuta la visita il capo fece intendere queste sole parole--al numero

otto--Brutto numero, dissi fra me, avendo ben compreso dov'era posta la

segreta, che l'additava. Il custode accese subito un lanternino--tirò

fuori le chiavi del numero indicato--e datomi sulle spalle il sacco di

paglia che doveva servirmi di letto, m'intimò di seguirlo--e fatti

alcuni passi in uno stretto corridoio mi trovai dinanzi al tugurio

assegnatomi.

Entratovi dentro vidi bene che era quale me lo era immaginato, cioè

angusto, basso, umido--gettai il sacco lungo il muro di facciata alla

porta--diedi un'occhiata alla parte opposta, e dal lume della luna che

penetrava dal pertugio del tamburo della finestra, la quale si suole

tenere aperta in estate affinché i prigionieri non siano soffocati dal

caldo e dai miasmi, scorsi quattro corpi umani, ognuno avvolto in un

lenzuolo sul proprio sacco. Stetti un istante a guardarli: costoro

davano al luogo, già per sé tetro, il cupo aspetto di una camera

mortuaria. Nessun di loro si mosse. malgrado lo stridore dei catenacci,

il tintinnio delle chiavi, e le percosse dei battenti dell'uscio--e da

ciò compresi che erano _cavalli vecchi_--è questo il nome che i

carcerati si sono imposto. Per non restare lí dritto come un palo,

spinsi il sacco contro il muro--lo schiacciai colle ginocchie per

togliergli quella rotondità che m'impediva di occuparlo--e mi vi distesi

sopra cosí abbigliato com'era.

Allora diversi pensieri m'ingombrarono la mente--quello dei congiunti

piú di ogni altro turbavami--ma seppi presto quietarlo, persuadendomi

che fosse in essi quella superiorità di animo che io sentiva. Poi mi

tornò all'idea l'inchiesta del brigadiere, _se conosceva il motivo del

mio arresto_--e mi pentiva di non avergli risposto «sí che lo conosco--e

sta nei principi democratici che professo, nel propugnarli con ogni mio

sforzo--sta nell'inveire contro le male opere che commettete, contro gli

arbitri che usate, dei quali sono ora io stesso un chiaro esempio»--e

m'infervorava come se avessi avuto dinanzi l'intera curia fiscale unita

alla ciurma che l'appoggia, quando uno dei carcerati scese giú dal

sacco, e nell'urtare coi piedi nel mio lo intesi esclamare:

--Oh! un nuovo cavallo.

Ed accostatosi alla latrina la scoperse, e vi orinò dentro movendo un

puzzo esecrabile che mi costrinse di levarmi il giubbetto, e di

gettarmelo sulla testa per impedire che mi percuotesse gli organi

sensitivi dell'odorato--e cosí imbacuccato mi volsi verso il muro, e non

tardai a chiudere gli occhi al sonno.

Suonavano le quattro quando mi destai--e il giorno era abbastanza

avanzato per darmi modo di scorgere ben bene i miei quattro

camerati--essi dormivano ancora saporitamente, scoperti sino al petto--e

potei rilevare che erano uomini nella forza dell'età, e di solida

tempra.

Zelante esecutore delle pratiche di carcere, piegai il mio sacco, ne

feci un comodo sedile, e l'incalzai nell'angolo per guadagnar

spazio--indi presi la scopa, e ridussi presso la porta la paglia caduta

dal sacco nel ravvolgerlo, affinché i camerati vedessero nello

svegliarsi che non avevano a che fare con un coscritto--da ultimo

infissi un vecchio cucchiaio di legno, rinvenuto sulla banchina della

finestra, entro un buco del muro a sostegno del giubbetto e del

cappello--e col fazzoletto seppi costruirmi un berrettino in punta.

Intanto gli amici l'uno dopo l'altro si scossero--e nel vedermi

installato colle debite forme mi diedero cordialmente il buon giorno. Ma

mi accorsi che non potevano convincersi che io fossi uno de' suoi--forse

a causa dei panni che mi coprivano--forse anche perché i modi e i

lineamenti del mio volto non corrispondevano alle viste loro--e qui

bisogna rimarcare che i vecchi carcerati hanno un tatto finissimo nel

giudicare dalle fisonomie.

Alle sei si ebbe la prima visita, la quale di giorno e di notte si

rinnova di tre in tre ore--si opera sempre in presenza del capo o del

sotto capo, da due guardie che con ogni diligenza tastano il polso ai

ferri delle finestre, ed esaminano se le porte e gli sportelli sono

affetti del male dei tarli. In pari tempo due uomini di pena portano via

le immondizie, ed il vaso degli escrementi che riportano vuoto e

netto--poi una delle guardie nota gli oggetti permessi che il detenuto

ordina specialmente per uso boccolico, se ha fondi in deposito.

Dopo la visita si distribuisce il pane che è di 750 grammi, diviso in

due pagnotte--l'una si dà nel mattino, l'altra nel dopo pranzo, onde non

siano divorate ad un tratto. La metà della prima serve di colazione, e

dispare fra le fauci del carcerato senza che uno se ne accorga--l'altra

metà è fatta a pezzi, ed immersa verso mezzo giorno nella minestra, che

per la sua pessima qualità ha il nome di _sbobla_. La seconda serve di

cena, e se il carcerato possiede qualche soldo per comprarsi un poco di

companatico o di vino, la smaltisce alquanto bene, se no gli tocca di

far tanto d'occhi per ingoiarla.

Dieci anni addietro tenevasi conto della differenza che passa tra il reo

provato e il semplice accusato, cioè tra il detenuto di larga e quello

di segreta, al quale compartivasi carne, minestra nel brodo, vino ed

altro, perché il carcerato prima della definizione della causa a cui era

sottomesso si considerava senza colpa. Ora il trattamento è eguale per

tutti, e s'infliggono le pene della colpa avanti che si verifichi--ecco

un progresso dovuto al costituzionalismo, non ancora rimarcato.

Dai brevi colloqui avuti coi camerati, desunsi che erano braccianti di

campagna, capi di famiglia, e sottoposti a processo per gravi accuse di

reati comuni. Per evitare che sfogassero la smania, propria dei

carcerati, di esporre i fatti che li riguardavano, li tenni a bada con

interrogazioni sulla condotta dei custodi, sugli usi del luogo, e sui

lavori che eseguivano con perlette di vetro, mostrando ansietà di

occuparmene io pure--poi rinvenuti vari pezzi di carta a stampa, che

avevano servito d'inviluppo, mi posi a leggerli ed a rileggerli sin che

si recò la _sbobla_, la quale valse a distrarci alquanto--poi giunse il

mio pranzo che in gran parte si divisero--e poco dopo fui trasferito nel

numero 20. Ma non li lasciai all'asciutto, cioè senza pagar loro da

bere, tributo sanzionato dalle costumanze carcerarie, da cui niuno può

esimersi dall'osservare.

La mia partenza gli afflisse oltremodo, perché riputandomi provveduto di

ampi mezzi speravano che io fossi loro di conforto. In carcere regna

sempre un perfetto comunismo.

La nuova camera era un paradiso in confronto della prima--grande,

ariosa, e quel che piú importa, occupata da persone piú omogenee, fra le

quali trovai alcuno di mia conoscenza--perciò lo spirito, sbarazzatosi

dalla tortura morale che nasce dal contatto di gente d'indole e di

abitudini diverse, provò un allievamento sensibile, che influí anche

sullo stomaco in modo da suscitarmi un buon appetito, che estinsi

mangiando soavemente a cena coi camerati--poi fumato uno zigaretto mi

stesi sul letto, e dormii sino a che mi vennero a dire verso le cinque

del mattino:

--Si alzi--a momenti si parte.

--Per dove?

Niuno rispose.

Disceso nella camera d'ufficio del capo mi vidi in presenza di cinque

individui, quasi tutti a me ignoti, sebbene fossero di Ravenna--e dovei

chiedere ad ognuno nome e professione per sapere con chi mi accumunava.

Ad uno di loro, un certo Casadio, dissi:

--Scusate--mi pare di avervi ravvisato piú volte fra i becchini.

--Non s'inganna punto--io sono addetto dappoi vari anni al loro

consorzio.

--Fortuna, ripresi ridendo, che non siamo superstiziosi, altrimenti la

vostra compagnia ci sarebbe di cattivo augurio.

Io aveva sperato di trarre dalla condizione degli arrestati un lume

idoneo a mostrarmi il motivo del mio arresto--invece mi s'imbrogliarono

maggiormente le idee, trovandomi con uomini estranei, con cui non ebbi

mai alcuna relazione, ed alieni affatto, teoricamente parlando, alla

politica.

Intanto che io m'intratteneva con essi, giunsero i carabinieri. Prima

lor cura fu di ammanettarli a due a due ad uso dei pollastri che si

conducono a vendere in piazza. Io aveva già ravvolto all'insú le maniche

del mio abito, e teneva i polsi l'un presso l'altro per ricevere

degnamente il caro arnese, le manette, con cui aveva già contratto una

piena confidenza. Ma fui lasciato sciolto, beneficio che avrei

volentieri respinto, se avessi creduto che i condottieri della

corrispondenza fossero stati in facoltà d'innovare gli ordini avuti.

Dalla piazza si andò a piedi alla stazione della ferrovia--io me ne

stava alla coda del drappello come una cornacchia spennacchiata--in ogni

angolo delle strade s'incontravano carabinieri e poliziotti--saggia

precauzione. Appena arrivati al posto ci fecero salire sopra una vettura

a celle. Nell'estate queste celle sono molto angosciose, perché hanno

uno stretto pertugio, insufficiente a dar adito al volume d'aria, di cui

si ha d'uopo per mitigare la intensità del caldo, che in esse si

concentra--e due dei carcerati, Balella e Casadio, dopo breve tragitto,

caddero in deliquio tale che occorse di farli venire, per oltre un

quarto d'ora, sul davanti della vettura, ove si riebbero. A me si

accordò il vantaggio di occupare la prima cella, di cui si tenne lo

sportello aperto.

A Castel Bolognese fummo acquartierati, in attesa dell'arrivo del

convoglio, nel passaggio della sala della stazione--e guardati a vista

dai carabinieri, rinforzati da quelli del paese. Si accorreva da ogni

parte per vederci. Mi parve che io attirassi piú degli altri gli sguardi

dei curiosi--ed intesi queste parole:

--Povero vecchio! e quando cesseranno di tormentarlo?

Poco dopo si fece innanzi A. F. nostro, concittadino, e col permesso de'

nostri Angeli Custodi ci favorí una buona colazione al caffé col

latte--ed a me porse qualche denaro.

Alla stazione di Bologna invano si attesero dei veicoli di trasporto, e

fummo costretti di andare a piedi dapprima a San Giovanni in

Monte--poscia a Sant'Ignazio, ove ci lasciarono. Abbattuto dal caldo ed

affaticato dalle lunghe girate sofferte, non poteva piú reggermi in

piedi, e mi vollero piú ore di riposo per rinfrancarmi. Ivi sapemmo che

gli altri ravegnani, prima di noi arrestati, erano stati trattenuti

nello stesso locale per congiungerli a noi, e fare una sola spedizione

per Alessandria, la quale si effettuò in capo a due giorni, scorsi fra

gente di galera e come essi trattati.

Prima di giungere al luogo assegnatoci, ci toccò passare altri due

giorni in Parma, dentro prigioni peggiori dei porcili, fornite di sacchi

non sporchi, ma anneriti dal sudiciume, pieni di pulci e di altri

nauseanti insetti.--Non si creda però che un sí tristo procedere ci

sconcertasse--anzi piú che s'imperversava nell'opprimerci e piú cresceva

in noi l'allegria per l'effetto di quel buon umore che inspira una

coscienza senza macchia.

Mi sovviene che nel trasportarci da Parma ad Alessandria, il brigadiere

di condotta, uomo impetuoso nell'esercizio delle sue birresche funzioni,

mi strinse in modo le manette che mi indusse a dirgli:

--Le allenti un poco se è possibile--vede bene che io sono vecchio....

Egli mi guardò sorridendo, e diede un giro all'ingiú alla vite.

--Bravo, esclamai come se fossi stato esaudito--cosí va bene.

Quegli che era con me ammanettato, un certo Antonio Castellini, giovane

di nobili sensi, si fece rosso in volto per la rabbia; e non so quali

contumelie gli avrebbe vomitato contro, se non gli avessi fatto un segno

imperativo d'imitarmi.

Io aveva soggiaciuto a vari arresti in tempi calamitosi, quando

l'assolutismo vigeva imperioso. Il titolo politico da cui nascevano,

soleva eccitare alle sevizie coloro che gli eseguivano, perché piú

angariavano e deprimevano chi il Governo avversava piú si rendevano

degni di onori e di premi. Eppure mai mi avvenne un atto sí crudele--mai

vidi derisa la voce della umanità con tanto spregio.

Un'altra prova di durezza d'animo ci offerse nel tragitto da Alessandria

a Bormida il brigadiere a cui fummo consegnati--ed ecco come.

Alla stazione di Alessandria si fecero venire pel nostro trasporto nel

Forte di Bormida due vetture a celle; ma le celle non corrispondevano al

numero dei carcerati.

--Che importa? disse il brigadiere--che una cella serva per due, ed

anche per tre se occorre.

E con spinte e con urti senza levarci le manette ci chiuse dentro a

chiave.

Qual supplizio fosse quello di stare rannicchiati in quei buchi senza

uno spiro d'aria, con un caldo insopportabile, non vi sono parole

adeguate ad esprimerlo. Il buon Castellini mi cedé il suo sedile--e

dovendo restare in piedi abbassava quanto poteva il braccio aggravato

col mio dalle manette, affinché non mi rodessero l'osso del polso. Ma

ogni sforzo di sollievo tornava vano, e bisognava tribolare per ogni

verso.

--È un prodigio, diceva io, se non restiamo qui oggi soffocati--ho

provato spesso i tormenti che l'assolutismo sa tanto bene

infliggere--mai ne ho provato uno eguale.

Poco dopo s'intese a gridare:

--Brigadiere! fate fermare la vettura--uno de' nostri è caduto in grave

svenimento--non dà piú segno di vita--aiuto per carità.

Sapete qual fu la risposta del brigadiere?

--Che crepino quanti sono--una ciurma di malfattori di meno.

Era l'amico Antonio Acquacalda che sensibile piú degli altri alla

impressione del caldo, ed alla mancanza d'aria, aveva perduto i sensi.

Ma la fortuna volle che si arrivasse presto a Bormida.--Quando egli

discese gli parve che si fosse in lui rinnovato il miracolo di Lazzaro.

Quasi nel mezzo del Forte di Bormida s'innalza un edificio a due piani

con due piccole ali ai fianchi--ogni piano conta undici cameroni--nello

spazio di uno di essi havvi l'ingresso--ogni camerone può contenere

sedici letti--ognuno riceve la luce da un'ampia finestra guarnita di

doppia inferriata, libera al di fuori dei soliti tamburi, e riparata

nell'interno da' cristalli--i pavimenti sono a terrazzo, e la soffitta a

volta--lungo la pareti esistono tavole infisse al muro che servono per

deporvi panni, vasi ed altro--nell'estate sono altrettanti covaccioli di

cimici--sino al nostro arrivo furono occupati da militari. Le camere

delle due ali del fabbricato sono anguste, assegnate ai custodi ed

agl'impiegati dello stabilimento. I cameroni si trovano di facciata

l'uno all'altro, separati da un corridoio di passaggio, e difesi sul

davanti da un cancello di legno, costruito di grossi travicelli, proprio

alla forma delle gabbie degli animali feroci, colla sola differenza che

in queste le sbarre sono di ferro--cosicché il carcerato resta sempre in

vista di chi transita pel corridoio, e di chi vi stanzia, cioè delle

sentinelle e delle guardie del carcere, le quali solevano tenerci gli

occhi addosso di continuo per vedere se dal mover delle labbra potevano

arguire il senso de' nostri discorsi, e se dai gesti, dagli sguardi e da

ogni altro movimento riusciva loro di ricavare qualche cosa che giovasse

al Fisco--ed è ciò che costituisce una vera tortura morale, e vi accerto

che è dolorosa. L'interno del luogo è vegliato da un capo e da alcune

guardie subalterne--quella di servizio non abbandona mai il

corridoio.--La custodia dell'esterno è affidata a mezza compagnia di

linea, comandata da un ufficiale.

Alla tortura morale aggiungevasi la materiale, ed ecco in che

modo.--L'unica ora di conforto in prigione è quella che si passa

dormendo--ebbene le sentinelle e le guardie si prendevano il gusto di

destarci quando ci vedevano immersi nel sonno, ponendosi a chiacchierare

ad alta voce tra loro, o passeggiando con rumore su e giú pel corridoio,

o battendo in terra il calcio del fucile, o scuotendo le chiavi, o

aprendo e chiudendo con fracasso le porte.--Un altro rompitesta ci

veniva anche dall'esterno per le spaventevoli grida «all'erta» che le

sentinelle ripetevansi a vicenda--e perché ci colpissero bene le

orecchie si avvicinavano piú che potevano alle finestre, quand'era l'ora

di mandarle fuori.

Il vitto consisteva in una minestra e in due pagnotte; ossia era eguale

a quello che si somministra ai galeotti--. Le pagnotte erano sempre

fresche e buone; ma la minestra, se non salvavasi dalla broda in cui

giacevasi annegata e se non condivasi con un poco di burro e formaggio,

non potevasi ingoiare. Il valore del denaro poi a Bormida pel carcerato

era sempre in ribasso come i fondi italiani alla Borsa di Parigi--una

lira spendevasi tutto al piú pel terzo del suo costo--né valsero

reclami, litigi, ed istanze per mettere in dovere lo spenditore o

cantiniere, la di cui avidità non aveva limiti.

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 7 / 23 段