Chazal mi offerse di entrare in sua casa come precettore dei suoi figli,
lasciandomi libero il tempo di continuare le mie lezioni: tavola,
alloggio, servizio, ecco i benefici che poteva trarre, e non eran pochi;
lo stipendio si riduceva a tenue cosa. Chazal, originario francese,
prima della rivoluzione del Belgio s'industriava in case di commercio,
come loro commesso viaggiatore: uomo di coraggio e d'intelligenza, seppe
nei primi momenti della riscossa impadronirsi di Mons, e per questa sua
impresa ebbe subito il grado di colonnello: in seguito, perfezionandosi
cogli studi nell'arte militare a cui si era consacrato, pervenne ed
essere generale e ministro della guerra. Era un buonissimo uomo,
affabile, eccellente padre ed amoroso marito; ma io aveva di lui una
soggezione che non seppi mai superare, perché io scorgeva che non lo
appagava nel metodo di istruire i suoi figli: egli affacciava certi
sistemi per me affatto nuovi e che sarebbe stato necessario che io
stesso li avessi studiati. Lo Spada, amico di Chazal e che poteva
giovarmi, non esisteva piú. In che stima ed affetto fosse lo Spada si
desume dai funerali che alla sua morte gli vennero fatti, degni
solamente di un personaggio di alto rango e di eccelso talento. La somma
spesa per tale oggetto fu a carico del paese, e quando si pose in
vendita quanto gli apparteneva, una gara ardente sorse tra gli
acquirenti, perché tutti volevano una memoria del defunto, e il prodotto
della vendita fu il quadruplo di quello che costava; il quale venne
spedito in Ravenna al di lui fratello Attilio, il quale nel ricevere il
danaro speditogli gridava: «Che buona gente debbono essere quei signori
di Namur!» La iscrizione funebre che esiste nel camposanto di Namur
mostra in qual conto tenevasi.
[LV.] Finalmente l'amnistia di Pio IX [16 luglio 1846] mi tolse da ogni
imbarazzo: essa mi fu annunziata dal giovine Duvivier in un curioso
modo. Stava a conversazione presso una mia scolara, madama Jean de
Fontaine, quando sono chiamato nella anticamera, e mi sento stretto al
collo da un individuo che dapprima non conobbi: «Oh con quanto piacere
vi do la lieta notizia dell'amnistia emanata da Pio IX; ora potrete
rimpatriare, rivedere i parenti, gli amici e dar termine ai mali
dell'esilio». Io lo ringraziai dell'annunzio, e rientrai nella camera
della conversazione, ove propagai la notizia ed ebbi felicitazioni senza
fine. La padrona di casa ci fece vuotare alcune bottiglie di sciampagna
pel lieto annunzio. Poi il generale Chazal mi procurò dal Governo un
sussidio, onde pormi in grado di sopperire alle spese del viaggio.
Io aveva in animo d'instruirmi prima di partire nell'andamento
dell'amministrazione ferroviaria, sí bene regolata nel Belgio, ma mi
accorsi che ciò non si poteva ottenere in breve tempo, né i fondi erano
sufficienti all'intento: quindi rinunziai al mio progetto. Da Bruxelles
mi recai a Parigi, ove rimasi alcuni giorni; da Parigi a Marsiglia, da
Marsiglia per la via di mare a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma
[febbraio 1847].
[LVI.] Io credeva che a Roma esistessero Comitati per soccorrere i
poveri rifuggiti che rimpatriavano; ma di niente di ciò, né trovai chi
mi offrisse un centesimo. Fui raccomandato ad Angelo Bezzi, mio
concittadino che lavorava da scultore in Roma, esimio nell'arte, ma uomo
spensierato, eccentrico e affatto privo di mezzi. Si credé che, essendo
amicissimo di Ciceruacchio, potesse essere di un gran sostegno; ma se
ritraeva da lui benefici, bisognava che li erogasse per la sua famiglia:
egli servivasi dell'influenza acquistata col mezzo di Ciceruacchio per
usare prepotenze, tanto che una sera fu assalito da un turbine di sassi
e fu sul punto di essere un secondo santo Stefano.
[LVII.] Io mi diressi ad un altro mio concittadino, uomo di proposito,
Attilio Bonafè, impiegato nel ministero dei lavori pubblici, allora
diretto dal cardinale Massimo, che io chiamava Minimo per la sua piccola
statura, e potei avere un impieguccio di dieci scudi al mese, avendomi
installato nel detto ministero nella qualità d'indicista.
Il cardinale disponevasi di dare un migliore avviamento al suo
dicastero, ed ero sicuro di crescere di grado; ma, colpito tutto ad un
tratto da un'apoplessia, cessò di vivere [11 gennaio 1848] senza avere
iniziato il suo divisamento. A Massimo successe Minghetti [10 marzo], ma
la mia presenza fu di breve durata, mentre avendo chiesto un permesso
per recarmi al mio paese natio, non ritornai piú a Roma.
[LVIII.] I tripudi e le esultanze ad onore di Pio IX nei 16 mesi che mi
trattenni nella capitale sono indescrivibili, e veramente mi
cominciavano a seccare. Io mi era introdotto nel Circolo popolare, in
cui ebbi l'incontro di fare molte conoscenze, tra le quali quella di
Ciceruacchio, che mi conduceva al Testaccio a mangiare la provatura.
Quale influenza egli avesse, ne ebbi una chiara prova nella sera del 29
aprile ['48], quando il popolo agglomerato, e che estendevasi lungo la
via del Corso, gridava ed urlava di farla finita coi preti. Ognuno sa
che questo furore proveniva dall'enciclica del Papa del 29 aprile, con
cui disdiceva la guerra del Veneto, le cui legioni egli stesso aveva
benedette per l'indipendenza d'Italia. Tutti i Circoli erano uniti in
quello del Commercio, posto nel centro del Corso, cioè dove i clamorosi
erano piú affollati. Mamiani lo presiedeva, ma non sapeva piú dove dar
la testa per far sparire il pericolo insorto. Sterbini ed altri
cittadini influenti si affacciarono al balcone, diressero al popolo
parole di moderazione e di concordia, ma furono solennemente fischiati.
«Si vada in cerca di Ciceruacchio», gridava Mamiani, che vedeva essere
l'unica sua àncora di salvezza. Finalmente egli arriva; Mamiani lo
assicura che si sarebbe a tutto riparato nel giorno veniente, e che
cerchi intanto di calmare gl'insorti e di far sí che rientrino nei loro
focolari. Egli raccoglie tosto intorno a sé i capi dei rioni, e il
desiderio di Mamiani fu appagato. Il timore che la disdetta del Papa
avesse cancellato dalle truppe italiane militanti nel Veneto quel
carattere legale che avevano e che gli Austriaci le riguardassero come
una ciurma di briganti, e come tali venissero da essi trattati, fu
l'impulso della sommossa; e resi persuasi che ciò non poteva nascere, si
arresero.
[LIX.] Invece di andare alle feste, che con immenso spreco di denaro si
reiteravano per Pio IX, visitava nelle ore libere gli eccelsi e sontuosi
monumenti di Roma. Un giorno presso il collegio dei Gesuiti mi abbattei
in un prete che rassomigliava al principe de Merode, mio scolaro a Mons;
mi fermai a guardarlo e dissi fra me: «Che perfetta rassomiglianza!», e
seguii il cammino. Un'altra volta lo fissai meglio, e sempre piú mi
sorpresi di trovar due volti cogli stessi lineamenti. La terza volta non
potei trattenermi dall'accostarmi a lui, e nel mentre che stava per
dirgli: «Scusi, signore», egli mi riconobbe e mi porse una carta da
visita, onde fossi andato la mattina seguente al suo domicilio. «Ma come
queste trasformazioni? gli dissi subito: Voi capitano, voi in credito
per sapere e valore, voi decorato di piú ordini, e che riteneva, che
foste già salito al grado di generale, voi divenuto prete?»--«Cosa
vuoi?, mi rispose, è morto mio padre ed ho risolto di abbandonare la
carriera militare per seguire la ecclesiastica, e sono ora nel collegio
dei Gesuiti: ti ringrazio delle lezioni d'italiano, che da te ebbi e che
oggi mi servono moltissimo». Dopo alcune parole lo lasciai, né piú lo
rividi, né cercai di vederlo, perché non si dicesse che avevo rapporti
coi Gesuiti, allora piú che mai odiati, e che l'affetto per Pio IX già
sperdevasi sensibilmente, né valse che Gioberti venisse a perorare per
lui a Roma. Pio IX, uomo di buon cuore, ma di poca mente, incerto,
titubante, non era in grado di dare allo Stato quell'avviamento che
esigeva allora.
[LX.] Il partito radicale aveva preso il sopravento: gli uomini piú
influenti ed energici di esso raccolti a Roma agivano con successo nel
senso dei loro principi e la strada dalla democrazia dischiusa
percorrevasi senza ostacoli. Il Rossi ciò non vide e fidandosi troppo
sopra sé stesso, sopra la fama del suo nome chiaro in tutta Italia e
altrove, cadde vittima della sua illusione nell'accettare la direzione
che stava sull'orlo del precipizio.
Io lasciai Roma alcuni mesi prima del luttuoso fatto di Rossi, e mi resi
a Bologna. Quivi pure lo scompiglio era al colmo: i facchini, padroni
della città, commettevano eccessi di ogni specie [agosto '48]. Il povero
Masina, buon giovane, di retti sensi, da loro sedotto li dirigeva; ma in
che modo? aderendo ai loro pravi desideri. Io mi recava la sera nel suo
ufficio composto di due stanze; la prima era ingombra di armi e di
munizioni, la seconda serviva di gabinetto particolare a Masina. Una
sera arrivarono da Roma due emissari, i quali chiesero un colloquio
segreto col medesimo; io che era rimasto nella prima camera venni
chiamato nella seconda e messo a parte del segreto: trattavasi
nientemeno che di uccidere il dottore Luigi Carlo Farini. Chiesto in
proposito il mio parere, dissi che era un danno immenso il privarsi di
un cittadino intelligente, dotato di nobili sensi, affezionato
all'Italia, e che d'altronde non sapeva quali colpe potessero
giustificare un tale eccesso. Gli emissari ben mi conoscevano, quindi
non potevano concepire sopra di me dubbio alcuno sfavorevole alla causa
democratica. Dopo varie spiegazioni, la cosa rimase irresoluta e la
proposta non ebbe effetto.
In Bologna ebbi la tristissima notizia della morte del conte Tullo
Rasponi, giovane caldo di patrio amore, e di una smisurata liberalità,
che per sovvenire ai bisogni altrui aveva posto in grave isconcerto le
proprie finanze. Egli fu vittima dello scatto del proprio archibugio
nelle valli di Comacchio, ove era a caccia; solennissimi onori funebri
gli vennero resi da ogni ceto di persone.
[LXI.] Giunto a Ravenna, avanzai tosto la domanda d'essere ammesso al
concorso dell'impiego di protocollista, rimasto vacante in Comune pel
decesso di Gordini, e mi fu conferito da una forte maggioranza [5
ottobre 1848]: cosí fui in grado di essere d'aiuto ad un fratello, esso
pure al servizio del Municipio nell'ufficio annonario, il quale essendo
maritato, con vari figli, aveva bisogno d'appoggio; ma la falce della
Parca li ha tutti mietuti, non riserbando che un rampollo di sesso
femminino. Da Roma ebbi incarico di costituire un Circolo popolare, alla
forma di quello che colà esisteva, e di dare un esteso sviluppo ai
principi democratici. Io non mancai di adempiere l'impresa assunta, e in
poco tempo contava piú di 200 persone d'ogni rango: esso venne eretto
nella sala e camere del teatro Alighieri, e presieduto da distinti
cittadini, quali erano il vecchio Andrea Garavini, il marchese Vincenzo
Cavalli, ed io ne fui il segretario insieme all'avvocato Giulio
Guerrini, Questo istituto fu molto utile al paese ed impedí la
rinnovazione degli eccessi che prima si lamentavano, perché innanzi al
Circolo si portavano le questioni le piú importanti, le quali si
scioglievano sempre secondo i dettami dell'equità e della giustizia. Se
ne brama un esempio? eccolo. Una sera si propose che fosse libero al
padre Gavazzi di tener concioni in Duomo sopra oggetti politici,
interamente estranei al luogo. Dopo alcuni vivi dibattimenti si risolse
che una deputazione, scelta nel Circolo, si rendesse immantinente presso
l'arcivescovo per consultarlo in proposito: se aderiva, la proposta
avesse esito; se no, si fosse scelto un altro luogo per le progettate
concioni. L'arcivescovo, come era da supporre, respinse la inchiesta, e
il Circolo dispose che il Gavazzi predicasse sulla ringhiera della
farmacia Montanari nella piazzetta dell'Aquila. Il Circolo, divenuto la
vera rappresentanza del paese, si occupò pure di proporre un deputato
alla Costituente di Roma [13 gennaio '49] e tutti i voti si rivolsero a
favore del conte Francesco Lovatelli, uomo di senno, di coraggio e di
sensi politici radicali, mentre sin dal 1832, come notammo, dirigeva la
Giovine Italia col titolo di corrispondente: ma non accolse la
candidatura offertagli, forse perché addetto a quella camarilla che
faceva pratiche a Gaeta col papa, perché si risolvesse a mantenere in
piedi lo Statuto, promettendogli che la repubblica sarebbe rimasta
incagliata. Invece di Lovatelli si propose Antonio Monghini, uomo di
qualche intelligenza in materie finanziarie, pronto e risoluto, ma di
niuna fede politica. La proposta del Circolo venne confermata dagli
elettori, e, come noi abbiamo già detto, egli proclamò la repubblica in
quell'illustre consesso; ma poco tempo dopo corse a Bologna dinanzi al
Papa, gli baciò con effusione d'animo i sacri piedi, pregando di essere
assolto dalle commesse prevaricazioni. Uomini di tal sorta è meglio
perderli che acquistarli, e Iddio l'ha chiamato a sé.
[LXII.] Malgrado la pace e l'ordine che regnava in paese, l'arcivescovo,
che non aveva ricevuto alcun motivo di lagnarsi, all'improvviso
abbandonò la sua sede arcivescovile e si trasse a Venezia. Si parlò di
un ratto concertato a suo danno, ed io, che avevo parte in ogni
faccenda, non ebbi mai di ciò sentore; eppure mi si volle fare un
addebito anche di quel fatto: io ho sempre ritenuto però che fosse un
raggiro di quei moderati, che di mal occhio vedevano la repubblica e
ritenevano che potesse esser loro dannosa per quella partecipazione che
erano astretti di avervi, e che volessero per tempo crearsi un possente
appoggio nel cardinale Falconieri; e di fatti nessuno di quelli che lo
aiutarono ad emigrare soffrirono il benché minimo disturbo quando il
papa riebbe i suoi domini.
[LXIII.] Questi moderati di molta influenza non si scossero punto alla
proclamazione della repubblica, e già si gridava come si potesse
rimanere indifferenti ad un sí grande avvenimento. Fu il Circolo che
stabilí in che modo si doveva solennizzare. Tutti quelli inscritti nel
ruolo del medesimo, seguiti dalla folla, si recarono colla banda
musicale nella strada ch'è dirimpetto alla carrara della Rotonda, e
nell'ampio possedimento del conte Ferdinando Rasponi si svelse sin dalle
radici un'alta pioppa cipressina, e guernita di ghirlande di fiori fu
traslocata tra suoni musicali, spari ed altre dimostrazioni di giubilo
in mezzo della Piazza maggiore, ove venne eretta [15 febbraio]. Bello fu
vedere la darsena del Candiano cogli alberi dei navigli messi a festa.
Il vecchio Garavini, che nel 1797 aveva piantato in Ravenna il primo
albero della libertà, gridava: «Scavate qui che troverete le radici di
quell'albero carbonizzate»; e cosí fu. Dopo la erezione
dell'albero,........., cui la tirannia papale aveva rapito il marito, e
vedremo che in breve le rapirà anche il figlio, unico suo conforto ed
appoggio, volle coronare il fusto dell'albero con una ricca fettuccia,
in segno della speranza di un migliore avvenire che le destava.
Illuminazioni durante la notte, danze, giubilo universale.
[LXIV.] Un'altra festa ebbe luogo [19 febbraio] nel borgo di Porta Sisi
ad onore della nuova repubblica, solennizzata colla erezione dell'albero
della libertà, in mezzo a suoni, a spari, a luminarie; e bello fu il
vedere questo simbolo del comune risorgimento, circondato da 80 giovani
a cavallo vestiti di tuniche rosse e del berretto frigio.
[LXV.] Ma colle feste, come dissi altre volte, quando la libertà di un
popolo è avversata da chi ha battaglioni armati da osteggiarla, non può
reggere lungo il tempo; e cosí fu della nostra repubblica, la quale
assalita da ogni parte da truppe straniere dové in breve soccombere.
[LXVI.] Garibaldi alla testa de' suoi prodi militi aveva rinnovato le
gloriose antiche gesta dei Romani e rimesso in onore il nome italiano,
vilipeso dai Francesi, falsi repubblicani che mancavano ad ogni sano
principio politico. Garibaldi raccolse presso di sé un buon numero di
volontari, e prima che i Francesi entrassero in Roma si ritirò verso la
Toscana, eccitando quei popoli ad unirsi con lui per fare nuovi sforzi
al riacquisto del perduto. Ma la sua voce non fu intesa. La
disperazione, che può sola infondere quel coraggio irresistibile che sa
oprar prodigi, non risvegliò alcuno; onde sciolto il corpo che aveva
rannodato per sí alta impresa, non dové pensare che alla propria
salvezza: e fu un miracolo se, per le cure e i sacrifici dei Ravennati,
pervenne a sottrarsi dalle mani degli Austriaci, che già da ogni parte
lo circondavano [agosto '49].
[LXVII.] Alcun tempo prima che Garibaldi fosse in salvo un tenente
austriaco alla testa di un drappello di croati invase il mio domicilio,
frugò la camera ove dormiva e s'impossessò delle carte che ivi rinvenne,
delle quali fece un pacco che sigillò, per regolarità del sequestro
eseguito. Indi m'intimò di seguirlo. Qual fosse l'agitazione della
famiglia David presso cui dimorava è impossibile immaginarlo. Ella
sapeva di avere nella legnaia delle armi nascoste, e se la perquisizione
si fosse estesa sino a quel luogo, la mia sorte era decisa: la legge
stataria allora in pieno vigore condannava alla fucilazione chiunque
teneva armi non denunziate in propria casa. I David certamente non
avrebbero azzardato di dichiarare che le armi rinvenute ad essi
appartenevano; e poi? anche con questo atto eroico erano certi di
salvarmi, o di trarmi piuttosto con essi alla pena prescritta? La
perquisizione durò poco piú d'un quarto d'ora, credo, ma fu un'ansia che
tale non ne soffre chi trovasi sul punto di morte. Cosí i David mi
narrarono quando tre anni dopo mi fu ridonata la libertà. So pure di un
certo Crescimbeni, mio compagno di carcere in Forte Urbano, che, dietro
denunzia di non so chi, si scopersero armi in un muro di sua casa: fu
tosto arrestato e condannato alla fucilazione; la moglie di lui corse
dal Duca di Modena e poté far cambiare la pena in vari mesi di
detenzione; ma fu condotto nella piazza d'armi del quartiere generale di
Bologna, ivi gli si lesse colle dovute formalità di legge la pena di
morte, poi solamente dopo una pausa non tanto breve gli si annunziò la
commutazione: tal fu la scossa sofferta che le di lui facoltà mentali se
ne risentirono per lungo tempo.
[LXVIII.] Dal luogo del mio arresto fui direttamente condotto nel
palazzo Ginanni Fantuzzi dinanzi al Maggiore austriaco: ivi trovai il
signor Pietro Santucci, addetto alla Magistratura, chiamato per
constatare la mia qualità di segretario comunale; ciò fatto, il Maggiore
consegnò il rotolo sequestrato ad uno dei suoi graduati e mi disse: «Io
ho ordine di farlo pervenire a Bologna al quartiere generale; sarà colà
condotto da un mio tenente che gli userà tutti i riguardi che merita: la
carrozza è pronta e bisogna che parta senza ritardo.»
La guida assegnatami mi prese gentilmente pel braccio, e colla scorta di
non so quanti croati che riempirono il veicolo ci avviammo verso
Bologna. Giunti a Lugo, mi accorsi che io era preceduto e seguito da un
legno; supposi che contenesse altri detenuti, ma erano pieni di militi:
cosí vociferavasi per dove passava che io fossi un arrestato di alta
conseguenza. In Bologna si fece alto fuori di Porta Saragozza nella
villa Spada, ove risiedeva il generale Gorzkowsky. Io venni chiuso in un
camerino, in cui vedevasi un tavolaccio, che doveva servir da letto, e
uno stracantone sormontato da un quadro rappresentante san Giuseppe,
dinanzi a cui splendeva una lampada. Due militi armati vegliavano nel
camerotto il detenuto. Quando mi accorgeva che erano croati, non osava
d'indirizzar loro la parola; ma se dimostravano di essere ungheresi,
cercavo di aver notizie del luogo e di quanto altro poteva giovarmi.
Essi stessi facevano al detenuto esibite ed esprimevano il vivo
dispiacere di non essere in grado di soddisfare i loro patriotici
desideri. Chi conosceva il latino, era facile di capire il loro
linguaggio. Io chiesi a uno di loro che luogo era quello in cui eravamo:
mi disse che era la conforteria per quelli condannati a morte; ed ecco
come spiegavasi l'altarino ivi eretto a san Giuseppe, a cui i moribondi
sogliono ricorrere. Sotto al tavolaccio vidi diversi oggetti di
vestiario, e mi fu detto che appartenevano a coloro che mancarono alla
legge stataria e che subirono la pena da essa prescritta. Mi si disse
che in quel camerotto aveva dimorato Ugo Bassi. La relazione era
affliggente, e sebbene mi servissero un pranzo signorile, non fui buono
di assaggiarne la minima parte. Cercando di ridurmi a mente gli oggetti
che contenevano le carte sequestrate, fui terribilmente addolorato
quando mi sovvenne che in Roma nel 1848, quando successero gli
sconvolgimenti di Vienna, io d'accordo con Vincenzo Caldesi raccogliemmo
un buon numero di Romagnoli e Romani e con essi uniti ci recammo al
palazzo di Venezia, residenza dell'ambasciatore austriaco. A memoria di
un tal fatto, da un falegname che era accorso cogli utensili di bottega
per darne dei pezzi a chi ne voleva, mi feci segare una delle teste
delle aquile, e ben ridotta colle pialle vi aveva notato l'anno, il
mese, il giorno e l'ora dell'atterramento [21 marzo '48] e con
espressioni di odio all'abbattuto Governo: l'iscrizione era rimasta in
un vecchio portafoglio che aveva sopra il camino e che cadde fra gli
oggetti sequestrati. Questa iscrizione era una spina acuta, temendo che
potesse comprendersi nelle disposizioni della legge stataria, e quindi
nella fucilazione; ma alla fine mi feci una ragione e quietai l'animo.
Già non era piú solo, venne a raggiungermi l'amico Gaspare Saporetti;
indi furono ivi rinchiusi due giovani di Castel Bolognese ed un altro
che non ricordo chi fosse: cosí eravamo una sufficiente compagnia, ma
divieto assoluto di fiatare fra noi; divieto che era osservato solamente
quando ci vegliavano i croati; gli ungheresi entravano in conversazione
con noi. Chi mi divertiva era il contegno di uno di quei detenuti di
Castel Bolognese. Egli bestemmiava sempre come un turco, ma nella sera
l'idea di essere in conforteria, in pericolo di essere fucilato da un
istante all'altro, lo faceva ravvedere: si accostava a san Giuseppe, si
raccomandava alla sua divina grazia, ma in modo che i compagni non
s'avvedessero per non comparire bigotto. In capo a cinque giorni si ebbe
l'avviso che si cambiava d'alloggio, e l'ufficiale incaricato di
eseguire l'ordine ci condusse in mezzo al cortile della caserma in mezzo
ad un drappello armato di croati, e questo fu il complimento che ci
fece: «Chi tenta di scappare, gli sarà fatto fuoco addosso.»
[LXIX.] Il nuovo luogo assegnatoci furono le carceri di San Francesco.
Noi ci arrivammo di sera avanzata, e fummo posti in una vera bolgia
infernale, di dove emanava un puzzo micidiale a causa delle latrine
contigue: era un corridoio contenente detenuti ungheresi; a causa del
caldo si tenevano nudi sul loro paglione, e quando si alzavano in piedi
sembravano tante anime dannate. Verso l'ora di notte s'intese in tutto
il locale un rumore insolito: «All'erta, ci si disse, in quest'ora il
profosso è sempre ubbriaco, ed è un vero demonio; mettetevi in rango.»
Appena entrato in carcere fece ricerca dei nuovi arrivati, ma non giovò
essere in rango ed in atto della piú perfetta sommissione. Al primo del
rango toccarono pugni con non so quante contumelie, e cosí agli altri di
seguito; la belva però si ammansava nel passarci in rivista; cosí il mio
amico Saporetti che stavami appresso non ebbe che una tirata di cravatta
che gli fece quasi uscir gli occhi dalla testa. Eccomelo infine dinanzi
colla mano alzata, ma prima che mi facesse alcuna interrogazione, gli
dissi: «Sono il segretario del comune di Ravenna.» Fu una parola magica,
che da tigre valse a farlo diventare un agnello. «Mi dispiace, tosto mi
disse, che io non abbia un miglior sito da collocarlo, ma domattina
all'alba lo condurrò nelle camere di sopra: le notti in luglio spariscon
presto, il sacrificio sarà breve; intanto lo ringrazio vivamente delle
sue cortesie.»