Malgrado l'appoggio dei Centurioni, il papa non si tenne sicuro a

frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei

reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiamò due al suo servizio. Aiutato

dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il

Governo sciolse i consigli comunali e li formò di uomini abbietti, privò

di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati

sostituí i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto né del loro

sapere, né delle loro qualità; le università chiuse e gli studenti che

parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro

studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai

benevisi al Governo: e tutto ciò per estinguere l'influsso liberale.

[XLV.] Ma nel tempo che ciò operavasi sorgeva in Italia ed altrove, nel

posto della vecchia Carboneria, una nuova formidabile società col nome

di _Giovine Italia_, promossa da un giovane generoso, di profondo

ingegno, di volontà ferrea, tutto anima per rendere libera e

indipendente la patria: questo giovane chiamavasi Giuseppe Mazzini. Egli

esortò dapprima Carlo Alberto re di Sardegna a tentare la magnanima

impresa di sottrarre l'Italia dal giogo straniero austriaco, ma la

nobile proposta lo pose in sospetto di cospiratore, e per evitare i

danni che gliene potevano venire, emigrò in Francia. In Parigi si

accordò coi suoi compatrioti fuorusciti, e instituí la società col nome

di _Giovine Italia_; si eresse pure cogli stessi principi la _Giovine

Alemagna_, la _Giovine Ungheria_, e Mazzini fu eletto supremo regolatore

delle medesime. Un giornale col titolo della società stampavasi a Parigi

per scuotere l'inerzia del popolo; in esso dicevasi: «Ma parla, popolo,

cosa mai fanno i nostri nemici per sollevare la tua miseria? Supplica e

sarai deriso--lagnati, e ti getteranno in carcere--percuoti alle porte

di costoro per chieder pane, e ti lancieranno in volto una pietra--per

essi le ricchezze e i piaceri, per te le fatiche e le lagrime--per essi

gl'impieghi e gli onori, per te la servitú. Guardati intorno, o popolo;

vedi se esiste una terra al pari d'Italia benedetta da Dio, con i suoi

doni. Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire e ad

alimentare la tua famiglia--ma alcuni pochi la possiedono tutta, a te

non è lecito sperarne altra parte, oltre quella che servirà per la tua

sepoltura». Com'è ben da credere il Mazzini fu accusato di socialismo.

In seguito altri giornali apparvero nello stesso senso, uno col titolo

_Il precursore_ ed un altro in Londra col titolo _L'apostolato_. Questa

società si estese in tutta Italia, e vi divenne formidabile: perciò

incusse timore nel cuore dei principi e commosse altamente la corte di

Vienna, come ciò si rivela dalle note dirette da Metternich al cav.

Menz, incaricato di affari diplomatici a Milano, riportate in diverse

storie.

[XLVI.] In Ravenna ebbe l'incarico di formare una sezione della _Giovine

Italia_ il conte Francesco Lovatelli, il quale nell'assumerlo si

aggiunse per coadiutori Giovanni Montanari, Antonio Ghirardini e me. Ci

trovammo un giorno tutti insieme, per concertare il modo di erigerla, ma

poco tempo dopo io ed il Ghirardini fummo arrestati, né saprei dire come

si comportarono i miei due colleghi per dar esito alla faccenda. Seppi

però nelle carceri di Bologna, ove fui condotto unitamente ad altri

quattro cittadini, che il Lovatelli ricercato dalla polizia evase. Ora

m'è d'uopo di dar ragguaglio di quell'arresto per le particolarità che

presenta.

[XLVII.] L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16

dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai

Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica,

Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due

fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del

paese; né poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad

un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi,

scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna

all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermo di malattia di petto

contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe

altra destinazione che non saprei indicare.

[XLVIII.] Per me, che avevo già sofferto tre anni di carcere, essa non

mi sconcertò punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I

Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo

attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi

che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava

pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perché non aderiva

di lasciargli aperta la porta: «Siamo galantuomini, gridava, non

vogliamo già fuggire». In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed

io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che

facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse

dinanzi al commissario di polizia, il quale cosí alla buona senza tanti

complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intimò

«l'esiglio in perpetuo, sotto pene arbitrarie in caso di ritorno». I

miei compagni, già stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un

beneficio: il Ghiselli diede peró una famosa lavata di testa al

commissario, che se la sorbí senza proferir parola; ed io gli dissi che

l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena

gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei

procedimenti che la legge prescriveva; e che quindi rigettava l'invito

del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in

carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinché ritirassi il rifiuto

emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per

tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in

carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: «Noi ti

considereremo come un fratello; le cose possono cambiare, e l'esiglio

può essere di breve durata; ritira la rinuncia»; ciò che feci, e pochi

giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana [dicembre

'32].

Ci fermammo a Firenze, ma il Governo di quel ducato non ci permise di

stazionarvi; c'inoltrammo però a Lucca, ove i signori Donati Burlamacchi

ci installarono in un loro magnifico casino. Dopo tre mesi di

patriarcale dimora in quel deliziosissimo sito, ove d'inverno si godeva

l'aura di primavera, i due Boccaccini si resero in Baviera; ove colla

mediazione del conte Baccinetti, addetto al servizio di quella Corte,

ottennero la protezione di quel re, e nell'incontro ch'egli si recò a

Roma, li fece graziare dal Papa e l'esiglio per essi disparve. Ghiselli

e Della Scala ebbero il permesso di rimanere in Toscana; io e Ghirardini

ci dirigemmo in Francia. Il Ghirardini non mi fu dato mai di vederlo; so

che fu inviato al deposito di Mende con soli 30 franchi di sussidio al

mese: egli mi scrisse perché tentassi di fargli conseguire i 45 franchi

che gli altri emigrati percepivano, ed usai energiche pratiche in

proposito cogli amici di Parigi; e quando erasi sul punto di riuscire

nell'intento, mi pervenne la notizia della sua morte. Buon liberale,

fermo nei suoi principî, operò molto per la causa d'Italia: egli fu nel

1821 rinchiuso nel forte d'Ancona e, dopo quattro anni di prigionia

preventiva, condannato da Rivarola ad altri non pochi di galera; ma reso

libero pei successivi movimenti d'Italia, spiegò maggiore energia di

quella che aveva nel 1820. Io nel mio viaggio verso la Francia mi fermai

a Livorno, ove fui accolto con molta cortesia da Mayer e Bastogi, capi

della _Giovine Italia_, e questi mi consegnò diverse carte da porgere a

Mazzini a Marsiglia, le quali avviluppai nella fodera del mio cappello

e, colà giunto in assenza del Mazzini, consegnai ad un certo Bendandi,

addetto alla di lui casa. Il viaggio da Livorno a Marsiglia [marzo '33],

in una barcaccia carica di ossa che dovevano servire a raffinare

zuccheri, fu terribile, atteso che dinanzi alle isole Hyères fummo

investiti da un terribile temporale, che ci espose a divenire il pasto

dei pesci.

Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins [aprile '33] ove

esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio

concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra

risorsa che il sussidio del Governo, era trista: prelevato l'affitto,

l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di

vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli

appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a

che l'ora del pasto stava per suonare.

Capitò nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il

quale inveí oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione

negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che già in Marsiglia lo

espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta

l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura.

Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi

esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era

stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose

come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone,

accusate indegnamente di complicità nell'attentato di Rivarola; ed i

miei schiarimenti valsero a giustificarlo.

[XLIX.] La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed

eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi,

di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva

succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri

prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati

erano introdotti, ed i lamenti degli esclusi giovarono alla polizia per

iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero

scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna.

Da Moulins sino ad un certo punto si viaggiò in diligenza [giugno '33];

il Governo corrispose dieci soldi per ogni lega: poi si montò sopra un

battello a vapore che percorreva la Loira. Poco lungi da un paese

chiamato Ancenis si ruppe qualche cosa nel meccanismo del vapore, e

tutti i passeggieri dovettero far sosta ad Ancenis per accomodare il

vapore. Discesi a terra noi emigrati ed uniti insieme passeggiando per

le strade, si agglomerò una turba di gente con grida, fra le quali

quella di _morte ai San Simoniani_; allora consigliai agli amici di

entrare in una chiesa aperta, che ci era dappresso, ove giunti chiamai

il sagrestano e lo pregai, regalandogli alcuni soldi, di andare a

chiamare il Maire o Sindaco: la risoluzione fu buona, egli non tardò a

venire, gli si fece conoscere che noi eravamo emigrati italiani, inviati

dal governo in Bretagna, e nulla sapevamo di San Simonismo. Il Maire

uscí, disperse la turba, e fummo liberi d'andare all'osteria, ch'era di

fronte al battello, per soddisfare agli urgenti bisogni dello stomaco.

Nel mentre che si stava mangiando un boccone, eccoti tre individui di

sinistro aspetto; l'un di essi si levò il cappello, trasse fuori delle

cartucce e battendole sul tavolino, gridava: «C'est du poivre sur les

ennemis de la duchesse de Berry»: allora mi feci ardito e dissi in

francese, alla meglio che potei avendolo studiato in Ravenna da

Verlicchi, che noi non eravamo nemici della duchessa di Berry, ma

emigrati italiani inviati dal Governo in Bretagna. Allora la scena si

mutò d'aspetto, ci porsero da bere, e si rimase in loro compagnia sino

alla chiusura dell'osteria: noi andammo a dormire sulle panche del

battello. Giunti a Nantes [27 giugno] prima mia cura fu quella d'andare

a vedere il ripostiglio, ove la duchessa di Berry fu arrestata:

immaginatevi un bel camerino dentro una canna da camino, ove si poteva

stare con tutt'agio, ma dal momento che si accese fuoco nel camino

divenne un forno ardente, onde le fu d'uopo d'arrendersi senza perdere

un minuto di tempo. Da Nantes a Vannes, capoluogo del dipartimento del

Morbihan, se la mente non m'illude, mi pare che si facesse col cavallo

di san Francesco, a piedi, per mancanza di pecunia: da Vannes fummo

traslocati ad Auray, piccolo paese assegnatoci per deposito.

[L.] L'entusiasmo per la duchessa di Berry era indescrivibile in tutta

la Bretagna, e immenso l'odio contro il Governo di Luigi Filippo;

talmente che i soldati, che andavano in congedo e che transitavano per

quelle contrade, correvano pericolo di essere uccisi. L'avversione

cadeva pur anche su di noi; quando gli abitanti c'incontravano,

sputavano in terra tre volte e si facevano il segno della croce, per

disperdere l'influsso della scomunica, di cui dicevano essi essere noi

aggravati. In vista dell'odio del paese contro di noi nutrito, si pensò

di stare tutti uniti, e a tal fine si prese un'intera casa in affitto:

facevamo da noi la spesa e la cucina; i viveri in Bretagna costano meno

che nelle altre località, havvi abbondanza di burro, di formaggi, di

selvaggina e di pesce, specialmente di sardine, ma si beve male; per chi

non ha modo di comprare del bordò, la bibita ordinaria del paese è il

_cidre_ che è spremuto da pomi, bibita acida, cattiva allo stomaco

quando non è vecchia. Anche il clima non mi favoriva punto, perché umido

ed incostante a causa dell'influsso del vicino Oceano; perciò ero quasi

sempre ammalato.

[LI.] Era con noi un certo Piolanti, ufficiale del papa al tempo dei

movimenti del 1820, buon liberale addetto alla Carboneria. Fanatico per

la canina e per le buone bibite, sentivasi venir meno, dovendo ingoiare

quel pestifero _cidre_. «Perché, gli diss'io, non ricorri al re per un

sussidio, onde comprarti un poco di bordò? Noi abbiamo qui un buon

amico, che ne vende d'ogni sorta e che può farti star bene

nell'acquisto». Pensò alquanto sulla mia proposta e poi mi disse:

«Redigi tu l'istanza, sul tema del mal di stomaco». Lo esaudii tosto, e

via per la posta l'istanza. Trascorse piú d'un mese, senza avere alcuna

notizia, e già la concepita speranza svanivasi, quando un giorno il

Maire d'Auray annunziò a Piolanti che teneva a sua disposizione cento

franchi, elargitigli dal re. L'annunzio arrivò l'antivigilia

dell'anniversario della rivoluzione del 6 febbraro 1831; onde si risolse

di festeggiarlo, erogando una parte del dono in acquisto di bordò. Io mi

recai subito dal negoziante, credo che si chiamasse Ardoin, l'unico

liberale che ebbi a conoscere a Auray; combinai sul prezzo, sulla

quantità, gli dissi che trattavasi di solennizzare la memoria della

nostra rivoluzione, e lo invitai ad onorare colla sua persona il nostro

banchetto: ma non accolse l'invito, in vista forse di non compromettersi

cogli abitanti, che ci tenevano in conto di scomunicati, e di non essere

compreso fra esseri per loro tanto malevisi. Dopo la festa corsi a

pagare l'importo del vino, ma non vi fu modo di farglielo accettare;

egli persisteva a dire: «Lasciate che io abbia la soddisfazione di

concorrere alla gioia da voi giustamente provata». Ma la maggior gioia

l'ebbe l'amico beneficato, a cui restò l'intero beneficio, erogato in

breve tempo nella bibita a lui prediletta.

Intanto il deposito di Auray diminuivasi ogni giorno per trasferimenti

accordati a chi li chiedeva. Tra i traslocati annoveravasi il

corrispondente di Mazzini, che lasciò a me le funzioni che gli

spettavano, e le assunsi col nome di Pietro Borna. Era il momento della

spedizione di Savoia e Mazzini instava che colà si corresse. Ma con

quali mezzi sostenere la spese di un sí lungo viaggio? Come

intraprenderlo senza passaporto? Io pur domandai di essere inviato nel

centro della Francia, e mi scelsero per luogo di dimora Dijon, magnifica

città, antica sede dei duchi di Borgogna, e dove già esisteva un altro

deposito di Piemontesi e Modanesi. Io aveva in animo di lasciar da parte

Dijon, e di accostarmi alla Savoia, ma seppi in cammino che la

spedizione era andata a male; quindi avanzai il passo al paese

destinatomi, in cui dimorai varî anni [febbraio 1834-agosto 1840]. Poi

ebbi lettera da Antonio Spada, che dalla Svizzera si stabilí nel Belgio,

offrendomi un buon impiego nella tipografia Haumann, per correggere

opere latine ed italiane; onde rinunciai al soccorso di Francia e andai

a Bruxelles.

[LII.] Sempre fornito di pochi mezzi, pagai l'importo della diligenza

sino a Bruxelles e la borsa rimase affatto in secco. «A me basta

arrivare a Bruxelles, ove troverò tutto quello che mi occorre»: cosí

dicevo ritenendo che in viaggio non avrei incontrato alcuno ostacolo. Ma

giunto a Quiévrain sulla frontiera del Belgio [21 settembre '40], appena

resi ostensibile a quel Commissario il mio passaporto mi disse che non

poteva piú inoltrarmi, mentre un ordine espresso del Ministero vietava

l'ingresso ai rifugiati politici. Invano gli feci conoscere che il

Ministro dell'interno signor Lebeau era consapevole della mia andata nel

Belgio; ma il Commissario non poteva né doveva mancare agli ordini

avuti: egli mi permise di scrivere al Ministro e s'incaricò egli stesso

di fargli pervenire la mia domanda. Scrissi in pari tempo a Spada, e

lasciato il mio bauletto nella camera del Commissario, che apparve

oltremodo cortese, col mio mantello sul braccio sinistro, coll'ombrello

m'avviai fuori del paese. A 30 passi di distanza mi posi a sedere

sull'orlo d'un fosso pensando ai casi miei: «Dove vado senza un soldo in

tasca? come potrò sostenere la fatica d'un viaggio che da qui a

Valenciennes non è corto? In ogni modo non havvi altro partito da

prendere»; e via con passo moderato per non stancarmi presto. Giunsi la

sera a Valenciennes: non ne poteva piú, e mi ficcai dentro alla prima

osteria che mi si presentò davanti agli occhi; cenai alla meglio e me ne

andai a letto. La mattina lasciai alla padrona dell'osteria il mio

tabarro, l'ombrello, quasi a garanzia del debito contratto la sera

antecedente, e le chiesi se in paese si trovava nessun emigrato

italiano. Mi disse di sí, ma non seppe indicarmi il suo indirizzo,

quindi mi fu d'uopo di recarmi in polizia, ove ebbi le necessarie

informazioni. L'italiano era un Piani di Faenza che mi accolse, sebben

non mi conoscesse che di nome, con una cortesia non comune; e al

racconto di quanto m'era avvenuto, aperse un cassetto del suo scrittoio

contenente varie monete con facoltà di servirmene. «No, io non ho

bisogno di denari, meno quei pochi soldi che saranno da pagarsi

all'osteria; ma di un ricovero sin che ho risposta da Bruxelles» e mi

tenne in sua casa come un fratello. La risposta non tardò molto a

venire, e col permesso di seguire il mio viaggio si aggiunsero denari.

A Bruxelles feci tosto conoscenza dei molti emigrati che ivi

stanziavano; fra i quali Gioberti che stava nel collegio privato di

Gaggio, ove aveva alloggio e vitto per la carica di professore che vi

esercitava: egli non usciva di casa che la sera, e lo vedevamo nel caffè

dei Tre Svizzeri; e non è a dire quanto ci riusciva grata la di lui

conversazione, e s'aggirava spesso sull'opera che allora componeva, _Il

primato d'Italia_. Di un altro degno patriota mi resi amico, del

colonnello Bianco, vero padre e benefattore degli emigrati: era tutto

cuore per essi, e pei molti debiti contratti, vedendo che la famiglia, a

cui tutti i suoi beni erano ceduti, non si prestava a pagarli si annegò

nel canale che è presso Bruxelles: il dolore fu immenso per tutti.

[LIII.] Vedendo che la promessa dell'impiego non sortiva alcun effetto e

non avendo piú alcuna risorsa, mi portai a Namur ove dimorava Spada, o

per meglio dire, dove signoreggiava Spada. Provvisto del sussidio

assegnato agli emigrati, eletto professore di lingua italiana

nell'Ateneo con un buon onorario, amico delle precipue famiglie, ben

visto e festeggiato dovunque, conduceva una vita da principe; ed io, che

conosceva gli scarsi, anzi scarsissimi meriti di Spada, non sapeva

rendermi di ciò ragione. Io credo che una causa di questo benessere

emergesse dalla sua abilità nel cantare: veniva a tal fine invitato in

tutte le conversazioni ed anche nelle accademie. Ma non seppe provvedere

ai miei bisogni e mi consigliò di stabilirmi a Mons, ricco paese

dell'Hainaut, dove non esisteva alcun italiano e poteva darsi lezioni

con profitto [dicembre '40]. Infatti, colle lettere che seppi

procurarmi, posi insieme vari scolari, tutti appartenenti alle precipue

famiglie del paese; ma mi accorgeva bene che prendevano lezioni non per

imparare l'italiano, ma per sovvenire ai miei bisogni.

[LIV.] Io non posso qui rattenermi dal ricordare la baronessa Enrichetta

De Leuze, amabilissima signora, fresca ed avvenente, ma di una

corporatura colossale, che non le toglieva però di essere snella come

una lepre. Ella conosceva già l'idioma italiano e lo parlava, avendo

soggiornato qualche tempo a Roma, ma per non smarrirlo leggeva e

traduceva _ex-abrupto_ ciò che aveva letto, ed io doveva correggerla

dove sbagliava. Essendo amantissima della musica italiana, spesso mi

toccava di stare al suo fianco, quando cantava in italiano, e farle

osservare dove la parola non era ben pronunziata. Mi aveva accordato una

piena facoltà di entrare nel suo gabinetto, anche quando non vi era. Un

mattino vidi aperto sopra il di lei tavolino un pugnale, magnifica arma

inglese, con manico d'avorio, guarnito di argento; io non lo mossi, e

quando entrò mi disse:

--Che ve ne pare di quell'arma?

--Bellissima.

--È l'arma prediletta degli Italiani.

--Esagerazioni. Si crede che ne facciano un uso sacrilego, ma s'adopera

di certo meno degli altri paesi d'Europa, o almeno, confrontando le

statistiche, l'Italia conta minori delitti degli altri popoli, e se

avesse un sistema politico quale ha il Belgio, sarebbe un modello di

saviezza.--E le rapportai diversi fatti che dové persuadersi di quanto

asseriva.

Un altro giorno mi porse un piccolo forziere, onde ponessi in assetto le

carte in esso rinchiuse, e nell'esaurire il mio incarico rinvenni un

rotolo di guillaume di oro, che equivalgono, credo, 21 franchi, che io

consegnai subito. Tutto ciò faceva per mettermi alla prova: col pugnale

volle vedere quali sentimenti io spiegava; coi danari sperimentare la

mia probità. Prima di lasciare il Belgio volle che rimanessi alcune

settimane nel suo casino di campagna, deliziosissimo luogo, a cui era

annesso un vasto bosco in cui potevasi esercitare ogni sorta di caccia,

e mi pregò di sceglierla per mia dimora, onde tener compagnia al di lei

vecchio padre, colpito di apoplessia. Ma il timore che si potesse

supporre che io accettassi per non essere rifuggito politico e non

compreso nell'amnistia, mi indusse a rinunziare l'offerta.

Di un altro scolare mi conviene far menzione, del principe de Merode,

capitano nelle truppe belghe e decorato della croce della legione e di

quella di Leopoldo. Io avrò occasione di parlare di lui in seguito.

Tutti i miei scolari mi usarono atti di benevolenza superiori al mio

merito, tra i quali il figlio del generale Duvivier e....., il quale

quasi ogni domenica mi veniva a prendere in carrozza per condurmi a

pranzo nella sua villeggiatura.

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 4 / 23 段