frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei
reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiamò due al suo servizio. Aiutato
dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il
Governo sciolse i consigli comunali e li formò di uomini abbietti, privò
di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati
sostituí i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto né del loro
sapere, né delle loro qualità; le università chiuse e gli studenti che
parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro
studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai
benevisi al Governo: e tutto ciò per estinguere l'influsso liberale.
[XLV.] Ma nel tempo che ciò operavasi sorgeva in Italia ed altrove, nel
posto della vecchia Carboneria, una nuova formidabile società col nome
di _Giovine Italia_, promossa da un giovane generoso, di profondo
ingegno, di volontà ferrea, tutto anima per rendere libera e
indipendente la patria: questo giovane chiamavasi Giuseppe Mazzini. Egli
esortò dapprima Carlo Alberto re di Sardegna a tentare la magnanima
impresa di sottrarre l'Italia dal giogo straniero austriaco, ma la
nobile proposta lo pose in sospetto di cospiratore, e per evitare i
danni che gliene potevano venire, emigrò in Francia. In Parigi si
accordò coi suoi compatrioti fuorusciti, e instituí la società col nome
di _Giovine Italia_; si eresse pure cogli stessi principi la _Giovine
Alemagna_, la _Giovine Ungheria_, e Mazzini fu eletto supremo regolatore
delle medesime. Un giornale col titolo della società stampavasi a Parigi
per scuotere l'inerzia del popolo; in esso dicevasi: «Ma parla, popolo,
cosa mai fanno i nostri nemici per sollevare la tua miseria? Supplica e
sarai deriso--lagnati, e ti getteranno in carcere--percuoti alle porte
di costoro per chieder pane, e ti lancieranno in volto una pietra--per
essi le ricchezze e i piaceri, per te le fatiche e le lagrime--per essi
gl'impieghi e gli onori, per te la servitú. Guardati intorno, o popolo;
vedi se esiste una terra al pari d'Italia benedetta da Dio, con i suoi
doni. Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire e ad
alimentare la tua famiglia--ma alcuni pochi la possiedono tutta, a te
non è lecito sperarne altra parte, oltre quella che servirà per la tua
sepoltura». Com'è ben da credere il Mazzini fu accusato di socialismo.
In seguito altri giornali apparvero nello stesso senso, uno col titolo
_Il precursore_ ed un altro in Londra col titolo _L'apostolato_. Questa
società si estese in tutta Italia, e vi divenne formidabile: perciò
incusse timore nel cuore dei principi e commosse altamente la corte di
Vienna, come ciò si rivela dalle note dirette da Metternich al cav.
Menz, incaricato di affari diplomatici a Milano, riportate in diverse
storie.
[XLVI.] In Ravenna ebbe l'incarico di formare una sezione della _Giovine
Italia_ il conte Francesco Lovatelli, il quale nell'assumerlo si
aggiunse per coadiutori Giovanni Montanari, Antonio Ghirardini e me. Ci
trovammo un giorno tutti insieme, per concertare il modo di erigerla, ma
poco tempo dopo io ed il Ghirardini fummo arrestati, né saprei dire come
si comportarono i miei due colleghi per dar esito alla faccenda. Seppi
però nelle carceri di Bologna, ove fui condotto unitamente ad altri
quattro cittadini, che il Lovatelli ricercato dalla polizia evase. Ora
m'è d'uopo di dar ragguaglio di quell'arresto per le particolarità che
presenta.
[XLVII.] L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16
dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai
Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica,
Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due
fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del
paese; né poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad
un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi,
scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna
all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermo di malattia di petto
contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe
altra destinazione che non saprei indicare.
[XLVIII.] Per me, che avevo già sofferto tre anni di carcere, essa non
mi sconcertò punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I
Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo
attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi
che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava
pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perché non aderiva
di lasciargli aperta la porta: «Siamo galantuomini, gridava, non
vogliamo già fuggire». In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed
io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che
facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse
dinanzi al commissario di polizia, il quale cosí alla buona senza tanti
complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intimò
«l'esiglio in perpetuo, sotto pene arbitrarie in caso di ritorno». I
miei compagni, già stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un
beneficio: il Ghiselli diede peró una famosa lavata di testa al
commissario, che se la sorbí senza proferir parola; ed io gli dissi che
l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena
gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei
procedimenti che la legge prescriveva; e che quindi rigettava l'invito
del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in
carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinché ritirassi il rifiuto
emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per
tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in
carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: «Noi ti
considereremo come un fratello; le cose possono cambiare, e l'esiglio
può essere di breve durata; ritira la rinuncia»; ciò che feci, e pochi
giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana [dicembre
'32].
Ci fermammo a Firenze, ma il Governo di quel ducato non ci permise di
stazionarvi; c'inoltrammo però a Lucca, ove i signori Donati Burlamacchi
ci installarono in un loro magnifico casino. Dopo tre mesi di
patriarcale dimora in quel deliziosissimo sito, ove d'inverno si godeva
l'aura di primavera, i due Boccaccini si resero in Baviera; ove colla
mediazione del conte Baccinetti, addetto al servizio di quella Corte,
ottennero la protezione di quel re, e nell'incontro ch'egli si recò a
Roma, li fece graziare dal Papa e l'esiglio per essi disparve. Ghiselli
e Della Scala ebbero il permesso di rimanere in Toscana; io e Ghirardini
ci dirigemmo in Francia. Il Ghirardini non mi fu dato mai di vederlo; so
che fu inviato al deposito di Mende con soli 30 franchi di sussidio al
mese: egli mi scrisse perché tentassi di fargli conseguire i 45 franchi
che gli altri emigrati percepivano, ed usai energiche pratiche in
proposito cogli amici di Parigi; e quando erasi sul punto di riuscire
nell'intento, mi pervenne la notizia della sua morte. Buon liberale,
fermo nei suoi principî, operò molto per la causa d'Italia: egli fu nel
1821 rinchiuso nel forte d'Ancona e, dopo quattro anni di prigionia
preventiva, condannato da Rivarola ad altri non pochi di galera; ma reso
libero pei successivi movimenti d'Italia, spiegò maggiore energia di
quella che aveva nel 1820. Io nel mio viaggio verso la Francia mi fermai
a Livorno, ove fui accolto con molta cortesia da Mayer e Bastogi, capi
della _Giovine Italia_, e questi mi consegnò diverse carte da porgere a
Mazzini a Marsiglia, le quali avviluppai nella fodera del mio cappello
e, colà giunto in assenza del Mazzini, consegnai ad un certo Bendandi,
addetto alla di lui casa. Il viaggio da Livorno a Marsiglia [marzo '33],
in una barcaccia carica di ossa che dovevano servire a raffinare
zuccheri, fu terribile, atteso che dinanzi alle isole Hyères fummo
investiti da un terribile temporale, che ci espose a divenire il pasto
dei pesci.
Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins [aprile '33] ove
esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio
concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra
risorsa che il sussidio del Governo, era trista: prelevato l'affitto,
l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di
vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli
appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a
che l'ora del pasto stava per suonare.
Capitò nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il
quale inveí oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione
negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che già in Marsiglia lo
espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta
l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura.
Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi
esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era
stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose
come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone,
accusate indegnamente di complicità nell'attentato di Rivarola; ed i
miei schiarimenti valsero a giustificarlo.
[XLIX.] La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed
eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi,
di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva
succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri
prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati
erano introdotti, ed i lamenti degli esclusi giovarono alla polizia per
iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero
scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna.
Da Moulins sino ad un certo punto si viaggiò in diligenza [giugno '33];
il Governo corrispose dieci soldi per ogni lega: poi si montò sopra un
battello a vapore che percorreva la Loira. Poco lungi da un paese
chiamato Ancenis si ruppe qualche cosa nel meccanismo del vapore, e
tutti i passeggieri dovettero far sosta ad Ancenis per accomodare il
vapore. Discesi a terra noi emigrati ed uniti insieme passeggiando per
le strade, si agglomerò una turba di gente con grida, fra le quali
quella di _morte ai San Simoniani_; allora consigliai agli amici di
entrare in una chiesa aperta, che ci era dappresso, ove giunti chiamai
il sagrestano e lo pregai, regalandogli alcuni soldi, di andare a
chiamare il Maire o Sindaco: la risoluzione fu buona, egli non tardò a
venire, gli si fece conoscere che noi eravamo emigrati italiani, inviati
dal governo in Bretagna, e nulla sapevamo di San Simonismo. Il Maire
uscí, disperse la turba, e fummo liberi d'andare all'osteria, ch'era di
fronte al battello, per soddisfare agli urgenti bisogni dello stomaco.
Nel mentre che si stava mangiando un boccone, eccoti tre individui di
sinistro aspetto; l'un di essi si levò il cappello, trasse fuori delle
cartucce e battendole sul tavolino, gridava: «C'est du poivre sur les
ennemis de la duchesse de Berry»: allora mi feci ardito e dissi in
francese, alla meglio che potei avendolo studiato in Ravenna da
Verlicchi, che noi non eravamo nemici della duchessa di Berry, ma
emigrati italiani inviati dal Governo in Bretagna. Allora la scena si
mutò d'aspetto, ci porsero da bere, e si rimase in loro compagnia sino
alla chiusura dell'osteria: noi andammo a dormire sulle panche del
battello. Giunti a Nantes [27 giugno] prima mia cura fu quella d'andare
a vedere il ripostiglio, ove la duchessa di Berry fu arrestata:
immaginatevi un bel camerino dentro una canna da camino, ove si poteva
stare con tutt'agio, ma dal momento che si accese fuoco nel camino
divenne un forno ardente, onde le fu d'uopo d'arrendersi senza perdere
un minuto di tempo. Da Nantes a Vannes, capoluogo del dipartimento del
Morbihan, se la mente non m'illude, mi pare che si facesse col cavallo
di san Francesco, a piedi, per mancanza di pecunia: da Vannes fummo
traslocati ad Auray, piccolo paese assegnatoci per deposito.
[L.] L'entusiasmo per la duchessa di Berry era indescrivibile in tutta
la Bretagna, e immenso l'odio contro il Governo di Luigi Filippo;
talmente che i soldati, che andavano in congedo e che transitavano per
quelle contrade, correvano pericolo di essere uccisi. L'avversione
cadeva pur anche su di noi; quando gli abitanti c'incontravano,
sputavano in terra tre volte e si facevano il segno della croce, per
disperdere l'influsso della scomunica, di cui dicevano essi essere noi
aggravati. In vista dell'odio del paese contro di noi nutrito, si pensò
di stare tutti uniti, e a tal fine si prese un'intera casa in affitto:
facevamo da noi la spesa e la cucina; i viveri in Bretagna costano meno
che nelle altre località, havvi abbondanza di burro, di formaggi, di
selvaggina e di pesce, specialmente di sardine, ma si beve male; per chi
non ha modo di comprare del bordò, la bibita ordinaria del paese è il
_cidre_ che è spremuto da pomi, bibita acida, cattiva allo stomaco
quando non è vecchia. Anche il clima non mi favoriva punto, perché umido
ed incostante a causa dell'influsso del vicino Oceano; perciò ero quasi
sempre ammalato.
[LI.] Era con noi un certo Piolanti, ufficiale del papa al tempo dei
movimenti del 1820, buon liberale addetto alla Carboneria. Fanatico per
la canina e per le buone bibite, sentivasi venir meno, dovendo ingoiare
quel pestifero _cidre_. «Perché, gli diss'io, non ricorri al re per un
sussidio, onde comprarti un poco di bordò? Noi abbiamo qui un buon
amico, che ne vende d'ogni sorta e che può farti star bene
nell'acquisto». Pensò alquanto sulla mia proposta e poi mi disse:
«Redigi tu l'istanza, sul tema del mal di stomaco». Lo esaudii tosto, e
via per la posta l'istanza. Trascorse piú d'un mese, senza avere alcuna
notizia, e già la concepita speranza svanivasi, quando un giorno il
Maire d'Auray annunziò a Piolanti che teneva a sua disposizione cento
franchi, elargitigli dal re. L'annunzio arrivò l'antivigilia
dell'anniversario della rivoluzione del 6 febbraro 1831; onde si risolse
di festeggiarlo, erogando una parte del dono in acquisto di bordò. Io mi
recai subito dal negoziante, credo che si chiamasse Ardoin, l'unico
liberale che ebbi a conoscere a Auray; combinai sul prezzo, sulla
quantità, gli dissi che trattavasi di solennizzare la memoria della
nostra rivoluzione, e lo invitai ad onorare colla sua persona il nostro
banchetto: ma non accolse l'invito, in vista forse di non compromettersi
cogli abitanti, che ci tenevano in conto di scomunicati, e di non essere
compreso fra esseri per loro tanto malevisi. Dopo la festa corsi a
pagare l'importo del vino, ma non vi fu modo di farglielo accettare;
egli persisteva a dire: «Lasciate che io abbia la soddisfazione di
concorrere alla gioia da voi giustamente provata». Ma la maggior gioia
l'ebbe l'amico beneficato, a cui restò l'intero beneficio, erogato in
breve tempo nella bibita a lui prediletta.
Intanto il deposito di Auray diminuivasi ogni giorno per trasferimenti
accordati a chi li chiedeva. Tra i traslocati annoveravasi il
corrispondente di Mazzini, che lasciò a me le funzioni che gli
spettavano, e le assunsi col nome di Pietro Borna. Era il momento della
spedizione di Savoia e Mazzini instava che colà si corresse. Ma con
quali mezzi sostenere la spese di un sí lungo viaggio? Come
intraprenderlo senza passaporto? Io pur domandai di essere inviato nel
centro della Francia, e mi scelsero per luogo di dimora Dijon, magnifica
città, antica sede dei duchi di Borgogna, e dove già esisteva un altro
deposito di Piemontesi e Modanesi. Io aveva in animo di lasciar da parte
Dijon, e di accostarmi alla Savoia, ma seppi in cammino che la
spedizione era andata a male; quindi avanzai il passo al paese
destinatomi, in cui dimorai varî anni [febbraio 1834-agosto 1840]. Poi
ebbi lettera da Antonio Spada, che dalla Svizzera si stabilí nel Belgio,
offrendomi un buon impiego nella tipografia Haumann, per correggere
opere latine ed italiane; onde rinunciai al soccorso di Francia e andai
a Bruxelles.
[LII.] Sempre fornito di pochi mezzi, pagai l'importo della diligenza
sino a Bruxelles e la borsa rimase affatto in secco. «A me basta
arrivare a Bruxelles, ove troverò tutto quello che mi occorre»: cosí
dicevo ritenendo che in viaggio non avrei incontrato alcuno ostacolo. Ma
giunto a Quiévrain sulla frontiera del Belgio [21 settembre '40], appena
resi ostensibile a quel Commissario il mio passaporto mi disse che non
poteva piú inoltrarmi, mentre un ordine espresso del Ministero vietava
l'ingresso ai rifugiati politici. Invano gli feci conoscere che il
Ministro dell'interno signor Lebeau era consapevole della mia andata nel
Belgio; ma il Commissario non poteva né doveva mancare agli ordini
avuti: egli mi permise di scrivere al Ministro e s'incaricò egli stesso
di fargli pervenire la mia domanda. Scrissi in pari tempo a Spada, e
lasciato il mio bauletto nella camera del Commissario, che apparve
oltremodo cortese, col mio mantello sul braccio sinistro, coll'ombrello
m'avviai fuori del paese. A 30 passi di distanza mi posi a sedere
sull'orlo d'un fosso pensando ai casi miei: «Dove vado senza un soldo in
tasca? come potrò sostenere la fatica d'un viaggio che da qui a
Valenciennes non è corto? In ogni modo non havvi altro partito da
prendere»; e via con passo moderato per non stancarmi presto. Giunsi la
sera a Valenciennes: non ne poteva piú, e mi ficcai dentro alla prima
osteria che mi si presentò davanti agli occhi; cenai alla meglio e me ne
andai a letto. La mattina lasciai alla padrona dell'osteria il mio
tabarro, l'ombrello, quasi a garanzia del debito contratto la sera
antecedente, e le chiesi se in paese si trovava nessun emigrato
italiano. Mi disse di sí, ma non seppe indicarmi il suo indirizzo,
quindi mi fu d'uopo di recarmi in polizia, ove ebbi le necessarie
informazioni. L'italiano era un Piani di Faenza che mi accolse, sebben
non mi conoscesse che di nome, con una cortesia non comune; e al
racconto di quanto m'era avvenuto, aperse un cassetto del suo scrittoio
contenente varie monete con facoltà di servirmene. «No, io non ho
bisogno di denari, meno quei pochi soldi che saranno da pagarsi
all'osteria; ma di un ricovero sin che ho risposta da Bruxelles» e mi
tenne in sua casa come un fratello. La risposta non tardò molto a
venire, e col permesso di seguire il mio viaggio si aggiunsero denari.
A Bruxelles feci tosto conoscenza dei molti emigrati che ivi
stanziavano; fra i quali Gioberti che stava nel collegio privato di
Gaggio, ove aveva alloggio e vitto per la carica di professore che vi
esercitava: egli non usciva di casa che la sera, e lo vedevamo nel caffè
dei Tre Svizzeri; e non è a dire quanto ci riusciva grata la di lui
conversazione, e s'aggirava spesso sull'opera che allora componeva, _Il
primato d'Italia_. Di un altro degno patriota mi resi amico, del
colonnello Bianco, vero padre e benefattore degli emigrati: era tutto
cuore per essi, e pei molti debiti contratti, vedendo che la famiglia, a
cui tutti i suoi beni erano ceduti, non si prestava a pagarli si annegò
nel canale che è presso Bruxelles: il dolore fu immenso per tutti.
[LIII.] Vedendo che la promessa dell'impiego non sortiva alcun effetto e
non avendo piú alcuna risorsa, mi portai a Namur ove dimorava Spada, o
per meglio dire, dove signoreggiava Spada. Provvisto del sussidio
assegnato agli emigrati, eletto professore di lingua italiana
nell'Ateneo con un buon onorario, amico delle precipue famiglie, ben
visto e festeggiato dovunque, conduceva una vita da principe; ed io, che
conosceva gli scarsi, anzi scarsissimi meriti di Spada, non sapeva
rendermi di ciò ragione. Io credo che una causa di questo benessere
emergesse dalla sua abilità nel cantare: veniva a tal fine invitato in
tutte le conversazioni ed anche nelle accademie. Ma non seppe provvedere
ai miei bisogni e mi consigliò di stabilirmi a Mons, ricco paese
dell'Hainaut, dove non esisteva alcun italiano e poteva darsi lezioni
con profitto [dicembre '40]. Infatti, colle lettere che seppi
procurarmi, posi insieme vari scolari, tutti appartenenti alle precipue
famiglie del paese; ma mi accorgeva bene che prendevano lezioni non per
imparare l'italiano, ma per sovvenire ai miei bisogni.
[LIV.] Io non posso qui rattenermi dal ricordare la baronessa Enrichetta
De Leuze, amabilissima signora, fresca ed avvenente, ma di una
corporatura colossale, che non le toglieva però di essere snella come
una lepre. Ella conosceva già l'idioma italiano e lo parlava, avendo
soggiornato qualche tempo a Roma, ma per non smarrirlo leggeva e
traduceva _ex-abrupto_ ciò che aveva letto, ed io doveva correggerla
dove sbagliava. Essendo amantissima della musica italiana, spesso mi
toccava di stare al suo fianco, quando cantava in italiano, e farle
osservare dove la parola non era ben pronunziata. Mi aveva accordato una
piena facoltà di entrare nel suo gabinetto, anche quando non vi era. Un
mattino vidi aperto sopra il di lei tavolino un pugnale, magnifica arma
inglese, con manico d'avorio, guarnito di argento; io non lo mossi, e
quando entrò mi disse:
--Che ve ne pare di quell'arma?
--Bellissima.
--È l'arma prediletta degli Italiani.
--Esagerazioni. Si crede che ne facciano un uso sacrilego, ma s'adopera
di certo meno degli altri paesi d'Europa, o almeno, confrontando le
statistiche, l'Italia conta minori delitti degli altri popoli, e se
avesse un sistema politico quale ha il Belgio, sarebbe un modello di
saviezza.--E le rapportai diversi fatti che dové persuadersi di quanto
asseriva.
Un altro giorno mi porse un piccolo forziere, onde ponessi in assetto le
carte in esso rinchiuse, e nell'esaurire il mio incarico rinvenni un
rotolo di guillaume di oro, che equivalgono, credo, 21 franchi, che io
consegnai subito. Tutto ciò faceva per mettermi alla prova: col pugnale
volle vedere quali sentimenti io spiegava; coi danari sperimentare la
mia probità. Prima di lasciare il Belgio volle che rimanessi alcune
settimane nel suo casino di campagna, deliziosissimo luogo, a cui era
annesso un vasto bosco in cui potevasi esercitare ogni sorta di caccia,
e mi pregò di sceglierla per mia dimora, onde tener compagnia al di lei
vecchio padre, colpito di apoplessia. Ma il timore che si potesse
supporre che io accettassi per non essere rifuggito politico e non
compreso nell'amnistia, mi indusse a rinunziare l'offerta.
Di un altro scolare mi conviene far menzione, del principe de Merode,
capitano nelle truppe belghe e decorato della croce della legione e di
quella di Leopoldo. Io avrò occasione di parlare di lui in seguito.
Tutti i miei scolari mi usarono atti di benevolenza superiori al mio
merito, tra i quali il figlio del generale Duvivier e....., il quale
quasi ogni domenica mi veniva a prendere in carrozza per condurmi a
pranzo nella sua villeggiatura.