dal generale Mengen, avanzarono, secondo gli ordini del generale Geppert
comandante in capo della spedizione, sino a Rimini; ivi l'avanguardia
degli insorti numerosa di 1500 uomini, in parte soldati di linea e in
parte volontari ravennati capitanati da Apollinare Santucci, fece fronte
al nemico con un coraggio ammirabile tanto che dové esso per due volte
retrocedere. È qui da rimarcarsi che i soldati pontifici condotti in
Ravenna da Invernizzi e che entrarono nel rango degli insorti, si
batterono come leoni, e il loro capitano Carlo Armari cadde prigioniero
di guerra. Sopragiunse poscia tutto l'esercito austriaco e si rinnovò la
pugna con maggiore accanimento (25 marzo) per quattro ore circa; poi non
potendo il corpo degli insorti sostenere piú oltre il cozzo del nemico,
tanto sproporzionato, si ritirò verso Ancona. Gli Austriaci contarono
morti e feriti, fra i quali il duca di Lichtenstein; niun italiano di
nome e di vaglia perí fra gli Italiani, ma Ravenna ebbe a deplorare la
perdita di due de' suoi cittadini, un certo Baccarini e Domenico Zotti
che aveva lasciato da poco tempo le vesti da chierico per correre alla
difesa della patria.
E Sercognani dov'era? che cosa operava per la santa causa assunta? Ei si
ritrasse colla sua legione a Spoleto, dove la disarmò e la sciolse, e le
armi furono prese in consegna dal vescovo G. Maria Mastai, or Pio IX. Ma
non doveva egli condurla ad Ancona, aggiungerla ai prodi che avevano
resistito con tanto coraggio al nemico in Rimini e rinforzare i loro
battaglioni e disporsi ad un assedio che poteva con una capitolazione
procurare loro patti favorevoli? Si vociferò che il Sercognani avesse
intascato dodicimila scudi dal Governo pontificio per tale scioglimento;
non si addussero prove all'uopo, ma il di lui procedere appariva con
tutti i sintomi di tradimento. Anche i capi del Governo si dimisero con
troppa sollecitudine, e Zucchi dové pur congedare le sue truppe. I piú
compromessi s'imbarcarono per le Isole Ionie, ma vennero catturati da
due legni austriaci, che li menarono prigionieri in Venezia: nel 22
aprile furono liberi di recarsi dove avevano disposto di andare prima
del loro arresto. Il figlio del prefetto Poggi voleva trarmi secolui
nella fuga, ma io volli attenermi ai consigli del conte Eduardo Fabbri
che trovavasi esso pure in Ancona, il quale mi indusse a ritornare a
Ravenna.
[XXXIII.] Prima della loro partenza i membri del depresso Governo
rivoluzionario avevano conchiuso col Legato Benvenuti, scarcerato alcuni
giorni prima, una formale capitolazione, colla quale nel giorno 26
[marzo '31] si stabiliva che niuno sarebbe stato molestato pei trascorsi
fatti, che agli esteri concedevasi piena facoltà di uscire dallo Stato,
che gl'impiegati in paga sino dal 4 febbraro, epoca in cui s'iniziò la
rivoluzione, non soffrirebbero alcun danno nei loro diritti e che i
militari rimettendo la coccarda pontificia continuerebbero il loro
servizio. Fra i membri del Governo provvisorio decaduto il solo Mamiani
ricusò di approvare questa capitolazione, e non venne corredata dalla
sua firma. Rimessa la capitolazione alla sanzione del Sovrano, egli la
disapprovò interamente con editto del 5 aprile, perché lasciava
«illesi», dichiarava il Papa in quell'atto stesso, «illesi gli elementi
della ribellione» e «non ne sospendeva che momentaneamente gli effetti,
che tanto piú ruinosi si sarebbero risentiti appena fosse mancato quel
che ne arrestava il vorticoso torrente», l'aiuto austriaco; e con
successivo editto di Bernetti furono «sciolti i corpi militari di
qualsivoglia arma, ... stazionati nelle provincie in cui poi si estese
la ribellione». Quindi il Governo trovandosi senza truppa propria credé
utile di instituire la Guardia civica, e con notificazione 30 marzo del
conte Carlo Arrigoni, capo o gonfaloniere del municipio ravennate, si
fece conoscere che per ordine superiore era soppressa la Guardia
nazionale, a cui veniva sostituita una Guardia civica sino a che il
Governo fosse in grado di fornire la città di una guarnigione,
necessaria al mantenimento del buon ordine, e in pari tempo esponeva che
il comando della medesima era affidato al signor conte Gabriele Rasponi,
coadiuvato dagli aiutanti Battista Santucci e Nicola Dall'Agata. Poco
tempo dopo io fui aggiunto ai medesimi in qualità di segretario del
Colonnello. Con altro avviso del cav. Federico Rasponi, elevato alla
dignità di Delegato pontificio, s'inculcò ad ogni cittadino dai 20 ai 50
anni l'adempimento dei doveri che questa instituzione prescriveva.
Intanto che procuravasi di dare un regolare assetto al presidio civico e
che impedivasi nel miglior modo possibile il conflitto dei partiti per
le passioni ancor vive mosse dai passati eventi, il Governo pontificio
raccoglieva in Rimini dagli ergastoli e da ogni altro luogo di pena il
personale dell'esercito che intendeva di regalare alle Romagne per
tenerle in soggezione, affidandone il comando al colonnello Bentivoglio.
Il malanimo che sorse da tal procedere è indescrivibile, e sin da
principio si risolse d'opporsi anche colle armi all'invasione di tanta
canaglia. Ma, come al solito, si cianciava molto e si agiva poco. Oltre
di ciò una piaga corrodeva sempre il corpo della civica ed era quella
della sostituzione, cioè la facoltà data ai militari di farsi sostituire
nel servizio che gli spettava dal primo mascalzone che gli si
presentava; cosicché il peso del servizio era a carico di chi non aveva
mezzi, e la civica diveniva un corpo di mercenari i piú abbietti. Piú
volte potei io stesso verificare che sopra venti militi di guardia alla
piazza due terzi erano di sostituzione e che accorrevano con zelo a solo
fine di guadagnarsi un tozzo di pane pel giorno prossimo. Dei
regolamenti non si mancò di farne. Il gonfaloniere Giovanni Lovatelli
emanò quello che dal Prolegato Arrigoni gli fu trasmesso nel luglio, al
quale fecero seguito le necessarie norme disciplinari. Ma tutto con poco
buon esito, perché mancava quell'entusiasmo che è il solo idoneo ad
avvivare una instituzione. A ciò si aggiungano le dissensioni che
insorsero per la proposta fatta ai civici di adottare la coccarda
pontificia. Chi può enumerare le adunanze che si tennero nei diversi
capi di provincia per tale insulso soggetto? Chi può notare le proteste,
gli indirizzi che si pubblicavano in proposito, ed i reclami contro
l'introduzione in Romagna delle truppe papaline che si organizzavano a
Rimini? Le stampe per siffatta materia piovevano giú dirottamente. Ma il
Bentivoglio non isconcertavasi punto, ed aveva già razzolato nelle
galere un buon numero di commilitoni.
[XXXIV.] Un altro eroe papalino sorse a favorire gli arruolamenti,
Gaspare Graziosi. Costui in un proclama diretto agli Albanesi e ai
Tuscolani esclamava: «Su presto correte ad arruolarvi--noi vivremo
insieme--voi non sarete comandati che dal vostro Gaspare. Qual piacere
lo stare tra voi a cantare la tarantella? Noi andremo a baciare quel
sacro piede da cui emana l'assolutoria dei peccati _in aeternum_»; e con
altre corbellerie di questo genere aveva già raccolte piú centinaia di
uomini. Che spirito militare dovevano avere coloro che si arrendevano a
tali esortazioni?
[XXXV.] Ben conoscendosi dalle autorità l'irregolare andamento della
civica, si prescrisse la presentazione dei documenti comprovanti i
titoli che esimevano dal servizio, lasciando però in essere la tassa di
sostituzione, e si costituí una commissione di riforma, la quale valse a
riparare molti difetti. Inoltre, trovandosi insufficiente al servizio di
polizia e dei tribunali la forza civica, si formò una compagnia speciale
di militi della provincia. Ma non tenevasi di mira l'oggetto principale,
quello di approfittare del beneficio di avere le armi per tentare di
conseguire quello che veniva ricusato, savie riforme che
corrispondessero ai bisogni dei popoli; e per riuscire nell'intento
conveniva organizzare una Guardia mobile composta di tutti quei giovani
che erano animati da veri sentimenti liberali, dar loro per capi degli
uomini rivoluzionari, non degli aristocratici paurosi ed inetti,
ravvivare il loro spirito, non con ridicole riviste, ma coi mezzi che il
patriotismo inspira, e armarli di tutto punto. Con tante colonne mobili
militari disposte all'azione quanti sono i paesi di Romagna, la corte di
Roma non avrebbe pensato ad ingannarla una seconda volta con editti
pomposi, né osato di prometterle con essi un'êra novella. I reclami e le
proteste avanzate contro le disposizioni emanate da Roma col falso
titolo di benefiche riforme civili furono innumerevoli, ma se invece di
scritti si fosse ricorso alle armi l'affare avrebbe presto cambiato
d'aspetto. Una stampa pubblicata in tale incontro diceva: «L'êra novella
promessa ai sudditi pontifici ed ai gabinetti d'Europa, vedetela nei
seguenti atti: 1º. Chiusura delle università; 2º. aumento del quarto
della tassa prediale; 3º. la Sacra Inquisizione conservata nella
procedura criminale all'art. 24 dell'editto 3 novembre 1831».
[XXXVI.] Invano Chateaubriand faceva conoscere in un suo aureo opuscolo
a Gregorio XVI «che i Papi perdettero la loro possanza in quel dí che
cessarono di essere guelfi e di sostenere la libertà italiana per
diventar papi ghibellini, papi tedeschi; che la dignità papale divenne
possente quando si fondò sul popolo; oppresso il popolo, fu debole e
disprezzata.» E lodando le virtú di Gregorio XVI gli diceva: «Se le arti
belle ebbero un Leone? perché la libertà non avrà anche essa un Leone?»
Ma tutto ciò non poteva far breccia nell'animo di Gregorio, sebbene
l'insinuazione gli venisse da un uomo di una fama europea, tipo del vero
cristiano nel senso del vangelo, perché il papa erasi lanciato a briglia
sciolta nella carriera del dispotismo.
[XXXVII.] Le querele dei Romagnoli contro le riforme accordate si
avvivavano di giorno in giorno, atteso che non mettevano alcun riparo ai
mali da cui erano oppressi, anzi gli artifici della Corte romana erano
diretti ad accrescerli: proposero quindi un nuovo sistema, valevole a
migliorare la loro condizione. Queste querele vennero prese in
considerazione dai rappresentanti delle principali potenze di Europa
residenti in Roma, i quali dietro l'assenso dei loro sovrani compilarono
in un solenne _memorandum_ le norme che il Governo pontificio doveva
adottare pel bene dei suoi sudditi, per appagare i loro giusti reclami e
per sedare le perturbazioni [10 maggio '31].
Ma il papa rimase irremovibile di non tramutare il Governo da assoluto
in consultivo, come gli si proponeva nel _memorandum_, e da
ecclesiastico in laico per la suggerita intromissione nei pubblici
affari anche di persone non addette al chiericato; e Bernetti, stando
sui generali, fece intendere ai ministri esteri che non sarebbesi
mancato di operare ogni bene possibile. Già per addimostrare le buone
disposizioni del Governo e quanto fosse proclive alla clemenza, amnistiò
chi aveva preso parte alla insurrezione; da tale beneficio ne furono
solamente esclusi 38, e fra questi notavasi il nostro dottor Sebastiano
Fusconi. Ma tutte le speranze che aveva destate il _memorandum_
svanirono colla promulgazione del Motu-proprio del 5 luglio, il quale
non ammetteva alcuno dei provvedimenti proposti e tutto concentravasi
nell'autorità sovrana: ad essa la nomina dei consiglieri municipali, ad
essa l'approvazione degli oggetti da trattarsi in consiglio, ad essa la
conferma della nomina degli impiegati, ad essa l'eleggere un
rappresentante che assistesse alle sessioni consigliari, ad essa il
concedere la esecuzione delle deliberazioni dei consigli provinciali. E
i ministri delle potenze estere? i fautori del _memorandum_? si
mostrarono di ciò paghi. Solamente l'inglese Seymour insisteva per la
esecuzione di quanto erasi concertato; ma fu tempo perduto. In pari
tempo, dietro eccitamento della Francia, gli Austriaci sgombrarono le
provincie insorte. Nuove perturbazioni non tardarono a rinnovarsi, non
già per abbattere il restaurato Governo pontificio, ma per conseguire
quelle libere instituzioni che erano nel desiderio di tutti.
[XXXVIII.] Molti male intenzionati ravennati, approfittando di tali
convulsioni, progettarono di assalire la Guardia e l'ufficio civico, di
disarmarla e di rendersi arbitri della forza cittadina; con quale scopo,
l'ignoro. In assenza del conte Francesco Rasponi, sostituito al conte
Gabriele Rasponi nel comando civico, la reggeva il capobattaglione conte
Francesco Lovatelli, quando si tentò di eseguire l'assalto. Ma la di lui
avvedutezza ed energia, secondato da vari ufficiali civici, fecero
mancare il perverso progetto, e gli assalitori furono presi e carcerati.
Dal nome del loro capo Gaetano Tarroni, uomo di niun conto e cuoco
avventuriere, ebbero i sediziosi il nome di Tarroniani. Essi meditavano
il colpo nella locanda dei Tre ferri, e da questo luogo traversando la
piazzetta dei Tedeschi dovevano penetrare inosservati nel palazzo
governativo, e mentre che una parte degli assalitori disarmava la
sentinella e impadronivasi del quartiere, l'altra doveva salire le
scale, invadere l'ufficio, posto al primo piano del suddetto palazzo, ed
installarsi in esso; ma, come dissi, il progetto andò fallito, perché
già si stava pronti a respingere l'attacco di cui si era avuto contezza.
Io mi ricordo che nell'incontrar gli assalitori nel punto che entravano
nella Tesoreria, pel portone che è presso la posta delle lettere, sentii
una voce che disse: «Lascialo stare, non è compreso fra i cappellani»:
era questo il nome che attribuivasi agli ufficiali della civica. È pure
da notarsi che nell'ora dell'assalto la sentinella spettava all'uomo il
piú pacifico che fosse in Ravenna, a Prospero Di Rosa, che con sorpresa
di ognuno seppe opporre una energica resistenza a chi lo voleva
disarmare nè riuscí nell'intento. Il Lovatelli pubblicò tosto un ordine
del giorno di lode ai civici, che sventarono la congiura dei malevoli, e
ai gendarmi, che concorsero al mantenimento della tranquillità pubblica.
Il Consiglio di disciplina prese ad esame il fatto del Tarroniani ed
espose colle stampe l'opinamento da esso emesso, in cui si dichiarava
che «il fatto in sua origine era di natura tale che superava la
giurisdizione del Consiglio di disciplina in qualità di tribunale
civico», e si proponeva di agire in senso «di moderazione verso i
detenuti e per servigi prestati alla civica e per essere alcuni di essi
aggravati di prole.» Si ritenne che l'attentato dei Tarroniani fosse un
maneggio dei preti colla mira di far insorgere il loro partito e di
agevolare l'ingresso dei papalini nella Romagna, attentato già operato
in Bologna e in Forlí in relazione al brigantaggio armato che era nei
vóti del Governo.
[XXXIX.] Continuando l'agitazione avvivata dal rifiuto di concedere le
reclamate instituzioni e di sciogliere il corpo dei papalini raccolto a
Rimini, si tenne un congresso a Bologna [22 agosto] di personaggi
autorevoli ed influenti delle provincie romagnole, ed ivi Ravenna fu
rappresentata dal conte Desiderio Pasolini e dall'avvocato Girolamo
Rasi. In esso si risolse d'instare presso il Sovrano che sospendesse
l'editto del 5 luglio, che vietasse l'inoltro dei papalini in Romagna e
che si curasse il completo armamento della Guardia civica. Ma i deputati
spediti a tal uomo a Roma niun profitto trassero dalla loro missione;
onde crescendo il malanimo tanto da temere un secondo sconvolgimento, il
papa (gennaio 1832) trattò di nuovo coll'Austria per un intervento, che
l'ebbe senza contratto. Lord Seymour, incaricato inglese che non assentí
alla volontà del papa, si ritirò da Roma [settembre '32], inviando una
nota agli altri ministri diplomatici, la quale giustificava pienamente
il suo rifiuto.
Risoluto il papa di togliere dalle Romagne ogni ulteriore contrasto e di
ridurle ad una cieca obbedienza, conferí al cardinale Albani la
direzione ed il comando del suo esercito, non che la dignità di
Commissario straordinario sui paesi che doveva invadere coll'aiuto delle
truppe austriache. L'ingresso dell'Albani e dei suoi militari venne
annunziato dal cardinale Bernetti [14 gennaio '32] e da lui stesso con
pomposi manifesti, sempre compilati con quel gesuitismo proprio del
padrone che ambedue servivano.
I Romagnoli, alieni da urti micidiali contrari a quei sensi di amor
fraterno che devono sussistere tra le persone dello stesso Stato,
diressero alle truppe pontificie espressioni di concordia, onde non
venissero con essi alle mani e si evitasse una guerra civile, tanto
disonorevole a popoli lanciati nella via del progresso. Ma non avendo
avuto le loro esortazioni alcun buon risultato, come attendevano,
corsero essi pure alle armi, ma in poco numero; mentre in gran parte,
spaventati dall'intervento austriaco, si rattennero dal soccorrere la
nobile impresa. Lo scontro ebbe luogo sul monte di Cesena, ove sorge il
monastero di San Benedetto: la zuffa fu accanita, ma breve; i Romagnoli
superati dal numero dei papalini dovettero retrocedere e disperdersi [20
gennaio '32]. Le gesta dei vincitori furono quali si convenivano a gente
da galera, rei di ogni sorta di delitti. Senza aver riguardo alla
qualità delle persone, dei luoghi e delle cose, manomisero chiese,
private abitazioni, e commisero omicidi i piú bestiali. Nel palazzo
Guidi di Cesena vi uccisero domestici, marito e moglie. Nel sotterraneo
della cappella della chiesa del Monte trovarono un certo Viviani, che
tenevasi astretto a una croce, come ad egida sicura: fu trafitto da
parte a parte. In Forlí commisero [21 gennaio], eccessi inauditi, piú
perversi di quelli che commisero i barbari del medioevo; ivi molti
caddero morti, moltissimi feriti, e l'eccelso cardine della chiesa,
l'uomo di pace e di misericordia, entrò trionfante in Forlí, bagnata del
sangue di tanti innocenti cittadini, ed ebbe l'impudenza di darsi il
nome di pacificatore e benefattore delle Romagne. In Ravenna pure la
banda del colonnello Zamboni [7 febbraio] si pose a percorrere di sera
le strade offendendo in chi si abbattevano; essi stessi uccisero il loro
capitano Bernardini, che tentava di ricondurli alla caserma, e nelle
loro selvagge scorrerie rimase morto un onesto operaio di nome
Antonelli, che dalla propria casa recavasi al forno ove lavorava. Ma
Ravenna si scosse, chiamò in città le guardie civiche che erano ai
cordoni sanitari, e i Zamboniani si rinchiusero in caserma e di notte
avanzata se la svignarono di nascosto. Nel giorno seguente giunsero gli
Austriaci, i quali furono accolti come liberatori dopo gli eccessi usati
dai papalini. Se invece di conferenze, di proteste e d'indirizzi, torno
a ripetere, si fosse messo insieme un buon corpo di civici, ben armato e
disposto all'azione, sarebbe tutto ciò avvenuto? no, di certo.
[XL.] Al suo arrivo in Bologna il cardinale Albani sciolse la Guardia
civica ed ordinò la consegna di ogni sorta d'armi, e, presi per
consiglieri un Canosa, direttore della polizia dello Stato modenese, ed
un Marschall, colonnello austriaco, proscrisse con un bando severo le
società segrete, impose un prestito forzato di 200 mila scudi, creò ad
arbitrio magistrature e consigli comunali ed emanò altre disposizioni
tiranniche; onde molti esularono.
[XLI.] Il conte Francesco Rasponi nel ritirarsi dal comando civico, in
seguito delle disposizioni di Albani, emanò un ordine del giorno, con
cui lodava il lodevole contegno tenuto in ogni incontro dai militi da
lui dipendenti ed esprimeva loro la gratitudine del paese, e finiva col
dire che non avrebbe omesso di essere giovevole alla patria. Egli era
aristocratico e prepotente, vizi originari della sua famiglia, ma seppe
al bisogno rendersi popolare ed ebbe sempre la cautela di non adottare
alcuna risoluzione senza prima consultare il parere della civica, e ciò
affinché la responsabilità non piombasse intera sopra le di lui spalle.
Anche il Prolegato Carlo Arrigoni diresse ad ogni civico i piú vivi
ringraziamenti per gli utili servizi prestati alla patria.
[XLII.] La Francia intanto per controbilanciare l'influenza degli
Austriaci nelle Romagne, i quali si erano resi alquanto benevisi dopo le
enormità usate dai papalini e si tenevano in buono accordo coi
cittadini, forse colla mira di aggiungerle ai dominî lombardi, ordinò
una spedizione in Ancona. Esultarono i Romagnoli, divenuti già immemori
dell'inganno del non intervento, e non pensarono che l'occupazione
d'Ancona era diretta a consolidare maggiormente l'autorità pontificia.
La spedizione constava di 1800 uomini, comandati dal generale Cubières,
il quale per via di terra erasi trasferito a Roma, onde prendere col
pontefice gli opportuni accordi in proposito. Ma la squadra arrivò al
suo destino prima che Cubières vi entrasse. Ciò non impedí che il
capitano Combes non penetrasse in Ancona e non invitasse il comandante
della fortezza a concedergliene l'ingresso. Né il Lazzarini né il
Prolegato Fabrizi avevano istruzioni in proposito, non poterono annuire
all'invito di Combes. Ma il colonnello Ruspoli, comandante delle milizie
ivi stanziate, si arrese ed ammise i Francesi nella cittadella, che
presero nelle mani le redini del Governo [24 febbraio '32].
[XLIII.] Il papa all'annunzio della presa di Ancona si risentí
dell'aggressione dannosa agli interessi del suo Stato, protestò contro
l'adoperata violazione del suo territorio, instò perché i Francesi
lasciassero liberi i luoghi da essi occupati. Ma tutto ciò non valse a
rimuoverli dal loro assunto, e si davano cura di far credere che erano
venuti in Italia per liberarla dal giogo che le pesava sul collo. Si
dischiusero le carceri a detenuti politici; patriottici canti in ogni
lato; gli animi si concitarono non solo in Ancona, ma bensí nelle
Romagne. Chi non si stimava sicuro nel proprio paese annidavasi in
Ancona, ed era ben accolto ed ammesso in una legione instituita pel buon
ordine del paese, il cui comando venne affidato a Nicola Ricciotti. Ma
venuto Cubières in Ancona, il vero oggetto della spedizione si appalesò
alla mente anche dei piú illusi. Vietò i canti e le riunioni nelle vie
[12 marzo]; chi non era di Ancona dové partire; molti ivi rifugiati
furono tratti in Corsica ed arruolati nella legione straniera; e
rimandati in Francia Combes e Gallois che avevano suscitato lo spirito
di libertà. Intanto dal canto suo il conte di St. Aulaire assicurava [15
aprile] Bernetti che il Governo francese professava una «perfetta
amistà» alla Santa Sede e che «gli elementi della politica francese in
Italia» erano sempre gli stessi: la conservazione dell'autorità
temporale del papa, dell'integrità e della indipendenza de' suoi Stati»;
e quindi il papa aderí di buon cuore alla dimora dei Francesi in Ancona,
che fu regolata con determinate condizioni. Dopo tutto ciò accrebbero le
ire contro i Francesi e contro il Governo papale. Si tentò di uccidere
un certo Origo, colonnello dei gendarmi; si uccisero soldati francesi e
soldati del papa; trafitto da vari colpi, cadde morto il gonfaloniere
Bosdari: spavento generale. Energiche misure adottò Cubières: due rei
dei fatti avvenuti furono fucilati, altri condannati alle galere; e
nello stesso tempo il Pontefice lanciava la scomunica contro coloro che
congiuravano a danno della sua autorità.
[XLIV.] Ansioso il papa di acquistare una piena autorità, come i suoi
antecessori l'avevano esercitata nei tempi addietro, cioè senza il
concorso di forze straniere, venne consigliato di formare esso pure una
sètta di fedeli alla Santa Sede, che paralizzasse quella dei patrioti e
che suo scopo fosse di abbatterli ed esterminarli. Ad un certo G. B.
Bertolazzi fu dato l'incarico di organizzarla; a seconda dell'ordine del
giorno da esso emanato nel 1º settembre 1832, questa congrega ascendeva
a 50 mila uomini distinti col nome di Centurioni: in esso atto chiamava
i liberali partigiani, sanguinari, rivoltosi, sovversivi, nemici di ogni
principio religioso, atei, imbrutiti, intenti a dissolvere i vincoli
della società umana. La sètta aveva nelle Marche e nelle Romagne una
direzione generale con parziali presidenze sul tesoro, sulla giustizia e
sulla guerra; dieci _comandi_ formavano una _divisione_, ogni _comando_
componevasi di 12 _centurie_, ogni _centuria_ di 10 o 12 _decurie_, ogni
_decuria_ di 10 o 12 _volontari_. Il papa accordò loro molti privilegi,
specialmente quello di portar armi d'ogni sorta. Alla condotta
scellerata dei Centurioni sono da attribuirsi gli omicidi che afflissero
in quei tempi le Romagne. Le città piú conturbate dalle loro, azioni
furono Lugo, Imola e Faenza, ma quest'ultima in particolar modo
dilaniata: havvi chi ha asserito che in Faenza il numero dei morti ed
uccisi ascese ad ottocento; in Russi spensero un lume di dottrina, di
carità e di nobili sensi, Domenico Farini. Ma chi può ridire tutte le
vittime del furore di una sètta cosí bestiale e feroce? Essa rese la
tirannide papale insopportabile in ogni rango di persone.