[XX.] Dal maresciallo, che mi si era reso benevolo seppi il numero dei

condannati, il loro nome e il supplizio a cui erano stati sottomessi, ed

ebbi piú tardi una copia della sentenza che aggiungo alle presenti

memorie per miglior schiarimento dei fatti. Seppi pure il motivo del

prolungamento dell'agonia; esso derivò dall'insistenza di Rambelli e

dell'ebreo a non voler adempiere ai doveri di religione. Messe in uso

tutte le pratiche necessarie coi preti che li circondavano da ogni lato

senza frutto alcuno, si ricorse a monsignor arcivescovo Falconieri,

ritenendo che la sua autorità vincesse la prova; ma ogni suo tentativo

riuscí vano. Il Rambelli gli rispose in modo risoluto: «Oh! mi lascino

alla fine in pace», e tenendo un Cristo in mano esclamò: «Io ho aperto a

Lui,--additando il Cristo,--«l'animo mio, con Lui ho fatto i miei conti;

e ciò basti: cogli uomini nulla ho piú a che fare». Appresi piú tardi da

Natale Mariani capo custode delle carceri, uomo di sensi magnanimi e

liberali, che monsignor Gianolli, vicario dell'arcivescovo, quinta

essenza di iniquità, propose che il Rambelli venisse tratto nei

sotterranei del carcere ed ivi con battiture indotto a confessarsi; ma

la proposta fu rigettata. Mi diceva il Mariani che, se tosse stata

accolta, egli sagrificavasi di certo, mentre aveva risolto di chiudere i

due monsignori col loro seguito nel sotterraneo e scappare ambedue per

un adito a lui solo noto. Comunicò pure piú tardi ciò al conte Eduardo

Fabbri tipo dei liberali d'Italia, uomo distinto in lettere, che,

riconosciute le nobili doti del Mariani nel tempo che si tenne alla di

lui carcere gli fu amico e compare. Questo Mariani è il padre di

quell'Angelo, che tanta gloria si acquistò nell'arte musicale. Un altro

fatto che merita di essere narrato è quello che successe ad un certo

Spada del borgo di Porta Sisi, papalone sino nel fondo dell'animo. Il

supplizio da infliggersi a dei liberali gli serví del piú gradito

spettacolo; e sino dalla mattina di buona ora si pose dirimpetto al

palco delle forche nella piazza dei Tedeschi, or del teatro Alighieri,

colla testa nuda sotto un sole cocente, attendendo la esecuzione, ed ad

ogni individuo appeso gridava giulivo: «E uno!». Ma l'operazione andò

alla lunga sino ad un'ora dopo mezzo giorno, come abbiam detto: i raggi

del sole gli mossero una infiammazione al cervello, che lo trasse al

sepolcro. La gente recavasi in chiesa ove era esposto, gli lacerava il

panno funebre, gli sputava addosso, onde fu necessario chiuder la

chiesa.

[XXI.] La misura piú efficace a deprimere la Carboneria fu quella della

_spontanea_, o rinuncia adottata dall'Invernizzi, perché le toglieva

quella forza morale che la teneva in vita. E difatti dal momento che uno

confessava con atto solenne il torto di aver avversato il Governo e di

avere congiurato contro di esso, e prometteva con giuramento di tenersi

suddito fedele ed obbediente, diveniva un essere spregevole, su cui non

era da farsi piú calcolo alcuno. D'altra parte il Governo sarebbe stato

costretto d'imprigionare tutta la falange numerosa dei Carbonari e

sottometterla a diverse pene, ciò che avrebbe aggravato l'erario

pubblico di non lieve spesa senza ottenere un pieno intento, mentre i

castighi infervorano ed avvivano i partiti, ma non li annientano. Già le

impunità e le defezioni accennate agevolarono l'ultimo colpo mortale.

[XXII.] La missione di monsignor Invernizzi era ormai compiuta, quando

una sera mi si presentò Nardoni segretario, credo, del colonnello

Ruvinetti, il quale dopo i saluti d'uso mi disse:

--Dunque ella non vuole uscire di qui?

--Cioè, dica piuttosto che non mi vogliono far uscire.

--Ma dipende da lei l'esser libero.

--Mi favorisca di espormi in che modo.

--Col fare quello che han fatto i suoi colleghi.

--Vale a dire?

--Col rinunciare alle sètte, ai loro diabolici fini ed alle massime

perverse che inspirano.

--Ciò va bene: ma io non appartengo a sètte, ignoro i loro procedimenti,

quindi a che devo rinunciare?

--Basta, vedo che vuole insistere ne' suoi propositi; mi dispiace per

suo padre: il povero uomo desidera ardentemente di averlo a casa. È vero

che il suo delitto non è uno di quelli da suonare la campana...

--Io non l'intendo: la ringrazio del consiglio datomi, ma non so come

effettuarlo; ritengo però che sarò presto libero in virtú di quel

sentimento di giustizia, da cui i miei giudici sono animati.

--Io le ho espresso il vóto di suo padre; del resto faccia ciò che

meglio le conviene.--E se n'andò, né piú lo vidi a comparire.

[XXIII.] La sera dopo intesi aprire il camerotto a destra attiguo al

mio, già vuoto dappoi alcune settimane, e v'introdussero un nuovo

pollastro. Tosto la curiosità mi spinse di sapere chi fosse, e dalla

finestra con voce bassa gli dissi il mio nome e gli chiesi del suo.

Senza esitare mi rispose:

--Sono Gaetano Bianchini.--E qui saluti e domande senza fine; poi

trascorsa circa un'ora mi chiamò e mi disse:--Desidero di avere da te un

consiglio.

--Parla pure.

--Mi eccitano ad una rinuncia, come mi devo contenere?

--Credo che la sola propria coscienza possa suggerire una retta

risoluzione. Se tu mi chiedi cosa farei io nel tuo caso, ti dico

apertamente che non emetterei rinuncia di sorta alcuna anche se fossi

sicuro d'incorrere in qualche pena.

Qui il colloquio cessò, perché m'accorsi che la sentinella ci origliava

e v'era pericolo di esser messo alla catena nei sotterranei del

monastero. Verso mezzanotte il Bianchini fu tratto di carcere e non vi

rientrò piú--ciò prova che aveva aderito all'invito fattogli--cosicché

restai isolato, mentre i due camerotti da destra e sinistra erano vuoti.

Quello di sinistra fu occupato per qualche tempo da Antonio Spada, uno

dei compromessi nel fatto di Rivarola, e che scampò dal supplizio

esponendo le cose come avvennero. La sua confessione indicò i veri

colpevoli e scolpò tanti degni cittadini che il dottor Mazzoni aveva

aggravati di gravissimi delitti. Lo Spada ebbe lo sfratto dal paese e

riparlerò di lui piú tardi, quando gli fui compagno nell'esilio. Durante

che l'ebbi vicino non mi riuscí mai di avere una risposta alle domande

che gli diressi. Lo riconobbi dalle cantilene che sapeva tanto bene

modulare.

[XXIV.] Erano undici mesi ormai dacché mi tenevano seppellito in quel

tugurio, umido e micidiale, e nessuno davasi cura di me. Già dappoi la

esecuzione de' miei cinque compagni di carcere, avevo perduto l'appetito

né era stato piú capace di riacquistarlo, onde fui obbligato di scrivere

ai miei di casa che cessassero d'inviarmi oggetti mangiativi. Il pane

che lo stabilimento mi forniva--quattro baiocchi al giorno--dapprima mi

spariva dinanzi agli occhi senza che me ne accorgessi, poscia mi

rimanevano dei grossi pezzi che venivano raccolti dai carabinieri pei

loro cavalli. Insomma, corroso da quell'aria mefitica, senza un respiro

d'aria buona, senza un'ora di movimento, mi sentiva venir meno la vita

ad ogni istante; tutti i camerotti erano sgombri, a me solo non si

pensava; null'ostante a ciò, mai un lamento, mai un ricorso. Risolsi

entrando di essere passivo apatista in tutta la forza del termine;

risoluzione che seppi conservare, come si vedrà nel seguito del

racconto, nelle altre carceri. Che fa il detenuto allorché si inquieta?

fa gioire coloro che lo rinchiusero, perché il loro desiderio è che

soffra. Invece tenendosi indifferente mostra di essere d'animo forte e

d'illibata coscienza e superiore a tutte le angherie che gli possono

usare.

[XXV.] Finalmente ebbi il favorevole incontro di poter consultare il mio

benigno maresciallo sulla mia pendenza, e seppe farmi conscio di quanto

erasi deliberato: e cioè che il processo era stato ridotto ai due titoli

di settario e di autore del dialogo di sant'Apollinare e san Vitale; che

per tale scritto monsignor Invernizzi propose in udienza che mi si

tagliasse la mano destra sul palco in piazza e fossi condannato alla

reclusione non so per quanto tempo, ma che mio padre, il quale era

pervenuto a porsi in buoni rapporti cogli altri membri della

Commissione, specialmente col colonnello Ruvinetti, ottenne che la

proposta di monsignor Invernizzi non venisse ammessa; e che ero stato

condannato a tre anni d'opera pubblica: infine mi disse che mio padre

col mezzo di monsignor Marini in Roma sperava di vedere commutata la

pena di galera in quella di detenzione; e che aspettavasi di giorno in

giorno una risposta per essere condotto al mio destino. Quanto mi espose

il maresciallo era esatto, giacché non trascorsero dieci giorni che fui

tratto dal mio tugurio, chiuso in un legno e colla scorta di tre

gendarmi traslocato di notte nella Rocca d'Imola, custodita da Spinucci

rinomato per austerità. E difatti, giunto al mio posto, vedendo

quest'uomo di una corporatura colossale, con un aspetto oltre ogni dire

burbero e severo, mi incusse timore e pensai di avere a soffrire non

pochi disturbi. Ma è pur vero che alle volte l'apparenza inganna. Usciti

dalla Rocca i gendarmi, mi guidò con bel garbo nella stanza dei

guardiani subalterni, _alias_ secondini, e mi cedé uno dei loro letti

per riposarmi. Nel mattino venne a riprendermi, mi condusse nel

corridoio superiore, ove stavano gli altri detenuti di larga o di

passaggio, e vi trovai il conte Eduardo Fabbri di Cesena, già da me

ricordato, l'avvocato Franceschelli Carrozza e un certo Gamberini di

Castel Bolognese. Ammesso nel loro consorzio, divenni loro commensale, e

coi 20 baiocchi al giorno che percepivamo dal Governo pel nostro

trattamento avevamo un buonissimo pranzo, che servivasi con qualche

altra aggiunta anche per la cena. Mi si assegnò una camera a parte, e

non poteva desiderare di meglio. Libero di girare pel forte dalla

mattina alla sera, di ricevere qualunque persona, in compagnia di

persone educate ed istruite professanti gli stessi miei principi, mi

parve di rinascere; tanto piú che lo Spinucci seguiva ad essere amabile

e compiacente.

[XXVI.] Ma né forche né carcerazioni né esigli né tutte le persecuzioni

che il dispotismo sa inventare valgono a distruggere lo spirito di

riforme che in ognuno s'infonde dall'assoluto bisogno di migliorare la

propria condizione civile e materiale, e nulla giova a disperdere

quell'avvilimento che provasi, col progredire della civiltà, del giogo

che la prepotenza impone, e gli sforzi per abbatterlo crescono di

continuo. Quindi nel 1830, che è il tempo in cui entra la mia

narrazione, lo spirito di libertà e d'indipendenza era piú vivo ed

esteso. Una formidabile società formata in Francia e diretta da sommi

personaggi tendeva a far cangiare d'aspetto l'intera Europa; il Comitato

di essa risiedeva in Parigi, da dove dirigeva il movimento. In Italia

Francesco IV duca di Modena, allettato da maggiore supremazia, entrò

nella lega colla promessa di estendere i di lui domini in Lombardia e

negli altri ducati della penisola: quindi egli si pose d'accordo per le

operazioni che erano a farsi, specialmente quella di costituire l'Italia

libera ed indipendente, con Ciro Menotti e con Misley, corrispondenti

del Comitato centrale di Parigi per l'Italia. Intanto che agivasi nel

senso indicato, Carlo X re di Francia balzò dal trono, su cui fu elevato

Filippo d'Orleans: egli proclamò solennemente il principio del non

intervento, cioè l'interdizione a qualsiasi potenza di immischiarsi

negli affari delle altre nazioni, libere di adottare quel sistema

politico che loro conveniva. Ma il duca di Modena non ebbe alcuna

fiducia nel nuovo sovrano di Francia e rinunciò all'assunta impresa di

appoggiare il movimento concertato per erigere in Italia un regime

costituzionale.

Dopo le novità sorte in Francia si proibí di ricevere chicchessia nel

forte d'Imola; e poco dopo il conte Eduardo Fabbri e l'avvocato

Franceschelli Carrozza vennero traslocati nel forte di Civita

Castellana; ed io fui graziato dei pochi mesi che dovevo scontare a

compimento dei tre anni di detenzione addossatimi [luglio 1830].

Intanto i liberali, malgrado la defezione del duca di Modena, insorsero

colla speranza che il principio del non intervento fosse sacro e

rispettato da chi lo aveva annunziato. In Modena [3 febbraio 1831] vi fu

un serio conflitto tra i soldati estensi e i patrioti, vari dei quali

rimasero prigionieri del Duca, e fra questi il Menotti; e quando videsi

obbligato a rifuggirsi in Mantova per i moti di Bologna, li condusse

seco in pegno della presente sua sicurezza e per oggetto di futura

vendetta. Negli altri paesi la rivoluzione si compí da sé per la paura

dei Prolegati che li governavano, i quali non azzardarono di opporre la

benché minima resistenza, sebbene fossero ben forniti di forze; meno

però in Forlí e per tafferuglio ivi insorto soccombé il degno patriota

Ferdinando Rossi.

[XXVII.] In Ravenna le cose erano ad un punto veramente vergognoso.

L'insurrezione doveva aver luogo nel mattino del 6 febbraro [1831], e

niun materiale era in pronto per effettuarla: non armi, non munizioni,

tranne un piccolo deposito di cartuccie, fabbricate dai fratelli Morigi

ramari; ma le coccarde a tre colori abbondavano da ogni parte, se ne

confezionavano in tutte le case, specialmente in quella di Domenico

Montanari in via del Vecchio Seminario. Visto il mal andamento, mi unii

a varî amici, fra i quali mi fu di valido appoggio il pittore Angelo

Ferrari, e ci recammo nella case dei particolari a raccoglier armi; ne

mettemmo insieme diverse, ma non quante potevano bastare all'uopo. Molti

si rifiutavano di accordarcele, o per timore di compromettersi in caso

che la faccenda andasse a male o che si smarrissero. Il fatto sta che si

raccolsero sulla piazza dei Tedeschi un drappello di 60 persone circa,

di cui io feci l'appello e presi in nota; gente animata dalla piú buona

volontà del mondo, ma inesperta. È vero che altri drappelli stavano nei

borghi disposti all'azione, ma potevano essi superare un battaglione di

soldati, ben armati e ben condotti? no di certo. La fortuna volle che il

nostro Prolegato, seguendo l'esempio di quello di Bologna, cedé senza

alcuna resistenza il governo ad una Commissione provvisoria (essa si

compose dei seguenti personaggi: conte Pietro Desiderio Pasolini, Giulio

cav. Rasponi, Giuseppe avv. Zalamella, Clemente Loreta, conte Francesco

Rasponi, Rota Girolamo), che prese in consegna tutte le armi e le

munizioni della guarnigione, che fu sciolta ed ogni militare partí verso

il proprio focolare. Eletto da Leonardo Orioli, uno dei capi del

movimento, ufficiale di guardia alla residenza municipale colla

responsabilità di custodire le armi e le munizioni suddette, depositate

nella seconda sala dell'indicato luogo, la mattina eressi pel primo la

bandiera a tre colori sul balcone del palazzo municipale, ed Apollinare

Santucci, che era ufficiale alla gran guardia, fece altrettanto su

quello del palazzo governativo: dopo ciò io mi dimisi dalla carica

datami, ben conoscendo che il militarismo non era fava per i miei denti.

All'annunzio della insurrezione del centro d'Italia il Papa rilasciò in

libertà i detenuti politici: i rei confessi e le impunità negli ultimi

fatti presero il volo all'estero; gli altri ritornarono in patria. Fu

allora che il professor Meli, protomedico e direttore dell'ospitale, mi

espose che intendeva di recarsi all'incontro del conte Fabbri, che dalle

carceri di Civita Castellana dirigevasi verso la propria casa, e che

desiderava di avermi compagno insieme col custode Mariani. Accettammo

ambedue l'invito, ed incontrammo il conte a Fano. Chi può descrivere il

modo festevole con cui veniva egli accolto dagli abitanti dei luoghi in

cui transitava? mi parvero tante ovazioni ad uso di quelle che i Romani

porgevano ai loro Consoli di ritorno da una qualche conquista. Al suo

arrivo tutte le campane suonavano a festa, sparavansi mortaletti, le

giovani vestite di bianco su carri trionfali gli presentavano fiori,

tutti i signori del paese correvano a complimentarlo fra gli applausi

del popolo e lo favorivano di rinfreschi e di squisite refezioni. Da

Fano a Cesena l'accoglienza diveniva sempre piú solenne; solennissima fu

poi a Cesena, suo paese nativo. Meritava egli tanti attestati di stima e

di affetto? certo di sí. Uomo rispettabile per intelligenza, mentre

erasi distinto con diverse opere letterarie rese pubbliche colle stampe,

uomo irremovibile nei suoi principî, né le persecuzioni a cui la corte

di Roma lo sottomise valsero rimuoverlo dai suoi propositi, modello

insomma di virtú cittadine, era l'idolo delle Romagne: io lo lasciai a

Cesena, con promessa che non mancherebbe di fare una visita a Ravenna

che tanto affezionava. La Commissione provvisoria, subentrata nel posto

del Prolegato pontificio per reggere la provincia, mi conferí l'impiego

di commesso nell'ufficio di polizia, di cui si elesse direttore Gaspare

Della Scala, franco muratore e giacobino nel 1797. Al Fabbri venne in

seguito affidata la viceprefettura del proprio paese natio.

[XXVIII.] La mattina del 6 febbraio si affisse una stampa di un anonimo

ravennate, con cui eccitava ogni rango di persone a sostenere la

ricuperata libertà con ogni mezzo possibile, e prima cura dell'autorità

fu quella di porre in essere la Guardia nazionale. Il Prolegato stesso

nella mattina del 7 confidò il comando della medesima per la provincia

al conte Ruggero Gamba, che aveva già sette lustri addietro sostenuto

degnamente altri simili incarichi. Egli dispose che i cittadini dai 18

ai 50 anni s'inscrivessero nei ruoli della suddetta Guardia; alla quale

poi la Commissione governativa diede un regolare assetto. Poi con un

energico ordine del giorno formò la colonna mobile, composta di soldati

pontifici, arruolati fra gl'insorti, e di cittadini volontari, la quale

doveva far parte del glorioso esercito destinato sotto la direzione del

generale Sercognani a liberare Roma dalla schiavitú clericale. Gli ex

militari pontifici dipendevano da Antonio Conti, ufficiale caro pel suo

patriottismo, e i volontari da Giovanni Montanari, che aveva già

cooperato alla presa di Comacchio, conosciuto di una fede politica

irremovibile sino dal 1820. L'ordine del giorno del Gamba terminava con

queste degne parole: «Marciate adunque tutti di accordo come fratelli

finché il vessillo tricolore sventoli sul Campidoglio: questo sacro

vessillo, che vi consegno, sia da Voi difeso col vostro sangue: esso non

porta ancora alcuna iscrizione, ma voi vi leggerete--O libertà o

morte.--»

[XXIX.] La prima operazione ebbe luogo nel 12; giorno in cui il forte e

la piazza di San Leo vennero cedute dal cav. Bavari, maggiore delle

truppe pontificie, al capitano del servizio nazionale Stelluti: il

prodotto di questa resa, oltre l'acquisto di non pochi cannoni, di

viveri e di munizioni da guerra, si fu la liberazione di 28 detenuti

politici, in quel forte custoditi. Intanto Sercognani stringeva piú da

presso l'assedio d'Ancona, e alla fine il generale Suhtermann che lo

comandava videsi ridotto a sottomettersi alle schiere degli insorti, e

quasi solo se ne ritornò a Roma [18 febbraio].

[XXX.] La spedizione avanzava trionfante ovunque, e la presa di Roma non

poteva mancare a chi la dirigeva, se non avesse consumato un tempo

prezioso nella Sabina sotto le mura di Rieti, il cui possesso venivagli

contrastato dal cardinale Ferretti, vescovo dell'indicata città; e

l'averla nelle mani nulla giovava all'alta impresa cui tendeva. La corte

di Roma sbigottita non sapeva a qual partito appigliarsi: il Papa

emanava notificazioni di pace e perdono, il suo segretario Bernetti

invece promoveva ovunque la guerra civile; per lo che il Sercognani

pubblicò un severo ordine del giorno contro chi aderisse agl'inviti del

Bernetti, e il non aver questi ricavato dai suoi eccitamenti alcun

frutto era una prova chiara ed evidente che la popolazione romana

favoriva la insurrezione ed aspettava ansiosa chi la sottraesse dal

giogo che le pesava sul collo. Ma Sercognani titubò tanto che, le cose

di Francia avendo cambiato d'andamento, videsi astretto alla ritirata,

come vedremo in seguito. Ho sotto gli occhi una lettera di Pietro

Fabbri, testimone oculare dei fatti di Rieti, come addetto alla

spedizione, e poco concetto, anche in via militare, si concepisce di

Sercognani. Un altro male è qui da rimarcarsi, che durante la spedizione

di Roma la parte dell'Italia insorta davasi troppo alle feste, a far

pompa di poesie e di prose sull'avvenuto cambiamento politico. L'unica

cura da assumersi era quella di acquistare armi e di organizzare

battaglioni e di rinforzare la spedizione e di avere forti riserve per

ogni imprevisto evento.

[XXXI.] Intanto che Sercognani tentava d'impossessarsi di Rieti, in

Bologna divenuta centro dell'amministrazione delle provincie

dichiaravasi decaduta di diritto e di fatto il diritto temporale del

papa, davasi un regolare assetto alle finanze, riformavasi la

costituzione giudiziaria rendendola piú conforme alle vere massime su

tal oggetto ammesse, e creavasi un comitato di guerra, del quale era

capo un vecchio militare, Grabinsky, uno straniero che non poteva essere

animato dai sensi che occorrevano per dare un pieno esito all'incarico

avuto. Infine si radunarono in Bologna i diversi rappresentanti delle

città emancipatesi dal Governo pontificio, e in una solenne assemblea,

in cui si stanziò che le Provincie costituissero un sol corpo dipendente

da un sol centro e che le potestà legislativa, giudiziale ed esecutiva

fossero tra loro distinte; si elesse quindi un consiglio di ministri,

del quale venne accordata la presidenza all'avvocato Giovanni Vicini, e

si nominarono i diversi prefetti delle Provincie, non che i

sottoprefetti delle città subalterne: a Ravenna fu assegnato Tommaso

Fracassi Poggi di Cesena, uomo di capacità e di rettitudine. Un'altra

provvida misura prese il nuovo Governo, e si fu quella di scartare dal

movimento i fratelli di Bonaparte, figli di Luigi ex re d'Olanda, sul

timore che Luigi Filippo potesse supporre che essi volessero profittare

della rivoluzione d'Italia per farsi un punto d'appoggio nelle loro

pretese sul trono di Francia.

[XXXII.] Il cardinal Bernetti non si limitò a suscitare la guerra civile

coi manifesti; egli fece conferire dal papa al cardinal Benvenuti l'alta

dignità di Legato _a latere_ nell'intento di condurre ad effetto la

perversa volontà sua. Ma il Legato fu arrestato dai liberali in Osimo e

condotto prigioniero in Bologna: si ebbe gran fatica a salvarlo dal

furore delle popolazioni dei luoghi in cui transitava.

Ma le cose in Francia piegavano male. Al ministro Lafayette, che

sosteneva con vigore la causa italiana, successe Casimiro Perier, che

avversava il principio del non intervento; e quando il principe di

Metternich, anima del gabinetto austriaco ed arbitro della volontà

dell'imperatore Francesco, espresse «che non intendeva di riconoscere il

non intervento in quanto concerneva l'Italia, che era deciso di

estendere le armi imperiali sin dove vigeva l'insurrezione, e che

dichiarava che se l'intervento doveva condurlo alla guerra, essa

succedesse pure, preferendo di correrne i rischi che di trovarsi esposto

a perire fra le sommosse», per tutto ciò Luigi Filippo, che nella pace e

nel pieno accordo coi sovrani d'Europa riponeva la sicurezza del trono

conseguito, annuí alle mire dell'Austria, e il principio da lui

proclamato, unica base del nuovo sistema d'Italia disparve in breve:

mentre nel 5 marzo tre colonne di truppe austriache invasero il ducato

di Modena, riconducendovi il duca che sfogò l'ira sua contro i

prigionieri che aveva in custodia, condannandone a morte, fra i quali

Menotti, e alla galera. Solamente per maggior inganno l'ambasciatore

francese emise una protesta contro tale invasione per calmare l'impeto

furioso che aveva commosso tutta Italia. Da Modena gli Austriaci si

avanzarono in Bologna, ove la somma delle cose pubbliche fu posta nelle

mani dell'arcivescovo Oppizzoni, e il comando delle truppe nazionali fu

conferito al generale Zucchi, che pose alcuni posti di osservazione

lungo il Po di Primaro, inviò a Ravenna il generale Ollini con duemila

uomini, e il generale Grabinsky si acquartierò in Forlí. Ma quando il

Governo insurrezionale seppe che il nemico accerchiava i paesi insorti

tanto dalla parte di Bologna che di Ferrara, risolse di ritrarsi e

chiudersi in Ancona, e il generale Zucchi a cui fu deferito il comando

militare rannodò le sue falangi in Rimini.

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 2 / 23 段