[VIII.] Il movimento appressavasi sempre di piú, e seppi che

[Illustrazione: LUIGI UCCELLINI di Ravenna (1804-1882).]

BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO

pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI.--N. 5-6

MEMORIE DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO

DI

PRIMO UCCELLINI

pubblicate con annotazioni storiche

a cura di

TOMMASO CASINI

ROMA

SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

1898.

PROPRIETÀ LETTERARIA DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

_Gli esemplari di questo volume non firmati dal gerente della Società si

ritengono per contrafatti._

(87) Roma, Tipografia Enrico Voghera

AVVERTIMENTO

A queste «Memorie di un vecchio Carbonaro» che Primo Uccellini compose

nell'onorata vecchiezza, sí per ricordare a sé stesso e agli altri i

casi avventurosi e dolorosi della sua lunga vita di patriota, sí per

lasciare ai giovani concittadini l'utile insegnamento del proprio

esempio, non avrei voluto mandare avanti alcuna parola; poiché parevami

che non bisognasse presentazione o raccomandazione per un libro di

ricordi veramente vissuti, come oggi dicono, nei quali rinascono quasi

presenti i tempi torbidi della Carboneria romagnola e delle persecuzioni

pontificie e cardinalizie, le visioni luminose della Giovine Italia e

l'odissea amara dei proscritti politici, i moti cosí diversi del 31, del

48 e del 49 e la reazione trionfante sin presso al sorgere del

crepuscolo, annunziatore dell'Italia restituita nel pieno dominio di sé.

Tutta questa epica storia di dolori e di speranze, di prove ognor

rinnovate e di sconforti ineffabili, vide l'Uccellini e vi partecipò,

secondo che i casi e le forze sue consentirono, ma sempre con onorata

condotta, con anima immacolata, con intendimenti del piú puro

patriottismo. E delle molte cose vedute narrò quelle che piú da vicino

erano legate alle avventure sue personali, con semplice e ingenuo stile,

con fedeltà scrupolosa al vero, senza passioni e senza vanti; egli che

pur di vantarsi avrebbe avuto e occasioni e ragioni, egli cui le tarde

persecuzioni dell'idea mazziniana--sua face illuminatrice nella

giovinezza, suo conforto e riposo nella piú matura età--avevano tenuta

viva e salda tutta la passione politica destata dalle persecuzioni dei

Rivarola e degli Invernizzi. L'Uccellini scrisse queste sue ricordanze,

passati ch'egli ebbe di poco i settant'anni, quando la mano affaticatasi

in mezzo secolo di lavoro era già stanca; ma la memoria era ancora

fedele e pronta la mente, cosí che quelle sue paginette si venivano

riempiendo di uguale e nitida scrittura a matita, senz'altro lavorio, da

quello in fuori che è rappresentato da pochi ritocchi e rinvii e da

alcune pochissime correzioni o aggiunte di nomi e date[1].

Pubblicandole, per gentile consenso del possessore dell'autografo,

l'egregio cittadino Francesco Miserocchi, mi sono fedelissimamente

tenuto alla forma data alle sue Memorie dall'Uccellini medesimo; salvo

che ho riordinata la punteggiatura ch'egli soleva segnare per mezzo di

lineette, ho aggiunto o rettificato qualche nome proprio, e qua e là,

desumendole da documenti certi, ho messo tra parentesi quadre alcune

date, perché agevolassero al lettore la piena intelligenza di queste

ricordanze. Alle quali ho fatto seguire, perché mi parve di

corrispondere a un desiderio dell'autore, la narrazione della sua ultima

prigionia, ch'egli stesso aveva stampata vivente[2], e una serie di

annotazioni, nelle quali, oltre rapidi accenni storici e biografici su

cose o persone da lui ricordate, ho allogato ciò che dal carteggio di

prigione e d'esilio dell'Uccellini coi suoi parenti e amici[3] ho potuto

ritrarre di utile per la storia, sia pure aneddotica, dei patrioti

italiani e specialmente dei profughi del 31, e per conoscere piú da

vicino alcuni dei casi che egli aveva solo accennati o anche omesso di

raccontare nelle Memorie.

[1] L'autografo è di 61 cartelline scritte a matita: il testo di esso

trascritto senza i necessari avvedimenti fu pubblicato infedelmente in

un periodico di Ravenna, _Il Ribelle, organo della Consociazione

repubblicana Pensiero e Azione_, Anno I, n. 1-15 (5 gennaio, 12 aprile

1884), col titolo di _Memorie inedite delle vicende politiche di Primo

Uccellini_; ma il giornale morí poco dopo, né oggi se ne trova piú

alcuna copia, salvo quella conservata nella biblioteca Classense: sí che

le Memorie dell'UCCELLINI furono stampate, ma non si può dir che fossero

veramente pubblicate.

[2] La narrazione dei _Cinque mesi di carcere nel forte di Bormida_ fu

pubblicata nel _Diario ravennate per l'anno 1870_, pag. 29-40: che

l'UCCELLINI la considerasse come parte integrante delle sue Memorie si

rileva dal cenno che egli fa alla fine del cap. LXXV (pag. 108).

[3] Tutte le lettere e carte dell'UCCELLINI da me vedute e studiate si

trovano presso il Miserocchi: al quale rendo pubblicamente le piú vive

grazie per essermi sempre stato cortese di ciò che egli possiede nella

splendida raccolta del Risorgimento italiano.

L'Uccellini non ebbe mai ambizioni letterarie, ma per le dure necessità

dell'esilio dovette ingegnarsi di trarre dalla penna qualche aiuto alla

vita. In Francia lavorò a parecchie compilazioni, di alcune delle quali

non si è potuto avere piú precisa notizia: tali sono, per esempio, quei

fascicoli di un'opera morale, che dovettero esser pubblicati per

associazione in Dijon dal 1836 al '37, ma non continuarono oltre il

secondo, per difetto di abbonati; quel Compendio della storia d'Italia

con la descrizione del suo stato moderno, che s'incominciò a stampare

nel '37, ma dopo le due prime puntate uscite nel '38 e concernenti lo

Stato pontificio non ebbe altro seguito, perché un commesso infedele gli

portò via ogni frutto del suo lavoro; quelle Effemeridi del 1840 per il

dipartimento della Costa d'oro, che saranno state, m'imagino, uno dei

tanti almanacchi descrittivi, statistici o storici allora in uso. Di

tutti i lavori che il nostro ravennate pubblicò o preparò durante

l'esilio, io non ho potuto vedere che il _Nuovo_ | _dizionario

portatile_ | _della_ | _lingua italiana_ | _compilato_ | _sul gran

vocabolario stampato in Bologna_ | _nel 1828 da P. Uccellini_ |

_professore d'italiano_[4]; una ricompilazione copiosa e diligente, se

non sempre esatta nelle definizioni, dal noto lessico bolognese del

Cesari.

[4] Parigi, presso J. Langlumé e Peltier, librai, contrada du

Foin-Saint-Jacques, 11, 1842; in-32º di pag. VI-630, a due colonne.

Tornato dall'esilio, l'Uccellini poté volgere le sue pazienti fatiche di

compilatore a una materia meno arida e meno ingrata; voglio dire la

storia patria romagnola, della quale par che egli si proponesse di farsi

volgarizzatore fra il popolo. E di queste sue fatiche frutto osservabile

fu il _Dizionario storico_ | _di Ravenna_ | _e di altri luoghi di

Romagna_ pubblicato, in grosso volume (col motto _Indocti discant, ament

meminisse periti_), nel 1855[5]: dove, traendo la materia per

grandissima parte da un simile lavoro manoscritto del ravennate conte

Ippolito Gamba (1724-1788), ordinò molte notizie storiche, biografiche,

genealogiche ecc. degli uomini e cose notabili di Romagna; lavoro di

largo disegno, riuscito necessariamente di scarso valore, perché

l'autore poté giovarsi di pochissime fonti storiche né ebbe sempre un

criterio sicuro di elezione e di metodo, ma ciò non ostante consultato

anche oggi da chi non abbia familiari o non possa trovarsi sotto mano le

opere speciali di piú compita e larga erudizione[6].

[5] Ravenna, nella tip. del Ven. Seminario Arcivescovile 1855: in-4º, di

pag. 513.

[6] Vedo, p. es., che lo cita e se ne vale anche l'egregio ing. E.

ROSETTI nel suo eccellente libro _La Romagna, geografia e storia_,

Milano, Hoepli 1894, p. 642.

Ma di coteste sue cognizioni di storia patria l'Uccellini meglio si

valse a rendere piú utile e istruttivo il _Diario_ annuale di Ravenna,

del quale per molti anni curò la pubblicazione. La serie di questi

calendari romagnoli risale al 1703, cioè al _Diario sacro di Ravenna_

per quell'anno, compilato da Domenico De Vicari; un altro consimile uscí

nel 1784, a cura non so di chi, e per il 1792 si ebbe l'_Almanacco di

Romagna_, edito dagli eredi Biasini di Cesena, che è molto utile a

consultare, chi voglia conoscere lo stato politico ed ecclesiastico e

gli uffici e le instituzioni pubbliche della provincia alla vigilia

dell'occupazione francese. Durante il Regno italico si cominciò a

pubblicare nel 1811 dall'editore forlivese Matteo Casali l'_Almanacco

del dipartimento del Rubicone_, con notizie storiche e statistiche, con

l'indicazione dei pubblici funzionari, dei prodotti e delle industrie

locali, ecc.; ma non andò oltre il secondo anno, o almeno a me non è

riuscito di trovarne altri. Restaurato il Governo pontificio, ricomparve

nel 1818 e seguitò poi sempre il _Diario sacro_ di Ravenna, con il

calendario dell'anno e le autorità ecclesiastiche e civili, e ne fu

compilatore Luigi Uccellini, al quale, quand'egli morí nel 1834,

succedette nella modesta fatica un certo Roatti. Il nostro Uccellini

dall'esilio di Dijon promise di aiutare il continuatore della «impresa

lodevole»; ma poi il bisogno lo strinse ad assumerla per proprio conto,

sí che fatto stampare _Il Romagnolo_, diario per il 1838, ne mandò in

patria 500 copie, le quali furono subito vendute a cura degli amici e

parenti; ma per l'anno di poi l'almanacco giunse in ritardo, e non si

poté trarne alcun beneficio; sí che per il 1840 provvide mandando assai

per tempo il manoscritto e affidando la cura della stampa a Giulio

Guerrini, ma qualunque ne fosse la causa (forse qualche maneggio del

compilatore del _Diario sacro_), la stampa non si poté fare. Nella

redazione del _Diario sacro_ intervenne un cambiamento, poco prima del

ritorno dell'Uccellini dall'esilio; poiché quello dell'anno 1846 ha un

breve proemio ove si annunzia un compilatore nuovo[7], che si crede

esser l'Uccellini medesimo, il quale ne avrebbe da quel momento presa la

cura sopra di sé. Sebbene nei _Diari_ che seguono sino al tempo del

definitivo ritorno dell'Uccellini in Ravenna, che fu nel 1852, si trovi

quell'ornamento che a lui tanto piaceva, delle notizie di storia

patria[8], non credo di esser lontano dal vero ritenendo che la

compilazione, come cosa propria ed esclusiva, fosse da lui assunta

solamente con la redazione del libretto per il 1854, che si vide

apparire con titolo di _Almanacco della provincia di Ravenna col Diario

sacro_. La serie dei libretti annuali compilati dall'Uccellini durò fino

al 1880, poi la redazione fu da lui ceduta a Primo Gironi, già suo

collaboratore negli anni anteriori; il titolo tornò a essere _Diario

sacro_ nel '55, poi fu di _Diario sacro e profano_ nel '60; dal 61 al

'63, _Diario di Ravenna_, e indi poi sempre di _Diario Ravennate_. Ogni

fascicoletto, oltre il calendario e la serie degli uffici governativi,

municipali ed ecclesiastici, contiene dal 1854 all'80 una messe copiosa

di notizie, documenti e curiosità di storia patria, raccolte e date

fuori a titolo di varietà e di istruzione popolare, e quasi tutte fatica

propria dell'Uccellini; al quale per altro alcuna volta si compiacquero

di porgere il contributo di piú dotti lavori alcuni amici suoi, come

Adolfo Borgognoni e Corrado Ricci. Queste compilazioni storiche

dell'Uccellini[9] sono di scarsissimo valore per ciò che riguarda i

tempi antichi; ma acquistano il carattere di preziose testimonianze

allorché raccontano fatti della storia piú recente, massime del

risorgimento nazionale. Non sempre è possibile discernere ciò che

l'Uccellini dettò egli stesso da ciò che gli fu dato a stampare da alcun

suo cooperatore; ma con sicurezza si devono registrare come suoi gli

scritti seguenti:

[7] «Eccovi, o benevoli lettori, il _Diario sacro_ di questa Città e

Diocesi per la prima volta da me compilato.»

[8] In quello del 1847 è narrato l'assedio di Ravenna per opera di

Teodorico; nel '48 e '49 si parla di due scismi della Chiesa ravegnana;

nel '51 si dà un quadro cronologico della storia ravennate, con altre

notizie storiche diverse.

[9] Il proposito espresso nel _Diario_ del 1856 di pubblicare ogni anno

un libro della _Storia di Romagna_ del CARRARI non ebbe seguito; invece

furono dati estratti delle Cronache ravennati del CORLARI e del RAISI

per il periodo 1796-97 nei _Diari_ degli anni 1858, 1866-68, 1870-73.

1. _Cronaca ravennate_ dal 1859 al 1878; ne furono pubblicati dei

frammenti nei _Diari_ del 1860 (_dal 13 giugno alla fine di novembre

1859_), del 1861 (_dal gennaio a tutto novembre 1860_), del 1879 (_dal

1870 sino al 1974 inclusive_), del 1880 (_anni 1875 e 1876_) e del 1881

(_anni 1877 e 1878_).

2. _L'ingresso delle truppe pontificie nelle Romagne_ (20, 21 gennaio e

5 febbraio 1832), nel _Diario_ del 1863.

3. _Persecuzioni politiche, 1921-25_; nel _Diario_ del 1864.

4. _Spedizione contro Roma, colonna mobile di Ravenna, 1831_; ivi.

5. _Biografia: Antonio Ghirardini sopranominato Buraccina_; ivi.

6. _Vita di Andrea Garavini_; nel _Diario_ del 1867.

7. _Martirologio politico ravennate_; nel _Diario_ del 1868.

8. _Il generale Giuseppe Garibaldi sottratto dai patrioti ravegnani alle

ricerche degli Austriaci nell'estate del 1849_; nel _Diario_ del

1869[10].

[10] Di questo notevole scritto dell'UCCELLINI furono tirati a parte

alcuni estratti, in forma di opuscolo in-8º, di pp. 44, aggiuntavi la

storia e la fotografia del Capanno del Pontaccio, come si ha dal titolo

seguente: _Relazione | dello scampo | del | Generale Garibaldi | dalle

ricerche degli Austriaci | nell'estate 1849 | coll'aggiunta | della |

Storia della fondazione | del Capanno del Pontaccio | ornata | della

fotografia del Capanno stesso_. Ravenna, Stabilimento tipogr. di G.

Angeletti, 1868; e sono rarissimi (uno ne ha la Classense, 83, 2, Busta

XII, 8). Ma del tutto introvabile è la ristampa che ne fu fatta in

Ravenna a cura di C. ZIRARDINI, che vi aggiunse una breve biografia

dell'autore, e si proponeva di illustrare e compiere la narrazione

dell'Uccellini con una serie di note, che non furono poi né scritte né

stampate; e cosí i fogli già impressi furono distrutti. Un esemplare di

essi, forse il solo scampato, fu da me acquistato alla vendita dei libri

di Curzio Gallina; è un volumetto in-16º piccolo, di pp. 112, che porta

questo titolo: PRIMO UCCELLINI | _Giuseppe Garibaldi | sottratto dai

patrioti ravegnani | alle ricerche degli austriaci | nell'estate del_

MDCCCXLIX | Ravenna 1883 | Tipografia editrice | di Claudio Zirardini.

9. _I missionari del 1824 e l'arcivescovo Codronchi_; nel _Diario_ del

1879.

10. _Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi seguaci contro

la Guardia urbana nel 1831_; ivi.

Se a questi scritti si aggiunga la _Relazione storica sulla avventurosa

scoperta delle ossa di Dante Alighieri_, scritta e pubblicata

dall'Uccellini nell'anno medesimo del centenario dantesco[11], si sarà

enumerato tutto ciò che il buon patriota produsse nel campo letterario;

nel quale egli non impresse solchi durevoli e profondi, ma lasciò negli

scritti testimonianza di amore operoso alle memorie gloriose della sua

terra natale. E quando il 29 marzo 1882 l'Uccellini chiuse per sempre

gli occhi alla luce, il compianto grandissimo che si levò per Ravenna e

per tutta la Romagna[12], se era specialmente un tributo di reverenza al

cittadino morto immutato nella sua fede politica e serbatosi intero di

animo e di vita in mezzo a tante apostasie e a molte viltà; non dobbiamo

dimenticare che esso era anche riflesso di una popolarità, alla quale

molto avevano conferito le modeste compilazioni del _Diario Ravennate_.

T. CASINI.

[11] Ravenna, stabilimento tip. di G. Angeletti, 1865, in-8º, pp. 16.

[12] Nel giornale _Il Ravennate_, 31 marzo 1882 (a. XIX, n. 61) si legge

una necrologia dell'Uccellini e sono riprodotti, in parte, i molti

manifesti che le Associazioni cittadine pubblicarono per i funerali.

Notevole quello degl'impiegati municipali, steso da ADOLFO BORGOGNONI,

che è un vero e compiuto ritratto dell'Uccellini: «Egli appartenne alla

sacra legione di quei generosi che tutto dedicarono al risorgimento

morale e politico della Nazione. Militò dapprima nel segreto delle

cospirazioni e preparò l'armi per fronteggiare la mala signoria che

manomise il paese, e si ebbe assidua persecuzione e duro carcere.

Carattere incrollabile, non cedette all'impeto della forza che lo

opprimeva, ma riprese l'ineguale tenzone, e ne ebbe l'amaro esiglio,

dove sofferenze, privazioni, dolori non valsero a cancellare, ma

ingagliardirono nell'animo invitto il pensiero e la fede nei futuri alti

destini della patria. Ritornato in seno a questa, illustrò di opere

notevoli la letteratura di Romagna, e fu prescelto dal Municipio

all'ufficio di vicebibliotecario della Classense, nella quale rese

importanti servigi. Non chiese mai premio delle opere patriottiche da

esso compiute. La religione del sacrifizio in cui visse e morí vota al

suo nome l'aureola intemerata dei martiri del dovere».

MEMORIE

DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO

O piccole o grandi le memorie

patrie è dovere il conoscerle,

perchè nel passato è gran parte

del nostro avvenire.

N. TOMMASEO.

_Scrivo le vicende della mia vita politica, come altre volte le

raccontai in convegno di amici, cioè in quel modo genuino che può usare

chi non è scrittore, ma un semplice compilatore di cose patrie. Le

scrivo perché ritengo che i miei giovani concittadini, a cui le dedico,

possano ritrarre da esse utili insegnamenti._

PRIMO UCCELLINI.

30 giugno 1877.

[I.] Nacqui nel 9 gennaro 1804, quando la Francia, sottrattasi già

dall'assolutismo dei Borboni, reggevasi in repubblica e faceva prevalere

pure in Italia i principi che essa aveva adottati; sicché m'inspirai per

tempo a sensi liberali.

[II.] Mio padre, conosciuto per l'amenità del suo carattere e per

l'originale gaiezza del suo umore, esercitava con somma maestria l'arte

di tipografo; ed essendo di mente aperta pervenne ad arricchirsi di

quelle cognizioni, che non ebbe agio d'acquistare nelle scuole. Di umore

allegro dilettavasi di compor versi, che destavano lunghe risate nelle

comitive, e molti ne corrono ancora per la bocca del volgo. Fervido

partigiano della Francia, fu compreso tra i liberali condotti alle

Bocche di Cattaro dopo i successi degli alleati in Italia; ma la

battaglia di Marengo li salvò tutti da certa ruina. In seguito ebbe a

soffrire alcune vessazioni a causa dell'atterramento delle Croci,

operato da' Giacobini, al quale prese parte. Ma, caduto l'Impero, attese

con zelo all'ufficio di commesso, conseguito nel Municipio.

[III.] Premuroso di iniziarmi presto negli studi mi assegnò per maestro

un certo Coatti di Argenta che aveva nome di dotto. Ma alla fin dei

conti il suo merito maggiore consisteva nell'imprimere sopra cartaccia

imagini di sant'Antonio, colle quali ci carpiva una parte della

colazione e della merenda. In seguito fui preso in casa da un certo

Zavaresi, prete di qualche intelligenza, ma manesco all'ultimo segno; e

non stava un minuto senza adoperare il nerbo.

[IV.] Finalmente m'introdussero nelle scuole del Collegio come alunno

estero. Allora presi alquanto gusto negli studi, e nella cattedra di

diritto civile e canonico, diretta con somma lode dal professore

avvocato Zalamella, conseguii il 2º premio. Ma il povero mio padre col

peso di numerosa prole, e di continuo afflitto da malattie, non era piú

in grado a sostenere le spese degli iniziati studi di legge,

specialmente quelle che occorrevano per la provvista dei libri, e

m'indusse ad abbandonarli, per darmi alla carriera degli impieghi.

[V.] Correva allora l'anno 1818, cioè era il tempo in cui la Carboneria

fioriva ovunque. L'Italia presentava un vivaio di sètte, di diverso

nome, ma tutte tendenti allo stesso fine: abolizione della monarchia

assoluta. In Ravenna la Carboneria dividevasi in tre sezioni: la prima

portava il nome di _Protettrice_, perché reggeva le altre; la seconda di

_Speranza_, perché composta in gran parte di giovani studenti; e la

terza, perché era un miscuglio di ogni sorta di gente, operai quasi

tutti, i piú pronti all'azione, ebbe il nome di _Turba_. Ogni sezione

aveva un rappresentante presso la Protettrice, il quale le dava contezza

d'ogni movimento di ciascuna sezione.

[VI.] Incline a far versi ne tirava giú d'ogni colore sempre sullo

stesso soggetto, «la tirannia», e ciò mi diede nome fra i miei colleghi,

che pensarono senza ritardo d'introdurmi nella Speranza.

Una riunione preparatoria si tenne dapprima con altri neofiti nella

bottega del barbiere Medri; poi, tre sere dopo, accompagnato da chi mi

propose all'ammissione, fui condotto nel Borgo Adriano in casa di Luigi

Ghetti, ove stavasi adunata la presidenza della Carboneria. Appena

entrato fui da ignota mano bendato, e, in seguito di alcune parole

scambiate tra il proponente e chi guardava al di dentro l'adito della

stanza in cui risiedeva il consesso, venni introdotto. Una voce

imponente mi diresse varie interrogazioni, e quando ebbi data parola di

esser pronto a tutto sacrificare pel bene della patria, e di concorrere

energicamente alla depressione della tirannia, mi si fece porre la mano

sopra un nudo pugnale e sul medesimo pronunciai il giuramento

prescritto. Dopo di che mi si tolse la benda, e mi vidi attorniato da

una siepe di pugnali. Allora il vecchio Andrea Garavini, che dirigeva la

seduta, mi disse ad alta voce: «Tutti questi pugnali saranno in vostra

difesa in ogni incontro se osserverete la santità del giuramento

prestato, invece saranno a vostro danno ed offesa se vi mancate: la pena

del traditore è la morte.» Tosto mi venne indicata la squadra a cui

apparteneva, comunicati i motti d'ordine che giovavano ad intendersi, e

data ogni altra istruzione necessaria. Appena inscritto nel ruolo, ebbi

ordine di provvedermi di un paio di scarpe da munizione, di un sacco

militare; v'era chi ne fabbricava per conto della Società.

[VII.] Certamente il Governo ignorava ciò che era a tutti palese: il

crescere ed estendersi del partito che lo voleva abbattere; ma il fatto

è che rimase inerte ben sapendo che ogni ramo della pubblica

amministrazione stava nelle mani della Carboneria, la quale avrebbe

saputo rendere inefficace qualunque ordine contro di essa emanato, e

sapendosi che l'Italia contava da 300 mila carbonari. Ma si scosse

terribilmente quando poté avere un punto d'appoggio sullo straniero,

come vedremo in seguito.

Intanto gli agenti della forza, se capitavano in una bettola ove stavano

carbonari, si univano ad essi, e col bicchier in mano cantavano in coro:

Uniti e concordi

Scacciam lo straniero,

Ognun sia guerriero,

Sia pronto a pugnar.

Dall'Alpi scoscese

All'Etna infocato

Sia tutto uno Stato,

Un popolo sol.

Uno dei gravi difetti degl'Italiani, e dei Romagnoli specialmente,

quello si è di darsi ad una smodata gioia in aspettativa di qualche

lieto evento e di perdersi in feste e in divertimenti sempre di

distrazione dagli assunti intenti. Vi sono ancora dei vecchi che

ricordano le strepitose e dispendiose feste date nell'incontro della

serata di una certa Morandi, prima donna in quei giorni nel nostro

Teatro comunale: fu, è vero, una dimostrazione politica, perché i

liberali la consideravano come il simbolo della libertà nazionale; ma la

dimostrazione era fuor di proposito, e denari non pochi si dispersero

senza frutto.

[VIII.] Il movimento appressavasi sempre di piú, e seppi che si doveva

iniziare nel regno di Napoli, ove stava il nerbo della Carboneria e dove

la truppa era in pieno d'accordo coi capi delle sètte. Quando gli

Austriaci si fossero mossi contro Napoli, tutto il centro d'Italia, già

pronto alla riscossa, doveva gettarsi sugl'invasori e contrastar loro il

passaggio. Il Piemonte pure doveva insorgere. Ma un ordine spedito

dall'Alta Vendita di Bologna, a quanto mi fu detto, dispose che si

lasciassero passare gli Austriaci senza molestarli e che solamente al

loro ritorno venissero da ogni parte assaliti. Liberi da ogni molestia,

essi giunsero freschi ed intatti alla loro destinazione e dispersero

senza stento le falangi patriottiche. E chi poteva seguire l'ordine di

Bologna, quando trionfanti e pettoruti col mirto al cimiero

retrocederono dalla loro impresa?

[IX.] Eccoci all'anno 1821, anno di continue tribolazioni. Il Governo [1

marzo 1820] affidò il reggimento della provincia di Ravenna al cardinale

Antonio Rusconi, vescovo d'Imola detto _Cuccardina_, accanitissimo

satellite della Corte romana. Sbirri e gendarmi penetravano di notte

tempo nei domicili di quei cittadini, che nell'anno scorso si erano

dimostrati esaltati liberali e che avevano insieme bevuto alla salute

d'Italia; mettevano in iscompiglio tutte le famiglie, senza aver

riguardo né a vecchi né a giovani, e colle sciabole sguainate alla mano

scomponevano pagliacci, materassi, mobili, ritenendo che occultassero

armi, carte, munizioni ed oggetti settari. Fatte le perquisizioni,

arrestavano le persone dalla polizia loro designate; e senza permettere

nemmeno di abbracciare i propri congiunti, venivano strappati dal

focolare domestico, rinchiusi in diversi veicoli e strascinati nei forti

dello Stato: e a molti s'impose l'esiglio.

[X.] In quale agitazione fosse il paese ognuno lo può da sé arguire.

Però i carbonari, scampati dai rigori del cardinal Legato, non si

perderono d'animo; anzi riordinarono in breve con maggior prudenza le

loro squadre e si posero in condizione di sventare le sue mire. Quello

che piú premeva era di frenare la prepotenza e l'insolenza degli sbirri

e dei gendarmi divenuti insopportabili.

Quando essi incontravano un liberale loro maleviso lo afferravano per

l'abito, lo tiravano di qua e di là, e il piú bel complimento che gli

potessero fare era questo: «Dove vai, carogna?» e se non si rispondeva a

loro modo davano mano anche ai pugni; guai se si reclamava: il rimedio

diveniva peggiore del male. Non poche volte osarono svellere persino i

peli dei baffi; barbarie che non credo usata neppure fra i selvaggi. Ma

_abyssus abyssum invocat_. Si tennero d'occhio coloro che di tante

sevizie erano fautori, ed a tempo opportuno ricevevano il guiderdone che

meritavano.

[XI.] Accaduta la morte di Pio VII [20 agosto 1822], il Rusconi andò a

Roma al Conclave, lasciando la provincia nella massima esasperazione e

con una dose d'odio contro chi ci reggeva maggiore il doppio di prima.

Dopo la elezione del papa Leone XII [28 settembre], venne surrogato al

Rusconi il cardinale Agostino Rivarola [11 maggio 1824], uomo bisbetico,

prepotente ed eccentrico all'ultimo segno. Egli fu investito di ampie ed

estese facoltà, dette leonine, sulle quattro Legazioni e sulla

Delegazione di Pesaro ed Urbino. Nella campagna di Roma, ove aveva

dapprima agito contro i malandrini che l'infestavano, erasi acquistato

il nome di abile agente politico. Ma il risultato del suo operato in

Romagna fu interamente negativo.

Appena giunto a Ravenna con scorte di dragoni a cavallo, di cacciatori a

piedi e di missionari--che bell'amalgama!--ordinò che si chiudessero gli

spaccî di vino ed impose ad ogni cittadino che girasse di notte di

munirsi di un lume acceso. Il paese mostrò subito con satire di ogni

genere in qual concetto teneva tali provvedimenti. «Non possiamo

riunirci nelle bettole, dicevasi, ci uniremo nelle nostre case, lontani

dagli occhi della polizia; ecco un vantaggio per noi inatteso.» La

lanterna divenne presto un sollazzo; se ne fecero di carta a tre colori

nazionali, e si offerse una continua dimostrazione politica. In tutto

ciò che il Rivarola faceva, nulla appariva che dovesse essere il

rigeneratore delle Romagne. Ma i missionari? ecco il punto importante

del dramma. Appena giunti, eressero nel mezzo del Duomo un gran

paretaio, ove con ogni artificio di parole eccitavano i fedeli ad

accostarsi al sacramento della penitenza; specialmente «quelli che

seguendo le perverse dottrine del giorno erano nella via di perdizione».

Né bastavano le eccitazioni verbali. Il cardinale faceva percorrere in

ogni strada pattuglie di dragoni, che imponevano la chiusura dei negozî,

ed agenti di polizia, che spingevano i ragazzi alle missioni; ciò che

irritava anche i bigotti, perché dicevano non doversi sforzare

chicchessia in atti di religione. Io assistei per curiosità ad una

predica, e specialmente ad un dialogo tra il dotto e l'ignorante; e

posso dire che trovai piú di buon senso in una commedia di burattini che

in simili dialoghi, e previdi sin d'allora un tristo successo. Intanto

per favorire il concorso dei penitenti tenevasi aperta ogni sera nel

palazzo arcivescovile sino ad ora tarda la cappella di San Grisologo, in

cui erano confessionali ben disposti. È fuor di dubbio che lo scopo dei

missionari era quello di penetrare col mezzo della confessione ne' piú

reconditi segreti della Carboneria; come è pur fuor di dubbio che il

Rivarola mostrò all'arcivescovo Codronchi con lettera riservata il vivo

desiderio che coadiuvasse all'opera dei missionari: ma l'aver lasciato

cadere la lettera nelle mani del suo agente Zotti, il di cui figlio

Giovanni, addetto alla sètta, ebbe della medesima conoscenza, dimostra

che il Codronchi non intendeva di soddisfare al desiderio espresso dal

Legato, contrario ai principi di un degno cittadino e di un onesto

sacerdote.

Inesprimibile fu l'avversione che concepi il Rivarola contro Codronchi.

Essendo questi caduto ammalato, la Magistratura ordinò a spese pubbliche

un triduo nella cappella del palazzo comunale; ma il Rivarola siccome

era tempo di carnevale insisteva perché nella sala contigua si aprissero

durante il triduo feste da ballo. Ma la Magistratura fu abbastanza savia

per non aderire alla volontà del Legato, che agiva solo per rabbia e

dispetto, con scandalo del paese. Infine, stanco il Codronchi dei

dispiaceri che gli venivano dal Legato, rinunciò all'arcivescovado. Ma

il paese, memore sempre dei sommi beneficî da lui ricevuti, indusse la

Magistratura a recarsi subito a Roma presso il sovrano, onde non

accogliesse la data rinuncia, ed il vóto del paese fu compiuto. I

missionari pure vollero esprimere il loro malumore al Codronchi,

lasciandogli un foglio di ricordi pieno di insulti e di minacce.

[XII.] Il Rivarola aveva l'incarico non solo di purgare le Romagne dalle

sette, ma quello pur anche di dar termine ai processi politici iniziati

nel 1821 dal Rusconi. Questi processi furono confezionati nelle tenebre,

da persone scelte fra le piú avverse ai principî liberali, senza che

fossero ammesse prove a favore degli imputati; senza difesa insomma e

senza tutte le formalità e garanzie che la legge esige: processi creati

a seconda il sistema inquisitoriale che non ammette che due estremi,

accusa e condanna. Il Rivarola sulla relazione dei giudici processanti

da lui scelti, invocato con solennità il nome di Dio, quando invece era

da invocarsi quello del diavolo, pronunziò il 31 luglio 1825

inappellabile sentenza sopra 508 cittadini di ogni rango e condizione,

condannandone alcuni alla morte, varî alla galera, non pochi alla

detenzione per diverso tempo, e sottomettendo moltissimi ad un precetto

che, togliendo quella libertà di azione che è ad ognuno necessaria per

reggere i propri affari, era oltremodo pregiudicevole. Il Rivarola fu

sollecito di far commutare la pena di morte in quella di galera o di

accorciare il tempo delle pene agli altri inflitte. Non per questo

l'atto da lui emanato cessò di essere una mostruosità, un atto

d'ingiustizia, di cui non si trova esempio nella storia dei tempi piú

barbari. Chi potrebbe calcolare i danni che produsse quell'atto nelle

famiglie da esso colpite? Il malanimo fu intenso, persino nelle persone

affezionate al Governo; onde non è da stupire se si formarono complotti

contro la vita del Legato. Già altri tentativi eransi fatti in questo

senso, ma senza successo. Infine si risolse di assalirlo di fronte, come

fece Louvel contro il duca di Berry. Il giorno destinato all'ardita

operazione fu il 23 luglio [1826], giorno sacro a sant'Apollinare,

protettore di Ravenna, la quale in tale fausto incontro offriva nella

sera della festa un'accademia di suono e di canto nella sala del Teatro,

ove l'istituto era eretto, ed alla quale doveva intervenire il Legato; e

si stabilí di assalirlo nell'istante che ritornava al palazzo. Ma non si

trattenne che poco; e quando uscí, gli accessi della sala rigurgitavano

di gente ivi raccolta per intendere la musica: onde convenne rinunziare

al colpo, e i cospiratori seguirono la carrozza, che lo trasportò nel

Corso in casa di Gabriele Rasponi. A chi stava l'eseguire l'operazione,

si pose in agguato nell'angolo piú oscuro del portone di casa Loreta,

ora di Clemente Triossi, la quale viene ad essere dirimpetto a quella di

Rasponi, ed ivi attese impavido il momento opportuno. Quando il Legato

si mosse alla partenza, scesero sulla porta i servitori di casa con

torcie accese, il comandante di piazza che era presso il Rasponi e

l'ordinanza del medesimo, con altri inservienti. Chi stava in agguato

corse allo sportello opposto a quello in cui il Legato doveva ascendere,

contro il primo che pose piede in carrozza esplose un colpo di pistola,

ritenendo che fosse il Legato; ma invece era il di lui segretario, il

canonico Muti. L'ordinanza del comandante di piazza corse dietro a colui

che vide fuggire; ma presto lo perdé di mira. Il canonico restò

gravemente ferito e venne ricondotto in casa Rasponi; si è sempre detto

che la di lui morte avvenuta piú tardi fosse l'affetto di quella ferita.

Si pregò pure il cardinale a non muoversi per timore di un altro

assalto; ma volle partire ad ogni costo. Mi ricordo che io passeggiava

nella piazza col tenente di guardia, quando s'intese venir con impeto

insolito il legno del Legato; del che il tenente sorpreso corse al suo

posto, e si permise di chiedere: «Havvi qualche novità,

Eminenza?»--«Niente, niente han voluto salutarmi con una schioppettata»,

rispose; e scese nel suo appartamento, nella di cui cappella orò tutta

la notte, facendo vóto di erigere un altare nel Suffragio per l'ottenuto

scampo. Fu in breve richiamato in Roma, ove gli fu conferita l'alta

dignità di prefetto delle acque: cosí il Mongibello tuffato nelle acque

non poté piú vomitar fiamme.

[XIII.] Or comincia una nuova dolente istoria. Il papa all'annunzio

dell'attentato contro Rivarola, un cardine della Chiesa, s'infierí come

una iena, e risolse che a Ravenna venisse tolto il privilegio di

capoluogo di provincia, e fosse scomunicata, cioè subissata nel mezzo

dell'inferno. Intanto elesse una Commissione speciale mista [22 agosto],

composta di persone di provata affezione al Governo, della quale ebbero

la direzione un prelato di nome Invernizzi e un colonnello dei gendarmi

chiamato Ruvinetti, onde si cominciò a dire in paese: «o Ruvinetti ruina

Ravenna, o Ravenna ruina Ruvinetti». La Commissione assunse in breve il

suo ufficio [11 settembre] che era quello di scoprire gli autori

dell'attentato di Rivarola e di alcuni altri dello stesso genere rimasti

occulti. La Commissione s'insediò nel palazzo Baronio, e fu per caso che

riuscí a conoscere la via da tenersi per arrivare all'indicata scoperta;

ed ecco il caso. Due individui s'azzuffarono presso il corpo di guardia

ed uno di essi tirò fuori un lungo coltello, onde i soldati ivi di

stazione lo arrestarono e lo condussero in carcere. L'arrestato aveva

intrinseci rapporti con Stefano Piavi, impiegato negli uffici del genio

civile, membro dell'alta Carboneria e presidente della società della

Speranza, il quale aveva piena contezza dei fatti avvenuti. L'arrestato

espose ad Invernizzi che se lo rimetteva in libertà gli avrebbe additato

come regolarsi nella ricerca intrapresa; e da quanto espose su quel che

aveva appreso si ebbe modo da avanzare le investigazioni. Pare che il

Piavi, conosciuto l'operato del suo amico, sopranominato, credo,

Patanina, si presentasse da sé all'Invernizzi, e dietro l'assicurazione

che sarebbe lasciato illeso, spiegasse tutta la tela che era stata in

allora tessuta. Certo si è che il Piavi non fu mai menomamente

molestato, sebbene gravemente compromesso in gravi affari. La

Commissione non istette lungo tempo a Ravenna, ed avendo saputo che

tentavasi di minare le cantine che son dietro il palazzo Baronio, lo

sgombrò e andò a stabilirsi in Faenza.

[XIV.] Non si tardò a vedere l'effetto delle dichiarazioni del Patanina,

confermate dal Piavi, mentre alcuni mesi dopo arrestarono Gaetano

Rambelli ed altri di seguito senza posa. Non essendo le carceri

ordinarie di piazza sufficienti a contenere tutti gli arrestati, se ne

eressero delle straordinarie nell'ampio convento di San Vitale, e i

detenuti vennero affidati in custodia ai gendarmi che avevano piantata

la lor caserma di qua e di là degli spaziosi corridori di quel convento.

[XV.] Il giorno 3 ottobre 1827 venne il mio turno, e nel mentre che io

transitava per la piazza per recarmi al mio ufficio, verso le dieci

antimeridiane, un maresciallo colla scorta di alcuni dei suoi m'intimò

l'arresto: lo seguii senza batter parola. Avevasi accesso nelle carceri

pel portone ora murato, che vedesi presso la porta piccola della chiesa

di San Vitale. Giunto in ufficio, mi si usò una perquisizione la piú

minuziosa, indi fui condotto nel camerino assegnatomi: era umido,

senz'aria perché era coperto quasi interamente con un assito il vano

della finestra; la sentinella di fazione vi teneva di continuo gli occhi

addosso al detenuto, e se scostavasi un momento dal centro della camera

lo obbligava a ricomparirvi. Un tormento indicibile veniva poi

nell'estate a chi ivi era rinchiuso, a causa del lumicino a olio, che

tenevasi acceso presso lo sportello della porta onde la sorveglianza non

venisse mai meno. Non pochi poi erano i gendarmi zelanti di guardia, che

quando scorgevano che dormivate, facevano rumore dallo sportello per

svegliarvi. Concedevansi qualche volta libri da leggere e lo stramazzo.

Quando fui posto in carcere, io era gravemente ammalato; onde fu d'uopo

chiamare il medico. Sentivo bene che il mio male era prodotto da

infiammazione, pure egli mi ordinò della china. Per fortuna fece un

effetto contrario a quello che gli è proprio, e mi serví di un purgativo

efficacissimo. Sgombro di ogni materia fecale, ripresi energia, e quel

che piú interessa, appetito. Il trattamento delle carceri era

eccellente; buona minestra, scelto alesso, una seconda pietanza, frutta,

buon vino e pan bianco: ecco l'ordinario di ogni mattina; nella sera una

nuova pietanza con insalata, pane e vino come al mattino. Mi ricordo

che, quando mi fu chiesto se volevo il pranzo e che intesi proseguirsi

lo stesso trattamento, rinunziai all'offerta. L'umidità assorbita

nell'inverno mi sviluppò in primavera la rogna e foruncoli senza fine;

ma non feci ricorso per alcun medico, e lasciai che si sfogassero a

bell'agio, e feci bene. Colpito un giorno da rumore, come mosso da

allegria che dalla camera che mi era dirimpetto sorgeva, vidi diversi

dei piú noti settari e dei piú compromessi uniti insieme, che se la

passavano molto bene. E come ciò arriva? dissi io fra me, e concepii su

loro sinistri sospetti, che piú tardi potei verificare. Cosí pure ogni

sera all'ora di notte chiudevasi lo sportello pel passaggio di un

detenuto, e trovatolo una sera socchiuso, mi vi accostai tanto da poter

ravvisare l'individuo: era il dottor Mazzoni, che ogni sera vestito da

gendarme conducevasi dalla moglie.

[XVI.] Pochi giorni dopo il mio arresto fui chiamato dal giudice

istruttore e sottomesso agli esami sugli oggetti che mi erano imputati e

che qui accenno, per non parlare piú di essi, atteso che si ripeterebbe

in ogni esame gli stessi titoli, esposti or in un modo or in altro, or

con minacce or con dolci lusinghe, e sempre coll'addurre questa unica

prova: «consta al fisco». Ecco le accuse prodotte a mio carico:

1. di appartenere alla sètta carbonica;

2. di aver tentato con altri di ottenere i mezzi necessari per minare il

palazzo apostolico a danno del cardinale Rivarola e di avere io assunto

l'impegno di avere le chiavi della porta del palazzo della Tesoreria col

mezzo di Gaetano Orioli, presso cui stavano come custode degli ufficî

degli ingegneri, posti nel ricordato palazzo, onde si avesse modo di

entrare inosservati nei sotterranei ivi esistenti ed eseguire il

progetto;

3. di aver proposto di liberare dal carcere i detenuti politici di San

Vitale col far assalire da cento patrioti armati la chiesa di San Vitale

quando i soldati vi stavano disarmati ad ascoltar la messa nei giorni di

festa, di occupare le gallerie della basilica e di far fuoco sopra chi

azzardasse di muoversi, ed intanto cinquanta altri patrioti, invaso

l'interno del luogo, compiessero l'operazione progettata;

4. di aver composto uno scritto in versi martelliani ingiurioso al

Sovrano e ai suoi ministri.

A tutte le interrogazioni direttemi sopra le indicate accuse diedi

sempre una risposta negativa, rigettandole in un modo assoluto e

pregando che mi si esponessero le prove su cui basavano; ma era come

invocare la manna celeste, mentre col sistema inquisitoriale

escludevansi.

[XVII.] Erano vari mesi dacché i miei di casa non avevano avute mie

notizie, e mia madre erasi fitto in capo che io era morto e che già mi

avevano visto disteso in terra estinto nel mezzo della chiesa di San

Vitale. Allora mio padre fece alcune pratiche col colonnello Ruvinetti,

per ottenere il permesso di venire a trovarmi, e riuscí nell'intento.

Una sera sul tardi due gendarmi entrarono all'improvviso nel mio tugurio

e m'intimarono di seguirli. Scesi con loro a basso nell'ufficio del

maresciallo di guardia e mi vidi alla presenza di mio padre accompagnato

con mia sorella maggiore. Tanta fu la commozione d'ambo le parti che per

alcuni minuti niun ebbe forza di proferir parola: mia sorella mi

presentò un mazzo di fiori, che aveva nelle mani, ed allora chiesi

notizia della famiglia e lor diedi sul mio conto tutte quelle che

potevano tenerli di buon animo; gli abbracciai e ritornai al mio posto.

Però l'agitazione durò tutta la notte per la sorpresa che io n'ebbi:

potevasi però evitare una emozione sí sensibile, dandovi avviso.

[XVIII.] Altra visita pure inattesa ebbi in seguito. Piacque a monsignor

Invernizzi di conoscere di persona i detenuti, di consultarli sullo

stato in cui si trovavano, e si presentò a loro in ogni carcere

circondato dagli altri membri della Commissione. Dalle interrogazioni

loro, come seppi da un maresciallo, non seppe trarre che reclami,

lagnanze ed anche qualche insulto. Giunto nel mio camerino, le di lui

prime parole furono queste:

--Come sta lei?

--Benissimo.

--Com'è trattato?

--Benissimo.

--Ha nessun reclamo da fare?

--Nessuno. E lisciandosi il petto colla mano destra e torcendo il collo,

come praticano i gesuiti, proseguí col dirmi:

--Già, già, vedi, si tira via.

--Scusi, monsignore, questa parola _si tira via_ non si addice ad un

giudice che ami la giustizia, perchè toglie l'idea di quella

investigazione che occorre nei giudizi: un mese di piú non pregiudica,

anzi può giovare quando serva a meglio conoscere la verità.

--Dice bene: può scrivere quando crede ai suoi--e se n'andò.

Il maresciallo, che aveva preso a confabulare meco, mi disse che

l'Invernizzi era rimasto stupefatto del mio linguaggio, tanto diverso da

quello degli altri detenuti.

[XIX.] Finalmente si pervenne alla soluzione del terribile dramma. Gli

autori stessi degli omicidi, un Lossada, un Raulli, un Gamberini, un

Branzanti, o autori principali o complici, presero per tempo l'impunità

e furono salvi; chi non si arrese soggiacque alla pena dell'ultimo

supplizio. Premeva alla Commissione di dare un grande esempio; e, visto

che non pochi erano coloro che dovevano soggiacere al patibolo per la

loro partecipazione agli omicidi avvenuti, si contentò di averne cinque.

In quanto ai Carbonari non imputati di delitti comuni, si contentò di

accettare da loro una rinuncia, chiamata _spontanea_, di non appartenere

mai piú a sètte contrarie al Governo, colla minaccia d'incorrere nelle

prescritte pene non osservando la rinuncia.

La scena funesta di cui qui intendo parlare ebbe luogo nel 13 maggio

1828. Mi ricordo che in quella mattina era in piedi prima delle sette e

stava accomodandomi la cravatta al collo dinanzi alla piccola fessura

dell'assito della mia finestra, quando due tocchi quasi simultanei della

campana della pubblica torre mi colpiscono l'orecchio: essi mi fecero

l'effetto di due stoccate al cuore, perché compresi che annunziavano

l'agonia di condannati a morte. L'essere chiusi sin dalla sera

antecedente tutti gli sportelli delle carceri, il rimanere tuttora

chiusi, il silenzio perfetto che regnava nei corridoi in cui

s'acquartieravano i gendarmi, mi diedero a conoscere che i condannati

erano del nostro rango, di quelli che tenevansi in custodia ove noi

eravamo. Il segno dell'agonia proseguiva sempre, ed uno dei compagni del

camerino attiguo al mio, non pratico del paese, mi chiese che

significava il suono di quelle due campane; a cui risposi: «Sventura!

alcuni dei nostri sono oggi giustiziati»; ed il curioso si è che la

domanda mi venne dal fratello dell'ebreo che era compreso tra i

condannati. Ansioso di trarre maggiori indizi, mi accostai allo

sportello, lo spinsi indietro e vidi che i corridoi erano quasi deserti

e non intendevasi che il passo monotono delle due sentinelle che ci

sorvegliavano. Allora mi rivolsi all'assito della finestra, e con un

chiodo che aveva del medesimo allargai una fessura, da cui scorgeva

benissimo la strada detta di San Gaetanino, e vidi veicoli di ogni sorta

trasportar forse alla Pineta chi si allontanava dalla terribile scena,

onde sempre piú mi confermai nei concepiti sospetti. Le campane non

cessavano di far intendere il loro tristo e lugubre suono, onde pieno di

dolore mi gettai in letto, cercando colla mente d'indovinare chi

potessero essere le vittime e la causa di una agonia si lunga, la quale

dalle sette del mattino si prolungò sino ad un'ora dopo mezzogiorno. A

quest'ora, ritornata la falange dei gendarmi ai loro posti, si

riapersero gli sportelli e riapparve il movimento di prima. Prima loro

cura fu di distribuire il pranzo: il maresciallo, incaricato della

distribuzione, mostrava nel viso una gioia da cannibale; onde,

addolorato come era, non mi riuscí di mandar giú un sol boccone, e per

occultare il dolore che mi opprimeva gettai l'intero pranzo nella

latrina.

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 1 / 23 段