Invece al sesto centenario della donna che, secondo il racconto della
_Vita Nuova_,[248] muore nel giugno del 1290, — cioè in piena misticità
novenaria, perchè nella nona diecina del secolo, nel nono giorno del
mese pel calendario arabico, e mese nono pel calendario siriaco, — io
non posso recar altro di nuovo, se non alcune osservazioni di fatto
sullo stato coniugale di madonna Beatrice figliuola di Folco Portinari
e moglie di messer Simone de' Bardi; le quali spero non siano senza
valore per confermare l'identità di essa con la Beatrice dantesca.
Del marito di Beatrice i dantisti, che se lo sono, in certo modo,
trovato lungo la strada, dicono[249] che egli nel 1290, durante la
guerra guelfa contro Arezzo, era consigliere del Comune presso messere
Amerigo di Nerbona condottiero della Taglia in nome del re Carlo
d'Angiò; che nel giugno del 1301, partecipava, mediante certe mene
guerresche coi conti Guidi, a un tentativo dei Neri per sormontare,
come poco dopo venne lor fatto, sui Bianchi, e ne veniva condannato;
e che nell'ottobre del 1302, compiutasi la vittoria de' Neri, era
ufficiale del Comune sulle libre e prestanze. Vere le due prime cose,
e ben rispondenti alla qualità di magnate e cavaliere: non sussistente
la terza, perchè quello era ufficio di popolano. Se a ciò avessi
ripensato, avrei interpretato più dirittamente il documento, sul
quale fui io il primo ad attribuire cotesto ufficio popolare a messere
Simone.[250]
In altri documenti, i quali aspettano uno studio degno della loro
importanza, libri mercantili de' Bardi, che la cortesia del marchese
Carlo Ginori mi ha concesso di esaminare, le mie ricerche, diciam
così, coniugali mi condussero per primo resultato alla scoperta sotto
l'anno 1310 d'una nidiata di almen cinque figliuoli: «Puccino, Masino
e Gieri fratelli, figliuoli che fuoro di Simone di messer Iacopo [de'
Bardi], manovaldi di Vannozzo e di Perozzo loro fratelli». Altro che
«la steril Beatrice»! dovetti, a prima giunta, col divulgato settenario
carducciano,[251] esclamare: e stavo per comunicare al poeta ed amico
la prosperosa novella; se non che, seguitando a sfogliare quelle
spaziose e crepitanti membrane, ebbi a dire, «non dopo molte carte»,
Adagio a' ma' passi!
In una ricordanza, di bella forma volgare, quale corre di pagina in
pagina per tutti quei voluminosi registri, risguardante una madonna
Nente di messer Nepo dei Bardi, enumerandosi sotto il medesimo anno
1310, quelli della famiglia e consorteria i quali, per testamento
del padre di lei, dovranno «dicernere» di certi denari che possano
spettarle, io leggevo: «Cino, Bartolo, Gualtieri e messer Lapo
fratelli, figliuoli che fuoro di messer Iacopo; messer Nestagio di
Bardo; _messer Simone_ di Gieri; e Puccino di _Simone_». Dunque, fra
il XIII e il XIV secolo, i Bardi ebbero due Simoni, come da altri
di quei documenti potei porre in sodo.[252] L'uno, Simone di messer
Iacopo, fratello di quei Cino, Gualtieri, messer Lapo e Bartolo; uomo,
cotesto Bartolo, di molta autorità nel popolo e in Parte Guelfa:[253]
e questo Simone, ufficiale delle Prestanze nel 1302 e, possiamo
aggiungere, stato de' Priori nell'87, e consigliere del Comune nel
78,[254] nel 1310 era morto, e negl'interessi di quella gigantesca
ragione mercantile de' Bardi sono inscritti per lui i figliuoli suoi
«Puccino e fratelli». L'altro, messer Simone di Geri, cavaliere,
consigliere nell'oste guelfa presso Amerigo di Nerbona, partigiano
donatesco, cioè de' Guelfi Neri, e per essi brigatore presso i conti
Guidi, suoi molto intrinseci: e questo messere Simone di Geri, le cui
memorie scendono, per quanto io veggo, sino al 1315, rimanendomene
dubbia una del 1329,[255] è certamente il messer Simone de' Bardi
ricordato nel testamento di Folco siccome marito di madonna Bice de'
Portinari. Un Simone dunque, e un messer Simone: un Simone di messer
Iacopo, e un messer Simone di Geri. Perchè il titolo di _messere_ non
era un titolo che si desse per complimento o non desse, a capriccio:
non si dava a chi non fosse o giudice (cioè dottore in legge), o
cavaliere, o costituito in dignità ecclesiastica; e così non lo ha, nè
in quel testamento nè su' Prioristi nè altrove, Folco Portinari; non
lo ebbe mai Guido di messer Cavalcante Cavalcanti; non lo ebbe Dante:
si dava religiosamente a cui, per alcuna di dette ragioni, spettasse,
e il titolo trasformava addirittura la persona agli occhi della gente.
Scrive un cronista domestico:[256] «Castellano Frescobaldi, che poi fu
messer Castellano»: e poco dipoi racconta, che «s'andò a fare cavaliere
a Napoli per le mani del re Ruberto»; quello che faceva anche i poeti.
I cinque figliuoli, pertanto, di Simone (e per altre testimonianze[257]
parrebbe non fossero i soli; come due, forse, le mogli sue,
un'Acciaiuoli e una Gherardini) mi si accertavano per figliuoli di
Simone di messer Iacopo, quello de' Priori nell'87 e delle Prestanze
nel 1302, morto prima del 10: a messer Simone di Geri, veniva a mancar
quella, nè altra testimonianza di prole da nessun altro documento gli
sopraggiungeva: e madonna Beatrice ritornava «sterile».[258]
La figliuola adunque di Folco, la quale nel 1288, al testamento del
padre, o non aveva avuto figliuoli o non le eran campati, non ne
ebbe nemmeno, o non le camparono, fra quel gennaio 88 e il giugno 90
ch'ella morì. Nel giugno del 1290 morì? Questo afferma espressamente
della sua Beatrice l'autore della _Vita Nuova_. Della Bice Portinari,
sia pure che documenti non lo confermino; ma nemmeno ve n'ha che vi
si oppongano, poichè l'unico che di lei parli, cioè il testamento
paterno, la fa viva nel 1288, e moglie di messer Simone, il quale non
apparisce aver avuto figliuoli: e tal mancamento di prole dal Bardi e
dalla Portinari, è evidente quanto bene si addica alla donna, la cui
morte, nella cronologia della _Vita Nuova_, è a distanza di soli due
anni e mezzo da quel testamento. Certo è poi che nella _Vita Nuova_ la
morte di Beatrice è effettivamente la morte avvenuta in Firenze, d'una
gentildonna fiorentina, in un dato giorno d'un mese dell'anno: data di
giorno, mese ed anno, che l'Autore non foggia a capriccio, ma riceve
dalla realtà dei fatti; e su questa realtà, che egli non può mutare,
sottilizza e si dicervella per iscovare in ciascun elemento di quella
triplice data il mistico numero nove, nel quale, in quel medesimo
paragrafo, finisce con l'identificare addirittura «la donna della sua
mente», conchiudendo ch'«ella era un nove, cioè un miracolo, la cui
radice è solamente la mirabile Trinitade». Analizza su tre calendarii
(su tre, radice del nove) la data dell'anno, e osserva che il 1290 si
compone delle prime nove diecine dei cento anni del secolo; analizza
la data del mese, e scuopre che il giugno, nel quale essa è morta,
è il nono mese del calendario siriaco; analizza la data del giorno,
e «secondo l'usanza d'Arabia» (com'è indubitabilmente l'autentica
lezione di quel passo[259]) trova sul calendario musulmano, essere il
dì 9 del mese di Giumâdâ secondo, dell'anno dell'Egira 689, quel che
nel calendario nostro fu il 19 di giugno 1290: la quale è, insomma, la
data che l'Alighieri ci ha non inventato ma conservato, della morte di
Beatrice.[260] Ora se Beatrice fosse stata soltanto «la donna della sua
mente», ossia una qualunque delle tante cose che gl'impugnatori della
realtà femminile di lei han voluto che fosse, chi impediva a Dante di
farla morire sotto la data più squisitamente novennale novimensuale e
novendiale del calendario nostro cristiano, senza che, per compicciare
tal data, gli bisognasse trascinar a contributo Maometto e la Siria?
Moglie, Beatrice, nel 1288, da quando? Quando fu che la fanciulla
abbellitrice, col suo sorriso, dei calendimaggio nel Sesto di Porta San
Piero, passò nelle guernite case dei Bardi, fra le cupe mura di quei
forti arnesi da guerra cittadinesca, là oltr'Arno «presso a Rubaconte»?
Non lo sappiamo: ma io ebbi già ad accennare che quei parentadi li
conciliava, e le più volte per tempissimo, l'interesse domestico e
cittadino.[261] Erano due casate che si congiungevano, piuttostochè una
fanciulla ed un giovine; erano interessi di vicinanza o di consorteria
che si raffermavano, erano secolari e sanguinose discordie che si
pacificavano, o si tentava di pacificare, coi matrimonî. Tale io credo
questo di Bardi e Portinari, tale l'altro di Alighieri e Donati;[262] e
che al tanto dissertare fattosi in questi ultimi anni su madonna Bice
e madonna Gemma sia mancato, soprattutto, il senso storico di quella
vita reale, e che nello stesso difetto cada la interpetrazione di
certi passi della _Vita Nuova_, che si vorrebbero mettere in relazione
col matrimonio di Beatrice o con quello di Dante. La Beatrice che
Dante ritrae nella _Vita Nuova_ «donna della sua mente» fin da quando
nel 1274 gli apparisce fanciulletta sul nono anno, questa Beatrice,
allorchè nove anni appresso, nell'83, si raffaccia agli occhi suoi,
«mirabile donna.... in mezzo di due gentili donne, le quali erano
di più lunga età», io non esito a crederla già maritata; e che ella
sia già quella «monna Bice», alla cui condizione coniugale rendono
testimonianza espressa, e da non doversi lasciar passare inosservata,
due luoghi delle _Rime_;[263] «E monna Vanna e monna Bice poi», «Io
vidi monna Vanna e monna Bice». Perocchè la qualificazione di _monna_ o
_madonna_ era anch'essa, come già rilevammo per l'altra di _messere_,
riserbata a una data condizione o stato civile, mancando il quale
mancava altresì al nome proprio femminile l'apposizione suddetta.[264]
Io son d'avviso che il matrimonio di Beatrice, come il matrimonio di
Dante, siano l'uno e l'altro, e per le ragioni che sopra esposi a suo
luogo, fatti assolutamente esteriori estranei e indifferenti al dramma
tutto psicologico, all'amore per rima, della _Vita Nuova_. Vano quindi
il cercare allusioni a cotesti due fatti in questo o quell'episodio del
libro, come pur si è tentato massime per il matrimonio di Dante, che si
voleva collegare con l'episodio della «donna gentile» e consolatrice,
vicina a lui di casa, la quale interviene negli ultimi capitoli, e
poi è di nuovo affigurata nel _Convivio_ come simbolo della Filosofia.
Donna vera e fiorentina anche quella, io ho per fermo; sebbene ormai
impossibile forse ad essere storicamente riconosciuta,[265] ma non
la Donati di certo, non la madre (fin d'allora forse, già madre)
de' figliuoli di lui. Perchè, insomma, nella _Vita Nuova_ è ben da
distinguere storia e psicologia. Alla narrazione psicologica, la
quale si compone di fatti atteggiati secondo la scolastica dell'amor
medievale, e prescindendo dalla realtà, e quindi anche dalla verità,
appartengono non solamente le visioni, i sogni, lo interloquire degli
spiriti e spiritelli amorosi, ma altresì e in pari modo le iperboliche
descrizioni degli effetti che la vista di Beatrice produce sul Poeta
e sugli altri, le sue proprie (com'e' le chiama) trasfigurazioni o
tramortimenti, e intorno a sè in quello stato l'atteggiamento delle
donne gentili e pietose, o motteggiatrici e beffarde, le questioni
di casistica o dommatica amorosa qua e là interposte, la desolazione
de' cittadini e la epistola deploratoria per la morte di lei.[266]
Quando s'impugna la possibilità storica di coteste e simili altre
cose, io credo che la s'impugni a buon diritto, sia rispetto alle
condizioni dell'umana natura in sè stessa, sia, e più, rispetto a quel
ch'ella era nella Firenze di quei tempi; ma non già che se ne debba
concludere, tutta la _Vita Nuova_ essere deficiente di storica verità,
e Beatrice non essere donna viva e reale. Si dica, sì, che in quel
libretto, il quale per la sua singolarità si sottrae alle norme della
comune esegesi, ben poco è di storico: ma quel poco non si può, senza
ingiuria, distruggere. Nè io intendo qui enumerarlo compiutamente, ma
soltanto accennare, per esempio,[267] la morte dell'amica di Beatrice,
la partenza da Firenze della gentildonna del primo schermo o difesa,
la cavalcata per la guerra guelfa, l'assistenza che essendo Dante
infermo gli presta (quale sembra che sia) la sorella, l'amicizia con
Guido Cavalcanti e col fratello di Beatrice, probabilmente Manetto;
e poi,[268] rispetto a Beatrice, le positive indicazioni dell'età di
nove e diciotto anni, la data della morte fermata sui tre calendari, la
morte del padre. La data che nella cronologia della _Vita Nuova_ viene
ad avere questo ultimo avvenimento, collima con la data della morte
di Folco Portinari, 31 dicembre 1289: ma ciò non è tutto, anzi è meno
assai di quest'altro. Del padre di Beatrice scrive Dante che «egli, sì
come da molti si crede e vero è, fu buono in alto grado». Ora io non
so, queste parole nella semplicità loro così belle ed espressive, — e
che non siano più esplicite e personali, lo impedisce l'astrattezza
perifrastica impostasi come dicemmo, dall'Autore, — queste parole,
nelle quali la verità dei fatti e la pubblica opinione sono concordate
in un reverente omaggio ad un'anima buona, e la lode del bene operare
vi è così schiettamente significata; non so su quale tomba più
degnamente potrebbero scriversi che su quella dell'uomo, la cui bontà
si è tramandata a' suoi cittadini in un'opera di carità perenne e
inesausta quanto la miseria umana e il dolore; dell'uomo, di cui fu
potuto dire doversi a lui lo Spedale, come a Beatrice sua figliuola il
Poema.[269]
Il riprendere lo studio di tutta la _Vita Nuova_ sotto questo doppio
aspetto, psicologico (o se più atto vocabolo si trovi) e storico,
eccede l'assunto e i confini e l'agio di queste mie pagine; e mi
terrei pago che altri se ne incorasse. Con ciò si verrebbe altresì,
da un lato, ad alleggerire la biografia del Poeta di tutto quanto,
in quel giovanile periodo, non appartenga ai fatti della vita reale,
e dall'altro a ridurre al loro valore le affermazioni che di sul
Boccaccio furono ripetute tradizionalmente. Una delle quali è, che
il matrimonio di Dante con la Gemma di messer Manetto Donati (del
matrimonio di Beatrice non si cura egli far menzione veruna) fosse
dai parenti di lui procurato per consolarlo della morte di Beatrice.
Questo è confondere que' due ordini di cose, separati del tutto e
l'uno dall'altro indipendente.[270] Rispetto a quel che ne sappiamo,
come pure rispetto alla psicologia della _Vita Nuova_ il matrimonio di
Dante potrebbe anche antecedere alla morte di Beatrice. A ciò qualche
altra cosa, invece, si oppone: e prima di tutto, l'affermazione del
Boccaccio; secondochè ad altro proposito distinguemmo, non potersi
le sue affermazioni di fatti venir rifiutate alla stregua delle sue
amplificazioni descrittive di quelli. Poi, certi documenti, alquanto
a dir vero spiacevoli, ma positivi se altri mai, della vita mondana
di Dante, cioè i Sonetti appartenenti alla _Tenzone con Forese
Donati_,[271] e a que' loro anni di vita scapestrata ai quali egli
allude nell'incontrare il pentito sposo della buona Nella fra gli
espianti del sesto balzo.[272] Se quel sensuale obliamento di sè
medesimo va posto tra le aberrazioni delle quali egli poi nel XXX e
XXXI del _Purgatorio_ si accusa a Beatrice d'essersi reso colpevole
dopo la morte di lei, que' Sonetti vengono ad esser posteriori al
giugno del 90: ora in essi, che sono, com'è noto, un palleggio
d'ingiurie fra i due sonettieri, mentre non mancano le mordaci
allusioni di Dante alle infedeltà coniugali di Forese, queste non
sono da Forese, come invece sono le altre, ribattute a martello in
faccia dell'avversario; anzi da uno di que' Sonetti[273] può arguirsi
piuttosto la convivenza di Dante con un fratello ed una sorella. Se
non che questa stessa condizione di cose, mentre confermerebbe nel
Boccaccio la data matrimoniale posteriore al 90, ossia l'affermazione
del fatto, infirmerebbe, al solito, l'amplificazione retorica del fatto
stesso, in quanto quel suo Dante lacrimoso e desolato, e confortato
dai parenti alle dolcezze e alla santità della compagnia coniugale,
apparirebbe, in realtà, sviato dietro ad altre, alquanto diverse,
compagnie e consolazioni.
Insomma il matrimonio di Dante, sia che si dovesse o volesse crederlo
anteriore al 1290, o, sulla fede del Boccaccio, debba aversi siccome
avvenuto poco di poi, nulla ha che lo colleghi con la morte di
Beatrice, con quella che Dante già nemmen denomina morte, ma un
«essere chiamata a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina benedetta
Maria»;[274] nè sa attribuirla a cagione fisica morbosa, «Non la
ci tolse qualità di gelo Nè di calor, sì come l'altre face»,[275]
precisamente all'opposto del Boccaccio, il quale al racconto di essa
morte proemia con una specie di aforismo ippocratico, che «un poco di
soperchio di freddo o di caldo che noi abbiamo (lasciando stare gli
altri accidenti infiniti e possibili), da essere a non essere senza
difficoltà ci conduce», e così pianamente fa morire «nel fine del
suo vigesimoquarto anno» anche «la bellissima Beatrice». Seguono nel
_Trattatello_,[276] letteralmente interpretati e descritti, i pianti,
i sospiri, le disperazioni della _Vita Nuova_, con più quello che la
_Vita Nuova_ non ha. Ciò sono, le consolazioni dei parenti, che dopo
lungo resistere Dante finalmente ascolta: allora, perchè «non solamente
de' dolori il traessino, ma il recassero in allegrezza», succede il
loro «ragionare insieme di dargli moglie; acciocchè, come la perduta
donna gli era stata di tristizia cagione, così di letizia gli fusse la
novamente acquistata. E trovata una giovane, quale alla sua condizione
era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la
loro intenzione gli scoprirono. E acciocchè io particolarmente non
tocchi ciascuna cosa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di
tempo in mezzo, al ragionamento segui l'effetto: e fu sposato». E
qui, conchiusione a dir vero che non ci aspetteremmo, una fierissima
tirata contro il voler dare moglie agli uomini di studio, i quali quel
censore rigidissimo scomunicava (come vedemmo[277]) anche dall'amore; e
sul capo della povera madonna Gemma (manco male ch'e' non la nomina),
lanciata quella retorica sentenza di moglie, per lo meno, incomoda,
che nulla di quel poco, pur troppo, che sappiamo della _Vita di Dante_,
concorre a giustificare.