Ma dopo esser venuti alle conchiusioni che volevamo, e che abbiamo già
enunciate dicendo essere la _Vita Nuova_ un libro, il cui colorito,
le figure, l'azione, e di questa gli accidenti e le vicende, sono
fantastici, ma il fondo è reale. Reale ne' fatti e nelle circostanze
della vita quotidiana, ai quali figure e azione e tutto quell'amore
per rima si collegano; reale nei personaggi. Reale in lui, Dante
Alighieri, e in Beatrice: nelle due gentildonne dello schermo o
difesa,[233] siano esse questa cosa solamente, o altresì due giovanili
passioncelle del rimatore: realtà i mortorî dell'amica e del padre di
Beatrice;[234] e l'amicizia del fratello di questa con Dante,[235] nè
più nè meno che l'amicizia di Dante con colui al quale la _Vita Nuova_
è diretta, e che Dante stesso, pur tacendo quello come qualunqu'altro
nome, ha indubitabilmente identificato in Guido Cavalcanti:[236] vere
e vive donne della città di Firenze, le donne che aveva enumerate
nel serventese delle belle,[237] fantasticamente poi e in vario modo
operanti nella psicologia del racconto: realtà la donna gentile
vicina di casa degli Alighieri, e amore episodiaco del fedele di
Beatrice:[238] realtà i romei che passano da Firenze:[239] realtà la
ispirazione del Poema, indeterminatamente concepita in una celeste
glorificazione di Beatrice,[240] la cui persona di donna viva e vera,
come le altre, e fiorentina, astratta dapprima (pel solito procedimento
de' rimatori) in donna ideale, è poi, questa volta, trasfigurata e
sollevata alla sublimità luminosa di simbolo per opera di un grande
Poeta, il quale, quando avrà determinato e fatto scienziale quel
primigenio concepimento, «dirà di lei ciò che mai non fu detto
d'alcuna».
Dinanzi a queste conchiusioni, che c'impongono la realtà storica
di Beatrice, si ha l'affermazione del Boccaccio, ch'ella fosse de'
Portinari, e figliuola di Folco. Quale autorità può concedersi alla
sua affermazione? Distinguiamo. Altro è dire che il _Trattatello_
di messer Giovanni amplifica e lumeggia retoricamente, come abbiamo
veduto, od anche inventa, le circostanze dei fatti per creare intorno
ad essi il colorito descrittivo; altro è dire, che quand'egli afferma
una cosa, quella cosa non gli si debba credere. La retorica qui non
entra per nulla; il colorito locale o personale, nemmeno. C'entra
invece, ed è da considerarsi, che un cittadino fiorentino, il quale
afferma, non più tardi del 1363 o 64,[241] questa ed altre cose di
fatto; e questa la concreta in un cognome di famiglia fiorente allora
e notissima, indicandone una donna di cui vivono in Firenze, per lo
meno, i nipoti di fratello o sorella, e che i vecchioni della città
potrebbero riconoscere come Dante Ciacco, perchè «fatti prima che essa
disfatta»; non può questo cittadino tirare in ballo piuttosto quel
cognome e quella donna, che un altro ed un'altra, se la verità non
fosse che proprio Bice Portinari fu la Beatrice dantesca, e che ciò
egli scrive davvero, come esplicitamente dichiarò pochi anni dipoi nel
_Comento_,[242] «secondo la relazione di fededegna persona, la quale
la conobbe e fu per consanguinità strettissima a lei». Quella persona,
quel Portinari, noi oggi non potremmo che cercarlo per indovinamento
lungo le aride rubriche de' Sepoltuarî, o tra il frondame delle tavole
genealogiche: ma i contemporanei di messer Giovanni non avevano che a
guardarsi attorno, per dimandare quale fosse dei Portinari a quei dì;
e se non fosse stato nessuno, e insussistente la notizia data sulla sua
fede, — Che frottole ci venite voi a contare? — avrebber detto a messer
Giovanni, che qui in Santo Stefano di Badia esponeva loro di viva voce
«el Dante»;[243] lo esponeva per solenne provvisione decretata ne'
Consigli del Comune, facendo larga parte alle memorie cittadine: fra
le quali sarebbe stata peggio che stoltezza piantare, così a capriccio
e senza che nulla vel costringesse, non un abbellimento retorico, non
un'amplificazione esornativa, ma una falsità; non un fiore de' suoi
lussureggianti giardini, ma un'insipida carota dell'orto altrui.
Non è, del resto, solamente una piccola giunta ch'io faccio alla
biografia del gran Certaldese, ma altresì una notizia non disutile
al nostro tema, questa: che nel banco dei Bardi,[244] fra i tanti
interessati come «fattori» all'azienda, fu, dal 1336 al 1338,
«Boccaccio Ghellini [Chellini] da Certaldo»: e fattori pure dei
Bardi, e cointeressati, furono Portinari parecchi, della discendenza e
consorteria di Folco; un Andrea, un Ricovero di Folchetto, un Sangallo
di Grifo, un Lorenzo di Stagio, un Ubertino di Gherardo di Folco che
stava pei Bardi a Parigi e colà mori nel 1339: nipote, quest'ultimo,
di Beatrice Portinari. Non mancarono, come si vede, al figliuol di
Boccaccio occasioni di aver ragguagli domestici concernenti sia Bardi
sia Portinari: e da un parente strettissimo della Beatrice dantesca,
dichiara egli aver avuta la identificazione di lei in Beatrice
Portinari, che poi il testamento di Folco ci fa tutt'una con quella
madonna Bice, al cui fiorentinesco vezzeggiativo lo stesso Alighieri
non rifuggì dal render testimonianza[245] fra gli splendori delle sfere
celesti, e pur significando «la reverenza che s'indonna Di tutto me pur
per _B_ e per _ice_».
Egli è noto che un'altra testimonianza, e di grande peso, del tutto
indipendente dalla testimonianza del Boccaccio, e che anzi le è
anteriore di qualche anno, si è aggiunta recentemente a confermare
l'identità della Beatrice dantesca nella figliuola di Folco. Un leale
impugnatore di tale identità, Adolfo Bartoli, annunziò egli pel primo
pubblicamente, al più strenuo difensore di essa, Alessandro D'Ancona,
la osservazione d'un valente discepolo e benemerito degli studî
danteschi, di quelli in particolare sugli antichi Commenti, il quale
nel Commento di Pietro Alighieri, secondo la nuova lezione che ce
ne offre un autorevolissimo codice tornato fra gli Ashburnhamiani in
Italia, leggeva[246] quanto appresso (traduco fedelmente da quel piano
latino): «È da premettere che in fatto certa nominata madonna Beatrice,
molto insigne per costumi e bellezza, nel tempo dell'autore fu nella
città di Firenze, nata della casa di certi cittadini fiorentini che
si dicono i Portinari; della quale questo autore Dante fu, mentre
ch'ella visse, vagheggiatore ed amatore, e in laude sua molte canzoni
compose; e poi che fu morta, per celebrare il nome di lei, sì volle in
questo suo poema assumerla le più volte sotto l'allegoria e carattere
della Teologia». Così là in Verona, dove viveva giudice riputatissimo,
scriveva verso il 1360 il figliuolo di Dante. Il cui autentico
testimonio (del tutto indipendente, giova ripeterlo, da quello di
messere Giovanni) ci riconduce esso pure a colei che Folco Portinari
nel testamento del 1288 designava, «madonna Bice, figliuola sua, e
moglie di messer Simone de' Bardi».
Quel testamento ha forse il torto d'essersi fatto conoscere troppo
presto, e che fino dal 1759 lo abbia pubblicato di sull'original
pergamena, illustrando le Chiese fiorentine, il gesuita Giuseppe
Richa.[247] Se alle più o men legittime suspicioni su Beatrice i
dantisti, dal Biscioni a oggi, avessero avuto per solo argomento
e pascolo l'affermazione del Boccaccio, echeggiata dai posteriori
biografi; e che da nessun angolo storico, vuoi di sepolcreto vuoi
di penetrale domestico, fosse stato ripercosso quel suono, a parola
autentica e positiva di documento; io giuro che non sarebbe mancato,
fra gl'impugnatori, chi avesse detto: — Noi crederemo al Boccaccio,
e agli assertori dell'asserito da lui, la lor Beatrice Portinari,
quando avremo un documento dell'esistenza di questa donna! — E allora,
pognamo caso che in quest'anno di grazia, e (se a Dio piace, e perchè
in Italia non se ne perda l'usanza) di centenario, fossi oggi venuto
io con la mia brava pergamena in saccoccia, e al mio fianco l'ombra
di quel buon sere che la distese; e avessi annunziato: — Eccolo qua il
sospirato o temuto documento, o signori; e voi, ser Tedaldo Rustichelli
per autorità imperiale giudice e notaro, tornando dopo anni più che
seicento alla vostra professione onorata, rogatevi qui dinanzi a noi
e certificate, che madonna Beatrice Portinari a suo tempo, _et quidem_
al vostro, veracemente fu donna, — se tutto questo io lo avessi potuto
far accadere; il documento, tale e quale lo abbiamo, ma venuto a tempo,
salirebbe, come un valor di borsa in rialzo, di non saprei quanti
punti; e la mia critica per man di notaio, non sarei io stesso degli
ultimi a portarmela in palma di mano.