E qui fermiamoci alla frase «ogni altro affare lasciando». Secondo
la quale, la giovinezza di Dante, dai diciotto anni ai venticinque, o
sarebbe tutta trascorsa in un assiduo corteggiare la donna desiderata,
e a tutte le cose del mondo, anche alle doverose, anteposta, proprio
com'uno de' volgari femminieri del _Decamerone_; o, poichè il Boccaccio
stesso si affretta a dichiarare che «onestissimo fu questo amore» e
scevro d'ogni «libidinoso appetito», dovrebbe la narrazione de' patemi
amorosi, appartenenti alla nuova vita di Dante, essere accettata
siccome positiva e puntual narrazione di fatti estrinsecatisi proprio
ne' termini in che vengon posti; ossia dovremmo credere effettivamente,
che e' passasse quelli anni dal saluto alla morte di Beatrice, che
è quanto dire dal 1283 al 90, in visioni, in lacrimazioni, nello
scrivere il giorno quel che sognasse la notte, in soliloquî, in
languori, sottraendosi del tutto alla vita civile fiorentina, la quale
appunto in quelli anni dal cuore e dall'opera de' cittadini migliori
attingeva al suo spirito artigiano la più vigorosa espressione che
mai abbia avuta un reggimento democratico. Potremmo noi, vorremmo,
concepire siffatta la giovinezza di Dante? abbandonare non ai nobili
silenzî, alla severa solitudine, d'una meditazione feconda, ma agli
ozî isterici d'una passione che sarebbe stata fine, e vacuo fine, a
sè stessa, gli anni della sua vita più vigorosi e più caldi? Tutta la
metafisica medievale sulla precellenza della vita contemplativa alla
vita attiva non salverebbe dal ridicolo il Dante amoroso della _Vita
Nuova_ interpetrata alla lettera, cioè diversamente da quel che debba
interpetrarsi un libro d'amore non pur del secolo XIII, ma altresì (e
la _Fiammetta_ equivale, sotto questo aspetto, alla _Vita Nuova_[215])
del XIV.
Ma v'ha di più. Io ho poc'anzi accennato, e vediamo ora quanto
preziosamente faccia al caso ed assunto nostri, quel collegamento
che una sola volta, com'ebbi a dire, ma una volta è pur fatto, in una
pagina della _Vita Nuova_, tra le idealità amorose e la realtà della
vita civile di Dante.
In tale interpetrazione, dopo averne diversamente opinato e
dubbiato,[216] mi fermo oramai di quel passo dove il Poeta accenna
ad una sua cavalcata da Firenze, lungo un fiume, fatta in compagnia
di molti, ma di mala voglia pel «dilungarsi da la sua beatitudine»
verso un luogo di non grande lontananza, e, pare, essendo egli su'
venti anni, cioè nel 1285. «Mi convenne» egli dice[217] «partire de
la sopradetta cittade,» (_gli convenne_: andata, dunque, doverosa ed
imposta) «ed ire verso quelle parti» (_nelle parti_ di Valdarno, di
Casentino, di Romagna, di Lombardia, era la frase usuale e costante
a designare andate o militari o politiche di cittadini in servigio
del Comune[218]) «verso quelle parti», prosegue, dove trovavasi una
gentildonna fiorentina, alla quale altresì era, come ha scritto poco
innanzi,[219] «convenuto partirsi de la sopradetta cittade», ma per
luogo assai più lontano, e donde non sarebbe tornata per un pezzo:
Dante invece mostra di porre a breve distanza di tempo la propria
«ritornata»;[220] parola, anche questa, della quale, come del suo
correlativo «andata», l'uso militare è negli antichi frequente.[221]
Io non dubito che, spogliando del solito adombramento i fatti che in
questi due luoghi si accennano, i fatti sian questi. Una gentildonna
fiorentina è stata condotta dal proprio marito in una delle città
d'Italia, più facilmente in una città guelfa: potevano essere Perugia,
Orvieto, Bologna, Lucca, Genova, od altra alla quale meglio si adatti
la designazione, che è nel testo, «paese molto lontano» da Firenze.
Invero non sempre la donna di que' mercatanti «era per Francia nel
letto deserta»;[222] talora ella seguiva in que' venturosi commerci
il marito: oppure, come qui crederei più probabile, alcuna volta, e
fosse pur raramente, «menava seco la donna»[223] il cittadino che, con
licenza del proprio Comune, andava Potestà o Capitano di alcun'altra
città,[224] per trattenervisi almeno un semestre, e spesse volte un
anno, e dunque per «non rivenire a gran tempi» (cioè per lungo spazio
di tempo, per un pezzo), come della gentildonna scrive, a confronto
dell'andata propria in quella cavalcata, il Poeta. Verso quella stessa
città, ma per fermarsi ad assai minor distanza da Firenze, è diretta la
cavalcata, della quale «è convenuto» far parte a Dante; il quale, pochi
capitoli appresso,[225] è da osservare che assai men determinate parole
appropria ad altro suo, com'ei dice, «passare per un cammino», fuori
della città, «lungo il quale correva un rivo chiaro molto»: e questa
può essere una semplice passeggiata a diporto, o per cagion di poco
rilievo e tutta personale. Là invece si tratta di una vera e propria
«cavalcata»:[226] la quale se, come dalla cronologia della _Vita Nuova_
par che resulti, fosse da riferire al 1285, avviciniamo un poco il
testo dantesco ai documenti, ossia ai Consigli fiorentini del 1285 (e
si noti che, come di quell'anno, così potremmo ai Consigli di altri
anni), e al documento chiediamo la interpetrazione del testo dantesco.
«Questo è il modo di fare la oste pel Comune di Firenze contro
i Pisani, trovato per li mercatanti fiorentini per lo migliore e
più utile stato e comodo della città di Firenze e degli artefici
e delle Arti, e di tutta la Mercatanzia, della sopradetta cittade
di Firenze». E il modo era questo: chiudersi le botteghe; sonare a
martello la campana del Comune; cittadini e contadini fornirsi per
l'oste; scriversi liste, ciascuna di cinquanta nomi, dai quindici
ai settant'anni, e di essi l'una parte andare in oste, l'altra, ma
pagando, rimanere a custodia della città: in sulla metà del mese
(era il giugno) il Potestà, e in sua compagnia cavalcheranno dugento
cavalieri cittadini fiorentini, moverà le insegne per andare in terra
di nimici. I duecento cavalieri menavano seco ciascuno un compagno bene
armato e con cavallo coperto.
Ora, che in quelle liste delle cinquantine, come in altre simili di
cotesti anni,[227] dovess'essere il nome del ventenne Alighieri, è
certo: che alla custodia della città si ritenessero i più teneri e i
più gravi di anni, e che i gagliardi dai venti ai cinquanta fossero
prescelti a cavalcare contro il nemico, dovrà altrettanto sembrar
ragionevole. Dunque la interpetrazione di quel capitolo sarebbe
già fatta..., se non dovessimo avvertire che quella oste contro i
Pisani nell'85 non ebbe poi effetto altramente, essendo, a quel che
pare, prevalse le pratiche ed istanze del Papa perchè così andasse a
finire.[228] Ma ciò, prima di tutto, non infirma la convenienza che
abbiamo rilevata fra le circostanze e locuzioni del testo dantesco e
i particolari determinati e le forme adoperate nel documento militare:
cosicchè sta sempre che quelle si adattano benissimo ad una spedizione
militare fiorentina, quandochessia e per dovecchessia avvenuta; nè la
cronologia della _Vita Nuova_ è ancora, se pur potrà esserlo mai, così
tassativamente fermata, che non sia lecito riferire quel capitolo ad
altro anno che all'85. In secondo luogo, poi, anche non avendo avuto
effetto nell'85 una vera e propria oste del Comune contro i Pisani,
tale da lasciar traccia di sè nella storia come fu per quelle di pochi
anni appresso,[229] rimane tuttavia la possibilità d'una semplice
fazione, od anche semplice cavalcata, delle tante che di certo sono
sfuggite a qualsiasi menzione di storico, a qualunque testimonianza
di documento; cavalcata di militi cittadini verso il Valdarno pisano
in quella medesima estate. Anzi alcuni di que' documenti del giugno
1285, ai quali io attingo, contengono questa proposta: che all'oste
generale contro Pisa si sostituisca «un'andata particolare di cavalieri
e pedoni», «i meno che si possa»; tanto per non mancare agli obblighi
della Taglia Guelfa, pur dando sodisfazione alle interposizioni
del Papa; e quest'altra ancora, che l'andata sia libera, «senza che
alcuno sia costretto», ma si bandisca che «chi vuole andare si faccia
scrivere». E nulla impedisce di credere, che questa o qualche consimil
proposta non abbia infine, dopo tutto quel dibattere di più settimane,
avuto, senza troppo strepito, che non si cercava, il proprio effetto.
Del resto, spedizioni fiorentine contro questo o quel Comune, o in
aiuto di questo o quell'altro contro altri, non facevano pur troppo
difetto: e sul cadere di cotesto medesimo anno 1285, dopo consultar
lungo e vario, cinquanta cavalieri, «buoni e gentili uomini della
città», ciascuno con «un compagno e due cavalli armigeri», erano
effettivamente «in oste pel Comune di Firenze» in soccorso de' Senesi
contro gli Aretini per una guerricciuola intorno ad un forte castello
di loro frontiera, Poggio Santa Cecilia. Aiuti fiorentini (di genti a
soldo, o delle vicaríe del contado, o di cittadini) erano inviati per
le parti del Valdarno di sopra, da Montevarchi; altri dal vicariato
del Chianti. I cittadini, designati Sesto per Sesto a tale servizio,
erano costretti ad andare: _cogantur ire_: tal e quale il dantesco «mi
convenne partire, ed ire....». Dall'oste guelfa scriveva messer Corso
Donati al Comune, «sperando del tutto battaglia». La guerricciuola e
l'assedio finirono in aprile con la vittoria de' Guelfi.
Ma o pisana o aretina, la spedizione guelfa per la quale a Dante
«sia convenuto partire de la sua cittade» ed «ire verso queste o
quelle parti», sia scendendo sia risalendo il corso del suo Arno;
o in quell'anno 85, vuoi nell'estate vuoi nell'inverno, ovvero in
altro anno; cotesta, insomma, qualsiasi spedizione ha qui per noi
un'importanza del tutto secondaria; questo invece importandoci, che se
paragoniamo il contenuto e la forma di quel capitolo al fatto reale
che in esso è adombrato, noi intenderemo tanto bene, quanto forse
su nessun altro punto della _Vita Nuova_ potremmo, in quali termini
Dante, scrivendola, si collocasse fra la realtà storica e le idealità o
misticità, che dir si vogliano, dell'amor suo.
Paragoniamo. Ecco il fatto. Le cavallate fiorentine procedono lungo
il corso dell'Arno, al loro cammino: Dante è co' suoi compagni
d'arme, giovane tra giovani, nella baldanza de' suoi vent'anni, e
del suo sentimento di guelfo magnate che presta al Comune la spada
degli Alighieri, esercitata già onoratamente in Montaperti da' suoi
maggiori, morti appiè del Carroccio. Dinanzi son date al vento le
bandiere di questo Comune glorioso; e il Giglio vermiglio, e la Croce
del Popolo, e in lettere d'oro il dolce nome _Libertas_, annunziano
Firenze. — Ed ecco il racconto della _Vita Nuova_. A Dante è «convenuto
partire de la cittade, ed ire verso quelle parti, _ecc_.». La cagione
del partirsi, la qualità e forma dell'andata; le condizioni della
città, ne' cui Consigli noi oggi, leggendone gli atti, crediamo di
rivivere; tutto, in questo racconto, sparisce. «Avvenne cosa per la
quale mi convenne partire»: quella cosa è la guerra guelfa; è la lega
di Firenze, Genova e Lucca contro l'odiata emula ghibellina; è Porto
Pisano, le cui catene saranno spezzate e trascinate come spoglia di
guerra; è l'ambizione d'Ugolino della Gherardesca, la cui atroce fine
sarà immortale nella poesia di questo giovane milite, che oggi cavalca
pensando rime d'amore. Oppure: è, verso altra parte di Toscana e contro
altro nemico, pur sempre la guerra guelfa. Arezzo e Siena rimuginano,
anch'esse alla lor volta, i maligni umori cittadini: ghibellina Arezzo
col suo Vescovo battagliero, ma guelfi i suoi fuorusciti e gli aderenti
loro in città, vanamente aspiranti a un governo popolare sullo stampo
di quello fondato in Firenze: Siena, voltabile d'anno in anno, guelfa
ora con Firenze: son corsi appena venticinque anni da Montaperti; e
fra soli altri quattro sarà Campaldino. Ma nel racconto che abbiamo
dinanzi, queste realtà solenni e tragiche svaniscono, e sottentrano ad
esse i fantasmi ideali del romanzo d'un'anima. Dante «è a la compagnia
di molti»: i suoi compagni perdono ogni personalità individua; sono
i «molti», e basta: le cavallate cittadine, i cavalieri gentili
uomini, co' loro compagni e i cavalli coverti, sono una «compagnia»
non specificata: Dante non è solo; nient'altro. Anzi, anche questo è
troppo: non è solo, «quanto a la vista», esteriormente, in apparenza;
ma nel segreto dell'anima sua egli è solo, solissimo, perchè sola
sua, sola degna, compagnia sono i suoi pensieri d'amore. Il paradosso
del maggiore Affricano, — quand'io non fo nulla, è quando fo di più;
mai non mi trovo men solo, che quando son solo,[230] — si adatta,
con singolare vicenda, non più ai romani pensamenti del vincitore
d'Annibale, ma alla medievale psicologia dei trasognati servi di Amore.
E tale invero Dante descrive in quella cavalcata sè stesso: «Tutto
ch'io fossi a la compagnia di molti quanto a la vista, l'andare mi
dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l'angoscia
che il cuor sentìa, però ch'io mi dilungava da la mia beatitudine». Ma
potete voi credergli? Vi riesce uno di quei fieri uomini del Dugento,
sotto le bandiere del suo Comune, figurarvelo, storicamente, così? —
Era poeta. — Sì: ma poeta, che il giglio della sua Firenze cantò non
dover mai essere per man di nemici «posto a ritroso»; il poeta che
allo stemma delle grandi famiglie assegna come il fregio più bello
l'essere stato portato nelle imprese della patria; «.... e le palle
dell'oro Fiorian Fiorenza in tutti i suoi gran fatti»; il poeta che
nella ghiacciaia infernale, sul traditore della bandiera, Bocca degli
Abati, inveisce ferocemente non pur con le parole, ma e con le mani
e co' piedi.[231] Questo il poeta vero, e nel poeta l'uomo. Nella
_Vita Nuova_, dove (a rovescio) l'uomo è il rimatore, sull'ordito dei
fatti reali è intessuta la fittizia prammatica dell'amore per rima,
son ricamate le gracili malinconiose imagini di essa; e se n'ha un
libro il cui fondo è reale, ma il colorito, le figure, l'azione, sono
interamente fantastici.
Tanto fantastico, quindi, quel Dante sospiroso fra i cavalieri di
cavallata, quanto il personaggio che, invisibile a tutti fuori che
a lui, si aggiunge alla comitiva, e chiama il Poeta, e gli favella
e lo istruisce di schermi e infingimenti amorosi, e gl'ispira un
sonetto. Il personaggio è Amore, il quale, vestito con poveri panni di
pellegrino, viene da quella più lontana città dov'è ita la gentildonna.
Egli è sbigottito, con gli occhi a terra, un poco sogguardando le
acque lucenti dell'Arno. Non però che l'Arno sia nominato altramente
che siccome «uno fiume bello, corrente e chiarissimo, il quale sen
gìa lungo questo cammino là ove io era», per il solito scrupoloso e
perifrastico astrarre dalla storica realtà. Come della mescolanza di
essa coi fantasmi psicologici segno caratteristico è ciò; che questa
d'Amore sia chiamata apparizione («ne la mia imaginazione apparve....
disparve questa mia imaginazione»); anzi la stessa figura dell'iddio
pellegrino finisca col diventare un mero sentimento del Poeta;[232] ma
ciò non toglie, che sin che è figura ella sia rappresentata riguardosa
della gente con la quale il Poeta è accompagnato: «E sospirando pensoso
venìa, Per non veder la gente, a capo chino». Sparito ch'egli è, Dante
seguita a cavalcare e a sospirare: «e, quasi cambiato ne la vista mia,
cavalcai quel giorno, pensoso ed accompagnato da molti sospiri». E noi
con quelli lo lasceremo oramai.