Nella solenne adunanza della _Società Colombaria_, tenuta il
21 maggio 1887 nel Palazzo del Presidente, principe don Tommaso
Corsini.
_Colleghi egregi, Signore e Signori,_
Fu cortese desiderio del meritissimo Presidente e del Consiglio degli
Anziani della nostra Società, che fra i lettori designati, secondo le
Costituzioni, per l'anno presente, io trattenessi oggi per breve tempo
l'udienza, invitata alla Relazione, che con la consueta nobiltà di
pensieri e schiettezza affettuosa di forme, ci avrebbe fatta ascoltare
il Segretario[114] nella fratellevole allegrezza di questo, come i
vecchi dicevano, nostro annuale. A più modesta adunanza veramente
che a questa, la quale celebriamo in città tuttavia festeggiante e
all'ombra di quell'ospitalità di cui il patriziato fiorentino si onorò
sempre verso gli umani studi, a più modesta adunanza riserbavo io le
osservazioni, piuttosto accennative che dissertative, le quali sono
per leggervi, sulla idealità femminile nella letteratura fiorentina
da Dante al Boccaccio: nè dell'adunanza, in cui si è voluto che io
le rechi, intendo occupar con esse altro luogo che una estrema linea
e come d'appendice. Appendice forse non disadatta, per l'argomento,
alla genialità del convegno odierno; appendice altresì e compimento
di altra mia recente lettura;[115] trovino presso di Voi, come questa
ebbe presso altri gentili, accoglienza benevola: e in ogni caso, lo
avere non altro che obbedito valga e a scusarmi e insieme a liberarmi
dalla taccia di quel Cherilo oraziano, che batteva sempre sulla
medesima corda; e male, per giunta.[116] Io, fidato nella vostra bontà,
rinunzierò volentieri alla difesa che potrei trarre da una sentenza del
Machiavelli: «Se niuna cosa diletta o insegna nella storia, è quella
che particolarmente si descrive.»[117] Lo dice egli della storia, con
piana applicazione, com'è di tutti i suoi lucidi e appuntati aforismi:
nella critica, l'equivalente di questo mi sembra essere, che non si
trascuri alcun ordine di fatti, così dall'ideale come dal reale, i
quali appartengano alla illustrazione d'un dato argomento. Nè a me,
studiando la Donna fiorentina nei primi secoli del Comune, parve poter
trascurare, dopo mostrato ciò ch'ella fu nei fatti e nelle tradizioni,
un sommario cenno a quale ella ci vive tuttora presente, nelle
perpetuatrici pagine dei grandi effigiatori e assimilatori del vero;
quale ella informò di sè, per virtù de' proprî naturali effetti, i
cuori e le menti de' sovrani atteggiatori del pensiero nell'adolescente
e pur già virile parola italiana. Ma sempre, avvertasi bene, con
relazione, anche questa parte del mio Studio, a ciò che chiamerei la
personalità fiorentina della donna; per circoscrivere col linguaggio
de' giuristi un tema, che potrebbe svolgersi in àmbito ben altramente
ampio di principî e di applicazioni.
*
* *
In quel giovine mondo, del cui risvegliarsi con entusiasmo alla
vita è simbolo, ormai tradizionale, l'affrancamento dalle più o
meno millenarie paure della distruzione delle cose, molte e svariate
cause concorsero a far potenti e benefici gl'influssi della femminile
bellezza; ma non altrove forse così singolarmente quelli influssi
operarono, nè con effetti sì alti, come in questa città e in quel
tempo, in cui agli angeli di Cimabue (non più linee bizantine ma
umane figure) succedevano quasi immediatamente i profili eloquenti,
le passionate espressioni, del suo discepolo Giotto; e l'eco
dell'artificiata poesia di quei graziosi bizantini della parola che
poi infine furono i Provenzali, si era appena ripercosso nelle colline
di Fiesole e di Maiano, sede non disacconcia a «pastorette» e a
«tenzoni», che già, dal cuore della vecchia Firenze, una voce vera di
uomo, e quale uomo!, disperdeva fra concetti di schietto e profondo
sentimento quella musichetta di seconda e terza mano, e «cominciatore
del dolce stil nuovo», un giovine degli Alighieri, scriveva «a
dettatura d'Amore», e «secondo le interne spirazioni di lui, andava
significando» non vuoti suoni ma cose: «amoroso canto», a cui dava note
potenti Casella.[118] Se gentile atomo della terrena polvere» è stata
chiamata Firenze da un grande innamorato di lei,[119] a nessuna parte
forse di Firenze si addice meglio tal nome, che a quel breve tratto
fra le case dei Portinari nel Corso e la vecchia Badia, nel quale si
svolse la soave storia d'amore, che ebbe idillio ed elegia nella _Vita
Nuova_ e poema in uno de' più grandi concepimenti d'ingegno mortale.
E noi vorremmo, cotesto piccol nido di cose grandi, poterlo ripopolare
delle gentili figure di quelle «sessanta fra le più belle donne della
città», che il giovine poeta ci narra[120] avere enumerate e disposte
«in una epistola sotto forma di serventese»; della cui perdita mal ci
compensano il Serventese delle belle donne del 1335, scritto da Antonio
Pucci nel suo ruvido stile (salvo il cominciamento, ch'è assai garbato,
Leggiadro sermintese, pien d'amore,
cercando va', per la città del fiore,
tutte le donne più degne d'onore,
in tal maniera),
e un posterior frammento consimile che si volle attribuire al
Boccaccio.[121] Ma quell'omaggio che alla bellezza delle sue
concittadine rendeva Dante; non il macro e doloroso meditatore della
Commedia divina, sibbene Dante giovine e innamorato, a cui non ancora
la morte aveva tolto la donna sua, nè l'esilio la patria; quell'omaggio
trovadorico, del quale null'altro, e da lui stesso, conosciamo, se non
che sessanta erano le belle, e come «componendolo, maravigliosamente
addivenne, che in alcuno altro numero non sofferse il nome della sua
donna stare, se non in sul nono», mistico numero; andò disperso nel
fragore battagliero delle parti. Così al cozzo delle spade, alle grida
di «Arme, arme! Ammazza, ammazza!», si sgominarono i balli di donne
e di cavalieri, festeggianti pel calendimaggio il rinnovamento della
primavera o per il San Giovanni la maggior solennità cittadina; si
dispersero le brigate allegoriche, vestite di robe bianche «con uno
Signore detto dell'Amore», che tenevan pubblicamente corte bandita,
imitando con larghezza popolana le feudali magnificenze.[122] Il poeta
che ventenne si era deliziato nei sogni d'amore, immaginando sè con gli
amici e poeti Guido Cavalcanti e Lapo Gianni e le loro donne, naviganti
in un mare tranquillo entro un vascello incantato;[123] respinto prima
dalla morte dell'amata sua nelle aspre realtà della vita, ebbe poi a
sostenere il peso delle pubbliche sventure, de' civili disinganni, e di
suoi proprî traviamenti ed errori. Per tal modo,
le dolci rime d'amor, ch'ei solea
cercar ne' suoi pensieri,[124]
cedetter luogo, nell'anima ravveduta e percossa, allo sdegno che
purifica, al dolore che ispira, alla meditazione che gli obietti
esteriori trasforma, quelli che per degnità ne son suscettivi, in
mere idealità. La dominante scolastica accrebbe (e il _Convivio_ ne
fa espressa testimonianza) impulso ed estensione al procedimento di
quell'austero intelletto verso l'ideale: cosicchè non solamente la
donna che
si era partita dalla sua veduta,
divenne spirital bellezza grande,[125]
sibbene tutta la realtà della vita, tutta, come dicevano, la vita
attiva, scomparve agli occhi suoi contemplanti, e le si sovrappose,
infinito e sovrumano, e solo esso vero, l'ideale. Ma gli occhi di
Beatrice anche in quella regione sconfinata, raggiano sempre,
dal primo giorno ch'ei vide il suo viso.
in questa vita, insino a quella vista;[126]
gli occhi amorosi, che per le feste primaverili nella casa del padre,
ai banchetti nuziali, passando per le vie, nella chiesa pregando a
Maria (non faccio che ricordarvi le realtà della _Vita Nuova_;[127]
e nessun altro libro nè ha di più spiritualmente adombrate), si sono
volti verso il Poeta: anzi, se lo sguardo di lei donna lo confondeva
e lo «sconfiggeva»,[128] sono ora gli occhi di lei «salita a spirto
e cresciuta di bellezza e di virtù»[129] che lo attraggono, per virtù
miracolosa, di cielo in cielo alla visione suprema dell'Ente: