E nessuna lode, fra le adulazioni tante di che è stata (fin che è usato
rispettarla) caricata la donna, nessuna fu mai lode più alta di questa.
Di Beatrice, quanto indubitabile la realtà, suggellata in quel verso
potente[131]
guardami ben; ben son, ben son Beatrice,
altrettanto è poco o punto contornata storicamente la figura, non dico
nel Poema, dov'ella è spirito e simbolo ma nella stessa _Vita Nuova_,
dov'ella è donna che ispira affetti e che muore. Può anzi dirsi che la
Beatrice della _Vita Nuova_, sebbene donna vivente, è in sì alto grado
angelicata, che i lineamenti femminili si perdono in quell'aureola
ond'è circonfusa la
cosa venuta
di cielo in terra a miracol mostrare:[132]
e piuttosto nel Poema, dove la creatura celeste è discesa «dal suo
beato scanno, per soccorrere quei che l'amò tanto»,[133] spesso assume
aspetti e atteggiamenti di vita reale ed umana, sia che[134] non
senza lacrime parli a Virgilio del pericolo di Dante; sia che a questo
rimproveri le mondane infedeltà, e lo umilii fino a rompere in pianto;
sia che lo affidi pei mistici lavacri a Matelda; sia che sorrida de'
suoi smarrimenti di creatura impotente a sostenere il fascio del divino
che opprime i deboli sensi; sia che, perfino, maliziosamente
ridendo, paia quella che tossìo
al primo fallo scritto di Ginevra.
Nella _Vita Nuova_ hanno cercato a che punto della narrazione Beatrice,
da Portinari, diventi de' Bardi, poichè, si è detto, «il matrimonio
di lei con un altro uomo doveva muovere gagliardamente l'anima del
giovine e innamorato poeta.»[135] Io non lo credo: e che l'amore di
Dante, «la reverenza che s'indonnava di tutto lui pur per B e per
ICE»,[136] sia stato amor di poeta medievale per la donna del pensiero,
e non altro, lo stimo asserto da poter sostenere il cimento anche
de' luoghi più appassionati di quella psicologica confessione.[137]
Del resto, è argomentazione molto probabile quella su tal proposito
stata fatta,[138] che Beatrice andasse sposa a messer Simone de' Bardi
in giovanissima età: e volentieri questo parentado di Portinari,
alcuni de' quali Ghibellini, con Bardi famiglia guelfa de' Grandi,
io lo porrei com'uno di quelli che la pace del cardinale Latino, nel
1280, conciliò tra famiglie delle due parti. Similmente, che quello
fra Donati e Alighieri, pel quale Dante, sposando la Gemma di messer
Manetto, s'imparentò col grande agitatore di parte guelfa messer Corso,
sia stato principalmente un parentado di «vicini», nel senso storico di
«quasi consorti» che tal parola ci deve da que' tempi richiamare alla
mente, è cosa non certa per documenti,[139] ma troppo più probabile
del tanto che sul matrimonio di Dante e, povera donna, sulla sua
moglie, hanno o ricamato o stillato biografi ed eruditi, dal romanzo
del Boccaccio alle bizzarrie presuntuose di critici odierni. Tanto più,
che il terribile messer Corso, in maneggiar parentadi di sua casa con
mire di parte, fu tale da disgradarne la peggio intrigante femmina,
aggiuntovi poi l'audacia e la violenza che per lui principalmente
attirarono alla sua famiglia il triste soprannome di Malefa' mi: o
si trattasse di strappare al chiostro la sorella bellissima; o a sè
medesimo, non più giovine, dare la terza moglie, dopo una Cerchi della
cittadinanza guelfa e una Ubertini del contadiname feudale ghibellino,
in una figliuola del ghibellino venturiero Uguccione della Faggiuola.
Corse voce, intorno a quella prima sua moglie, la Cerchi, che morisse
per veleno dal marito stesso propinatole: doppiamente orrendo a
pensarsi, se cupidigia di nozze partigiane trascinava quel sinistro
uomo a moltiplicarle.[140] E a tutto ciò riflettendo, quanto più cara
e pietosa addiviene, là dentro a quelle infauste case de' Malefa' mi,
la soavissima figura di Nella! la vedova virtuosa dello scapestrato
Forese Donati, compagno a Dante nel breve periodo giovanile, che
questi pur ebbe, di vita mondana;[141] «la Nella mia», dice Forese nel
Purgatorio,[142] «che piange e prega per me, soletta in bene operare
fra quella gente selvaggia dov'io l'ho lasciata». Ad amare di simile
affetto la madre de' suoi molti figliuoli, ad amarla in patria, ad
amarla esule, io penso che il culto ideale per Beatrice non dovesse
a Dante fare impedimento veruno; non più che a Guido Cavalcanti,
marito di Bice degli Uberti, la servitù amorosa per monna Vanna. Nè
credo, come alcuni interpreti della _Vita Nuova_ han voluto,[143]
che la «donna gentile» vicina di casa dell'Alighieri, e che «da una
fenestra riguardava molto pietosamente» al dolor suo nella morte della
Portinari, fosse appunto la Donati, che di quel tempo gli era forse
già moglie.[144] In quella donna gentile altri volle ravvisare la
Matelda del Paradiso terrestre: alla quale, meglio che il serto della
contessa famosa, meglio che le bende di non so qual monacella alemanna,
furon creduti addirsi — poichè ragioni all'accennata identificazione
non mancherebbero[145] — lo schietto vestire, il dimestico e natural
contegno, di semplice donna fiorentina: le cui più graziose imagini, di
donna che coglie fiori, di donna che muove il picciol passo a ballare,
di vergine che gli occhi onesti avvalla, ritornano, certamente dai
giovanili ricordi, dinanzi all'apparizione di lei, nella fantasia del
Poeta.[146]
*
* *
Ma nulla pur troppo di fiorentino potevano i giovanili ricordi ispirare
all'altro de' grandi idealizzatori della donna in quel secolo, al
Petrarca, a cui dalle maledette fazioni fu conteso in Firenze il
nascere e l'educarsi alla vita, come a Dante l'invecchiarvi e il
morire. Nè sappiamo se con preparazione e condizioni diverse di vita,
la tempera dell'animo suo e dell'ingegno sarebbe stata altra da quella
che fu, e sulla quale la realtà de' fatti operò tanto poco, e con tanta
poca coerenza d'impressioni, quanto invece fu molteplice e indefesso il
lavorio interno dello spirito e l'accentramento nel proprio sè delle
percezioni e de' sentimenti a queste congiunti. Checchè potesse esser
di ciò, nel Petrarca, quale lo abbiamo, non solamente Laura è donna
non fiorentina, ma ell'è la donna semplicemente; e quel che il Poeta le
appone è tutto attinto da sè medesimo, dal suo sentimento squisitissimo
e alcun poco morboso, pel quale il Petrarca bene è stato detto[147]
precorrere in parte ed anticipare i grandi poeti moderni dell'affetto e
del dolore universale e infinito.
Se non che una donna fiorentina, Eletta Canigiani, fu pure sua madre;
la quale datolo alla luce in terra d'esilio, da Arezzo infante di
sette mesi lo portò seco all'Incisa, e poi con lui ed un altro minor
fìglioletto segui il marito in Provenza, e morì, che il giovinetto
Francesco aveva appena quindici anni, ella non più che trentotto. E
trentotto esametri latini il giovinetto consacrò alla memoria materna:
nè chi conosce, quale poi si svolse, quella natura isterica d'umanista,
si meraviglia di tale aritmetica metrica applicata all'amor filiale.
«Porgimi ascolto, o madre mia santa, se virtù premiata in cielo non
isdegna altri onori. Anima eletta di nome e di fatto, cittadina del
paradiso e quaggiù eternamente memorabile per onestà e alta pietà,
dignità d'animo, e castità nel tuo bel corpo da' primi anni continuata
sino alla morte, tutti debbono venerarti, io piangerti sempre, chè
lasci me e il fratel mio giovinetti nel bivio fra il bene e il male,
in mezzo al turbine delle cose mondane: ma teco viene e ti accompagna
nel sepolcro la fortuna e la speranza della derelitta casa ed ogni
nostro conforto, e a me par d'essere sotto il tuo medesimo sasso». E le
promette più lunghe lodi e maggiori, dopo aver pianto sul suo feretro
e di lacrime aver bagnate le fredde membra; e che il nome della madre
vivrà ne' suoi versi, insieme col nome di lui, augurando, se questo
è destinato a perire, che quello di lei sopravviva. Ma tutto questo
dolore in latino, misurato in trentotto versi,[148] io dico schietto
non valere menomamente, nè[149] quell'ansiosa figura di madre, sebbene
appena sbozzata, che è in uno de' suoi tanti sonetti per Laura,
Ne mai pietosa madre al caro figlio....
diè con tanti sospir, con tal sospetto,
in dubbio stato, si fedel consiglio....;
e molto meno quell'affettuoso e virile concetto nell'immortale Canzone
agl'Italiani, pel quale amor di patria e di famiglia sono fatti com'una
cosa sola:
Non è questo il terren ch'i' toccai pria,
ove nudrito fui sì dolcemente?
non è questa la patria, in ch'io mi fido,
madre benigna e pia,
che cuopre l'uno e l'altro mio parente?
Di aver dati al Petrarca «i cari parenti e l'idioma», il Cantore dei
Sepolcri ha esaltata, con versi degni,[150] Firenze: ma che l'idioma
appreso sulle sponde dell'Arno rimanesse, nonostante la proscrizione
paterna, nonostante l'irrequieto pellegrinare di paese in paese, su
«quel dolce di Calliope labbro» ond'ebbe veste pudica l'amore; vi
rimanesse potente ad esprimere i più delicati sentimenti, mercè una
mirabil signoria delle più fine e riposte proprietà e, direi quasi,
fragranze del parlare toscano; quanto merito non ne dovesti aver tu,
oscura esule fiorentina, che in quella sua precoce adolescenza, fra una
pagina e l'altra di Cicerone e di Livio, in mezzo al gaio intertenersi
nell'amorosa lingua de' trovatori, fra le sonorità dell'eloquio
cortigiano della Babilonia avignonese, riportasti intermessamente
all'orecchio del figliuol tuo le armonie gentili del linguaggio
nativo! Che se di tal benefizio, di questa quasi seconda maternità, il
laureato capitolino, il conversante coi classici e gli eroi antichi,
il dispregiatore di questo anche per sua opera divino volgare, non
si accòrse mai dover esserti grato, è vecchia istoria delle madri,
che esse non chiedano compenso del loro amore, che esse cerchino il
sacrificio, e in quello appagate adagino la bianca testa veneranda,
come sul guanciale del loro riposo.
*
* *
La Provenza fu terra ospitale a molti di quei proscritti fiorentini;
e uno di essi, Azzo Arrighetti, fu colà il progenitore di una stirpe
più tardi famosa, Riquetti de Mirabeau. Paese gentile la Provenza,
di clima come il nostro benigno, agevole ai traffici italiani, e,
durante poi cotesto secolo, paese papale. Ma le donne nostre che,
come la Eletta Canigiani, colà o balestrava l'esilio od altra ventura
portava, le mogli de' mercatanti de' notai degli artefici fiorentini,
come si saranno assuefatte, e quali saranno esse parse, a quella
società feudale, tanto da' nostri reggimenti a popolo diversa? nel
paese de' baroni e de' trovatori, de' tornei e della gaia scienza, fra
la nobiltà dalle grandi tradizioni cavalleresche, accanto alle dame
che anc'oggi piace immaginare atteggiate a formular gravemente i loro
giudicati nelle Corti d'Amore, applicando a' casi controversi quello
o questo, de' trentuno articoli che ne compongono il codice?[151] Le
schive concittadine della buona Gualdrada, che la tradizione esaltava
d'essersi pubblicamente ricusata al bacio imperiale di Ottone IV,
che cosa avranno esse detto o pensato, assistendo in Avignone a
quella festa, che meritò un Sonetto del Petrarca, dove l'altera la
castissima Laura porse al bacio del giovane principe, che fu poi
Carlo IV, la fronte e quegli occhi, che il Poeta dovè contentarsi
d'aver cantati?[152] od anche solamente leggendo in una novella del
_Decameron_,[153] che Pietro d'Aragona, il cavalleresco re de' Vespri,
alla giovine fiorentina che in Palermo s'innamora di lui, confortatala
invece a savie nozze borghesi, in queste intervenuto di persona,
dinanzi ai genitori e allo sposo, «presole con amendue le mani il
capo, le bacia la fronte»? Che avranno, di queste baciature imperiali
e reali, le nostre care donne pensato? Risponde per loro, e proprio
da Avignone, un Fiorentino di due secoli appresso, che da Virgilio
ritraeva la poesia dell'Api e da Sofocle e da Euripide la tragedia, il
quale agli amici di Firenze annunziava, pieno delle memorie di madonna
Laura, che in quel gaio paese «gli erano leciti i baci come costì gli
sguardi»; «baci», aggiunge, «senza lo scoppio», de' quali egli stava
imparando, insieme col parlar francese, il segreto:[154] «baci», aveva
già prima detto il Pulci[155] «alla franciosa», che «ogni volta rimanea
la rosa».
La letteratura fiorentina del Trecento ebbe uno scrittore (che fu pure,
notisi, per alcun tempo in Provenza), il quale sentì quella semplicità
o, come poteva sembrare, rozzezza della nostra donna, della donna del
Comune democratico, appetto alla donna gentilesca e addestrata della
società feudale, e si argomentò di venirle in soccorso. La utopia
(chè altro nome non le si addice) di messer Francesco da Barberino
prese forma in due de' più singolari libri di quella letteratura,
i _Documenti d'Amore_ e _Costume e Reggimento di donna_, in forma
sentenziosa e di stampo addirittura gnomico: di che è bensì da
avvertire, che non in lunga e formata opera, come queste, ma in
componimenti lirici, e più specialmente canzoni, come quelle di Bindo
Bonichi, il Trecento porge altri notabili esempi.
Il _Costume e Reggimento di Donna_,[156] specialmente, è un completo
galateo femminile, dove, per ciascun grado e condizione sociale,
da fanciulla a vedova, da madre di famiglia a romita, da regina,
contessa, duchessa, principessa, a borghese, monaca, ancella, balia,
fruttaiuola, e persino barbiera, non omesse le treccole e le accattone,
si danno ammaestramenti alla donna, e se ne forma un modello ideale,
al quale ahimè quante poche rispondenze avrà dovuto trovare, anche
dopo la diffusione de' suoi libri, quel buono messer Francesco, fra
le allegre gentildonne e le graziose fanciulle e le saccenti comari
che per le case e per le piazze di Firenze gli si movevano attorno!
E notisi che i doveri femminili della vita regale[157] comprendono
ben cinquantaquattro capi, senza contare una dozzina di «cautele»
preliminari, e le speciali prescrizioni concernenti i casi di reggenza:
complesso di leggi, regole, norme, ammaestramenti, insegnamenti,
ammonimenti, consigli, che bastava esso solo a fare strabiliare,
salmisìa, non che le donnette spicciole, ma anche le gentildonne,
della nostra libera e sciorinata cittadinanza. Il recente storico della
Repubblica, signor Perrens, ha certamente esagerato nell'aggravare di
volgarità la vita quotidiana dell'antica donna fiorentina, contessendo,
con francese vivacità, d'episodietti dai nostri novellieri una serie
d'imagini e di fattispecie,[158] che pare uno spoglio, o piuttosto,
un inventario, dai romanzi d'Emilio Zola. Tuttavia ci è forza dubitare
assai, per modo di esempio, che molte delle leggitrici del _Reggimento
e Costume_ di messer Francesco abbiano saputo osservare i precetti co'
quali egli si confida regolar l'atteggiamento che la fanciulla dovrà
prendere nel ricevere l'anello di sposa:[159] stare con «gli occhi
chinati, fermi li membri» (e fin qui pazienza), ma inoltre «sembrar
paurosa»; e in questo era lecito a molte non riuscire abbastanza bene.
Così alla dimanda fattale del consenso, «aspettare l'una o le due»;
e la terza volta, «faccia soave e piana sua risposta»: manco male con
l'avvertenza, che e la paura e l'aspettare e la vocina sottile possano
essere un po' meno, se la sposa non è delle più giovinette. E sempre
dai precetti nuziali:[160] mangiar poco al banchetto; ma perchè lo
stomaco non soffra, aver preso innanzi qualche cosa in camera sua:
così pure, essersi lavata le mani, per non intorbidar troppo l'acqua
al bacino della mensa; e giova ricordare, come di que' tempi la
forchetta è, nelle ricerche erudite, un arnese di molto controversa
esistenza, e, per gentili e nobilissime che fossero, il cibo solido lo
portavano alla bocca le mani. Tutti poi i precetti del Barberino sono
corredati di esemplificazioni o novellette, spesso graziose assai,
ma quasi tutte di personaggi stranieri, di Provenza, di Normandia,
d'Inghilterra, di Castiglia, e cavalieri, conti baroni, re di corona;
e spesso alla esemplificazione è premessa qualche sentenza o concetto
di trovatore. L'intero trattato è altresì dominato per lungo e per
largo da un esercito di figure femminili allegoriche (come nel _Romanzo
della Rosa_), in persona di questa e quella virtù (taluna anche con
la sua «cameriera»[161] o col «fante»), Onestà, Pazienza, Castità,
Speranza, Cautela, Cortesia, Religione, e poi Voluttà, Penitenza,
Eterna luce, ed altre, subordinate tutte a Madonna che è la Sapienza;
la cui conversazione con lo scrittore dà come il filo a tutto il libro;
ed è cosparso largamente da descrizioni e moralità, il cui colorito
mena tinte calde e risentite, e lo stile, a motti e come a sprazzi, in
endecasillabi ballettanti i più sulla quarta e la settima, non ha forse
riscontro in altra opera dell'antica nostra poesia, e quasi arieggia le
moderne riproduzioni a freddo dell'oro e azzurro medievale.
Non vi dispiacerà, io credo, gustarne alcun poco. Una casa principesca
in giorno di nozze:[162]
Suonan le trombe e li stormenti tutti;
canti soavi e sollazzi dattorno.
Frondi con fiori, tappeti e zendali
sparti per terra,
e grandi drappi di seta alle mura,
argento ed oro, e le mense fornite,
letti coverti e le camere allegre.
Cucine pien' di varie imbandigioni;
donzelli accorti a servire, ed ancora
più damigelle giovani tra loro,
armeggiando pe' chiostri e per le vie.
Fermi balconi e le loggie coverte,
cavalier molti e valorosa gente,
donne e donzelle di grande beltate.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Vengono i vini e confetti abondanti;
là son le frutte in diverse maniere.
Cantan gli augelli in gabbia, e per li tetti
. . . . . . . . . . . . . . . .
Giardini aperti, e spandesi l'odore
. . . . . . . . . . . . . . . .
Bei cucciolini spagnuoi con le donne,
più pappagalli per le mense vanno,
falcon, girfalchi, sparvieri ed astori
. . . . . . . . . . . . . . . .
Li palafren corredati alle porte,
le porte aperte, e partite le sale,
come conviene alla gente venuta
. . . . . . . . . . . . . . . .
Surgon fontane di fonti novelle;
spargon là dove conviene, e son belle.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Le molte donne allocate a sedere
novellan tutte d'amore e di gioia
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ride dal sol la primavera in campi;
non è pareti che tengan la vista.
. . . . . . . . . . . . . . . .
E questo distico di mirabile effetto nel descrivere il cessar d'una
festa notturna con l'alba:[163]
Suona la sveglia, l'aurora apparisce,
bassa il romore, e la gente s'addorme.