fece del cor ròcca, e tirò via
sempre piangendo, misera dolente:
e incontra la stessa accoglienza sotto la casa d'un suo zio. Allora
si ricorda del virtuoso amante; va alla sua casa: egli, pur credendola
spirito,
vuol veder se tal spirito gli nuoce:
scende, la raccoglie, chiama la madre e le altre donne di casa; la
confortano, l'assistono, la salvano. Ella vuol esser come morta al
marito che l'ha seppellita, e passare a seconde nozze con l'uomo pel
quale è rivissuta. Sostiene la sua causa dinanzi alla curia vescovile,
e la vince. L'Amore questa volta (bene è stato detto da chi illustrò
criticamente la leggenda)[99] l'Amore trionfa della Morte.
Ma, non che antica, antichissima sarebbe, e non di amore ma civile
e patriottica, una tradizione che risale nientemeno che a' tempi di
Totila; se però non si avesse piuttosto a tenere come una postuma
trovata del popolo. Il re barbaro, entrato per inganno in Firenze,
si è insediato nel centro della piccola città romana, nel palazzo
del Campidoglio. E volendo toglier di mezzo «li maggiori e più
possenti caporali della terra, li fa uno giorno richiedere a suo
consiglio in grande quantità. E come giugnevano in Campidoglio,
passando ad uno ad uno per uno valico di camera, gli faceva uccidere e
ammazzare, non sentendo l'uno dell'altro, e poi i corpi gittare negli
acquidocci».[100] Una trecca di mercato, che ha la sua botteguccia
accanto alla chiesa di San Pietro lì presso, entrata in sospetto,
avverte i cittadini «guardino bene, chè, come ha quella favola
d'Esopo, di quanti vi sono entrati, niuno se n'è veduto uscire». Il
che salva la vita a molti, e guadagna alla chiesa il nome di San Pier
Bonconsiglio;[101] ma non impedisce la distruzione della città per
mano del barbaro. La trecca e Totila poi si sono convertiti, e ciò
a' dì nostri, egli nel più aborrito fantasma di tirannide che sia
rimasto nella memoria del popolo fiorentino, il Duca d'Atene, ed essa
nella Cavolaia di Firenze; il Consiglio de' maggiorenti al Palazzo
del Campidoglio è addivenuto una veglia in maschera, con annessi
trabocchetti, nella residenza ducale; e la maggior campana del Duomo,
che d'inverno suona per l'ultima volta a sera inoltrata, e che al buon
tempo dei nostri nonni, quando si andava a letto presto per alzarsi
all'alba, faceva segno della cessazione delle veglie, è per la plebe
la campana della Cavolaia, e rammenta come per opera di questa brava
fiorentina la veglia micidiale del Duca finisse (nessun istorico lo
sapeva) con la sua ignominiosa cacciata. La Cavolaia di Firenze, eroica
moglie di Stenterello, divide oggi gli onori del teatro popolare
fiorentino con la Ginevra degli Almieri, della quale il suddetto
Stenterello è pur diventato non so se dissotterratore o che altro. I
suoi personaggi la plebe, una volta attiratili a sè, li avvolge nelle
spire di simpatie secolari, che si modificano, si trasformano, ma
morire del tutto, non muoiono mai.
E un altro amore tradizionale del popolo fiorentino è, pure in questa
età del Comune democratico, monna Tessa, la virtuosa fantesca di Folco
Portinari, che per consiglio e cominciamento principalmente di lei
si vorrebbe avesse fondato lo spedale di Santa Maria Nuova.[102] Al
popolo, che vede scolpita in marmo la imagine della caritatevole donna
sul limitare della grande casa, ospitale alle sue infermità e alle
sue miserie, vano sarebbe, se già non fosse una pedanteria crudele,
ammonirlo che la tradizione di monna Tessa, attestata sotto quel marmo
da una iscrizione del secolo XVII, è tanto dubitabile quanto è, a
ogni modo, evidente che cotesto mezzo rilievo, posteriore almeno di un
secolo ai tempi ne' quali ella sarebbe vissuta, e che anticamente era
collocato in una delle cappelle della chiesa, non è se non la effigie
o d'una benefattrice del luogo pio, o d'una delle oblate addette ad
esso. La tradizione poi, è molto probabile che avesse occasione od
appiglio da una iscrizion del Trecento, che scolpita in rozzi caratteri
gotici era sulla mensa dell'altare di quella medesima cappella, e
vi rimase almeno fino al 1647, e dove si raccomandava l'anima d'una
monna Tessa, moglie di Tura bastaio, la quale aveva fatto costruire
cotesto altare.[103] Oltre a ciò, riescirebbe malagevole attribuire
tanta potenza di effetti all'opera d'una femminella di condizione
servile, in tempi ne' quali tale condizione rimaneva tuttavia
molto prossima alla schiavitù; e schiave infatti le chiamavano, e
dall'Oriente ne condussero e tennero effettivamente di tali.[104] Ma
non è egli bello che il popolo lasci tutto questo, ed altro ancora,
alla nostra saccenteria, e si tenga per sè la imagine cara della sua
monna Tessa, fantesca poveretta; e di questa umile donna che sarebbe
uscita da lui, esperta del suo patire, passata nel mondo fra i medesimi
dolori, faccia egli a sè come l'angelo consolatore di questi dolori,
la confortatrice di quei patimenti? Certo, io credo, non sarebbe mai
una donna, per dottissima ch'ella fosse, che aspirerebbe alla gloria
di combattere l'autenticità di monna Tessa. Più facile invece, che
qualche rappresentatrice ingegnosa di quel vero, il quale, fuor d'ogni
contingenza di persone e di tempi, è suggello perpetuo dell'essere
umano, la ritragga nelle case dei Portinari, tutta intesa alle faccende
domestiche, abbellire di carità la vita rassegnata e paziente, e
disporre al soccorso dei poveri l'animo del ricchissimo messer Folco
e della moglie sua madonna Cilia de' Caponsacchi: e pargoletta sulle
ginocchia della povera serva, la loro figliuola, la predestinata
Beatrice.
Nel nome di Beatrice, le realtà della storia e le fantasie della
leggenda si congiungono con le idealità superbe a cui l'arte del bello
solleva la manifestazione del bello più eletta fra le create, la donna.
Ed io tocco i limiti che ho assegnati alla mia lettura. Non potrei
lasciarvi con nome di donna fiorentina che suoni più alto e più soave.
Da nessun'altra delle tombe della vecchia Firenze, alle quali abbiamo
richiesta la donna del nostro antico glorioso Comune, da nessuna la
donna fiorentina si solleva irraggiata di tanto splendore. E se, come
di Folco,[105] fosse a noi rimasta la tomba di Beatrice Portinari,
c'inchineremmo su quella forse con non minor reverenza che sul sepolcro
dell'esule amante in Ravenna.