Tale, nella realtà dei fatti, la donna che i Fiorentini dei primi
secoli ebbero compagna della vita, a tutto il periodo schiettamente
democratico del Comune; fermandoci sul declinare del Trecento, quando,
sfuriati i Ciompi, l'aristocrazia borghese piglia campo, e paladini
del popolo, pericolosi paladini, si fanno avanti i Medici. Tale la
donna di quella antica Firenze: austera e gentile figura, che a sè
dice della gloria di cotesta età tanta parte esser dovuta, quanta fu
quella ch'ella prese nella operosità, nei dolori, ne' virili propositi,
ne' luminosi concetti, ne' passionati traviamenti, d'un popolo forte,
d'una democrazia degna veramente di tal nome, perchè senza declamazioni
operante con gagliardia e per sentimento di cose grandi.
Se non che la realtà è solo un aspetto della storia nè sempre il più
agevole a risapersi e a ritrarsi; e che anche quando si dà a divedere
con sufficiente larghezza, lascia pur sempre luogo da un lato alla
leggenda, dall'altro alle idealità dell'arte, trasformatrice quella,
imitatrice questa, del vero, di cui la realtà è la identificazione.
Ma se vasto è il campo nel quale la donna fiorentina potrebbe
considerarsi, in relazioni più o meno strette, più o meno dirette, con
le idealità della poesia e delle arti nei secoli iniziali della moderna
cultura, altrettanto angusto, è, come in ogni altro ordine d'idee e di
fatti fra noi, così anche in questo, il dominio della leggenda. È già
stato osservato da parecchi, che la fioritura leggendaria, nelle età
che l'avrebber portata, scarseggiò in Italia; e ciò perchè, lo dirò con
le parole d'un critico tedesco,[97] «gl'Italiani avevano dietro a sè
un'epoca di grande cultura nell'antichità, le cui traccie non si erano
mai interamente perdute, essi non uscirono da un tempo di barbarie:
e quindi mancavano loro appunto.... tradizioni, la origine delle
quali risalisse a tempi oscuri e mitici». Siffatta condizione storica
rivolse verso fonti oltramontane il naturale appetito delle plebi al
maraviglioso, originando quella poesia romanzesca, la quale solamente
fra noi doveva inalzarsi a creazioni d'arte grandiose e squisite;
siffatta condizione storica, anche per altri o cicli tradizionali,
o temi individui di leggenda, fu causa che il remoto e l'esotico
apparissero quasi essenzial condizione perchè un soggetto addivenisse
leggendario. Ciò premesso, sembrerà piuttosto troppo che poco, trovare
circonfusa del nimbo della leggenda qualche figura di donna fiorentina,
e non dai due primi secoli del Comune, sibbene da quelli della sua
piena maturità.
Al secolo XIV sembra invero appartenere, se si considerano le
circostanze dei fatti, il soggetto della novella, fin dal XV popolare,
e tale conservatasi, specialmente nella sua forma metrica, fino a' di
nostri, di Ippolito e Lionora;[98] una delle tante versioni sotto le
quali si è perpetuata la leggenda dell'amor contrastato, da Piramo
e Tisbe agli amanti veronesi che Guglielmo Shakspeare e Vincenzio
Bellini hanno resi immortali. Ma nella leggenda fiorentina mancano e
la catastrofe tragica, conchiudendosi l'amore con lieta fine, e quasi
la forma stessa di leggenda, alla cui scarna semplicità subentrano le
forme tornite e conversevoli della novella. Ippolito de' Buondelmonti
ama la Lionora, o Dianora, de' Bardi, e n'è riamato, nonostante
la nimicizia che, sebben guelfe ambedue, divide le loro famiglie.
Disperato del proprio amore, il giovane si consuma e ne inferma; e alla
madre, che piangendo lo interroga, rivela la segreta cagione del suo
languire. L'amore materno spinge le donne, non avvisando altro mezzo,
a pregare una zia di Lionora, abbadessa nel convento di Monticelli,
che procuri di far trovare insieme i due amanti. Il che avuto effetto
e giuratasi fede di sposi, e stabilito come rivedersi con maggior agio
nella casa di Lionora, nel recarvisi Ippolito nottetempo, è fermato
dalla famiglia del Potestà. Egli, per salvare l'onore della donna
amata, si dà per ladro, e tale persiste a dichiararsi, nonostante
l'onta e la desolazione de' suoi; tacendo, a quel che sembra, le donne,
per ispavento che, risapendosi il vero, le due famiglie e respettive
consorterie non s'arrovescino l'una contro l'altra, e prima vittima
sia lo stesso Ippolito. Il giovine generoso, condannato a ignominiosa
morte, prega, per la salvezza almeno dell'anima, «che vi piaccia, nel
mandarmi alla giustizia, che io faccia la via alla casa de' Bardi,
acciò che gli possa domandare perdono dell'odio che io come inimico ho
portato loro»; ma in realtà, «solamente per vedere una volta Lionora,
prima che morisse». Gli è concesso; e il lugubre corteggio, a suon
di trombe e con lo stendardo della giustizia alla testa, s'incammina:
Lionora si fa alla finestra, e gli sguardi de' due sposi s'incontrano:
allora ella «come furiosa discende la scala, a malgrado di tutte le
donne di casa...., si gitta fuori della porta, afferra per la briglia
il cavallo del cavaliere del Potestà, e grida: Finchè la vita mi starà
nel corpo, tu non menerai Ippolito alla morte, la quale lui non ha
meritata.» E si gitta nelle braccia del condannato. Il cavaliere non
sa che si fare, la gente romoreggia; la Signoria chiama a sè i due
giovani: «Ippolito, legato con la corda intorno al collo, e Lionora
scapigliata e piangente, seguendoli gran copia di popolo». La giovine
si fa innanzi e domanda ragione: «cioè, che voi mi rendiate il mio
marito e sposo; altrimente io appello a Dio ed al mondo, chiamando
vendetta di tanta ingiustizia, pregando Dio che con i suoi giusti occhi
riguardi le vostre inique sentenze e malvagi giudizi.» La Signoria,
verificati i fatti, chiama i padri de' due sposi: «li quali intendono
la cosa per dritto modo, e quivi in presenza de' Signori e del popolo,
fermano il parentado. E dove già duecento anni i Buondelmonti e i Bardi
erano stati inimici a morte, divennero amicissimi per il parentado
che tutti parevano d'uno sangue.» Vedete, o Signore gentili, che la
leggenda ha pur voluto dare la sua eroina a Firenze, e l'ha chiesta
all'amore.
Amorosa pure è la leggenda della sepolta viva; che il suo rozzo
cantastorie quattrocentista riferisce al 1393. Ginevra degli Amieri
(Almieri, per corruzione popolare) è amata da Antonio dei Rondinelli,
ma dal padre sposata invece a Francesco degli Agolanti. Infermatasi
e tramortita è, in que' sospetti di morìa, creduta estinta, e la
seppelliscono da Santa Reparata. Ritorna ai sensi dentro la tomba, si
accorge dell'atroce suo caso, si raccomanda alla Vergine, e guidata
da un debole raggio di luna che trapela da uno spiraglio del sepolcro,
sale una scaletta, riesce a smuovere la pietra testè murata; ed ecco la
sua bianca figura, che rasente al Campanile, pel chiasso che poi da lei
si vorrebbe essere stato chiamato della Morte, incamminasi alla casa
del marito. Batte, ed è il marito stesso che si affaccia alla finestra;
Chi è la? chi batte? — Io son la tua Ginevra.
Non m'odi tu?...
Il marito spaventato si fa il segno della croce, promette a quella
pover'anima errante orazioni e messe, e si ritira. Ginevra prosegue
alla casa paterna, in Mercato Vecchio. Bussa; e si affaccia la madre.
Aprite.... io son la vostra figlia. —
Va' in pace, anima benedetta.... —
E riserrò la finestra con fretta.