Non sapendo che farsi, prese un ramuscello e lo presentò al cagnolino;

questo saltò in aria come un razzo, dando fuori un urlo di gioja, e

s'avventò al ramuscello come se lo volesse sbranare; allora Alice si

mise cautamente dietro ad un cardo altissimo per non esser da lui

rovesciata; quando si affacciò all'altro lato, vide che il cagnolino

s'era avventato nuovamente al ramuscello, ed aveva fatto un capitombolo

nella furia d'afferrarlo; ma siccome ad Alice sembrava che era come

scherzare con un cavallo di vetturale, così per evitare d'esser

calpestata dalle zampe della bestia, fuggì di nuovo dietro al cardo:

allora il cagnolino cominciò una serie di cariche verso il ramuscello,

correndo ogni volta al di là del segno, e correndo indietro più di quel

che gli conveniva, e sempre abbaiando raucamente sino a che s'accoccolò

a una breve distanza, anelante, con la lingua penzoloni, e con gli

occhioni semichiusi.

[Illustrazione]

Alice colse quell'occasione propizia per scappar via, e fuggì, e corse

tanto da perderne affatto il fiato, e sino a che il latrare del

cagnolino si perdè nella lontananza.

"Eppure che caro cucciolo era quello!" disse Alice, appoggiandosi a un

ranuncolo e facendosi vento con una delle sue foglie: "Oh quanto avrei

desiderato d'insegnargli dei giuocolini se--se fossi stata d'una statura

adeguata! Oimè! avevo quasi dimenticato che mi convien crescere ancora!

Vediamo--come _potrei_ fare? Suppongo che dovrei mangiare o bere qualche

cosa; ma quale cosa? quì sta il punto!"

Davvero la gran quistione si aggirava su _quale cosa_? Alice guardò

tutt'intorno, i fiori, l'erba, ma non trovò niente che le paresse adatto

a mangiare o bere per quell'occorrenza. C'era però un grosso fungo

vicino a lei, press'a poco alto quanto lei, e dopo che l'ebbe osservato

di sotto, ai lati, e di dietro, le parve cosa naturale di vedere ciò che

v'era di sopra.

Si alzò sulla punta de' piedi, e affacciossi all'orlo del fungo, ed ecco

gli occhi suoi s'incontrarono con quelli di un grosso Bruco turchino che

se ne stava seduto nel mezzo con le braccia conserte, fumando

tranquillamente una lunga pipa turca, non facendo la minima attenzione a

lei, nè ad alcun'altra cosa.

[Illustrazione]

CAPITOLO V.

CONSIGLI D'UN BRUCO.

Il Bruco ed Alice si guardarono in faccia per qualche istante senza far

motto; finalmente il Bruco staccò la pipa di bocca, e le parlò con voce

languida e sonnacchiosa.

"Chi siete _voi_?" disse il Bruco.

Questa domanda non invitava troppo a una conversazione. Alice rispose

con un pò di timidezza, "Davvero io--io non saprei dirlo ora--so almeno

chi _ero_ quando mi levai questa mattina, ma d'allora in poi temo essere

stata scambiata più volte."

"Che cosa mi andate contando?" disse il Bruco con voce austera.

"Spiegatevi meglio!"

"Temo non potere spiegarmi," disse Alice, "perchè non sono più me

stessa, com'ella vede."

"Io non vedo," rispose il Bruco.

"Temo che non mi sarà dato di spiegarmi più chiaramente," soggiunse

Alice con modo assai gentile, "perchè io non so capirla neppur io dopo

essere stata mutata di statura tante volte in un giorno, ciò confonde

davvero."

"Non è vero," disse il Bruco.

"Bene, forse non se n'è ancora accorto," disse Alice, "ma quando ella

sarà mutata in crisalide--e ciò le accadrà un giorno,--e poi diverrà

farfalla, ciò le sembrerà un pò strano, non è vero?"

"Niente affatto," rispose il Bruco.

"Eh! forse i suoi sentimenti saranno diversi da' miei," replicò Alice;

"ma quanto a _me_ mi parrebbe molto strano."

"A voi!" disse il Bruco con disprezzo. "Chi siete _voi_?"

E ciò li ricondusse da capo al principio della conversazione. Alice si

sentiva irritata alquanto veggendo che il Bruco le rispondeva _secco

secco_, e s'impettorì come una matrona romana, e dissegli gravemente,

"Perchè non comincia _lei_, a dirmi chi è?"

"Perchè?" disse il Bruco.

Era quella una domanda imbarazzante; e perchè Alice non sapeva trovare

una buona ragione, e il Bruco pareva di cattivo umore, si voltò per

andarsene.

"Venite quì!" la richiamò il Bruco. "Ho alcun che d'importante a dirvi."

Quelle parole promettevano qualche cosa: ed Alice ritornò indietro.

"Non andate in collera," disse il Bruco.

"E questo è tutto?" rispose Alice, inghiottendo il suo dispetto.

"Nò," disse il Bruco.

Alice pensò che poteva aspettare, perchè non aveva altro di meglio a

fare, e perchè forse il Bruco avrebbe potuto comunicarle alcun che

d'importante. Per qualche istante il Bruco pipò senza dir nulla,

finalmente spiegò le braccia, staccò la pipa di bocca, e disse, "E così

voi credete di essere stata tramutata?"

"Signor mio, ho paura di sì," rispose Alice; "Non posso più rammentarmi

bene le cose come una volta--e non posso conservare per dieci minuti la

stessa statura!"

"_Quali cose_ non potete rammentare?" domandò il Bruco.

"Ecco, cercai una volta di ripetere 'Rondinella pellegrina' e m'uscì

dalle labbra tutto diverso!" soggiunse Alice assai mestamente.

"Ripetetemi '_Guglielmo, tu sei vecchio_,'" disse il Bruco.

Alice incrociò le mani sul petto, e cominciò:--

[Illustrazione]

_"Guglielmo! tu sei vecchio,"--gli disse il giovanetto,

"Son bianchi i tuoi capelli--e meriti rispetto;

Eppur col capo in terra--ti veggo camminare--

Ma credi che convenga--a un vecchio un tale andare?"_

_"Quand'ero giovanetto"--rispose il Vecchierello,

"Credea che questo giuoco--sbalzasse il mio cervello;

Ma ormai che son persuaso--che in zucca non ho nulla,

Col capo in giù men vado--quando il cervel mi frulla."_

[Illustrazione]

_"Guglielmo! tu sei vecchio,"--soggiunse il suo figliuolo,

"Sei grosso e grasso e tondo--che sembri un cedrïuolo,

Eppur fai salti a ruota!--oh dimmi a quale scuola

S'insegna a sfondar l'uscio--con una caprïola?"_

_Rispose il buon Vecchino--"Nella mia giovinezza

Studiai di conservare--al corpo la sveltezza;

Virtù di quest'unguento--un franco per vasetto,

Ne vuoi comprare un pajo--garbato giovanetto?"_

[Illustrazione]

_"Guglielmo! tu sei vecchio,--e fiacche hai le mascelle,

Ed ingollar potresti--brodose minestrelle,

Ed hai mangiato un'oca--con l'ossa, e il becco intero?

O Babbo, com'hai fatto?--oh spiegami il mistero!"_

_"Un dì studiai le leggi"--il Babbo allor gli disse,

"Ed ebbi con mia moglie--sempre querele e risse,

Ciò dètte alle ganasce--tal forza muscolare

Che ormai potrei con l'oca--la moglie divorare."_

[Illustrazione]

_"Guglielmo! tu sei vecchio"--riprese il giovanetto,

"La vista non ti regge--e sai, ti fa difetto;

E porti in equilibrio--sul naso quell'anguilla!

Oh quì la tua destrezza--davver si mostra e brilla!"_

_"Risposi a tre domande--e ormai ti può bastare;

Non rompermi le scatole,--non voglio più parlare;

Oh credi che mi piacciano--le sciocche tue questioni?

Via, smetti, o per la scala--ti mando ruzzoloni!"_

"Non l'avete recitata bene," disse il Bruco.

"Temo di no," rispose timidamente Alice, "certo alcune parole sono

scambiate."

"Male dal principio alla fine," disse il Bruco con accento risoluto, e

successe un silenzio per qualche minuto.

Il Bruco fu il primo a parlare.

"Di che statura vorreste essere?" domandò.

"Oh non vado tanto pel sottile in quanto alla statura," rispose in

fretta Alice; "soltanto non mi piace di mutar tanto spesso, sa."

"Non _so_ niente," disse il Bruco.

Alice non fiatò: giammai la poverina era stata tante volte contraddetta,

e stava lì lì per scoppiare.

"Siete contenta ora?" domandò il Bruco.

"Nò, davvero, vorrei essere un _pocolino_ più grande, se non le

dispiacesse," rispose Alice: "si figuri, ho una ben meschina statura,

appena tre pollici!"

"L'è una buona statura, cotesta!" disse il Bruco con voce dispettosa,

rizzandosi come un fuso mentre parlava (egli era alto tre pollici per

l'appuntino).

"Ma io non ci sono abituata!" soggiunse Alice con voce carezzevole e

mesta. E poi pensò fra sè: "Vorrei che coteste creaturine non

s'offendessero così per nulla!"

"Vi abituerete col tempo," disse il Bruco, e rimettendosi la pipa in

bocca, rincominciò a pipare.

Questa volta Alice aspettò pazientemente che egli stesso riappiccicasse

il discorso. Passati due o tre minuti, il Bruco levò la pipa di bocca,

sbadigliò un poco, e si scosse tutto. Poi discese dal fungo, e andò

strisciando nell'erba, dicendo soltanto queste parole "Un lato vi farà

crescere di più, e l'altro vi farà diminuire."

"Un lato di _che cosa_? L'altro lato di _che cosa_?" pensò Alice fra sè.

"Del fungo," disse il Bruco, come se Alice l'avesse interrogato ad alta

voce; e subito disparve.

Alice rimase pensierosa riguardando al fungo e cercando di scoprire

quali fossero i due lati di esso; e perchè era tondo come l'O di Giotto,

non sapea trovarli. Ciò non di meno allungò quanto potea le braccia per

circondare il fungo, e ne ruppe due pezzettini all'orlo con ciascuna

delle sue mani.

"Ed ora, quale è l'uno e quale è l'altro?" disse fra sè, e si mise a

morsecchiare il pezzettino che aveva alla destra, così per provarne

l'effetto, quando si sentì in un attimo un colpo violento sotto il

mento; aveva battuto sul piede!

Quel mutamento subitaneo la spaventò moltissimo, ma non c'era tempo a

perdere, perchè spariva rapidamente; così si mise subito a morsecchiare

l'altro pezzettino. Il suo mento era talmente stretto al piede che a

mala pena potette aprir la bocca; finalmente riuscì a inghiottire un

bocconcello del pezzettino della mano sinistra.

* * * * *

"Ah! respiro finalmente, la mia testa è libera!" sclamò Alice con gioja,

ma tosto la sua allegrezza si mutò in terrore quando si accorse che non

potea più trovare le spalle: guardando in giù non potè vedere che un

collo lungo, lungo che s'elevava come uno stelo d'in mezzo a un campo di

foglie verdeggianti che stavano lungi, sotto a lei.

"Che cosa _è_ mai quel campo verde?" disse Alice. "E _dove_ sono andate

le mie spalle? Oh tapina me! come va che non vi veggo più, o mie povere

mani?" E andava movendole mentre parlava, ma non sembrava che ne

seguisse altro che un piccolo movimento fra le verdi foglie in

lontananza.

Non sembrando possibile di portar le mani al capo, cercò di piegare il

capo verso le mani, e fu contenta di vedere che il suo collo potea

piegarsi e dirigersi dovunque, come un serpente. Era riuscita a curvarlo

in giù in forma d'un grazioso _zigzag_, e stava lì lì per tuffarsi fra

le foglie, quando si accorse che erano le cime degli alberi sotto i

quali s'era smarrita. E sentì un gemito acuto per cui si ritirò

indietro in fretta: un grosso colombo era volato verso di lei, e le

sbatteva le ali contro la faccia in modo furioso.

"Serpente!" gridò il Colombo.

"_Non_ sono un serpente, io!" disse Alice, adirata. "Va via!"

"Serpente, dico!" ripetè il Colombo, ma con voce più dimessa, e

soggiunse singhiozzando, "Ho cercato tutt'i rimedii, ma nulla m'è

giovato!"

"Io non so di che cosa mai tu parli," disse Alice.

"Ho provato le radici degli alberi, ho provato i poggetti, ho provato le

siepi," continuò il Colombo senza badare a lei; "ma i serpenti! Oh non

c'è modo di contentarli!"

Alice era sempre più meravigliata e confusa, ma pensò ch'era inutile

parlare sino a che il Colombo avesse finito.

"Come che fosse poca pena covar le uova," disse il Colombo, "mi

abbisogna vegliare a causa dei serpenti, e giorno e notte! Son tre

settimane che non ho chiuso un occhio!"

"Mi dispiace di vederti così angosciato!" disse Alice, la quale

cominciava a capire il Colombo.

"E giusto quando avevo scelto l'albero più elevato della foresta,"

continuò il Colombo con un grido disperato, "e mi credea liberato

finalmente da loro, ecco che mi piovono giù dal cielo! Ih!

Serpentaccio!"

"Ma io _non_ sono un serpente, ripeto!" rispose Alice. "Io sono una----

Io sono una----"

"Bene, _chi_ sei tu?" disse il Colombo. "Vedo bene che tu cerchi dei

raggiri per ingannarmi!"

"Io--Io sono una ragazzina," rispose Alice, ma quasi dubitando di sè

stessa, poichè si rammentava l'innumerevole serie di trasformazioni che

avea passate in quel giorno.

"Bella storiella!" disse il Colombo con voce di profondo disprezzo. "Ho

veduto molte ragazzine in mia vita, ma niuna con un collo simile. No,

no! Tu sei un serpente; e non serve negarlo. Scommetto che mi dirai che

non hai mai gustato un uovo!"

"Ma sì che _ho_ gustato delle uova," soggiunse Alice, la quale era una

bambina assai veridica; "sai pure che le ragazzine mangiano quanto i

serpenti!"

"Non ci credo," disse il Colombo; "ma se pure è così, esse sono una

razza di serpenti, ecco quello che potrei dire."

Questa idea era così nuova per Alice, che restò muta qualche minuto; il

Colombo ne profittò per soggiungere, "Tu vai occhiando le uova, _lo_

comprendo; oh che importa a me che tu sia una fanciulla o un serpente?"

"Ma importa moltissimo a _me_," rispose subito Alice; "pure ora non vado

cercando uova; e quando anche ne cercassi non vorrei delle tue; crude

non mi piacciono."

"Via dunque da me!" disse brontolando il Colombo, e si accovacciò nel

nido. Alice s'appiattò il meglio che potea fra gli alberi, perchè il suo

collo s'intralciava fra i rami, e spesso dovea fermarsi per

sbrogliarsene. Dopo qualche istante si rammentò che avea tuttavia nelle

mani i due pezzettini di fungo, e si mise all'opera con molta

avvedutezza morsecchiando or l'uno or l'altro, e così ora cresceva ed or

diminuiva, sinchè riuscì a riavere la sua statura naturale.

Era tanto tempo che non avea più avuto la sua statura naturale, che da

prima le parve strano, ma vi si abituò in pochi minuti, e rincominciò a

parlare fra sè secondo il solito. "Ecco, sono a metà del mio piano! Sono

pure strane tutte queste trasformazioni! Non son mai certa di che

addiventerò da un minuto all'altro! Ad ogni modo sono tornata alla mia

giusta statura: ora bisognerebbe pensare al modo di penetrare nell'ameno

giardino--come potrò farlo, pagherei saperlo!" E così dicendo, giunse

senza avvedersene a una piazza che avea nel mezzo una casettina alta

quattro piedi circa. "Chiunque sia che vi abiti," pensò Alice, "non

converrebbe mai con questa mia statura andare a visitarli così

all'improvviso; farei loro una paura terribile!" E rincominciò a

morsecchiare il pezzettino che aveva alla man destra, e non osò di

avvicinarsi alla casa, se non quando si rimpiccolì tanto che avea nove

pollici di altezza.

CAPITOLO VI.

PORCO E PEPE.

Per qualche istante si mise a guardar la casa, e non sapea che fare,

quando ecco un servo in livrea venne frettolosamente dalla foresta--(lo

prese per un servitore perchè era in livrea, altrimenti al viso

l'avrebbe creduto un pesce),--e picchiò furiosamente all'uscio colle

nocche. La porta fu spalancata da un altro servitore in livrea, con una

faccia rotonda, e occhi grossi come un ranocchio; ed Alice osservò che

entrambi aveano in testa parrucche incipriate ed inanellate. Tutto

questo le eccitò la curiosità, e uscì un poco dalla foresta e si mise ad

origliare.

[Illustrazione]

Il Pesce-Servo cavò di sotto il braccio un letterone, grande quasi

quanto lui, e lo presentò all'altro, dicendo con voce solenne, "Per la

Duchessa. Un invito della Regina per giuocare una partita di _croquet_."

Il Ranocchio-Servo rispose con lo stesso tuono di voce, ma invertendo

l'ordine delle parole, "Da parte della Regina. Un invito alla Duchessa

per giuocare una partita di _croquet_."

Ed entrambi s'inchinarono sino a terra, e le ciocche de' loro capelli

s'imbrogliarono insieme.

Alice proruppe in una grossa risata, e dovette internarsi nella foresta

per paura di esser sentita; e quando poi tornò ad occhiare, il

Pesce-Servo era andato via, e l'altro sedeva a terra press'all'uscio,

stralunando stupidamente gli occhi verso il cielo.

Alice si avvicinò timidamente alla porta e picchiò.

"Non giova punto picchiare," disse il Servo, "e ciò per due ragioni. La

prima perchè io stò allo stesso lato dell'uscio dov'ella sta; la seconda

perchè di dentro stanno facendo un tale strepito che niuno potrebbe

sentirla." E davvero si _sentiva_ un gran rumore nel di dentro--un

guaire e uno starnutire non mai interrotti, e di tempo in tempo un gran

fracasso, come se un piatto o una caldaia andasse a pezzi.

"Di grazia," domandò Alice, "che dovrei fare per entrare?"

"Il suo picchiare riuscirebbe a qualche effetto," continuò il Servo

senza badare a lei, "se la porta fosse fra noi due. Per esempio se lei

fosse _dentro_, potrebbe picchiare, ed io la farei uscire, capisce." E

continuava a guardare il cielo mentre parlava; e ciò pareva proprio

scortese ad Alice. "Ma forse non può farne a meno," disse fra sè; "ha

gli occhi incastrati sul cranio! Potrebbe però rispondere a qualche

domanda--Come potrei fare per entrar dentro?" disse Alice a voce alta.

"Io siederò quì," osservò il Servo, "sino a domani----"

In quell'istante l'uscio della casa si aprì, e un gran piatto volò verso

la testa del Servo, e gli sfiorò il naso, poi andò a sfracellarsi contro

a un albero ch'era dietro a lui.

"---- o sino a dopo domani, forse," continuò il Servo con la stessa

imperturbabilità, come se nulla fosse accaduto.

"Come potrei fare per entrar dentro?" gridò di nuovo Alice, ma con voce

più forte.

"Dovrà _ella_ entrare?" rispose il Servo. "La è questa la quistione

principale."

E avea ragione; soltanto Alice non volea che le fosse fatta quella

domanda. "È orribile," mormorò fra sè, "il modo con cui arguiscono

coteste bestie. Mi farebbero impazzare!"

Il Servo colse quella propizia opportunità per ripetere l'osservazione

con qualche variante: "Io siederò quì, su per giù, per giorni e giorni."

"Ma che cosa debbo _io_ fare?" domandò Alice.

"Quel che vuole," rispose il Servo, e si mise a zufolare.

"È inutile di parlar con lui," disse Alice, tutta disperata: "è un

idiota spaccato!" E aprì l'uscio ed entrò.

Quell'uscio menava diritto a una cucina spaziosa, da un capo all'altro

tutta ripiena di fumo: la Duchessa sedeva nel mezzo sopra uno sgabello a

tre piedi, e ninnava un bambino; la cuoca era in faccia al fornello,

mestando un calderone che parea pieno di minestra.

[Illustrazione]

"Certo c'è troppo pepe in quella minestra!" disse Alice a sè stessa, non

potendo rattenere gli starnuti.

Ma davvero c'era troppo pepe nell'aria. Anche la Duchessa starnutiva

qualche volta; e quanto al bimbo non faceva altro che starnutire e

strillava a vicenda senza posa. I soli due esseri che non starnutivano

nella cucina, erano la Cuoca, e un grosso gatto che stava accoccolato

presso il focolare e ghignando con la bocca, da un orecchio all'altro.

"Mi dica, di grazia," domandò Alice, un po' timidamente, perchè non era

certa se fosse buona creanza di cominciare a parlare, "perchè il suo

gatto ghigna così?"

"È un Ghignagatto," rispose la Duchessa, "ecco il perchè. Porco!"

Ella pronunziò l'ultima parola con una tale furia che Alice trasalì; ma

subito s'accorse che quel titolo era dato al bambino e non già a lei,

così si rianimò, e continuò a dire:

"Non sapea che i gatti ghignassero a quel modo: anzi non sapea neppure

che i gatti _potessero_ ghignare."

"Tutti lo possono," rispose la Duchessa; "e la maggior parte ghignano."

"Non ne conosco alcuno che faccia il ghigno," replicò Alice con molto

rispetto, e contenta ch'era entrata in conversazione.

"Voi non sapete molto," disse la Duchessa; "e questo è quanto!"

Non piacque punto ad Alice quella risposta secca, e pensò di mutar

discorso. Mentre cercava un argomento, la cuoca tolse il calderone della

minestra dal fuoco, e tosto si mise a gittar tutto ciò che le stava

vicino contro alla Duchessa ed al bambino--pria volarono le molle e la

paletta; poi un nembo di casseruole, di piatti e di tondi. La Duchessa

non se ne dette per intesa nemmeno quando era colpita; e il bimbo guaiva

di già tanto forte che non si poteva sapere se i colpi gli facessero

male o no.

"Ma faccia attenzione a quel che fa!" gridò Alice, saltando quà e là

tutta spaventata. "Addio naso!" continuò a dire, mentre una grossa

casseruola volò vicino al naso del mimmo, e poco mancò che non glielo

portasse via.

"Se ognuno badasse alle proprie faccende," sclamò la Duchessa con voce

rauca, "il mondo girerebbe più presto di quello che nol fa ora."

"Ciò _non_ sarebbe un bene," disse Alice, lieta di poter far pompa della

sua erudizione. "Pensi che confusione farebbe del giorno e della notte!

Ella sa che la terra impiega ventiquattro ore per girare intorno al suo

asse----"

"A proposito di asce!" gridò la Duchessa, "tagliatele il capo!"

Alice guardò con ansietà la cuoca per vedere se ella ubbidisse al cenno;

ma la cuoca era occupata a dimenare la minestra, e non parea che avesse

ascoltato, perciò andò innanzi dicendo: "Ventiquattr'ore, _credo_; o

dodici? Io----"

"Oh non mi seccate," disse la Duchessa; "Non ho mai potuto sopportare le

cifre!" E rincominciò a cullare il bimbo, cantando una certa

Ninna-Nanna, e dandogli una violenta scossa alla fine d'ogni strofa:--

"_Parla duro al tuo bambino,

Dàgli bòtte se starnuta;

Ei guaisce il malandrino

Perchè il pepe mio rifiuta!

Ei ci annoia co' suoi lai!_"

(Coro al quale si uniscono la Cuoca e il bimbo):--

"_Guai! Guai! Guai! Guai!_"

Mentre la Duchessa cantava la seconda strofa, faceva saltare il bimbo su

e giù con molta violenza, e il poverino guaiva tanto che Alice appena

potette udire le parole della poesia:--

"_Parlo duro al mio bambino,

Lo sculaccio se starnuta,

Perchè il pepe, il malandrino,

Quando ei vuol, non lo rifiuta.

Ei ci annoia co' suoi lai!_"

CORO.

"_Guai! Guai! Guai! Guai!_"

"Tenete! voi ve lo potrete ninnare un poco se v'aggrada!" disse la

Duchessa ad Alice, buttandole il bimbo in braccio. "Bisogna ch'io vada a

prepararmi per giuocare una partita a _croquet_ con la Regina," e scappò

via. La cuoca le scaraventò addosso una padella, e per poco non la

colse.

Alice afferrò il bimbo ma con qualche difficoltà, perchè la era una

creaturina molto strana; e le sue mani e i suoi piedi guizzavano verso

tutt'i lati, "proprio come quell'animaletto marino che si chiama

stella," pensò Alice. Il poverino, quando Alice lo prese, stronfiava

come una macchina a vapore, e continuava a contorcersi e a

stiracchiarsi, di tal che ella ebbe la maggior pena del mondo per

tenerlo.

Quando la fanciulla trovò la maniera di ninnarlo a modo (e ciò

consisteva nell'averlo aggruppato bene come un nodo, e afferrato

all'orecchio destro e al piede sinistro, per non permettergli di

sciogliersi) lo portò all'aria aperta. "Se non porto via questo bambino

meco," osservò Alice, "è certo che qualche giorno l'ammazzeranno; non

sarei colpevole d'un assassinio se lo abbandonassi?" Ella pronunziò le

ultime parole a voce alta, e il poverino si mise a grugnire per

risponderle (non starnutiva più allora). "Non grugnire," disse Alice,

"non sta bene esprimersi a quel modo."

Il bimbo grugnì di nuovo, e Alice lo guardò con molta ansietà per vedere

che avesse. Aveva un naso che s'arricciava _troppo_, e non c'era dubbio

che rassomigliava più a un grugno che a un naso naturale; e poi gli

occhi s'impiccolivano tanto che non pareano occhi di bambino: tutto

insieme quell'aspetto non piaceva ad Alice punto, punto. "Forse

singhiozzava," pensò ella, e riguardò di nuovo a' suoi occhi per vedere

se vi fossero lagrime.

[Illustrazione]

Ma non ce n'erano. "Carino mio, se tu ti trasformi in porcellino," disse

Alice seriamente, "non voglio aver più nulla a fare con te. Bada a te

dunque!" Il poverino si rimise a singhiozzare (forse grugniva, ma era

difficile il distinguere), e andarono innanzi silenziosamente per

qualche tempo.

Alice aveva appena cominciato a riflettere, "Che cosa ho da fare di

questa creatura quando la porterò a casa?" allorchè grugnì di nuovo, e

tanto forte, che tutta spaventata si mise a riguardarla in faccia.

Questa volta _non_ c'era più dubbio; era un porcellino bell'e buono, ed

essa fu persuasa che non c'era più ragione di portarlo oltre.

Così depose quella creaturina a terra, e si sentì sollevata quando la

vide trottare via quietamente verso la foresta. "Se fosse cresciuto,"

disse fra sè, "sarebbe stato un bruttissimo ragazzo; ma diventerà, un

bellissimo porco, credo." E riandò con la memoria a certi fanciulli che

conosceva, i quali potrebbero essere buonissimi porcellini, e stava per

dire, "se uno conoscesse il vero modo di mutarli--" quando trasaltò un

poco di paura veggendo il Ghignagatto, accoccolato sopra un ramo

d'albero, a pochi metri di distanza.

Il Gatto fece soltanto un ghigno quando vide Alice. Sembra di buon

umore, pensò; ciò non di meno ha le unghie _troppo_ lunghe, ed ha troppi

denti, perciò bisognerà trattarlo con molta deferenza.

"Ghignamicio," cominciò a dire con un poco di timidità, perchè non

sapeva se gli piacesse quel titolo; ciò non di meno egli non fece altro

che ghignare più apertamente. "Via, ci ha piacere," pensò Alice, e

continuò, "Vorresti dirmi, quale via dovrei infilare da quì?"

"Ciò dipende molto dal luogo dove vorresti andare," rispose il Gatto.

"Poco importa dove----" disse Alice.

"Allora poco importa di sapere quale via dovresti prendere," soggiunse

il Gatto.

"---- purchè giunga a _qualche luogo_," riprese Alice, come se volesse

spiegarsi meglio.

Le avventure d'Alice nel paese delle meraviglie · 第 2 / 6 段