"Oh certo, vi giungerai!" disse il Gatto, "sai il proverbio italiano,

_'tanto cammina sino che arriva.'_"

Alice sentì che quel proverbio non poteva essere contraddetto, e tentò

un altra domanda. "Che razza di gente abita in questi dintorni?"

"Di _là_," rispose il Gatto, girando la zampa destra, "abita un

Cappellaio; e di _quà_," indicando con l'altra zampa, "abita una

Lepre-marzolina. Visita chi vuoi de' due: sono entrambi matti."

"Ma non mi piace d'andare dai matti," osservò Alice.

"Oh, non c'è modo d'uscirne," disse il Gatto: "quì siam tutti matti. Io

son matto. Tu sei matta."

"Come sai ch'io sono matta?" domandò Alice.

"Tu devi esserla," disse il Gatto, "altrimenti non saresti venuta quì."

Non parve una ragione sufficiente ad Alice, ma pure continuò: "oh come

sai che tu sei matto?"

"Per cominciare," disse il Gatto, "un cane non è matto. Ne convieni?"

"Lo suppongo," rispose Alice.

"Bene," continuò il Gatto, "un cane brontola quando è arrabbiato, ed

agita la coda quando è contento. Ora _io_ brontolo quando son contento,

ed agito la coda quando sono arrabbiato. Dunque son matto."

[Illustrazione]

"Io direi far le fusa, e non già brontolare," disse Alice.

"Dì come vuoi," riprese il Gatto. "Vai tu quest'oggi dalla Regina, a

giuocare a _croquet_?"

"Lo desidererei tanto," rispose Alice, "ma non sono stata ancora

invitata."

"Mi vedrai da lei," disse il Gatto, e sparì.

Alice non fu sorpresa da tutto questo: si era di già abituata a veder

cose strane. Mentre guardava ancora al ramo dov'era stato il Gatto,

eccotelo ricomparire di nuovo.

"A proposito, che n'è del bimbo?" disse il Gatto. "Avea dimenticato di

domandartene."

"Si mutò in porcellino," rispose Alice senza scomporsi, come che il

Gatto fosse riapparito in modo naturale.

"Me l'ero immaginato," disse il Gatto, e sparì di nuovo.

Alice aspettò un poco, mezzo persuasa che riapparisse nuovamente, ma non

ricomparve, e pochi istanti dopo si diresse alla via dove abitava la

Lepre-marzolina, "Di cappellai ne ho veduti tanti," disse fra sè: "sarà

più interessante per me la Lepre-marzolina, e come siamo a Maggio non

sarà poi tanto matta da legare--almeno meno matta di quel che l'era nel

Marzo." Mentre diceva queste parole, riguardò in alto, ed eccoti di

nuovo il Gatto, accoccolato sul ramo d'un albero.

[Illustrazione]

"Dicesti porcellino o porcellana?" domandò il Gatto.

"Dissi porcellino," rispose Alice; "ma ti prego di non apparire e

disparire come un lampo: mi fai girare il capo!"

"Sta bene," disse il Gatto; e questa volta sparì lentamente; cominciò

con la punta della coda, e finì col suo ghigno, e questo restò come una

visione sul ramo dopo che tutto era sparito.

"Oh bella! Ho veduto spesso un gatto senza ghigno," osservò Alice, "ma

un ghigno senza gatto! È la cosa più curiosa ch'io abbia mai veduta in

tutta la mia vita!"

Non si era dilungata di molto quando si trovò in faccia alla dimora

della Lepre-marzolina: pensò che quella fosse proprio la casa, perchè le

gole dei camini aveano la forma di orecchie, e il tetto era coperto di

pelo. La casa era tanto grande che ella non osò di avvicinarvisi se non

dopo aver morsecchiato un poco del fungo che avea nella mano sinistra, e

crebbe quasi due piedi di altezza: ciò non la liberò dall'ansietà, e

mentre si avvicinava timidamente alla porta, diceva fra sè, "E se poi

fosse matto furioso! Quasi quasi vorrei essere andata a trovare il

Cappellaio!"

CAPITOLO VII.

UN TÈ DI MATTI.

Sotto un albero in faccia alla casa c'era una tavola apparecchiata, e vi

prendevano il tè la Lepre-marzolina e il Cappellaio: un Ghiro che

dormiva profondamente stava fra loro, ed essi se ne servivano come se

fosse un guanciale, appoggiando i gomiti su lui e discorrendo sopra il

suo capo. "Che disturbo pel Ghiro," pensò Alice, "ma siccome dorme,

m'immagino che non ci farà attenzione."

La tavola era spaziosa, pure i tre stavano aggruppati insieme a un

angolo: "Non c'è posto! Non c'è posto!" gridarono, quando videro che

Alice si avvicinava. "C'è _molto_ posto!" disse Alice, sdegnosa, e si

mise a sedere in un comodissimo seggiolone che stava ad una delle

estremità della tavola.

"Vuole del vino?" disse la Lepre-marzolina con modo attraente.

Alice guardò sulla tavola, e vide che non c'era altro che tè. "Non vedo

vino," osservò essa.

"Non ce n'è punto," replicò la Lepre-marzolina.

"Ma allora non è cortese, invitandomi a bere quel che non ha," disse

Alice sdegnosamente.

"Come non fu punto civile da parte sua di sedersi quì senz'essere

invitata," osservò la Lepre-marzolina.

"Non sapea che la tavola appartenesse a _lei_" rispose Alice, "è

apparecchiata per più di tre."

"Dovrebbe farsi tagliare i capelli," disse il Cappellaio. Egli aveva

osservato Alice per qualche istante, e con molta curiosità, e furon

quelle le prime parole che profferì.

"Ella non dovrebbe fare osservazioni che sanno di personalità," disse

Alice un po' severa: "ciò è molto sconvenevole."

[Illustrazione]

Il Cappellaio spalancò enormemente gli occhi udendo quelle parole; ma

_disse_ soltanto, "Perchè un corvo è simile a un coccodrillo?"

"Via! Ora sì che ci divertiremo!" pensò Alice. "Sono contenta che hanno

cominciato a proporre degl'indovinelli--credo di potere indovinarlo,"

soggiunse ad alta voce.

"Intende dire che potrà trovare la risposta?" domandò la

Lepre-marzolina.

"Sicuramente," rispose Alice.

"Ebbene dica quel che intende," disse la Lepre-marzolina.

"Ecco," riprese Alice, in fretta; "almeno--almeno intendo quel che

dico--e ciò vale lo stesso, capite."

"Niente affatto lo stesso!" disse il Cappellaio. Sarebbe come dire,

"'Veggo quel che mangio' è lo stesso di 'Mangio quel che veggo?'"

"Sarebbe come dire," soggiunse la Lepre-marzolina. "'Mi piace ciò che

prendo,' è lo stesso che 'Prendo quel che mi piace?'"

"Sarebbe come dire," aggiunse il Ghiro che parea parlasse nel sonno,

"'respiro quando dormo' è lo stesso che 'dormo quando respiro?'"

"E _lo_ stesso per voi," disse il Cappellaio, e quì la conversazione

cadde, e tutti sedettero muti per poco tempo, mentre Alice cercò di

ricordarsi tutto quel che sapea su' corvi e su' coccodrilli, ma non era

molto.

Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. "Che giorno del mese

abbiamo?" disse, volgendosi ad Alice, mentre prendeva l'oriuolo dal

taschino, e lo guardava con un certo turbamento, scuotendolo di tempo in

tempo, e appoggiandolo all'orecchio.

Alice pensò un poco, e rispose, "Li quattro del mese."

"Ritarda di due giorni!" osservò sospirando il Cappellaio. "Te lo dissi

che il burro non avrebbe giovato al movimento!" soggiunse, guardando

rabbiosamente la Lepre-marzolina.

"Era del _miglior_ burro," rispose sommessamente la Lepre-marzolina.

"Sì, ma devono esserci entrate anche delle miche di pane," borbottò il

Cappellaio: "non dovevi metterlo dentro col coltello del pane."

La Lepre-marzolina prese l'oriuolo e lo guardò mestamente: poi lo tuffò

nella sua tazza di tè e lo guardò di nuovo: ma non potette far altro che

ripetere l'osservazione fatta pur dianzi: "Era del _miglior_ burro che

si potesse avere, sapete."

Alice intanto lo guardava, con un poco di curiosità, di sopra le spalle,

e disse, "Che curioso oriuolo! Indica i giorni del mese, e non già le

ore del giorno!"

"Perchè no?" sclamò il Cappellaio. "Che forse il _suo_ oriuolo le dice

in che anno viviamo?"

"No davvero," si affrettò a rispondere Alice, "perchè l'oriuolo segna lo

stesso anno per molto tempo."

"Ciò che appunto accade al _mio_," rispose il Cappellaio.

Alice provò un momento di grave imbarazzo. Le parea che l'osservazione

del Cappellaio non avesse senso di sorta, eppure parlava correttamente.

"Non la comprendo bene," disse con molta delicatezza.

"Il Ghiro è tornato a dormire," disse il Cappellaio, e gli versò un poco

di tè scottante sul naso.

Il Ghiro scosse il capo con un moto d'impazienza, e senza aprir gli

occhi, disse, "Già! Già! Appunto quello che stavo per dire."

"Ha ancora indovinato l'indovinello?" disse il Cappellaio, rivolgendosi

ad Alice.

"Mi dò per vinta," rispose Alice: "Quale è la risposta?"

"Non ne ho la minima idea," rispose il Cappellaio.

"Neppure io," disse la Lepre-marzolina.

Alice sospirò dalla noia e disse: "Ma credo che sarebbe bene di passar

meglio il tempo, che perderne, proponendo indovinelli che non hanno

senso."

"Se lei conoscesse il Tempo come lo conosco io," rispose il Cappellaio,

"non direbbe che noi ne perdiamo. Non si tratta di me, ma di lui."

"Non so che ella si dica," osservò Alice.

"Sicuro, nol sa!" disse il Cappellaio, scuotendo il capo con un'aria di

disprezzo. "Scommetto che lei non ha mai parlato col tempo!"

"Forse no," rispose prudentemente Alice; "ma so che debbo battere il

tempo quando imparo la musica."

"Ah! e questo spiega tutto," disse il Cappellaio. "Ei non vuol essere

battuto. Se lei non si bisticciasse con lui, egli farebbe dell'oriuolo

ciò che ella vuole. Per esempio, supponga che sieno le nove della

mattina, ch'è l'ora per le lezioni: basterebbe ch'ella bisbigliasse una

parolina al Tempo, e subito girerebbe la lancetta! Il tocco e mezzo,

l'ora del desinare!"

("Vorrei che fosse," bisbigliò la Lepre-marzolina.)

"Sarebbe magnifica, davvero," disse Alice, pensierosa: "ma non avrei

fame a quell'ora, capisce."

"Da principio forse, nò," riprese il Cappellaio: "ma lei potrebbe

fermarlo sul tocco e mezzo, quando vorrebbe."

"Ed _ella_ fa così?" domandò Alice.

Il Cappellaio scosse la testa mestamente e rispose. "Io no! Ci siamo

bisticciati nello scorso marzo---- proprio quando _egli_ divenne

matto----" (ed indicò col cucchiaino la Lepre-marzolina), "----già, fu

al gran concerto dato dalla Regina di Cuori:--ivi dovetti cantare:

[Illustrazione]

'_Tu che al ciel spiegasti l'ale

O mia testa Soppressata!_'"

"Conosce lei quest'aria?"

"Ho sentito qualche cosa che le rassomiglia," rispose Alice.

"La va di questo verso," continuò il Cappellaio:--

"'_Ti rivolgi a me, fettata,

Teco il pane aggiungerò!_'"

Giunto quì, il Ghiro si dette una scossetta, e cominciò a cantare in

mezzo al sonno "_Teco il pane; teco il pane aggiungerò----_" e via, via

andò innanzi, sino a che gli si dovettero dare de' pizzicotti per farlo

tacere.

"Ebbene, aveva appena finito di cantare la prima quartina," disse il

Cappellaio, "che la Regina proruppe furiosa, 'Egli sta assassinando il

tempo! Tagliategli il capo!'"

"Terribilmente feroce!" sclamò Alice.

"D'allora in poi," continuò mestamente il Cappellaio, "non ha voluto più

far quel che io gli chiedo! Segna sempre le sei."

Un'idea luminosa colpì Alice, e domandò: "È questa forse la ragione per

cui vi sono tante tazze apparecchiate?"

"Proprio così," rispose il Cappellaio, con un sospiro: "è sempre l'ora

del tè, e non abbiamo mai tempo di risciaquare le tazze."

"E così, andate girando sempre intorno, nei frattempi?" disse Alice.

"Proprio così," replicò il Cappellaio: "a misura che le tazze hanno

servito."

"Ma come fate quando venite a ricominciare da capo?" Alice ardì

domandare.

"Se mutassimo il discorso," disse, sbadigliando, la Lepre-marzolina.

"Cotesto costì mi secca mortalmente. Vorrei che la Signorina ci

raccontasse una storiella."

"Temo di non saper contarne alcuna," rispose Alice un poco intimorita.

"Allora il Ghiro ce ne dirà una!" gridarono entrambi. "Risvegliati,

Ghiro!" E lo punzecchiarono da' due lati.

Il Ghiro aprì lentamente gli occhi, e disse con voce debole e rauca,

"Non dormiva, io! Non m'è scappata neppure una parola di quello che

dicevate."

"Raccontaci una novella!" disse la Lepre-marzolina.

"Di grazia, ce ne dica una!" supplicò Alice.

"E fa' presto," soggiunse il Cappellaio, "se no ti raddormenterai prima

di finirla."

"C'erano una volta tre sorelle," cominciò in gran fretta il Ghiro, "e si

chiamavano Elce, Clelia e Tilla; e dimoravano nel fondo d'un pozzo----"

"Che cosa mangiavano?" domandò Alice, la quale prendeva sempre un vivo

interesse nelle quistioni di mangiare e bere.

"Mangiavano melazzo," rispose il Ghiro, dopo d'averci pensato su qualche

istante.

"Ma non lo potevano," osservò Alice, con garbo; "sarebbero cadute

ammalate."

"Lo erano, di fatto," rispose il Ghiro, "_molto_ ammalate."

Alice cercò di figurarsi quella strana maniera di vivere, ma ne restò

confusa, e continuò: "Ma perchè vivevano nel fondo d'un pozzo?"

"Prenda un po' più di tè," disse la Lepre-marzolina, con molta premura.

"Non ho preso ancora nulla," rispose Alice, tutta offesa, "così non

posso prenderne di più."

"Vuoi dire che non ne può prender _meno_," disse il Cappellaio: "è molto

più facile prendere _più_ che nulla."

"Niuno ha domandato il _suo_ parere," soggiunse Alice.

"Chi è che fa ora delle questioni personali?" domandò il Cappellaio con

aria di trionfo.

Alice non seppe bene che rispondere, ma preso una tazza di tè con pane e

burro, e rivolgendosi al Ghiro, gli domandò di nuovo: "Perchè vivevano

nel fondo del pozzo?"

Il Ghiro si mise a riflettere un poco, e rispose, "Era un pozzo di

melazzo."

"Ma non s'è udito mai una cosa simile!" interruppe Alice con voce

sdegnosa; ma la Lepre-marzolina e il Cappellaio vociarono "St! st!" e il

Ghiro continuò con voce burbera, "Se non ha creanza, finisca la

novelletta da sè."

"Nò, la prego di continuare!" disse Alice molto umilmente: "Non la

interromperò più. Forse ce ne sarà _uno_ di quei pozzi."

"Uno, eh via!" rispose il Ghiro sdegnosamente. Ciò non di meno, pregato,

continuò: "E quelle tre sorelle--imparavano a trarne----"

"Che cosa traevano?" domandò Alice, dimenticando che avea promesso di

zittire.

"Del melazzo," rispose il Ghiro, senza riflettere punto questa volta.

"Ho bisogno d'una tazza pulita," interruppe il Cappellaio; "avanziamo

tutti d'un posto avanti!"

E mentre parlava, si mosse, e il Ghiro lo seguì: la Lepre-marzolina

occupò il posto del Ghiro, e Alice prese, contro voglia, il posto della

Lepre-marzolina. Il solo Cappellaio profittò di quel mutamento: e Alice

si trovò peggio di prima, perchè la Lepre-marzolina avea rovesciato il

bricco del latte nel suo tondo.

Alice non voleva offender di nuovo il Ghiro, e disse con molta

delicatezza: "Non capisco bene. Da dove traevano il melazzo?"

"Ella sa trarre l'acqua dal pozzo d'acqua, non è vero?" disse il

Cappellaio; "ebbene si può così trarre melazzo da un pozzo di

melazzo--eh! stupidina!"

Questa risposta accrebbe talmente la confusione d'Alice, che ella

permise al Ghiro di continuare, senza interromperlo più.

"Imparavano a trarre," continuò il Ghiro, sbadigliando e stropicciandosi

gli occhi, perchè moriva di sonno; "e traevano cose d'ogni genere----

tutto quel che comincia con una T----"

"Perchè con una T?" domandò Alice.

"Perchè no?" gridò la Lepre-marzolina.

Alice zittì.

Il Ghiro intanto avea chiusi gli occhi, e cominciava un sonnellino; ma

punzecchiato dal Cappellaio, si risvegliò con un gemito, e continuò:

"----che comincia con una T, come una Trappola, un Topo, una Topaja, un

Troppo--già, ella dice 'il troppo stroppia '--oh, non ha mai veduto il

ritratto d'un 'troppo stroppia'?"

"Veramente, ora che lei mi domanda," disse Alice, molto confusa, "non

so----"

"Allora non parli," disse il Cappellaio.

Questa sgarbatezza urtò la sensibilità di Alice: si alzò assai sdegnata

e uscì fuori; il Ghiro si addormentò in un attimo e niuno degli altri

due notò che Alice era uscita, benchè ella si fosse rivoltata indietro

una o due volte, con una mezza speranza che la richiamassero: però

l'ultima volta vide che le due birbe cercavano di tuffare il Ghiro nel

vaso da tè.

"Mai più _ci_ tornerò," disse Alice internandosi nella foresta. "È la

più stupida società in mezzo a cui io mi sia trovata!"

[Illustrazione]

Mentre parlava così, osservò che un albero aveva un uscio pel quale

s'entrava proprio dentro. "Oh ciò è molto curioso!" pensò Alice. "Ma

ogni cosa oggi è curiosa. Credo che farò bene ad entrare." Ed entrò.

Si trovò di nuovo nel lungo salone, e presso al tavolino di cristallo.

"Questa volta farò meglio," disse fra sè, e prese la chiavettina d'oro

ed aprì l'uscio che conduceva al giardino. Poi si mise a morsecchiare il

fungo (ne avea conservato un pezzettino nella tasca), sino a che ebbe un

piede d'altezza o giù di lì: traversò il piccolo andito: e _poi_--si

ritrovò finalmente nell'ameno giardino in mezzo ad aiuole lussureggianti

di fiori, ed a fontane fresche.

CAPITOLO VIII.

IL CROQUET DELLA REGINA.

Un magnifico rosajo stava vicino all'ingresso del giardino: le sue rose

erano bianche, ma tre giardinieri che gli stavano d'intorno erano

occupati a colorirle di rosso. Davvero, è curioso! pensò Alice, e si

avvicinò per osservarli, e quando vi fu presso sentì che uno di loro

diceva, "Fa attenzione, Cinque! Non mi schizzare con le tue pennellate!"

"Non ho potuto farne di meno," rispose Cinque, con tuono burbero; "Sette

mi ha urtato il gomito."

Sette lo guardò e disse, "Ma bene! Cinque incolpa sempre gli altri!"

"_Tu_ faresti meglio di zittire!" disse Cinque. "Non più tardi di ieri,

sentii che la Regina diceva che tu meriteresti d'essere decollato!"

"Perchè?" domandò il primo che avea parlato.

[Illustrazione]

"Ciò non preme a _te_, Due!" ripose Sette.

"_Gli_ preme, certo!" disse Cinque, "e gliel dirò io--perchè portasti al

cuoco bulbi di tulipano invece di cipolle."

Sette scaraventò lontano il suo pennello e stava lì lì per dire, "In

mezzo a tutte le cose le più ingiuste----" quando s'accorse d'Alice che

li osservava, e divorò il resto della frase: gli altri la guardarono

del pari e le fecero tutti una profonda riverenza.

"Mi direste," domandò Alice, ma timidamente, "perchè state colorendo

quelle rose?"

Cinque e Sette non risposero, ma guardarono Due. Due disse allora con

voce bassa, "Gli è perchè, codesto costì doveva essere un rosajo di rose

_rosse_, e noi per isbaglio ne abbiam piantato uno che dà rose bianche;

or se la Regina se ne avvedesse, a tutti le teste sarebbero tagliate.

Così, Signorina, facciamo il meglio per riparare pria che venga a----"

In quell'istante, Cinque che guardava attorno con ansietà, gridò "La

Regina! La Regina!" e i tre giardinieri si misero subito con la faccia

per terra. Si sentì un grande scalpiccío, e Alice si mise a guardare per

veder la Regina.

Prima comparvero dieci soldati armati di bastoni: erano conformati come

i tre giardinieri, bislunghi e piatti, con le mani e i piedi agli

angoli: seguivano dieci cortigiani, tutti sfolgoranti di diamanti;

andavano a due a due, come i soldati. Venivano poi i principini reali;

erano dieci, divisi a coppie e tenendosi per la mano,--andavano innanzi

quegli amorini saltando come matti: erano ornati di cuori. Poi sfilavano

gl'invitati, la maggior parte Re e Regine, e fra loro Alice riconobbe il

Coniglio bianco; discorreva con una fretta nervosa, facendo bocca da

ridere a chiunque gli parlava, e passò oltre senza punto badare ad

Alice. Seguiva il Fante di Cuori, portando la Corona Reale sopra un

cuscino di velluto rosso; e finalmente venivano IL RE E LA REGINA DI

CUORI.

Alice non sapea se dovesse cadere a faccia per terra come i tre

giardinieri, ma non potè ricordarsi che ci fosse un tal cerimoniale

nelle processioni regie; "e poi, a che servirebbero coteste

processioni," riflette fra sè, "se tutti dovessero stare a faccia per

terra, e niuno potesse vederle?" Così restò dov'era, ed aspettò.

Allorchè la processione giunse vicina ad Alice, tutti si fermarono e la

guardarono; e la Regina gridò con cipiglio severo, "Chi è costei?" e si

rivolse al Fante di Cuori, il quale rispose con un risolino e una

riverenza.

"Imbecille!" disse la Regina, e impaziente, scosse il capo; indi

rivolgendosi ad Alice, continuò a dire, "Come ti chiami fanciulla?"

"Maestà, mi chiamo Alice," rispose la fanciulla con molta garbatezza, ma

soggiunse a sè stessa, "Non è che un mazzo di carte soltanto. Non c'è da

aver paura di costoro!"

"E chi sono _cotestoro_?" domandò la Regina, indicando i tre giardinieri

che baciavano la polvere intorno al rosajo; perchè, capite, siccome

giacevano sulle lor faccie, e il disegno del loro di dietro

rassomigliava a quello del resto del mazzo, non sapea discernere se

fossero giardinieri, o soldati, o cortigiani, o tre de' suoi proprii

figli.

"Come volete ch'_io_ lo sappia," rispose Alice, che si meravigliava del

suo proprio coraggio. "Ciò non _mi_ spetta."

La Regina diventò di fiamma per la rabbia, dopo d'averla fissata

ferocemente come una bestia selvaggia, gridò, "Tagliatele il capo!

subito----"

[Illustrazione]

"Eh, via!" rispose Alice a voce alta e con fermezza, e la Regina si

tacque.

Il Re appoggiò la mano sul braccio della Regina, e disse timidamente,

"Cara mia, riflettici bene su: la è una bambina!"

La Regina gli voltò le spalle con viso irato, e disse al Fante,

"Rivoltateli!"

Il Fante ubbidì, e con un piede li rivoltò cautamente.

"Levatevi!" urlò la Regina, e i tre giardinieri si alzarono

immediatamente, e s'inchinarono davanti al Re, alla Regina, ai figli

reali, e a tutti gli altri.

"Basta!" sclamò la Regina. "Mi fate girare il capo." E guardando al

rosajo, continuò, "Che cosa _avete fatto_ al rosajo?"

"Con la buona grazia della Maestà vostra," rispose Due, con voce umile,

e piegando il ginocchio a terra, "noi volevamo----"

"Lo vedo!" disse la Regina, che avea già osservate le rose. "Tagliate

loro il capo!" e la processione reale si mosse, lasciando indietro tre

soldati per mozzare il capo agli sventurati giardinieri, che corsero ad

Alice per esser da lei protetti.

"Non vi decapiteranno!" disse Alice, e li mise in un grosso vaso da

fiori che stava vicino a lei. I tre soldati vagarono quà e là per

qualche istante, in cerca di loro, e poi quietamente seguirono la

processione reale.

"Avete loro recisa la testa?" gridò la Regina.

"Maestà, le loro teste non sono più!" risposero i soldati.

"Bene!" gridò la Regina. "Sapete giuocare a _croquet_?"

I soldati zittirono, e guardarono Alice, credendo che la domanda fosse

rivolta a lei.

"Sì!" gridò Alice.

"Avvicinatevi dunque!" urlò la Regina, ed Alice raggiunse la

processione, curiosa di sapere ciò che avverrebbe in seguito.

"Fa--fa bel tempo!" disse una timida vocettina presso a lei. Vide che

ella camminava a canto del Coniglio bianco, che la stava occhiando,

affissandola in faccia con un certo fare inquieto e timoroso.

"Bellissimo," rispose Alice: "dov'è la Duchessa?"

"St! st!" disse il Coniglio a voce bassa, e parlando in fretta. Riguardò

ansiosamente intorno a lui, ed alzandosi sulla punta de' piedi,

bisbigliò all'orecchio della fanciulla, "È sotto sentenza di morte."

"Per quale peccato?" domandò Alice.

"Avete detto 'Che peccato!'?" disse il Coniglio.

"Ma no," rispose Alice: "Non credo punto che sia peccato. Dissi '_Per_

quale peccato?'"

"Ha schiaffeggiata la Regina----" cominciò il Coniglio. Alice scoppiò in

una grossa risata. "St!" bisbigliò il Coniglio tutto tremante, "La

Regina vi potrebbe sentire! Vedete, essa è venuta un pò tardi, e la

Regina ha detto----"

"Ai vostri posti!" gridò la Regina con voce tuonante, e gl'invitati

cominciarono a correre verso tutte le direzioni, rovesciandosi gli uni

sugli altri: finalmente poterono mettersi in un certo ordine, e poi

cominciò il giuoco.

Alice osservò che mai in sua vita non avea veduto un terreno più curioso

per giuocare il Croquet; era tutto a solchi e zolle; le palle erano

ricci, i mazzapicchi erano fenicònteri viventi, e gli archi erano

soldati viventi, curvati e reggentisi sulle mani e su' piedi.

[Illustrazione]

La prima difficoltà stava in ciò che Alice non sapea come maneggiare il

suo fenicòntero; riuscì a tenerselo bene avviluppato sotto il braccio,

con le gambe penzoloni, ma quando gli allungava il collo, e si preparava

a picchiare il riccio con la testa, il fenicòntero girava il capo e poi

si metteva a guardarla in faccia con una espressione tanto stupefatta

che ella non poteva far di meno di scoppiare dalle risa: e quando gli

abbassava di nuovo il collo, e si accingeva a ricominciare, ecco il

riccio si era _sricciato_, e andava via: oltre a ciò e era sempre una

zolla o un solco là dove voleva sbalzare il riccio, e siccome i soldati

si alzavano sempre e vagavano quà e là, Alice si persuase che quello era

un giuoco disperatamente difficile.

Le avventure d'Alice nel paese delle meraviglie · 第 3 / 6 段