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LE AVVENTURE D'ALICE
NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE.
[Illustrazione]
LE AVVENTURE D'ALICE
NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE.
per
LEWIS CARROLL.
TRADOTTE DALL'INGLESE DA T. PIETROCÒLA-ROSSETTI.
_CON 42 VIGNETTE DI GIOVANNI TENNIEL._
Londra:
MacMillan and Co.
1872.
(_Proprietà letteraria dell'autore._)
Londra:
R. Clay, Figli, E Taylor, Stampatori,
Bread Street Hill.
In su' vespri giocondi, dolcemente
Sul lago tranquillissimo voghiamo,
Da delicate mani facilmente
Son mossi i remi, e alla ventura andiamo,
E pel timon che incerto fende l'onda
Va la barchetta errante e vagabonda.
Mentre oppresso dal sonno, in luminose
Visioni il mio pensiero vaneggiava,
Mi destaron tre voci armonïose
Chiedendomi un Racconto! Io non osava
Fare il broncio severo ed il ribelle
A tre bocche di rose,--a tre donzelle!
La Prima, con la voce di comando,
Fieramente m'impone "Cominciate!"
La Seconda mi dice "Io ti domando
Un racconto di silfidi e di fate."
La Terza (io non l'avrei giammai creduto),
M'interrompe una volta ogni minuto.
Eccole! ferme, attente, silenziose,
Seguire con l'accesa fantasia
La Fanciulla vagante in portentose
Regïoni di sogni e poesia,
Che con bestie ed uccelli ognor favella,
E con forma del Ver l'Errore abbella.
La Storia non toccava ancora il fine
E appariva di già confusa e incolta;
Allor pregai le care fanciulline
Di finir la novella un'altra volta,
Ma risposer più vispe e più raggianti,
"No, _questa_ è la tua volta! Avanti, avanti!"
E così le Avventure raccontai
Ad una ad una alle fanciulle amate,
Ed or questa novella ne formai
Ch'è un tessuto di favole accozzate;--
Ma il Sol già volge al suo tramonto, andiamo!
Alla sponda! alla sponda, orsù, voghiamo!--
O Alice, accogli questa mia Novella,
E fra i sogni d'infanzia la riponi,
Deh! fanne d'essa una ghirlanda bella,
E sulla tua memoria la deponi,
Qual pellegrin che serba un arso fiore
Di suol lontano, e lo tien stretto al côre!--
INDICE.
CAP. PAGE.
I. GIÙ NELLA CONIGLIERA 1
II. LO STAGNO DI LAGRIME 15
III. CORSA ARRUFFATA, E RACCONTO CON LA CODA 29
IV. LA CASETTINA DEL CONIGLIO 41
V. CONSIGLI D'UN BRUCO 58
VI. PORCO E PEPE 74
VII. UN TÈ DI MATTI 93
VIII. IL CROQUET DELLA REGINA 110
IX. STORIA DELLA FALSA-TESTUGGINE 128
X. LA CONTRADDANZA DE' GAMBERI 145
XI. CHI HA RUBATO LE TORTE? 158
XII. TESTIMONIANZA D'ALICE 172
[Illustrazione]
CAPITOLO I.
GIÙ NELLA CONIGLIERA.
Alice cominciava a sentirsi mortalmente stanca di sedere sul poggio,
accanto a sua sorella, senza far nulla: una o due volte aveva gittato lo
sguardo sul libro che leggeva sua sorella, ma non c'erano imagini nè
dialoghi, "e a che serve un libro," pensò Alice, "senza imagini e
dialoghi?"
E andava fantasticando col suo cervello (come meglio poteva, perchè lo
stellone l'avea resa sonnacchiosa e grullina), se il piacere di fare una
ghirlanda di margherite valesse la noja di levarsi su, e cogliere i
fiori, quand'ecco un Coniglio bianco con gli occhi di rubino le passò da
vicino.
Davvero non c'era _troppo_ da meravigliarsi di ciò, nè Alice pensò che
fosse cosa _troppo_ stravagante di sentire parlare il Coniglio, il quale
diceva fra sè "Oimè! Oimèi! ho fatto tardi!" (quando se lo rammentò in
seguito s'accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le
sembrò una cosa assai naturale): ma quando il Coniglio _trasse un
oriuolo dal taschino del panciotto_, e vi affisò gli occhi, e scappò
via, Alice saltò in piedi, perchè l'era venuto in mente ch'ella non avea
mai veduto un Coniglio col panciotto e il suo rispettivo taschino, nè
con un oriuolo da starvici dentro, e divorata dalla curiosità, traversò
il campo correndogli appresso, e giunse proprio a tempo di vederlo
slanciarsi in una spaziosa conigliera, di sotto alla siepe.
In un altro istante, giù Alice scivolò, correndogli appresso, senza
punto riflettere come mai avrebbe fatto per riuscirne fuori.
La buca della conigliera sfilava diritto come una galleria di _tunnel_,
e poi s'inabissava tanto rapidamente che Alice non ebbe un solo istante
per considerare se avesse potuto fermarsi, poichè si sentiva cader giù
rotoloni in qualche precipizio che rassomigliava a un pozzo
profondissimo.
Una delle due, o il pozzo era arci-profondo, o ella vi ruzzolava assai
adagino, poichè ebbe tempo, mentre cadeva, di guardare tutto intorno, e
stupiva pensando a ciò che le avverrebbe poi. Prima di tutto aguzzò la
vista e cercò di vedere nel fondo per scoprire ciò che le accaderebbe,
ma gli era bujo affatto e non ci si vedea punto: indi guardò alle pareti
del pozzo ed osservò ch'erano ricoperte di credenze e di scaffali da
libri; quà e là vide mappe e quadri che pendeano da' chiodi. Andando
giù prese di volo un vasettino che aveva un cartello, lo lesse:
"CONSERVA D'ARANCE," ma oimè! era vuoto e restò delusa: non volle
lasciar cadere il vasettino per non ammazzare chi era in fondo, e
andando sempre giù lo depose in un'altra credenza.
"Bene," pensò Alice, "dopo una caduta tale, mi parrà proprio un niente
il ruzzolare per le scale! A casa poi, come mi crederanno coraggiosa!
D'ora innanzi, ancorchè cadessi dal tetto, non ne farei caso!" (E
probabilmente dicea la verità.)
E giù--e giù--e giù! Finirà _mai_ quella caduta? "Chi sa quante miglia
ho percorse a quest'ora?" sclamò. "Davvero io stò per toccare il centro
della terra. Vediamo: suppongo che saranno quattrocento miglia di
profondità--" (come vedete, Alice aveva imparate molte di tali cose
nelle sue lezioni, ma non era quella la _migliore_ occasione per fare
sfoggio della sua erudizione, poichè non c'era niuno che l'ascoltasse,
ciò non di meno era bene di ripassarle a mente)--"sì, la sarà questa la
vera distanza, o press'a poco--ma vorrei sapere a quale grado di
Latitudine o di Longitudine io sia giunta!" (Alice non sapea mica che
fosse Longitudine o Latitudine, ma pensò ch'erano belle parolone a dire,
e le disse!)
Passò qualche istante e poi rincominciò. "Che dovessi io _traversare_ la
terra? Sarebbe bella s'io uscissi fra le genti che camminano col capo in
giù! Credo che si chiamino le Antipatie--" (questa volta fu contenta che
non _ci fosse_ niuno che l'ascoltasse, perchè quel nome non le suonava
giusto all'orecchio) "--ma domanderò loro che nome abbia quel paese. Di
grazia, Signora, è questa la Nuova Zelanda? o l'Australia?" (e cercò di
fare una riverenza mentre parlava--figuratevi, _far riverenza_ mentre si
casca giù a precipizio! Dite, potreste farla voi?) "Ma se farò una tale
domanda mi crederanno una sciocca. No, non la farò: forse troverò
scritto il nome in qualche parte colaggiù."
E giù--e giù--e giù! Non avendo nulla da fare, Alice rincominciò a
cinguettare. "Dina mi cercherà stanotte!" (Dina era il nome della
gatta). "Spero che si rammenteranno di darle il suo piattino di latte
quando prenderanno il tè. Cara Dina mia! Vorrei che tu fossi meco
quaggiù! Non vi son sorci nell'aria, ma sai, tu potresti afferrare una
nottola ch'è simile al sorcio. Ma che! i gatti mangiano le nottole?" E
quì Alice cominciò a sonniferare, e fra il sonno e la veglia continuò a
ruminare fra' denti, "I gatti mangiano le nottole? I gatti mangiano le
nottole?" E talvolta, "Le nottole mangiano i gatti?" perchè, vedete, non
potendo rispondere a nessuna delle due quistioni, non le importava se
invertiva il senso di esse. Sonnecchiava di già, e proprio allora
cominciava a sognare che se ne andava a braccetto con Dina e che le
diceva con faccia austera: "Dina, dìmmi la verità: hai tu mai mangiata
una nottola?" quando, tonfete! cascò d'un subito sopra un mucchio di
ramicelli e di foglie secche, e la caduta finì.
Alice non si fece male e saltò in piedi lesta e pronta: guardò in alto,
era bujo affatto: davanti a lei sfilava un lungo corridoio percorso dal
Coniglio bianco ch'era sempre in vista. Non c'era tempo da perdere:
Alice, come se avesse le ali, gli corse appresso, e sentì che sclamava,
mentre svoltava a una cantonata,--"Giurammio! gli è tardi davvero!"
Stava lì lì per raggiungerlo, ma appena passò la cantonata il Coniglio
non si vide più; ed ella si trovò in una sala lunga e bassa, illuminata
da una fila di lampade che pendevano dalla volta.
V'erano porte tutt'intorno alla sala, ma erano tutte serrate, e dopo che
Alice andò su e giù provando tutti gli usci per vedere se fosse
possibile d'aprirne qualcheduno ma sempre inutilmente, si mise a
camminar mestamente nel mezzo della sala, pensando come mai avrebbe
potuto riuscirne fuori.
[Illustrazione]
Tutt'a un tratto capitò vicina a un piccolo tavolino di cristallo solido
e sorretto da tre piedi: non c'era altro su d'esso che una chiavettina
d'oro: or la prima idea ch'ebbe Alice fu che quella potesse aprire uno
degli usci della sala; e provò--ma oimè! o le toppe erano troppo
grandi, o la chiavettina era troppo piccola; ma comunque fosse, non
potette aprirne alcuno. Ciò non di meno, avendo fatto un secondo giro
nella sala, capitò davanti a una cortina bassa che non aveva osservata
prima, e dietro ad essa v'era un piccolo uscio, alto quindici pollici o
giù di lì: provò la chiavettina d'oro se andasse alla toppa, e con molta
allegrezza vide che c'entrava per l'appuntino!
Alice aprì l'uscio e vide che dava a un piccolo corridoio, largo quanto
una buca da topi: s'inginocchiò, e vide al di là del corridoio il più
bel giardino del mondo. Oh! quanto desiderò d'uscir fuori da quella sala
buja per correre su que' prati di fiori risplendenti, e lungo le chiare
e fresche acque delle fontane, ma non l'era dato neppure di cacciare il
capo fuori della buca; "e ancorchè il mio capo potesse passarvi," pensò
la povera Alice, "mi servirebbe poco senza farci passare anche le
spalle. Oh quanto bramerei riserrarmi come un telescopio! Credo che
potrei farlo, se sapessi soltanto come cominciare." Poichè essendo
ultimamente accadute tante cose straordinarie, Alice avea cominciato a
persuadersi che poche fossero le cose veramente impossibili.
[Illustrazione]
Era proprio tempo perso star lì piantata davanti all'usciolino, perciò
Alice ritornò verso la tavola con una mezza speranza di potervi trovare
sopra un'altra chiave, o almeno un libro il quale insegnasse alla gente
a riserrarsi come un cannocchiale: questa volta vi trovò un'ampolla, ("e
certo non c'era prima," disse Alice,) e aveva attaccato al collo un
cartello sul quale a lettere di scatola era magnificamente scritta
questa parola "BEVI."
Và benissimo il dire "Bevi," ma Alice ch'era una ragazzina prudente, lì
per lì non volle bere. "Nò, voglio prima vedere se c'è scritto
'_veleno_;'" poichè ella aveva letto molte belle novellette sopra
ragazzi ch'erano stati abbruciati, e mangiati vivi da bestie feroci, e
cose simiglianti, e tutto ciò perchè non _vollero_ ricordarsi della
prudenza ch'era stata loro insegnata in casi simili; come per esempio,
non maneggiare le molle infocate perchè scottano; se col coltello ti fai
sul dito un taglio _molto_ profondo, certo n'uscirà sangue; ed ella non
avea dimenticato quell'altro avvertimento, se tu bevi smodatamente d'una
bottiglia che ha l'iscrizione "veleno," presto o tardi ti farà male.
Ciò non di meno quell'ampolla _non_ aveva l'iscrizione "veleno," perciò
Alice si avventurò di assaggiarne il contenuto, e trovandolo delizioso
(di fatto aveva un sapore misto di torta di ciliegie, di crema,
d'ananasso, di tacchino arrosto, di torrone, e di crostini burrati), lo
vuotò tutto d'un fiato.
* * * * *
"Che curiosa sensazione!" disse Alice: "mi vo ristringendo come un
cannocchiale!"
Ed era proprio così: non aveva più che dieci pollici d'altezza, e il suo
bel visino s'illuminò di gioja pensando che finalmente era giunta alla
giusta statura per traversare l'usciolino, ed entrare nel bel giardino.
Prima aspettò qualche minuto per vedere se rimpicciolisse di più; è vero
che provò una certa ansietà su quel mutamento; "perchè, sapete, potrei
rimpicciolirmi tanto da sparire affatto come una candela," disse Alice.
"A chi assomiglierei allora?" E cercò di farsi un'idea dell'apparenza
della fiamma d'una candela smorzata, poichè non potea nemmeno
ricordarsi se mai avesse veduta una cosa simile!
E scorsero alcuni momenti, e veggendo che nulla di nuovo le accadeva, si
accinse ad entrare nel giardino; ma--povera Alice!--quando fu all'uscio,
si accorse che avea dimenticata la chiavettina d'oro, e quando si
rivolse verso la tavola dove l'avea lasciata, vide che non potea più
arrivarla: essa la vedea chiaramente a traverso del cristallo, e fece
ogni sforzo possibile per arrampicarsi ad uno de' piedi della tavola e
montar su, ma gli era troppo sdrucciolevole; e dopo essersi affaticata
invano per vincere quella difficoltà, la poverina si sedette e pianse.
"Via! che vale abbandonarsi al pianto!" disse Alice a sè stessa; "io ti
consiglio invece, o Signorina, di smetter subito quel piagnucolare!"
Generalmente ella dava a sè stessa dei buoni consigli (benchè raramente
poi li seguisse), e talvolta si rimproverava tanto severamente che le
lagrime le scorrevano per le gote; e si rammentò che una volta stava lì
lì per schiaffeggiarsi perchè s'era truffata in una partita di
_croquet_ che giuocava contro a sè medesima, che questa straordinaria
bimba trovava piacere a fingersi di essere due persone. "Ma ora è
inutile voler credermi due persone," pensò la povera Alice, "me ne resta
appena tanto per comporne _una_!".
Ed ecco, le cadde sott'occhio una cassettina di cristallo che giaceva
sotto la tavola: l'aprì, e vi trovò dentro un piccolo pasticcino, sul
quale, con uva di Corinto, era scritto in belli caratteri "MANGIA."
"Bene! lo mangerò," disse Alice, "e se mi farà crescere di molto,
giungerò ad afferrare la chiavettina, e se mi farà rimpicciolire mi
striscerò sotto l'uscio: così in un modo o in un altro entrerò nel
giardino, e poi, sarà quel che sarà!"
Ne mangiò un bocconcino, e mettendosi la mano sul capo, sclamò
ansiosamente: "In qual modo? In qual modo?" per vedere in qual modo si
mutava, ma restò molto sorpresa nel vedersi della stessa statura: certo,
così accade a tutti coloro che mangiano pasticci, ma Alice s'era tanto
abituata a veder cose straordinarie, che le sembrava una cosa stupida e
sciocca quella di crescere, come si cresce generalmente.
E tornò alla bisogna, e in pochi istanti ingoiò tutto il pasticcio.
[Illustrazione]
CAPITOLO II.
LO STAGNO DI LAGRIME.
"Curiosissimo e sempre più curiosissimo!" gridò Alice (era tanta la sua
sorpresa che non sapeva più parlar correttamente la sua lingua); "mi stò
allungando come un cannocchiale, e il più lungo che mai vi sia stato!
Addio piedi!" (perchè appena guardò giù a' suoi piedi le sembrò che li
avesse quasi perduti di vista, tanto erano lontani). "Oh i miei poveri
piedini! chi mai in terra v'infilerà le calze, e vi metterà le
scarpettine? Davvero _io_ non potrò farlo più! Oramai sarò tanto lungi
da voi, che certo io non mi prenderò più briga di voi altri: bisogna che
vi accomodiate alla meglio;--eppure bisognerebbe ch'io li trattassi
bene," pensò Alice, "se nò, non vorranno andare per la via ch'io vorrei
battere! Vediamo un po': ogni anno a Natale darò loro un bel pajo di
stivaletti."
E andava mulinando col cervello come farebbe. "Glieli manderò col
procaccino," pensò la bimba; "ma gli è davvero strano il mandar regali
a' proprii piedi! E quanto sarà curioso l'indirizzo!
_Al Signor Piedestro d'Alice,_
_Tappeto,_
_Presso il parafuoco,_
(_coi saluti d'Alice_).
Meschina! quante sciocchezze vo dicendo!"
Giusto allora il suo capo urtò contro la volta della sala: aveva più di
nove piedi d'altezza! Subito adunghiò la chiavettina d'oro, e via,
verso l'uscio del giardino.
Povera Alice! Tutto quello che potea fare consisteva nel giacere,
appoggiando il fianco per guardare il giardino con la coda d'un occhio;
ma il penetrarvi dentro era diventato più difficile che mai: sedette
dunque, e si rimise a piangere.
"Ti dovresti vergognare," disse Alice, "figurati, una gran ragazzona
come te" (e davvero lo poteva dire allora) "fare la piagnolosa! Smetti
subito ti dico!" Ma pure continuò, versando lagrime a secchie, sinchè
formò uno stagno intorno a lei di quasi quattro pollici d'altezza, e che
giungeva a metà della sala.
Qualche istante dopo sentì in lontananza come uno scalpiccío; subito si
forbì gli occhi per vedere chi fosse. Era il Coniglio bianco che
ritornava, splendidamente vestito, con un pajo di guanti bianchi in una
mano, e un gran ventaglio nell'altra: veniva trottando frettolosamente,
e mormorando fra sè stesso, "Oh! la Duchessa, la Duchessa! Se n'andrà
sulle furie perchè l'ho fatta aspettare!" Alice era tanto fuori di sè
che avrebbe chiesto soccorso a chiunque le fosse capitato: così quando
il Coniglio le fu vicino, gli disse con voce tremula e sommessa, "Di
grazia, Signore----." Il Coniglio trasaltò, gli caddero a terra i
guanti e il ventaglio, e in mezzo a quella tenebrìa si mise a correre di
traverso come se avesse le ali alle zampe.
[Illustrazione]
Alice raccattò il ventaglio e i guanti, e perchè la sala pareva una
stufaiuola si rinfrescò sventolandosi e parlando fra sè: "Meschina me!
Come ogni cosa è strana quest'oggi! Eppure ieri le cose andavano secondo
il solito. Non mi sorprenderebbe se stanotte fossi stata scambiata!
Vediamo: non ero io, io stessa che mi levai questa mattina? Mi pare di
rammentarmi ch'io mi trovai un poco diversa. Ma se non sono la stessa
dovrò rivolgermi questa domanda: Chi mai dunque son io? Ah! quì _stà_
l'imbroglio!" E ripensò a tutte le ragazze che conosceva, e che erano
dell'età sua, per vedere se per caso fosse stata trasformata in una di
quelle.
"Certo io non sono Ada," disse, "perchè i suoi capelli sono inanellati,
e i miei non lo sono punto; certo non sono Isabella, poichè io so tante
belle cose, e quella poverina sa tanto poco! Eppoi _Isabella_ è
Isabella, ed _io_ sono io. Meschina! che imbroglio è questo! Proviamo se
io mi rammento tutte le cose che sapeva una volta: quattro volte cinque
fanno dodici, e quattro volte sei fanno tredici, e quattro volte sette
fanno--oimè! Se vado di questo passo non giungerò mai a venti! Del resto
la Tavola Aritmetica non significa nulla: proviamo la Geografia: Londra
è la capitale di Parigi, e Parigi è la capitale di Roma, e Roma----, nò,
ho sbagliato _tutto_! Davvero devo essere stata trasformata in Isabella!
Proverò a ripetere '_Rondinella pellegrina_;'" e si mise le mani
conserte al petto come se stesse per ripetere le lezioni, e cominciò a
recitare quella Romanza, ma la sua voce suonava rauca e strana, e le
parole non le uscivano dalle labbra come una volta:--
"'_Rondinella porporina
Che ti posi sul loggione
Raccattando ogni mattina
La zanzara ed il moscone,
Li vuoi friggere in padella
Porporina Rondinella?_'"
"Scommetto che le vere parole della Romanza non son queste," disse la
povera Alice, e le ritornarono i lucciconi agli occhi. "In somma,"
continuò a dire,-"io devo essere Isabella, e dovrò andare a vivere in
quella casuccia, e non aver quasi più giuocattoli, e tante lezioni da
imparare! Ma se sono Isabella, caschi pure il mondo, io resterò quì!
Inutilmente, signori miei, caccerete la testa dal soffitto per dirmi
'Carina, vieni su!' Io alzerò soltanto gli occhi, e dirò loro, 'Chi son
io? Ditemelo prima, e se sarò quella che voi cercate, verrò su; se no
resterò quì inchiodata sino a che sarò qualchedun'altra'--ma, oimè!"
sclamò Alice, versando un fiume di lagrime. "Vorrei che _mettessero_
fuori la testa! Son _tanto_ stanca d'esser quì, sola!"
E si guardò le mani, e si meravigliò vedendo che mentre parlava fra sè
stessa aveva infilato uno de' guanti bianchi che il Coniglio avea
lasciati cadere. "Come mai ho _potuto_ far ciò?" disse. "Forse sono
ridiventata piccina."
Si levò ed avvicinossi alla tavola per misurarsi con quella,--osservò
che, per quanto le pareva, era ridotta a circa due piedi d'altezza e che
andava impiccolendosi rapidamente: indovinò che la causa di questa nuova
trasformazione era il ventaglio che aveva in mano, e subito lo buttò a
terra,--e fu proprio a tempo, altrimenti assottigliava tanto da sparire
totalmente.
"L'ho scampata bella!" disse Alice tutta impaurita da quel subitaneo
mutamento, ma lieta, però perchè esisteva ancora; "ed ora andiamo al
giardino!" e rivolse sollecitamente i passi verso l'usciolino; ma ahi!
l'usciolino era chiuso, e la chiavettina d'oro era sulla tavola come
prima; "le cose vanno proprio alla peggio" pensò la derelitta fanciulla,
"non sono stata mai tanto piccina! E protesto che tutto ciò è un brutto
affare, ma brutto assai!"
Mentre diceva queste parole, sdrucciolò, e zaffete! cascò sino al mento
nell'acqua salsa. Imprima credette esser caduta nel mare, "e in tal caso
potrò tornare a casa per la ferrovia," disse fra sè. (Alice era stata
una volta sola ai bagni di mare, d'allora in poi s'imaginò che dovunque
si va, verso la spiaggia, trovansi casotti da bagni lungo il mare,
ragazzi che zappano l'arena con le vanghe di legno, poi una fila di case
mobiliate, e dietro ad esse una stazione di strada ferrata). Ma subito
si accorse ch'era caduta nello stagno delle lagrime che avea versate
quando aveva nove piedi d'altezza.
[Illustrazione]
"Peccato ch'io abbia pianto tanto!" disse Alice, nuotando, e cercando
d'afferrar la riva.
"Ora sì che sarò punita, affogando nelle mie proprie lagrime! _La_ sarà
proprio una cosa strana! Ma tutto è strano oggi."
E sentì qualche cosa che sguazzava nello stagno, si rivolse e credette
vedere un elefante di mare o un ippopotamo, ma si rammentò ch'era assai
piccina allora, e scoprì ch'altro non era che un sorcio, cascato come
lei nello stagno.
Pensò Alice, "Forse farei bene di parlare a questo sorcio. Ogni cosa è
talmente straordinaria quaggiù che non mi stupirei se egli potesse
parlare: ad ogni modo, proviamo." E cominciò: "O Sorcio, sai tu la via
per uscire da questo stagno? O Sorcio, io mi sento veramente stanca di
nuotare quì!" (Alice pensò che quello era il vero modo di parlare ad un
sorcio: non aveva mai fatto una cosa simile prima, ma si rammentò d'aver
letto nella Grammatica Latina di suo fratello, "Un Sorcio--di un
Sorcio--a un Sorcio--un Sorcio--O Sorcio!") Il Sorcio la guardò
fissamente, la squadrò ben bene co' suoi piccoli occhietti, ma non
rispose niente.
"Forse non intende la mia lingua," disse Alice; "scommetto ch'è un
Sorcio Francese, venuto quì con Napoleone." (Eh già! con tutte le sue
cognizioni storiche, Alice non sapea al giusto le date che citava.) E
rincominciò "_Où est ma chatte?_" era questa la prima frase ch'avea
trovata nel suo libriccino di Lingua Francese. Il Sorcio fece un salto
nell'acqua, e tremò a verghe. "Le domando perdono!" soggiunse subito
Alice, avvedendosi d'avere scossi i nervi delicati della bestiolina.
"Avea dimenticato che lei non ama i gatti."
"Amare i gatti, io!" sclamò con voce acuta e rabbiosa. "Amerebbe _lei_ i
gatti, se fosse me?"
"Forse no," rispose Alice con voce carezzevole, "ma non si adiri, sa!
Eppure io vorrei farle vedere Dina, la gatta nostra; se la vedesse ne
sarebbe innamorato pazzo. La è una bestiolina tanto carina e quietina,"
e nuotando svogliatamente e parlando talvolta a sè stessa, continuava
Alice, "e fa le fusa per benino quando giace accoccolata presso al
focolare, leccandosi le zampine e nettandosi la faccia--e l'è tanto
soffice e soave alle carezze--e l'è proprio un paladino nell'afferrare i
sorci--oh mi perdoni!" sclamò di nuovo Alice perchè questa volta il
Sorcio aveva il pelo tutto arruffato, e sembrava offeso immensamente,
"Noi non ne parleremo più se ciò le incresce."
[Illustrazione]
"No, davvero!" gridò il Sorcio che avea la tremarella sino alla punta
della coda. "Come se _io_ volessi parlare dei gatti! La nostra famiglia
_odiò_ sempre i gatti; bestiaccie schifose, volgari e basse! Non mi
faccia sentir più il nome loro!"
"No, davvero!" rispose sollecitamente Alice, e mutando argomento,
soggiunse. "Dica, le piacciono forse--le piacciono--i--i cani?" Il
Sorcio non rispose, e Alice seguitò così. "Vicino a casa nostra, c'è un
bellissimo cagnolino, se lo vedesse! È un canbassetto con certi belli
occhi luccicanti, e col pelo cenerino, arricciato e lungo! Ei busca,
benissimo le cose che gli si gittano, e siede sulle zampine di dietro
per pitoccare il suo desinaruccio, e fa tante altre belle cosettine--non
potrei neppure rammentarne la metà--appartiene a un fattore, ed egli
dice che la bestiolina vale proprio un Perù, perchè gli è utile di
molto, e uccide tutt'i topi, e--oimè!" gridò Alice tutta sconsolata.
"Temo d'averla offesa di nuovo!" E davvero l'aveva offeso perchè il
Sorcio si allontanò nuotando furiosamente ed agitando le acque dello
stagno.
Alice lo richiamò con un soave tuono di voce, "Sorcio caro, ritorni
pure, ed io le prometto che non parlerò più di gatti nè di cani!" A
queste parole, il Sorcio si rivoltò indietro, nuotando lentamente verso
di lei: la sua faccia era pallida (di rabbia, pensò Alice), e disse con
voce sommessa e tremante, "Approdiamo alla spiaggia, e le racconterò la
mia storia, allora lei capirà perchè io detesti tanto i gatti e i cani."
Era proprio tempo d'uscir fuori, perchè lo stagno si stava riempendo di
uccelli e d'altri animali che v'eran caduti dentro: un'Anitra, un
Dronte, un Lori, un Aquilotto, ed altre curiose bestioline. Alice aprì
la via, e tutti, nuotando, la seguirono alla spiaggia.
[Illustrazione]
CAPITOLO III.
CORSA ARRUFFATA, E RACCONTO CON LA CODA.
L'assemblea che si riunì alla spiaggia era oltremodo
bizzarra--figuratevi, gli uccelli avevano le piume fradice, e gli altri
animali avevano il pelo incollato a' loro corpicciuoli; e tutti erano
inzuppati, grondanti acqua, tristi e malcontenti.
Naturalmente la prima quistione che fu posta fu quella di sapere come si
sarebbero asciugati: si consultarono insieme su questo argomento, e
pochi minuti dopo Alice si mise a parlare familiarmente con loro, come
se li avesse conosciuti da un secolo. Ebbe una lunga discussione col
Lori, ma bentosto quest'ultimo le fece un viso arcigno, e disse
perentoriamente, "Son più vecchio di lei, perciò devo saper più di lei;"
ma Alice non volle convenirne se prima non le avesse detto quanti anni
aveva. Il Lori non volle dirlo, e la loro conversazione cessò.
Finalmente il Sorcio, che sembrava essere persona d'una certa autorità
fra loro, gridò, "Si seggano signori, e mi ascoltino! _Io_ seccherò
tutti in pochi momenti!" Tutti sedettero, in circolo, col Sorcio in
mezzo. Alice gli affisò ansiosamente gli occhi in faccia, perchè era
sicura che se non si fosse presto rasciugata avrebbe guadagnata una
infreddatura solenne.
"Hem!" disse il Sorcio con aria autorevole, "sono tutti all'ordine?
Questa domanda è bastantemente secca, mi pare! Silenzio tutti, di
grazia! 'Il Generale Oudinot che venne a restaurare il governo papale,
fu presto secondato dal Re di Napoli, e dalle truppe della Regina di
Spagna----'"
"Uff!" fece il Lori, con un brivido.
"Scusi!" disse il Sorcio tutto accigliato, ma con molta civiltà: "Diceva
qualche cosa?"
"Le pare!" rispose frettolosamente il Lori.
"Mi era parso di sì," soggiunse il Sorcio.--"Continuo dunque. 'Il Re di
Napoli e la Regina di Spagna, con Oudinot, sposarono la causa del Papa,
ed anche il Granduca di Toscana trovò la cosa----'"
"Trovò _che cosa_?" disse l'Anitra.
"Trovò _la cosa_," replicò vivamente il Sorcio: "ella sa che significa
'la cosa.'"
"Sò bene che significa '_la cosa_' quando _io_ trovo qualche cosa,"
rispose l'Anitra: "generalmente trovo un ranocchio o un verme. Or la
quistione stà 'nella cosa,' che cosa ha trovato il Granduca?"
Il Sorcio non gli badò punto e si affrettò d'andare innanzi, "--trovò la
cosa ben fatta cioè di unirsi ad Oudinot, al Re di Napoli ed alla
Regina di Spagna, per assistere il Papa e rimetterlo sul trono. Nel
principio il Papa usò moderazione ma la violenza dei suoi
consiglieri----' Ebbene, carina, come si sente ora?" disse, rivolgendosi
ad Alice.
"Bagnata come un pulcino," rispose Alice mestamente, "non mi pare che la
sua storiella mi secchi abbastanza."
"Allora," disse il Dronte con voce solenne, e levandosi in piedi,
"propongo che il parlamento si aggiorni, acciochè sieno adottati rimedii
più energici----"
"Ma parli italiano!" sclamò l'Aquilotto. "Non capisco la metà delle sue
parolone, e forse lei stesso non ne intende cica!" E l'Aquilotto abbassò
la testa per nascondere un sorriso, ma alcuni degli uccelli
sghignazzarono apertamente.
"Volevo dire," continuò il Dronte, facendo il broncio, "che il miglior
modo di seccarsi sarebbe quello di fare una Corsa arruffata."
"Che _è_ la Corsa arruffata?" domandò Alice; non le premeva molto di
saperlo, ma il Dronte taceva come se _qualcheduno_ dovesse parlare,
mentre niuno sembrava disposto ad aprire becco o bocca.
"Ecco," disse il Dronte, "il miglior modo di spiegarla è quello di
eseguirla." (E siccome vi potrebbe venire la voglia di provare questa
Corsa in qualche giorno d'inverno, vi dirò come il Dronte la diresse.)
Imprima tracciò la linea dello steccato, una specie di circolo ("già,
non importa che sia ben tracciata," disse), e poi tutta la comitiva
entrò nello steccato mettendosi chi quà, chi là. Non si udì "Uno, due,
tre,--via!" ma cominciarono a correre a piacere, e si fermarono quando
n'ebbero voglia, di tal che non si seppe quando la Corsa fosse
terminata. Ad ogni modo, dopo che ebbero corso una mezz'ora o quasi, e
si sentirono tutti ben seccati, il Dronte sclamò tutt'a un tratto, "La
corsa è finita!" e tutti l'intorniarono anelanti, e sclamando, "Ma chi
ha vinto?"
Questa domanda impensierì immensamente il Dronte, perciò sedette e restò
lungo tempo con un dito appoggiato alla fronte (tale e quale come è
rappresentato Dante), mentre gli altri zittivano. Finalmente il Dronte
disse, "_Tuttiquanti_ hanno vinto, e tutti debbon'essere premiati."
"Ma chi distribuirà i premii?" replicò un coro di voci.
"_Essa_, s'intende," disse il Dronte, indicando Alice con un dito; e
tutti si affollarono intorno a lei, gridando confusamente, "I premii! I
premii!"
Alice non sapea che fare, e nella disperazione cacciò la mano in tasca,
e ne cavò una scatola di confetti (per buona sorte l'acqua non v'era
entrata dentro), e ne distribuì tutt'intorno. Ce ne erano appunto uno
per uno.
"Ma essa dovrebbe avere un premio," disse il Sorcio.
"S'intende," soggiunse il Dronte assai gravemente. "Che altro ha in
saccoccia?" disse, rivolgendosi ad Alice.
"Soltanto un ditale," rispose mestamente la fanciulla.
"Dia quì," replicò il Dronte.
[Illustrazione]
E tutti l'accerchiarono di nuovo, mentre il Dronte con molta gravità le
offrì il ditale, e disse, "La preghiamo di accettare quest'elegante
ditale;" e appena finito questo breve discorso, tutti applaudirono.
Alice giudicò tutto quest'affare come una cosa sovranamente stupida, ma
avevano tutti un contegno talmente grave ch'ella non osò ridere, pure
non seppe che cosa rispondere, ma semplicemente s'inchinò e prese il
ditale assumendo la migliore serietà del mondo.
Rimaneva ora il mangiare i confetti; ciò produsse un po' di rumore e di
confusione, poichè gli uccelli grandi si lagnavano che non avean potuto
assaporarne il gusto, e gli uccelli piccoli avendoli inghiottiti ne
rimasero pressochè strozzati e si dovette loro picchiar la schiena. Ma
anche ciò ebbe un termine e sedettero in circolo, pregando il Sorcio di
dir loro qualcosuccia di più.
"Si rammenti che mi ha promesso di raccontarmi la sua storia," disse
Alice, "e la ragione per cui odia i 'G' e i 'C'" soggiunse
sommessamente, e un poco con paura che di nuovo si offendesse.
"La mia è una storia lunga e trista, e con la coda!" rispose il Sorcio,
rivolgendosi con un sospiro ad Alice.
"Certo _è_ una lunga coda," disse Alice, guardando con meraviglia alla
coda del Sorcio; "ma perchè la chiama trista?" E continuò a pensarvi
sopra imbarazzata mentre il Sorcio parlava; e così l'idea che si fece di
quella storia con la coda fu presso a poco questa:
Furietta disse
al Sorcio,
che in casa
avea
trovato:
Andiamo
al Tribunale,
ti voglio
processare.
Non chiedo
le tue scuse,
o Sorcio
indiavolato,
Quest'oggi
non ho nulla
a casa mia
da fare.--
Disse a
Furietta
il Sorcio:
Ma come
andremo
in Corte?
Senza giurì
nè giudici?
Sarebbe
una vendetta!
Sarò giurì
e giudice,
rispose
allor
Furietta,
E passerò
latrando,
La tua
sentenza
a morte.
"Ella non presta attenzione!" disse il Sorcio ad Alice con tuono severo.
"A che cosa sta pensando?"
"Le domando scusa," rispose umilmente Alice: "ella è giunta alla quinta
curvatura della coda, non è vero?"
"_No, doh!_" riprese il Sorcio con voce acerba ed irata.
"Che! c'è un _nodo_?" sclamò Alice sempre pronta e servizievole, e
guardandosi attorno. "Mi conceda il favore di disfarlo!"
"Niente affatto," rispose il Sorcio, levandosi e in atto di partire.
"Lei m'insulta dicendomi tali scempiaggini!"
"No, davvero!" disse Alice con sottomissione. "Ma lei s'offende tanto
facilmente!"
Per tutta riposta il Sorcio si mise a borbottare.
"Di grazia, ritorni, e finisca il suo racconto!" Alice dunque lo
richiamò; e tutti gli altri sclamarono in coro, "Via, finisca il
racconto!" ma il Sorcio crollò il capo con un moto d'impazienza, ed
affrettò il passo.
"Peccato che non sia restato!" disse sospirando il Lori, appena che il
Sorcio si perdè di vista; e un vecchio granchio colse quella opportunità
per dire alla sua figlia, "Amore mio, ciò ti serva di lezione, e _bada_
a non andar mai in collera!"
"Sta zitto, Babbo," rispose la piccina con un fare sdegnosetto. "Tu
provocheresti anche la pazienza d'un'ostrica!"
"Ah se Dina fosse quì!" disse Alice, parlando ad alta voce, ma senza
rivolgersi a chi che sia. "Lo porterebbe indietro in un momento!"
"Perdoni la curiosità, chi è Dina?" domandò il Lori.
Alice rispose sollecitamente, perchè la era sempre pronta a parlare
della sua prediletta: "Dina è la nostra gatta. È un vero paladino quando
va a caccia di sorci! E se la vedeste correr dietro agli uccelli! Visti
e presi!"
Questo discorso produsse un impressione vivissima nell'assemblea. Alcuni
uccelli volarono via di botto: una gazza vecchia si avviluppò ben bene
dicendo, "È ormai tempo di tornare a casa; l'aria della notte mi fa male
alla gola!" e un canarino chiamò con voce tremula tutt'i suoi piccini,
"Venite, venite carini! Gli è tempo di andare a letto!" E così chi con
un pretesto chi con un altro, tutti andarono via, ed Alice rimase sola.
"Ho fatto male di nominare Dina!" disse fra sè assai mestamente. "Ei
pare che niuno l'ami quaggiù, eppure la è la miglior gatta del mondo! Oh
Dina mia cara! Chi sa, se ti rivedrò mai più!" E la povera Alice
rincominciò a piangere perchè si sentiva tutta soletta e sconsolata. Ma
alcuni momenti dopo, sentì di nuovo uno scalpiccío in lontananza, e
guardò fissamente, nella speranza che il Sorcio avesse mutato pensiero,
e tornasse per finire il suo racconto.
CAPITOLO IV.
LA CASETTINA DEL CONIGLIO.
Era il Coniglio bianco che ritornava bel bello indietro, guardando
ansiosamente quà e là, come che avesse smarrito qualche cosa, e
mormorando fra sè stesso: "Oh la Duchessa! la Duchessa! Oh zampine mie!
pelle e baffi miei state freschi ora! Ella mi farà impiccare, e ne son
tanto sicuro come son certo che le donnole sono donnole! Ma dove mai mi
son caduti?" Alice indovinò subito ch'egli andava ricercando il
ventaglio e il paio di guanti bianchi, e buona e servizievole com'era,
si dette attorno per ritrovarli, ma fu inutile, non si trovarono
più--ogni cosa sembrava mutata dal momento ch'era cascata nello stagno;
e la gran sala, e il tavolino di cristallo, e l'usciolino erano svaniti
totalmente.
Bentosto il Coniglio si accorse di Alice, mentr'ella si affannava alla
ricerca, e gridò con voce irata, "Marianna che cosa _stai_ facendo quì?
Via corri a casa, e portami un paio di guanti ed un ventaglio! Subito,
ti dico!" Alice fu tanto spaventata da quella voce che senza perder
tempo corse velocemente verso il luogo indicato, senza dir nulla sullo
sbaglio che il Coniglio faceva.
"Mi ha presa per la cameriera," disse fra sè mentre continuava a
correre. "Ei sarà molto sorpreso quando scoprirà chi io sia! Ma è meglio
recargli il ventaglio e i guanti, cioè, purchè io li possa trovare." E
giunse innanzi a una bella casettina, e sull'uscio v'era un cartello
inciso sopra una rilucente lamina di ottone, con questo nome "CONIGLIO
B." Entrò, senza picchiare all'uscio, e frettolosamente divorò tutta la
scala temendo d'incontrare la vera Marianna, ed esser da lei cacciata
via dalla casa prima di trovare il ventaglio e i guanti.
"Gli è proprio curioso," pensò Alice, "d'esser mandata da un Coniglio a
far servizi! Mi aspetto che Dina vorrà poi mandarmi a far servizi per
lei!" E cominciò a fantasticare ciò che in tal caso avverrebbe: "'Siora
Alice! Venga quì subito, e si prepari a trottare!' 'Eccomi quì, tata! Ma
dovrei far la guardia a questo buco sinchè Dina venga, acciocchè il
sorcio non ne scappi.' Però non crederei," continuò Alice, "che
permetterebbero a Dina di restare in casa se essa cominciasse a
comandare la gente a questo modo!"
E così ciarlando entrò in una cameretta assai pulitina, con una tavola
presso al terrazzino, e sopra di essa v'erano (come Alice avea di già
sperato) un ventaglio e due o tre paja di guanti bianchi e nitidi; ella
prese il ventaglio ed un pajo di guanti, e stava per uscire, quando le
cadde sott'occhio un'ampolla che stava vicino allo specchio. Non avea
nessun cartello attaccato, con la parola "BEVI," eppure essa la sturò e
se l'avvicinò alle labbra. "Certo _qualche cosa_ di meraviglioso mi
accade ogni qual volta bevo o mangio," disse fra sè; "vediamo dunque che
cosa produrrà questo liquore. Spero che mi farà crescere di nuovo,
perchè sono proprio stanca di vedermi così piccina!"
E così accadde, e molto più presto di quello che si aspettasse: pria che
avesse bevuto la metà dell'ampolla sentì che il suo capo premeva contro
la volta, e dovette smetter subito, perchè rischiava di rompersi la
nuca. Immediatamente depose l'ampolla, dicendo, "Basta per ora--spero
che non crescerò di più--ma così come sono non potrò uscire più
dall'uscio--ah! magari, avessi bevuto meno!"
Oimè! era tardi il pentirsi! Andò crescendo, crescendo, e dovette
inginocchiarsi, perchè non poteva più stare in piedi; e dopo un altro
minuto, dovette sdraiarsi appoggiando un gomito all'uscio, e mettendo un
braccio intorno al capo. E cresceva ancora; disperata, cacciò una mano
fuori della finestra, ficcò un piede nel caminetto, e disse a sè
medesima, "Checchè accada, non posso far di più. Che _sarà_ di me?"
[Illustrazione]
Buono per Alice che la virtù dell'ampolla magica era giunta al suo
apice, e perciò non crebbe di più: ciò non di meno si sentiva molto male
in quello stato, e come che non c'era verso d'uscire da quella gabbia,
se ne attristò di molto.
"Stava molto meglio a casa mia," pensò la povera Alice, "colà non
passava il mio tempo a crescere ed a impiccolire, e ad esser la serva
de' sorci e de' conigli. Quasi quasi mi pento d'esser discesa nella
Conigliera--eppure--eppure--l'è curiosetto questo genere di vita! Ma,
che _cosa_ mai son'io addiventata? Quando io leggeva le novelle delle
fate, credeva che quella sorta di stranezze non potesse mai accadere, ed
ora eccomi nel bel mezzo di una di quelle. Si dovrebbe scrivere un libro
su queste mie avventure, si dovrebbe, certo! Quando sarò grande ne
scriverò uno--ma sono di già grande," soggiunse con mestizia, "e non c'è
spazio per crescere di più _quì_."
"Ma che," pensò Alice, "non crescerò più negli anni? Da una parte
sarebbe un bene--non diventare mai vecchia,--ma quell'imparar sempre le
lezioni m'annoierebbe! Oh non mi piacerebbe _ciò_!"
"Ah pazzerella che sei!" rispose Alice a sè stessa. "Come potresti
imparare le lezioni, quì? C'è appena spazio per te, come c'entrerebbero
i libri?"
E così passava il tempo, ora parlando, ora rispondendo a sè stessa, e
facendo una vera conversazione fra Alice ed Alice; ma dopo qualche
istante sentì una voce di fuori, e si mise ad ascoltare.
"Marianna! Marianna!" vociava quel tale di fuori; "portami subito i
guanti!" E si sentì un calpestìo frettoloso per la scala. Alice pensò
che fosse il Coniglio che veniva a sollecitarla a far presto, e tremò
tanto da scuoter la casa dalle fondamenta, scordandosi ch'oramai era
diventata mille volte più grande del Coniglio, e che non c'era motivo da
spiritar di paura.
Il Coniglio giunse all'uscio, e cercò di aprirlo, ma gli era inutile
spingere la porta, perchè il gomito d'Alice era puntellato contro. Alice
udì che il Coniglio diceva fra sè, "Andrò dietro la casa ed entrerò per
la finestra."
"Non ci entrerai!" pensò Alice, ed attese sino a che le parve che il
Coniglio fosse sotto la finestra; allora aprì d'un subito la mano come
se volesse acchiappare qualche cosa nell'aria. Non afferrò nulla, ma
sentì uno strillo e il rumore d'una caduta, poi un fracasso di vetri
rotti, e capì che il poverino era probabilmente cascato in qualche
vetrina da cetrioli o cosa simile.
[Illustrazione]
Poi s'udì una voce rabbiosa--quella del Coniglio:--"Gianni! Gianni! Dove
sei?" E rispose una voce ch'ella non avea mai sentita, "Eccomi qua!
Stava scavando patate, illustrissimo!"
"Scavando patate!" tuonò furiosamente il Coniglio. "Vieni qua! Aiutami
per uscire da _questo_!..." (Cricch! si sentì scricchiare il vetro).
"Dimmi Gianni, che mostruosità c'è lassù, alla finestra?"
"Poffare! gli è un braccio, lustrissimo!"
"Un braccio! va via paperone! Chi ne ha mai veduti di quella grossezza?
Diamine, riempie tutta la finestra!"
"Gli è proprio così, lustrissimo: ma è un braccio bell'e buono."
"Bene, ma ei non ha niente da fare con la mia finestra; va, portalo
via!"
Successe un lungo silenzio, poi Alice sentì un bisbiglio sommesso; e
parole come queste, "Davvero, non potrei, lustrissimo; nò, davvero!" "Fa
come ti dico, vigliaccone!" allora Alice di nuovo fendette l'aria con la
mano minacciando d'acchiappare. Questa volta si udirono _due_ strilli
acuti, e cri, cri, scricchiò di nuovo il vetro. "Quante vetrine da
cetrioli vi debbon essere colaggiù!" pensò Alice. "Chi sa che faranno
dopo! Quanto al cacciarmi fuori dalla finestra, vorrei che _potessero_
farlo! Certo, _io_ non ho mica voglia di rimaner più quì!"
Aspettò un poco, ma non si sentiva nulla; ecco finalmente avvicinarsi un
cigolìo di certe ruote di carri, e molti che vociavano e parlavano
insieme: e sentì che dicevano: "Dov'è l'altra scala?--Ma, io non ne
dovea portare che una; Tonio ha l'altra--Dì, Tonio, portala quì, bambino
mio!--Là, appoggiatela a quel cantone--No, no, legatele insieme
prima--non vedete che non arrivano!--Oh! vi arriveranno, non sarà tanto
difficile!--Quà, Tonio, afferra questa fune--Ma reggerà il tetto?--Bada
a quella tegola che vacilla!--Ohè, casca giù!--Bada! bada!"
(Patatrac!)--"Chi ha fatto ciò?--Gli è Tonio, credo--Chi scenderà pella
gola del caminetto?--_Io_ no!--Vuoi _tu_?--No, neppur io!--Tonio dovrà
scendervi--Ohè, Tonio, il padrone dice che devi scendere pella gola del
caminetto!"
"Bellino!" disse Alice fra sè, "così questo Tonio verrà dal caminetto?
Pare che quei signori abbian posto ogni carico sulle spalle del povero
Tonio! Non vorrei esser mica ne' suoi panni: questo camino è molto
angusto, non v'è dubbio; ma potrò tirarvi qualche calcio, _credo_!"
E ritirò il piede quanto più potè dal caminetto, ed aspettò sino a che
sentì un animaluccio (senza che potesse indovinare a che razza
appartenesse) che raschiava e scendeva adagino lunghesso il camino: "Gli
è Tonio," disse, e tirò un bel calcio, poi attese ciò che seguirebbe
dopo.
[Illustrazione]
La prima cosa che sentì fu un coro di voci che diceva, "Ecco Tonio che
vola!" e poi la voce sola del Coniglio che gridava--"Pigliatelo, voi
altri che siete vicino alla siepe!" e poi silenzio, e poi una gran
confusione di voci--"Sostenetegli il capo--Quà l'acquavite--Non lo
soffocate--Come andò compare? Che cosa ti avvenne? Sù narraci tutto!"
Finalmente s'udì una vocina debole e sibilante ("È Tonio," pensò Alice),
"Non saprei che dirvi--Non più, grazie; stò meglio--ma mi sento troppo
agitato per raccontarvelo--tutto quel che mi rammento gli è qualche cosa
che mi sbalestrò in aria, ed io schizzai via come un razzo!"
"Schizzasti via davvero poveretto!" dissero gli altri.
"Incendiamo la casa!" sclamò il Coniglio, ma Alice gridò subito con
quanta voce aveva in gola, "Se fate ciò, vi farò acchiappar tutti da
Dina!"
Si fece subito un gran silenzio, e Alice disse fra sè, "Vediamo, cosa
_faranno_ ora! Se avesser cervello, scoperchierebbero il tetto." Qualche
istante dopo cominciarono a muoversi di nuovo e sentì il Coniglio che
diceva, "Basterà, una carrettata per cominciare."
"Una carrettata _di che_?" disse Alice; ma non restò molto in dubbio,
perchè subito una grandine di sassolini cominciò a scoppiettare nella
finestra, ed alcuni la colpirono in faccia. "Bisogna finirla," pensò
Alice, e gridò, "Fareste bene di non provarvici un'altra volta!" Queste
parole produssero un altro silenzio sepolcrale.
Alice osservò con un pò di stupore che i sassolini si convertivano in
pasticcini appena toccavano il pavimento, e subito un idea le sfolgorò
in mente. "Proviamo a mangiare uno di questi pasticcini," disse, "certo
essi produrranno qualche mutamento nella mia statura; e siccome non
potranno farmi più grossa di quel che sono, m'impiccoliranno forse."
E mangiò un pasticcino, e si rallegrò di vedersi subito impiccolire.
Appena che si sentì piccola abbastanza per uscire dalla porta, scappò
dalla casa, e incontrò una folla di animalucci e d'uccelli che
aspettavano fuori. La povera Lucertola (era Tonio) stava nel mezzo,
sostenuta da due porcellini d'India, che le davano qualche ristoro da
una bottiglia. Appena comparve Alice tutti le si avventarono addosso; ma
la bimba si mise a correre sino a che si ritrovò sana e salva in una
foresta.
"La prima cosa che dovrò fare," pensò Alice, vagando nella foresta, "la
è quella di ricrescere e giungere alla mia statura naturale; e la
seconda poi sarà di cercare il modo d'entrare in quell'ameno giardino. È
questo, mi pare, il miglior piano."
E davvero sembrava un piano eccellente, e imaginato assai per benino; ma
la difficoltà stava in ciò ch'ella non sapea da dove rifarsi per
metterlo ad effetto; e mentre aguzzava l'occhio fra gli alberi della
foresta, un piccolo latrato acuto al di sopra di lei la fece guardare in
su presto presto.
Un enorme cucciolo la squadrava con occhi dilatati e rotondi, e
allungando una zampa cercava di toccarla. "Poverino!" disse Alice con
voce carezzevole, e per allettarlo si provò a dirgli "te', te'!" ma
tremava a verghe temendo che fosse affamato, nel qual caso l'avrebbe
probabilmente divorata a dispetto di tutte le sue carezze.