Villeggiavano tra Imola e Castelbolognese tre cardinali, l'Amat,

il Falconieri e Giovanni Maria Mastai, creato già Cardinale da

Gregorio XVI fino dal 1840. Parve al Ribotti da tentare un bel colpo:

sorprendere i tre _Eminentissimi_, sostenerli in ostaggio, ribellare

quindi le Romagne, le Marche e l'Umbria e marciar dritti su Roma.

Detto e fatto. L'8 settembre 1843, a notte chiusa, aduna al ponte di

Savena, presso Bologna, un duecento compagni, armati alla meglio, alla

peggio, e s'incammina verso Imola. Dovevano per via trovare altri aiuti

e nessuno comparve. A Imola silenzio sulle mura e porte sbarrate. A

Castelbolognese lo stesso. Nella villa, che accoglieva i tre Cardinali,

la gabbia aperta (come s'esprime in certe sue _Memorie_ uno dei

congiurati) e i tre _cardellini_ volati via.

Non per questo il Ribotti si perse d'animo. Sbandati i suoi compagni,

cercò altre trafile rivoluzionarie (ce n'erano tante!), si provò quasi

da solo di sommuovere Ancona e le Marche, osò penetrare sino in Roma:

figura arditissima di cospiratore, cui fa riscontro in questi moti del

43 quella di Felice Orsini, che apparisce ora per la prima volta nel

dramma tenebroso delle cospirazioni politiche romagnuole, e vi dovea

poi acquistare purtroppo così terribile celebrità.

Il Governo infierì con Commissioni di sanfedisti spietati, nelle quali

è rimasto infame il nome d'un colonnello Freddi, che le presiedeva, e

colpì di morte, di galera, di esilio un numero grandissimo di persone,

mescolando ad arte nei giudizi e nelle sentenze i patriotti coi

colpevoli di delitti comuni.

Nei tentativi dell'anno dopo, 1844, si compromisero il Galletti, che

fu poi Ministro di Pio IX, Pompeo Mattioli ed altri, gettati tutti in

Castel Sant'Angelo, mentre dall'estremo della Calabria giungeva l'eco

della tragedia dei fratelli Bandiera, pietosa tanto, che il Mazzini

fece di tutto per togliersene di dosso ogni responsabilità.

Contuttociò non un anno, come vedete, passava nelle Romagne senza

che il fermento rivoluzionario in un modo o nell'altro si provasse a

prorompere.

Il moto però, che seguì nel 1845, mentre per certi rispetti somiglia a

quello del 1832, ha tuttavia un carattere tutto suo e che lo distingue

così dai tentativi antecedenti, come dai posteriori di pura derivazione

mazziniana.

Dissi già del _Memorandum_ delle cinque Potenze per indurre a riforme

il Governo Pontificio. Rimasto lettera morta, i cospiratori del 1845 lo

ripresero a loro insegna, sperando così propiziarsi l'Europa e indurla

con essi in una specie di morale complicità.

L'idea in sè non val molto, ma indica però che l'inutilità degli sforzi

tentati sino allora avea generato negli animi una reazione e che anche

fra gli accecamenti delle cospirazioni un'opinione moderata s'andava

formando, come ho già fatto notare, la quale sentiva, se non altro,

la necessità di spinger gli occhi al di là delle chiuse muraglie delle

sètte.

Di qui il _Manifesto di Rimini_, opera di Luigi Carlo Farini (lo

stile lo dice) in collaborazione col Montanelli, con le parole rimaste

celebri: «Non è di guerra lo stendardo, che noi inalziamo, ma di pace,

e pace gridiamo e giustizia per tutti e riforme di leggi e garanzia di

bene durevole.... Preghiamo e supplichiamo i principi a non volerci

trascinare alla necessità di addimostrare che quando un popolo è

abbandonato da tutti e ridotto agli stremi, sa trovare salute nel

disperare salute.»

Con questo programma, che parlava ai sordi, si sollevò in Rimini Pietro

Renzi nel Settembre del 1845, ma alla sollevazione di Rimini, finita

subito, non rispose che un ardito combattimento di Pietro Beltrami

e di Raffaele Pasi alle Balze e poi tutti scamparono in Toscana, il

_refugium peccatorum_ d'allora, come lo chiamava Massimo d'Azeglio.

Fra i propositi riformisti d'una opinione politica moderata e queste

audaci e frammentarie prove di sommossa a mano armata v'ha una

contraddizione palese ed è quello che si studiò di persuadere a tutti

Massimo d'Azeglio, viaggiando ora a piccole giornate e raccogliendo

poi la sostanza delle sue osservazioni e dei suoi consigli nel celebre

opuscolo, che intitolò: _I casi di Romagna_, ammonimento d'amico ai

cospiratori, requisitoria terribile contro il Governo Pontificio,

e portavoce, sto per dire, di tutta quell'aperta, libera e pubblica

cospirazione letteraria, di cui l'opuscolo del D'Azeglio è l'ultimo

atto e il più pratico, perchè non foggia e non architetta sistemi

storici o disegni politici, bensì espone fatti e accusa e difende

persone. Vi si sente però l'eco della scuola romantica e liberale

lombarda, come di chi, frapponendosi fra oppressi ed oppressori,

consiglia ai primi la rassegnata, ma operosa, pazienza manzoniana, ed

intima ai secondi il: «_Dio vi ha abbandonati e non vi temo più_» del

Padre Cristoforo a Don Rodrigo.

Dal 1820 al 1848 la letteratura italiana è tutta una vasta cospirazione

politica, che inspira, accompagna, modera ed eccita il sotterraneo

lavorìo delle sètte, prorompente di quando in quando nelle sommosse.

Dopo il 1840, questa letteratura, seguendo il moto sempre crescente

dell'opinione pubblica liberale europea, si scioglie come può e dove

può dal sottinteso, dall'allusione, dall'anfibologia e affronta alla

scoperta il problema della redenzione della patria, facendo sì che

la questione italiana esca fuori dall'ombra e s'imponga da sè ai

pensieri degli uomini, contrari o favorevoli, che siano. Più la crisi

s'approssima e più questo carattere apertamente politico e militante

della letteratura italiana si determina nella lotta ancora tutta

ideale di due scuole diverse, che già si trovano a fronte: da un lato

il _Primato_ di Vincenzo Gioberti, cattolico, federale, monarchico,

neoguelfo e romantico schietto, e dietro a lui le _Speranze d'Italia_

di Cesare Balbo, la _Nazionalità Italiana_ di Giacomo Durando, la

_Sovranità temporale dei Papi_ di Leopoldo Galeotti, i _Pensieri d'un

Lombardo_ di Luigi Torelli, i _Casi di Romagna_ di Massimo d'Azeglio;

dall'altro Giuseppe Mazzini, non cattolico, ma mistico, non federale,

ma unitario, non monarchico, ma repubblicano, e a lui più aderenti,

benchè con parecchie diversità, il Cattaneo e Giuseppe Ferrari.

Dalla scuola del Gioberti esce il partito riformista, il primo cioè che

si esperimenterà nell'azione, quando questa, mercè dell'umile _Vescovo

d'Imola_, uscendo dai libri e dalle sommosse, incomincierà su di un

campo che può dirsi nazionale davvero, e diverrà ben presto europeo.

Tale svolgimento del pensiero politico italiano e la conseguente

formazione dei partiti, che io accenno di volo, ed è assai bene esposto

in un libro recente di Agostino Gori, si toccano con mano nei _Ricordi_

di Marco Minghetti e per quel poco o molto che ne trapassa nel _Vescovo

d'Imola_ e serve a creare il _Pio IX del 1846_, nulla è più suggestivo

e d'un realismo artistico, che meglio ricostruisca scena, ambiente, e

ci faccia quasi veder l'aspetto e riudir le voci dei personaggi, del

libro bellissimo, in cui il mio amico, Pier Desiderio Pasolini, ha

raccolte le _Memorie_ di suo padre.

Il Mastai, liberale di vecchia data, e di cui Gregorio XVI avrebbe

detto: «in casa Mastai è Carbonaro persino il gatto,» è un'invenzione

dei glorificatori ad ogni costo di Pio IX ed una calunnia dei

Gregoriani, trasformazione questi ultimi dei Vecchi Sanfedisti e

Centurioni Pontifici, che i primordi del pontificato di Pio IX avevano

sgominati ed a lui erano fieramente nemici. A Spoleto nel 1831 il

Mastai non aveva inferocito. A Imola (ed era noto) s'addolorava dei

delitti orrendi e della più orrenda impunità dei _Centurioni_ papalini,

e ciò bastava, se non era di troppo, per farlo passare a Roma per

settario e per liberale. Se ne ha la prova in alcune lettere di lui

dirette a monsignor Polidori e pubblicate alcuni anni fa dal conte

Paolo Campello. «Si è procurato, scrive il Mastai nell'agosto del

1834, di dipingermi in Roma come un vescovo poco meno che liberale.» E,

alludendo a Spoleto, soggiunge con amarezza: «le impertinenze, che ho

ricevuto dai cosiddetti Papalini, è certo che non le ho ricevute dai

liberali nella quaresima del 1831: questo argomento, se lo esternassi

a certa classe di Papalini, sarebbe bastante a farmi divenire poco

meno che un M.r Grégoire.» Dal contesto della lettera si vede chiaro

che le accuse muovono dai _Centurioni_ e dai loro capi, i quali, per

quanto il Mastai dissimuli, esso disprezza come meritano, concludendo:

«in mezzo a queste tempeste di fanatismo mi sento tranquillo!»

Notevolissimo è pure il brano seguente d'una lettera scritta al

Polidori nel novembre del 1845, due mesi dopo la sommossa di Rimini,

informandolo d'un conciliabolo fra i Cardinali Legati di Bologna,

Ferrara e Ravenna. «La mia politica, scrive, non ha oltrepassato l'_a_,

_b_, _c_ e per conseguenza giudico con questi soli primi elementi, e

dico che un tal congresso darà a chiacchierare, senza che se ne possa

ottenere risultati.» E chiude con un testo latino, il quale significa:

«se Dio non ci aiuta lui, non sarà sicuramente il congresso dei tre

Eminentissimi, che ci salverà!»

Un certo lievito d'opposizione traspare, non v'ha dubbio, da queste

parole, e pel solo fatto di non essere un malvagio, come gli altri, uno

scoramento malinconico, un sentirsi solo, isolato, impotente a fare un

po' di bene, come avrebbe desiderato, e circondato dal sospetto, dalla

diffidenza e dallo spionaggio.

È appunto in questo momento ch'egli si lega di tanta intrinsichezza

colla famiglia dei Pasolini e s'intende bene in quale precisa

disposizione di spirito.

Quella vecchia villa di Montericco presso Imola, ove i Pasolini

abitavano, si capisce quindi che a poco a poco dovea diventare pel

cardinale Mastai un asilo, un rifugio, un riposo, in mezzo alle tante

tristezze e iniquità, fra le quali gli toccava di vivere. Colà trovava

un giovine signore, indipendente affatto per la sua alta condizione

sociale, pei suoi principii religiosi, per le sue opinioni liberali,

per le qualità del suo ingegno e del suo carattere, così da ogni timore

del Governo, come da ogni vincolo settario (caso raro in Romagna a

quel tempo) ed al suo fianco una gentildonna, giovanissima essa pure,

colta, pia, graziosa e tutta lieta della sua domestica felicità, un

vero raggio di sole in quel buio della Romagna d'allora.

Nell'interno di quella casa, quale l'ha descritto lo stesso Giuseppe

Pasolini in una lettera a sua nuora, «una semplicità, che sentiva

d'austero e pure non contrastava ai comodi della vita, un odore di

vecchio e di rispettabile passato e presente, una solitudine senza

vicini obbligati, una vita quieta, ma operosa; modesta, ma non

inelegante.»

Il Cardinale, non volgare uomo e con educazione ed istinti signorili,

doveva sentirsi attratto dalla genialità di quell'ambiente, che poi

lo affidava d'una lealtà d'amicizia e d'una onestà d'intenzioni, non

facilmente trovabili altrove da lui in quel momento. Non nudrito di

forti studi, nè abituato a scrutare a fondo gli argomenti, che lo

interessavano, ne discorreva volentieri con un certo dilettantismo

vago, che, scontrandosi colla solida e varia coltura del Pasolini e

colla fresca, spontanea e simpaticissima vivacità della sua gentile

signora, se ne sentiva come rinfrancato, e gli schiudeva nuovi

orizzonti, facendogli smettere quella nativa diffidenza di sè e delle

proprie forze, per cui, ad esempio, nello stesso modo che al Polidori

scriveva nel 45: «la mia politica non ha oltrepassato l'_a_, _b_,

_c_,» così ripeteva ora al Pasolini: «ma già io non intendo un _ette_

di politica, e forse sbaglio.» Ciò a proposito d'un tema, su cui era

naturale che tornassero spesso, la possibilità teorica e pratica d'un

accordo fra il progresso e la religione, fra la fede cattolica ed i

principii liberali, ed il contrasto fra le aspirazioni del patriottismo

italiano ed i metodi di governo del Papa e dell'Austria, che rendevano

necessario cotesto orribile intreccio di sètte opposte le une alle

altre, di violenze, di sommosse, di castighi, di repressioni, da cui

non si vedeva un'uscita.

Il Mastai era ora in quella medesima condizione d'animo, in cui s'era

trovato il cardinale Chiaramonti, che fu poi Pio VII, suo predecessore

appunto nel Vescovato d'Imola e da lui venerato come un santo, il

quale in una sua Omelia del dicembre 1797, documento singolarissimo,

volle con accesa eloquenza dimostrare che i principii del Vangelo non

contrastavano a quelli della vera democrazia e che si poteva benissimo

essere buoni Cattolici e buoni Repubblicani.

Il Mastai non aveva forse tenuto dietro da studioso allo svolgimento

di questa dottrina di conciliazione, che, ripresa dal romanticismo

liberale del 1830, imprimeva ora un moto interiore d'opposizione

agli oscurantisti ed ai Gesuiti in tutto il giovine clero e avea

rappresentanti notevolissimi nella scienza, nelle Università d'Europa

e nella Chiesa, apertamente professandola dalle cattedre e dai pulpiti

di Parigi l'Ozanam, l'abate Coeur, il Lacordaire, il Ravignan, che il

conte e la contessa Pasolini dovevano aver ascoltati nei loro recenti

viaggi, come gli avea ascoltati il Minghetti, che viaggiava appunto in

Francia nel 1844.

Il Mastai non avea forse, dico, tenuto dietro da studioso allo

svolgimento di questa dottrina, ma la sentiva in fondo all'animo

suo, come l'hanno sempre sentita del resto gli stessi rivoluzionari

italiani, i quali dai Carbonari al Gioberti e al Mazzini non hanno

mai dissociata del tutto la tendenza spiritualista e religiosa dalla

loro azione politica. Si andava ora più oltre. I libri del Gioberti e

del Balbo fondavano addirittura su quella dottrina i loro disegni di

redenzione della patria italiana, e così d'uno in altro argomento di

conversazione era facile a Giuseppe e Antonietta Pasolini condurre sul

difficile terreno della politica il cardinale Mastai, il quale, colla

fantasia facilmente accensibile e infervorandosi sempre più nei suoi

lunghi e frequenti colloqui con essi, finiva a deplorare commosso e

quasi piangente la condizione tristissima del presente e ad augurare

un migliore avvenire, che solo un po' di buon senso, di mitezza e di

giustizia cristiana nel governo gli pareva dovessero bastare a far

conseguire.

Per confermarlo sempre più in queste idee, una volta era il conte

Giuseppe, che gli dava a leggere il _Primato_ di Vincenzo Gioberti,

un'altra era la contessa Antonietta, che gli prestava le _Speranze

d'Italia_ di Cesare Balbo e gliene chiedeva un giudizio. Da un altro

amico il Cardinale aveva già avuti i _Casi di Romagna_ del D'Azeglio,

e l'avea ricambiato con un libriccino di devozioni.

Per tal guisa la descrizione sincera dell'orribile realtà presente,

riconfermatagli appunto in quei giorni dal fatto d'un _centurione_

papalino, ferito a morte in una rissa notturna e che gli era venuto a

cascare fra le braccia nella chiesa di San Cassiano, mentre egli stava

pregando, per tal guisa, dico, la descrizione sincera dell'orribile

realtà presente e le speculazioni d'una filosofia politica, che

augurava una confederazione italiana, di cui fosse anima il Papa e

spada Carlo Alberto, si univano a preparare, un po' affrettatamente,

se si vuole, e come si vide dappoi, nell'umile e impressionabile

_Vescovo d'Imola_ il _Pio IX del 1846_, il quale per allora nel salotto

dei Pasolini, discutendo di quei disegni d'avvenire, s'appoggiava

impaziente ora su l'uno, ora sull'altro dei bracciuoli d'un antico

seggiolone, incerto se le idee del Gioberti e del Balbo fossero sogni

o vaticinii, e talvolta fissava meditabondo e lungamente un quadro,

che appeso alla parete gli stava dinanzi, un vecchio quadro, che

rappresentava Vittorio Amedeo III, re di Sardegna.

Il 1º giugno 1846 Gregorio XVI morì. Nel primo momento il governo

temette al solito un casaldiavolo, ma non fu nulla. L'opinione moderata

ormai avea fatto strada, ed i popoli si contentarono d'inviar memoriali

al Conclave chiedendo riforme. Parevano necessarie ed urgenti, come

abbiamo visto, anche al cardinale Mastai, che tutto caldo delle sue

letture e dei suoi dialoghi coi Pasolini s'avviò al conclave, riponendo

nel baule i libri del Gioberti, del Balbo e del D'Azeglio per offrirli

al nuovo Papa, circostanza che è narrata dal Balbo e che i ricordi

personali di Pier Desiderio Pasolini mi confermano ora pienamente con

altre particolarità, taciute nel suo libro.

Quanto a Giuseppe Pasolini, esso s'accomiatò dal Vescovo d'Imola con

queste solenni parole: «Io non posso tacerle che in fondo al mio cuore

sta l'ardente speranza che dalla cattedra di San Pietro ella possa

promulgare e benedire quei principii che tante volte abbiamo insieme

discussi, e soddisfare quei voti che sì spesso abbiamo concordemente

innalzati al cielo pel bene di tutta la Chiesa e per quello di questa

povera Italia.»

A cui il Mastai rispose: «Caro Conte, il Papa non sarò io; ma state

tranquillo, e ditelo, ditelo bene a vostra moglie; i libri, che mi

avete dati a Montericco gli ho messi nel baule, perchè voglio darli al

nuovo Papa.»

Il Mastai partì e il popolo gli vedea volare intorno alla carrozza

da viaggio una bianca colomba, prenunziatrice della buona novella.

L'oscura vita del _Vescovo d'Imola_ era finita! La grande leggenda era

già incominciata!!

Il conclave fu brevissimo. Stavano a fronte due fazioni, capitanate

l'una dal cardinale Lambruschini, l'altra dal cardinale Bernetti. E se

il cardinale Gaysruck, depositario, si disse, del _veto_ dell'Austria,

fosse giunto in tempo, forse la fazione del Lambruschini vinceva.

Ma il Gaysruck non giunse in tempo e il Lambruschini ebbe fretta. Al

primo scrutinio egli ebbe 15 voti, 12 il Mastai, 23 andarono dispersi.

I 23 non avevano un candidato proprio e sicuro, e per tagliar la via

al Lambruschini si unirono ai 12 del Mastai e lo elessero. All'ultimo

scrutinio il Mastai era fra i verificatori e leggendo il suo nome tante

volte ripetuto, le mani gli tremavano, gli occhi gli si offuscavano di

lagrime e quando si vide eletto: «Ah, signori, gridò, che cosa hanno

mai fatto?» e cadde svenuto. Quello che avessero fatto, non lo sapevano

davvero. Ah! se lo avessero saputo!!...

Notate, Signore. Quando il cardinale Mastai divenne Papa col nome

che assunse di Pio IX in omaggio alla memoria di Pio VII, dense

nuvole di reazione si accavallavano sempre più minacciose per ogni

dove. Quella che negli eufemismi del gergo diplomatico si chiamava

l'_entente cordiale_ fra Luigi Filippo e l'Inghilterra era rotta dal

volgare inganno dei _matrimonii spagnuoli_, con cui il Re borghese

avea voluto arieggiare Luigi XIV e invece lo avea costretto a gettarsi

nelle braccia dell'Austria, che ora lo reggeva, come la corda regge

l'impiccato; in Svizzera con l'aiuto dell'Austria e della Sonderbund,

ossia Lega dei sette Cantoni cattolici, i Gesuiti s'erano dimostrati

prontissimi per sete di dominio ad accendere magari la guerra civile,

se occorreva; in Gallizia l'Austria sguinzagliava i contadini contro i

nobili ribelli, fino a che fra le discordie e le stragi degli ingenui,

che cascano nelle sue trappole, s'impadronirà di Cracovia. In Italia

pure, salvo che in Piemonte, tutto il satellizio austriaco dei nostri

principotti e principini accennava manifestamente a reazione, compresa,

dopo la morte del ministro Don Neri Corsini, la mite Toscana, la quale

fino allora era pur parsa una piccola oasi in paragone del resto.

L'Austria del Principe di Metternich imperava dunque, si può dire,

su tutta Europa, nè mai forse quel magnifico signore pareva aver più

ragione di compiacersi della gran tela, che aveva ordita da più di

trent'anni.

Creato Papa in tale temperie di politica ed in sole quarantott'ore

di conclave, Pio IX sentì quindi nel primo momento le vertigini

dell'altezza, cui era sì d'improvviso e contro ogni sua aspettazione

salito, e nel primo annuncio, che ne dà ai suoi fratelli in Sinigaglia,

c'è non solo l'umiltà cristiana, ma si tradisce lo sgomento, da

cui è preso: «Fate pregare e pregate per me. Lungi dall'esultare,

compassionate il vostro fratello.» Che cosa fare? donde incominciare?

Le prime mosse, quelle prime Commissioni, nominate da lui, miste

d'amici e di nemici, di retrogradi e di progressisti, mostrano,

con quegli strani accozzi di persone, l'uomo che barcolla a tastoni

nel buio. Per buona sorte lo sovvennero i consigli di due, che gli

richiamavano a memoria i consigli e le inspirazioni dei Pasolini: il

canonico Graziosi e monsignor Corboli-Bussi, prete dotto ed illuminato

il primo, ed il secondo d'indole così ardente, che oggi, secondo il

Minghetti, si direbbe un socialista cattolico. Furono essi (subito

dopo i Pasolini) gli ispiratori dell'amnistia del 16 luglio 1846, che

fece del _Vescovo d'Imola_ l'iniziatore, nell'ordine dei fatti, del

risorgimento politico italiano, e monsignor Corboli-Bussi è per di più

l'estensore di quel grand'atto, nel quale, con la rotondità magnifica

della prosa giobertiana, era concesso il perdono a tutti i condannati

politici. Chi badò allora alle restrizioni, alle cautele, alle minaccie

stesse di quel decreto? Bastò una parola di mansuetudine e di perdono,

scesa dall'alto di quel trono, da cui s'era ormai avvezzi a non sentire

che anatemi e condanne, perchè la materia infiammabile, da tanti anni

accumulata, s'incendiasse tutta in un attimo. Quell'immensa tratta di

gente, che da tutti gli angoli di Roma sale guidata da Ciceruacchio

(il caratteristico tribuno trasteverino, colla giacca corta di velluto

sopra corto panciotto, i calzoni stretti al ginocchio e slargantisi

a campana sul collo del piede, una larga sciarpa di seta attorno

alla vita, fazzoletto a fiorami attorno al collo, in testa un alto

cappello a cencio e aguzzo verso la punta) quell'immensa tratta di

gente, dico, che da tutti gli angoli di Roma sale ogni sera a salutare

e a ringraziare Pio IX sul Quirinale, è veramente, come dimostra con

infinite testimonianze Raffaello Giovagnoli nel suo importantissimo

libro: _Ciceruacchio e Don Pirlone_, è veramente l'avanguardia

dell'Italia e del mondo, perchè la parola di Pio IX si propaga rapida

e luminosa, al pari di un baleno e commove l'Italia ed il mondo, come

se avesse da sola la miracolosa virtù di raddrizzare tutti i torti, di

vendicare tutte le ingiustizie, di pacificare tutti gli odii, di sanare

tutte le miserie umane, di cacciare nell'ombra e per sempre tutti i

prepotenti della terra e sollevare tutti gli oppressi.

Poche ore come queste ha la storia; uguali forse in tutto, nessuna;

e se fu veramente una immensa, universale e quasi inesplicabile

illusione, sia pure! Ve n'ha così poche nella storia e nella vita, che

non val la pena di sciuparla con commenti, che, quali che siano, nè

la diminuiscono, nè la spiegano meglio di così. Chi stette saldo? chi

non vi partecipò? Nessuno, salvo qualche testardo giacobino; nessuno,

neppur quelli, che ebbero di poi la vanagloria di vantarsene, a fine di

passare per politici dal lungo naso.

Da questo momento sino al giorno che dal balcone del Quirinale, Pio

IX, alzando le braccia al cielo, mentre un raggio di sole gli inonda

di luce la fronte, e la folla gli si prosterna piangente e devota,

Pio IX esclama colla voce sonora: «_Benedite, gran Dio, l'Italia_,» il

delirio, che aveva accolta l'amnistia, cresce, gonfia, sale sempre, e

travolge, come un'onda vorticosa, tutto e tutti, compreso il Papa.

Pare un sogno, un dolce sogno di fraternità umana, che abbia, per

un istante almeno, cancellata ogni diversità di patria, di razze,

di credenze religiose, di opinioni politiche. La parola di Pio IX si

diffonde rapida, potente, in ogni angolo della terra; si può dire col

poeta:

L'Arabo, il Parto, il Siro

In suo sermon l'udì.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 1 Seconda serie - Storia · 第 8 / 9 段