Volle ora l'Austria far suo pro dell'esecrazione eccitata da queste

tragedie, per vantaggiarne le sue vecchie cupidigie sulle quattro

Legazioni? Se ne adombrò il Papa e pensò di opporre stranieri a

stranieri nello stesso modo che opponeva una parte dei suoi sudditi

all'altra? Ossivvero la Francia si mosse di suo per bilanciare

l'influenza dell'Austria e impedirne un ulteriore ingrandimento in

Italia? Fatto è che ora accade questo: l'Austria cerca estendere i

suoi partigiani colla sètta Ferdinandea; i Francesi di Luigi Filippo

occupano Ancona, dandosi le solite arie di venire in aiuto ai liberali,

che invece perseguitano per conto del Papa al pari degli Austriaci; le

truppe del Papa neppur si provano di resistere e nondimeno il cardinal

Bernetti (lui, che avea chiamati e richiamati gli Austriaci) protesta

contro la nuova invasione straniera, mentre poi, per poter fare a meno

di Austriaci e Francesi, organizza le sue masnade in _Centurioni_

(vera sètta di scherani sedentari, raccolta luogo per luogo, a cui

era assicurata l'impunità d'ogni delitto) e di lì a poco, per compir

l'opera, assolda due reggimenti di Svizzeri.

Lo dissi già l'anno scorso. Se non vivessero ancora molti della

generazione, che l'ha visto cogli occhi proprî, difficilmente si

crederebbe ad un simile viluppo di stoltezze e d'iniquità (pare che

molti, troppi Italiani se ne siano scordati), eretto, in pieno secolo

XIX, a sistema di governo, per eccellenza conservatore, e a cui non

mancarono neppure interpreti teorici più sfrontati, lo Haller nella

_Restaurazione della scienza politica_, il Canosa nell'_Esperienza ai

Re della terra_, Monaldo Leopardi, il padre del poeta, nei _Dialoghetti

sulle materie correnti nel 1831_, e parecchi altri.

Il paese era prostrato senza più nè fiducia, nè energia, nè speranze.

Gli esuli invece numerosissimi s'agitavano, ed ora principia la serie

dei tentativi rivoluzionari, organizzati dal di fuori e che non trovano

dentro se non consensi spicciolati dei più arrischiati, dei meno in

cervello, dei meno atti e veder chiaro e a riferire giustamente, o

peggio ancora, di coloro che pescano nel torbido per professione; un

quissimile delle proscrizioni e dei ritorni guelfi e ghibellini dei

nostri Comuni medievali.

Notiamo intanto. — Anche l'insurrezione della Guardie Civiche di

Romagna nel 1832 ha un carattere iniziale di semilegalità, perchè

si mossero richiedendo l'esecuzione delle promesse del Bernetti,

quel burlone dall'_êra novella_, e se all'ultimo intonarono nei loro

bivacchi e nella breve pugna di Cesena il _Ça-ira_ e la _Carmagnola_,

reminiscenze giacobine, fu l'immanità della repressione, che dimostrò

non esservi possibilità d'intesa col Papa ed i suoi ministri.

Ma, in mezzo a questo pandemonio di congiure, di promesse non

mantenute, d'invasioni straniere e di brigantaggio organizzato, non è

men vero che un'opinione moderata va spuntando, il proposito di opporre

il bene al male, di mettere tutto il torto dalla parte del governo,

di appellarsi all'opinione pubblica liberale, che dopo il 1830 va

sempre più slargandosi e imponendosi in tutt'Europa, e di forzarla a

metter riparo a tante enormezze. Contemporaneamente però, e appunto in

quest'anno 1832, Giuseppe Mazzini fondava la _Giovine Italia_, il cui

programma era l'azione immediata, e un determinar tutto _a priori_,

l'unità nazionale, la repubblica come forma di governo, l'insurrezione

popolare, come mezzo a conseguir l'una e l'altra, e persino una riforma

educativa e religiosa, contenuta nella sua celebre formola: _Dio e

Popolo_, ed ecco una nuova ragione di dissenso e di contrasto fra i

liberali.

Ormai è tempo però di non giudicar più tali dissensi e contrasti solo

dalla riuscita e di sollevarsi ad una critica più giusta, che tenga

conto delle condizioni d'allora e soprattutto veneri, come merita,

tutta questa forte generazione d'uomini, che fra tante ruine non

disperò mai, non si accasciò mai sull'orma sua, ma lottò tenacemente

e sempre, e quante volte cadde rovesciata, altrettante si rialzò e

riprese a combattere, variando arme, propositi, ed anche moltiplicando

colpe ed errori, se si vuole, ma senza contar mai le vittime, delle

quali aveva seminata la via.

La propaganda mazziniana trovò in Romagna molti aderenti; in Bologna

assai meno allora e dopo. Allora poi le nocquero soprattutto le due

imprese tentate in Piemonte e in Savoia nel 1833 e 34, che parvero e

sono veramente d'una supina e colpevole inanità e giovarono non poco

alla reazione, la quale, diffidando sempre delle giovanili velleità

di Carlo Alberto, voleva, secondochè bucinavasi nelle congreghe del

sanfedismo piemontese, far assaggiare anche a lui _sangue di liberali_.

Scorse così qualche anno. Fra il 1837 e il 38 Austriaci e Francesi

se n'andarono di nuovo. Al Papa rimanevano gli Svizzeri e qualche

reggimento indigeno, ma la sua difesa migliore e più fida gli parevano

i _Centurioni_, le spie e la polizia, che erano tutt'uno. Mazziniani e

liberali si riscossero. A Bologna capitò Carlo Poerio, nome divenuto

poi famoso, e s'ebbe da esso contezza di gravi rivolgimenti prossimi

a scoppiare nel regno di Napoli, ov'erano, diceva (parlando a nome

del Mazzini), armi pronte, animi disposti ad ogni estremità, tremila

Calabresi, ai quali bastava un cenno per muoversi in aiuto d'altre

provincie italiane, che insorgessero, e persino si faceva assegnamento

su buon nerbo di Albanesi, gente manesca e ardente di combattere per

l'Italia.

In questo emissario mazziniano, che profetizza tali miracoli, chi

riconoscerebbe il Poerio moderato e cavouriano del 1860? Anche fra

i compromessi mazziniani del 33 in Piemonte c'è Vincenzo Gioberti,

e chi direbbe che sette od otto anni dopo scriverà il _Primato_? Ma

sono appunto questi trapassi, queste variazioni, queste gradazioni,

che danno impronta così originale e così sincera al movimento

rivoluzionario, segreto e palese dell'Italia, e a biasimarli o lodarli

col senno del poi si può fare dell'inutile polemica retrospettiva, ma

non si penetra nell'intima psicologia di questa storia.

Non tutti a Bologna aggiustarono fede alle promesse del Poerio,

nè tutti le giudicarono d'egual valore, specie quel soccorso degli

Albanesi, che parve alquanto fantastico; nondimeno, per non perdere

un'occasione, se mai era, un comitato rivoluzionario si riordinò nel

1840. Avrebbe voluto essere indipendente del tutto dalla direzione

mazziniana, pure temendo che coll'ignorare ciò che tramava la _Giovine

Italia_, accadesse di disgregare le forze, la nuova cospirazione

s'accontò con alcuni, che ancora aderivano in tutto al Mazzini, e formò

con essi un cosiddetto _Comitato d'azione_, il quale cercò relazioni

e aderenze con Ferrara, le Marche, Roma e la Toscana. Si aspettava il

segno da Napoli, ma Napoli non si moveva, anzi pareva ora aspettarlo

essa dallo Stato Romano. In queste incertezze si preparava alla meglio

l'azione, riunendosi i cospiratori in una villa vicina a Bologna,

ove tra i più impazienti era Luigi Carlo Farini, che sfidando mille

pericoli accorreva nottetempo e a cavallo da Ravenna, e prima che

albeggiasse ripartiva.

È il caso di ripetere anche qui: chi indovinerebbe in questo audace

e romantico cospiratore il futuro storico dello _Stato Romano_, così

severo alle vecchie cospirazioni politiche, ed il futuro dittatore

delle provincie emiliane nel 1859?

Del suo mutamento molti scrittori repubblicani, Aurelio Saffi fra

gli altri, gli fanno acerbo rimprovero; ma perchè? Non mutò anche il

Saffi, di moderatissimo divenendo Triumviro della Repubblica Romana e

rimanendo poi sempre uno dei più onorati e solitari epigoni della fede

mazziniana?

Non c'è di peggio della passione politica per far confondere il

criterio della fazione con quello della storia anche negli animi più

retti.

Allora il Farini era dunque fra i più insofferenti d'indugi e per

romperli con qualche probabilità di riuscita e chiarirsi del vero,

il Comitato spedì a Napoli segretamente il conte Livio Zambeccari,

bolognese, fervido e coraggioso uomo, ma ahimè! il più disposto

da madre natura a pigliar lucciole per lanterne. Scelto bene il

referendario!

Queste le condizioni delle Romagne dal 1832 al principio del 43; questo

il paese, nel cuore del quale era stato mandato ad esercitare il suo

ministero di pace e di misericordia Giovanni Maria Mastai-Ferretti,

vescovo d'Imola. Ora, che uomo era esso? quale la sua vita insino

allora? e che parte era la sua fra gli oppressi e gli oppressori?

Più che mai ci troviamo collocati ora, o Signore, fra la storia e il

libello, fra la satira e il panegirico; fuoco nascosto sotto la cenere

ingannatrice, direbbe il poeta latino, su cui bisogna camminare con

precauzione. Un gran santo, un gran genio fin dalla culla, ne fanno

alcuni; un bimbo nato col bernoccolo d'ogni scelleratezza, ne fanno

altri; frottole, leggende l'una e l'altra versione; nè per conoscer

l'uomo è mestieri in questo caso (come in quasi tutti gli altri del

resto) pigliar le mosse così di lontano.

Il conte Giovanni Mastai era un nobile di provincia, nè molto ricco,

nè di molto antica data. Apparteneva a rispettabile famiglia di

Sinigaglia, in cui nel secolo XVI era entrata sposa una Garibaldi;

scoperta atavistica, che a qualcuno pare molto notevole; a me no. Il

padre, il conte Girolamo, era un galantuomo; la madre, la contessa

Caterina, una signora pia, virtuosa e bellissima. Giovanni Maria fu

l'ultimo de' suoi nove figliuoli; studiò nel Collegio degli Scolopi a

Volterra. Ne uscì, perchè epilettico, terribile malattia, dalla quale

guarì cogli anni e coi viaggi, ma gli lasciò sempre uno strascico

di eccitabilità, di emottività subitanea e mutevole, «di nervosa

passione», come dice il Farini, storico e medico, accennando a spiegare

con questo, e forse con ragione, non poche delle ulteriori vicende di

Pio IX. Tali in realtà l'infanzia e l'adolescenza del Mastai.

La sua precocità negli studi, la sua vena poetica, che prendeva a

soggetto talvolta le battaglie napoleoniche, i suoi mirabili progressi,

che facevano andare in solluchero i maestri, i quali lo compensavano di

corone accademiche, profetando fin d'allora ben altre corone all'alunno

promettentissimo, sono le solite frasche dei panegiristi, siccome altri

aneddoti, relativi alla sua giovinezza e coloriti poco meno che col

pennello di Svetonio, quando narra le amenità dei dodici Cesari, sono

ignobili fanfaluche o amplificazioni dei detrattori.

Tornato alla sua Sinigaglia nel 1809, vi si fermò fino alla

ristaurazione di Pio VII. Giovine, malaticcio, distratto quindi per

necessità da studi troppo intensi, è naturale che abbia sentito e

vissuto da giovine.

È il tempo che la vita italiana, su cui è passato il soffio della

Rivoluzione Francese, sta trasformandosi profondamente; è il tempo,

che la leggerezza arcadica sta cedendo il posto alla sentimentalità

preromantica; è il tempo, che i nostri vecchi cicisbei e cavalieri

serventi sono sulla via di trasformarsi in Oberman, in Werther, in

Iacopo Ortis, in Renato.

A queste variazioni la gioventù è sensibilissima e tanto più la

gioventù d'una piccola città di provincia, la quale naturalmente le

esagera con poca misura di buon gusto sin nelle mode e nelle fogge

esteriori. Non trovo nulla di strano quindi che il giovine Mastai

si lasciasse crescere le chiome e le rabbuffasse con una certa

premeditazione, che portasse una polacchetta grigia cogli alamari

neri, un berretto rosso, pantaloni screziati di colori vistosi, un

cravattone sventolante, gli sproni agli stivali, un giardino alla

bottoniera e un eterno sigaro in bocca, come il _Giovinetto_ del

Giusti, e che questo insieme di figurino, il quale oggi parrebbe un

sintomo di mattoide (ogni tempo ha i suoi sintomi), allora invece

solleticasse dolcemente le fantasie e i cuori delle sensibili fanciulle

di Sinigaglia. Non trovo nulla di strano quindi che fra le più commosse

a veder caracollare per le vie sopra un focoso destriero un tal tipo

d'arrischiata eleganza locale, sia dato nominare una Lena popolana,

che lo amò sul serio e a cui non fu fedelissimo, una principessina

Elena Albani, che, per esemplare castigo del volubile Mastai, prima

gli preferì un asino d'ussaro, ma autentico, poi andò sposa a un

signorone di Milano, e lo piantò in asso, nonostante le pittoresche

combinazioni del suo abbigliamento, e finalmente ch'egli tentasse

consolarsi di questo abbandono con una Morandi-Ambrogi, piccola deità

di palcoscenico, e giuocando al pallone sulle mura di Sinigaglia, o al

bigliardo in qualche losca e affumicata stamberga di caffè ed in non

troppo edificante compagnia, che allarmava la buona famiglia Mastai,

una famiglia di schietti codini (checchè se ne sia detto), perchè il

rivoluzionario ed esule del 31, di nome Pietro, che molti citano e che

per campare onestamente la vita faceva il lustrascarpe a Ginevra, non

era niente affatto fratello di Pio IX, bensì un conte Ferretti, suo

lontano parente.

Le abitudini, gli atteggiamenti, le mode e le piccole avventure del

Mastai sono cose insomma di tutti i tempi e di tutti i luoghi e che si

possono narrare d'ogni giovine, che non sia uno schietto imbecille, ed

abbia un temperamento vivace, e tanto più d'un giovine, com'era senza

dubbio il Mastai, indole gioviale e affettuosa, ma forse in fondo

infelice per l'orribile malattia, che l'affliggeva, e bisognoso di

sbattersi un po' di dosso la malinconia.

Nè ciò impedisce, anche se ebbe allora misteriosi contatti

(possibilissimi, ma non provati di certo) con qualche inferraiuolato

framassone, nè ciò impedisce, dico, che tramutatosi a Roma a cercar

fortuna al seguito dello zio, monsignor Paolino Mastai, e trovatosi

in tutt'altro ambiente, prima s'accodasse a quel prelatume mondano,

ultimo avanzo degli eleganti abati settecentisti, la più comune forma

del cicisbeismo romano, poi l'ascetismo sincero della madre ripigliasse

il disopra nell'indole del giovine Mastai e finalmente che l'influenza

e la protezione di Pio VII facessero il resto, spingendo l'estrema

emottività di lui in tutt'altra direzione da quella di prima.

Tuttociò è naturalissimo e sono inutili tutti gli sforzi dei libellisti

a complicare romanzescamente e a colorire sinistramente questi primordi

assai semplici e chiari del Vescovo d'Imola e di Pio IX, siccome sono

superflui, mi pare, gli sforzi dei panegiristi fanatici a dissimularli

e negarli.

Si narra che da prima tentasse entrare nelle Guardie Nobili del Papa e

che risaputosi della sua infermità, il comandante, principe Barberini,

non lo volesse ammettere. Erano gli ultimi guizzi degli antichi ardori

cavallereschi, e si spensero così! Oramai l'ultima sua speranza erano

il sacerdozio e la prelatura, quest'ultima la gran via degli onori e

della fortuna nella Roma d'allora. Ma il Mastai, sempre più infervorato

di idee religiose, cominciò bene la sua carriera, offrendosi ad un

modestissimo ufficio di carità pei poveri orfani dell'ospizio di _Tata

Giovanni_ (Papà Giovanni vuol dire, in dialetto romanesco), un ricovero

fondato già da un povero muratore, che si chiamava Giovanni Borghi.

In quella vita di sagrificio e di abnegazione operosa, la sua salute

migliorò notabilmente, siccome gli avea presagito Pio VII, i cui

incoraggiamenti ve l'avevano spinto, ed il giovine Mastai, ammiratore

devoto di questo Papa, che le violenze di Napoleone aveano circondato

d'un'aureola di santità e di martirio, ebbe il presagio in conto di

profezia e di miracolo, e si fece prete.

Com'è di tutte le nature ardenti e impulsive (ed il Mastai certamente

lo era) ben presto le quattro mura dell'ospizio di _Tata Giovanni_

gli parvero anguste alla nuova energia morale, risvegliatasi in lui, e

gli sorrise un più vasto campo di lotta, la predicazione, la missione

evangelica in terre di barbari e di idolatri ed, occorrendo, la

persecuzione e il martirio. Si provò prima, come oratore sacro, nella

chiesetta dell'ospizio, poi dinanzi a pili vario uditorio in San Carlo

al Corso, ed il successo non fu nè piccolo, nè grande. Pure si parlò di

lui e qui viene a collocarsi nella sua vita un aneddoto singolare e che

allo studio dell'uomo, qual era, importa non poco.

Una delle ultime forme delle _Sacre Rappresentazioni medievali_,

dalle quali ebbe origine il teatro moderno, e che più specialmente si

riattacca, mi pare, a quelle, che nella magistrale opera del D'Ancona

su questo argomento, sono dette i _Contrasti_, era un genere di

predica popolare, fatta per lo più sulle piazze e di cui si valevano i

missionari, la qual predica si faceva in due o tre contemporaneamente,

disputando fra essi in una specie d'azione dialogizzata fra un

dotto e un ignorante, fra un peccatore indurito e il prete, che vuol

convertirlo, e via dicendo. Or bene, il cardinale Testaferrata, vescovo

di Sinigaglia, volle nel 1822 organizzare una di tali rappresentazioni

in quella città e (caso o disegno che fosse) nella compagnia dei

Missionari, colà spedita, fu scritturato il Mastai. Pochi anni prima

Sinigaglia l'avea conosciuto, come dissi, sotto ben altre spoglie e ben

altre sembianze. Rivederlo ora sul trespolo dei missionari, accanto

a un gran crocifisso, sotto la zimarra del prete; udirlo esortare

e minacciare i peccatori colla voce tremula, il gesto agitato, lo

zelo, la passione d'un apostolo, in cui gli uditori subodoravano la

contrizione d'un convertito, produsse un effetto incredibile, e qui

pure la malevoglienza ha intrecciato leggende d'ogni fatta: bische e

taverne invase a furor di popolo: sante Terese in estasi; Maddalene,

penitenti, innamorate, impazzate. A noi basta notare l'antitesi

drammatica significantissima anche in questo episodio della vita del

Mastai.

Ne segue un altro nel 1823 di ben più vaste proporzioni: una sua

missione mezzo tra diplomatica e apostolica al Chilì. Non più ora la

modesta piazza d'una città delle Marche, ma un più vasto orizzonte

s'apre dinanzi alla fantasia del giovine e del prete: l'Oceano

infinito, i monti mostruosi, la vegetazione dei tropici, selvaggi

da convertire alla fede, repubblichette ringhiose e sanguinarie da

ammansare, e, chi sa? forse il trionfo, forse invece la schiavitù,

il martirio! Capo della missione era un monsignor Muzi, vescovo _in

partibus_ e compagno al Mastai un prete Sallusti, che ha narrato il

viaggio in quattro grossi volumi, illeggibili veramente, nonostante

che il viaggio fosse in realtà disastrosissimo, e i rischi corsi, e i

patimenti sofferti non pochi nè lievi. Tutto però si riduce a mal di

mare, tempeste, quarantene, nulla di molto romanzesco, voglio dire, nè

come missione apostolica, perchè non si sa d'alcun idolatra convertito

dall'eloquenza del Mastai, nè come missione diplomatica, perchè non si

sa d'alcun importante negoziato condotto a termine da monsignor Muzi.

Ad ogni modo un immenso viaggio (di cui è certo esistere una narrazione

scritta dallo stesso Mastai, ma ancora inedita e sconosciuta da tutti)

un immenso viaggio per quei tempi da Roma a Santiago e da Santiago a

Roma, ove furono di ritorno nel 1825, e trovarono morto da tempo Pio

VII e succedutogli il Della Genga col nome di Leone XII, per fortuna

del Mastai assai benevolo a lui. Difatto lo nominò tosto Presidente

dell'Ospizio di San Michele, asilo di vecchi e penitenziario di

donne, in cui il Mastai, quanto era stato tenero, indulgente, pietoso

nell'ospizio di _Tata Giovanni_, altrettanto si mostrò orgoglioso,

severo, inflessibile; contraddizione singolare, che anch'essa dice

non poco dell'indole dell'uomo e di parecchie sue gesta future. Due

anni dopo era nominato Arcivescovo di Spoleto, ed ivi è il suo primo

contatto colla Rivoluzione Italiana.

Dissi già che la Rivoluzione Bolognese del 31 avea spinte le sue

squadre, sotto il comando del Sercognani, vecchio soldato di Napoleone,

sino ad Otricoli. Non osò correre su Roma e si fermò dinanzi a Rieti,

dove Gabriele Ferretti, un vescovo con atteggiamenti guerreschi alla

medio evo e che fu poi Segretario di Stato di Pio IX, stava con bande

armate sugli spaldi della città. Il Sercognani retrocedette sino a

Spoleto ed ivi l'arcivescovo Mastai riescì a disarmare e sciogliere le

truppe del Sercognani.

È d'uopo sceverare ancora la leggenda dalla realtà. C'è chi ha dipinto

il Mastai in questa occasione un politico sopraffino e senza scrupoli,

che fa di Spoleto la Capua del Sercognani e dopo averlo ammollito

nelle delizie e versandogli l'oro a piene mani, lo induce a disarmare

e sciogliere le sue truppe, le quali alla spicciolata, credendo

ridursi alle proprie case con un salvacondotto, cascano invece in

mano agli Austriaci, che s'avanzavano a grandi giornate da Bologna

ed Ancona. C'è invece chi ha dipinto il Mastai, come già intinto di

pece rivoluzionaria e amoreggiante coi liberali, laonde poi sarebbe

caduto in disgrazia di Gregorio XVI e tramutato ad Imola. Quanto

all'oro intascato dal Sercognani, parli per questo povero soldato la

sua fine. È morto esule e miserabile in uno spedale di Parigi. Quanto

all'arcivescovo Mastai, la sua condotta in quel frangente non merita:

_Ni cet excès d'honneur, ni cette indignité._

Dinanzi ai primi subbugli di Spoleto egli si era prudentemente

allontanato. Tornò, perchè il Governo Pontificio avea messo nelle mani

di lui anche il potere civile e allora si conformò pienamente a quello

che aveva fatto il cardinale Benvenuti colla capitolazione d'Ancona.

Il Sercognani, cioè, che retrocedeva da Rieti, sapendo già della

capitolazione di Ancona e dell'intervento austriaco, capitolò esso pure

nelle mani del Mastai. Che colpa ebbero il Mastai e il Sercognani, se

la capitolazione fu disdetta? Tuttociò si vede chiaro nelle lettere

del Mastai al Bernetti e al Benvenuti, che sono pubblicate, e da esse

risulta soltanto che il Mastai fu mite ed onesto fra tanta gente senza

onore e senza pietà. È molto; ma non è quello che amici e nemici si

sono piaciuti d'immaginare!

Ed ora torniamo ai cospiratori di Bologna, che lasciammo nella

primavera del 43, aspettanti per muoversi l'annunziata rivoluzione di

Napoli, dove avevano spedito per informarsi il conte Livio Zambeccari.

Figlio d'un areonauta, che, dopo prove e riprove, s'era accoppato

precipitando, come Icaro, dal cielo, mentre stava cercando il punto

d'appoggio nell'aria e la direzione dei palloni volanti, nel conte

Livio s'era travasato non poco del fantastico genio del padre.

Emigrato nel 21, cavaliere errante di repubblica, prima in Ispagna,

poi nell'America meridionale, appena tornato, s'era rimesso all'opera

rivoluzionaria, nella _Giovine Italia_. Spedito ora a Napoli dal

Comitato bolognese, scriveva tosto colà mirabilia, assegnando persino

il giorno che la rivoluzione sarebbe scoppiata, cioè l'ultimo di

luglio, festa di Sant'Ignazio. Non gli fu creduto! E poichè trovavasi

in Bologna a quei giorni, sotto finto nome, il Ribotti, esule nizzardo,

partecipò tanto egli stesso, uomo di grande ardire e di buon ingegno,

ai dubbi che tormentavano il Comitato sulla veracità di quelle

asserzioni, che si profferse d'andare in persona ad accertarla.

Intanto però il Governo Pontificio era già sull'intesa e, per

cominciare, fece accerchiare da birri e soldati la villa, in cui

dimoravano i fratelli Pasquale e Saverio Muratori, principalissimi

fra i congiurati. Essi scamparono colle armi in mano, e messa insieme

una _guerriglia_ cui si unirono altri usciti da Bologna (non tutti

purtroppo brava e onesta gente, com'erano i fratelli Muratori), presero

a Savigno la via dei monti, batterono a Castel del Rio una squadra

di Papalini, e quindi aiutati da Don Verità, prete di Modigliana, dal

Montanelli e da altri amici di Toscana, poterono finalmente raggiungere

il mare, imbarcarsi e rifugiarsi in Corsica.

Svanita ogni speranza d'un moto napoletano, benchè in realtà una

preparazione vi fosse stata in Malta, iniziata da Nicola Fabrizi

e mezzo secondata e mezzo avversata dal Mazzini (il che spiega le

illusioni del povero Zambeccari), svanita, dico, ogni speranza d'un

moto napoletano, il Ribotti, tornato a Bologna e per sfruttare il

fermento, che durava ancora vivissimo dopo il tentativo dei fratelli

Muratori, ne pensò un altro, più rischioso ancora, se possibile, in

Settembre.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 1 Seconda serie - Storia · 第 7 / 9 段