Nel 1820, che pure non lasciò traccia alcuna, perchè fu moto incomposto

e ingiustificabile, mentre i carbonari discutevano di libertà e i loro

seguaci chiedevano impieghi nelle province, il brigantaggio si acuiva.

Più ancora il male si manifestò nel 1848.

Data la costituzione a malincuore si volle dalla Corte determinare

quello stato di squilibrio, che rendeva necessario il ritorno al

vecchio regime. I principi di casa reale, come il conte d'Aquila e il

principe di Salerno pensarono di «promuovere la rivolta dei contadini

nelle province, della plebaglia nella capitale» come scrive P. S.

Leopardi. Difatti, in parecchi comuni, torme di contadini invasero le

terre pubbliche e vollero dividersele e il brigantaggio, già depresso,

cominciò a rifiorire.

Leggendo gli scritti e la corrispondenza dei liberali del 1848 traspare

ogni momento la loro ingenua sorpresa nel vedere che, mentre essi

lottano per la libertà, i contadini si rivoltano, invadono le terre

pubbliche e se le appropriano, oppure si trasformano in briganti. L'8

giugno del 1848 Carlo Poerio scriveva a Raffaele Poerio: «Una setta

anarchica s'impadronisce delle proprietà dei privati e quindi irrita

e allarma i ricchi e li rende devoti a qualunque governo che permetta

sicurezza.» E dopo ingenuamente confessa che, mentre la famiglia Poerio

fa tanti sacrifizi «i nostri coloni non pagano e la guardia nazionale

di Policastro s'impadronisce della Sila e la divide fra i suoi

abitanti!» E lo stesso Carlo Poerio scriveva ad Alessandro il 22 luglio

del 1848: «La difficoltà non è di far cadere il Ministero; ma sibbene

di comporne un altro, mentre vi è una feroce reazione sanfedista nelle

province, dove vi era stata mossa.... La rapina e i ricatti delle bande

armate aveano finito di disgustare la massa dei proprietari e degli

onesti cittadini. Nel Cilento, poi, gli sciagurati, che si sono mossi,

formano una setta antisociale e bestiale, che non si occupa d'altro

fuorchè di mettere a sacco e a ruba il paese.»

Nei nostri Parlamenti si fa sovrastare ora il pericolo dei dinamitardi;

allora non v'era la dinamite e si parlava con terrore dei _fuochisti_,

miserabili contadini che a ogni agitazione volevano riprender le terre

che altri usurpava. E la monarchia trovava la sua difesa appunto nel

divampare degli odî popolari.

Così Francesco II cercò di salvarsi nel 1860, impiegando la stessa

politica che più di sessant'anni prima avea salvata la corona del suo

bisavolo. Egli e i suoi, prima di andar via, gittarono in fiamme il

reame. L'esercito disciolto, proprio come nel 1799, fu il nucleo del

brigantaggio, come la Basilicata ne fu il gran campo di azione.

Anche allora uomini di fede pura lasciarono la vita miseramente. I

briganti entrarono nelle borgate e nelle città, ebbero i loro generali,

i loro capi, i loro protettori, i loro sfruttatori; fu l'esplosione

di tutti gli odî, fu il divampare di tutte le vendette. Sopra tutto al

sorgere del brigantaggio nel nord-est della Basilicata, fra i trucidati

furono alcuni uomini che erano per la virtù della vita e la nobiltà

delle idee onore della loro terra. Ma più tardi la politica entrò

solo in parte, come mezzo di unione e di rallegamento. Il popolo non

comprendeva l'unità, e credeva che il re espulso fosse l'amico e coloro

che gli succedevano i nemici. Odiava sopra tutto i ricchi, e riteneva

che il nuovo regime fosse tutto a loro benefizio.

L'Italia nuova non ha avuto il suo Manhés; ma le persecuzioni sono

state terribili, qualche volta crudeli. Ed è costata assai più perdita

di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non

sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860.

*

* *

Signore e signori,

Io v'ho detto che cosa sia stato il brigantaggio: vi ho raccontato

tutta una storia di dolore.

Ora permettete che io mi chieda: abbiamo noi rimosse le cause del male?

La stessa domanda si rivolgeva venti anni or sono Pasquale Villari, e

rispondeva con tristezza che le cause esistono tuttavia. Alcune, e le

principali, non solo non sono state eliminate, ma in qualche punto si

sono inacerbite.

Abbiamo costruito alcune ferrovie ed è stato un bene anche quando

non rappresentano un'attività; abbiamo imposta, sia pure con poca

efficacia, l'istruzione obbligatoria, e il popolo, se ha imparato molte

cose inutili, alcune utili ha appreso. L'esercito, per fortuna nostra

non ancora basato sull'ordinamento territoriale, che vorrebbe dire

la fine dell'unità, ha avuto un vantaggio; centinaia di migliaia dei

nostri contadini sono usciti dai loro paesi, hanno visto nuove città,

hanno sopra tutto dimenticato. Gli odî trasmessi per eredità, acuiti

dalla vicinanza, esacerbati dalla ingiustizia, sono qualche volta

diminuiti. Il contadino ha acquistato un più alto concetto di sè: chi

ricorre a lui, sia pure per il voto, per la sovranità fittizia del

momento, non può esser sempre inumano.

Ma in tutto il resto le cose non sono mutate.

La massa degli intermediari è cresciuta, è altresì strabocchevolmente

aumentato il numero dei professionisti. Vi erano nel regno di Napoli

cento mila ecclesiastici un tempo: maggiore è forse oggi, nelle

province, che lo componevano il numero dei professionisti laureati e

diplomati. E almeno gli ecclesiastici non si sposavano e non chiedevano

alle amministrazioni impieghi per i figliuoli. Le terre pubbliche sono

state usurpate, usurpate contro la legge, e noi abbiamo assistito

spettatori silenziosi a tanto male. Le imposte sono cresciute e

cresciute su chi non può pagarle: e sono pondo insostenibile e crudele.

Non una parola di amore ha portato la civiltà nuova a tante sofferenze,

non una parola di pace. I contrasti sono ancora stridenti; e così

assorbiti come siamo dalle nostre miserie, dalle nostre vanità, dalle

nostre preoccupazioni, noi chiudiamo gli occhi a tutto e non vediamo.

In un'ora difficile, in un'ora di periglio, il male sopito ora potrebbe

divampare.

E allora, voi mi chiederete, perchè il brigantaggio non esiste più

quando molte cause permangono?

Perchè noi mandiamo ogni anno fuori di Europa dal solo Mezzogiorno

continentale, un vero esercito di quasi cinquanta mila persone e i

contadini di Basilicata, delle Calabrie, del Cilento, che non chiedono

nulla allo Stato, nemmeno bonifiche derisorie, nemmeno consorzi

mentitori, nemmeno tariffe di protezione, danno il contingente

più largo. Io vorrei fare, io farò forse un giorno una carta del

brigantaggio e una dell'emigrazione e l'una e l'altra si completeranno

e si potrà vedere quali siano le cause di entrambi.

Una delle più crudeli accuse e più inique è nel dire che i contadini

meridionali amano l'ozio; ho visto molta gente lavorar meglio, nessuno

lavorar più.

La miseria crudele non ha ucciso le intime energie della razza, l'anima

essenziale della stirpe; il brigante e l'emigrante con la rivolta e con

l'esodo sono la prova di una mirabile capacità espansiva.

— Che cosa farai? — io chiedevo al vecchio contadino che partiva.

— Chi lo sa! — egli mi rispondeva.

Non chiedeva nulla, non voleva nulla. Andava a lottare, a soffrire;

aspirava alla sazietà. In altri tempi sarebbe stato brigante o

complice; ora andava a portare la sua forza di lavoro, il suo

misticismo doloroso nella terra lontana, a costituire forse con i suoi

compagni quella che dovrà essere la nuova Italia.

O povera gente così forte e così infelice, così buona e così calunniata!

IL VESCOVO D'IMOLA

CONFERENZA DI ERNESTO MASI

Sulla fine di dicembre del 1832 Giovanni Maria Mastai-Ferretti,

arcivescovo di Spoleto, e che poi divenne Papa col nome di Pio IX, fu

da Gregorio XVI nominato vescovo d'Imola.

Entrò in Imola (notano con intenzione certi suoi biografi) il mercoledì

delle Ceneri del 1833.

Se questo indefinibile arnese letterario, che si chiama una conferenza,

e in cui la dose del poco e del troppo resta sempre un problema, si

dovesse e potesse limitare ad una semplice biografia, io, per verità,

dovendo fermarmi al 1846, non avrei molto da dire.

La vita di Pio IX è divisa essenzialmente in due parti, e la prima e

più naturale divisione di essa neppur si ferma al 1846, bensì continua

fino al 15 novembre del 1848, che Pellegrino Rossi, Ministro di Pio IX,

fu assassinato in Roma a tradimento, mentre, sceso appena di carrozza,

saliva il primo ramo di scala del palazzo della Cancelleria per recarsi

a riaprire il Parlamento degli Stati Pontifici. Il giorno dopo, la

rivolta di piazza, sobillata dai circoli demagogici, ormai padroni

del campo, assaliva Pio IX nel Quirinale, gli imponeva un Ministero,

e in capo ad altri nove giorni, il Papa, travestito da semplice prete,

fuggiva da Roma nella carrozza della contessa Spaur, ambasciatrice di

Baviera, e si rifugiava a Gaeta. La prima parte della vita di Pio IX

finisce qui.

Da questo momento fino al 7 febbraio 1878, in cui Pio IX morì,

egli, come uomo, come principe, come Papa, è un personaggio storico

diversissimo da quello di prima, sebbene forse nell'uomo, nel principe

e nel Papa di prima si trovino già, se non tutte le cagioni (le quali

oltrepassano la sua qualunque individualità e sono di ordine più

generale), certo molte delle ragioni sufficienti del mutamento in lui

sopravvenuto.

Se non che fermandoci al 1846, che fu il primo anno del suo

pontificato, noi vediamo in lui non solo il vero iniziatore del

risorgimento italiano, allorchè questo esce finalmente dal periodo

delle profezie letterarie, delle visioni teoriche, delle sommosse

spicciolate e delle tenebrose cospirazioni, espiate coi martirii, per

entrare nella piena luce della grande azione storica e comprendere in

un moto irresistibile tutta intiera l'Italia e l'Europa, ma assistiamo

altresì a questo fenomeno singolarissimo, che un uomo senz'alcun

antecedente personale molto notevole, un uomo mediocre (l'epiteto è

del Gioberti), mediocre di animo, di bontà, di coltura, d'ingegno e di

carattere, e quasi inconsciente degli effetti prossimi e remoti della

sua azione pubblica, può tuttavia dare la prima e più decisiva mossa a

così straordinaria mole di eventi, e lo vediamo proprio, quando egli è

ancora portato e si lascia volentieri portare dall'onda enorme d'una

popolarità subitanea e senza esempio, e innanzi ch'egli incominci ad

accorgersi e spaventarsi del crollo strapotente dato dalla sua debole

mano a tutto il vecchio mondo e con una sola parola: _perdóno_, a

pronunciar la quale, fra tanto imperversare di odii implacabili,

d'ingiustizie selvaggie, d'impòtenti repressioni e di inutili

vendette, non occorreva, se guardiamo bene, nè alcuna eroica bontà,

che l'inspirasse, nè alcuna sopraffina abilità di governo, che la

suggerisse anche al più modesto politico, come lo spediente migliore.

Una filosofia della storia alla Bossuet potrebbe quindi far di Pio

IX un docile istrumento della provvidenza di Dio. Una filosofia della

storia alla Darwin potrebbe far di lui una di quelle forze cieche, che

agiscono nel mondo morale e materiale all'infuori d'ogni determinazione

volontaria e per fatale impulso d'una legge misteriosa, che sfugge

all'osservazione degli uomini. E quella in fine che oggi chiamasi

concezione materialistica della storia, che è la filosofia professata

dalla scuola socialista o giù di lì, e pretende aver sorpassate tutte

le altre, perchè le riduce tutte al fenomeno _economico_, quella, dico,

dinanzi al fenomeno storico d'un Pio IX, non potendo spiegarselo nè

coll'organismo della produzione, nè colla bilancia mobile dei salarii,

nè col prezzo delle derrate e via dicendo, probabilmente passerebbe

oltre senza curarsene, lasciando che altri riempisse, come meglio

crede, una siffatta lacuna.

La realtà è invece, mi sembra, che iniziando o fermandosi, secondando

o resistendo, annientandosi come principe o esagerandosi come

papa, il destino di Pio IX è di essere, anche suo malgrado, uno dei

fattori storici principali della Rivoluzione Italiana, e che tale

destino s'adempie in lui fino all'ultimo; s'adempie persino nelle più

prestigiose coincidenze esteriori con una puntualità singolare. Muore

difatti il primo Re d'Italia in Roma; pochi giorni dopo lo segue Pio IX

nella tomba. L'Italia è fatta! Il periodo storico della vera e grande

Rivoluzione Italiana è finito!

Sotto questo aspetto almeno, parlar di lui con serenità, con giustizia,

con equità, con misura, oltrechè ufficio della storia verso ognuno,

par quasi debito di riconoscenza nazionale, sebbene sia difficile

sempre, come avvertì il Machiavelli, parlare senz'odio o senz'amore dei

contemporanei e non dispiacere a molti, quanto più appunto ci si studia

di non dispiacere a nessuno. Ciò in generale. Nel caso speciale di Pio

IX, la quantità degli scrittori, che pro o contro, di proposito o per

incidenza, hanno parlato di lui, cresce a dismisura la difficoltà. Da

cinquant'anni ad oggi sono a migliaia e in tutte le forme letterarie

possibili. Una classificazione qualsiasi chi potrebbe tentarla neppure?

Guardando alla grossa, v'ha i patriotti classici (chiamiamoli così)

che spiegano per insegna l'epigramma famoso dell'Alfieri: — _Il Papa

è Papa e re — Dèssi abborrir per tre!_ — senza stare a cercar altro;

v'ha chi si vanta di non aver mai dato dentro all'illusione di un Papa

liberale e italiano, e razzola e aggruppa aneddoti e pettegolezzi per

dimostrare che questo Papa, apparso nel 1846 come un prodigio, altro

non era che la resultanza combinata d'un Alessandro VI e d'un Pio V,

d'un fanatico e d'un feroce; v'ha chi si affligge d'aver visto svanire

con Pio IX il maggiore, forse l'ultimo, tentativo di conciliazione fra

Italia e Papato, cattolicismo e libertà; v'ha chi arreca a lui solo la

colpa d'aver mandato a male il moto di riscossa più largamente e più

profondamente popolare, che sia mai stato in Italia, e non gli perdona

di non aver saputo essere un Alessandro III, come se al 1848 l'Europa

fosse ancora composta di Papi, Imperi e Comuni, mentre invece i Comuni

alla medio evo non esistevano più, e Papi ed Impero non erano più che

due Stati, uno debolissimo contro un forte; v'ha chi esalta e divinizza

Pio IX come l'eroe e il martire del secolo, che dopo una lotta immane

contro tutte le malvagità del suo tempo soccombe bensì, ma lancia,

cadendo, col _Sillabo_ e l'_Infallibilità papale_ l'ultima condanna,

l'ultima sfida a tutte le scapestratezze della società moderna, e le

ha preparato in pari tempo l'ultimo porto di salvezza, quando stanca,

prostrata, pentita de' suoi errori e vagante come pazza fra tenebre

mentali sempre più fitte, tornerà a ridomandare la luce e la pace delle

verità tradizionali al solo uomo, che ha dunque, dicono, la certezza di

non errare.

La speranza di tale ritorno è audace, non v'ha dubbio, non meno della

condanna e della sfida; ma a che pro continuare questa enumerazione,

se non c'è possibilità di compirla, e se essa non varrebbe forse

che ad impigliarci in polemiche infinite senza alcuna probabilità nè

di scegliere, nè d'intenderci, nè d'accordarci, nè di venire ad una

conclusione?

Stiamo dunque modestamente ai fatti, come sono. Essi soli, non

sempre, ma il più delle volte danno lume a orientarsi fra le fallacie

delle dottrine, i mutamenti delle opinioni, le superbie, i vanti, le

ingenuità e le perfidie delle sètte, delle fazioni e delle scuole,

ognuna delle quali pretende naturalmente di possedere tutta la verità.

Ci fermammo l'anno scorso, se ve ne ricordate, al 1831, l'anno

dell'elezione di Gregorio XVI. Le ultime onde della rivoluzione

erano venute a sbattersi languidamente e a morire sulle porte del

conclave, che lo aveva eletto, e quando queste porte si riaprirono,

ne uscì un Papa dei soliti, un vecchio cioè quasi settantenne, che da

quarantasette anni era monaco Camaldolese, ch'era stato bensì Prefetto

di Propaganda e negoziatore di concordati con qualche Stato europeo, ma

che se molto sapeva di teologia, delle cose di quaggiù avea cognizione

ed esperienza, quanto di quelle del mondo della luna. Eppure, chi

lo crederebbe? Fra le quinte del conclave, anche Gregorio era stato

combattuto come avverso all'Austria, e citando un passo della sua opera

teologica: _Il trionfo della Santa Sede_, qualcuno s'era pure provato

a farlo passare per liberale. Poveretto! Un torto, che non meritava

davvero, come non meritava d'essere annunciato ai suoi _felicissimi

sudditi_ con le parole divenute famose del cardinale Bernetti, suo

segretario di Stato: «_un'era novella incomincia_». Un buon astrologo,

in fede mia, quel Bernetti e soprattutto in gran buona fede!

Furono quindici anni di congiure, di sommosse periodiche, di

repressioni feroci, d'interventi stranieri, di carcerazioni, di esigli,

di condanne, di supplizi, e di un oscurantismo così insensato, che

infamarono nell'opinione pubblica europea il Governo Pontificio, e

che resero proverbialmente odioso il nome di Gregorio XVI, forse

non cattiv'uomo nel fondo; certo non tale, quale il libello e la

satira politica (unica vendetta ed unico sfogo agli oppressi) l'hanno

dipinto, perocchè è falso ch'egli fosse scorretto di costumi, dedito

al vino fino all'ubriachezza abituale, avido del danaro pubblico per

arricchirne i nipoti, e tutti gli aneddoti, nei quali si compiacque,

per esempio, l'erotica fantasia del Petruccelli della Gattina nella sua

_Storia dei Conclavi_, e che si vedono ricopiati da tanti altri della

sua risma, sono invenzioni.

Lo si diceva, poniamo, dominato a bacchetta dal suo cameriere, Gaetano

Moroni, per certo intimissimo suo, e che avendo cominciato barbiere

del convento dei Camaldolesi, avea finito per essere in corte del Papa

un gran personaggio, a cui non solo s'inchinava riverente una folla

di mendicanti e di cacciatori d'impieghi, di grazie e di onori, ma che

per mezzo dei diplomatici e dei visitatori stranieri più cospicui era

divenuto noto a tutt'Europa e riverito col vezzeggiativo di _signor

Gaetanino_, com'era solito il Papa chiamarlo. Il mondo è sempre stato

così e continua ad essere, anche se il _signor Gaetanino_ non è più

in corte del Papa, ma è invece ministro, deputato, o un pezzo grosso

qualsiasi. Pur di piegare la schiena a qualche potente, o creduto

tale!! Ora anche il _signor Gaetanino_, un mitissimo cortigiano,

tutto miele di sorrisi, di complimenti e di riverenze, è dipinto nei

libelli e nelle satire contemporanee come un Tigellino spietato, un

Seiano, consigliere d'infamie e qualcosa pure di più turpe, ed in

tutto questo parimenti non c'è nulla di vero. Il _signor Gaetanino_

invece era un giovine popolano, intelligente, istruitosi un po' da

sè, un po' coll'aiuto del Papa e riuscito all'ultimo un erudito non

volgare, sempre poi un lavoratore indefesso, il quale, oltre alle

sue faccende di corte, ha trovato modo di lasciare 120 volumi d'un

_Dizionario Storico-Ecclesiastico_, che anche oggi si consulta con

qualche utilità. Certo, egli era un servitor devoto e affezionatissimo

al Papa, nè mai s'era sognato che il suo signore e padrone potesse

aver torto, ma era un galantuomo, rispettato per tale a Roma, dove io

stesso ebbi curiosità di conoscerlo, come un monumento d'antichità,

poco dopo il settembre del 1870, rispettato, dico, anche dai liberali,

e soggiungerò che fra i papalini più noti rimarcai ch'egli era uno dei

più indifferenti alla mutazione avvenuta.

Di lui seppi altresì con certezza quest'aneddoto. Gregorio XVI avea

in odio mortale le ferrovie, come un'invenzione del diavolo, e da

buon logico non volea neppur sentirne parlare. Per vincere questa

sua ripugnanza, i banchieri, che ne brigavano la concessione per gli

Stati Pontifici, immaginarono (da quell'ingegnosissima gente che sono)

di presentare al Papa il modellino d'una ferrovia tutto in argento,

un amore di giocattolo, ch'essi credevano avrebbe valuto a sedurre

quel tanghero di teologo. Ufficiarono quindi il _signor Gaetanino_,

offrendogli una somma addirittura enorme, affinchè egli facesse trovare

al Papa quel giocattolo sul suo scrittoio. Il _signor Gaetanino_

rispose secco ch'ei non guadagnava il suo denaro a così buon mercato,

ch'ei non si prestava a tale insidia al suo benamato padrone, e

rifiutò. Non voglio farne per questo un eroe; dico soltanto che tanti

altri _Gaetanini_ della vita pubblica d'adesso non solo avrebbero

accettato il negozio, ma, riuscendo, avrebbero ingoiato anche la

_ferrovia vera_ con la macchina accesa e i vagoni pieni!

Che perciò? Non meno indegno, nè meno giustamente diffamato fu il

governo di Gregorio XVI per la cecità bestiale del suo oscurantismo

e per la efferatezza dei mezzi, con cui credette aver diritto di

difendere da ogni minaccia il suo principato; cecità ed efferatezza

che, se già altre circostanze più alte e più speciali non ci fossero,

spiegherebbero da sole il contraccolpo di quasi folle entusiasmo e

l'esplosione subitanea di giubilo, di contentezza e di speranza, con

cui ad occhi chiusi fu accolto Pio IX.

Domata nel marzo la rivoluzione del 1831, gli Austriaci nel luglio

se n'andarono dalle Romagne, ed il paese restò in uno stato di strana

incertezza, con una guardia civica, riarmatasi nelle quattro Legazioni,

ed un governo, che intanto metteva insieme un'orda di usciti di galera

e di banditi fra Rimini e Ferrara coll'idea di compir l'opera, che gli

Austriaci avevano lasciata a mezzo.

Era in sostanza la guerra civile, che s'andava bel bello

apparecchiando, e che al cardinale Bernetti, il quale pur si vantava

discepolo del Consalvi, non parea poi un ideale di governo da

disprezzarsi del tutto. Non così la pensavano le potenze protettrici,

le quali in cinque, non esclusa l'Austria, avevano chiesto con un

_memorandum collettivo_, come si praticherebbe col Bey di Tunisi, fino

dal 10 maggio 1831, che almeno le più marchiane assurdità del Governo

Pontificio fossero corrette. Il Bernetti fece l'uomo offeso. O non avea

promesso l'_êra novella_? Aspettassero dunque che l'erba crescesse, e

l'erba, la mal'erba, fu il cardinale Albani, cagnotto dell'Austria e

uno dei più vecchi e peggiori arnesi della Curia, messo alla testa di

quell'infame marmaglia, che s'andava riunendo fra Rimini e Ferrara, e

incaricato di rimettere in cervello del tutto Bologna e le Romagne.

A tale minaccia quelle popolazioni si risentirono fieramente. Fra gli

ultimi di dicembre e il gennaio 1832 una parte delle Guardie Civiche

di Forlì, di Ravenna, d'Imola e di Bologna s'andò pertanto radunando a

Cesena, deliberata di tener testa ai Papalini, i quali finalmente il 20

gennaio dettero l'assalto a Cesena. I liberali non erano più di 1800;

quasi 5000 i Papalini. I primi, male armati e non guidati da alcuno,

resistettero ciò nonostante sei ore, poi si sbandarono, ed i secondi,

entrati in Cesena, non perdonarono nè a luogo, nè a sesso, nè a età, nè

a condizioni: trucidarono vecchi, donne, preti, bambini, persino nelle

chiese, dove alcuni avevano cercato rifugio. Sono così enormi questi

fatti, che molti scrittori per partito preso cercarono attenuarli

o negarli, quella perla del Cantù fra gli altri, ma, oltrechè negli

storici più gravi e nelle corrispondenze private e diplomatiche, sono

concordemente attestati da certi diari manoscritti, che si conservano

a Cesena e sono opera di preti o di gente ad essi devotissima. Non

c'è quindi da dubitarne, tanto più che le gesta del cardinale Albani a

Cesena si rinnovarono quasi identiche, se non peggiori, il 21 gennaio a

Forlì, il 24 a Faenza, e il 25 a Imola, dove i Papalini si congiunsero

cogli Austriaci, ritornati subito, e tutti insieme furono il 26 a

Bologna, dove, per colmo d'obbrobrio (tanto era l'orrore inspirato dai

lanzichenecchi papali) gli Austriaci furono accolti e acclamati, come

salvatori.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 1 Seconda serie - Storia · 第 6 / 9 段