Gli accadde che, andando pei boschi, s'incontrò in un prete che

bestemmiava come un turco. Erano strani tempi, in cui i preti

bestemmiavano e i briganti insegnavano la morale.

Voi facendo sì trista funzione

Padre mi fate ancor scandalizzare,

gli disse _Angiolillo_; poi un po' col tu, un po' col voi, com'è

abitudine dei meridionali, aggiunse:

Quietatevi, ti prego in cortesia,

E dimmi ancora la ragion qual sia.

Il prete raccontò tutto. Vacava una buona parrocchia: e il vescovo

simoniaco l'avea destinata non a lui che ne avea diritto ma a un prete

ricco e immeritevole, che avea pagato una grossa somma. _Angiolillo_

andò subito dal vescovo, gli s'inchinò, gli baciò la mano e

Dopo questo si misero a parlare

Sul punto del dovere e dell'onore.

Il vescovo non seppe negar nulla a tanto intercessore, e la parrocchia

fu data a chi ne avea diritto. La giustizia però non era completa:

_Angiolillo_ si recò dal prete corruttore e si fece dare 250 ducati, in

punizione di aver cercato di corrompere un vescovo, e, come al solito

Tutto il contante che il prete ha portato

Il fuoruscito ai poveri ha donato.

Circondato dalla simpatia delle masse Angelo Duca avea tale potenza,

che entrava da trionfatore in città di sei o settemila abitanti.

Il popolo lo considerava come un eroe e lo credeva invulnerabile.

Perseguitato aspramente e tradito da un compagno, fu arrestato nel

monastero di Muro Lucano e nel 1784 impiccato in Salerno, per semplice

ordine del re, senza nemmeno la parvenza di un processo. Fu forse

l'ultima condanna pronunziata a Napoli _per biglietto_, senza nessuna

procedura; e il fatto parve mostruoso anche alla Curia, che di questo

scandalo parlò a lungo.

Nè prima, nè dopo di lui vi fu alcuno che, anche lontanamente, si

potesse paragonare ad Angelo Duca. Vi furono tra i banditi molte anime

desiderose di giustizia, o almeno di vivere più umano; vi furono

individui che in non poche occasioni diedero prova di spirito di

sacrifizio e di devozione. Ma erano nature rozze, e la loro primitiva

morale non permetteva mai di elevarsi fuori dell'ambiente di miserie e

di odî in cui vivevano.

*

* *

Ma il vero brigantaggio politico non comincia che nel 1799. Fuggiti in

quell'anno i sovrani in Sicilia e proclamata la repubblica, questa non

avea nè potea avere salde radici nel popolo. Messa su dai francesi,

raccoglieva intorno a sè gli spiriti più eletti e insieme gran numero

di scontenti dell'aristocrazia del reame. Nondimeno si sorreggeva, e,

nonostante Nelson, la lotta da parte della squadra britannica sarebbe

durata se un uomo audace e intraprendente non avesse concepito il

pensiero arditissimo di conquistare il regno al Sovrano, eccitando le

passioni popolari e scatenando il brigantaggio.

Il cardinale Fabrizio Ruffo, il cui nome è rimasto tristamente famoso,

ma che fu migliore della sua riputazione e sopra tutto fu più onesto

dei suoi sovrani, concepì l'idea audace di riconquistare il reame,

mettendo in rivolta le classi proletarie. Principe della Chiesa

e feudatario, pieno di debiti e di audacia, senza scrupoli e pure

non perverso, egli avea un piano assai semplice ed ardito. Partendo

dalla punta estrema della Calabria e descrivendo un grande arco di

cerchio traverso la Basilicata, le Puglie e i Principati si proponeva

di giungere a Napoli, dopo aver percorso le zone principali del

brigantaggio. Riunendo dintorno a sè i banditi — come si diceva allora

che la parola brigante non era ancora penetrata — riunendo i miserabili

e gli scontenti, sapeva di arrivare a Napoli seguìto da turba infinita

e feroce, e contava di poter facilmente distruggere la mal difesa

repubblica.

In una lettera da Monteleone al ministro Acton, il Cardinale spiega

chiaramente i mezzi di cui volea valersi; contava sopra tutto di andare

avanti «nutrendo sempre la gelosia fra il popolo e il ceto medio.» Le

classi colte erano desiderose di nuovi ordinamenti: bastava atterrirle

svegliando l'odio popolare contro i possidenti. «Spero — scriveva in

un'altra lettera, partecipante la presa di Cosenza — che il popolo

basso abbia saccheggiato insieme con gli aggressori, e così _mantenga

a freno i nobili e i paglietti_,» cioè l'aristocrazia scontenta e la

borghesia.

Il Cardinale era seguìto da malfattori venuti d'ogni parte e da

banditi famosi, cui si prometteva ogni sorta di premio e da turbe

desiderose di saccheggio, le quali assai facilmente propendevano a

dichiarar giacobino chiunque possedesse. A Napoli il sinistro canto dei

sanfedisti diceva:

Chi tene grane e vine

Ha da esse giaccubine.

Chi possiede è giacobino.

Nelle Provincie si pensava presso a poco allo stesso modo.

Quando il Cardinale giunse a Napoli, seguìto dalle sue turbe

brigantesche, dopo aver traversato sì larga parte del reame, scrisse

sinceramente in una sua lettera che si era accorto che il popolo

trasformava ogni possidente in giacobino: «è la rapina — egli scriveva

— che produce i proprietari giacobini.»

Il piano di Ruffo era il solo che potesse riescire e riescì; dire ai

contadini: rubate le case dei ricchi, saccheggiate, dividetevi le terre

era valersi di interessi e di sentimenti veri.

Uno storico austriaco, apologista del cardinal Ruffo, il barone von

Helfert, dice che il Cardinale, per una così difficile impresa, non

potea scegliere i suoi compagni. E certo non gli scelse! Ruffo avea

seco, condottieri del suo strano esercito, briganti famosi come

Panedigrano, Pansanera, Sciarpa, Mazza, de Castro e tanti altri famosi

negli annali del delitto.

E mentre il Cardinale operava da un lato, Pronio e Rodio, due

avventurieri, operavano in Abbruzzo, Mammone e fra Diavolo in Terra di

Lavoro: altri iniquissimi altrove.

I nomi di Mammone e fra Diavolo hanno oramai acquistata una celebrità

internazionale.

Gaetano Mammone, nativo di Terra di Lavoro, era un monomane del

delitto: uccideva senza ragione, per piacere, e giungeva ad atti di

crudeltà che parrebbero inverosimili. Vincenzo Coco dice di lui ch'era

mugnaio di mestiere; che in due mesi di comando in poca estensione di

terreno fece fucilare 350 persone, oltre forse del doppio uccisi dai

suoi satelliti ed accenna alle crudeltà e ai tormenti da lui inventati.

«Il suo desiderio di sangue umano, scrive Coco, era tale che si beveva

tutto quello che usciva dagl'infelici che facea scannare: _chi scrive

lo ha veduto egli stesso_ beversi il sangue suo dopo essersi salassato

e cercar con avidità quello degli altri salassati che eran con lui;

pranzava avendo a tavola qualche testa ancor grondante di sangue,

beveva in un cranio.... A questi mostri scriveva Ferdinando da Sicilia:

_mio generale e mio amico_.»

Tutto ciò è confermato dalle cronache dei tempi e dagli scrittori più

autorevoli.

Meno terribile ma più drammatica la storia di Michele Pezza, conosciuto

sotto il nome di fra Diavolo; le cui avventure romanzesche hanno

fornito a Scribe e ad Auber il soggetto di uno dei loro migliori

melodrammi. Omicida e dei più terribili avea, dicono, l'astuzia del

monaco e la perfidia del diavolo. Era già brigante da qualche anno,

quando sopraggiunsero gli eventi del 1799; non tardò ad illustrarsi

colle sue crudeltà.

Dopo la restaurazione monarchica ebbe, come Mammone, un altissimo

grado nell'esercito, una pensione di 3000 ducati e fu nominato duca di

Cassano. Nel 1806 volle ancora insorgere in difesa del re Ferdinando

contro la monarchia francese: ma dopo molte peripezie, fu impiccato

al largo del Mercato — e a dileggio, dicono, gli si lasciò l'uniforme

di generale addosso e gli si sospese al collo il diploma di duca di

Cassano.

Or guardate i miracoli della previsione.

Nel 1803, tre anni prima cioè che fra Diavolo fosse impiccato, era

pubblicata a Parigi una storia romanzesca sotto il titolo _Les exploits

et les amours de frère Diable, géneral de l'armée du cardinal Ruffo_.

L'incisione innanzi al frontespizio rappresenta fra Diavolo in abito

da frate, armato di carabina, pistola, pugnale, sciabola e accetta:

nel romanzo egli è fatto cavaliere e la scena delle sue azioni è

raffigurata in Calabria. Il romanzo non è che una serie d'invenzioni.

Ma vi è di vero solo una _predizione_! Il romanziere fa finire fra

Diavolo sulla forca, per essersi messo di nuovo in campagna: allora fra

Diavolo era vivo, ma tre anni dopo finì in realtà sulla forca.

Or fu con questi elementi, che la monarchia borbonica fu restaurata.

I lazzari di Napoli gridavano a Ferdinando IV che rientrava a Napoli:

Signò, 'mpennimmo chi t'ha traduto,

Prievete, muonece e cavaliere!

Fatte cchiù cà, fatte cchiù là,

Cauce 'n facce a la libbertà.

Tutti i canti popolari di quel tempo non sono che feroci apostrofi

alla libertà, violente ingiurie ai giacobini: poesia infame, ma che

esprimeva sentimenti veri e sopra tutto speranza di tempi migliori.

A lu suono de li tammurilli

So risurte li puverielli!

Il brigantaggio del 1799 fu, come assai più tardi quello del 1860,

accresciuto dall'aver disciolto l'esercito del Re. L'esercito

raccoglieva allora i più poveri, poichè i ricchi e i borghesi si

faceano esentare, e raccoglieva anche gli elementi peggiori.

Macaulay dice che al ritorno del re legittimo in Inghilterra

fu necessario sciogliere l'esercito rivoluzionario di Cromwell.

Cinquantamila uomini, abituati a battersi, furono lasciati sulla

strada. V'era da aspettarsi qualunque cosa: invece alcuni mesi dopo non

rimaneva traccia che indicasse che una delle armate più formidabili era

stata assorbita nella massa del popolo. E quando si vedeva un operaio

prosperare in oneste industrie, si poteva dire quasi con sicurezza che

egli avea fatto parte dell'esercito di Cromwell.

Nel reame di Napoli, quando per due volte fu sciolto l'esercito del

re legittimo, la maggior parte di esso si diede al brigantaggio, alla

rapina e al vagabondaggio.

Del resto che cosa poteva essere un esercito in cui i gradi eminenti

erano riserbati a Mammone e a Fra Diavolo, e che cosa poteva essere

un'amministrazione in cui si davano i posti più alti a uomini come il

brigante Panedigrano?

*

* *

Quando nel 1806 si stabilì a Napoli con Giuseppe Bonaparte da prima e

poi con Gioacchino Murat la monarchia francese, i Borboni fuggirono

di nuovo in Sicilia. Ancora una volta non mancarono di aizzare il

popolo e di rinfocolare il brigantaggio: fra Diavolo uscì in campo

di nuovo e uscirono altri già noti nel 1799, i Pizza, i Guariglia, i

Furia, gli Stodui e altri di pessima fama. Con danari e con promesse

il brigantaggio fu promosso dovunque. Molti si davano alla campagna

perchè avean vendette da compiere; altri perchè l'esempio dei contadini

promossi colonnelli o duchi, come Mammone e fra Diavolo, accendeva le

menti.

Così in Basilicata dominavano Taccone e Quagliarella; nei due

Principati Laurenziello; nelle Calabrie Parafante, Francatrippa,

Benincasa, il Boia, Carmine Antonio, Mascia, Mazziotti, Bizzarro; negli

Abbruzzi Antonelli, Fulvio Quici, Basso Torneo e altri celebri.

Quando Murat salì al trono, tutto il regno si può dire che era

infestato di briganti: gli esempi del 1799 accendevano le menti, e ogni

contadino insofferente della miseria, come ogni ribaldo desideroso di

conquistare la fortuna si davano alla campagna.

Ma non era possibile ripetere a pochi anni di distanza il tentativo di

Ruffo, e mancava in ogni caso l'uomo.

Seguiti da torme fameliche, i briganti entravano nelle città,

depredavano, violavano le donne e si dicevano difensori del sovrano

legittimo. _Bizzarro_, non meno feroce di Mammone, osava dare in pasto

ai suoi cani ufficiali francesi trucidati barbaramente e avea abituato

i mastini a dare la caccia agli uomini; altri facean cose ancor più

crudeli e avevano aria di dominatori.

Taccone dominava addirittura il nord della Basilicata. In una delle

sue crudeli escursioni corse ad assediare, nel castello di Abriola,

il barone Federici. Dopo un blocco di parecchi giorni costrinse il

barone a rendersi, promettendo che non si sarebbe fatto male ad alcuno.

Appena entrati i briganti violarono la moglie e le figlie del barone e

poi buttarono tutta la famiglia nelle fiamme, da cui non si salvò per

miracolo che un bambino.

Basso Torneo, crudelissimo, detto _il Re della campagna_, bruciava

perfino una caserma di gendarmeria e condannava a esser bruciati vivi

le mogli e i figli dei gendarmi assenti.

Parafante, il Boia, Francatrippa e Laurenziello commettevano gesta

ancor più nefande.

Per il governo era necessità vincere il brigantaggio, sradicarlo sia

pure in modi crudelissimi. La monarchia di Gioacchino non era sicura

se non debellando le torme ogni dì crescenti e i cui capi mantenevano

corrispondenza assidua con casa Borbone e la corte di Palermo.

Fu adottato un rimedio estremo, e il generale francese Carlo Antonio

Manhés ebbe l'incarico di distruggere a ogni costo i briganti e gli

furono conferiti poteri eccezionali. Il generale Manhés, che a quasi

un secolo di distanza si nomina ancora con terrore nelle Calabrie e

in Basilicata, era un degno generale di Gioacchino: intraprendente,

arditissimo, senza scrupoli e nello stesso tempo uomo galante e

avventuroso.

Manhés non esitò. Bisognava, per agire sulle fantasie meridionali, per

vincere rapidamente il brigantaggio non avere pietà, sopra tutto non

transigere mai. In Abbruzzo il brigantaggio fu distrutto in poco tempo:

Antonelli impiccato, altri uccisi.

Ma le difficoltà più gravi erano in Basilicata e in Calabria, province

più vicine alla Sicilia, da cui i briganti ricevevano soccorsi e aiuti

e promesse.

Manhés avea pieni poteri: vi si recò, fece cose crudelissime. Taccone

fu preso ed entrò a Potenza non da trionfatore, sì come avea sperato,

ma a cavalcioni di un asino, la coda del quale servivagli da briglia: e

con una mitra in testa, sulla quale leggevasi a grandi lettere: _Questo

è l'infame e crudele assassino Taccone_. Era un supplizio molto comune

allora, e voleva riescire di esempio al popolo.

Quagliarella, abbandonato dai compagni, fu ucciso a colpi di falcetto

dai mietitori di Ricigliano, desiderosi di guadagnare la _taglia_, che

gli pesava sul capo.

Bisognava che la repressione non solo fosse terribile, ma apparisse

tale. Manhés non trascurò nulla a quest'oggetto. Il villaggio di

Parenti, ove una compagnia di francesi era stata trucidata, fu messo in

fiamme; altri paesi distrutti.

Con procedimento sommario, qualche volta senza nessun procedimento,

migliaia di uomini furono uccisi. «Io non vorrei essere stato il

generale Manhés — dice Pietro Colletta — ma nemmeno vorrei che il

generale Manhés non fosse stato nel Regno nel 1809 e nel 1810. Fu per

opera sua se questa pianta venefica del brigantaggio venne alla perfine

sradicata.»

Manhés — come disse nel suo ordine del giorno di Monteleone — volle

agire di un tratto, colpendo la causa stessa del male: volle prendere i

briganti per fame. Sotto pena di morte fu vietato a chiunque di fornire

loro viveri: e la disposizione fu applicata senza pietà. Significava

colpire al cuore il male, poichè dopo la caduta delle nevi non era

possibile ai briganti durare senza avere i viveri dai borghi.

La terribile repressione cominciò con il comune di Serra.

In quel comune, messo fra le giogaie dell'Aspromonte, i briganti

aveano fatto sapere che voleano arrendersi: chiesero un abboccamento

al sindaco, al tenente della gendarmeria e al capitano della guardia

nazionale. Non diffidando, questi non presero alcuna precauzione: i

briganti invece irruppero armati nella sala e trucidarono le autorità.

Il tenente si chiamava Gérard, e sua moglie, bella giovane di 22 anni,

caduta poco tempo prima nelle mani dei briganti di Castrovillari avea

subìto il più crudele oltraggio e dopo era stata assassinata.

Manhés volle fare una vendetta terribile. Si recò a Serra seguìto da

molti soldati: il paese fu pieno d'armati, e la costernazione entrò

nell'animo di tutti. Manhés non volle ricevere alcuno: vegliò tutta la

notte, pensando alla vendetta più crudele. La scelta della punizione

era difficile. Da una parte non si poteva uccidere parecchie migliaia

di persone: dall'altra non si poteva distruggere un paese necessario

alla difesa nazionale. Gli abitanti di Serra erano infatti addetti

alla industria del ferro ed essendo allora, a causa degli inglesi,

impossibili o molto difficili le comunicazioni per via di mare, le

poche miniere di ferro di Calabria eran preziose.

La gente di Serra, convinta che il paese sarebbe stato distrutto passò

la notte in orazioni ed in pianti, cercando di mettere in salvo quanto

potè di mobili e di oggetti di valore.

La mattina il generale ordinò che tutta la popolazione fosse riunita

nella pubblica piazza: l'assemblea fu innumerevole. Neppur uno mancò:

vecchi e malati si trascinarono e si fecero trascinare. Manhés entrò in

mezzo alla folla e parlò con veemenza: tutti tremavano. Ei disse che

erano uomini senza onore, che tutti dovean perire, che neppur uno si

sarebbe salvato.

A un punto ebbe una idea luminosa.

Nel profondo terrore di tutti:

«Io ordino, esclamò, che tutte le chiese di Serra siano murate, che

tutti i preti senza eccezione abbandonino questo paese maledetto e

vadano a Maida. I vostri fanciulli nasceranno senza battesimo; i vostri

vecchi moriranno senza sacramento. Se alcuno tenterà di uscire dal

paese sarà ucciso e voi dovrete vivere soli come cani.»

Bisogna conoscere il paese per comprendere l'abbattimento che vinse

tutti; una condanna di morte non avrebbe agito così.

Quando Manhés partì, tutta la città era deserta. Ma nel bosco il

generale s'imbattè in una processione interminabile: migliaia di

persone con le camicie bianche, si battevano il petto nudo con

le pietre e imploravano misericordia. — Uccideteci piuttosto! —

esclamavano.

Manhés fu inesorabile. I preti furon condotti via tutti; fu portato

a braccia perfino un vecchio prete di ottant'anni e rinchiuso nel

seminario di Maida. Serra rimase nella desolazione, con le sue chiese

chiuse.

Il generale promise che avrebbe perdonato solo quando in tutto il

territorio di Serra e nei boschi vicini non fosse stato in vita un

solo brigante. La disperazione fece fare cose terribili: i legami di

amicizia o di sangue non impedirono la strage. Neppure un brigante

sfuggì. In pochi giorni fu fatto ciò che nessun esercito avrebbe

potuto.

E allora Manhés tolse l'interdetto.

La popolazione tutta intiera si recò a Maida a riprendere i suoi preti,

fra le grida di giubilo e d'allora Serra non ebbe mai più un brigante.

«Ove i popoli sono infieriti con le armi — ha detto Vico — talchè non

vi abbiano più luogo le umane leggi, l'unico potente mezzo di ridurli

è la religione.»

Oltre gli uccisi, il cui numero è assai difficile indicare, 1200

briganti furono rinchiusi nelle diverse prigioni della Calabria.

Sotto la più terribile delle persecuzioni i capi si videro abbandonati

dai seguaci; resa loro impossibile la comunicazione con coloro che

erano nei paesi e che li aiutavano, fucilati costoro su semplice

sospetto, messe grosse taglie sui briganti più noti, l'avidità, il

desiderio di salvarsi fecero sì che molti tradirono o vendettero i

compagni.

La fine di molti briganti fu crudelissima.

Più terribile, più tragica di tutte la fine del brigante Bizzarro.

Attorniato da ogni parte, abbandonato da tutti, si era ridotto nel

bosco di Rosarno con la sua amante Niccolina Licciardi di Seminara

e con i suoi due terribili mastini, divoratori di uomini. L'amante

avea dato da pochi mesi a Bizzarro un figliuolo, e nelle lunghe fughe

precipitose, nelle peregrinazioni dolorose la donna portava a braccia

il bambino: madre e amante fedele nel periglio.

Bizzarro si era ricoverato in un antro solitario, noto forse a lui

solo, e di cui l'entrata assai angusta era difesa e nascosta dai rovi

e dalle erbacce.

Ora il bambino che avea sofferto di quella vita errante piangeva

sempre. La donna cercava invano di attaccarlo al seno esausto: la notte

sopra tutto non facea che gridare. Una notte in cui le grida erano

maggiori e i terribili cani guaivano quasi per segnalare l'avvicinarsi

di gente, Bizzarro esasperato, temendo di essere scoperto, prese il

figlio per un piede e lo fracassò contro il muro.

La donna non disse nulla.

La mattina, quando il brigante fu uscito scavò con il coltello una

fossa nella grotta e vi seppellì dentro il figliuolo e pose sopra il

letto, perchè i cani non scavassero il cadavere per divorarlo. Nelle

notti insonni ella dovette maturare il pensiero terribile; e una notte

che Bizzarro dormiva prese il fucile e lo uccise. Poi gli recise la

testa, la mise nel grembiale e si recò al comune vicino per chiedere il

danaro promesso a chi avrebbe dato morte al brigante.

Qualche tempo dopo la donna si maritò e il generale Manhés dice che fu

sposa e madre esemplare.

La persecuzione di Manhés in Basilicata e in Calabria durò pochi mesi:

ma fu così terribile, che in breve tempo non rimase più in vita un solo

brigante.

*

* *

Dalla persecuzione di Manhés, avvenuta fra il 1810 e il 1811 sino alla

fine della dinastia borbonica, nel 1860, in mezzo secolo, fatta qualche

eccezione, il brigantaggio torna a essere malandrinaggio.

Appaiono anche in questi cinquant'anni alcune eccezioni notevoli,

come quel famoso don Gaetano Vardarelli, intelligente e non privo di

studi, che insieme ai suoi fratelli e a molti compagni dominò quasi

la provincia di Foggia fra il 1815 e il 1817. Carbonaro e cattolico

avea, malgrado non poche ribalderie, tendenze liberali e umanitarie e

volea rassomigliare e rassomigliava in qualche cosa ad Angelo Duca. I

Vardarelli aveano con sè la simpatia delle popolazioni, e non erano da

confondersi con i banditi volgari. Il governo borbonico, che non avea

potuto averli per forza d'armi li ebbe per tradimento: promise loro ciò

che chiedevano, e come tante volte prima e dopo, venne meno al patto.

Il brigantaggio ebbe ancora qualche figura meno crudele o corrotta:

ma fu sempre, dopo, sfogo naturale della miseria, della ingiustizia e

della delinquenza, sì com'era stato prima nel 1799.

I famosi briganti del regno di Francesco I, la «grande compagnia di

Gasparone,» la quale taglieggiava i comuni e i proprietari in Abbruzzo;

la trista comitiva di _Mezzapenta_, famosa in Terra di Lavoro: le

piccole bande sparse dovunque nella Basilicata non riunivano che

disgraziati o delinquenti. Le operazioni erano sempre le stesse;

si derubavano i viandanti, s'imponevano taglie ai possidenti, sotto

minaccia di rovinare le loro proprietà; si rubavano e violavano donne,

si eseguivano vendette per incarico o per commissione; storia di

tristezze e di miserie.

Accanto al brigantaggio fioriva il _manutengolismo_, come si dice

ancora da noi, ed era di due specie: era fatto per timidità ed era

fatto per avidità. Vi erano coloro che speculavano sui briganti,

che qualche volta arricchivano su di essi. I briganti doveano avere

il protettore, l'informatore, il difensore; e spesso queste qualità

si trovavano in coloro stessi che doveano perseguitarli. Parecchie

fortune sono state fatte col brigantaggio; assai spesso il manutengolo

arricchiva e il brigante finiva sulla forca. Le chiese stesse e i

monasteri erano asilo di briganti, e i monaci di Venafro pregavano

il giorno e non disdegnavano la notte di travestirsi per assalire i

viandanti e per derubarli. Anche durante il regno di Ferdinando II il

brigantaggio non fu che malandrinaggio: raccontarlo non sarebbe che

ripetere una storia di dolore e di sangue. Le autorità erano fiacche,

le popolazioni impaurite, le miserie grandi; l'esempio dei briganti

arricchiti esaltava e accendeva le nature più miti. Perfino in tempi

molto vicini a noi Ferdinando II, non riescendo a vincerlo altrimenti,

graziava il brigante Giosafat Talarico, gli accordava lauta pensione e

soggiorno nella ridente isola d'Ischia.

Ma la minaccia era sempre sospesa sul capo dei liberali, e le classi

desiderose di novazioni (in grandissimo numero per necessità o

per bisogno, in una certa parte per idealità) si preoccupavano dei

massacri che ogni mutamento avrebbe prodotto: si sapeva che qualsiasi

rivoluzione volea dire _Santa Fede_ a Napoli e il brigantaggio nelle

province.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 1 Seconda serie - Storia · 第 5 / 9 段