territoriale del brigantaggio. Senza dubbio le condizioni geografiche
agivano sopra tutto; ma dopo di esse in prima linea le condizioni
economiche.
Le provincie che hanno più sofferto il brigantaggio sono state la
Basilicata e il Principato Citra, nella parte sua più povera; vengono
dopo alcune zone dell'Abbruzzo e della Calabria, nella parte ove il
concentramento della proprietà era maggiore. Ma dovunque le ragioni
sono identiche.
Le cause predisponenti del brigantaggio erano numerose: alcune sono
scomparse, qualcuna ancora permane.
La prima, la vera, la grande causa era la miseria.
Alla vigilia della rivoluzione francese, nel 1786, il reame di Napoli
aveva appena 4,800,000 abitanti. Ora il reddito del reame, in un'epoca
in cui le industrie erano scarse e pochi i commerci, era tenue: era un
reddito quasi esclusivamente agrario, quale potea venire da un paese
a cultura estensiva e in gran parte pastorale. L'intero reddito dei
feudi era calcolato a oltre 4 milioni di ducati, esenti da tributi e
i feudatari aveano innumerevoli diritti, l'uno più gravoso dell'altro
per i cittadini. Di oltre 2000 comuni appena 384 erano demaniali, cioè
dipendevano direttamente dal Re. Il numero dei famigli e dei dipendenti
dei baroni, che applicavano i diritti feudali senza scrupoli, era
eccessivo: eccessivo più ancora il numero delle pretese. Circa 10
milioni di ducati prendevano sotto ogni titolo gli ecclesiastici, e il
loro numero sommava a oltre centomila, cioè vi era un ecclesiastico
per meno di ogni 50 abitanti. Popolazione enorme e improduttiva,
non forse però più enorme di quello che sarà fra breve il numero dei
professionisti usciti dalle università, dei diplomati delle scuole
secondarie, spostati desiderosi di impieghi e quindi bisognosi di
mutazioni.
Quale poteva essere la vita del popolo? Una vita grama e stentata;
una vita di miserie e più ancora di depressione morale. In alcuni
feudi i baroni erano implacabili nel pretendere che il molino fosse
un loro monopolio; e il pane si cuoceva sotto la cenere ed era negato
ai contadini ciò che hanno anche le popolazioni più misere e meno
progredite.
«Il brigantaggio — conchiudeva tristamente l'on. Massari — diventa in
tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche
e secolari ingiustizie.»
Le genti dell'Italia meridionale, risultato delle mistioni di razze sì
varie, hanno forse da tanti incroci, forse più ancora dalla rapidità
loro nell'ideare, una vaga tendenza alla vita di avventure. Vi è, sopra
tutto nelle genti di Basilicata e di Calabria un senso di misticismo
inconscio, che invade l'anima popolare.
Non è il misticismo gentile e delicato, che penetrò l'anima di
Francesco d'Assisi: ma un misticismo rozzo e quasi selvaggio,
com'è quello che dovè albergare nell'anima di Gioacchino di Fiore,
_il calavrese abate Gioacchino_, che esercitò appunto il suo rude
apostolato nei monti di Basilicata e di Calabria.
In quelle aspre regioni ogni paese, ogni zona, ha il santuario lontano,
in cima ai monti; chiese perdute tra i boschi, o costruite su antiche
caverne, abitate da pellegrini o da santi. Si va ai santuari, dopo aver
digiunato, pregando per via, qualche volta con i fiori in cima alle
canne, gli umili fiori dei campi e dei boschi: molto spesso si va a
piedi nudi, salmodiando e orando. Lunghi cortei di uomini e di donne
salgono le erte faticose fino ai luoghi da cui si spazia l'orizzonte
lontano. Nei lunghi pellegrinaggi il misticismo si trasforma; diventa
qualche volta desiderio di avventure. Il pellegrino è ora più che non
si pensi il precursore dell'emigrante; in altri tempi era il precursore
del brigante. Nulla di più naturale che, nelle lunghe notti vegliate,
nelle lunghe vigilie, nell'incontrarsi con genti nuove, sorga un
bisogno di andar lontano e di espandersi. La terra maligna, che dà
la febbre e uccide, discaccia. La razza sabellica ama l'intrapresa e
l'ignoto; la Basilicata, che non ha la quarta parte della popolazione
di Toscana, manda fuori di Europa assai più del doppio di emigranti
all'anno. Senza dubbio la causa più profonda e più generale è la
miseria; ma io non oserei dire che non vi sia in molti casi un bisogno
di tentare e di cercare.
Ricordo, come se fosse ora, un vecchio contadino del mio paese tutto
bianco, ma diritto tuttavia come un abete delle montagne. Andava al
Brasile: non possedeva che cinque lire e il biglietto d'imbarco; non
sapeva leggere, non avea nessuna nozione dei paesi dove si recava.
Sapeva solo che altri della sua terra vi era stato. Gli chiesi da
qual parte fosse il Brasile: mi rispose solo che era lontano, assai
lontano che non si potea misurare quanta fosse la lontananza. E mi
accennò con la mano in aria, come per indicare qualche cosa di strano
e di indeterminabile. Quando gli domandai che cosa avrebbe fatto: —
E chi lo sa? — mi rispose con la profonda filosofia meridionale, così
piena di fatalismo e di tristezza; e non volle dire niente più. Avrebbe
lavorato, avrebbe goduta quella che gli pareva la grande ricchezza,
cioè mangiare fino alla sazietà, come a Natale, come a Pasqua; sarebbe
morto forse.
Le anime inquiete non potendo far meglio ora emigrano; allora l'unica
professione possibile per chi non volea rassegnarsi a una vita bestiale
era il brigantaggio.
Così si spiega che tra i briganti noi troviamo alcune figure di veri
idealisti, alcune anime pur nella loro rozzezza, e qualche volta nella
loro crudeltà, desiderose di giustizia e amorose del bene.
Ciò che qualche volta sorprende nell'Italia meridionale è vedere
nei contadini più rozzi alcune finezze di sentimento e qualche volta
anche fisicamente alcune figure le quali fanno pensare a razze nobili
decadute. In un paese, che è stato teatro di tutte le guerre, in un
paese che è stato per molti secoli la porta del Levante e in cui è
stata contesa la signoria del mare, mutamenti frequentissimi hanno
assai volte cambiata la condizione degli individui: sì che le nobili
stirpi sono precipitate più in basso. Non è raro vedere nei tratti di
un contadino qualche cosa che rivela un'antica grandezza, o l'abitudine
di una vita non servile e non povera.
I patologi dicono che la malaria sia causa predisponente dell'isterismo
e delle malattie nervose: certo traversando le zone malariche (sopra
tutto dove la malaria è meno grave e non prostra addirittura gli
individui) si notano subito le tendenze fantastiche degli abitanti, la
loro tendenza verso l'ignoto, il bisogno della vita di avventura.
Adesso si emigra; quando l'emigrazione non v'era, il desiderio
dell'ignoto produceva conseguenze ben diverse.
Altra causa che agevolava grandemente il brigantaggio era la mancanza
di strade. La popolazione, agglomerata in alcune province, quasi non
avea strade. Per molte miglia si percorreva una campagna in cui non
eran che sentieri mal sicuri e i trasporti per necessità eran lenti e
difficili.
La Basilicata, centro principale del brigantaggio, ai tempi di Carlo
III non avea quasi alcuna strada rotabile. La strada delle Calabrie
giungeva fino a Persano; nel 1792 era estesa fino a Lagonegro e solo
nel 1795 giungeva a Muro e nel 1797 ad Atella.
Ancora nel 1863, quando fu fatta l'inchiesta parlamentare sul
brigantaggio, sui 124 comuni della Basilicata 91 erano senza strade;
sui 108 della provincia di Catanzaro 92; sui 75 della provincia di
Teramo 60. Dei 1848 comuni del Napoletano 1321 mancavano di strade.
Or tutto ciò era necessariamente a profitto del brigantaggio;
internandosi nelle boscaglie, facendo periodiche comparse al piano, i
banditi resistevano facilmente alle persecuzioni più audaci.
Alcuni dei banditi facevan fortuna, e qualche volta ottenevan la grazia
e si ritiravano a vivere tranquillamente; ma nel grandissimo numero
perivano uccisi o traditi, o erano imprigionati.
Qualche volta i signori del paese, per timidità, o per desiderio di
guadagno, proteggevano i briganti; il più delle volte davano nelle
loro _masserie_, nelle case di campagna asilo e rifugio. Ai tempi
di Carlo III anche i conventi erano asilo securo; e Carlo dovè molti
abolirne per questa ragione che eran covo di malviventi. Nei piccoli
paesi le lotte eran frequenti, eran frequenti le lotte tra un paese e
l'altro: dove i comuni eran più divisi e quindi più aspre e più inique
le persecuzioni della parte perditrice, maggiori eran le cause che
determinavano gli individui meno tolleranti a darsi alla campagna,
come si diceva allora. La vendetta era una necessità e un dovere, e le
vendette eran lunghe e terribili.
Oh! la tristezza di una borgata meridionale, perduta nelle gole di
Basilicata o nelle asperità della Sila, una borgata, senza luce di
pensiero, senza blandizie dell'arte, senza la suprema poesia della
lotta in comune.
Anche nell'Italia centrale le lotte erano terribili nei piccoli
centri come nei grandi: _e quei che un muro ed una fossa serra_ si
tormentavano e si dilaniavano fra loro quando non dovean lottare
contro i vicini. Ma la relativa prosperità e la mitezza del clima
e la salubrità dei campi davano alla lotta un carattere più umano;
permettevano lo sviluppo delle forme libere dei comuni; determinavano
il bisogno dell'arte, davano carattere di epica grandezza anche alle
lotte delle fazioni della stessa città.
Ma la vita in un piccolo centro campestre dell'Italia meridionale
nell'interno della Basilicata o delle Calabrie! ma la vita in un
casolare dell'Appennino! ma la vita in un grosso borgo pugliese! La
malaria da una parte e i cattivi ordinamenti dall'altra inducevano
gli abitanti a vivere uniti; in una unione necessaria e forse per
questo più ingrata. Le case si aggruppavano miseramente fra loro,
e non v'erano, d'ordinario, che il castello del barone, la chiesa
e il convento che avessero un'aria meno misera. Impedite quasi le
comunicazioni o limitate ai paesi vicini, la vita trascorreva sempre
allo stesso modo; quando non era turbata da cataclismi violenti, come
le guerre. Assoluto il potere del feudatario e peggiore di esso quello
di coloro che lo rappresentavano, non era possibile al popolo nessuna
salute fuori della rivolta individuale. La religione, quando non era
una superstizione, avea il carattere dei luoghi: una religione dura e
paurosa, quasi crudele, mitigata solo dall'intervento del protettore —
un santo, per lo più patrono di un male grave e pronto più a punire che
ad amare, più a vendicare che a perdonare.
La violenza sessuale delle genti del Sud faceva il resto, e contribuiva
non poco a inasprire i rapporti. Si può dire che fra dieci persone che
si davano al brigantaggio tre o quattro almeno ricorrevano a un così
estremo passo solo per vendicare la violenza patita da una moglie, da
una figliuola o da una sorella.
Per spiegarsi alcune cose bisogna intendere quale violenza abbia
l'istinto carnale nelle genti del Sud. Per i contadini specialmente è
spesso l'unica forma in cui riescano a concepire l'ideale e ad avere
una ebrietà dello spirito. Così come il desiderio è violento, l'istinto
della proprietà è completo.
La donna infedele — sopra tutto se cede a una violenza — altrove non è
causa di disprezzo per il marito o per il padre. Fra i contadini del
Mezzogiorno vi è invece una parola che riunisce tutti gli insulti,
una parola che è pronunziata spessissimo, e che nella crudeltà sua è
peggiore della morte, ed è il nome che è dato al marito ingannato o
vittima. Che un uomo sia ladro, omicida o perverso e che tutte queste
cose gli siano rimproverate egli soffrirà sempre meno che sentendosi
insultare per colpa o per sventura della moglie.
Ho letto molte storie di briganti, ne ho sentite raccontare moltissime;
ho vissuto nei luoghi dove più vivi sono i ricordi; dovunque ho visto
le stesse cause agire allo stesso modo.
Nei piccoli centri il potere del feudatario o del borghese, del
funzionario o del padrone era usato non di rado per attirare le donne
dei contadini: quando non cedevano volontariamente erano persecuzioni
lunghissime ai mariti, ai fratelli, ai padri. Era il disonore sotto
altra forma; era la miseria; era la sopraffazione quotidiana.
Come resistere in una lotta così impari? Le nature deboli si avvilivano
e tolleravano; ma gli uomini risoluti si davano alla campagna, si
facevano briganti; si ribellavano insomma nella sola forma che era loro
possibile.
La suprema gioia di uccidere dopo aver sofferto l'oltraggio supremo;
la suprema gioia di vendicare e di vendicarsi dopo aver tanto penato,
tentavano anche le nature meno cattive. La religione avea indulgenze
per i forti; e ne aveano più ancora i funzionari dello Stato.
Il brigantaggio diventava un mezzo di salvezza e un mezzo di
riabilitazione. Al marito oltraggiato, all'uomo perseguitato rendeva
quasi sempre la stima del pubblico, qualche volta la tranquillità dello
spirito, la gioia di vivere.
Le persone _out laws_ hanno avuta sempre una certa attrazione: maggiore
essa dovea essere in una società, in cui le leggi erano pessime.
Il contadino che, dopo aver sofferto tutte le persecuzioni, si dava
alla campagna, prendeva qualche volta la sua rivincita nel modo più
assoluto: la donna che lo aveva rifiutato si dava spesso a lui, per
paura, o per amore, poichè sulle anime rozze la vita del brigante
esercitava una attrazione: coloro che lo aveano perseguitato o
cercavano riparo nella fuga, o si umiliavano venendo a patti; e quasi
sempre vedeva il suo prestigio rialzarsi. Poteva essere odiato, non mai
disprezzato — e in questa differenza è la causa non ultima del fàscino
che la campagna immensa esercitava sulle anime insofferenti.
Quasi tutto questo non fosse bastato, incitava al brigantaggio, come si
è detto, l'opera dei governi. Nei periodi in cui ne aveano bisogno per
sedare interne lotte, i governi ricorrevano ai briganti. E si videro i
maggiori fra questi diventare ricchi e potenti, occupare alti gradi e
imporsi agli uomini onesti; si videro mostri di crudeltà, come Mammone
e Fra Diavolo premiati dal re e trattati come amici.
Il vicereame spagnuolo avea fatto lo stesso; ma nessuno avea mai
osato ciò che fece Ferdinando IV e ciò che fecero dopo di lui i suoi
discendenti.
Nell'Italia meridionale esisteva ed esiste tuttavia un vero
proletariato agricolo; vi sono in ogni provincia molte migliaia di
persone che non possiedono che la loro forza di lavoro. I _cafoni_ di
Basilicata e di Calabria: i _terrazzani_ di Capitanata sono le forme
tipiche di classi la cui miseria e la cui incertezza del vivere sono
spesso a un livello che non potrebbe essere più basso.
Non avendo altra industria che la terra, queste masse, che per giunta
hanno assistito per un secolo alla usurpazione delle terre pubbliche,
che vi assistono tuttavia, non amano le classi medie. Non amavano
nemmeno l'aristocrazia; ma essa aveva almeno il prestigio del nome e
della tradizione.
Quando venne l'onor. Castagnola insieme alla Commissione d'inchiesta
sul brigantaggio giù nell'Italia meridionale, fu vivamente sorpreso di
quest'odio che esisteva tra possidenti e salariati, fra _galantuomini_
e _cafoni_, come si dice da noi, all'indomani stesso della rivoluzione
liberale del 1860.
Prima del 1860 quasi nessun contadino sapea leggere; un certo numero di
possidenti delle campagne ignorava persino le prime e più elementari
nozioni. Superstiziosissime, per razza e per natura avventurose,
abituate per secoli a vedere il più forte opprimere il più debole,
le masse consideravano il brigante come il vindice dei torti che la
società loro infliggeva.
Ora i Borboni di Napoli, la cui colpa suprema fu non già la crudeltà,
come si ripete a torto, ma la paura, che nei regnanti è madre della
crudeltà, ed è peggiore di essa, non concepivano nemmeno che il popolo
potesse essere altra cosa fuori di quello che era. Molti provvedimenti
vollero per migliorarne le condizioni, nessuno per educarlo. Sentivano
che la loro fortuna era appunto nel disporre di una forza cieca da
scatenare contro le classi medie, tutte le volte che esse si mostravano
desiderose di ordinamenti nuovi.
Non solamente durante il 1799, ma durante la monarchia francese, ma
nel 1820, ma nel 1848, ma nel 1860, i Borboni ebbero il brigantaggio
come suprema difesa. Il brigantaggio era il modo di sfogare tutte le
vendette.
Era un'onda cui non si resisteva: secondata dai preti, fatta servire
alle passioni locali, inasprita da tutte le sofferenze, quest'onda
irrompeva terribile e devastatrice.
Passato il pericolo, restaurate le sue basi, la monarchia premiava i
più fortunati, i capi delle insurrezioni e perseguitava e sterminava
gli altri; tranne a ricominciare ove ne fosse il bisogno.
Così nella storia del brigantaggio, noi troviamo due forme distinte:
i briganti comuni erano o delinquenti desiderosi di far fortuna e di
sfogare i loro istinti, o poverissimi uomini spinti dalla fame e dalle
ingiustizie a mettersi contro la società.
Oltre di questo vi è stato un vero brigantaggio politico, che riunendo
gli elementi che già v'erano, e rivolgendosi alle masse e svegliando
istinti rivoluzionari, è stato sostegno della monarchia e da essa a
volta a volta creato e distrutto.
*
* *
Quando si parla di briganti si pensa subito a tutte le leggende che noi
abbiamo sentito ripetere: si pensa al trombone, al cappello a punta, ai
delitti terribili e alle grassazioni più spaventevoli.
Il brigante invece non era che un rivoltato: e fra i rivoltati vi
erano, come vi sono oggi, i sofferenti, gli idealisti e i perversi.
Bakounine ha detto che il brigante meridionale rappresenta il tipo del
perfetto anarchico. Se essere anarchico vuol dire soltanto mettersi
contro la società, apertamente, violentemente, i briganti erano
anarchici.
Quando si pensi alle descrizioni terribili che abbiamo lette o udite,
pare strano che anche i più feroci di essi erano religiosissimi. I
ladroni che seguivano il cardinal Ruffo, prima di mettere a sacco e
fuoco le città, di commettere ogni più terribile strage, ascoltavano la
messa. La vita di avventure va sempre unita a un fondo di misticismo:
ciascun brigante portava sul petto le sacre immagini, faceva doni alle
chiese e non mancava di recitare il rosario. Era una religione rozza
e primitiva credente in un Dio terribile, che qualche volta i banditi
invocavano perchè le loro operazioni riescissero.
Così tra i briganti troviamo i tipi più diversi, come le nature più
varie: accanto ai ladri e agli assassini, che costituivano il fondo del
malandrinaggio, uomini desiderosi di più umano vivere e qualche volta
perfino amanti di giustizia. Una giustizia rozza, quale poteva apparire
alla mente di uomini incolti e superstiziosi.
Il tipo più singolare, più interessante, direi quasi più leggendario
del brigantaggio meridionale è stato Angiolo Duca, conosciuto dal
popolo sotto il nome di _Angiolillo_.
Ancora qualche anno fa la storia si cantava sul molo di Napoli e
interessava e commoveva non meno di quella di Rinaldo di Montalbano.
Ciccio Zuccarino, che vende e tradisce _Angiolillo_, apparisce più
esecrabile di Gano di Maganza, il _Maganzese_, orrore del popolo
napoletano. I briganti che la letteratura tedesca ha vagheggiato, e
Karl Moor dei _Raüber_ di Schiller trovano il loro riflesso in Angelo
Duca, che fu filantropo anche nelle sue avventure brigantesche.
Contadino della terra di San Gregorio, Angelo Duca divenne bandito per
sfuggire all'ira di un barone, che volea vendicare un servo, cui Angelo
in rissa avea ucciso un cavallo. Vagò da prima con altri banditi: poi
formò una banda propria. Non ebbe mai grandissimo numero di compagni,
come già altri famosi prima di lui e quasi tutti erano delle terre di
Basilicata e di Salerno. Angelo un po' per abilità sua, un po' per la
disorganizzazione della giustizia in quel tempo, fu per parecchi mesi
padrone di larga zona e operò con buon successo non solo nel nord di
Basilicata, che fu il teatro delle sue gesta, ma nelle provincie di
Avellino e di Salerno e si spinse fino in Capitanata.
Non uccideva se non coloro che lo perseguitavano; non assaliva mai i
viandanti, nè ricorreva mai ai soliti espedienti di rubare di notte.
Preferiva chiedere apertamente ciò che gli era necessario: e tutti
davano per timore o per calcolo. Quando fermava sulle vie maestre i
ricchi viandanti divideva amabilmente, da uomo educato. E il danaro che
prendeva, solo in parte dava ai compagni suoi: il resto lo distribuiva
ai poveri, impiegava a scopi di bene, sopra tutto a dotare le zitelle.
Ogni brigante che volea durare a lungo dovea essere o mostrarsi
filantropo: ma _Angiolillo_ era sinceramente pietoso.
Un secolo prima di Angelo Duca anche il terribile abate Cesare usava
fare opere di pietà e dotava le fanciulle povere; e Peppe Mastrillo
— il brigante più leggendario — secondo un suo biografo consigliava
ai compagni di far la carità ai poveri e di difendere l'onore delle
zitelle.
Ma nessuno dei briganti nè prima, nè dopo ha avuto la filantropia larga
e disinteressata di Angelo Duca.
Quando entrava in un paese, e ciò gli accadeva di frequente, andava
subito dai più ricchi, si faceva dare il danaro che possedevano e lo
distribuiva ai poveri. Così fece a Calitri dove il più ricco era il
parroco.
Non amava che i ricchi godessero e i poveri soffrissero. Ad Ascoli in
casa di un ricco signore si faceva festa: egli vi andò, ma volle che
una parte dei cibi e molto danaro fossero distribuiti ai contadini,
Con dir se festa fa la signoria,
Anche alla povertà festa si dia.
Questi versi sono dei suoi biografi, che ne hanno raccontato in ottava
rima le gesta; come in versi (o strazio della rima!) è la _Bellissima
istoria_ che si cantava sino a pochi anni fa.
Non amava gli usurai e con essi era qualche volta crudele. Una volta
incontrò un pover uomo che era menato in prigione, perchè non avea
pagato l'usuraio. La moglie l'accompagnava piangendo e singhiozzando.
_Angiolillo_ liberò l'arrestato; si recò subito al paese dell'usuraio,
entrò nella casa di questi e lo atterrì dicendogli che l'usuraio è
peggiore del brigante. Il poeta gli mette in bocca le seguenti parole:
Il ladro ruba ed ha grande timore
. . . . . . . . . . . . .
Ma l'usuraio ruba francamente
E rende afflitta e misera la gente.
È inutile aggiungere che si fece dare dall'usuraio tutti i danari,
tutti i registri e tutte le obbligazioni. Distribuì i primi ai poveri
e bruciò il resto.
Sopra tutto non amava l'economia politica, poichè fissava i prezzi
a piacere. In un anno in cui in Puglia era grande carestia di grano,
Angelo seppe che un barone avea fatto grande incetta di frumento e avea
venduto sulla piazza di Genova 12 mila tomoli di grano a 37 carlini
il tomolo. Angiolillo non esitò un momento solo: andò dal barone e con
bel garbo si fece dare le chiavi dei depositi, dicendo che voleva egli
stesso occuparsi della vendita. Poi, secondo il poeta, fece dare il
bando....
.... a chi necessita lo grano,
Angelo vende a quindici carlini
cioè ad assai meno della metà. Il grano fu venduto in pochi giorni, e,
cosa abbastanza singolare, Angelo restituì fedelmente il ricavato della
vendita al barone.
Non amava confondersi con i delinquenti comuni, e quando poteva
arrestare i peggiori di essi lo faceva assai volentieri, e si occupava
perfino di consegnarli ai giudici.
Religiosissimo e accolto a braccia aperte, come un amico, dai frati
in tutti i conventi della regione, avea una strana propensione a
svaligiare i vescovi e i ricchi prelati; anzi si può dire che la sua
opera fu principalmente diretta contro di essi. Ma nemmeno in tali casi
amava essere scortese. Un vescovo avea 1000 zecchini; glie ne prese
500, dicendogli con profondo rispetto: — 500 vi bastano per il vostro
viaggio. — Un'altra volta incontrò un abate benedettino, che ne avea
2500: glie ne prese metà e di questa fece due parti: una per sè e per
i suoi compagni; dell'altra si servì, al solito, per dotar zitelle.
Questo desiderio di proteggere l'onore delle fanciulle non può essere
compreso da chi non abbia un concetto della prepotenza baronale e più
ancora di quella della ricca borghesia, che abusava delle fanciulle nel
modo più indegno che si possa immaginare.
_Angiolillo_ insegnava la morale non solo ai signori, ma anche ai preti
e ai vescovi.