Uno degli studi più interessanti sarebbe quello della distribuzione

territoriale del brigantaggio. Senza dubbio le condizioni geografiche

agivano sopra tutto; ma dopo di esse in prima linea le condizioni

economiche.

Le provincie che hanno più sofferto il brigantaggio sono state la

Basilicata e il Principato Citra, nella parte sua più povera; vengono

dopo alcune zone dell'Abbruzzo e della Calabria, nella parte ove il

concentramento della proprietà era maggiore. Ma dovunque le ragioni

sono identiche.

Le cause predisponenti del brigantaggio erano numerose: alcune sono

scomparse, qualcuna ancora permane.

La prima, la vera, la grande causa era la miseria.

Alla vigilia della rivoluzione francese, nel 1786, il reame di Napoli

aveva appena 4,800,000 abitanti. Ora il reddito del reame, in un'epoca

in cui le industrie erano scarse e pochi i commerci, era tenue: era un

reddito quasi esclusivamente agrario, quale potea venire da un paese

a cultura estensiva e in gran parte pastorale. L'intero reddito dei

feudi era calcolato a oltre 4 milioni di ducati, esenti da tributi e

i feudatari aveano innumerevoli diritti, l'uno più gravoso dell'altro

per i cittadini. Di oltre 2000 comuni appena 384 erano demaniali, cioè

dipendevano direttamente dal Re. Il numero dei famigli e dei dipendenti

dei baroni, che applicavano i diritti feudali senza scrupoli, era

eccessivo: eccessivo più ancora il numero delle pretese. Circa 10

milioni di ducati prendevano sotto ogni titolo gli ecclesiastici, e il

loro numero sommava a oltre centomila, cioè vi era un ecclesiastico

per meno di ogni 50 abitanti. Popolazione enorme e improduttiva,

non forse però più enorme di quello che sarà fra breve il numero dei

professionisti usciti dalle università, dei diplomati delle scuole

secondarie, spostati desiderosi di impieghi e quindi bisognosi di

mutazioni.

Quale poteva essere la vita del popolo? Una vita grama e stentata;

una vita di miserie e più ancora di depressione morale. In alcuni

feudi i baroni erano implacabili nel pretendere che il molino fosse

un loro monopolio; e il pane si cuoceva sotto la cenere ed era negato

ai contadini ciò che hanno anche le popolazioni più misere e meno

progredite.

«Il brigantaggio — conchiudeva tristamente l'on. Massari — diventa in

tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche

e secolari ingiustizie.»

Le genti dell'Italia meridionale, risultato delle mistioni di razze sì

varie, hanno forse da tanti incroci, forse più ancora dalla rapidità

loro nell'ideare, una vaga tendenza alla vita di avventure. Vi è, sopra

tutto nelle genti di Basilicata e di Calabria un senso di misticismo

inconscio, che invade l'anima popolare.

Non è il misticismo gentile e delicato, che penetrò l'anima di

Francesco d'Assisi: ma un misticismo rozzo e quasi selvaggio,

com'è quello che dovè albergare nell'anima di Gioacchino di Fiore,

_il calavrese abate Gioacchino_, che esercitò appunto il suo rude

apostolato nei monti di Basilicata e di Calabria.

In quelle aspre regioni ogni paese, ogni zona, ha il santuario lontano,

in cima ai monti; chiese perdute tra i boschi, o costruite su antiche

caverne, abitate da pellegrini o da santi. Si va ai santuari, dopo aver

digiunato, pregando per via, qualche volta con i fiori in cima alle

canne, gli umili fiori dei campi e dei boschi: molto spesso si va a

piedi nudi, salmodiando e orando. Lunghi cortei di uomini e di donne

salgono le erte faticose fino ai luoghi da cui si spazia l'orizzonte

lontano. Nei lunghi pellegrinaggi il misticismo si trasforma; diventa

qualche volta desiderio di avventure. Il pellegrino è ora più che non

si pensi il precursore dell'emigrante; in altri tempi era il precursore

del brigante. Nulla di più naturale che, nelle lunghe notti vegliate,

nelle lunghe vigilie, nell'incontrarsi con genti nuove, sorga un

bisogno di andar lontano e di espandersi. La terra maligna, che dà

la febbre e uccide, discaccia. La razza sabellica ama l'intrapresa e

l'ignoto; la Basilicata, che non ha la quarta parte della popolazione

di Toscana, manda fuori di Europa assai più del doppio di emigranti

all'anno. Senza dubbio la causa più profonda e più generale è la

miseria; ma io non oserei dire che non vi sia in molti casi un bisogno

di tentare e di cercare.

Ricordo, come se fosse ora, un vecchio contadino del mio paese tutto

bianco, ma diritto tuttavia come un abete delle montagne. Andava al

Brasile: non possedeva che cinque lire e il biglietto d'imbarco; non

sapeva leggere, non avea nessuna nozione dei paesi dove si recava.

Sapeva solo che altri della sua terra vi era stato. Gli chiesi da

qual parte fosse il Brasile: mi rispose solo che era lontano, assai

lontano che non si potea misurare quanta fosse la lontananza. E mi

accennò con la mano in aria, come per indicare qualche cosa di strano

e di indeterminabile. Quando gli domandai che cosa avrebbe fatto: —

E chi lo sa? — mi rispose con la profonda filosofia meridionale, così

piena di fatalismo e di tristezza; e non volle dire niente più. Avrebbe

lavorato, avrebbe goduta quella che gli pareva la grande ricchezza,

cioè mangiare fino alla sazietà, come a Natale, come a Pasqua; sarebbe

morto forse.

Le anime inquiete non potendo far meglio ora emigrano; allora l'unica

professione possibile per chi non volea rassegnarsi a una vita bestiale

era il brigantaggio.

Così si spiega che tra i briganti noi troviamo alcune figure di veri

idealisti, alcune anime pur nella loro rozzezza, e qualche volta nella

loro crudeltà, desiderose di giustizia e amorose del bene.

Ciò che qualche volta sorprende nell'Italia meridionale è vedere

nei contadini più rozzi alcune finezze di sentimento e qualche volta

anche fisicamente alcune figure le quali fanno pensare a razze nobili

decadute. In un paese, che è stato teatro di tutte le guerre, in un

paese che è stato per molti secoli la porta del Levante e in cui è

stata contesa la signoria del mare, mutamenti frequentissimi hanno

assai volte cambiata la condizione degli individui: sì che le nobili

stirpi sono precipitate più in basso. Non è raro vedere nei tratti di

un contadino qualche cosa che rivela un'antica grandezza, o l'abitudine

di una vita non servile e non povera.

I patologi dicono che la malaria sia causa predisponente dell'isterismo

e delle malattie nervose: certo traversando le zone malariche (sopra

tutto dove la malaria è meno grave e non prostra addirittura gli

individui) si notano subito le tendenze fantastiche degli abitanti, la

loro tendenza verso l'ignoto, il bisogno della vita di avventura.

Adesso si emigra; quando l'emigrazione non v'era, il desiderio

dell'ignoto produceva conseguenze ben diverse.

Altra causa che agevolava grandemente il brigantaggio era la mancanza

di strade. La popolazione, agglomerata in alcune province, quasi non

avea strade. Per molte miglia si percorreva una campagna in cui non

eran che sentieri mal sicuri e i trasporti per necessità eran lenti e

difficili.

La Basilicata, centro principale del brigantaggio, ai tempi di Carlo

III non avea quasi alcuna strada rotabile. La strada delle Calabrie

giungeva fino a Persano; nel 1792 era estesa fino a Lagonegro e solo

nel 1795 giungeva a Muro e nel 1797 ad Atella.

Ancora nel 1863, quando fu fatta l'inchiesta parlamentare sul

brigantaggio, sui 124 comuni della Basilicata 91 erano senza strade;

sui 108 della provincia di Catanzaro 92; sui 75 della provincia di

Teramo 60. Dei 1848 comuni del Napoletano 1321 mancavano di strade.

Or tutto ciò era necessariamente a profitto del brigantaggio;

internandosi nelle boscaglie, facendo periodiche comparse al piano, i

banditi resistevano facilmente alle persecuzioni più audaci.

Alcuni dei banditi facevan fortuna, e qualche volta ottenevan la grazia

e si ritiravano a vivere tranquillamente; ma nel grandissimo numero

perivano uccisi o traditi, o erano imprigionati.

Qualche volta i signori del paese, per timidità, o per desiderio di

guadagno, proteggevano i briganti; il più delle volte davano nelle

loro _masserie_, nelle case di campagna asilo e rifugio. Ai tempi

di Carlo III anche i conventi erano asilo securo; e Carlo dovè molti

abolirne per questa ragione che eran covo di malviventi. Nei piccoli

paesi le lotte eran frequenti, eran frequenti le lotte tra un paese e

l'altro: dove i comuni eran più divisi e quindi più aspre e più inique

le persecuzioni della parte perditrice, maggiori eran le cause che

determinavano gli individui meno tolleranti a darsi alla campagna,

come si diceva allora. La vendetta era una necessità e un dovere, e le

vendette eran lunghe e terribili.

Oh! la tristezza di una borgata meridionale, perduta nelle gole di

Basilicata o nelle asperità della Sila, una borgata, senza luce di

pensiero, senza blandizie dell'arte, senza la suprema poesia della

lotta in comune.

Anche nell'Italia centrale le lotte erano terribili nei piccoli

centri come nei grandi: _e quei che un muro ed una fossa serra_ si

tormentavano e si dilaniavano fra loro quando non dovean lottare

contro i vicini. Ma la relativa prosperità e la mitezza del clima

e la salubrità dei campi davano alla lotta un carattere più umano;

permettevano lo sviluppo delle forme libere dei comuni; determinavano

il bisogno dell'arte, davano carattere di epica grandezza anche alle

lotte delle fazioni della stessa città.

Ma la vita in un piccolo centro campestre dell'Italia meridionale

nell'interno della Basilicata o delle Calabrie! ma la vita in un

casolare dell'Appennino! ma la vita in un grosso borgo pugliese! La

malaria da una parte e i cattivi ordinamenti dall'altra inducevano

gli abitanti a vivere uniti; in una unione necessaria e forse per

questo più ingrata. Le case si aggruppavano miseramente fra loro,

e non v'erano, d'ordinario, che il castello del barone, la chiesa

e il convento che avessero un'aria meno misera. Impedite quasi le

comunicazioni o limitate ai paesi vicini, la vita trascorreva sempre

allo stesso modo; quando non era turbata da cataclismi violenti, come

le guerre. Assoluto il potere del feudatario e peggiore di esso quello

di coloro che lo rappresentavano, non era possibile al popolo nessuna

salute fuori della rivolta individuale. La religione, quando non era

una superstizione, avea il carattere dei luoghi: una religione dura e

paurosa, quasi crudele, mitigata solo dall'intervento del protettore —

un santo, per lo più patrono di un male grave e pronto più a punire che

ad amare, più a vendicare che a perdonare.

La violenza sessuale delle genti del Sud faceva il resto, e contribuiva

non poco a inasprire i rapporti. Si può dire che fra dieci persone che

si davano al brigantaggio tre o quattro almeno ricorrevano a un così

estremo passo solo per vendicare la violenza patita da una moglie, da

una figliuola o da una sorella.

Per spiegarsi alcune cose bisogna intendere quale violenza abbia

l'istinto carnale nelle genti del Sud. Per i contadini specialmente è

spesso l'unica forma in cui riescano a concepire l'ideale e ad avere

una ebrietà dello spirito. Così come il desiderio è violento, l'istinto

della proprietà è completo.

La donna infedele — sopra tutto se cede a una violenza — altrove non è

causa di disprezzo per il marito o per il padre. Fra i contadini del

Mezzogiorno vi è invece una parola che riunisce tutti gli insulti,

una parola che è pronunziata spessissimo, e che nella crudeltà sua è

peggiore della morte, ed è il nome che è dato al marito ingannato o

vittima. Che un uomo sia ladro, omicida o perverso e che tutte queste

cose gli siano rimproverate egli soffrirà sempre meno che sentendosi

insultare per colpa o per sventura della moglie.

Ho letto molte storie di briganti, ne ho sentite raccontare moltissime;

ho vissuto nei luoghi dove più vivi sono i ricordi; dovunque ho visto

le stesse cause agire allo stesso modo.

Nei piccoli centri il potere del feudatario o del borghese, del

funzionario o del padrone era usato non di rado per attirare le donne

dei contadini: quando non cedevano volontariamente erano persecuzioni

lunghissime ai mariti, ai fratelli, ai padri. Era il disonore sotto

altra forma; era la miseria; era la sopraffazione quotidiana.

Come resistere in una lotta così impari? Le nature deboli si avvilivano

e tolleravano; ma gli uomini risoluti si davano alla campagna, si

facevano briganti; si ribellavano insomma nella sola forma che era loro

possibile.

La suprema gioia di uccidere dopo aver sofferto l'oltraggio supremo;

la suprema gioia di vendicare e di vendicarsi dopo aver tanto penato,

tentavano anche le nature meno cattive. La religione avea indulgenze

per i forti; e ne aveano più ancora i funzionari dello Stato.

Il brigantaggio diventava un mezzo di salvezza e un mezzo di

riabilitazione. Al marito oltraggiato, all'uomo perseguitato rendeva

quasi sempre la stima del pubblico, qualche volta la tranquillità dello

spirito, la gioia di vivere.

Le persone _out laws_ hanno avuta sempre una certa attrazione: maggiore

essa dovea essere in una società, in cui le leggi erano pessime.

Il contadino che, dopo aver sofferto tutte le persecuzioni, si dava

alla campagna, prendeva qualche volta la sua rivincita nel modo più

assoluto: la donna che lo aveva rifiutato si dava spesso a lui, per

paura, o per amore, poichè sulle anime rozze la vita del brigante

esercitava una attrazione: coloro che lo aveano perseguitato o

cercavano riparo nella fuga, o si umiliavano venendo a patti; e quasi

sempre vedeva il suo prestigio rialzarsi. Poteva essere odiato, non mai

disprezzato — e in questa differenza è la causa non ultima del fàscino

che la campagna immensa esercitava sulle anime insofferenti.

Quasi tutto questo non fosse bastato, incitava al brigantaggio, come si

è detto, l'opera dei governi. Nei periodi in cui ne aveano bisogno per

sedare interne lotte, i governi ricorrevano ai briganti. E si videro i

maggiori fra questi diventare ricchi e potenti, occupare alti gradi e

imporsi agli uomini onesti; si videro mostri di crudeltà, come Mammone

e Fra Diavolo premiati dal re e trattati come amici.

Il vicereame spagnuolo avea fatto lo stesso; ma nessuno avea mai

osato ciò che fece Ferdinando IV e ciò che fecero dopo di lui i suoi

discendenti.

Nell'Italia meridionale esisteva ed esiste tuttavia un vero

proletariato agricolo; vi sono in ogni provincia molte migliaia di

persone che non possiedono che la loro forza di lavoro. I _cafoni_ di

Basilicata e di Calabria: i _terrazzani_ di Capitanata sono le forme

tipiche di classi la cui miseria e la cui incertezza del vivere sono

spesso a un livello che non potrebbe essere più basso.

Non avendo altra industria che la terra, queste masse, che per giunta

hanno assistito per un secolo alla usurpazione delle terre pubbliche,

che vi assistono tuttavia, non amano le classi medie. Non amavano

nemmeno l'aristocrazia; ma essa aveva almeno il prestigio del nome e

della tradizione.

Quando venne l'onor. Castagnola insieme alla Commissione d'inchiesta

sul brigantaggio giù nell'Italia meridionale, fu vivamente sorpreso di

quest'odio che esisteva tra possidenti e salariati, fra _galantuomini_

e _cafoni_, come si dice da noi, all'indomani stesso della rivoluzione

liberale del 1860.

Prima del 1860 quasi nessun contadino sapea leggere; un certo numero di

possidenti delle campagne ignorava persino le prime e più elementari

nozioni. Superstiziosissime, per razza e per natura avventurose,

abituate per secoli a vedere il più forte opprimere il più debole,

le masse consideravano il brigante come il vindice dei torti che la

società loro infliggeva.

Ora i Borboni di Napoli, la cui colpa suprema fu non già la crudeltà,

come si ripete a torto, ma la paura, che nei regnanti è madre della

crudeltà, ed è peggiore di essa, non concepivano nemmeno che il popolo

potesse essere altra cosa fuori di quello che era. Molti provvedimenti

vollero per migliorarne le condizioni, nessuno per educarlo. Sentivano

che la loro fortuna era appunto nel disporre di una forza cieca da

scatenare contro le classi medie, tutte le volte che esse si mostravano

desiderose di ordinamenti nuovi.

Non solamente durante il 1799, ma durante la monarchia francese, ma

nel 1820, ma nel 1848, ma nel 1860, i Borboni ebbero il brigantaggio

come suprema difesa. Il brigantaggio era il modo di sfogare tutte le

vendette.

Era un'onda cui non si resisteva: secondata dai preti, fatta servire

alle passioni locali, inasprita da tutte le sofferenze, quest'onda

irrompeva terribile e devastatrice.

Passato il pericolo, restaurate le sue basi, la monarchia premiava i

più fortunati, i capi delle insurrezioni e perseguitava e sterminava

gli altri; tranne a ricominciare ove ne fosse il bisogno.

Così nella storia del brigantaggio, noi troviamo due forme distinte:

i briganti comuni erano o delinquenti desiderosi di far fortuna e di

sfogare i loro istinti, o poverissimi uomini spinti dalla fame e dalle

ingiustizie a mettersi contro la società.

Oltre di questo vi è stato un vero brigantaggio politico, che riunendo

gli elementi che già v'erano, e rivolgendosi alle masse e svegliando

istinti rivoluzionari, è stato sostegno della monarchia e da essa a

volta a volta creato e distrutto.

*

* *

Quando si parla di briganti si pensa subito a tutte le leggende che noi

abbiamo sentito ripetere: si pensa al trombone, al cappello a punta, ai

delitti terribili e alle grassazioni più spaventevoli.

Il brigante invece non era che un rivoltato: e fra i rivoltati vi

erano, come vi sono oggi, i sofferenti, gli idealisti e i perversi.

Bakounine ha detto che il brigante meridionale rappresenta il tipo del

perfetto anarchico. Se essere anarchico vuol dire soltanto mettersi

contro la società, apertamente, violentemente, i briganti erano

anarchici.

Quando si pensi alle descrizioni terribili che abbiamo lette o udite,

pare strano che anche i più feroci di essi erano religiosissimi. I

ladroni che seguivano il cardinal Ruffo, prima di mettere a sacco e

fuoco le città, di commettere ogni più terribile strage, ascoltavano la

messa. La vita di avventure va sempre unita a un fondo di misticismo:

ciascun brigante portava sul petto le sacre immagini, faceva doni alle

chiese e non mancava di recitare il rosario. Era una religione rozza

e primitiva credente in un Dio terribile, che qualche volta i banditi

invocavano perchè le loro operazioni riescissero.

Così tra i briganti troviamo i tipi più diversi, come le nature più

varie: accanto ai ladri e agli assassini, che costituivano il fondo del

malandrinaggio, uomini desiderosi di più umano vivere e qualche volta

perfino amanti di giustizia. Una giustizia rozza, quale poteva apparire

alla mente di uomini incolti e superstiziosi.

Il tipo più singolare, più interessante, direi quasi più leggendario

del brigantaggio meridionale è stato Angiolo Duca, conosciuto dal

popolo sotto il nome di _Angiolillo_.

Ancora qualche anno fa la storia si cantava sul molo di Napoli e

interessava e commoveva non meno di quella di Rinaldo di Montalbano.

Ciccio Zuccarino, che vende e tradisce _Angiolillo_, apparisce più

esecrabile di Gano di Maganza, il _Maganzese_, orrore del popolo

napoletano. I briganti che la letteratura tedesca ha vagheggiato, e

Karl Moor dei _Raüber_ di Schiller trovano il loro riflesso in Angelo

Duca, che fu filantropo anche nelle sue avventure brigantesche.

Contadino della terra di San Gregorio, Angelo Duca divenne bandito per

sfuggire all'ira di un barone, che volea vendicare un servo, cui Angelo

in rissa avea ucciso un cavallo. Vagò da prima con altri banditi: poi

formò una banda propria. Non ebbe mai grandissimo numero di compagni,

come già altri famosi prima di lui e quasi tutti erano delle terre di

Basilicata e di Salerno. Angelo un po' per abilità sua, un po' per la

disorganizzazione della giustizia in quel tempo, fu per parecchi mesi

padrone di larga zona e operò con buon successo non solo nel nord di

Basilicata, che fu il teatro delle sue gesta, ma nelle provincie di

Avellino e di Salerno e si spinse fino in Capitanata.

Non uccideva se non coloro che lo perseguitavano; non assaliva mai i

viandanti, nè ricorreva mai ai soliti espedienti di rubare di notte.

Preferiva chiedere apertamente ciò che gli era necessario: e tutti

davano per timore o per calcolo. Quando fermava sulle vie maestre i

ricchi viandanti divideva amabilmente, da uomo educato. E il danaro che

prendeva, solo in parte dava ai compagni suoi: il resto lo distribuiva

ai poveri, impiegava a scopi di bene, sopra tutto a dotare le zitelle.

Ogni brigante che volea durare a lungo dovea essere o mostrarsi

filantropo: ma _Angiolillo_ era sinceramente pietoso.

Un secolo prima di Angelo Duca anche il terribile abate Cesare usava

fare opere di pietà e dotava le fanciulle povere; e Peppe Mastrillo

— il brigante più leggendario — secondo un suo biografo consigliava

ai compagni di far la carità ai poveri e di difendere l'onore delle

zitelle.

Ma nessuno dei briganti nè prima, nè dopo ha avuto la filantropia larga

e disinteressata di Angelo Duca.

Quando entrava in un paese, e ciò gli accadeva di frequente, andava

subito dai più ricchi, si faceva dare il danaro che possedevano e lo

distribuiva ai poveri. Così fece a Calitri dove il più ricco era il

parroco.

Non amava che i ricchi godessero e i poveri soffrissero. Ad Ascoli in

casa di un ricco signore si faceva festa: egli vi andò, ma volle che

una parte dei cibi e molto danaro fossero distribuiti ai contadini,

Con dir se festa fa la signoria,

Anche alla povertà festa si dia.

Questi versi sono dei suoi biografi, che ne hanno raccontato in ottava

rima le gesta; come in versi (o strazio della rima!) è la _Bellissima

istoria_ che si cantava sino a pochi anni fa.

Non amava gli usurai e con essi era qualche volta crudele. Una volta

incontrò un pover uomo che era menato in prigione, perchè non avea

pagato l'usuraio. La moglie l'accompagnava piangendo e singhiozzando.

_Angiolillo_ liberò l'arrestato; si recò subito al paese dell'usuraio,

entrò nella casa di questi e lo atterrì dicendogli che l'usuraio è

peggiore del brigante. Il poeta gli mette in bocca le seguenti parole:

Il ladro ruba ed ha grande timore

. . . . . . . . . . . . .

Ma l'usuraio ruba francamente

E rende afflitta e misera la gente.

È inutile aggiungere che si fece dare dall'usuraio tutti i danari,

tutti i registri e tutte le obbligazioni. Distribuì i primi ai poveri

e bruciò il resto.

Sopra tutto non amava l'economia politica, poichè fissava i prezzi

a piacere. In un anno in cui in Puglia era grande carestia di grano,

Angelo seppe che un barone avea fatto grande incetta di frumento e avea

venduto sulla piazza di Genova 12 mila tomoli di grano a 37 carlini

il tomolo. Angiolillo non esitò un momento solo: andò dal barone e con

bel garbo si fece dare le chiavi dei depositi, dicendo che voleva egli

stesso occuparsi della vendita. Poi, secondo il poeta, fece dare il

bando....

.... a chi necessita lo grano,

Angelo vende a quindici carlini

cioè ad assai meno della metà. Il grano fu venduto in pochi giorni, e,

cosa abbastanza singolare, Angelo restituì fedelmente il ricavato della

vendita al barone.

Non amava confondersi con i delinquenti comuni, e quando poteva

arrestare i peggiori di essi lo faceva assai volentieri, e si occupava

perfino di consegnarli ai giudici.

Religiosissimo e accolto a braccia aperte, come un amico, dai frati

in tutti i conventi della regione, avea una strana propensione a

svaligiare i vescovi e i ricchi prelati; anzi si può dire che la sua

opera fu principalmente diretta contro di essi. Ma nemmeno in tali casi

amava essere scortese. Un vescovo avea 1000 zecchini; glie ne prese

500, dicendogli con profondo rispetto: — 500 vi bastano per il vostro

viaggio. — Un'altra volta incontrò un abate benedettino, che ne avea

2500: glie ne prese metà e di questa fece due parti: una per sè e per

i suoi compagni; dell'altra si servì, al solito, per dotar zitelle.

Questo desiderio di proteggere l'onore delle fanciulle non può essere

compreso da chi non abbia un concetto della prepotenza baronale e più

ancora di quella della ricca borghesia, che abusava delle fanciulle nel

modo più indegno che si possa immaginare.

_Angiolillo_ insegnava la morale non solo ai signori, ma anche ai preti

e ai vescovi.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 1 Seconda serie - Storia · 第 4 / 9 段