sociale, nella universale pigrizia e gaiezza. La vecchia Italia era
poco laboriosa e allegra; sapeva asciugar presto le lagrime e non
conosceva quegli esaurimenti ereditari che hanno tanto incupito, dopo,
il carattere italiano. I proprietari abbandonavano le terre ai fattori
e ai coloni, non passavano in campagna che qualche mese di autunno, ma
non per sorvegliare i contadini in un lavoro di cui essi del resto non
sapevano nulla, ma per convitare gli amici e divertirsi; poi tornavano,
alle prime nebbie invernali, in città, a oziare tra il caffè, la
piazza, il salotto e il teatro. Un principio di rivolta contro questa
neghittosità si nota qua e là tra il 1830 e il 1848; ma sono voci
solitarie che ammoniscono un popolo di sordi. Nel 1845 si istituisce
a Ravenna una società di agricoltura, di cui fu presidente il conte
Pasolini; tra il 1840 e il 1848 si discusse molto in Toscana nella
Accademia dei Georgofili, e il Salvagnoli rimproverò aspramente ai
«possidenti di ogni classe» la loro «vita oziosa e improduttiva»[11];
anzi il marchese Cosimo Ridolfi volle dare un esempio, ritirandosi
sulle sue terre a istruire i contadini[12]. Proposito ed esempi
singoli, che non trovavano imitatori, mentre la classe media —
professionisti e impiegati — imitava l'ozio dei grandi, lavorando
dolcemente, attendendo soprattutto al teatro, al giuoco del pallone o
del biliardo. Il popolino degli artigiani applicava per conto suo un
regime igienico di lavoro, senza intervento di ispettori governativi e
di leggi sociali, ribellandosi a ogni disciplina rigorosa di lavoro,
prolungando al lunedì le baldorie della domenica, osservando tutte
le feste sacre e profane.... Innumerevoli erano del resto le feste
di rito, quelle in cui i lavoranti riposavano, i mercanti chiudevano
bottega, gli impiegati e gli scolari restavano a casa: tutti i momenti
interveniva dal cielo qualche santo o santa a concedere per un giorno
amnistia da quella pena del lavoro, a cui Dio condannò l'uomo nel
paradiso terrestre. Forse solo la Turchia può oggi esser paragonata
alla vecchia Italia, come società in cui le feste si seguano fitte,
e in cui la vacanza sia una delle istituzioni cardinali dello Stato.
L'ozio infine era tanto considerato come la condizione regolare della
vita, che la vecchia Italia tollerava con indifferenza torme immense
di mendicanti. L'elemosina era, nella vecchia Italia, una istituzione
sociale organizzata da usi e leggi nelle case dei ricchi, nei conventi
e nel governo, in grazia della quale prosperava un numerosissimo ceto
di mendicanti. Nelle grandi città, nelle medie, nelle piccole, nelle
grosse borgate di campagna vivevano torme di proletari oziosi, senza
terra, senza arte, senza volontà di lavorare; vagabondi un poco per
necessità, un poco per elezione; che si facevano nutrire e vestire dai
ricchi, dai conventi e dal governo; che si aiutavano con furtarelli e
professioni immonde, quali il lenocinio e la prostituzione[13]: torme
superstiziose e violente che i governi accarezzavano e fustigavano, che
a più riprese aizzarono sui novatori: vero semenzaio di criminali, che
provvedeva il miglior personale alle bande di briganti, numerosissime e
audacissime nelle campagne di quasi tutta Italia; e alle associazioni
di malfattori, a volte, come la camorra, potentissime nelle città.
Questa miseria oziosa, palude di abiezione che la nuova Italia, riescì
in parte a prosciugare, non pareva ai vecchi governi dovesse esser
curata, cercando di indurre quei vagabondi al lavoro; essi si credevano
invece tenuti a sovvenir loro con le elemosine, a incoraggiarne cioè le
inclinazioni all'ozio.
Tempi bizzarri! Perfino le ferrovie, che proprio in quei tempi
cominciarono a comparire in Italia, non furono, prima del 1848 e
specialmente nel regno delle Due Sicilie, che un pretesto di elemosine
al popolino. Pochi fatti possono far meglio capire la natura di quei
vecchi governi e mostrare come da un paese all'altro si possa falsare
il carattere di una istituzione, che l'amministrazione delle ferrovie
borboniche prima del 1848, e il modo con cui esse furon ridotte a
esser quasi una succursale dei conventi e un pretesto per distribuire
zuppe al popolo. La prima linea di ferrovie, la Napoli-Torre Annunziata
risale al 1840: da questo anno al 1848 si costruirono in Italia solo
223 chilometri di ferrovie, di cui 113 nel regno delle Due Sicilie,
45 in Lombardia e 65 in Toscana. La vecchia Italia diffidava delle
ferrovie; Ferdinando II le considerava come funeste al popolino, cui
avrebbero rincarato il vivere, promuovendo l'esportazione dei generi
agrari; il governo pontificio resistè lungamente a ogni proposta di
costruzione. I pochi chilometri costruiti nel regno delle Due Sicilie,
erano come un giuocattolo per divertire il popolino: consistevano
di poche linee nei dintorni di Napoli, di cui una, quella da Napoli
a Caserta, congiungeva le due reggie e serviva soprattutto alla
corte; le altre erano usate dal popolino specialmente per scampagnate
domenicali. In conseguenza, l'amministrazione si era data cura di
togliere dal divertimento le occasioni di scandalo: tutte le stazioni
erano provviste di una cappella; per espressa volontà di Ferdinando
II non si ammettevano tunnels, i _pertusi_, come egli diceva, perchè
immorali; nelle terze classi i viaggiatori in _giacca e coppola_,
quelli cioè che avevano il cappello e la giacca, godevano di un
ribasso negato agli scamiciati, allo scopo di far viaggiare il popolino
vestito decentemente. La stazione era una specie di fôro, dove il re,
al partire o arrivando, dava udienza al popolo. Gli impiegati delle
ferrovie erano tenuti in conto di sudditi fedelissimi; formavano una
aristocrazia tra la plebe napoletana, distinta con un segno di favore
speciale dalla Corte e dal Governo. Non i bisogni del servizio o la
capacità, ma la protezione di persone potenti faceva ammettere tra quel
personale; mancavano i ruoli dei funzionari; accanto agli ordinari
si ammettevano indefinitamente i _soprannumeri_, accanto a questi
gli _aspiranti al soprannumerato_. Il re li considerava come i suoi
protetti e beniamini, ai cui capricci più fanciulleschi qualche volta,
nei momenti di buonumore, amava piegarsi. Una volta i capisquadra
della officina dei veicoli gli chiesero che concedesse a ogni squadra
di costruire a piacere un vagone, perchè si impegnasse una gara di
immaginazione e di abilità tra le varie squadre; avendo il re accolta
la domanda e dato il denaro, questi operai si baloccarono per diversi
anni a fabbricare vagoni di forme strane, di cui uno era ancor in
uso dopo il 1860, tutto noce e ferri cesellati, con i propulsori che
uscivano da gole di leoni. Così uno dei trovati più rivoluzionari del
secolo diveniva per quei governi un balocco buono per trastullare il
popolo[14].
*
* *
Ecco adunque chiaro che la opera vera della rivoluzione italiana
fu di convertire una società dove tutto era tradizionale, in una
società dove tutto fu instabile e mutevolissimo. È stato perciò un
grande errore credere che la rivoluzione cominciata nel 1848 e finita
nel 1870 sia stata solamente una rivoluzione nazionale; mentre il
suo vero merito, quanto essa conteneva di pericoli e di possibilità
future di grandezza, fu piuttosto nell'essere stata una rivoluzione
antinazionale, che snazionalizzò il carattere della società nostra
da quello che era stato negli ultimi due secoli. La rivoluzione fu
nazionale in parte, in quanto si adoperò a rovesciare la signoria
austriaca; ma in quanto si adoperò contro gli altri governi essa fu
rivoluzione antinazionale. I governi della vecchia Italia erano per
certe parti assai cattivi, ma non si può negare che fossero prettamente
italiani, che rappresentassero tradizioni sociali e una forma di
governo tutta nostra, che cercassero di conservare incontaminate la
lingua e la coltura italiana. Come abbiamo visto, faceva parte dei
loro stessi disegni di conservazione sociale l'avversione contro le
istituzioni, le idee e le invenzioni quasi tutte straniere, che formano
la civiltà moderna. La gloria appunto della rivoluzione italiana fu di
aver rotto in guerra contro la tradizione locale, di aver parteggiato
per istituzioni, idee e costumi forestieri; per le diverse filosofie
razionaliste contro i rammodernamenti della scolastica tradizionali
nelle scuole delle vecchia Italia; per il romanticismo contro il
classicismo; per le ferrovie, la grande industria e la vita a larghi
consumi, contro il modesto sempre eguale e ozioso vivere della vecchia
Italia. La società della vecchia Italia, pur essendo prettamente
italiana, si era mummificata, aveva ridotta la sua esistenza a una
eterna e vuota ripetizione; come avrebbe potuto l'Italia rinascere e
rivivere, se quella vecchia società non cadeva? Aver cominciato questa
opera necessaria di distruzione è stata la gloria dei rivoluzionari
del 1848. Lo so: questa rivoluzione fu compiuta in modo ben doloroso e
con terribili sprechi e turbamenti di tutte le cose; ma è meglio si sia
fatta così che se non si fosse fatta. I popoli hanno bisogno, di tempo
in tempo, di questi rivolgimenti di istituzioni, costumi ed idee che
rinnuovano il loro carattere. Come la _merry England_ del secolo XVI è
diventata la melanconica e puritana Inghilterra del XIX; come l'Italia
del 500 non è più quella del 300, così l'Italia del secolo XX non dovrà
esser più quella della prima metà del nostro secolo.
La vecchia Italia, ignorante, allegra e pigra non è più; l'Italia vuol
farsi più laboriosa, più colta, più seria; più consapevole dei fini
supremi della vita. Purtroppo noi siamo ancora lontani dal profondo e
soave riposo del rinnovamento compiuto; noi siamo esausti dal sostenere
l'immensa fatica del rinnovamento in via di farsi dentro di noi. Chi
riconoscerebbe più nell'Italia contemporanea l'Italia grassa e gaia
e triviale, la pingue comare che sino al 1848 divertì con i suoi
carnevali l'Europa? La pingue comare è diventata esile come una santa
dedita a discipline estenuanti. La terribile fatica la ha consunta;
le sue mani si sono fatte diafane; le sue guancie si sono infossate, i
suoi occhi scintillan di febbre, il suo spirito esausto è tormentato di
tempo in tempo da allucinazioni terribili; il suo corpo da piccole ma
dolorose convulsioni periodiche. È la prova da cui essa potrà uscire
a una condizione superiore di salute, se non si avvilirà sotto la
sofferenza presente e se saprà espiare utilmente gli errori passati.
IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE DURANTE IL REGIME BORBONICO
CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI.[15]
L'anno scorso, in luglio, io ero a Strasburgo, nella solenne città dei
Nibelunghi, sacra pur nella leggenda al dissidio e alla guerra.
E, nella gentile ospitalità della famiglia di uno scienziato tedesco,
si discuteva la sera della Germania e dell'Italia, dello stato sociale
dei due paesi e di scienza e d'arte. Per quella strana curiosità che
i paesi del sole svegliano sempre nelle genti del Nord, le fanciulle
sopra tutto non mi chiedevano che del Mezzodì.
— Che nome ha la terra in cui siete nato? — mi chiese di un tratto la
vecchia padrona di casa, che nei suoi giovani anni (una giovinezza che
cominciava già a declinare alla caduta del potere temporale dei papi)
era stata nel Mezzogiorno d'Italia.
— Sono di Napoli, — risposi.
— Proprio di Napoli?
— No, di una terra ancora più meridionale, della Basilicata. —
La mia provincia, sopra tutto da quando ha il nome attuale, ha una
storia di assai mediocre interesse per la civiltà. Mi accorsi che il
nome riesciva nuovo e volli precisare.
— È una terra — io dissi — molto grande, grande la terza parte del
Belgio, grande più del Montenegro; non ha città fiorenti, nè industrie.
La campagna è triste e gli abitanti sono poveri. È bagnata da due mari
e l'uno e l'altro hanno costiere assai malinconiche; dintorno ha le
Puglie, i Principati e le Calabrie.
I nomi di queste terre dovettero produrre una certa impressione; poichè
la mia interlocutrice non mi fece quasi finire.
— Il vostro, — mi disse — se è tra la Calabria e le Puglie, deve essere
il paese dei briganti. —
E allora fu dintorno un movimento di curiosità viva; come sono? li
avete conosciuti? vestono ancora come nelle vecchie stampe? Le domande
mi piovevano d'ogni parte; e la figliuola gentile del mio ospite, che
così bionda e bella e solenne parea Elsa, insisteva più delle altre: —
Raccontate, raccontate le storie del vostro paese. —
Io rimasi come interdetto: che cosa dovevo dire? Vi era tanta ingenua
e tanta simpatica curiosità, che non avevo ragione di offendermi.
Protestai timidamente: dissi che i briganti sono oramai nella leggenda,
come i cappelli a punta e i fucili a tromba. Credettero che io
non avessi voluto dire per pregiudizio o per prudenza; e gli occhi
continuarono a fissarmi con curiosità incredula.
Io non prevedevo, o signore, o signori, che sarei venuto dopo meno di
un anno, dinanzi a voi a parlare non dirò delle storie, ma di uno dei
lati più interessanti della storia del mio paese.
E questa volta posso parlarne senza rancore, senza vergogna; poichè a
voi posso dire di più, e voi potete intender meglio.
Noi ci conosciamo così poco in Italia, che di ciò che è la parte
fondamentale della storia del nostro paese abbiamo nozioni e criteri
spesso contrari alla realtà.
Il brigantaggio meridionale, ancora per il maggior numero degli
italiani è circondato di leggende e di misteri paurosi. Sarò molto
fortunato se mi sarà dato esaminare senza prevenzioni un fenomeno che
attende ancora il suo storico — e intorno a cui si sono accumulati gli
errori più strani e le credenze più assurde.
Ogni parte d'Italia, oserei dire ogni parte di Europa, ha avuto banditi
e malviventi, che in periodi di guerra o di sventure hanno dominata
la campagna e si son messi fuori della legge. Si può dire anzi che, in
alcuni paesi dell'Europa centrale, il brigantaggio sia stato per secoli
una vera istituzione: e i banditi della Germania, che i romantici hanno
troppo spesso idealizzato, in brutalità e in ferocia hanno segnato
pagine assai più sanguinose delle nostre.
I masnadieri tedeschi, che l'individualismo romantico e il favore
della leggenda circondarono di simpatia erano spesso veri malviventi;
molti dei briganti meridionali, che ebbero nella loro condotta un lato
cavalleresco, o per lo meno non furono rozzi delinquenti, non trovarono
invece poeti o romanzieri che avessero saputo appropriarsi il lato
ideale della leggenda. Nè gli storici e gli statisti penetrarono spesso
le cause di tanto male.
Ma vi è stato un paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si
può dire sempre e non è finito se non ai giorni nostri; un paese dove
il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso
fiume di sangue e di odî, cui sono affluiti tutti i rivoli del dolore,
della ingiustizia, e della delinquenza; vi è stato un paese in cui per
secoli una monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come
un agente storico di grande importanza: questo paese è l'Italia del
Mezzodì.
Per quanto io sappia, anche le monarchie più potenti non sono riescite
a estirpare del tutto il brigantaggio dal reame di Napoli. Tante volte
distrutto, tante volte risorgeva; e risorgeva spesso più poderoso. Il
sangue genera il sangue — e spesso più la repressione era feroce, più
grande rinasceva il male. Come le cause non erano distrutte, nè si
poteva, ogni repressione era vana.
Così vediamo in tempi assai vicini a noi i briganti riunirsi in bande
numerose, formare dei veri eserciti, entrare nelle città, spesso
trionfalmente, imporre al Governo patti vergognosi; vediamo intere
città distrutte dai briganti e questi spingersi non di rado fin sotto
le mura della capitale.
Ancora adesso percorrendo le terre ove più il malandrinaggio e il
brigantaggio hanno celebrato i loro fasti, ci accorgiamo subito che
non solo la leggenda è viva, ma che non sono morti i sentimenti che
generarono il male. Per le plebi meridionali il brigante fu assai
spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia
stessa. Le rivolte dei briganti, conscenti o inconscenti, nel maggior
numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte
proletarie.
Ciò spiega quello che ad altri e a me è accaduto tante volte di
constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai
spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con
ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più
recenti imitatori.
Non ho mai visto in mano a un contadino un libro popolare sull'unità
italiana: ho visto spesso, insieme ai _Reali di Francia_, la rapsodia
dell'abate Cesare e la _Bellissima istoria_ di Angiolillo, e tuttavia
il dramma di Peppe Mastrilli appassiona ed esalta le menti.
Ancora adesso, nelle lunghe sere d'inverno, nelle notti vegliate, nelle
soste del lavoro, trasformate e ingigantite dalla leggenda si ripetono
con compiacenza le storie dei briganti.
È tutto questo un male? Io non vorrei dire e non saprei.
Le cause che hanno prodotto per tanti secoli il brigantaggio non sono
ancora del tutto rimosse — e il male è che esistano, non che esistendo
operino e, scomparso il brigantaggio, producano effetti di altra
natura, ma sempre egualmente dolorosi.
*
* *
Si può dire che, durante tutto il vicereame spagnuolo e il regno dei
Borboni il brigantaggio sia stato una delle parti più interessanti, se
non la più interessante della storia meridionale.
Era il più delle volte un vero malandrinaggio: contadini affamati,
o perseguitati dalla così detta giustizia baronale, si riunivano in
bande, sceglievano un capo più intelligente o più feroce, e si davano,
come si diceva allora, alla campagna, per rubare e per uccidere. Se
i capi erano il più delle volte persone nate a delinquere, i gregari,
gli oscuri erano sofferenti, che avean torti da vendicare, o contadini
ridotti a una vita quasi bestiale, e che desideravano, per qualche anno
almeno, saziare la fame e vendicare le offese.
E tutto incitava al brigantaggio. Ancora adesso in Basilicata o
in Calabria, in Abbruzzo o nel Cilento, percorrendo la campagna
tristissima, ove alcune croci sorgono a ricordare ai passanti antichi
misfatti, la natura dei luoghi ci spiega in gran parte ciò che è
accaduto.
I paesi sono messi in alto sui monti, al riparo dalla malaria e dai
malviventi. I torrenti non arginati, le boscaglie nane e piene di
sterpi, la mancanza quasi assoluta di case non possono essere che
condizioni predisponenti al male.
Se pensate a ciò che è stata la feudalità nell'Italia meridionale,
come vi si sia radicata per secoli, e come, mutate le forme, in qualche
provincia duri tuttavia, vi spiegherete lo svolgersi e l'espandersi del
brigantaggio. Ma nulla vi contribuì di più della immoralità profonda
della dominazione spagnuola, durata per sì lungo volgere di tempo.
I baroni prepotenti erano attorniati da tal gente ed esercitavano
giustizia in tal modo, che dovevano eccitare alla rivolta anche gli
spiriti più miti. Essere _inquisito_, cioè aver commesso dei reati,
essere ciò che noi diremmo un criminale, era un requisito quasi
indispensabile per essere ammesso al servizio di un barone. Mancava
ogni fede pubblica e privata; le università che con grandi sforzi
riescivano a riscattarsi erano rivendute dagli stessi sovrani che
davano l'esempio della disonestà. In alcuni casi e non rari i baroni
stessi partecipavano al brigantaggio e lo proteggevano, sia per misura
di difesa, sia per desiderio di guadagno. Or le classi povere, che
non avevano nessuna fede nella giustizia, che in alcuni luoghi doveano
sostenere una lotta impari contro la perfidia della natura da una parte
e i cattivi ordinamenti sociali dall'altra, non doveano nè poteano
avere verso i banditi, cioè verso coloro che si mettevano in lotta
aperta con la società, alcun sentimento di avversione.
Come accade in tutti i periodi di violenza, in tutti i periodi di
anarchia, gli elementi peggiori prevalevano e dominavano; in una
società in cui la violenza e la ferocia eran mezzi di lotta, le nature
più perverse s'imponevano. Così in epoca più vicina a noi fra Diavolo
e Mammone, Parafante e Taccone, mostri di crudeltà prevalgono sugli
altri; ma non tutti coloro che li seguivano erano crudeli e feroci allo
stesso grado, nè tutti erano usciti dal consorzio civile per causa di
misfatti e di violenze.
Quando un contadino vedeva un suo pari mettersi contro le leggi e
quindi non soffrire più la fame e salire qualche volta in potenza
e trattare coi grandi della terra e averne onori, dovea ben sentire
qualche invidia. Che importa il pericolo? Il pericolo ha anch'esso le
sue attrattive, e un anno di vita vissuta bene, vale agli occhi delle
nature più impazienti e più vive assai più di una lunga vita vissuta
male.
Durante la dominazione spagnuola, nel 1559, è stato possibile a un
bandito famoso, a _Re Marcone_, andare realmente a prender possesso
della città di Cotrone e battere le truppe regolari. Alla fine del
secolo decimosesto Benedetto Mangone, Marco Sciarra e Battinello
erano i veri arbitri di alcune province. E non poche volte si videro i
briganti spingersi in gran numero fin sotto le mura di Napoli, bloccare
la capitale e mettere in pericolo la sicurezza del governo.
Anche prima i banditi erano stati molte volte una forza politica di cui
i sovrani si erano serviti contro i baroni e i baroni contro i sovrani.
Ma, durante la dominazione spagnuola, cioè per più di due secoli, non
vi è stata guerra combattuta con le forze interne del Regno, in cui una
delle parti nemiche non abbia adoperato i banditi.
Province intere, per secoli, furono al di fuori di ogni legge, sotto
la dominazione diretta o indiretta dei banditi, sotto la persecuzione
di un ordine feudale, che era tanto più esigente in quanto i baroni
solevano vivere in città.
Il brigantaggio era una gran forza da usare negli estremi perigli:
i Borboni che con Carlo III aveano cercato fiaccarlo se ne valsero
più tardi per riconquistare il reame e per tenere a freno, per
sessant'anni, le classi ricche o colte.
La storia dei Borboni, dopo Carlo III, è anzi strettamente legata
a quella del brigantaggio. Furono i briganti che a Ferdinando IV
riconquistarono il reame nel 1799; furono essi che tentarono, durante
la dominazione francese, di riconquistarlo una seconda volta e che
più tardi furono adoperati, e non in una sola occasione, contro la
borghesia aspirante a riforme politiche, o malcontenta.
Per la prima volta forse nel mondo civile passando sopra ogni legge
morale, i Borboni osarono scegliere come cooperatori i banditi più
infami: alcune belve crudelissime ebbero grado di colonnello o di
generale, titolo di marchese o di duca e laute pensioni, come se
fossero vecchi e gloriosi generali; ebbero l'amicizia del sovrano e
attestati di pubblica stima. È una non interrotta serie di fatti di
tale natura, che va dai mostri della reazione del 1799 a Giosafat
Talarico e ancora più tardi ai tentativi di reazione posteriori al
1860.
Io non credo che la lotta di classe sia base della vita sociale dei
popoli; non credo che sia metodo di trasformazione; non credo che dal
bandire e dal propagare questa lotta potrà uscire la pace.
Ma se un governo si è mai basato sul dissidio delle classi, è stato
il governo dei Borboni di Napoli. L'aristocrazia e la borghesia
liberale, entrambe scontente, hanno avuto per un secolo sospesa sul
capo la minaccia di rivolte proletarie a servizio della monarchia. Ne
fu tutta colpa loro, ma delle circostanze storiche; poichè non bisogna
mai dimenticare che i Borboni vennero a Napoli animati da spirito di
riforme e che essi e i loro ministri, per sessanta anni almeno, non
fecero che nimicarsi l'aristocrazia e il clero, poichè ne limitarono la
potenza. La rivoluzione del 1799 appare appunto composta degli elementi
più vari: ed erano in essa numerosi ecclesiastici e moltissimi nobili,
che alla monarchia centralizzata preferivano qualsiasi altro regime.
In Italia la feudalità non ha avuto forse mai salde radici; solo a
Napoli e in Sicilia è stata potente, e le sue tradizioni sono tuttora
vive. Trapiantata dai Normanni in tutto il suo vigore, ha trovato,
per espandersi e per durare, tutte le condizioni favorevoli. La tenue
densità della popolazione, una larga superficie malarica che impediva
e impedisce la popolazione sparsa e l'accumula solo in alcuni luoghi,
il debole sviluppo degli scambi determinavano l'esistenza e la potenza
della feudalità.
D'altra parte faceva riscontro una borghesia, nata non già dal traffico
e dalla industria, ma da tre funzioni che la rendevano ugualmente
odiosa al popolo: l'intermediarismo agrario, il piccolo commercio del
danaro, le professioni liberali e sopra tutto l'avvocatura.
L'intermediario della terra non era un coltivatore, ma aveva il più
delle volte una funzione puramente parassitaria; agente del barone o
del signore, che viveva in città, cercava di arricchire sui fitti brevi
e più avea bisogno di vivere (non dirò di arricchire) più incrudiva
sui coltivatori. Il piccolo commercio del danaro, che dava all'usura
agricola forme forse non più viste altrove, dura tuttavia ed è stata
origine assai frequente di arricchimento. Infine l'avvocatura, sempre
disposta a dimostrare le ragioni del più forte, sempre difenditrice
delle usurpazioni delle terre popolari, abilissima nei sotterfugi,
toglieva alla classe intermedia ogni fiducia. Il Colletta chiamò
l'avvocatura peste del reame di Napoli; e lo storico illustre delle
finanze napoletane, Ludovico Bianchini, riconosce che per secoli
essa in ogni occasione si mostrò sempre pronta a sostenere la cattiva
disciplina di governo.
Rappresentava e rappresenta forse tuttavia la parte più attiva,
più intraprendente, più audace: ma era ed è senza dubbio causa di
dissoluzione e di corruzione, rendendo più difficili i rapporti sociali
e corrompendo in ogni guisa tutte le magistrature. Il parlamentarismo
anzi, piuttosto che mitigare il male l'ha esacerbato, annullando ogni
dignità della magistratura e creando il tipo infame dell'avvocato
politico, che in passato non esisteva e non poteva esistere.