Anche i bisogni erano molto meno numerosi. Pochissimi i giornali; pochi

i libri e letti solo da un piccol numero; rari i viaggi. Nè ferrovie

nè tranvai. I signori avevano le ville per l'estate nei pressi della

città stessa dove abitavano. Le alpi non erano state ancora inventate;

pochi i luoghi di bagnature celebri, poche le acque e famose per una

reputazione di secoli. Non esistevano ancora le macchine da cucire,

le biciclette, il gaz illuminante, il petrolio; non si conoscevano

ancora gli innumerevoli prodotti chimici, quei surrogati e quelle

falsificazioni, che hanno poi tanto complicata e popolata di insidie la

nostra esistenza. Un uomo si faceva fare il ritratto, forse una sola

volta durante tutta la sua vita. Il vivere insomma era più semplice

e rozzo, ma anche più schietto; i divertimenti erano pochi di numero,

lo _sport_ ancora in fasce; le abitudini dei figli ripetevano quelle

dei padri, che a lor volta avevano ereditate quelle dei nonni. Una

generazione passava, prima che un nuovo bisogno si fissasse nelle

abitudini di tutti; lo spirito della tradizione reggeva la famiglia e

la vita privata, come il governo dello Stato.

Non crediate che, riferendosi a cose così umili, queste considerazioni

siano futili. Esse hanno invece una importanza capitale: perchè la

differenza essenziale tra la vecchia Europa e la nuova, tra la vecchia

e la nuova Italia, il mutamento essenziale da cui derivarono gli

altri fu proprio questo: che nella vecchia Europa ed in Italia vigeva

un tenor di vita semplice, con bisogni sempre eguali o lentamente

crescenti; nella nuova, un tenor di vita con bisogni crescenti

indefinitamente e rapidamente. Un governo unitario ha potuto alla fine

costituirsi in Italia, perchè trovò un sostegno in questa nuova maniera

di vivere, divenuta comune nel popolo dopo il 1860; mentre gli antichi

governi avevano capito che non avrebbero potuto reggersi a lungo, se le

antiche forme del vivere, semplici e parsimoniose, sparivano; e avevano

in vari modi cercato di salvare i loro popoli dalla seduzione della

nuova civiltà, che prosperava in Inghilterra e in Francia.

Molti furono i mezzi; primo tra tutti, la oppressione della classe

che sola poteva farsi veicolo della nuova civiltà forestiera, la

borghesia istruita; oppressione esercitata per mezzo di una curiosa

alleanza della aristocrazia e del popolino. I re si fecero i tutori

della canaglia; l'aristocrazia, che rappresentava la ricchezza

fondata sulla proprietà della terra, la devozione alla Chiesa e alla

monarchia assoluta, l'orgoglio gentilizio che vuol sovrastare alle

capacità personali, prese a proteggere l'infimo popolino, a mantenerlo

grasso e ignorante. Madre per la plebe, la monarchia aristocratica

era invece matrigna per il ceto medio; che essa cercava di umiliare

in ogni modo, impedendogli di crescere, di imparare, di arricchire;

consentendogli appena di vivacchiare oscuramente, con l'elemosina di

magri impiegucci o con l'esercizio di professioni, ma a condizione di

andare a messa e di esser fedele al re: permettendogli al più di darsi

a studi punto malsani e pericolosi, come decifrare iscrizioni latine o

annotare vecchi testi di lingua. A elaborare questo disegno bizzarro

di una società aristocratica e plebea, fanaticamente conservatrice

in ogni cosa, più che ad altro, hanno faticato, nei diciotto anni

che precedettero il 1848, gli Stati italiani, dall'Austria a quel

Ferdinando II, tipo curioso di re ingegnoso e ignorante, abile e

ingenuo, che ha impersonato forse meglio di ogni altro sovrano questa

idea dello stato monarchico lazzaronesco.

Quei 18 anni furono infatti il momento della suprema fatica, per i

governi della vecchia Italia. Correvano i tempi in cui cominciavano

a fiorire in Inghilterra e in Francia i nuovi commerci e la nuova

industria meccanica, che hanno contribuito tanto a convertire l'antico

tenor di vita modesto e tradizionale, nel nuovo, sibaritico e con

bisogni sempre più numerosi; che hanno mutato l'antico assetto

delle fortune, rese labili tutte le ricchezze, ridotta l'essenza

della società moderna a un divenire continuo. Per queste ragioni

gli antichi governi, soprattutto l'impero d'Austria e il regno

delle Due Sicilie, si adoperarono a strozzare in culla le nuove

industrie e i nuovi commerci. Non era lecito aprire un opificio senza

permesso speciale del governo; ma le formalità erano tante, tante le

condizioni, le restrizioni, i rinvii, le diffidenze e le cautele delle

amministrazioni, che introdurre una industria nuova era quasi così

difficile come costituire una società segreta. Inoltre, come sempre

succede, la legislazione improntava di sè il sentimento pubblico, il

quale era portato a riguardare con diffidenza ogni impresa industriale.

Così in Lombardia si notano, sino al 1848, solamente progressi

agricoli, nella coltivazione del gelso, ad esempio; ma nessun progresso

industriale[2]. Ancor più ostinata fu la resistenza del governo

borbonico, che durò sino all'ultimo; onde le concessioni industriali

di quegli anni si possono contare tanto sono poche; e qualche volta

sono motivate con ragioni bizzarre, che mostrano l'intima natura di

quel governo; come quel permesso dato al marchese Patrizi, nel 1858,

di costruire due molini sul Sebeto, ma a condizione di far dire un

certo numero di messe in suffragio delle anime dei terrazzani. E la

concessione era data, dice espressamente il decreto, «avuto riguardo ai

vantaggi spirituali degli abitanti di quella pianura»[3].

Dallo stesso ordine di idee nasceva la politica doganale della vecchia

Italia, anche essa uno dei tanti processi di pietrificazione applicati

alla società italiana. A differenza dell'Italia contemporanea, gli

Stati italiani di prima del 1848 fecero libera la importazione del

grano; o la tassarono di diritti minimi, imposti per fini fiscali,

non per favorire come si fece dopo un «ordine privilegiato dalla fame

pubblica.» Così la Toscana, che nel 1842 aveva stabilito un leggero

dazio sul grano, sopravvenuta la carestia nel 1846 lo abolì senza tanto

cavillare e tergiversare, come fece, cinquant'anni dopo, un altro

governo; perchè il popolino doveva vivere ben pasciuto; le derrate

dovevano vendersi a prezzi vilissimi; i pericoli delle carestie esser

ridotti a meno che si potesse da saggie misure di previdenza pubblica.

Il Duca di Modena accumulava nei granai pubblici, durante gli anni

di abbondanza, per sovvenire al popolo negli anni magri, e salvarlo

dagli usurai e dalla fame. Pane in piazza, era il primo principio di

quell'arte antica di Stato.

Ma al liberismo agrario corrispondeva un fiero protezionismo

industriale, soprattutto negli Stati austriaci, nel regno delle Due

Sicilie e nello Stato pontificio. Nel 1846 un cardinale dichiarava in

Roma allo Zobi che la libertà di commercio e il giansenismo erano due

forme di errore sorelle; tanto è vero che il solo Stato che inclinasse

un poco alla libertà di commercio, la Toscana, era quello che aveva

dato motivo di maggior scandalo, con le inclinazioni di alcuni suoi

prelati agii errori del giansenismo[4]. La libertà di commercio era

considerata come una teoria funesta allo Stato; ciò che ci spiega

facilmente come mai l'Italia rivoluzionaria sia stata tenuta al fonte

battesimale del libero scambio; fede dalla quale essa doveva fare così

presto apostasia.

Sennonchè il protezionismo industriale della vecchia Italia era ben

diverso dal protezionismo industriale dell'Italia contemporanea.

Questo è la conclusione di una politica nello stesso tempo oligarchica

e rivoluzionaria, plutocratica e sovvertitrice; che aggrava la

disuguaglianza delle fortune; che affretta la formazione di una

oligarchia di milionari e di un proletariato industriale ammucchiato

e turbolento al nord dell'Italia; che porta con sè l'aumento dei

bisogni, la crescente costosità della vita, la universale avidità

del denaro, l'idolatria delle apparenze, la dissoluzione morale delle

classi medie, la miseria delle plebi rurali, la fermentazione di tutti

gli spiriti di progresso e di rivoluzione, di tutte le audacie buone

e cattive, l'instabilità sociale, la contradizione tra i desiderii

e la realtà, lo sforzo violento della invidia che tenta colmare

l'abisso tra gli uni e l'altra.... Il protezionismo della vecchia

Italia era invece un procedimento di mummificazione della società;

mirava a salvare l'antico artigianato dalla concorrenza delle grandi

manifatture inglesi e francesi, l'antica semplicità del vivere dalle

seduzioni alla nuova varietà e molteplicità dei consumi. L'industria

era allora in Italia esercitata da un ceto di artigiani, lavoranti

in casa o in piccoli laboratori; e il commercio dei manufatti era

quasi un privilegio ereditario di poche famiglie di mercanti. Un

ceto operaio ignorantissimo, che si serviva di un macchinario rozzo,

che applicava ostinatamente una tecnica tradizionale; nemico, per

stupidità e misoneismo, di qualunque ragionevole novità industriale;

quasi dovunque violento e facile al sangue, tale era la popolazione

urbana nella vecchia Italia. Questi artigiani fabbricavano cose di

qualità buona ma costosissime, perchè la rozzezza della tecnica era

causa di un grande spreco di lavoro; in compenso però essi stessi

erano un popolo di grandi fanciulli, violenti, imprevidenti, ignoranti,

fanaticamente conservatori, pronti al coltello, che potevano facilmente

esser governati da un regime di beneficenza e di terrore alternati.

Difatti, proprio in mezzo a questo popolino, che odiava ogni cosa

nuova, la vecchia Italia trovò quei settari che, specialmente negli

Stati della Chiesa, pugnalavano i campioni delle idee liberali. I

vecchi governi italiani erano dunque portati dalla forza stessa delle

cose a proteggere questo ceto di pretoriani del vecchio regime; onde,

quando la industria forestiera cominciò, tra il 1831 e il 1848, a voler

portare in Italia, contro la solidità tradizionale e costosa dei lavori

dell'artigianato, la brillante caducità a buon mercato delle cose sue,

studiando di comunicare al pubblico quella volubilità di gusti divenuta

ora universale, i governi corsero subito al riparo, inasprendo il

protezionismo.

Di questa politica che rendeva difficili le rivoluzioni industriali

e commerciali, era ad un tempo conseguenza e parte integrante tutta

l'opera sociale e morale di quei governi, intesa a mortificare

una delle passioni, cresciuta poi a dismisura nella nuova Italia,

come nella nuova Europa: la cupidigia dei subiti guadagni. Il

_self-made-man_ non era punto l'eroe di quella società, nella quale lo

Smiles, il Plutarco dell'êra borghese, sarebbe stato giudicato autore

di libri malsani, atti a corrompere l'immaginazione e il cuore dei

giovani. La società della vecchia Italia era come una chiesa antica

e venerabilissima, nella quale tutto è stato santificato dalla pietà

dei fedeli; le lampade vecchie di secoli, le pietre del pavimento

sconnesse e logorate da milioni di piedi, dove nulla si può toccare

senza commettere sacrilegio; onde la virtù vera consisteva a quei tempi

in rassegnarsi al grado di fortuna toccato in sorte nascendo, in saper

rimpiccolire in ogni modo il proprio essere. Lo spirito di avventura,

la ambizione di ingrandire sè e la propria fortuna, l'energia personale

che vince gli impedimenti della nascita oscura; tutte queste che poi

furono considerate come le prime virtù dell'uomo sembravano allora

tentazioni del diavolo, perchè contenevano un principio di rivolta

contro l'ordine delle cose vigente.

Così si capisce perchè la vecchia Italia si sia mostrata tanto

diffidente contro le nuove banche che si fondavano in Inghilterra e

in Francia; e si sia contentata di conservare gli storici banchi del

medio evo, istituzioni mirabili e prettamente italiane, ma che potevano

soltanto bastare alla conservazione di traffici tradizionali, non

al crescere di un nuovo commercio. È curioso a questo proposito che

il trapasso alle istituzioni bancarie moderne sia segnato in Italia

dal cambiamento di sesso della parola che le indica, che da _banco_,

come era nel vecchio italiano, diventa _banca_, alla francese. Basti

dire che non ci fu mai modo di persuadere Ferdinando II a fondare

una sola succursale del Banco di Napoli fuori di Napoli, salvo due

casse istituite nel 1843 a Messina e a Palermo, neanche quando il

Banco aveva nel suo tesoro più di 120 milioni[5]. Così successe che

tra il 1830 e il 1848 l'Italia godè di una inutile abbondanza di

capitale, che giaceva ozioso, nascosto in fondo alle calzette, sotto

i materassi e sepolto nei forzieri. La popolazione era più scarsa;

la terra rendeva discretamente; i governi sprecavano poco; il vivere

era meno caro perchè più povero di bisogni: l'Italia poteva così

risparmiare: ma gli impieghi industriali e finanziari essendo pochi, il

capitale ristagnava. Erano intatti gli anni in cui a Torino si dovevano

puntellare le vòlte della tesoreria, perchè i sacchi di marenghi non

le sfondassero; i tempi in cui in Lombardia i proprietari di terre

mutuavano facilmente al 4% senza ipoteca, onde prima del 1848 si

poterono dissodare molte terre e diffonder per la Lombardia la coltura

del gelso e l'allevamento dei bozzoli[6]; erano i tempi in cui, intorno

al 1840, Leopoldo II si risolveva a intraprendere la bonifica della

maremma, specialmente in considerazione di una grossa somma di denaro

che dormiva nelle casse del tesoro, e che parve giusto di impiegare in

qualche modo[7].

Insomma nessuno aveva ancora gridato all'Italia la frase del Guizot,

la parola della nuova alla vecchia Europa: _Enrichissez-vous_. Gli

incantesimi spesso pericolosi con cui la borghesia degli affari è

riescita a svegliare dal lungo sonno e a far prorompere di sottoterra

le fontane della ricchezza, erano ancora ignoti o detestati. I grossi

mercanti di prima del 1848, la prosperità delle cui case era spesso

opera di molte generazioni, consideravano le cambiali un poco come i

ponti che il diavolo delle leggende costruisce sopra gli abissi; che

da lontano paiono solidi, ma quando il peccatore orgoglioso ci monta

sopra, il ponte sparisce in niente e il peccatore precipita. Firmare

una cambiale era per essi quasi un disonore. Eguale prudenza, e,

diciamolo pure, prudenza onesta ben maggiore di quella che la nuova

Italia ha mostrato, usavano i governi di allora nel trattar la moneta

pubblica; in modo che essa non fu mai falsificata e adulterata da

nessuno di quei disonesti artificii, che divennero dopo così comuni.

La vecchia Italia usò sempre moneta d'argento e d'oro; e nel regno

delle Due Sicilie le fedi di credito del Banco di Napoli, come allora

si chiamavano i biglietti, valevano più dell'oro, come succede ora ai

biglietti della banca imperiale germanica, ma come non è mai successo

ai biglietti di banca della nuova Italia[8].

Questo differente stato morale della vecchia Italia si manifesta

mirabilmente nella corruzione amministrativa di allora, così diversa

da quella presente. Gli alti funzionari di allora erano quasi tutti

nobili e ricchi, che amministravano per onore e che per un senso di

probità e fierezza gentilizio non rubavano, ma lasciavano invece per

buon cuore rubacchiare i piccini, che non potevano fare gran danno e

che così si ingegnavano a viver meglio; mentre nella amministrazione

borghese successa dopo, più colta ma formata da una classe in cui erano

stimolate tutte le ambizioni e tutte le cupidigie, i piccoli doverono

rispettare i centesimini, ma i grandi rubarono i milioni.... In questo

consiste tutta la filosofia della storia del Banco di Napoli. Sotto il

governo borbonico i piccoli impiegatucci del Banco si ingegnavano per

spillar qualche quattrino dai clienti rendendo quei piccoli servigi

che un impiegato può rendere ai clienti di una grande amministrazione;

spesso anche trascuravano il loro ufficio per altri lavori. Ma

l'amministrazione del patrimonio, affidata a grandi personaggi, era

così rigorosa, le regole per gli sconti così severe, e così osservate,

che dal 1818 al 1861 sopra una media annua di 69 milioni di sconti e

prestiti su pegno, le perdite furono in media di 65,000 lire l'anno[9].

Dopo il 1860 gli uscieri e gli scribi poterono ingegnarsi meno; ma si

ingegnarono troppo intorno al Banco altri amministratori, ben più avidi

e malefici.

È facile capire come questa corruzione spicciola contribuisse a

conservare lo Stato, perchè giovava agli umili e non metteva a

repentaglio la prosperità pubblica. Cotesta era una corruzione

conservatrice; mentre quella che successe poi fu una corruzione

rivoluzionaria, che generando la miseria di molti, mettendo in mezzo

alla società lo scandalo di poche grandi fortune fatte col furto,

dissestò la fortuna pubblica e turbò il senso morale del popolo e fu

uno stimolo a desiderare forme più perfette di Stato.

Se dunque anche la corruzione amministrativa contribuiva alla politica

della stabilità eterna, che fu propria della vecchia Italia, la

politica intellettuale le portò il compimento. Che la vecchia Italia

fosse poco amica della istruzione popolare è notissimo, e lunghe

dimostrazioni sarebbero inutili, se anche nella Toscana, che pure

tra il 1830 e il 1848 fu il più civile degli Stati italiani, si

trovavano dei borghi di 10,000 abitanti senza scuole[10]. Sennonchè

questa politica intellettuale, fatta di semplice astensione, era

possibile rispetto al popolino, che poteva restare illetterato e

ignorantissimo; ma non rispetto alla classe media e all'aristocrazia,

che qualche cosa dovevano pure studiare, per la necessità stessa

della loro funzione sociale. Che cosa poteva dunque esser dato a

studiare a costoro, tra il 1830 e il 1848, senza che gli studi fossero

veicolo di idee empie, stimolo di ambizioni malsane? I vecchi governi

avevano stabilito censure più o meno rigorose; ma tutti sanno che il

contrabbando delle idee è il più facile di tutti. Perciò quei governi

apprestarono un'altra difesa, più potente: l'istruzione classica, con

carattere specialmente letterario. Nelle scuole frequentate dalla

classe media e dalla aristocrazia (collegi, il maggior numero, e

sempre con ecclesiastici per insegnanti) si insegnavano soprattutto

il latino e l'italiano: si insegnavano bene, ma non si insegnava

altra cosa. I nostri nonni imparavano davvero a leggere il latino e a

scrivere l'italiano, l'italiano pretto dei classici, la pura lingua

letteraria, la cui tradizione era conservata con molto zelo nelle

scuole dei vecchi governi, anche di quelli stranieri, come l'austriaco.

Fedeli in tutto alla tradizione, i vecchi governi erano in filologia

puristi: cosicchè sino al 1848 tutte le scritture degli uomini colti

furono scritte in pretto italiano, dalla requisitoria del poliziotto

austriaco che voleva mandare sul patibolo il Confalonieri, ai libri

dei medici, degli scienziati, degli eruditi. La rivoluzione nazionale

imbarbarì poi la lingua in quel gergo bastardo in cui oggi si scrive

ogni cosa: le leggi, i giornali, il maggior numero dei libri, e dal

quale bisognerà trar fuori una nuova lingua letteraria, nostra e bella,

viva e limpida, che non sia nè la lingua arcaica ora in uso in una

certa letteratura, nè il miscuglio fangoso in cui si appesantisce il

pensiero del maggior numero degli altri scrittori. Era quella dunque

una coltura tutta letteraria, che insegnava a curare una forma la quale

doveva restare vuota di ogni contenuto di idee vive e di cui il maggior

numero degli uomini colti del tempo si accontentava; perchè gli uomini

si appassionavano per le questioni sostanziali nei tempi di rapidi e

molteplici mutamenti sociali, per le questioni formali nei tempi di

universale osservanza delle tradizioni. D'altra parte l'educazione

puramente letteraria, il culto della forma, il classicismo, cioè

l'ammirazione delle opere antiche professata secondo certi canoni

fissi, convengono interamente a una società che vive di tradizioni,

perchè sono una scuola eccellente dello spirito di conservazione. Gli

uomini hanno immaginato mille prigioni per serrarci dentro la infinita

energia espansiva e sovvertitrice del pensiero umano; le carceri, la

povertà, l'infamia, la morte; sempre invano però! perchè una sola è

la prigione capace di contenere il pensiero: il carcere di formole

irrigidite, la gabbia di parole che hanno perduto il loro significato,

il sepolcro di antiche scritture ormai vuote di senso. Dal momento in

cui le classi colte di un paese si danno a curare la propria lingua

come una lingua morta e a lavarne continuamente il cadavere; quando

esse prendono a considerare certi capolavori della loro arte antica

come i tipi perfetti soli ed eterni della bellezza, che si devono

ricopiare indefinitamente, senza tentar cose nuove che sono di per

sè inferiori alle antiche, il loro spirito si chiude alle novità

sostanziali, ripugna ai rivolgimenti ideali che precedono o almeno

accompagnano i rivolgimenti sociali. Il Settembrini si meravigliava che

il governo borbonico lasciasse il Puoti, il celebre purista di Napoli,

insegnare a 300 giovani l'amore dei trecentisti, dimostrando ancora

una volta la nobile ingenuità del suo animo e la abilità del governo

borbonico; il quale sapeva che quei limatori di aggettivi, quei futuri

puristi che sarebbero caduti in convulsioni a udire un francesismo,

sarebbero stati quasi tutti buonissimi conservatori, salvo pochi così

perversi che sarebbero usciti liberali anche dalla educazione del più

fanatico prete. In un certo senso, i più formidabili baluardi della

vecchia Italia contro l'avvenire erano allora l'Accademia della Crusca

e la Rettorica di Aristotele; perchè gli studi letterari servirono

fino al 1848 a cristallizzare le idee degli Italiani, come lo studio

del Corano serve a cristallizzare quelle dei Turchi. Negli studi della

letteratura classica si preparava il personale delle amministrazioni

italiane di quei tempi, come adesso con lo studio del Corano si

prepara la burocrazia turca; e così quel personale riesciva facilmente

pieno di un fanatico spirito conservatore, che metteva in armonia

l'amministrazione con il governo.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 1 Seconda serie - Storia · 第 2 / 9 段