Nel marzo 1831, cospirazione in Abruzzo, due cospirazioni a

LA

VITA ITALIANA

NEL

RISORGIMENTO

(1831-1846)

SECONDA SERIE

I.

STORIA.

La politica degli Stati italiani dal

1831 al 1846. ROMUALDO BONFADINI.

La vecchia Italia. GUGLIELMO FERRERO.

Il brigantaggio meridionale durante

il regime borbonico. FRANCESCO S. NITTI.

Il Vescovo d'Imola. ERNESTO MASI.

FIRENZE

R. BEMPORAD & FIGLIO

CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI

7, Via del Proconsolo

1899.

PROPRIETÀ LETTERARIA

RISERVATI TUTTI I DIRITTI

_Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano

contraffatte tutte le copie non munite della seguente firma:_

[Illustrazione: firma manoscritta]

Firenze, 1899. Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46

LA POLITICA DEGLI STATI ITALIANI DAL 1831 AL 1846

CONFERENZA DI R. BONFADINI

Il Congresso di Vienna aveva dato all'Italia un ordinamento

territoriale e politico assai ripugnante alle aspirazioni che la

Rivoluzione francese e i regimi napoleonici vi avevano alimentato.

Restituendo la corona delle Due Sicilie a quel re Ferdinando che nel

1799 vi aveva esercitato così feroci vendette, la Santa Alleanza non

gl'impose nessuna riserva, nè per gli antichi diritti costituzionali

mantenuti costantemente, in maggiore o minore misura, nell'isola di

Sicilia, nè per le nuove esigenze di civiltà amministrativa, sorte

nella parte continentale del Regno, durante il governo del re Gioachino

Murat.

Così pure, ricollocando sotto l'autorità del Papa i territorî

dell'antico Patrimonio, le Legazioni, le Marche e l'Umbria, non si dava

a quelle popolazioni nessuna speranza che il vecchio regime sacerdotale

potesse aprirsi a nessun miglioramento di legislazione o di indirizzo

politico.

Ritornavano in Toscana i principi di Lorena; ed era forse quella la

parte d'Italia meno offesa nei suoi sentimenti, vista l'antica e mite

tradizione di governo di quella Casa.

Ma i ducati di Modena, di Parma, di Lucca, stabiliti solo per

convenienza di principi e di principesse, rappresentavano la forma

più acre del dispotismo, non temperato da nessuna responsabilità

internazionale, da nessuna rispettabilità dei governanti.

Due repubbliche di antichissima origine, Genova e Venezia, invece

di essere ricostituite come si ricostituiva quasi ogni cosa nelle

condizioni anteriori al 1796, venivano aggregate a due grossi Stati;

più fortunata Genova, che almeno serviva ad arrotondare uno Stato

interamente italiano; più offesa nei suoi sentimenti e nel suo orgoglio

Venezia, che diventava provincia di un Impero straniero, a cui si

concedeva anche l'ambíto riacquisto della Lombardia.

La casa di Savoia, meno l'annessione di Genova, rientrava a un di

presso ne' suoi territorî antichi; e per verità dalla Santa Alleanza

avrebbe meritato maggiori riguardi, in ragione dell'aspro trattamento

subíto dal predominio francese e della costante fedeltà da essa serbata

verso i governi di diritto divino.

Ma il Congresso di Vienna era stato, in ogni sua deliberazione, il

trionfo dei forti. E il Piemonte non aveva potuto uscire più saldo

da quelle stipulazioni, soprattutto per l'ostilità dell'Austria, che

nutriva contro la casa di Savoia una diffidenza intuitiva, paralizzata

ne' suoi effetti maggiori soltanto dalla benevolenza della politica

russa.

L'Austria poi s'era assicurata una perfetta dominazione su tutte

le cose della penisola italiana, vuoi pel possesso del magnifico

territorio lombardo-veneto, così ricco di prodotti, di abitanti,

di strade e di fortezze, vuoi per la stretta parentela della casa

d'Habsburg con quasi tutti i principi minori d'Italia, vuoi per

l'immensa superiorità delle sue forze militari, accresciuta da speciali

trattati, che ponevano interamente a sua disposizione la politica, le

armi e le polizie dei principati rifatti lungo la valle del Po.

In complesso, può dirsi che questo ordinamento rappresentava soltanto

interessi di principi e di Case regnanti. Nessun interesse di popolo

v'era stato consultato o contemplato. Fiera de' suoi successi militari

contro il colosso napoleonico, la Santa Alleanza s'era illusa che il

mondo dovesse, d'allora in poi, essere governato dalla sola forza, e

che questa sola meritasse d'avere organismi e guarentigie.

Non tardò a comprendere di essersi ingannata; ma intanto il suo

inganno servì per molti anni a far persistere il governo austriaco,

suo rappresentante in Italia, nell'uso, anzi nell'abuso della forza: e

così sorse, quasi immediatamente nella penisola, il sentimento della

resistenza contro gli ordinamenti politici e territoriali, imposti

all'Italia dai trattati del 1815.

Com'è naturale, non avendo mezzi di esprimersi nè colla stampa, nè con

forme di rappresentanza, gelosamente vietate dai regimi ristabiliti,

il malcontento pubblico s'avviò verso i metodi della cospirazione.

Trovatosi ad un tratto come chiuso in una camicia di forza, dopo avere

passato parecchi anni sotto governi inspirati a principî più o meno

tumultuosi di libertà, il popolo italiano non seppe acquetarsi a così

improvviso e così duro mutamento d'istituzioni; molto più avendo la

coscienza di essere stato anche prima piuttosto vittima che complice

degli avvenimenti. Non potendo manifestarsi alla luce del sole, senza

pericolo di prigione o di capestro, cercò le vie sotterranee. E ne

avvenne ciò che avviene di quelle terribili sostanze aeriformi, che,

trovandosi chiuso il passaggio per le viscere della terra, prorompono

e diventano terremoti.

Di lì quel carattere speciale di monotonia, che impronta di sè la

politica degli Stati italiani, dal 1830, anzi addirittura dal 1815 fino

al 1846.

Ad eccezione di uno solo, in tutti quegli organismi governativi non

parve penetrare durante tutti quegli anni verun pensiero. Parve anzi

che l'unica ed accanita preoccupazione di quei regimi fosse la guerra

al pensiero, sotto qualunque forma e da qualunque compagine uscisse.

Mentre tante novità sorgevano e si discutevano in Europa, dalla

ricostituzione della Grecia a quella del Belgio, dalle insurrezioni

iberiche all'insurrezione polacca; mentre tante questioni nuove

di amministrazione e di governo balzavano lucidamente dalla virile

eloquenza dei Parlamenti di Francia e d'Inghilterra, in Italia una

sola attività prendeva il posto di tutte, un'attività di spionaggio e

di polizia. Ricostituiti sull'unica base di un interesse dinastico,

quegli Stati non ebbero dunque altro proposito che di mantenere la

base. Purchè la casa del Principe fosse tranquilla e ben provveduta,

l'interesse pubblico non esigeva di più. Se di questa situazione

qualche Principe abusava per uscire dal proprio diritto e violare,

a danno dei sudditi, i doveri della moralità e dell'onestà, l'unica

conseguenza era la necessità di una maggiore oculatezza, talvolta di

una maggiore ferocia negli stromenti di polizia, per reprimere sdegni

legittimi propositi di resistenza. Al postutto, le solidarietà nel

male erano assicurate dall'interesse comune, e su tutte stendeva la

sua indulgenza irresponsabile e sistematica la politica protettrice del

principe di Metternich.

Nulla dunque distraeva quei ministri di Stato dall'esclusiva cura

di perfezionare i metodi della polizia. E i dispacci di tutti quegli

ambasciatori, quei consoli, quei diplomatici, diretti dalla suprema

saviezza dei Canosa, dei Riccini, dei Lambruschini, arieggiano rapporti

di questura, piuttosto che avvedimenti di uomini politici. Ora si

tratta d'impedire un colloquio sospetto fra la marchesa Camerata e il

prigioniero Duca di Reichstadt, ora di indagare le relazioni personali

dei membri della famiglia Bonaparte in Roma, ora di vigilare perchè

Achille Murat non si muova da Londra per lidi ignoti. V'è perfino

un progetto di deportare tutti i liberali al di là dei mari europei;

progetto che si ruppe unicamente contro la ripugnanza manifestata dai

governi di Torino e di Firenze.

Centro di tutta questa reazione appassionata ed imprevidente fu

soprattutto il seggio pontificio, sul quale, al principio del 1831,

era venuto ad assidersi, per intrighi austriaci e spagnoli, un monaco

d'illibati costumi, di mente corta e di pregiudizi fanatici, Mauro

Cappellari della Colomba.

Rappresentato, ne' suoi rapporti di governo, da due personaggi,

egualmente fanatici, il cardinale Bernetti e il cardinale Lambruschini,

tutta la sua vita politica fu una lotta fiera e sanguinosa contro

i suoi sudditi; sui quali fece pesare replicatamente l'onta

dell'occupazione austriaca, richiesta ad ogni stormir di foglia e

accordata anche più volonterosamente che non si chiedesse.

Di questa politica tutta a base di persecuzioni, di repressioni e di

supplizi, si mostrava fiero censore un forte uomo politico italiano,

Pellegrino Rossi; il quale scriveva al ministro degli affari esteri

di Francia: «Se voi sapeste come tornerebbe agevole soddisfare i

voti di queste popolazioni, senza nulla riversare, nulla snaturare!

Tutta la parte sana non domanda che un poco d'ordine e di buon senso

nell'amministrazione. Che s'impianti un governo assennato, e issofatto

i demagoghi si troveranno isolati e impotenti.»

Ma questi consigli della ragione, dei quali parecchi governi italiani,

e prima e poi, avrebbero dovuto sentire l'opportunità, non tornavano

a grado del governo austriaco, gran consigliere e gran protettore

di Gregorio XVI; poichè il cardine fondamentale della politica

metternicchiana in Italia fu sempre d'impedire che i principi indigeni

accettassero progressi di legislazione; allo scopo di poter dimostrare

che le provincie amministrate meglio erano quelle governate dalla Casa

d'Austria, e trarne così, agli occhi dell'Europa, titolo a rendere

sempre più durevole e più esclusiva l'influenza austriaca nelle cose

della penisola.

Sicchè i metodi del Bernetti e del Lambruschini continuavano a

trionfare contro tutti gli sforzi dei cospiratori interni e contro le

timide rimostranze della diplomazia europea. Continuava lo scandalo

delle dilapidazioni e dei favoriti, continuava la preminenza nelle

cose dello Stato ora del barbiere Moroni, ora del colonnello Freddi,

ora dell'agente austriaco Sebregondi, ora del prete Abbo, spergiuro

e infanticida. In questa vergogna di cose s'andava rapidamente

spegnendo ogni prestigio della sovranità temporale esercitata dal

Sommo Pontefice; tanto che, fin dal 1837, l'inviato sardo a Roma,

marchese Crosa, non si peritava di scrivere al conte Solaro della

Margherita: «È qui comune idea fra le persone che spingono lo sguardo

nel lontano avvenire, il pensare che qualora prosegua in questo paese

l'attuale ordinamento di cose, debba col tempo aver luogo qualche

crisi essenziale; e la ipotesi la più plausibile sarebbe quella di

vedere la gran Roma ridotta alla mera supremazia ecclesiastica, non

conservando che l'ombra del temporale....» Il sagace diplomatico

piemontese intravedeva già, fra gli errori e fra gli orrori del tempo,

la soluzione soddisfacente, e, senza confessarlo a se stesso, tradiva

il pensiero che, dalla tribuna parlamentare, avrebbe proclamato,

ventiquattr'anni dopo, Camillo di Cavour!

Per allora, nulla si mutava e nulla si voleva mutare nello Stato

Pontificio, a cui soltanto avrebbe dato una scossa, di proporzioni

impreviste, il Papa futuro del 1846. Alle potenze europee, preoccupate

di questa perpetua alternativa fra rivoluzioni e reazioni, la curia

romana prometteva riforme, col preciso proposito di non attuarle; e

i diplomatici d'allora si rassegnavano ad essere ingannati, come si

rassegna sempre la diplomazia ad ogni inganno che serva alla pace d'un

quarto d'ora.

L'Austria entrava ed usciva dai territorî papali come da casa sua; la

Francia occupava Ancona, con gran fracasso di frasi, poi rimpiattava la

sua sterile iniziativa dietro le più umilianti dichiarazioni imposte

dal cardinale Bernetti. Nel tutto assieme, trionfo di prepotenza, di

reazione e d'ipocrisia, da cui la provvidenza storica si preparava a

trarre i germi del fatto nuovo.

Poco al di sopra o poco al disotto della politica pontificia stava

quella del duca di Modena, Francesco IV; al quale per rifare Cesare

Borgia mancò l'audacia e per rifare Filippo II mancò l'intelligenza.

Dell'uno e dell'altro però ebbe l'istinto dispotico, le morbose

ambizioni, l'animo freddamente feroce. Regnava da alcuni anni, quando

scoppiò in Francia la rivoluzione del 1830. Una grande illusione s'era

da quel rivolgimento diffusa nell'animo degli Italiani, specialmente

del centro; l'illusione che da Parigi uscisse energico aiuto alle

rivendicazioni liberali d'Italia. Il generale Pepe aveva capitanato

queste illusioni, destreggiandosi presso il generale Lafayette, perchè

accordasse alcuni soccorsi di fucili e di denaro.

Speranze simili erano penetrate anche in un uomo d'alto animo e di

larghi concetti, Ciro Menotti, modenese e commerciante di professione.

Poco fiducioso in moti popolari di carattere repubblicano, egli non

aveva avuto difficoltà ad aprirsi politicamente col suo principe, il

duca Francesco IV, di cui conosceva la cupa indole, ma di cui aveva

indovinato la segreta ambizione.

Sfiduciato di ottenere il trono di Sardegna, al quale per tanti

anni aveva rivolto sguardi ed intrighi, Francesco IV suppose che la

rivoluzione di Francia, riaprendo l'èra dei mutamenti italiani, gli

avrebbe forse permesso di ricomporsi un trono più ampio, sui dominî dei

principati vicini. Anche il titolo di re d'Italia pare sia balenato

al suo pensiero. Sicchè, dimentico per un istante de' suoi fanatismi

legittimisti, non respinse i discorsi di Ciro Menotti, che sembrava

poter essere chiamato da prossimi avvenimenti a notevoli influenze

politiche.

Però il prepotente atteggiarsi dell'Austria e il vacillante programma

dei nuovi governanti francesi, la cui fierezza svampava nella rettorica

parlamentare del generale Sebastiani, fecero accorto l'ambizioso

duca della vanità de' suoi sogni. Sicchè, ritraendosi da' primi

affidamenti, passò, come accade, a feroci vigilanze intorno al Menotti,

di cui aveva sorpreso alcuni andamenti. Il Menotti s'era ingannato

di vent'anni, supponendo maturo un popolo a concetti unitarî e fedele

un principe ad impegni di libertà. Vistosi a un tratto circondato di

diffidenze, dopo le prime larghezze lasciate al suo disegno, non fu

più in tempo a rompere le tese fila, e dovette anzi, per necessità

di salvezza, precipitare lo scoppio. Il 3 febbraio 1831 l'avviso era

dato, e una trentina di congiurati s'erano raccolti in casa Menotti.

Ma l'avviso era giunto contemporaneamente anche a cognizione del Duca,

il quale inviò soldati e cannoni, fece assalire la casa, uccidere

alcuni complici e tradurre incatenato alle sue carceri Ciro Menotti.

È del giorno successivo quel terribile dispaccio di Francesco IV

al governatore di Reggio: «Questa notte è scoppiata una formidabile

rivolta contro di me. I cospiratori sono nelle mie mani. Mandatemi il

boja.»

Erano questi i pregiati autografi dei principi d'allora.

Del resto, il trionfo momentaneo delle insurrezioni romagnole e

modenesi non riuscì a togliere una vittima alle vendette del duca di

Modena. Il quale, fuggendo sul territorio austriaco e ritornando dopo

la bufera, ne' suoi dominî, aveva trascinato seco in catene l'infelice

Menotti. Il processo aperto da un tribunale statario contro di lui ebbe

l'esito che non era difficile prevedere. La mattina del 26 maggio 1832

fu appiccato per ordine dell'implacabile Duca, a cui quell'uomo vivo

rappresentava il rimorso d'una politica equivoca.

E questa politica fu anche l'unica, fu l'ultima che desse un qualche

rilievo al Ducato di Modena. Il quale era poi cercato con affettata

ignoranza sulla sua carta geografica dal re Luigi Filippo, un po'

indispettito perchè il principe modenese si fosse impuntato a non

riconoscere la sua sovranità. Tempi curiosi, nei quali i principi a

cui una rivoluzione riusciva pretendevano essere accettati da sovrani

legittimi; mentre poi i principi che in un tentativo di rivoluzione

s'erano tuffati credevano disonorarsi riconoscendo principi a cui il

tentativo aveva giovato.

Meno feroci, anzi punto feroci, perchè l'ambiente non consentiva

ferocia, erano le pressioni esercitate dal gabinetto austriaco sulla

famiglia toscana.

Nella casa di Lorena non era minore che in tutte le altre d'Italia

la preoccupazione dinastica; ma poichè le miti tradizioni popolari

non incoraggiavano tentativi settarî, quel governo cercava mantenersi

con politica blanda, addormentando piuttosto che urtando, corrompendo

piuttosto che offendendo, cercando di deviare verso istituti di

benessere materiale quelle forze intellettuali bramose d'ideali, che

nel paese sovrabbondavano.

Era, scrive il Tabarrini «la mediocrità in ogni cosa». Sicchè Gino

Capponi patíva «le fiere malinconie dell'ingegno inerte e costretto».

«Il principato lorenese», afferma Giuseppe Montanelli «faceva

degenerare il popolo toscano».

Il che non pareva sufficiente alla politica del principe di Metternich,

il quale avrebbe certamente creato delle sètte dove non esistevano, per

darsi la gioia di perseguitarle. Contro il granduca Leopoldo attizzava

la diffidenza fra i potentati europei. Il non vedere erette forche in

quell'angolo d'Italia gli pareva una debolezza, fomite di prossime

rivoluzioni. Quando, nel 1835, il governo granducale mitigò la pena

del carcere ad alcuni condannati per causa politica, l'ambasciatore

d'Austria a Firenze consegnò un dispaccio ufficiale, in cui era detto

che «il Sovrano della Toscana, così operando, incoraggiava il delitto».

Per una sommossa di studenti nell'Università di Pisa, il gabinetto

austriaco consigliava riformare gli statuti della pubblica istruzione,

sostituendo nella scelta dei professori al criterio della scienza

quello della fedeltà politica. Chiese, e pur troppo ottenne, la

facoltà d'istituire per suo conto un gabinetto nero per l'apertura

delle corrispondenze private. Chiese, e pur troppo ottenne, che si

sopprimesse l'Antologia e si sbandisse da Firenze Niccolò Tommasèo.

Chiese, e pur troppo ottenne, crescendo colle rassegnazioni le

esigenze, che fossero arrestati il Guerrazzi, il Bini, il Salvagnoli,

il Contrucci e parecchi altri, processandoli per aderenze settarie, che

non furono mai potute provare. Perfino il Congresso dei Dotti, tenutosi

in Pisa nel 1844, fu argomento di fieri rabbuffi alla debolezza

del principe che lo aveva concesso. E quel filosofo del maresciallo

Radetzki, scrivendo all'ambasciatore austriaco in Firenze, considerava

il Congresso di Pisa come «un'istituzione destinata a travagliar gli

animi in segreto per gettare le fondamenta dell'opera infernale della

rigenerazione italiana».

Sicchè non è meraviglia se la politica austriaca avesse anche

immaginato, circa la Toscana, ipotesi più ardite e più avide, quando

pareva che al granduca Leopoldo mancasse la prole. Le manifestava

senza ambagi l'imperatore Francesco al Granduca, dicendogli: «Mi spiace

dirvelo, ma non avvi rimedio; la Toscana diverrà provincia austriaca».

Fortunatamente — guardate di che avverbi deve talvolta servirsi la

storia! — fortunatamente la granduchessa Marianna Carolina morì, e da

un successivo matrimonio Leopoldo ebbe prole maschile. La «provincia»

agognata dall'imperatore d'Austria era destinata a tutt'altra

sovranità.

Di questa politica toscana, tutta a spinte e controspinte, ebbe per

moltissimi anni la responsabilità principale Vittorio Fossombroni,

spirito arguto, scienziato eminente, uomo di Stato profondamente

scettico, i cui ideali di governo non oltrepassavano i limiti d'un

dispotismo bonario, e che, finite le ore d'ufficio, respingeva ogni

affare, dicendo: «Il desinare brucia, lo Stato no».

Pure, così scettico com'era, si devono a lui quelle poche resistenze

che oppose la Toscana così alle pretese austriache come alle esigenze

chiesastiche. Sapeva di rispondere ad una vecchia tradizione di

governo locale, equilibrandosi contro Vienna e Roma. Spento lui,

prevalsero sulla fiacca indole del principe lorenese influenze

tortuose e schiettamente retrive. Il suo confessore Balocchi gli negava

l'assoluzione se resisteva alle domande della Corte di Roma; il suo

ministro degli esteri, Hombourg, gli faceva firmare tutto ciò che

piaceva al Gabinetto di Vienna.

Era con siffatte disposizioni che la dinastia lorenese si affacciava ai

nuovi tempi. Erano queste le forze che preparava per resistere all'onda

mossa dietro di lei da quella pleiade illustre di liberali colti ed

energici, che dai Galeotti, dai Salvagnoli, da Ferdinando Andreucci

giungeva a Gino Capponi, a Ubaldino Peruzzi, a Bottino Ricasoli.

Ci allontaniamo parecchio da questi nomi scendendo giù per l'Italia

fino a Napoli, dove troviamo quelli di Ferdinando II, del marchese Del

Carretto, di monsignor Cocle, confessore del Re.

Qui ritorniamo all'antitesi nella sua più cruda espressione; la

prosperità dinastica fondata sulla pubblica umiliazione; i supplizi

correttivi delle cospirazioni; la polizia e lo spionaggio, elementi

dominatori dello Stato.

La polizia muta, pur rimanendo identica. Vuol dire, cioè, che nel

sogno d'un despotismo più intenso, si cerca perfino di allontanare

l'influenza austriaca, contrapponendovi ora influenze francesi, ora

influenze sarde, purchè aiutino il programma d'una indipendenza del

principato, unicamente volta a intera libertà di oppressione.

Questo parve essere infatti il pensiero direttivo del nuovo Sovrano,

che saliva al trono l'8 novembre 1830. Ferdinando II, come fu

più tardi giudicato da scrittori senza passione, non era uomo

cattivo, ma sopraffatto da un'indole rozza e volgare. Apparteneva

ad una stirpe regia, per la quale il giurare una Costituzione era

fenomeno altrettanto consueto quanto il ritoglierla. Governava

un'amministrazione, la cui corruttela formava il disgusto di tutti i

diplomatici accreditati presso la Corte di Napoli. Non voleva lasciar

far nulla a nessuno ed era poi così inerte e svogliato, che non

riusciva a far nulla da sè. Si stemperava in motti di spirito, in lazzi

osceni o brutali. Ora toglieva la sedia di sotto alla regina, per farla

sconciamente cadere a rovescio, ora frustava le gambe al cavaliere

Caracciolo di Castelluccio, per vederlo saltare, gridare e piangere.

Quando gli parlavano di modificare le uniformi dei soldati, rispondeva:

«Vestili come vuoi, fuggiranno sempre». Quando gli additavano qualche

ufficiale pubblico, arricchitosi scandalosamente colle concussioni,

diceva: «Preferisco i ladri ingrassati ai ladri da ingrassare».

Al di sopra poi di tutto questo scetticismo e di tutta questa

brutalità, appariva un furore quasi morboso di comando dispotico. Del

principe di Metternich amava i principî di governo, se non accettava

sempre volentieri i consigli. Al re Luigi Filippo, che lo aveva

timidamente invitato ad allentare un po' le redini della tirannia,

rispondeva senza ipocrisie: «Il mio popolo ubbidisce alla forza e si

curva; ma la libertà è fatale alla famiglia dei Borboni, ed io sono

deciso ad evitare ad ogni costo la sorte di Luigi XVI e di Carlo X».

Non l'ha evitata al suo immediato successore. Dio ha permesso che

gli giungesse all'orecchio, prima di morire, il rombo dei cannoni di

Montebello.

Con siffatto re e siffatta politica, i destini delle popolazioni

meridionali apparivano chiari; oscillare fra le agitazioni e le

repressioni.

Sbollite infatti le prime illusioni del nuovo regno, cominciarono i

fenomeni del pubblico malcontento.

Nel marzo 1831, cospirazione in Abruzzo, due cospirazioni a Napoli nel

1832, cospirazione a Capua e a Salerno nel 1833, insurrezioni nel 1837,

così nell'isola di Sicilia come sul continente. Poi, altra cospirazione

nel 1838, pronunciamento costituzionale in Aquila nel 1841, moto

insurrezionale nelle Calabrie durante il 1843, e finalmente spedizione

dei fratelli Bandiera nel 1844.

Da tutti questi movimenti uscivano processi, combattimenti,

fucilazioni, esilii; e si disperdevano pel mondo giovani divenuti

poi stromenti vigorosi d'italianità nei successivi periodi, come

Pier Silvestro Leopardi, Carlo Poerio, Giuseppe Massari, Benedetto

Musolino, Giuseppe Ricciardi, Luigi Settembrini, Saverio Baldacchini,

Francesco Paolo Bozzelli. La politica di Ferdinando II, come quella di

tutti i governi persecutori del pensiero, preparava così a sè stessa

gli elementi della sconfitta. Nessuno sa dire che forze d'ingegno

e che virtù di propaganda scompaiano pei supplizi politici; ma le

carceri e gli esilii politici ingrandiscono sempre uomini, che forse,

meno perseguitati, avrebbero avuto minori spinte all'azione e minori

opportunità di rinomanza. Certo, l'eco mondiale dei dolori di Silvio

Pellico, del Confalonieri, del Maroncelli ebbe per l'Austria, come

diceva il Sismondi, peggiori conseguenze che una battaglia perduta. E

la falange di esuli creata dalle persecuzioni politiche di Ferdinando

II rese popolari nell'Europa, che prima non li conosceva, quei nomi e

quegli uomini, da cui trasse Guglielmo Gladstone la coscienza di quella

terribile invettiva, sotto la quale cadde prostrato il governo dei

Borboni di Napoli.

È una delle leggi storiche più consolanti, una di quelle che più si

ripetono e confermano nel tempo. E se il dispregiarla è carattere

proprio dei regimi dispotici, che alle forze morali non credono e

l'avvenire non curano, sarebbe fatale pei regimi liberali l'obliarne

l'efficacia e la logica.

Del resto, — ed ora può dirsi — sarebbe stato un grande ostacolo per

lo svolgimento normale del sistema italiano se Ferdinando II avesse

ubbidito a consigli politici di altra natura. Questa tentazione era

passata, nei primi tempi, per l'animo suo: ed anche su lui, come sul

duca Francesco IV, aveva tentato qualche pressione quel manipolo di

liberali che in ogni regione italiana stava all'agguato per indovinare

un principe.... diverso dagli altri. Il pericolo sarebbe stato grave

se, cedendo alle influenze di Luigi Filippo, il re di Napoli avesse

camminato per quella via delle riforme che lo aveva sedotto nei primi

mesi del suo governo. Una iniziativa liberale partita dal mezzogiorno,

negli anni fra il 1830 e il 1840, avrebbe potuto impacciare

l'iniziativa liberale del settentrione e creato fra i patriotti

italiani un dualismo forse esiziale per l'ideale politico.

Se le cospirazioni furono la ragione o il pretesto per cui la dinastia

borbonica respinse ogni tentazione di liberalismo e si rifugiò paurosa

nell'abbraccio austriaco, bisogna dire che queste cospirazioni hanno

raggiunto il loro scopo. Le ultime soprattutto, perchè in queste

spuntava nuovo e seducente il concetto unitario, a cui Giuseppe

Mazzini, colla sua grande facoltà d'iniziativa, aveva ormai coordinate

tutte le fila del movimento settario, staccandolo dalle antiche

tradizioni di vendette locali.

Certo, non s'era mai visto prima che un drappello di giovani veneti

chiamasse a rivolta popolazioni napoletane; si sarebbe visto non molto

dopo un generale napoletano chiamato a comandare rivolte venete. Erano

i primi sintomi di quella felice fusione di sentimenti, che avrebbe

dato alle popolazioni italiane un solo vessillo ed un solo programma.

La generazione contemporanea può discutere liberamente il fenomeno

delle cospirazioni italiane, che sarà argomento di studio, non sempre

facile, per le generazioni venture. Quando un paese, dopo mezzo secolo

d'esercizio, s'è tanto inoculato il vaccino della libertà da credere

piuttosto al diritto di abusarne che alla possibilità di scemarla, può

essere anche impunemente ingiusto verso quei precursori, o efficaci o

semplicemente ingenui, che a metodi diversi hanno dovuto ricorrere. Il

collocarsi col pensiero negli ambienti giuridici, morali e politici del

passato è uno sforzo che non sempre riesce neanche a storici pacati e

desiderosi d'imparzialità. È proprio dell'indole umana giudicare altri

da sè come esaminare i tempi alla stregua dei criteri contemporanei.

Sugli innumerevoli tentativi di movimento che hanno agitata l'Italia

dal 1815 al 1848 si possono portare giudizi diversi, secondo gli

scopi, secondo gli effetti, secondo gli uomini. Però il tentativo dei

fratelli Bandiera ha ed è giusto che abbia un posto a parte. La povertà

dei mezzi coi quali fu condotto potrà sempre meritare, nell'opinione

dei pensatori austeri, rimprovero di spensieratezza; ma le splendide

idealità a cui s'inspirò quell'impresa, cominciata con tanto amore e

finita con tanta pietà, hanno innalzato il sacrificio all'altezza di

programma politico, ed hanno gettato su tutto il successivo movimento

italiano quel profumo di giovinezza e di poesia, che, anche quando

rimane leggenda, aiuta a render grandi le cose nobili e a mantenere

nobili le cose grandi.

Ho detto, sul principio di questo discorso, che, ad eccezione di

uno solo, tutti gli organismi governativi italiani respingevano

volontariamente da sè ogni velleità di pensiero.

L'eccezione, voi l'avete indovinato, deve cercarsi nello Stato Sardo;

che venne pigliando, attraverso molte contraddizioni, il suo preciso

indirizzo, soprattutto dopochè, morto Carlo Felice, senza discendenti

diretti, saliva al trono, il 27 aprile 1831, un uomo, contro il quale

s'è per lunghi anni sbizzarrita un'aspra e ingenerosa polemica, Carlo

Alberto, principe di Carignano.

È un nome che non può uscire dalla penna o dalle labbra, senza

richiamare ogni animo gentile a profonde meditazioni. Fu nella vostra

città, in Firenze, ch'egli venne a cercare conforto de' suoi primi

dolori; fu il vostro gran cittadino, Gino Capponi, che ne ottenne le

prime confidenze di uomo e di principe. Chi lo ha chiamato Amleto, non

ha riassunto che ima parte dell'anima sua; poichè Amleto ha ucciso di

spada per vendicare la patria, Carlo Alberto s'è ucciso di dolore per

liberarla; Amleto è morto nel dubbio, Carlo Alberto è morto nella fede,

— in quella fede che sul campo di Novara gli aveva fatto indovinare

Vittorio Emanuele II.

Più nel vero è il marchese Costa de Beauregard che lo chiama _le plus

grand des méconnus_. È infatti questa l'amarezza che gli avvelena

la vita: essere sempre giudicato a rovescio, — essere accusato di

accarezzare sentimenti in diretta opposizione coi suoi. Ha il desiderio

di allargare a' suoi sudditi le funzioni del governo, e lo chiamano

reazionario; dirige tutta la sua politica allo scopo di render

possibile una guerra d'indipendenza, e lo chiamano austriacante; abdica

e muore per rimanere fedele alla sua missione, e lo chiamano traditore.

Sono le grandi ingiustizie dei contemporanei che la storia è sovente

chiamata a rintuzzare. E dopo cinquant'anni sono ormai già tanto

rintuzzati, che ognuna delle pubblicazioni relative a Carlo Alberto

aggiunge una giustificazione od un elogio per lui, nessuna riesce ad

aggiungergli un biasimo od una colpa.

Il pensiero politico ch'egli porta al trono e con cui dirige lo Stato

è il pensiero dell'indipendenza italiana. Nè, malgrado le difficoltà

dei tempi, lo teneva talmente celato che non si avvertisse dai ministri

suoi, più invecchiati nel sentimento dinastico e nella tradizione

diplomatica del diritto divino. Quando infatti, sollecito di non

tradir l'avvenire, nominava a suo ministro degli affari esteri un uomo

innamorato delle vecchie forme, il conte Solaro Della Margherita,

questi lasciava scritto fin dal 1835: «Non ebbi d'uopo di grande

scaltrezza per iscoprire, che oltre al giusto desiderio d'essere

indipendente da ogni influenza straniera, egli era fin nel profondo

dell'animo avverso all'Austria e pieno d'illusioni sulla possibilità

di liberare l'Italia dalla sua dipendenza. Non pronunziò la parola di

scacciare i barbari, ma ogni suo discorso palesava il suo segreto».

Che a questo concetto dell'indipendenza della patria si associasse

l'altro di ingrandire lo Stato, secondo le secolari tradizioni della

casa di Savoia, non è difficile supporlo e non gli procurerebbe

nessun rimprovero dalla storia. Ma dal cauto suo labbro uscì pure una

frase, la quale dimostra che non egoista e non angusta era in lui la

previsione dell'avvenire; poichè all'inviato suo, conte Ricci, che gli

poneva alcune obbiezioni di carattere dinastico, non esitò a rispondere

fin dal 1845: «Conte, la forma dei governi non è eterna; cammineremo

coi tempi».

Il 1821 e il 1833 furono le due epoche formidabili, che servirono a

tante penne, alcune oneste, per dilaniare la memoria di Carlo Alberto.

Nel 1821, fu detto, _tradì_ i suoi amici, ai quali aveva _promesso_ di

aiutarli nel movimento. Nel 1833 perseguitò i liberali, condannandoli

all'esilio od alla morte.

Ebbene, a settant'anni di distanza possiamo avere l'animo abbastanza

calmo per esaminare queste due accuse.

Nessuno ha mai saputo dimostrare che cosa Carlo Alberto avesse

_promesso_ ai cospiratori del 1821 e in che modo quindi li avesse

traditi.

Bisogna essere bene inesperti di congiure e di rivoluzioni per ignorare

quanto sia facile a cospiratori illudersi sopra una parola o sopra un

gesto, e come sia prepotente, negli uomini che si sono posti, anche

per una causa nobile, fuori della legge, il bisogno di aggrapparsi a

qualunque filo che sembri legarli ad altri e maggiori cooperatori del

loro proposito.

Gli uomini che s'erano illusi di poter dare nel 1821 istituzioni

costituzionali al Piemonte, erano tutti amici commensali del principe

di Carignano. Se dunque o il Lisio o il Balbo o il Santarosa o il

Collegno, tutti insieme, come pare, disvelarono a Carlo Alberto i

loro vincoli colle società segrete, chiedendogli appoggio per ottenere

promesse liberali dal Re, doveva essere in loro fortissima la speranza

che l'adesione di un personaggio così vicino al trono avrebbe nel tempo

stesso dato guarentigie maggiori al successo della loro impresa e sopra

tutto giustificata in loro un'attitudine, che, da parte di ufficiali e

di funzionari pubblici, poteva sembrare passabilmente arrischiata.

Quale fu la risposta di Carlo Alberto? Una conferma dei sentimenti

liberali manifestati nell'intimità di antecedenti colloqui; un serio

ammonimento circa l'impossibilità che in quel momento l'impresa

riuscisse; la più esplicita dichiarazione che in nessun caso egli

avrebbe aiutata una soluzione, a cui il Re legittimo fosse contrario.

Si sono potute ammucchiare contro Carlo Alberto centinaia di pagine;

non s'è mai potuto accertare che altre da queste siano state le sue

dichiarazioni.

Ora, sia che i congiurati abbiano afferrata a volo la prima frase,

dimenticando le altre; sia, com'è più probabile, che il moto li abbia

trascinati, al solito, più in là delle loro previsioni, non avevano

essi il diritto di affermare la complicità di Carlo Alberto in una

impresa, uscita affatto dai limiti, nei quali egli avrebbe potuto

accettarla.

E se, malgrado gli ammonimenti suoi, la congiura, prorompendo a

rivoluzione, lo poneva nel bivio di diventare un ribelle o di restare

un principe di casa Savoia, chi oserebbe, specialmente oggi, fargli una

colpa d'aver voluto rimaner tale?

Non egli dunque tradì i congiurati; ma la congiura tradì lui e tutti,

portando la situazione a conseguenze non prevedute, a scopi non

proporzionati ai mezzi militari, finanziari e politici, di cui la

congiura poteva disporre. E, del resto, questo compresero così bene,

dopo le prime amarezze, i congiurati stessi, che poi ad uno ad uno si

raccostarono al principe calunniato, e ridivennero prima ancora del

1848, i più fedeli suoi consiglieri, i suoi amici più cari. Nè a quel

gran sofferente venne mai meno la generosità dell'oblio. Poichè, quando

gli accadde, verso il 1846, d'aver bisogno d'un segretario, offrì

il posto e lo stipendio a quel poeta Giovanni Berchet, che lo aveva,

pei fatti del 1821, flagellato di versi così crudeli. E il Berchet,

declinando con animo commosso l'offerta, diceva all'amico suo Carlo

d'Adda, oggi senatore del Regno: «Darei dieci anni della mia vita per

non avere scritto quei versi».

E veniamo al 1833. In quell'anno, come è noto, un'altra congiura

politica, a cui non erano pure estranei alcuni ufficiali, era

stata ordita in Piemonte sotto le prime influenze della propaganda

mazziniana, disciplinata nella _Giovane Italia_. Pioveva, come

suol dirsi, sul bagnato; poichè soltanto due anni prima, all'epoca

della proclamazione di Carlo Alberto, una setta repubblicana aveva

reclutato tra le stesse guardie del Corpo alcuni proseliti disposti ad

assassinare il Re. Scoperta la prima cospirazione, il Re fu clemente

e si limitò a chiudere in Fenestrelle il capo della congiura[1].

Scoperta la seconda, l'atteggiamento diventò severissimo e il Re deferì

i colpevoli al giudizio dei consigli di guerra. Questi procedettero,

secondo l'indole loro, inesorabili e le condanne a morte furono più

d'una. Nessuno affermò che con quelle condanne si fossero violate

le disposizioni della legge stataria vigente, ma tutti deplorarono

che Carlo Alberto non avesse usato più largamente del suo diritto di

grazia.

E lo deploro anch'io. Però non si può non pensare che questo diritto

di grazia costituirebbe nei nostri codici una bugia, se i Principi

se lo vedessero sotto mano tramutato in dovere; se a loro non fosse

mai lasciata nessuna libertà di considerare i tempi, le circostanze,

le difficoltà dello Stato. Si possono desiderare i Principi sempre

magnanimi; non si possono vituperare i Principi anche severi, se la

giustizia non è offesa dagli atti loro.

Carlo Alberto si trovava ne' suoi primi mesi di regno. La sua condotta

era gelosamente investigata dagli altri monarchi europei, nei quali non

si poteva dissipare la nube di sospetti, addensata, pei casi del 1821,

intorno a lui. Ebbe egli il sentimento che la severità legale fosse in

quella occasione l'unico modo di uccidere quei sospetti per sempre e

di lasciargli intera l'indipendenza de' suoi movimenti per l'avvenire?

o fu veramente dominato dal pericolo che quei tentativi settarî,

specialmente rivolti contro l'esercito, si riprendessero e scuotessero

nella sua compagine la monarchia, di cui divisava fare più tardi una

macchina per l'indipendenza italiana?

Certo è che i procedimenti susseguiti a quelle agitazioni parvero

eccedere ogni misura di colpa, e ne restò sulla condotta di Carlo

Alberto lungo rimprovero di liberali. Ci vollero gli eroismi e le

sventure del biennio 1848-49 perchè quelle impressioni rimanessero

interamente dimenticate.

Del resto, non erano tempi facili, nè pei popoli, nè pei principi;

difficili specialmente per quel principe, che voleva e diede più tardi

al suo popolo istituzioni a cui nessun principe italiano contemporaneo

si rassegnava di buona fede. Al duca d'Aumale, venuto alcuni anni

dopo a visitarlo, Carlo Alberto diceva: «Je suis entre le poignard

des Carbonari et le chocolat des Jésuites». Non è dunque storicamente

giusto il biasimo inflitto dagli scrittori intransigenti alla

contraddizione quasi tragica nella quale oscillò Carlo Alberto, prima

della sua ultima e grande evoluzione politica. Quella contraddizione

poteva essere in parte attribuita all'indole del tempo. Fra il

Metternich, che minacciava di detronizzare Carlo Alberto a beneficio

del duca di Modena, e il Mazzini che s'agitava per detronizzarlo a

beneficio della Repubblica, la via sempre diritta non si vedeva chiara.

I sovrani hanno, anche più degli altri uomini, il diritto d'essere

giudicati sopra l'insieme della loro vita, non sopra episodi

passeggieri, di cui ordinariamente non si scoprono e non si misurano

che assai tardi le varie responsabilità.

Nel 1821, un principe d'impulsi subitanei, ma di scarsa previdenza,

avrebbe forse potuto strappare ai pubblicisti del tempo un grido

d'ammirazione, rinunciando ai suoi diritti dinastici per combattere

una battaglia disperata in nome della libertà. Ebbene? quale ne sarebbe

stato l'effetto? ch'esso avrebbe dovuto, dopo la sconfitta, o andare a

morire in Grecia, come Santorre di Santarosa, o trascinare per tutte

le capitali europee l'antipatica figura di un principe spodestato.

Il Berchet non avrebbe scritta la sua fiera apostrofe, ma sul trono

sabaudo si sarebbe assiso il carnefice di Ciro Menotti, e forse

l'Italia starebbe ancora meditando, per secoli, il problema della sua

esistenza.

Carlo Alberto fu assai meglio inspirato. Affrontò, con mesto animo, ma

con grande energia morale l'ingiustizia de' suoi contemporanei. Scelse

Iddio e la storia a giudici suoi. E la storia certamente gli perdonerà

qualche menda de' suoi primi anni, ricordando la grandezza degli

ultimi; nei quali la sua lealtà non può essere pareggiata che dal suo

ardimento, e la semplicità del sacrificio è in perfetta armonia colla

nobiltà della causa per cui lo fece.

In questa differenza tra il pensiero politico di Carlo Alberto e

il pensiero, o meglio il metodo politico degli altri principi della

penisola, sta il segreto dell'avviamento che prese la storia d'Italia

dopo il 1846.

E poichè in una legge storica consolante già ci siamo imbattuti durante

questa passeggiata italiana, vediamo di non isfuggirne un'altra, che

pure al nostro pensiero si afferma.

È assioma di pubblicisti volgari e di menti isterilite da scetticismo,

essere la politica fondata sulla furberia piuttosto che sulla lealtà,

e doversi respingere dall'arte di governare i popoli ogni miscela di

sentimento o di cuore. Tutto ciò risponde ai dettami di quell'egoismo,

sul quale una falsa scienza sedicente positiva vorrebbe impernare le

novità del mondo.

Ebbene, la politica dei vari principi italiani dal 1815 al 1848,

fu essenzialmente egoista; una sola, quella di Carlo Alberto, ebbe

virtù di espansione, carattere di altruismo. Questa rimase, trionfò e

trionfa ne' suoi successori; dell'altra non restano più che ricordi,

rattristati dalle catastrofi e illanguiditi dal tempo. In quegli anni

di dolori e di speranze, un solo principe buttò agli eventi la sua

corona per capitanare due guerre d'indipendenza; uno solo giurò la

Costituzione, senza ritoglierla. Che meraviglia se a quel solo l'Italia

s'avvinse, indovinando dalla fede del primo la lealtà non mai smentita

dei successori?

Non è dunque vero che la modernità debba uccidere gl'ideali per far

vivere gl'interessi. La contraddizione fra gli uni e gli altri è

l'ipotesi d'una dialettica artificiosa, non la formola uscita dalla

logica degli eventi.

La morale pubblica non può essere, non è diversa dalla morale privata.

Attingono entrambe la loro autorità dal sentimento del dovere, che non

è mai in contrasto coi dettami della virtù.

Vi riuscirebbe difficile dedurre da qualche deplorabile eccezione che

nella vita privata la disonestà produca dei felici. Potete affermare,

senza tema di smentite, che, nella vita pubblica, la prosperità degli

Stati è in ragione diretta dell'onestà dei Governi.

LA VECCHIA ITALIA

CONFERENZA DI GUGLIELMO FERRERO

Mezzo secolo addietro la vecchia Europa sentì a un tratto tremarsi

sotto la terra. In un impeto di audacia, che anche oggi, dopo tanti

anni, sembra a noi miracoloso, gli uomini insorsero quasi dovunque

contro l'ordine che si diceva costituito per volere di Dio; e, in pochi

mesi, i governi più antichi rispettati e temuti parvero distrutti per

sempre o vicinissimi all'estrema rovina.

Questa rivoluzione del grande anno, unica in apparenza, fu in realtà

molteplice; perchè ogni popolo meritò un premio suo, con le proprie

audacie rivoluzionarie. In Italia i rivolgimenti del 1848 parvero

mirare specialmente alla liberazione nostra dalla signoria straniera;

ma chi fruga un poco addentro nella storia della società italiana,

dal 1830 al 1848, vien fatto di accorgersi presto che, sotto la guerra

tra austriaci e italiani, si nascose allora, come dopo, il conflitto

tra una società che esisteva e l'idea, il disegno, il proposito di una

società nuova. Non è possibile comprendere la storia italiana di questo

ultimo mezzo secolo, se non si comprende il carattere sociale della

rivoluzione del 1848; ma la natura di questo terribile rivolgimento si

può a sua volta capire solo studiando la società della vecchia Italia

dal 1830 al 1848; nella quale maturò la discordia, che doveva scoppiar

poi nella aperta guerra durata dal 1848 al 1870.

La vecchia Italia era uno degli ultimi avanzi, e dei meglio conservati,

della vecchia Europa aristocratica e teocratica, nemica di quel

complesso di cose materiali e morali, che noi chiamiamo la civiltà

moderna. I diversi governi ricostituiti in Italia dopo la caduta di

Napoleone si affaticarono intorno a una impresa di conservazione, empia

e stolta secondo le idee nostre, ma alla quale non mancò una certa

avvedutezza e coerenza, derivatale dall'aver quei governi capito quale

sia il primo principio dell'arte di conservare gli Stati; che cioè le

istituzioni non durano a lungo, se le idee degli uomini non restano

eguali; e che gli uomini mutano tanto più facilmente di idee, quanto

più sono mutevoli le condizioni della loro esistenza. L'instabilità

delle idee e delle istituzioni, e l'instabilità dei destini individuali

e delle fortune si accompagnano sempre, come gli effetti alle cause;

sono ambedue i segni esteriori della interna elaborazione vitale

delle società che si rinnovano; onde la vera politica conservatrice

deve cercare di distruggere questa plasticità vitale della società,

quasi direi pietrificandola in tutti i suoi organi. L'opera a cui

attesero principalmente i governi italiani dal 1830 al 1848 fu quasi

di pietrificare tutti gli organi della società italiana, per modo

che questa non fosse più un animale vivente, capace di malattie e di

guarigioni, di crescite e di invecchiamenti; fu di mummificarla per

sempre in una forma morta, tenendola lungamente immobile entro un bagno

di ignoranza, di bigottismo, di pregiudizi e anche di virtù modeste e

di ragionevoli saviezze.

Le virtù modeste, le ragionevoli saviezze che dovevano essere tra

i primi elementi di conservazione della vecchia Italia, furono la

semplicità e parsimonia del vivere, universale in Italia sino al

1848; in una società nella quale i bisogni erano meno numerosi e le

spese di apparenza minori che nella nuova. Le città, salvo qualche

monumento di lusso pubblico, qualche teatro, qualche chiesa, qualche

palazzo gentilizio, erano costruite dimessamente; strette le vie; pochi

e miseri i giardini; trascurata la pulizia e ogni altra cosa nelle

strade; scarsa la luce di notte. Gli uomini erano contenti di vivere

in case più piccole, più buie, nelle quali parevano lussi molte cose

che ormai sono diventate bisogni volgari. Tutto era solido e durevole:

le mura delle case, granitiche e secolari; la mobilia robustissima,

costosa ma capace di servire a molte generazioni; i vestiti, tagliati

in stoffe solidissime, che passavano di padre in figlio e facevano

parte dell'asse ereditario. La spesa per il mantello ricorreva una

o due volte nel corso di una esistenza; nè era ancor noto il moderno

divenire continuo della moda. Il commercio non conosceva ancora quelle

teatralità goffe, quelle grandiosità posticcie, quella prodigalità

burlesca di ori e marmi falsi, quel barocco da poco prezzo che hanno

ridotte le vie delle nostre città grandi a orribili imposture della

bellezza, grandezza e ricchezza. I caffè e le botteghe erano in stanze

piccole e basse, come se ne vedono ancora a Venezia e a Mosca, i

caffè soprattutto non arieggiavano a falsi fôri romani, ad Alambre di

cartapesta.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 1 Seconda serie - Storia · 第 1 / 9 段