LA
VITA ITALIANA
NEL
RISORGIMENTO
(1831-1846)
SECONDA SERIE
I.
STORIA.
La politica degli Stati italiani dal
1831 al 1846. ROMUALDO BONFADINI.
La vecchia Italia. GUGLIELMO FERRERO.
Il brigantaggio meridionale durante
il regime borbonico. FRANCESCO S. NITTI.
Il Vescovo d'Imola. ERNESTO MASI.
FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO
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7, Via del Proconsolo
1899.
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Firenze, 1899. Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46
LA POLITICA DEGLI STATI ITALIANI DAL 1831 AL 1846
CONFERENZA DI R. BONFADINI
Il Congresso di Vienna aveva dato all'Italia un ordinamento
territoriale e politico assai ripugnante alle aspirazioni che la
Rivoluzione francese e i regimi napoleonici vi avevano alimentato.
Restituendo la corona delle Due Sicilie a quel re Ferdinando che nel
1799 vi aveva esercitato così feroci vendette, la Santa Alleanza non
gl'impose nessuna riserva, nè per gli antichi diritti costituzionali
mantenuti costantemente, in maggiore o minore misura, nell'isola di
Sicilia, nè per le nuove esigenze di civiltà amministrativa, sorte
nella parte continentale del Regno, durante il governo del re Gioachino
Murat.
Così pure, ricollocando sotto l'autorità del Papa i territorî
dell'antico Patrimonio, le Legazioni, le Marche e l'Umbria, non si dava
a quelle popolazioni nessuna speranza che il vecchio regime sacerdotale
potesse aprirsi a nessun miglioramento di legislazione o di indirizzo
politico.
Ritornavano in Toscana i principi di Lorena; ed era forse quella la
parte d'Italia meno offesa nei suoi sentimenti, vista l'antica e mite
tradizione di governo di quella Casa.
Ma i ducati di Modena, di Parma, di Lucca, stabiliti solo per
convenienza di principi e di principesse, rappresentavano la forma
più acre del dispotismo, non temperato da nessuna responsabilità
internazionale, da nessuna rispettabilità dei governanti.
Due repubbliche di antichissima origine, Genova e Venezia, invece
di essere ricostituite come si ricostituiva quasi ogni cosa nelle
condizioni anteriori al 1796, venivano aggregate a due grossi Stati;
più fortunata Genova, che almeno serviva ad arrotondare uno Stato
interamente italiano; più offesa nei suoi sentimenti e nel suo orgoglio
Venezia, che diventava provincia di un Impero straniero, a cui si
concedeva anche l'ambíto riacquisto della Lombardia.
La casa di Savoia, meno l'annessione di Genova, rientrava a un di
presso ne' suoi territorî antichi; e per verità dalla Santa Alleanza
avrebbe meritato maggiori riguardi, in ragione dell'aspro trattamento
subíto dal predominio francese e della costante fedeltà da essa serbata
verso i governi di diritto divino.
Ma il Congresso di Vienna era stato, in ogni sua deliberazione, il
trionfo dei forti. E il Piemonte non aveva potuto uscire più saldo
da quelle stipulazioni, soprattutto per l'ostilità dell'Austria, che
nutriva contro la casa di Savoia una diffidenza intuitiva, paralizzata
ne' suoi effetti maggiori soltanto dalla benevolenza della politica
russa.
L'Austria poi s'era assicurata una perfetta dominazione su tutte
le cose della penisola italiana, vuoi pel possesso del magnifico
territorio lombardo-veneto, così ricco di prodotti, di abitanti,
di strade e di fortezze, vuoi per la stretta parentela della casa
d'Habsburg con quasi tutti i principi minori d'Italia, vuoi per
l'immensa superiorità delle sue forze militari, accresciuta da speciali
trattati, che ponevano interamente a sua disposizione la politica, le
armi e le polizie dei principati rifatti lungo la valle del Po.
In complesso, può dirsi che questo ordinamento rappresentava soltanto
interessi di principi e di Case regnanti. Nessun interesse di popolo
v'era stato consultato o contemplato. Fiera de' suoi successi militari
contro il colosso napoleonico, la Santa Alleanza s'era illusa che il
mondo dovesse, d'allora in poi, essere governato dalla sola forza, e
che questa sola meritasse d'avere organismi e guarentigie.
Non tardò a comprendere di essersi ingannata; ma intanto il suo
inganno servì per molti anni a far persistere il governo austriaco,
suo rappresentante in Italia, nell'uso, anzi nell'abuso della forza: e
così sorse, quasi immediatamente nella penisola, il sentimento della
resistenza contro gli ordinamenti politici e territoriali, imposti
all'Italia dai trattati del 1815.
Com'è naturale, non avendo mezzi di esprimersi nè colla stampa, nè con
forme di rappresentanza, gelosamente vietate dai regimi ristabiliti,
il malcontento pubblico s'avviò verso i metodi della cospirazione.
Trovatosi ad un tratto come chiuso in una camicia di forza, dopo avere
passato parecchi anni sotto governi inspirati a principî più o meno
tumultuosi di libertà, il popolo italiano non seppe acquetarsi a così
improvviso e così duro mutamento d'istituzioni; molto più avendo la
coscienza di essere stato anche prima piuttosto vittima che complice
degli avvenimenti. Non potendo manifestarsi alla luce del sole, senza
pericolo di prigione o di capestro, cercò le vie sotterranee. E ne
avvenne ciò che avviene di quelle terribili sostanze aeriformi, che,
trovandosi chiuso il passaggio per le viscere della terra, prorompono
e diventano terremoti.
Di lì quel carattere speciale di monotonia, che impronta di sè la
politica degli Stati italiani, dal 1830, anzi addirittura dal 1815 fino
al 1846.
Ad eccezione di uno solo, in tutti quegli organismi governativi non
parve penetrare durante tutti quegli anni verun pensiero. Parve anzi
che l'unica ed accanita preoccupazione di quei regimi fosse la guerra
al pensiero, sotto qualunque forma e da qualunque compagine uscisse.
Mentre tante novità sorgevano e si discutevano in Europa, dalla
ricostituzione della Grecia a quella del Belgio, dalle insurrezioni
iberiche all'insurrezione polacca; mentre tante questioni nuove
di amministrazione e di governo balzavano lucidamente dalla virile
eloquenza dei Parlamenti di Francia e d'Inghilterra, in Italia una
sola attività prendeva il posto di tutte, un'attività di spionaggio e
di polizia. Ricostituiti sull'unica base di un interesse dinastico,
quegli Stati non ebbero dunque altro proposito che di mantenere la
base. Purchè la casa del Principe fosse tranquilla e ben provveduta,
l'interesse pubblico non esigeva di più. Se di questa situazione
qualche Principe abusava per uscire dal proprio diritto e violare,
a danno dei sudditi, i doveri della moralità e dell'onestà, l'unica
conseguenza era la necessità di una maggiore oculatezza, talvolta di
una maggiore ferocia negli stromenti di polizia, per reprimere sdegni
legittimi propositi di resistenza. Al postutto, le solidarietà nel
male erano assicurate dall'interesse comune, e su tutte stendeva la
sua indulgenza irresponsabile e sistematica la politica protettrice del
principe di Metternich.
Nulla dunque distraeva quei ministri di Stato dall'esclusiva cura
di perfezionare i metodi della polizia. E i dispacci di tutti quegli
ambasciatori, quei consoli, quei diplomatici, diretti dalla suprema
saviezza dei Canosa, dei Riccini, dei Lambruschini, arieggiano rapporti
di questura, piuttosto che avvedimenti di uomini politici. Ora si
tratta d'impedire un colloquio sospetto fra la marchesa Camerata e il
prigioniero Duca di Reichstadt, ora di indagare le relazioni personali
dei membri della famiglia Bonaparte in Roma, ora di vigilare perchè
Achille Murat non si muova da Londra per lidi ignoti. V'è perfino
un progetto di deportare tutti i liberali al di là dei mari europei;
progetto che si ruppe unicamente contro la ripugnanza manifestata dai
governi di Torino e di Firenze.
Centro di tutta questa reazione appassionata ed imprevidente fu
soprattutto il seggio pontificio, sul quale, al principio del 1831,
era venuto ad assidersi, per intrighi austriaci e spagnoli, un monaco
d'illibati costumi, di mente corta e di pregiudizi fanatici, Mauro
Cappellari della Colomba.
Rappresentato, ne' suoi rapporti di governo, da due personaggi,
egualmente fanatici, il cardinale Bernetti e il cardinale Lambruschini,
tutta la sua vita politica fu una lotta fiera e sanguinosa contro
i suoi sudditi; sui quali fece pesare replicatamente l'onta
dell'occupazione austriaca, richiesta ad ogni stormir di foglia e
accordata anche più volonterosamente che non si chiedesse.
Di questa politica tutta a base di persecuzioni, di repressioni e di
supplizi, si mostrava fiero censore un forte uomo politico italiano,
Pellegrino Rossi; il quale scriveva al ministro degli affari esteri
di Francia: «Se voi sapeste come tornerebbe agevole soddisfare i
voti di queste popolazioni, senza nulla riversare, nulla snaturare!
Tutta la parte sana non domanda che un poco d'ordine e di buon senso
nell'amministrazione. Che s'impianti un governo assennato, e issofatto
i demagoghi si troveranno isolati e impotenti.»
Ma questi consigli della ragione, dei quali parecchi governi italiani,
e prima e poi, avrebbero dovuto sentire l'opportunità, non tornavano
a grado del governo austriaco, gran consigliere e gran protettore
di Gregorio XVI; poichè il cardine fondamentale della politica
metternicchiana in Italia fu sempre d'impedire che i principi indigeni
accettassero progressi di legislazione; allo scopo di poter dimostrare
che le provincie amministrate meglio erano quelle governate dalla Casa
d'Austria, e trarne così, agli occhi dell'Europa, titolo a rendere
sempre più durevole e più esclusiva l'influenza austriaca nelle cose
della penisola.
Sicchè i metodi del Bernetti e del Lambruschini continuavano a
trionfare contro tutti gli sforzi dei cospiratori interni e contro le
timide rimostranze della diplomazia europea. Continuava lo scandalo
delle dilapidazioni e dei favoriti, continuava la preminenza nelle
cose dello Stato ora del barbiere Moroni, ora del colonnello Freddi,
ora dell'agente austriaco Sebregondi, ora del prete Abbo, spergiuro
e infanticida. In questa vergogna di cose s'andava rapidamente
spegnendo ogni prestigio della sovranità temporale esercitata dal
Sommo Pontefice; tanto che, fin dal 1837, l'inviato sardo a Roma,
marchese Crosa, non si peritava di scrivere al conte Solaro della
Margherita: «È qui comune idea fra le persone che spingono lo sguardo
nel lontano avvenire, il pensare che qualora prosegua in questo paese
l'attuale ordinamento di cose, debba col tempo aver luogo qualche
crisi essenziale; e la ipotesi la più plausibile sarebbe quella di
vedere la gran Roma ridotta alla mera supremazia ecclesiastica, non
conservando che l'ombra del temporale....» Il sagace diplomatico
piemontese intravedeva già, fra gli errori e fra gli orrori del tempo,
la soluzione soddisfacente, e, senza confessarlo a se stesso, tradiva
il pensiero che, dalla tribuna parlamentare, avrebbe proclamato,
ventiquattr'anni dopo, Camillo di Cavour!
Per allora, nulla si mutava e nulla si voleva mutare nello Stato
Pontificio, a cui soltanto avrebbe dato una scossa, di proporzioni
impreviste, il Papa futuro del 1846. Alle potenze europee, preoccupate
di questa perpetua alternativa fra rivoluzioni e reazioni, la curia
romana prometteva riforme, col preciso proposito di non attuarle; e
i diplomatici d'allora si rassegnavano ad essere ingannati, come si
rassegna sempre la diplomazia ad ogni inganno che serva alla pace d'un
quarto d'ora.
L'Austria entrava ed usciva dai territorî papali come da casa sua; la
Francia occupava Ancona, con gran fracasso di frasi, poi rimpiattava la
sua sterile iniziativa dietro le più umilianti dichiarazioni imposte
dal cardinale Bernetti. Nel tutto assieme, trionfo di prepotenza, di
reazione e d'ipocrisia, da cui la provvidenza storica si preparava a
trarre i germi del fatto nuovo.
Poco al di sopra o poco al disotto della politica pontificia stava
quella del duca di Modena, Francesco IV; al quale per rifare Cesare
Borgia mancò l'audacia e per rifare Filippo II mancò l'intelligenza.
Dell'uno e dell'altro però ebbe l'istinto dispotico, le morbose
ambizioni, l'animo freddamente feroce. Regnava da alcuni anni, quando
scoppiò in Francia la rivoluzione del 1830. Una grande illusione s'era
da quel rivolgimento diffusa nell'animo degli Italiani, specialmente
del centro; l'illusione che da Parigi uscisse energico aiuto alle
rivendicazioni liberali d'Italia. Il generale Pepe aveva capitanato
queste illusioni, destreggiandosi presso il generale Lafayette, perchè
accordasse alcuni soccorsi di fucili e di denaro.
Speranze simili erano penetrate anche in un uomo d'alto animo e di
larghi concetti, Ciro Menotti, modenese e commerciante di professione.
Poco fiducioso in moti popolari di carattere repubblicano, egli non
aveva avuto difficoltà ad aprirsi politicamente col suo principe, il
duca Francesco IV, di cui conosceva la cupa indole, ma di cui aveva
indovinato la segreta ambizione.
Sfiduciato di ottenere il trono di Sardegna, al quale per tanti
anni aveva rivolto sguardi ed intrighi, Francesco IV suppose che la
rivoluzione di Francia, riaprendo l'èra dei mutamenti italiani, gli
avrebbe forse permesso di ricomporsi un trono più ampio, sui dominî dei
principati vicini. Anche il titolo di re d'Italia pare sia balenato
al suo pensiero. Sicchè, dimentico per un istante de' suoi fanatismi
legittimisti, non respinse i discorsi di Ciro Menotti, che sembrava
poter essere chiamato da prossimi avvenimenti a notevoli influenze
politiche.
Però il prepotente atteggiarsi dell'Austria e il vacillante programma
dei nuovi governanti francesi, la cui fierezza svampava nella rettorica
parlamentare del generale Sebastiani, fecero accorto l'ambizioso
duca della vanità de' suoi sogni. Sicchè, ritraendosi da' primi
affidamenti, passò, come accade, a feroci vigilanze intorno al Menotti,
di cui aveva sorpreso alcuni andamenti. Il Menotti s'era ingannato
di vent'anni, supponendo maturo un popolo a concetti unitarî e fedele
un principe ad impegni di libertà. Vistosi a un tratto circondato di
diffidenze, dopo le prime larghezze lasciate al suo disegno, non fu
più in tempo a rompere le tese fila, e dovette anzi, per necessità
di salvezza, precipitare lo scoppio. Il 3 febbraio 1831 l'avviso era
dato, e una trentina di congiurati s'erano raccolti in casa Menotti.
Ma l'avviso era giunto contemporaneamente anche a cognizione del Duca,
il quale inviò soldati e cannoni, fece assalire la casa, uccidere
alcuni complici e tradurre incatenato alle sue carceri Ciro Menotti.
È del giorno successivo quel terribile dispaccio di Francesco IV
al governatore di Reggio: «Questa notte è scoppiata una formidabile
rivolta contro di me. I cospiratori sono nelle mie mani. Mandatemi il
boja.»
Erano questi i pregiati autografi dei principi d'allora.
Del resto, il trionfo momentaneo delle insurrezioni romagnole e
modenesi non riuscì a togliere una vittima alle vendette del duca di
Modena. Il quale, fuggendo sul territorio austriaco e ritornando dopo
la bufera, ne' suoi dominî, aveva trascinato seco in catene l'infelice
Menotti. Il processo aperto da un tribunale statario contro di lui ebbe
l'esito che non era difficile prevedere. La mattina del 26 maggio 1832
fu appiccato per ordine dell'implacabile Duca, a cui quell'uomo vivo
rappresentava il rimorso d'una politica equivoca.
E questa politica fu anche l'unica, fu l'ultima che desse un qualche
rilievo al Ducato di Modena. Il quale era poi cercato con affettata
ignoranza sulla sua carta geografica dal re Luigi Filippo, un po'
indispettito perchè il principe modenese si fosse impuntato a non
riconoscere la sua sovranità. Tempi curiosi, nei quali i principi a
cui una rivoluzione riusciva pretendevano essere accettati da sovrani
legittimi; mentre poi i principi che in un tentativo di rivoluzione
s'erano tuffati credevano disonorarsi riconoscendo principi a cui il
tentativo aveva giovato.
Meno feroci, anzi punto feroci, perchè l'ambiente non consentiva
ferocia, erano le pressioni esercitate dal gabinetto austriaco sulla
famiglia toscana.
Nella casa di Lorena non era minore che in tutte le altre d'Italia
la preoccupazione dinastica; ma poichè le miti tradizioni popolari
non incoraggiavano tentativi settarî, quel governo cercava mantenersi
con politica blanda, addormentando piuttosto che urtando, corrompendo
piuttosto che offendendo, cercando di deviare verso istituti di
benessere materiale quelle forze intellettuali bramose d'ideali, che
nel paese sovrabbondavano.
Era, scrive il Tabarrini «la mediocrità in ogni cosa». Sicchè Gino
Capponi patíva «le fiere malinconie dell'ingegno inerte e costretto».
«Il principato lorenese», afferma Giuseppe Montanelli «faceva
degenerare il popolo toscano».
Il che non pareva sufficiente alla politica del principe di Metternich,
il quale avrebbe certamente creato delle sètte dove non esistevano, per
darsi la gioia di perseguitarle. Contro il granduca Leopoldo attizzava
la diffidenza fra i potentati europei. Il non vedere erette forche in
quell'angolo d'Italia gli pareva una debolezza, fomite di prossime
rivoluzioni. Quando, nel 1835, il governo granducale mitigò la pena
del carcere ad alcuni condannati per causa politica, l'ambasciatore
d'Austria a Firenze consegnò un dispaccio ufficiale, in cui era detto
che «il Sovrano della Toscana, così operando, incoraggiava il delitto».
Per una sommossa di studenti nell'Università di Pisa, il gabinetto
austriaco consigliava riformare gli statuti della pubblica istruzione,
sostituendo nella scelta dei professori al criterio della scienza
quello della fedeltà politica. Chiese, e pur troppo ottenne, la
facoltà d'istituire per suo conto un gabinetto nero per l'apertura
delle corrispondenze private. Chiese, e pur troppo ottenne, che si
sopprimesse l'Antologia e si sbandisse da Firenze Niccolò Tommasèo.
Chiese, e pur troppo ottenne, crescendo colle rassegnazioni le
esigenze, che fossero arrestati il Guerrazzi, il Bini, il Salvagnoli,
il Contrucci e parecchi altri, processandoli per aderenze settarie, che
non furono mai potute provare. Perfino il Congresso dei Dotti, tenutosi
in Pisa nel 1844, fu argomento di fieri rabbuffi alla debolezza
del principe che lo aveva concesso. E quel filosofo del maresciallo
Radetzki, scrivendo all'ambasciatore austriaco in Firenze, considerava
il Congresso di Pisa come «un'istituzione destinata a travagliar gli
animi in segreto per gettare le fondamenta dell'opera infernale della
rigenerazione italiana».
Sicchè non è meraviglia se la politica austriaca avesse anche
immaginato, circa la Toscana, ipotesi più ardite e più avide, quando
pareva che al granduca Leopoldo mancasse la prole. Le manifestava
senza ambagi l'imperatore Francesco al Granduca, dicendogli: «Mi spiace
dirvelo, ma non avvi rimedio; la Toscana diverrà provincia austriaca».
Fortunatamente — guardate di che avverbi deve talvolta servirsi la
storia! — fortunatamente la granduchessa Marianna Carolina morì, e da
un successivo matrimonio Leopoldo ebbe prole maschile. La «provincia»
agognata dall'imperatore d'Austria era destinata a tutt'altra
sovranità.
Di questa politica toscana, tutta a spinte e controspinte, ebbe per
moltissimi anni la responsabilità principale Vittorio Fossombroni,
spirito arguto, scienziato eminente, uomo di Stato profondamente
scettico, i cui ideali di governo non oltrepassavano i limiti d'un
dispotismo bonario, e che, finite le ore d'ufficio, respingeva ogni
affare, dicendo: «Il desinare brucia, lo Stato no».
Pure, così scettico com'era, si devono a lui quelle poche resistenze
che oppose la Toscana così alle pretese austriache come alle esigenze
chiesastiche. Sapeva di rispondere ad una vecchia tradizione di
governo locale, equilibrandosi contro Vienna e Roma. Spento lui,
prevalsero sulla fiacca indole del principe lorenese influenze
tortuose e schiettamente retrive. Il suo confessore Balocchi gli negava
l'assoluzione se resisteva alle domande della Corte di Roma; il suo
ministro degli esteri, Hombourg, gli faceva firmare tutto ciò che
piaceva al Gabinetto di Vienna.
Era con siffatte disposizioni che la dinastia lorenese si affacciava ai
nuovi tempi. Erano queste le forze che preparava per resistere all'onda
mossa dietro di lei da quella pleiade illustre di liberali colti ed
energici, che dai Galeotti, dai Salvagnoli, da Ferdinando Andreucci
giungeva a Gino Capponi, a Ubaldino Peruzzi, a Bottino Ricasoli.
Ci allontaniamo parecchio da questi nomi scendendo giù per l'Italia
fino a Napoli, dove troviamo quelli di Ferdinando II, del marchese Del
Carretto, di monsignor Cocle, confessore del Re.
Qui ritorniamo all'antitesi nella sua più cruda espressione; la
prosperità dinastica fondata sulla pubblica umiliazione; i supplizi
correttivi delle cospirazioni; la polizia e lo spionaggio, elementi
dominatori dello Stato.
La polizia muta, pur rimanendo identica. Vuol dire, cioè, che nel
sogno d'un despotismo più intenso, si cerca perfino di allontanare
l'influenza austriaca, contrapponendovi ora influenze francesi, ora
influenze sarde, purchè aiutino il programma d'una indipendenza del
principato, unicamente volta a intera libertà di oppressione.
Questo parve essere infatti il pensiero direttivo del nuovo Sovrano,
che saliva al trono l'8 novembre 1830. Ferdinando II, come fu
più tardi giudicato da scrittori senza passione, non era uomo
cattivo, ma sopraffatto da un'indole rozza e volgare. Apparteneva
ad una stirpe regia, per la quale il giurare una Costituzione era
fenomeno altrettanto consueto quanto il ritoglierla. Governava
un'amministrazione, la cui corruttela formava il disgusto di tutti i
diplomatici accreditati presso la Corte di Napoli. Non voleva lasciar
far nulla a nessuno ed era poi così inerte e svogliato, che non
riusciva a far nulla da sè. Si stemperava in motti di spirito, in lazzi
osceni o brutali. Ora toglieva la sedia di sotto alla regina, per farla
sconciamente cadere a rovescio, ora frustava le gambe al cavaliere
Caracciolo di Castelluccio, per vederlo saltare, gridare e piangere.
Quando gli parlavano di modificare le uniformi dei soldati, rispondeva:
«Vestili come vuoi, fuggiranno sempre». Quando gli additavano qualche
ufficiale pubblico, arricchitosi scandalosamente colle concussioni,
diceva: «Preferisco i ladri ingrassati ai ladri da ingrassare».
Al di sopra poi di tutto questo scetticismo e di tutta questa
brutalità, appariva un furore quasi morboso di comando dispotico. Del
principe di Metternich amava i principî di governo, se non accettava
sempre volentieri i consigli. Al re Luigi Filippo, che lo aveva
timidamente invitato ad allentare un po' le redini della tirannia,
rispondeva senza ipocrisie: «Il mio popolo ubbidisce alla forza e si
curva; ma la libertà è fatale alla famiglia dei Borboni, ed io sono
deciso ad evitare ad ogni costo la sorte di Luigi XVI e di Carlo X».
Non l'ha evitata al suo immediato successore. Dio ha permesso che
gli giungesse all'orecchio, prima di morire, il rombo dei cannoni di
Montebello.
Con siffatto re e siffatta politica, i destini delle popolazioni
meridionali apparivano chiari; oscillare fra le agitazioni e le
repressioni.
Sbollite infatti le prime illusioni del nuovo regno, cominciarono i
fenomeni del pubblico malcontento.
Nel marzo 1831, cospirazione in Abruzzo, due cospirazioni a Napoli nel
1832, cospirazione a Capua e a Salerno nel 1833, insurrezioni nel 1837,
così nell'isola di Sicilia come sul continente. Poi, altra cospirazione
nel 1838, pronunciamento costituzionale in Aquila nel 1841, moto
insurrezionale nelle Calabrie durante il 1843, e finalmente spedizione
dei fratelli Bandiera nel 1844.
Da tutti questi movimenti uscivano processi, combattimenti,
fucilazioni, esilii; e si disperdevano pel mondo giovani divenuti
poi stromenti vigorosi d'italianità nei successivi periodi, come
Pier Silvestro Leopardi, Carlo Poerio, Giuseppe Massari, Benedetto
Musolino, Giuseppe Ricciardi, Luigi Settembrini, Saverio Baldacchini,
Francesco Paolo Bozzelli. La politica di Ferdinando II, come quella di
tutti i governi persecutori del pensiero, preparava così a sè stessa
gli elementi della sconfitta. Nessuno sa dire che forze d'ingegno
e che virtù di propaganda scompaiano pei supplizi politici; ma le
carceri e gli esilii politici ingrandiscono sempre uomini, che forse,
meno perseguitati, avrebbero avuto minori spinte all'azione e minori
opportunità di rinomanza. Certo, l'eco mondiale dei dolori di Silvio
Pellico, del Confalonieri, del Maroncelli ebbe per l'Austria, come
diceva il Sismondi, peggiori conseguenze che una battaglia perduta. E
la falange di esuli creata dalle persecuzioni politiche di Ferdinando
II rese popolari nell'Europa, che prima non li conosceva, quei nomi e
quegli uomini, da cui trasse Guglielmo Gladstone la coscienza di quella
terribile invettiva, sotto la quale cadde prostrato il governo dei
Borboni di Napoli.
È una delle leggi storiche più consolanti, una di quelle che più si
ripetono e confermano nel tempo. E se il dispregiarla è carattere
proprio dei regimi dispotici, che alle forze morali non credono e
l'avvenire non curano, sarebbe fatale pei regimi liberali l'obliarne
l'efficacia e la logica.
Del resto, — ed ora può dirsi — sarebbe stato un grande ostacolo per
lo svolgimento normale del sistema italiano se Ferdinando II avesse
ubbidito a consigli politici di altra natura. Questa tentazione era
passata, nei primi tempi, per l'animo suo: ed anche su lui, come sul
duca Francesco IV, aveva tentato qualche pressione quel manipolo di
liberali che in ogni regione italiana stava all'agguato per indovinare
un principe.... diverso dagli altri. Il pericolo sarebbe stato grave
se, cedendo alle influenze di Luigi Filippo, il re di Napoli avesse
camminato per quella via delle riforme che lo aveva sedotto nei primi
mesi del suo governo. Una iniziativa liberale partita dal mezzogiorno,
negli anni fra il 1830 e il 1840, avrebbe potuto impacciare
l'iniziativa liberale del settentrione e creato fra i patriotti
italiani un dualismo forse esiziale per l'ideale politico.
Se le cospirazioni furono la ragione o il pretesto per cui la dinastia
borbonica respinse ogni tentazione di liberalismo e si rifugiò paurosa
nell'abbraccio austriaco, bisogna dire che queste cospirazioni hanno
raggiunto il loro scopo. Le ultime soprattutto, perchè in queste
spuntava nuovo e seducente il concetto unitario, a cui Giuseppe
Mazzini, colla sua grande facoltà d'iniziativa, aveva ormai coordinate
tutte le fila del movimento settario, staccandolo dalle antiche
tradizioni di vendette locali.
Certo, non s'era mai visto prima che un drappello di giovani veneti
chiamasse a rivolta popolazioni napoletane; si sarebbe visto non molto
dopo un generale napoletano chiamato a comandare rivolte venete. Erano
i primi sintomi di quella felice fusione di sentimenti, che avrebbe
dato alle popolazioni italiane un solo vessillo ed un solo programma.
La generazione contemporanea può discutere liberamente il fenomeno
delle cospirazioni italiane, che sarà argomento di studio, non sempre
facile, per le generazioni venture. Quando un paese, dopo mezzo secolo
d'esercizio, s'è tanto inoculato il vaccino della libertà da credere
piuttosto al diritto di abusarne che alla possibilità di scemarla, può
essere anche impunemente ingiusto verso quei precursori, o efficaci o
semplicemente ingenui, che a metodi diversi hanno dovuto ricorrere. Il
collocarsi col pensiero negli ambienti giuridici, morali e politici del
passato è uno sforzo che non sempre riesce neanche a storici pacati e
desiderosi d'imparzialità. È proprio dell'indole umana giudicare altri
da sè come esaminare i tempi alla stregua dei criteri contemporanei.
Sugli innumerevoli tentativi di movimento che hanno agitata l'Italia
dal 1815 al 1848 si possono portare giudizi diversi, secondo gli
scopi, secondo gli effetti, secondo gli uomini. Però il tentativo dei
fratelli Bandiera ha ed è giusto che abbia un posto a parte. La povertà
dei mezzi coi quali fu condotto potrà sempre meritare, nell'opinione
dei pensatori austeri, rimprovero di spensieratezza; ma le splendide
idealità a cui s'inspirò quell'impresa, cominciata con tanto amore e
finita con tanta pietà, hanno innalzato il sacrificio all'altezza di
programma politico, ed hanno gettato su tutto il successivo movimento
italiano quel profumo di giovinezza e di poesia, che, anche quando
rimane leggenda, aiuta a render grandi le cose nobili e a mantenere
nobili le cose grandi.
Ho detto, sul principio di questo discorso, che, ad eccezione di
uno solo, tutti gli organismi governativi italiani respingevano
volontariamente da sè ogni velleità di pensiero.
L'eccezione, voi l'avete indovinato, deve cercarsi nello Stato Sardo;
che venne pigliando, attraverso molte contraddizioni, il suo preciso
indirizzo, soprattutto dopochè, morto Carlo Felice, senza discendenti
diretti, saliva al trono, il 27 aprile 1831, un uomo, contro il quale
s'è per lunghi anni sbizzarrita un'aspra e ingenerosa polemica, Carlo
Alberto, principe di Carignano.
È un nome che non può uscire dalla penna o dalle labbra, senza
richiamare ogni animo gentile a profonde meditazioni. Fu nella vostra
città, in Firenze, ch'egli venne a cercare conforto de' suoi primi
dolori; fu il vostro gran cittadino, Gino Capponi, che ne ottenne le
prime confidenze di uomo e di principe. Chi lo ha chiamato Amleto, non
ha riassunto che ima parte dell'anima sua; poichè Amleto ha ucciso di
spada per vendicare la patria, Carlo Alberto s'è ucciso di dolore per
liberarla; Amleto è morto nel dubbio, Carlo Alberto è morto nella fede,
— in quella fede che sul campo di Novara gli aveva fatto indovinare
Vittorio Emanuele II.
Più nel vero è il marchese Costa de Beauregard che lo chiama _le plus
grand des méconnus_. È infatti questa l'amarezza che gli avvelena
la vita: essere sempre giudicato a rovescio, — essere accusato di
accarezzare sentimenti in diretta opposizione coi suoi. Ha il desiderio
di allargare a' suoi sudditi le funzioni del governo, e lo chiamano
reazionario; dirige tutta la sua politica allo scopo di render
possibile una guerra d'indipendenza, e lo chiamano austriacante; abdica
e muore per rimanere fedele alla sua missione, e lo chiamano traditore.
Sono le grandi ingiustizie dei contemporanei che la storia è sovente
chiamata a rintuzzare. E dopo cinquant'anni sono ormai già tanto
rintuzzati, che ognuna delle pubblicazioni relative a Carlo Alberto
aggiunge una giustificazione od un elogio per lui, nessuna riesce ad
aggiungergli un biasimo od una colpa.
Il pensiero politico ch'egli porta al trono e con cui dirige lo Stato
è il pensiero dell'indipendenza italiana. Nè, malgrado le difficoltà
dei tempi, lo teneva talmente celato che non si avvertisse dai ministri
suoi, più invecchiati nel sentimento dinastico e nella tradizione
diplomatica del diritto divino. Quando infatti, sollecito di non
tradir l'avvenire, nominava a suo ministro degli affari esteri un uomo
innamorato delle vecchie forme, il conte Solaro Della Margherita,
questi lasciava scritto fin dal 1835: «Non ebbi d'uopo di grande
scaltrezza per iscoprire, che oltre al giusto desiderio d'essere
indipendente da ogni influenza straniera, egli era fin nel profondo
dell'animo avverso all'Austria e pieno d'illusioni sulla possibilità
di liberare l'Italia dalla sua dipendenza. Non pronunziò la parola di
scacciare i barbari, ma ogni suo discorso palesava il suo segreto».
Che a questo concetto dell'indipendenza della patria si associasse
l'altro di ingrandire lo Stato, secondo le secolari tradizioni della
casa di Savoia, non è difficile supporlo e non gli procurerebbe
nessun rimprovero dalla storia. Ma dal cauto suo labbro uscì pure una
frase, la quale dimostra che non egoista e non angusta era in lui la
previsione dell'avvenire; poichè all'inviato suo, conte Ricci, che gli
poneva alcune obbiezioni di carattere dinastico, non esitò a rispondere
fin dal 1845: «Conte, la forma dei governi non è eterna; cammineremo
coi tempi».
Il 1821 e il 1833 furono le due epoche formidabili, che servirono a
tante penne, alcune oneste, per dilaniare la memoria di Carlo Alberto.
Nel 1821, fu detto, _tradì_ i suoi amici, ai quali aveva _promesso_ di
aiutarli nel movimento. Nel 1833 perseguitò i liberali, condannandoli
all'esilio od alla morte.
Ebbene, a settant'anni di distanza possiamo avere l'animo abbastanza
calmo per esaminare queste due accuse.
Nessuno ha mai saputo dimostrare che cosa Carlo Alberto avesse
_promesso_ ai cospiratori del 1821 e in che modo quindi li avesse
traditi.
Bisogna essere bene inesperti di congiure e di rivoluzioni per ignorare
quanto sia facile a cospiratori illudersi sopra una parola o sopra un
gesto, e come sia prepotente, negli uomini che si sono posti, anche
per una causa nobile, fuori della legge, il bisogno di aggrapparsi a
qualunque filo che sembri legarli ad altri e maggiori cooperatori del
loro proposito.
Gli uomini che s'erano illusi di poter dare nel 1821 istituzioni
costituzionali al Piemonte, erano tutti amici commensali del principe
di Carignano. Se dunque o il Lisio o il Balbo o il Santarosa o il
Collegno, tutti insieme, come pare, disvelarono a Carlo Alberto i
loro vincoli colle società segrete, chiedendogli appoggio per ottenere
promesse liberali dal Re, doveva essere in loro fortissima la speranza
che l'adesione di un personaggio così vicino al trono avrebbe nel tempo
stesso dato guarentigie maggiori al successo della loro impresa e sopra
tutto giustificata in loro un'attitudine, che, da parte di ufficiali e
di funzionari pubblici, poteva sembrare passabilmente arrischiata.
Quale fu la risposta di Carlo Alberto? Una conferma dei sentimenti
liberali manifestati nell'intimità di antecedenti colloqui; un serio
ammonimento circa l'impossibilità che in quel momento l'impresa
riuscisse; la più esplicita dichiarazione che in nessun caso egli
avrebbe aiutata una soluzione, a cui il Re legittimo fosse contrario.
Si sono potute ammucchiare contro Carlo Alberto centinaia di pagine;
non s'è mai potuto accertare che altre da queste siano state le sue
dichiarazioni.
Ora, sia che i congiurati abbiano afferrata a volo la prima frase,
dimenticando le altre; sia, com'è più probabile, che il moto li abbia
trascinati, al solito, più in là delle loro previsioni, non avevano
essi il diritto di affermare la complicità di Carlo Alberto in una
impresa, uscita affatto dai limiti, nei quali egli avrebbe potuto
accettarla.
E se, malgrado gli ammonimenti suoi, la congiura, prorompendo a
rivoluzione, lo poneva nel bivio di diventare un ribelle o di restare
un principe di casa Savoia, chi oserebbe, specialmente oggi, fargli una
colpa d'aver voluto rimaner tale?
Non egli dunque tradì i congiurati; ma la congiura tradì lui e tutti,
portando la situazione a conseguenze non prevedute, a scopi non
proporzionati ai mezzi militari, finanziari e politici, di cui la
congiura poteva disporre. E, del resto, questo compresero così bene,
dopo le prime amarezze, i congiurati stessi, che poi ad uno ad uno si
raccostarono al principe calunniato, e ridivennero prima ancora del
1848, i più fedeli suoi consiglieri, i suoi amici più cari. Nè a quel
gran sofferente venne mai meno la generosità dell'oblio. Poichè, quando
gli accadde, verso il 1846, d'aver bisogno d'un segretario, offrì
il posto e lo stipendio a quel poeta Giovanni Berchet, che lo aveva,
pei fatti del 1821, flagellato di versi così crudeli. E il Berchet,
declinando con animo commosso l'offerta, diceva all'amico suo Carlo
d'Adda, oggi senatore del Regno: «Darei dieci anni della mia vita per
non avere scritto quei versi».
E veniamo al 1833. In quell'anno, come è noto, un'altra congiura
politica, a cui non erano pure estranei alcuni ufficiali, era
stata ordita in Piemonte sotto le prime influenze della propaganda
mazziniana, disciplinata nella _Giovane Italia_. Pioveva, come
suol dirsi, sul bagnato; poichè soltanto due anni prima, all'epoca
della proclamazione di Carlo Alberto, una setta repubblicana aveva
reclutato tra le stesse guardie del Corpo alcuni proseliti disposti ad
assassinare il Re. Scoperta la prima cospirazione, il Re fu clemente
e si limitò a chiudere in Fenestrelle il capo della congiura[1].
Scoperta la seconda, l'atteggiamento diventò severissimo e il Re deferì
i colpevoli al giudizio dei consigli di guerra. Questi procedettero,
secondo l'indole loro, inesorabili e le condanne a morte furono più
d'una. Nessuno affermò che con quelle condanne si fossero violate
le disposizioni della legge stataria vigente, ma tutti deplorarono
che Carlo Alberto non avesse usato più largamente del suo diritto di
grazia.
E lo deploro anch'io. Però non si può non pensare che questo diritto
di grazia costituirebbe nei nostri codici una bugia, se i Principi
se lo vedessero sotto mano tramutato in dovere; se a loro non fosse
mai lasciata nessuna libertà di considerare i tempi, le circostanze,
le difficoltà dello Stato. Si possono desiderare i Principi sempre
magnanimi; non si possono vituperare i Principi anche severi, se la
giustizia non è offesa dagli atti loro.
Carlo Alberto si trovava ne' suoi primi mesi di regno. La sua condotta
era gelosamente investigata dagli altri monarchi europei, nei quali non
si poteva dissipare la nube di sospetti, addensata, pei casi del 1821,
intorno a lui. Ebbe egli il sentimento che la severità legale fosse in
quella occasione l'unico modo di uccidere quei sospetti per sempre e
di lasciargli intera l'indipendenza de' suoi movimenti per l'avvenire?
o fu veramente dominato dal pericolo che quei tentativi settarî,
specialmente rivolti contro l'esercito, si riprendessero e scuotessero
nella sua compagine la monarchia, di cui divisava fare più tardi una
macchina per l'indipendenza italiana?
Certo è che i procedimenti susseguiti a quelle agitazioni parvero
eccedere ogni misura di colpa, e ne restò sulla condotta di Carlo
Alberto lungo rimprovero di liberali. Ci vollero gli eroismi e le
sventure del biennio 1848-49 perchè quelle impressioni rimanessero
interamente dimenticate.
Del resto, non erano tempi facili, nè pei popoli, nè pei principi;
difficili specialmente per quel principe, che voleva e diede più tardi
al suo popolo istituzioni a cui nessun principe italiano contemporaneo
si rassegnava di buona fede. Al duca d'Aumale, venuto alcuni anni
dopo a visitarlo, Carlo Alberto diceva: «Je suis entre le poignard
des Carbonari et le chocolat des Jésuites». Non è dunque storicamente
giusto il biasimo inflitto dagli scrittori intransigenti alla
contraddizione quasi tragica nella quale oscillò Carlo Alberto, prima
della sua ultima e grande evoluzione politica. Quella contraddizione
poteva essere in parte attribuita all'indole del tempo. Fra il
Metternich, che minacciava di detronizzare Carlo Alberto a beneficio
del duca di Modena, e il Mazzini che s'agitava per detronizzarlo a
beneficio della Repubblica, la via sempre diritta non si vedeva chiara.
I sovrani hanno, anche più degli altri uomini, il diritto d'essere
giudicati sopra l'insieme della loro vita, non sopra episodi
passeggieri, di cui ordinariamente non si scoprono e non si misurano
che assai tardi le varie responsabilità.
Nel 1821, un principe d'impulsi subitanei, ma di scarsa previdenza,
avrebbe forse potuto strappare ai pubblicisti del tempo un grido
d'ammirazione, rinunciando ai suoi diritti dinastici per combattere
una battaglia disperata in nome della libertà. Ebbene? quale ne sarebbe
stato l'effetto? ch'esso avrebbe dovuto, dopo la sconfitta, o andare a
morire in Grecia, come Santorre di Santarosa, o trascinare per tutte
le capitali europee l'antipatica figura di un principe spodestato.
Il Berchet non avrebbe scritta la sua fiera apostrofe, ma sul trono
sabaudo si sarebbe assiso il carnefice di Ciro Menotti, e forse
l'Italia starebbe ancora meditando, per secoli, il problema della sua
esistenza.
Carlo Alberto fu assai meglio inspirato. Affrontò, con mesto animo, ma
con grande energia morale l'ingiustizia de' suoi contemporanei. Scelse
Iddio e la storia a giudici suoi. E la storia certamente gli perdonerà
qualche menda de' suoi primi anni, ricordando la grandezza degli
ultimi; nei quali la sua lealtà non può essere pareggiata che dal suo
ardimento, e la semplicità del sacrificio è in perfetta armonia colla
nobiltà della causa per cui lo fece.
In questa differenza tra il pensiero politico di Carlo Alberto e
il pensiero, o meglio il metodo politico degli altri principi della
penisola, sta il segreto dell'avviamento che prese la storia d'Italia
dopo il 1846.
E poichè in una legge storica consolante già ci siamo imbattuti durante
questa passeggiata italiana, vediamo di non isfuggirne un'altra, che
pure al nostro pensiero si afferma.
È assioma di pubblicisti volgari e di menti isterilite da scetticismo,
essere la politica fondata sulla furberia piuttosto che sulla lealtà,
e doversi respingere dall'arte di governare i popoli ogni miscela di
sentimento o di cuore. Tutto ciò risponde ai dettami di quell'egoismo,
sul quale una falsa scienza sedicente positiva vorrebbe impernare le
novità del mondo.
Ebbene, la politica dei vari principi italiani dal 1815 al 1848,
fu essenzialmente egoista; una sola, quella di Carlo Alberto, ebbe
virtù di espansione, carattere di altruismo. Questa rimase, trionfò e
trionfa ne' suoi successori; dell'altra non restano più che ricordi,
rattristati dalle catastrofi e illanguiditi dal tempo. In quegli anni
di dolori e di speranze, un solo principe buttò agli eventi la sua
corona per capitanare due guerre d'indipendenza; uno solo giurò la
Costituzione, senza ritoglierla. Che meraviglia se a quel solo l'Italia
s'avvinse, indovinando dalla fede del primo la lealtà non mai smentita
dei successori?
Non è dunque vero che la modernità debba uccidere gl'ideali per far
vivere gl'interessi. La contraddizione fra gli uni e gli altri è
l'ipotesi d'una dialettica artificiosa, non la formola uscita dalla
logica degli eventi.
La morale pubblica non può essere, non è diversa dalla morale privata.
Attingono entrambe la loro autorità dal sentimento del dovere, che non
è mai in contrasto coi dettami della virtù.
Vi riuscirebbe difficile dedurre da qualche deplorabile eccezione che
nella vita privata la disonestà produca dei felici. Potete affermare,
senza tema di smentite, che, nella vita pubblica, la prosperità degli
Stati è in ragione diretta dell'onestà dei Governi.
LA VECCHIA ITALIA
CONFERENZA DI GUGLIELMO FERRERO
Mezzo secolo addietro la vecchia Europa sentì a un tratto tremarsi
sotto la terra. In un impeto di audacia, che anche oggi, dopo tanti
anni, sembra a noi miracoloso, gli uomini insorsero quasi dovunque
contro l'ordine che si diceva costituito per volere di Dio; e, in pochi
mesi, i governi più antichi rispettati e temuti parvero distrutti per
sempre o vicinissimi all'estrema rovina.
Questa rivoluzione del grande anno, unica in apparenza, fu in realtà
molteplice; perchè ogni popolo meritò un premio suo, con le proprie
audacie rivoluzionarie. In Italia i rivolgimenti del 1848 parvero
mirare specialmente alla liberazione nostra dalla signoria straniera;
ma chi fruga un poco addentro nella storia della società italiana,
dal 1830 al 1848, vien fatto di accorgersi presto che, sotto la guerra
tra austriaci e italiani, si nascose allora, come dopo, il conflitto
tra una società che esisteva e l'idea, il disegno, il proposito di una
società nuova. Non è possibile comprendere la storia italiana di questo
ultimo mezzo secolo, se non si comprende il carattere sociale della
rivoluzione del 1848; ma la natura di questo terribile rivolgimento si
può a sua volta capire solo studiando la società della vecchia Italia
dal 1830 al 1848; nella quale maturò la discordia, che doveva scoppiar
poi nella aperta guerra durata dal 1848 al 1870.
La vecchia Italia era uno degli ultimi avanzi, e dei meglio conservati,
della vecchia Europa aristocratica e teocratica, nemica di quel
complesso di cose materiali e morali, che noi chiamiamo la civiltà
moderna. I diversi governi ricostituiti in Italia dopo la caduta di
Napoleone si affaticarono intorno a una impresa di conservazione, empia
e stolta secondo le idee nostre, ma alla quale non mancò una certa
avvedutezza e coerenza, derivatale dall'aver quei governi capito quale
sia il primo principio dell'arte di conservare gli Stati; che cioè le
istituzioni non durano a lungo, se le idee degli uomini non restano
eguali; e che gli uomini mutano tanto più facilmente di idee, quanto
più sono mutevoli le condizioni della loro esistenza. L'instabilità
delle idee e delle istituzioni, e l'instabilità dei destini individuali
e delle fortune si accompagnano sempre, come gli effetti alle cause;
sono ambedue i segni esteriori della interna elaborazione vitale
delle società che si rinnovano; onde la vera politica conservatrice
deve cercare di distruggere questa plasticità vitale della società,
quasi direi pietrificandola in tutti i suoi organi. L'opera a cui
attesero principalmente i governi italiani dal 1830 al 1848 fu quasi
di pietrificare tutti gli organi della società italiana, per modo
che questa non fosse più un animale vivente, capace di malattie e di
guarigioni, di crescite e di invecchiamenti; fu di mummificarla per
sempre in una forma morta, tenendola lungamente immobile entro un bagno
di ignoranza, di bigottismo, di pregiudizi e anche di virtù modeste e
di ragionevoli saviezze.
Le virtù modeste, le ragionevoli saviezze che dovevano essere tra
i primi elementi di conservazione della vecchia Italia, furono la
semplicità e parsimonia del vivere, universale in Italia sino al
1848; in una società nella quale i bisogni erano meno numerosi e le
spese di apparenza minori che nella nuova. Le città, salvo qualche
monumento di lusso pubblico, qualche teatro, qualche chiesa, qualche
palazzo gentilizio, erano costruite dimessamente; strette le vie; pochi
e miseri i giardini; trascurata la pulizia e ogni altra cosa nelle
strade; scarsa la luce di notte. Gli uomini erano contenti di vivere
in case più piccole, più buie, nelle quali parevano lussi molte cose
che ormai sono diventate bisogni volgari. Tutto era solido e durevole:
le mura delle case, granitiche e secolari; la mobilia robustissima,
costosa ma capace di servire a molte generazioni; i vestiti, tagliati
in stoffe solidissime, che passavano di padre in figlio e facevano
parte dell'asse ereditario. La spesa per il mantello ricorreva una
o due volte nel corso di una esistenza; nè era ancor noto il moderno
divenire continuo della moda. Il commercio non conosceva ancora quelle
teatralità goffe, quelle grandiosità posticcie, quella prodigalità
burlesca di ori e marmi falsi, quel barocco da poco prezzo che hanno
ridotte le vie delle nostre città grandi a orribili imposture della
bellezza, grandezza e ricchezza. I caffè e le botteghe erano in stanze
piccole e basse, come se ne vedono ancora a Venezia e a Mosca, i
caffè soprattutto non arieggiavano a falsi fôri romani, ad Alambre di
cartapesta.