Le armi di Giangaleazzo Visconti, dopo la disfatta del re dei Romani,
si concentrarono intorno a Firenze, e la strinsero d'assedio. La
nobile città, gelosa delle sue franchigie municipali, respinse
l'assalto dei milanesi con un valore degno di migliore impresa. Ma
la republica fiorentina cessava di essere il rifugio della libertà
italiana dacchè era venuta a patti collo straniero. Fallita la speranza
di trovare appoggio nel re di Francia, ella confidava la difesa di
sè stessa a Giovanni Hawkwood, avventuriero inglese. Battuto anche
questo, accarezzava l'amicizia dell'imperatore. — Non era da queste
incompatibili e svariate alleanze, che potesse sperare soccorso la
libertà. Guardiamoci però da un giudizio troppo severo verso un popolo,
la cui colpa fu quella di non aver compreso ciò che in quel secolo era
ignorato da tutti. Salendo col pensiero a quei tempi, ed uniformandoci
allo spirito municipale che presiedeva alle piccole republiche,
la difesa dei Fiorentini è argomento di viva ammirazione. Ma colla
storia alla mano, informati delle sventure susseguenti, e pensando
che l'ambizione del tiranno milanese avrebbe forse potuto rimoverle,
noi deploriamo una resistenza, che si opponeva alla costituzione di
un forte regno italiano; perchè esso avrebbe risparmiato alla patria
nostra quattro secoli di servitù. Una libertà locale e ristretta è un
tesoro nascosto; l'indipendenza completa è il benessere che concede il
pieno uso della vita e delle forze.
I Fiorentini difendevano strenuamente le loro mura; ma il coraggio e la
costanza non potevano reggere a lungo contro il numero degli assedianti
e il genio militare dei più cospicui capitani del secolo. La caduta di
Firenze finiva di raccogliere sotto lo scettro di Giangaleazzo tutte le
provincie che formavano l'antico dominio dei re Longobardi. Il duca non
aspettava che la notizia della resa di quella città per farsi acclamare
re d'Italia, e chiudere per sempre i passi delle alpi ai pretendenti
stranieri.
Questi fatti correvano sullo scorcio del mese d'agosto, l'anno 1402. Il
duca risiedeva nel castello di Marignano, dove, occupato di preferenza
dell'ordinamento civile dello stato, non obliava la guerra. — Frequenti
notizie gli arrivavano del campo; e tutto gli faceva presentire vicino
lo scioglimento della grande questione. Al dire del Corio e di tutti
gli storici, la buona novella era così prossima e sicura, che il duca
già aveva fatto allestire le insegne reali, di cui si sarebbe ornato
l'indimani della caduta di Firenze: quel giorno avventuroso in cui
l'Italia avrebbe finalmente avuto un re italiano.