La sera del primo settembre, la corte di Giangaleazzo, solita ad
escire a diporto sulla tarda ora nei giardini attigui al castello, per
godervi il fresco, fu d'improviso turbata da uno strano avvenimento.
Il duca che, dopo aver speso troppe ore nelle cure dello Stato, soleva
confondersi co' suoi cortigiani e passare seco loro qualche momento in
affabile domestichezza, quel dì, oppresso dalla straordinaria caldura,
si trattenne più tardi del consueto nel giardino; anzi, spintosi con
alcuni de' suoi officiali nella parte più lontana di un viale assai
folto, si pose a sedere sur una panchetta di pietra, favellando delle
imprese avviate, e predicendo a' suoi intimi le prossime glorie della
sua patria e della sua casa. Il benessere, di cui si era lodato
un momento prima respirando le aure temperate del tramonto, era
seguito da un senso di freddo, quasi molesto, cui non pose mente in
sul sùbito, incalorito, com'egli era, nel discorso. Ad un tratto,
lo assalse un brivido più forte; cercò vincerlo, scuotendosi, e le
forze non risposero alla volontà. Gli astanti accorsero a lui, e lo
persuasero a rientrare tosto nel castello, attribuendo quell'improvisa
indisposizione all'umidità della notte. Era infatti una di quelle
sere, in cui l'atmosfera, dopo aver stagnato per lunghe ore negli
umidi avvallamenti della pianura, beve dalla terra arsa dal sole
il veleno della corruzione, e lo trasmette agli incauti, che cedono
all'allettamento di un insolito rezzo. — Il duca articolò a stento
qualche parola; batteva i denti; aveva il respiro profondo, interrotto,
affannoso. Quando fu portato nelle sue stanze, aveva l'aspetto di un
cadavere: gli occhi erano spariti nelle orbite segnate da un cerchio
livido; le guancie infossate disegnavano l'ossatura delle mascelle;
le labra contratte e smorte lasciavano travedere i denti stretti
dallo spasimo. — Il medico ducale, che non era più l'Esculapio di cui
abbiamo parlato addietro, accorse e prestò all'infermo sollecita cura.
Oppose i rimedj più ovvj ai sintomi incalzanti; ma senza indagarne la
cagione, senza tentare di paralizzare gli effetti del veleno assorbito.
— Richiamò il calore alle membra intirizzite, applicandovi dei fomenti
tiepidi: ed, apprestato un alessifarmaco composto di erbe aromatiche
stillate nel vino, glielo fece ingojare a sorsi. Un'ora dopo,
l'infermo si risvegliava dall'assopimento. Al gelo lapideo delle membra
subentrava il calore della vita; a questo l'ardor della febre. — E il
duca, i cortigiani e lo stesso medico se ne rallegrarono come di una
crisi salutare e decisiva.
Nella notte, anche malgrado un calore anormale, dormì abbastanza
tranquillo. La mattina vegnente l'infermo sembrava del tutto risanato.
La prostrazione di forze ch'egli accusava, era giudicato l'effetto
postumo del parosismo. Del resto, se il povero medico avesse avuto
bisogno d'altre prove per credere al trionfo della sua scienza, bastava
che interrogasse l'infermo: questi asseriva di trovarsi bene, e d'avere
dimenticato ogni cosa. Infatti, in quel dì attese alle cure dello
Stato, come nei precedenti; ricevette il solito corriere speditogli
dal campo, gradì le buone nuove che gli venivano portate, ed inviò per
suo mezzo nuovi comandi. — La terza mattina tutto era al Castello come
nei giorni passati. Non si parlava della malattia del duca che per
rallegrarsi della sua pronta guarigione.
Ma d'improviso, verso il tramonto, un più grave insulto lo assalì
di nuovo. I sintomi, ch'erano precisamente gli stessi d'altra volta,
si manifestavano ancora più gagliardi. Ripetutosi l'uso dei farmaci,
che avevano operato il prodigio, parve che la natura gradisse quelle
scosse, e che le forze ne fossero momentaneamente rialzate; ma,
poco dopo, l'infermo ricadeva in un'atonìa ancora più desolante. —
Tutta la famiglia costernata guardava con aria pietosa in faccia al
medico, quasi volesse impegnare la sua scienza a ripetere il miracolo
dell'arte. — Se l'onest'uomo lo desiderasse, non è d'uopo dimostrarlo.
Ma, oltrecchè egli non aveva scoperto la vera natura del male, mancava
dei mezzi validi a combatterlo. Il nuovo mondo non gli aveva donato il
tesoro di quella corteccia che rompe l'incalzante periodo delle febri
perniciose.
Appiè del letto i membri della famiglia, storditi e inoperosi, si
consultavano ansiosamente cogli sguardi; ciascuno ricercava sul volto
altrui quella speranza che nel suo cuore s'era dileguata. Il medico,
a cui correvano più frequenti gli occhi degli astanti, stringeva le
labra, o ne sprigionava a quando a quando un suono che non era nè
parola, nè sospiro. Tastava or questo or quel polso del malato: gli
amministrava a brevi intervalli una dose del farmaco, scorreva colla
mano tiepida e leggera sulla sua fronte gelata. Ma cogli atti, e
colla mestizia del volto, avrebbe voluto dire ai parenti ed ai servi;
“raccomandatelo al Signore, perchè l'arte umana non può più far nulla
per lui.„ Mezz'ora dopo il duca era in fin di vita. Allora il dabben
uomo si ritirò sconfitto, e cedette il campo ad un capuccino; il
quale, avvicinatosi al letto dell'infermo, tentò risvegliarne i sensi
e richiamarlo un momento alla vita, per dirgli ch'egli era sul punto
d'abbandonarla. — Ma come l'infermo non rispondeva alle chiamate, il
sacro ministro compì il suo officio con pietoso riserbo; recitò per
lui le preci dei moribondi, lo segnò colla croce, lo asperse più volte
d'acqua santa; poi, inginocchiatosi a fianco del letto, invocò sul
morente l'assistenza dei beati. Gli astanti, con una pietà ravvivata
dall'affetto, ripetevano la devota invocazione.
A tre ore di notte, il duca era agonizzante; pochi minuti dopo, egli
spirò. — Pel borgo di Marignano corse la notizia della morte del duca,
non preparata da quella della sua malattia. I cortigiani ed i vassalli
l'accolsero con dolorosa attonitaggine: gli uni e gli altri diedero
segni non dubii di profondo e schietto dolore. All'inevitabile e penosa
incertezza, destata da un avvenimento che scomponeva d'improviso tutte
le fila di una domesticità feconda di grandi vantaggi pei parassiti e
pel servidorame, prevaleva un sentimento di vera e profonda mestizia;
perocchè questa volta, nel principe potente si era perduto l'uomo
mite, affabile, generoso. Se anche il più odiato tiranno suol essere
compianto da quelli che condividono i beneficii del despotismo, questo
principe, che non aveva mai abusato del suo potere se non per far
guerra ai tiranni, e che faceva dell'amore dei soggetti il mezzo più
acconcio ad assecondare la sua nobile ambizione, questo principe doveva
lasciare un vuoto assai doloroso nell'animo di quanti lo avvicinavano.
— I superstiti erano a ragione dubiosi se il suo successore sarebbe
stato buono come lui; erano certi intanto che dalla vedova reggente non
potevasi sperar bene.
La salma ducale fu trasportata a Milano ed onorata di suntuosissime
esequie. Oratori di tutte le città sparsero fiori d'eloquenza sulla
sua bara. Convennero in quella occasione nel maggior tempio di Milano
tutti i vescovi delle provincie, i rappresentanti dei comuni colle
insegne municipali, i consanguinei e gli affini della casa Visconti.
— Accompagnavano il feretro dugentoquaranta cavalieri e duemila
fanti vestiti a bruno. Magnifico era il corteggio degli araldi e
dei cortigiani, che portavano le insegne ducali. Il letto funebre,
tapezzato da un drappo di sciamito, lasciava vedere il cadavere
ravvolto nei paludamenti ducali e colla spada al fianco. I più cospicui
officiali dello Stato portavano la bara; altri la proteggevano con un
baldacchino di stoffa d'oro foderato d'ermellini.
Soverchie lodi furono allora prodigate davanti alla spoglia del duca.
L'iscrizione apposta al suo sarcofago lo qualifica “il padre della
patria, che cacciò dalla loro sede i tiranni gravi ai popoli, che
protesse i pusilli, ed umiliò i superbi. Nessun altro ebbe la parola
dolce al par di lui, nè vi fu mai in tutta Europa principe di lui più
prestante e degno d'imperio.„[79] Intanto gli annalisti si preparavano
a giudicarlo con un'altra misura, senza dubio meno equa. — Quel
principe che vivo fu chiamato “raggiante per la nobiltà del sangue,
specioso per la bellezza del corpo, sereno per la virtù dell'animo[80]„
venne poi dagli storici successivi qualificato sleale, infedele,
ipocrita, timido nell'avversità, arrogante nella prospera fortuna.
Antonino, arcivescovo di Firenze, lo accusa perfino di vituperevoli
lussurie; imputazione non confermata da altro scrittore, nè da alcun
documento, anzi, smentita dall'indole stessa della sua vita, quale ci
viene narrata concordemente dagli storici e dai cronisti. È degna di
rimarco l'osservazione di P. Giovio. “L'arcivescovo di Firenze, scrive
egli, con goffo e disonesto modo di dir male, insolentemente si diede a
vituperare il nemico della patria sua.„ Ma, poco dopo, lo stesso Giovio
cade nella colpa rimproverata agli altri, quando soggiunge “non si vede
di lui edificio alcuno, pure un po' magnifico, avendo i suoi maggiori,
in casa e fuori, fino alla pazzia suntuosissimamente edificato corti,
rôcche e palazzi.„[81] E non ricorda il valentuomo, che Giangaleazzo
faceva edificare il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia? — Altre
accuse, e non lievi, gli vengono mosse dallo stesso Corio, il più
discreto e il meno appassionato tra i cronisti de' suoi tempi.
Il criterio storico ne insegna prima di tutto, che alle enfatiche
apologie dei panegiristi bisogna fare un vistoso diffalco. È antico
destino, che i potenti non abbiano mai ad essere onorati dalla
compagnia della verità. Se la lode accanto ad essi divien troppo
frondosa, alle spalle il biasimo non è mai meno esagerato. Assai spesso
la verità balba e timida al cospetto di un potente, l'insegue troppo
ardita e ciarliera quand'egli è passato.
L'opinione del Corio e degli annalisti, che con lui e o dopo di
lui accusarono questo principe, hanno una certa autorità; nondimeno
la storia, imparziale raccoglitrice dei fatti e giudice competente
dell'ordine e della natura di essi, non deve riputarsi inappellabile,
fin quando non si saranno raffrontati e contemperati i giudizj emessi
in epoche e da persone diverse. L'_ardua sentenza_ intorno ad un uomo
è meglio rimessa ai posteri, quanto più lontani tanto più autorevoli.
Imperocchè la storia non chiude mai il suo libro; ed ogni uomo di
buon senso, colla scorta dei fatti che da essa apprende, può a suo
talento ripetere il giudizio intorno ad un personaggio o ad un fatto; e
confermare od annullare una vecchia sentenza.
Riassumo brevissimamente alcune notizie.
Anche i più severi giudici del duca Giangaleazzo non attribuirono a lui
un solo atto di crudeltà. Egli non applicò mai in veruna circostanza
quelle leggi di sangue, che condannavano i colpevoli al martirio prima
di subire l'estremo supplicio. In un solo caso publicò un editto, che
risentiva la ferocia del secolo; ma vi fu indutto da forte ragione.
Trattavasi di un delitto che, ad un grado speciale di perversità,
accoppiava il pericolo di conseguenze irreparabili. — Un dispaccio
apocrifo, munito della firma ducale falsificata, sfruttò la splendida
vittoria di Jacopo dal Verme contro i Gonzaga. Giangaleazzo, memoro
altresì di ciò che aveva fatto Medicina in danno d'Agnese, aggravò la
pena dei falsarj, e promulgò un bando che li condannava alle fiamme.
Per confessione degli stessi suoi nemici, molte furono le buone leggi
con cui provide al civile ordinamento dello Stato. Taluna parve sì
nuova ed avanzata pei tempi, che destò forse qualche scandalo per la
sua strana precocità. Instituì i consigli di giustizia, e sottopose a
norme inviolabili l'interpretazione e l'applicazione degli Statuti,
togliendo l'arbitrio ai magistrati, onde spesso le più savie leggi
erano fatte inefficaci ed inique. — Creò una magistratura per le
entrate, incaricandola di regolare i tributi sulla norma dei bisogni;
di porre un freno all'ingordigia degli esattori; d'impedire i balzelli
e le concussioni. Ordinò la consegna degli ostaggi e la demolizione
delle rôcche, nelle quali i feudatarj esercitavano atti di capricciosa
tirannia. Rese produttive varie sorgenti di publica ricchezza, e vi
attinse i mezzi a ristorare l'erario: quelle imposizioni, che allora
forse recarono qualche scandalo, divennero più tardi una fonte naturale
d'entrata per ogni governo. Pose, a cagion d'esempio, un'imposta sugli
atti notarili; introdusse il bollo per la validità dei documenti;
prescrisse che i viandanti si facessero conoscere per mezzo di carte
rilasciate dall'autorità. Compì ed illustrò la raccolta degli Statuti
patrii fino all'anno 1396. Frenò le violenze private, limitando il
diritto di portare le armi. Ordinò in fine che negli atti publici si
sopprimesse l'uso della parola _popolo_, e le venisse sostituita quella
di _comune_.
La maggior parte degli storici si levano indignati contro questo
decreto, e lo chiamano frutto di una politica codarda perfino al
cospetto dei fantasmi. Si disse che Giangaleazzo odiò il governo
popolare, che cercò di distruggere le franchigie tradizionali, che
combattè la libertà, che ne odiò perfino la parola. — Ma ecco quanto
osserva intorno a ciò un illustre nostro contemporaneo, che non
sarà per certo preso in sospetto di troppa indulgenza coi tiranni.
— “L'isolato racconto della soppressione della parola _popolo_ ce lo
fa, è vero, odioso, ma quando nei motivi della sua legge lo vediamo
esortare la parola _comune_ pel desiderio della concordia della nobiltà
col popolo, noi vi applaudiamo.„[82] Difatto egli pensò di spegnere
fino la voce e la memoria delle lotte sociali, che laceravano il paese:
coll'abolizione di una parola volle abolito il fatale antagonismo
fra la plebe e la nobiltà. Nella parola _comune_, egli raccomandava
la solidarietà delle varie classi, la maggior possibile eguaglianza
sociale. — I suoi antecessori avevano compresse le fazioni, e quelle
tacevano rassegnate a malincuore. Sotto il suo governo elleno andarono
mano mano scemando per mancanza di vitalità: ogni classe, ogni città,
ogni borgo doveva fare sacrificio delle privilegiate franchigie a pro
della patria, affinchè tacitamente si costituisse in nazione. I fatti
precedevano il grande concetto.
Dopo la lega lombarda, l'Italia aveva fatto un gran passo verso la
libertà; ma il principio di una dipendenza al trono imperiale, come
si è già detto, veniva consacrato di bel nuovo nella stessa pace di
Costanza. A scuotere completamente il giogo straniero, richiedevasi
la presenza di un pericolo costante, che legasse in un fascio le
armi delle piccole republiche, e le rendesse immemori delle glorie
parziali ed effimere. Allontanato il pericolo, i comuni, i prìncipi
ed i pontefici studiavano per lo contrario di guadagnare per sè
quell'influenza che avevano tolta alla podestà straniera; anzi,
acciecati dall'interesse e dopo breve tempo scordato il patto fraterno,
ricorrevano alla tutela dello straniero per far prevalere le loro
pretensioni. — Se ad ingentilire un popolo bastasse la vita di un uomo,
l'educazione sarebbe stata il più efficace mezzo ad ottenere lo scopo
vagheggiato; ma in quel secolo d'ignoranza e di pregiudizj, mentre
i tirannelli e le republiche non vedevano altro nella patria che una
preda disputata; la speranza di diffondere e di consacrare un concetto
tanto nuovo e sublime diveniva follía. — Era necessario che l'idea
s'incarnasse nel braccio e nel senno di un uomo; bisognava che il
popolo subisse un mutamento dalla mano inesorabile di chi lo reggeva;
bisognava che avvenisse di noi quello che avviene dell'infermo,
liberato da un malanno ignoto per l'opera violenta del chirurgo.
Grave accusa vien fatta al governo di Giangaleazzo per la sua
slealtà verso i principi italiani. — Vero è che le sue alleanze
furono, o parvero sempre, dettate da momentanei interessi. Sovente
le rappresaglie e la guerra ruppero le giurate amicizie, prima di
un avviso, e senza nemmanco un'apparenza di ragioni. — Ma egli non
sacrificò a queste fuggevoli associazioni il voto e l'interesse della
nazione che risurgeva. Nelle guerre coi signori della Scala e coi
Carraresi rispose alla tacita preghiera di due provincie maltrattate
dalla più odiosa tirannide. Soltanto Firenze si levò tutta in armi
contro lui; e fu infatti davanti alla unanimità di un popolo che le sue
forze si mostrarono meno potenti.
Non gli facciamo torto s'egli non apparve un grande capitano. —
La guerra per lui non fu il fine, ma il mezzo de' suoi disegni. Un
principe, che in quel secolo attendeva tranquillo all'ordinamento
civile dello Stato e ne affidava la difesa e l'onore ad abili
condottieri, è a considerarsi come un unico esempio tra' suoi pari.
Noi dovremo anzi considerarlo come il migliore dei prìncipi guerrieri,
badando al fatto, che durante il suo regno le armi italiane furono
sempre vittoriose. — Per mezzo di strenui e peritissimi condottieri,
quali furono Alberico da Barbiano, Jacopo dal Verme, Ottobono Terzo e
Facino Cane, egli procacciò al suo secolo ed al nostro paese la gloria
ed i vantaggi di un'arte nuova che raddoppia l'impeto delle schiere
colla tattica e la disciplina. D'allora in poi scemò in Italia la
fatale influenza dei capitani di ventura d'oltralpe, che, coperti di
un'assisa mercenaria, manomettevano crudelmente le povere provincie,
contro cui o per cui combattevano.
Non si deve passare sotto silenzio, come durante un governo commosso
da continue guerre, e preoccupato da un intento quasi temerario, il
primo duca favorisse gli studii e le arti della pace. L'università di
Pavia, fondata da suo padre, toccò l'apice dello splendore per opera
di lui. Bandì dalla sua corte le frivole smancerie dei cavalieri e
dei trovatori; e, privilegiando della sua amicizia i dotti, introdusse
fra i suoi intimi una piacevolezza egualmente cortese, ma più franca e
veritiera.
Suo padre e suo zio avevano munito le città soggette di rocche
inespugnabili, profondendo immensi tesori per preservare la timida
sovranità dagli assalti dei nemici e dall'ira delle popolazioni.
Giangaleazzo, mentre faceva guerra ai confini, e combatteva
nell'interno le velleità municipali, potè meditare ed avviare
l'erezione dei due più stupendi edificii religiosi del suo secolo: il
duomo di Milano e la Certosa di Pavia. Nè il grandioso concetto eragli
consigliato dalla vana ambizione dei tiranni, che con un tratto di
penna ipotecano il genio e la ricchezza dei sudditi, per poi usurpar
loro il diritto alla immortalità. È fama che lo stesso duca convocasse
presso di sè gli architetti di varii paesi, e discutesse seco loro la
scelta di un tipo e l'appropriata sua decorazione; anzi non è temerario
il supporre con qualche cronista, che fra gli anonimi maestri, che
tracciarono od ampliarono quei vasti progetti, debbasi registrare
il nome dello stesso duca. — Arricchì di una pingue dotazione i
due monumenti; e con una accortezza, che non accenna per certo alla
coscienza timida che gli venne attribuita, seppe usufruttare per sè
le pingui esazioni della corte romana, ottenendo da Bonifacio IX che
partecipassero all'indulgenza del giubileo, l'anno 1390, quei fedeli
che offrivano al nuovo tempio due terzi della somma necessaria pel
pellegrinaggio a Roma. — Il ripiego fu sapiente; e il persuaderne la
corte romana dev'essere stata opera più ardua, che a noi non pare a
prima giunta.
A chiudere questi cenni convengono le parole del lodato scrittore. “Io
non proporrò mai questo principe per modello, scrive P. Litta, ma per
noi Italiani gli è di tutti il più importante. Prometteva all'Italia
l'unità politica. Da Stefano IX in poi, molti vi si erano accinti,
ma nessuno più di lui si avvicinò alla meta. Ebbe per oppositori in
parte gli imperatori, ma più ancora gli stessi suoi connazionali.
La profusione dell'oro e le scissure della Germania lo rendevano
tranquillo da un lato, ma l'interna reazione non gli lasciava la
possibilità di una riescita.„
“L'Italia, nei posteriori avvenimenti, ha veduta giustificata l'utilità
della tentata impresa della nostra monarchia; per cui, concedendo
tutto ciò che v'ha in Giangaleazzo di più odioso, non si potrà mai
impugnare, come, essendo egli giunto a tanta potenza da far sperare
la stabilità di una vicina grandezza, _fosse un dovere di consacrarci
all'esaltamento di lui_, mentre nei trionfi del Visconti erano
concentrati gli interessi e l'onore nazionale. Ma noi, incapaci di
penetrare nelle tenebre del futuro, ci opponemmo agli sforzi di un
uomo, che tentava di modellare la nostra penisola sulla situazione
delle grandi monarchie, che si stavano preparando in Europa: onde,
giunte queste a singolare grandezza, l'Italia indispensabilmente ne fu
la vittima.[83]„