CLIV.

A quest'epoca la storia nostra esce da' suoi angusti confini, e si

svolge in un campo assai vasto.

L'atto violento, con cui Giangaleazzo rovesciò il trono di suo zio, non

era soltanto, come parve a molti, una conquista od una rappresaglia.

Con quest'unico intento, nè il proposito di liberare i vicini da un

giogo insopportabile, nè il diritto di castigare un finto alleato

colle stesse sue armi, avrebbero giustificato l'uso di un mezzo troppo

sleale. — Un alto concetto ferveva nella mente del Conte di Virtù,

quando pose il piede in Milano. Era il sogno di tutta la sua vita che

stava per divenire una realtà; era lo scopo di tutte le sue azioni,

ch'egli s'avviava a conseguire.

Giangaleazzo meditava di raccogliere sotto il suo scettro le varie

provincie d'Italia, per costituirne un regno a beneficio di un principe

italiano. Egli aveva fatto il primo passo all'arditissima impresa.

Dopo la caduta della stirpe longobarda, che, in due secoli di dimora

nella penisola, ne aveva meritata la cittadinanza, l'Italia alienò

definitivamente la sua corona, permettendo che divenisse retaggio dei

principi Franchi e Tedeschi. — Le costituzioni dei comuni, propugnate

dalle republichette del medio-evo, risvegliarono e mantennero nel

popolo l'amore della libertà e delle armi. Ma quello stesso orgoglio,

che consigliava minate violenze tra città e città, e che si nutriva di

povere glorie municipali, non permetteva agli italiani di riconoscersi

e di stringersi fra loro. Nè mai una somma, per quanto grande, di

fortune parziali avrebbe potuto ricomporre la nazione. Alla sua

esistenza richiedevasi lo sviluppo di un concetto nuovo, consacrato

da una nuova virtù: il sacrificio degli interessi individuali. —

Di nazione non avevasi un'idea; non si conosceva tampoco la parola.

Era dunque vano lo sperare che le singole membra di questo corpo si

associassero spontaneamente per tentare un'impresa colossale. Perocchè

se i deboli e i poveri comuni la potevano desiderare, le città più

floride e culte che avevano storia, leggi, armi proprie, non si

lasciavano indurre a dividere colle minori una superiorità troppo

invidiata.

Il mezzo infallibile di promovere la solidarietà fraterna ce l'avevano

insegnato in addietro gli invasori stranieri, irrumpendo sulle nostre

terre e portandovi la desolazione e la servitù. — Nella sventura

i popoli riconoscevano l'unità della stirpe, e si riconciliavano

per stringersi alla difesa; ma fatalmente, passato il pericolo,

s'intiepidivano gli affetti.

Ora, perchè mai la virtù unificatrice, che era la forza delle armi dei

barbari, non poteva svolgersi mercè l'influenza più mite di un principe

italiano? — A tale dimanda rispondeva coi fatti il Conte di Virtù,

quando, riunite sotto di sè le venti città retaggio della sua casa,

si proponeva di aggiungervi quelle dei minori Stati vicini, usando pei

popoli gli allettamenti di un governo saggio e temperato, e sguainando

la spada contro i tiranni.

Ma, prima di spingersi fuori dello Stato, egli volle rendere stabile il

terreno, su cui posava il piede. Fu quindi sua prima cura di provedere

con savie leggi all'interno ordinamento. Il popolo milanese aveva

abbattuto quanto gli ricordava la mala signoria di Barnabò; il suo

successore confermò e proseguì l'opera popolare, abolendo le leggi

criminali esorbitanti, richiamando in vigore alcuni statuti passati

in dissuetudine, altri aggiungendone dietro proposta o consiglio dei

migliori cittadini. — Poscia intervenne fra i vicini coll'autorità

del suo nome, e colle pratiche della sua politica. Egli presentiva

l'importanza di una influenza morale esercitata senza il concorso della

forza; ed inaugurava quel sistema d'alleanze, di mediazioni, di buoni

officii, che spesso assicurano la vittoria prima di trarre la spada.

La discordia fra i signori della Scala e Francesco da Carrara, gli

porse l'occasione di una vantaggiosa alleanza con quest'ultimo. —

Infatti, mentre il Carrarese batteva lo Scaligero dalla parte di

Vicenza, il Visconti passava il confine milanese a Brescia, ed occupava

Verona. — Appena ei vi pose il piede, i cittadini, malcontenti della

signoria degli Scaligeri, salutarono il Visconti come loro principe.

La gloria, che accompagnava le armi del Conte di Virtù e la fama

di mitezza, di cui godeva il suo governo, indussero la stessa città

di Vicenza a scuotere il giogo di Francesco di Carrara, e ad aprire

le porte alle schiere milanesi. Invano il signore di Padova levò la

voce contro la violazione dei patti d'alleanza segnati fra lui ed il

Visconti. — Questi non curò le proteste; rafforzato dal voto popolare,

ed opponendo alle pretensioni del Carrarese le ragioni di sua moglie,

figlia ed erede di una Scaligera, conservò Vicenza, e la fece centro

d'altro più ardito movimento.

Non andò guari, infatti, che anche Padova venne aggiunta allo Stato

di Milano; perocchè Francesco da Carrara fece vana prova delle sue

armi. Mal difeso da un popolo ch'egli aveva oppresso, cadde in potere

del nemico, che lo trasse prigioniero nel castello di Monza. Per tale

avvenimento, il confine dello Stato milanese toccò la spiaggia del mare

Adriatico.

Ormai padrone di tutta l'Italia superiore, Giangaleazzo volse lo

sguardo alla parte centrale della penisola. — Espugnata Bologna colle

armi, riscattò a patti Perugia ed Assisi. Anche i signori di Nocera e

di Spoleti, presentendo la necessità di piegarsi alla forza ed alla

fortuna di un rivale formidabile, cedevano a denaro la signoria. —

Pisa fu venduta al Visconte da Gerardo Appiani, e Siena si arrese

spontaneamente alle sue bandiere.

La republica di Firenze, gelosa dell'interne libertà più che della

salute della patria, con publico manifesto chiamò fedifrago e tiranno

il principe lombardo che agognava a cingere la corona d'Italia; e, con

rimedio peggiore del male, invitò il re di Francia a scendere in Italia

e ad opporsi alla crescente potenza dei Visconti.

Per buona sorte, Jacopo dal Verme, capitano dei milanesi, raccolto un

nerbo di truppe nel forte di Alessandria, potè attendere di pie' fermo

le legioni francesi, e contrastar loro il passaggio del Tanaro. — Il

conte d'Armagnac assediava la fortezza, e con villane provocazioni

invitava i lombardi ad escire dal covo ed a misurarsi con lui. — Quando

ne fu il momento, Jacopo dal Verme ripigliò l'offensiva; nella giornata

25 luglio 1391 sorprese il campo nemico, fece prigioniero il conte

d'Armagnac, e tolse le armi ai pochi che non avevano perduta la vita

nella battaglia.

Con altri mezzi, e con eguale fortuna, Giangaleazzo combatteva, e

superava le difficoltà che gli venivano opposte dai Pontefici, i quali

non sapevano rassegnarsi alla perdita di Bologna e delle altre città,

già spettanti alla santa Sede.

La tiara era a quei dì, e lo fu poi per quarant'anni di sèguito,

l'oggetto della contesa fra due emuli. — Urbano VI era papa a Roma:

Clemente VII voleva esserlo ad Avignone. Il Visconti non imitò il suo

predecessore; ma, cercando di renderseli propizii entrambi, adoperava

l'amicizia dell'uno per combattere le pretensioni dell'altro. E

intanto che aspettava di riconoscere quale dei due pontefici fosse il

legittimo, sottomano estendeva i suoi confini nelle terre della Chiesa,

e le amministrava con sodisfazione dei soggetti.

Da ciò, non del tutto fuor di ragione, gli storici ed i cronisti dei

tempi trassero argomento di chiamare ingenerosa e sleale la condotta

di Giangaleazzo. Ma ai nostri giorni, e davanti alla insuperabile

necessità di aver una patria, non dobbiamo trovarvi grande motivo

di scandalo. — Quando la suprema dignità della Chiesa era divenuta

il trastullo di due individui, e nè l'uno, nè l'altro degli emuli

inspirava la certezza della propria legittimità, non era affatto

riprovevole colui che finiva per non riconoscere nè questo, nè quello.

— V'erano in Giangaleazzo dei sentimenti più forti che non il vano

rispetto ad un'autorità, che si era degradata da sè stessa colla

discordia.

Francesco Gonzaga, prevedendo di dover provare tra poco la sorte

degli Scaligeri e dei Carraresi, tentò la fortuna delle armi, e

provocò una guerra, in cui le schiere di Giangaleazzo, capitanate da

Jacopo dal Verme, riportarono una nuova vittoria. — Il Po in questa

occasione fu il teatro di una battaglia navale. Le vele dei Gonzaga

presidiavano le due rive del fiume, congiunte da un ponte di legno,

che fu miracolo d'arte in quel secolo. Ma l'accorto dal Verme armò di

materie incendiarie un gran numero di chiatte, e le spinse infiammate

col favore della corrente contro il ponte, il quale arse d'improviso, e

cagionò il disordine e la sconfitta dell'esercito nemico.

Quella stessa moderazione, che insegnava al Conte di Virtù di piegarsi

apparentemente alla volontà degli antipapi, lo rendeva ossequioso e

riverente dinanzi alla autorità dell'imperatore. — Bisogna dire che

pei suoi fini avesse mestieri della protezione cesarea. Gradì infatti

il titolo di vicario imperiale, e più tardi sollecitò dall'imperatore

Venceslao quello di duca, sottoponendosi ad un'ingente spesa, onde

assicurare a sè ed a' suoi successori il retaggio di una corona.

L'atto di liberalità dell'imperatore suscitò infatti gli sdegni

dei prìncipi di Germania, che deposero Venceslao e conferirono la

porpora imperiale a Roberto di Baviera. Costui l'ebbe a condizione

di rivendicare da Giangaleazzo la mal donata dignità ducale; e vi

s'accinse imponendo per iscritto al Conte di Virtù, _milite milanese_,

di rendere all'imperatore tutte le città, terre e castella spettanti

al romano impero, minacciando in caso di rifiuto di trattarne il

possessore come fellone.

Dalla risposta del duca si vedrà com'egli intendesse la sua dipendenza

verso l'impero. — Nel ducale rescritto egli si qualifica, in onta alle

minaccie, duca e signore di Milano, chiamasi legittimamente investito

della ducale autorità dal re dei Romani, e rigetta l'accusa di ribelle

su Roberto, che disconosce l'operato del suo predecessore. Chiude

infine, giurando di volere difendere colle armi i proprii diritti

contro chiunque osasse violarli.

L'imperatore non aggiunse altra parola: scese dalle Alpi, e mosse

incontro al duca con poderoso esercito. — Ma le milizie del duca,

accampate sulle terre Bresciane, non lasciarono tempo agli imperiali

di raccogliersi e di spiegare le proprie forze. Il conte Alberico

da Barbiano, condottiero della compagnia militare di s. Giorgio, che

aveva per vessillo — _L'Italia liberata dagli stranieri_ — guidò le

manovre dei milanesi, e fu l'eroe della giornata. Gli imperiali ebbero

la peggio; e l'imperatore Roberto, raccolti i pochi avanzi del suo

esercito, per la via di Trento, ritornò in Germania a medicare le sue

piaghe.

Può sembrar strano come il Verri ed il Giulini, i benemeriti campioni

della storia milanese, onestissimi scrittori e diligenti raccoglitori

di notizie patrie, mentre si mostrano rigidi ed inesorabili nel

giudicare la condotta politica del primo duca di Milano tacciandola

di doppiezza e di slealtà, non abbiano una parola per commendare

l'ardimento e la fortuna delle sue imprese militari. Anzi, mentre

accusano Barnabò, perchè imperito nella guerra volesse in più

circostanze guidare egli stesso l'esercito, non osano confessare che

Giangaleazzo ebbe la fortuna o la sapienza di confidare la bandiera

della patria ad abilissimi capitani, che la riportarono sempre ornata

di qualche nuovo alloro. I due lodati storici scorrono leggermente sui

campi di Alessandria e di Brescia, dove l'armi del duca fiaccarono la

prepotenza degli eserciti di Francia e di Germania: avvenimenti che,

per sè soli, basterebbero a renderlo immortale presso i posteri. — Ma

non vogliam male per ciò ai nostri illustri concittadini. Nel tempo

in cui essi scrivevano, un docile ossequio verso prìncipi stranieri

miti ed illuminati non era un delitto. La condotta del primo duca

offendeva quel sentimento di sudditanza verso l'impero, che in allora,

pel dominio d'altre idee e pel timore del peggio, era accolto anche

dalle anime oneste. Il nostro paese aveva sonnecchiato due secoli

nel letargo del dominio spagnolesco. I nuovi padroni sembravano voler

essere migliori: e gli Italiani li accoglievano di buon animo pel bene

che promettevano, persuasi che la patria loro non potesse altrimenti

esistere che come ancella o figlia d'altra nazione. — Non dureremo

fatica a persuaderci di ciò; le tanto ripetute discordie italiane

furono fino a jeri il pretesto alla prepotenza degli oppressori, e

l'argomento più valido alla rassegnazione degli oppressi. I Visconti e

gli Sforza, che, nell'ambizioso disegno di legare alla propria stirpe

la corona d'Italia, tentavano di ridonare alla patria un principe non

straniero, furono fraintesi dagli storici. — Poichè null'altro che una

vile cupidità guidava gli imperatori ed i re d'oltremonte a contendersi

il possesso della penisola, diveniva provida cosa che si levasse contro

gli emuli l'ambizione, se non più nobile, certamente più giusta, di

un principe nazionale, che mirasse ad usufruttare per sè le fatali

pretensioni dello straniero. — Non devesi accettare ciecamente il bene

quando scaturisce da fonte meno buona; ma, se ciò che si ottiene è non

solo vantaggioso, ma conforme ai principj eterni della giustizia, è

impossibile che i mezzi sieno del tutto iniqui. E se ci sembrano tali,

dobbiamo dire, che non di rado una colpa fa trionfare il diritto; a

quel modo che il lievito di cosa corrotta sviluppa il germe di nuova ed

eletta produzione.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 90 / 103 题