A quest'epoca la storia nostra esce da' suoi angusti confini, e si
svolge in un campo assai vasto.
L'atto violento, con cui Giangaleazzo rovesciò il trono di suo zio, non
era soltanto, come parve a molti, una conquista od una rappresaglia.
Con quest'unico intento, nè il proposito di liberare i vicini da un
giogo insopportabile, nè il diritto di castigare un finto alleato
colle stesse sue armi, avrebbero giustificato l'uso di un mezzo troppo
sleale. — Un alto concetto ferveva nella mente del Conte di Virtù,
quando pose il piede in Milano. Era il sogno di tutta la sua vita che
stava per divenire una realtà; era lo scopo di tutte le sue azioni,
ch'egli s'avviava a conseguire.
Giangaleazzo meditava di raccogliere sotto il suo scettro le varie
provincie d'Italia, per costituirne un regno a beneficio di un principe
italiano. Egli aveva fatto il primo passo all'arditissima impresa.
Dopo la caduta della stirpe longobarda, che, in due secoli di dimora
nella penisola, ne aveva meritata la cittadinanza, l'Italia alienò
definitivamente la sua corona, permettendo che divenisse retaggio dei
principi Franchi e Tedeschi. — Le costituzioni dei comuni, propugnate
dalle republichette del medio-evo, risvegliarono e mantennero nel
popolo l'amore della libertà e delle armi. Ma quello stesso orgoglio,
che consigliava minate violenze tra città e città, e che si nutriva di
povere glorie municipali, non permetteva agli italiani di riconoscersi
e di stringersi fra loro. Nè mai una somma, per quanto grande, di
fortune parziali avrebbe potuto ricomporre la nazione. Alla sua
esistenza richiedevasi lo sviluppo di un concetto nuovo, consacrato
da una nuova virtù: il sacrificio degli interessi individuali. —
Di nazione non avevasi un'idea; non si conosceva tampoco la parola.
Era dunque vano lo sperare che le singole membra di questo corpo si
associassero spontaneamente per tentare un'impresa colossale. Perocchè
se i deboli e i poveri comuni la potevano desiderare, le città più
floride e culte che avevano storia, leggi, armi proprie, non si
lasciavano indurre a dividere colle minori una superiorità troppo
invidiata.
Il mezzo infallibile di promovere la solidarietà fraterna ce l'avevano
insegnato in addietro gli invasori stranieri, irrumpendo sulle nostre
terre e portandovi la desolazione e la servitù. — Nella sventura
i popoli riconoscevano l'unità della stirpe, e si riconciliavano
per stringersi alla difesa; ma fatalmente, passato il pericolo,
s'intiepidivano gli affetti.
Ora, perchè mai la virtù unificatrice, che era la forza delle armi dei
barbari, non poteva svolgersi mercè l'influenza più mite di un principe
italiano? — A tale dimanda rispondeva coi fatti il Conte di Virtù,
quando, riunite sotto di sè le venti città retaggio della sua casa,
si proponeva di aggiungervi quelle dei minori Stati vicini, usando pei
popoli gli allettamenti di un governo saggio e temperato, e sguainando
la spada contro i tiranni.
Ma, prima di spingersi fuori dello Stato, egli volle rendere stabile il
terreno, su cui posava il piede. Fu quindi sua prima cura di provedere
con savie leggi all'interno ordinamento. Il popolo milanese aveva
abbattuto quanto gli ricordava la mala signoria di Barnabò; il suo
successore confermò e proseguì l'opera popolare, abolendo le leggi
criminali esorbitanti, richiamando in vigore alcuni statuti passati
in dissuetudine, altri aggiungendone dietro proposta o consiglio dei
migliori cittadini. — Poscia intervenne fra i vicini coll'autorità
del suo nome, e colle pratiche della sua politica. Egli presentiva
l'importanza di una influenza morale esercitata senza il concorso della
forza; ed inaugurava quel sistema d'alleanze, di mediazioni, di buoni
officii, che spesso assicurano la vittoria prima di trarre la spada.
La discordia fra i signori della Scala e Francesco da Carrara, gli
porse l'occasione di una vantaggiosa alleanza con quest'ultimo. —
Infatti, mentre il Carrarese batteva lo Scaligero dalla parte di
Vicenza, il Visconti passava il confine milanese a Brescia, ed occupava
Verona. — Appena ei vi pose il piede, i cittadini, malcontenti della
signoria degli Scaligeri, salutarono il Visconti come loro principe.
La gloria, che accompagnava le armi del Conte di Virtù e la fama
di mitezza, di cui godeva il suo governo, indussero la stessa città
di Vicenza a scuotere il giogo di Francesco di Carrara, e ad aprire
le porte alle schiere milanesi. Invano il signore di Padova levò la
voce contro la violazione dei patti d'alleanza segnati fra lui ed il
Visconti. — Questi non curò le proteste; rafforzato dal voto popolare,
ed opponendo alle pretensioni del Carrarese le ragioni di sua moglie,
figlia ed erede di una Scaligera, conservò Vicenza, e la fece centro
d'altro più ardito movimento.
Non andò guari, infatti, che anche Padova venne aggiunta allo Stato
di Milano; perocchè Francesco da Carrara fece vana prova delle sue
armi. Mal difeso da un popolo ch'egli aveva oppresso, cadde in potere
del nemico, che lo trasse prigioniero nel castello di Monza. Per tale
avvenimento, il confine dello Stato milanese toccò la spiaggia del mare
Adriatico.
Ormai padrone di tutta l'Italia superiore, Giangaleazzo volse lo
sguardo alla parte centrale della penisola. — Espugnata Bologna colle
armi, riscattò a patti Perugia ed Assisi. Anche i signori di Nocera e
di Spoleti, presentendo la necessità di piegarsi alla forza ed alla
fortuna di un rivale formidabile, cedevano a denaro la signoria. —
Pisa fu venduta al Visconte da Gerardo Appiani, e Siena si arrese
spontaneamente alle sue bandiere.
La republica di Firenze, gelosa dell'interne libertà più che della
salute della patria, con publico manifesto chiamò fedifrago e tiranno
il principe lombardo che agognava a cingere la corona d'Italia; e, con
rimedio peggiore del male, invitò il re di Francia a scendere in Italia
e ad opporsi alla crescente potenza dei Visconti.
Per buona sorte, Jacopo dal Verme, capitano dei milanesi, raccolto un
nerbo di truppe nel forte di Alessandria, potè attendere di pie' fermo
le legioni francesi, e contrastar loro il passaggio del Tanaro. — Il
conte d'Armagnac assediava la fortezza, e con villane provocazioni
invitava i lombardi ad escire dal covo ed a misurarsi con lui. — Quando
ne fu il momento, Jacopo dal Verme ripigliò l'offensiva; nella giornata
25 luglio 1391 sorprese il campo nemico, fece prigioniero il conte
d'Armagnac, e tolse le armi ai pochi che non avevano perduta la vita
nella battaglia.
Con altri mezzi, e con eguale fortuna, Giangaleazzo combatteva, e
superava le difficoltà che gli venivano opposte dai Pontefici, i quali
non sapevano rassegnarsi alla perdita di Bologna e delle altre città,
già spettanti alla santa Sede.
La tiara era a quei dì, e lo fu poi per quarant'anni di sèguito,
l'oggetto della contesa fra due emuli. — Urbano VI era papa a Roma:
Clemente VII voleva esserlo ad Avignone. Il Visconti non imitò il suo
predecessore; ma, cercando di renderseli propizii entrambi, adoperava
l'amicizia dell'uno per combattere le pretensioni dell'altro. E
intanto che aspettava di riconoscere quale dei due pontefici fosse il
legittimo, sottomano estendeva i suoi confini nelle terre della Chiesa,
e le amministrava con sodisfazione dei soggetti.
Da ciò, non del tutto fuor di ragione, gli storici ed i cronisti dei
tempi trassero argomento di chiamare ingenerosa e sleale la condotta
di Giangaleazzo. Ma ai nostri giorni, e davanti alla insuperabile
necessità di aver una patria, non dobbiamo trovarvi grande motivo
di scandalo. — Quando la suprema dignità della Chiesa era divenuta
il trastullo di due individui, e nè l'uno, nè l'altro degli emuli
inspirava la certezza della propria legittimità, non era affatto
riprovevole colui che finiva per non riconoscere nè questo, nè quello.
— V'erano in Giangaleazzo dei sentimenti più forti che non il vano
rispetto ad un'autorità, che si era degradata da sè stessa colla
discordia.
Francesco Gonzaga, prevedendo di dover provare tra poco la sorte
degli Scaligeri e dei Carraresi, tentò la fortuna delle armi, e
provocò una guerra, in cui le schiere di Giangaleazzo, capitanate da
Jacopo dal Verme, riportarono una nuova vittoria. — Il Po in questa
occasione fu il teatro di una battaglia navale. Le vele dei Gonzaga
presidiavano le due rive del fiume, congiunte da un ponte di legno,
che fu miracolo d'arte in quel secolo. Ma l'accorto dal Verme armò di
materie incendiarie un gran numero di chiatte, e le spinse infiammate
col favore della corrente contro il ponte, il quale arse d'improviso, e
cagionò il disordine e la sconfitta dell'esercito nemico.
Quella stessa moderazione, che insegnava al Conte di Virtù di piegarsi
apparentemente alla volontà degli antipapi, lo rendeva ossequioso e
riverente dinanzi alla autorità dell'imperatore. — Bisogna dire che
pei suoi fini avesse mestieri della protezione cesarea. Gradì infatti
il titolo di vicario imperiale, e più tardi sollecitò dall'imperatore
Venceslao quello di duca, sottoponendosi ad un'ingente spesa, onde
assicurare a sè ed a' suoi successori il retaggio di una corona.
L'atto di liberalità dell'imperatore suscitò infatti gli sdegni
dei prìncipi di Germania, che deposero Venceslao e conferirono la
porpora imperiale a Roberto di Baviera. Costui l'ebbe a condizione
di rivendicare da Giangaleazzo la mal donata dignità ducale; e vi
s'accinse imponendo per iscritto al Conte di Virtù, _milite milanese_,
di rendere all'imperatore tutte le città, terre e castella spettanti
al romano impero, minacciando in caso di rifiuto di trattarne il
possessore come fellone.
Dalla risposta del duca si vedrà com'egli intendesse la sua dipendenza
verso l'impero. — Nel ducale rescritto egli si qualifica, in onta alle
minaccie, duca e signore di Milano, chiamasi legittimamente investito
della ducale autorità dal re dei Romani, e rigetta l'accusa di ribelle
su Roberto, che disconosce l'operato del suo predecessore. Chiude
infine, giurando di volere difendere colle armi i proprii diritti
contro chiunque osasse violarli.
L'imperatore non aggiunse altra parola: scese dalle Alpi, e mosse
incontro al duca con poderoso esercito. — Ma le milizie del duca,
accampate sulle terre Bresciane, non lasciarono tempo agli imperiali
di raccogliersi e di spiegare le proprie forze. Il conte Alberico
da Barbiano, condottiero della compagnia militare di s. Giorgio, che
aveva per vessillo — _L'Italia liberata dagli stranieri_ — guidò le
manovre dei milanesi, e fu l'eroe della giornata. Gli imperiali ebbero
la peggio; e l'imperatore Roberto, raccolti i pochi avanzi del suo
esercito, per la via di Trento, ritornò in Germania a medicare le sue
piaghe.
Può sembrar strano come il Verri ed il Giulini, i benemeriti campioni
della storia milanese, onestissimi scrittori e diligenti raccoglitori
di notizie patrie, mentre si mostrano rigidi ed inesorabili nel
giudicare la condotta politica del primo duca di Milano tacciandola
di doppiezza e di slealtà, non abbiano una parola per commendare
l'ardimento e la fortuna delle sue imprese militari. Anzi, mentre
accusano Barnabò, perchè imperito nella guerra volesse in più
circostanze guidare egli stesso l'esercito, non osano confessare che
Giangaleazzo ebbe la fortuna o la sapienza di confidare la bandiera
della patria ad abilissimi capitani, che la riportarono sempre ornata
di qualche nuovo alloro. I due lodati storici scorrono leggermente sui
campi di Alessandria e di Brescia, dove l'armi del duca fiaccarono la
prepotenza degli eserciti di Francia e di Germania: avvenimenti che,
per sè soli, basterebbero a renderlo immortale presso i posteri. — Ma
non vogliam male per ciò ai nostri illustri concittadini. Nel tempo
in cui essi scrivevano, un docile ossequio verso prìncipi stranieri
miti ed illuminati non era un delitto. La condotta del primo duca
offendeva quel sentimento di sudditanza verso l'impero, che in allora,
pel dominio d'altre idee e pel timore del peggio, era accolto anche
dalle anime oneste. Il nostro paese aveva sonnecchiato due secoli
nel letargo del dominio spagnolesco. I nuovi padroni sembravano voler
essere migliori: e gli Italiani li accoglievano di buon animo pel bene
che promettevano, persuasi che la patria loro non potesse altrimenti
esistere che come ancella o figlia d'altra nazione. — Non dureremo
fatica a persuaderci di ciò; le tanto ripetute discordie italiane
furono fino a jeri il pretesto alla prepotenza degli oppressori, e
l'argomento più valido alla rassegnazione degli oppressi. I Visconti e
gli Sforza, che, nell'ambizioso disegno di legare alla propria stirpe
la corona d'Italia, tentavano di ridonare alla patria un principe non
straniero, furono fraintesi dagli storici. — Poichè null'altro che una
vile cupidità guidava gli imperatori ed i re d'oltremonte a contendersi
il possesso della penisola, diveniva provida cosa che si levasse contro
gli emuli l'ambizione, se non più nobile, certamente più giusta, di
un principe nazionale, che mirasse ad usufruttare per sè le fatali
pretensioni dello straniero. — Non devesi accettare ciecamente il bene
quando scaturisce da fonte meno buona; ma, se ciò che si ottiene è non
solo vantaggioso, ma conforme ai principj eterni della giustizia, è
impossibile che i mezzi sieno del tutto iniqui. E se ci sembrano tali,
dobbiamo dire, che non di rado una colpa fa trionfare il diritto; a
quel modo che il lievito di cosa corrotta sviluppa il germe di nuova ed
eletta produzione.