L'accorto Giangaleazzo gradiva le rumorose acclamazioni del popolo
che, rovesciata ogni memoria della mala signoria, consacrava in lui
la speranza e il principio di un nuovo ordinamento. In cuor suo,
però, preferiva ai vaporosi osanna la muta eloquenza dei suffragi
raccolti nell'urna del Consiglio. La riconoscenza dei milanesi era
viva e sincera; ma il nobile sentimento, anche negli animi generosi,
corre la vicenda d'ogni cosa umana. Il tempo avrebbe manifestato che
agli interessi del popolo si legavano quelli del suo liberatore, e
che il Conte di Virtù, rialzando gli oppressi, sollevava sè medesimo.
Affrettò quindi il giorno del pronunciamento, non per togliersi giù da
un'incertezza, ma per avere nelle sue mani un documento della volontà
popolare: il chirografo, per così dire, della sua legittima proprietà.
Venne il giorno designato all'adunanza del Consiglio generale. La
solennità fu splendida. L'etichetta rigida e simmetrica dei magistrati,
dei nobili, dei cortigiani, si contemperò nella gioja semplice, ma
cordiale, della folla. Appo i primi, la gelida ragione prevaleva agli
affetti; in questa, gli affetti sorvolavano le etichette e la moda. —
Ma l'intelligenza ed il cuore in quel dì miravano concordemente ad un
solo scopo.
L'adunata si tenne nel Broletto nuovo: quel palazzo colossale ed
isolato che surge ancora nella piazza dei Mercanti, e che implora di
svestire le goffe forme del seicento per mostrare quelle semplici e
maestose del secolo della libertà. Il podestà Liarello da Zeno reggeva
il Consiglio. Accanto a lui sedeva l'arcivescovo Antonio da Saluzzo,
il quale, intervenendo all'adunanza e mostrando la sua franca adesione
al nuovo governo, tranquillava la coscienza dei pochi che, in mezzo al
conforto del bene ottenuto, sentivano qualche scrupolo sul mezzo che
erasi adoperato.
Assistevano al Consiglio due vicarii del principe, uno dei quali era
il greco Demetrio Sidonio, il più illustre oratore dell'epoca. — Fu
affidato a lui l'incarico di leggere e di commentare l'atto d'accusa
lanciato contro Barnabò Visconti. Non spese molte parole intorno alle
sue crudeltà, perchè a tutti note; ma s'arrestò ad esporre per minuto
ed a provare come Barnabò attentasse alla vita del signor di Pavia;
onde trarne la conseguenza, che la condotta di questo non era che un
atto di legittima difesa.
Le comunità, _i paratici_, i collegii dei dottori erano rappresentati
nel Consiglio dai rispettivi eletti. Ciascun ordine di cittadini avrà
avuto interessi e speranze sue proprie: ma concorde in tutti era l'odio
contro la caduta signoria. Per la qual cosa, il voto di decadenza
contro Barnabò Visconti fu pronunciato all'unanimità; ed unanime del
pari fu quello che deferì la sovranità di Milano a Giovanni Galeazzo
conte di Virtù e signore di Pavia.
Basterà il dire, pel resto, che quello fu un vero giorno di festa per
tutti. — Dopo tanti anni di una toleranza muta e inoperosa, quello era
il primo dì in cui il popolo milanese faceva sentire la propria voce.
La sua parola era sovrana; colui che poco prima stringeva in catene il
tiranno, si chinava davanti alla volontà popolare, e, interrogandola,
non imponeva nè supplicava. Ma se in quel momento, all'indimani di
tante sventure, e col vicino esempio di una città sorella che lodavasi
della mitezza del suo principe, l'elezione di Giangaleazzo era e
doveva essere una necessità, quest'atto di deferenza, quando fossero
mancate sode ragioni all'unanime voto del popolo, vi avrebbe fortemente
contribuito.
Come poi si manifestasse la gioja publica non torna a conto di
esaminare e di descrivere. Ognuno di noi ha veduto più di quanto è
necessario per farsene un'idea precisa. Nel secolo nostro la crudeltà
di Barnabò non sarebbe stata cosa possibile: noi abbiamo provato
altre sventure, altro genere di servitù e di tirannia. — Quale, tra
la recente e la lontana, sia la peggiore è facile il dirlo, quando si
pensi che il delirio di un uomo è passaggero; ma che la consacrazione
di un principio di servitù incatena le generazioni. La tirannia dello
straniero, anche quando fu mite, fondavasi sopra l'assurdo rispetto di
un'autorità iniqua, che, per essere più durevole e produttiva, seppe
qualche volta imporre a sè stessa una misura nell'esercizio de' suoi
odiosi diritti. Ma dicasi ad onore del vero: nulla fu più esiziale alla
patria nostra, quanto quella mitezza che ci voleva fare rassegnati alla
signoria straniera.
La festa d'allora fu invero l'espressione d'una sola città. È dubio se
ne varcasse le mura. Forse, nel novero delle ragioni che determinarono
l'unanimità degli elettori, figurò non ultima l'ingenerosa ambizione
di un Comune, che per tale atto conquistava il primato su venti città
italiane. Il sentimento della gloria e della grandezza municipale
prevaleva a quello della ricostituzione di una patria comune. L'Italia
era un mito, davanti al quale s'inchinavano gli ignorati studiosi della
storia antica, o i chiosatori di Dante. — Ma il riconoscere la patria
che Dio ci ha dato, e il volgere ad essa ogni pensiero, ogni affetto,
ogni palpito di vita, il sacrificare per essa le tradizioni e i vanti
municipali, anzi il fare del sacrificio una gloria, doveva essere
lavoro di molti secoli, frutto di lunghe e più gravi sventure.
Quella festa pertanto non fu che un'ombra scolorata di quelle che
vediamo oggidì. Gli annalisti parlano di luminarie, di giochi, di
corse, decretate dal Comune a solennizzare il fausto avvenimento.
Saranno state cose splendide, non v'ha dubio; ma la più modesta
espressione di esultanza, con che noi abbiamo celebrato la meno
importante delle nostre vittorie, è solennità più augusta; perchè senza
misura più sacro è il pensiero che le dà vita.
Ai venticinque dello stesso mese, Barnabò co' suoi figli, colla
virtuosa Donnina dei Porri sua moglie, accompagnato dai pochi servi che
gli erano rimasti fedeli, fu tolto dal castello di Milano, e tradutto,
sotto la scorta di Gasparo Visconti, alla Rocca di Trezzo, che lo
stesso prigioniero aveva rabbellita e fortificata pochi anni prima, con
ben diverso intendimento. Sotto il peso della sventura il suo animo
parve raddolcirsi alquanto. Sopportò la prigionia con una pazienza
esemplare, se si ha riguardo al suo carattere rabido ed irrequieto.
— Forse, riconoscendo allora tutto il male che aveva fatto, provò
che la pena non era grave, e la riguardò come l'espiazione de' suoi
tanti delitti. Dopo alcuni mesi di una vita inoperosa e tutta dedita
alle opere di pietà, trovò la morte sul desco della famiglia: da chi
propinata, gli storici non lo dicono asseverantemente. Sospettarono
alcuni, che la signoria di Milano, temendolo ancorchè prigioniero,
cercasse modo di sbrigarsene. — L'asserzione è affatto gratuita; il
Conte di Virtù possedeva troppi mezzi a comprimere ogni conato di
rivolta, senza ricorrere a quest'estremo; e l'intera sua vita ci porge
bastanti prove per asserire ch'egli fu estraneo a quest'atto d'inutile
vendetta.