CLIII.

L'accorto Giangaleazzo gradiva le rumorose acclamazioni del popolo

che, rovesciata ogni memoria della mala signoria, consacrava in lui

la speranza e il principio di un nuovo ordinamento. In cuor suo,

però, preferiva ai vaporosi osanna la muta eloquenza dei suffragi

raccolti nell'urna del Consiglio. La riconoscenza dei milanesi era

viva e sincera; ma il nobile sentimento, anche negli animi generosi,

corre la vicenda d'ogni cosa umana. Il tempo avrebbe manifestato che

agli interessi del popolo si legavano quelli del suo liberatore, e

che il Conte di Virtù, rialzando gli oppressi, sollevava sè medesimo.

Affrettò quindi il giorno del pronunciamento, non per togliersi giù da

un'incertezza, ma per avere nelle sue mani un documento della volontà

popolare: il chirografo, per così dire, della sua legittima proprietà.

Venne il giorno designato all'adunanza del Consiglio generale. La

solennità fu splendida. L'etichetta rigida e simmetrica dei magistrati,

dei nobili, dei cortigiani, si contemperò nella gioja semplice, ma

cordiale, della folla. Appo i primi, la gelida ragione prevaleva agli

affetti; in questa, gli affetti sorvolavano le etichette e la moda. —

Ma l'intelligenza ed il cuore in quel dì miravano concordemente ad un

solo scopo.

L'adunata si tenne nel Broletto nuovo: quel palazzo colossale ed

isolato che surge ancora nella piazza dei Mercanti, e che implora di

svestire le goffe forme del seicento per mostrare quelle semplici e

maestose del secolo della libertà. Il podestà Liarello da Zeno reggeva

il Consiglio. Accanto a lui sedeva l'arcivescovo Antonio da Saluzzo,

il quale, intervenendo all'adunanza e mostrando la sua franca adesione

al nuovo governo, tranquillava la coscienza dei pochi che, in mezzo al

conforto del bene ottenuto, sentivano qualche scrupolo sul mezzo che

erasi adoperato.

Assistevano al Consiglio due vicarii del principe, uno dei quali era

il greco Demetrio Sidonio, il più illustre oratore dell'epoca. — Fu

affidato a lui l'incarico di leggere e di commentare l'atto d'accusa

lanciato contro Barnabò Visconti. Non spese molte parole intorno alle

sue crudeltà, perchè a tutti note; ma s'arrestò ad esporre per minuto

ed a provare come Barnabò attentasse alla vita del signor di Pavia;

onde trarne la conseguenza, che la condotta di questo non era che un

atto di legittima difesa.

Le comunità, _i paratici_, i collegii dei dottori erano rappresentati

nel Consiglio dai rispettivi eletti. Ciascun ordine di cittadini avrà

avuto interessi e speranze sue proprie: ma concorde in tutti era l'odio

contro la caduta signoria. Per la qual cosa, il voto di decadenza

contro Barnabò Visconti fu pronunciato all'unanimità; ed unanime del

pari fu quello che deferì la sovranità di Milano a Giovanni Galeazzo

conte di Virtù e signore di Pavia.

Basterà il dire, pel resto, che quello fu un vero giorno di festa per

tutti. — Dopo tanti anni di una toleranza muta e inoperosa, quello era

il primo dì in cui il popolo milanese faceva sentire la propria voce.

La sua parola era sovrana; colui che poco prima stringeva in catene il

tiranno, si chinava davanti alla volontà popolare, e, interrogandola,

non imponeva nè supplicava. Ma se in quel momento, all'indimani di

tante sventure, e col vicino esempio di una città sorella che lodavasi

della mitezza del suo principe, l'elezione di Giangaleazzo era e

doveva essere una necessità, quest'atto di deferenza, quando fossero

mancate sode ragioni all'unanime voto del popolo, vi avrebbe fortemente

contribuito.

Come poi si manifestasse la gioja publica non torna a conto di

esaminare e di descrivere. Ognuno di noi ha veduto più di quanto è

necessario per farsene un'idea precisa. Nel secolo nostro la crudeltà

di Barnabò non sarebbe stata cosa possibile: noi abbiamo provato

altre sventure, altro genere di servitù e di tirannia. — Quale, tra

la recente e la lontana, sia la peggiore è facile il dirlo, quando si

pensi che il delirio di un uomo è passaggero; ma che la consacrazione

di un principio di servitù incatena le generazioni. La tirannia dello

straniero, anche quando fu mite, fondavasi sopra l'assurdo rispetto di

un'autorità iniqua, che, per essere più durevole e produttiva, seppe

qualche volta imporre a sè stessa una misura nell'esercizio de' suoi

odiosi diritti. Ma dicasi ad onore del vero: nulla fu più esiziale alla

patria nostra, quanto quella mitezza che ci voleva fare rassegnati alla

signoria straniera.

La festa d'allora fu invero l'espressione d'una sola città. È dubio se

ne varcasse le mura. Forse, nel novero delle ragioni che determinarono

l'unanimità degli elettori, figurò non ultima l'ingenerosa ambizione

di un Comune, che per tale atto conquistava il primato su venti città

italiane. Il sentimento della gloria e della grandezza municipale

prevaleva a quello della ricostituzione di una patria comune. L'Italia

era un mito, davanti al quale s'inchinavano gli ignorati studiosi della

storia antica, o i chiosatori di Dante. — Ma il riconoscere la patria

che Dio ci ha dato, e il volgere ad essa ogni pensiero, ogni affetto,

ogni palpito di vita, il sacrificare per essa le tradizioni e i vanti

municipali, anzi il fare del sacrificio una gloria, doveva essere

lavoro di molti secoli, frutto di lunghe e più gravi sventure.

Quella festa pertanto non fu che un'ombra scolorata di quelle che

vediamo oggidì. Gli annalisti parlano di luminarie, di giochi, di

corse, decretate dal Comune a solennizzare il fausto avvenimento.

Saranno state cose splendide, non v'ha dubio; ma la più modesta

espressione di esultanza, con che noi abbiamo celebrato la meno

importante delle nostre vittorie, è solennità più augusta; perchè senza

misura più sacro è il pensiero che le dà vita.

Ai venticinque dello stesso mese, Barnabò co' suoi figli, colla

virtuosa Donnina dei Porri sua moglie, accompagnato dai pochi servi che

gli erano rimasti fedeli, fu tolto dal castello di Milano, e tradutto,

sotto la scorta di Gasparo Visconti, alla Rocca di Trezzo, che lo

stesso prigioniero aveva rabbellita e fortificata pochi anni prima, con

ben diverso intendimento. Sotto il peso della sventura il suo animo

parve raddolcirsi alquanto. Sopportò la prigionia con una pazienza

esemplare, se si ha riguardo al suo carattere rabido ed irrequieto.

— Forse, riconoscendo allora tutto il male che aveva fatto, provò

che la pena non era grave, e la riguardò come l'espiazione de' suoi

tanti delitti. Dopo alcuni mesi di una vita inoperosa e tutta dedita

alle opere di pietà, trovò la morte sul desco della famiglia: da chi

propinata, gli storici non lo dicono asseverantemente. Sospettarono

alcuni, che la signoria di Milano, temendolo ancorchè prigioniero,

cercasse modo di sbrigarsene. — L'asserzione è affatto gratuita; il

Conte di Virtù possedeva troppi mezzi a comprimere ogni conato di

rivolta, senza ricorrere a quest'estremo; e l'intera sua vita ci porge

bastanti prove per asserire ch'egli fu estraneo a quest'atto d'inutile

vendetta.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 89 / 103 题