La condotta di Giangaleazzo era un frutto precoce di quella politica
astuta e temperata, che in lui nasceva da istinto, e che più tardi
divenne una scienza a beneficio dei governanti.
Egli era certo di possedere le simpatie dei milanesi; finse nullameno
di metterle in dubio onde provocare il voto publico, e farsi forte
della sua autorità. Per tal modo, egli cessava d'essere il solo
responsabile delle sue azioni, e metteva il nuovo governo sotto l'egida
della sovranità popolare. Ma ciò era ancor poco. Il modo violento
col quale aveva trattato lo zio, immune da censura finchè durava
l'ebrezza della vittoria, coll'andar del tempo, e dietro il naturale
illanguidirsi delle memorie, poteva divenire titolo d'accusa contro di
lui. Bisognava cercare la via di giustificarlo. Laonde, ordinò che per
cura di specchiati cittadini si raccogliessero i fatti che aggravavano
la condotta di Barnabò, e si compilasse un regolare processo della sua
decadenza.
Non fu d'uopo ricorrerere a calunnie o ad esagerazioni perchè Barnabò
apparisse reo di gravissimi delitti e indegno dell'autorità sovrana.
Gli atti di ferocia da lui commessi furono registrati e documentati
colla maggiore esattezza. La sua prepotenza contro il clero, lo sprezzo
delle scomuniche e l'empietà della sua vita, lo qualificavano come un
uomo abbandonato da Dio. Il progetto di dividere lo Stato fra i suoi
figli, lo accusava di violazione degli statuti patrii. Nel sommovere
la feccia vennero a galla molte circostanze prima ignorate. Si potè
provare che Barnabò tramava contro la vita e la signoria del nipote.
Per ultimo, venne asserito che colle arti diaboliche e coi maleficii
aveva rese sterili le nozze del Conte di Virtù; onde, in ogni caso,
diventare signore di Pavia per legittima successione.
Queste accuse non avevano bisogno di prove: le prime perchè troppo
evidenti, l'ultima perchè assurda. — Eppure, mentre quelle non
aggiunsero alcuna importanza al già fatto, questa produsse conseguenze
nuove ed inattese. — L'attentato di Barnabò contro la vita del nipote
risvegliò lo sgomento, che tien dietro ad un pericolo prossimo e
gravissimo superato felicemente, ma del tutto a caso. La taccia di
stregoneria aggiunse al ribrezzo di un nome esecrato un prestigio
fatale e terribile, che destò nelle menti impaurite il bisogno di
premunirsi contro una potenza sovrumana, domata forse, ma non ancor
vinta. Gli assassinii e le crudeltà erano fatti completi, da cui non
potevano nascere altre conseguenze; queste tenebrose macchinazioni
mettevano capo nel vuoto; e le menti inferme, atterrite dal precipizio
che si vedevano davanti, si logoravano nel consultarne la profondità ed
il pericolo; pareva che il raccapriccio, che ne provavano, contenesse
qualcosa di lusinghiero.
Il publico non si curò di quanto già sapeva. Si arrestò di preferenza
ad esaminare questa nuova accusa, dimandandone ad alta voce
spiegazione, ed aspettando che fosse fatta giustizia. — Siccome
Barnabò, come principe, sfuggiva alla pena del suo delitto, la vendetta
del popolo volle rifarsi del frodato spettacolo, cercandone più al
basso i complici. È raro, che la mente umana non sogni d'aver scoperto
il vero, se lo cerca in mezzo all'errore. Quanto più il delirio è
grave, altretanto le visioni acquistano forme sode e precise, che le
fanno simili alla verità.
Bastò quindi che una sola persona pronunciasse a caso o ad arte il nome
di Medicina, perchè altri lo ripetesse, aggiungendovi che quegli era
il complice tanto ricercato. Ciò che da prima parve solo possibile,
sembrò poi probabile, e finì per essere tenuto come certo. Circolò la
notizia per le bocche di tutti; e chi la riceveva come un sospetto, la
rimetteva in giro siccome un fatto.
In questo caso, la coscienza publica non aveva bisogno d'armarsi di
solide ragioni nè di una dose speciale di credulità, per convincersi
che Medicina era uno scelerato. Non era fargli torto il crederlo
atto e pronto ad ogni nefanda azione; se il delitto che gli veniva
imputato era possibile, egli, il ribaldo per eccellenza, doveva esserne
macchiato.
La vita di Medicina era un mistero; ed il mistero s'accomodava
facilmente alle ipotesi le più arrischiate. Sapevasi ch'egli era
esperto nelle scienze occulte e nella negromanzia, che godeva di una
privilegiata domesticità col principe; che infine era ricco, e che
ammassava l'oro a palate. — Tutti indizii che nella mente del vulgo lo
condannavano senza remissione.
Come la pensassero i giudici, noi sappiamo. — Ma siccome v'era più
d'un motivo per procedere contro Medicina, anche senza piegarsi alle
superstizioni popolari, così dobbiamo ritenere, che sia stata saggia
cosa l'ordinarne l'arresto.
Ma il ciurmatore, preveduta la disgrazia, per sfuggire alle ricerche
della giustizia, riparò nel tugurio di Canidia; la quale, quando non
era una sibilla, diveniva la più laida bugandaja di Porta Tosa. Due
o tre giorni di inutili pratiche per parte della giustizia e de' suoi
bracchi, avevano dato tempo al publico di calmarsi alquanto, e l'agio
a Medicina di proveder meglio ai casi suoi. — Dolevagli però la vita
sfaccendata e neghittosa; e, per quanto si sentisse sicuro della
protezione di Canidia, sentiva il bisogno di mutar aria, e d'andarsene
lungi da Milano le cento miglia, in luogo sicuro, dove ravviare qualche
intrighetto e godersi in pace i frutti della professione. Dopo quattro
giorni di ritiro, che gli parvero un secolo, pensando che il furore
popolare fosse interamente sbollito, stimò venuto il momento di escire
dal suo nascondiglio, e di evadersi inosservato a tutti, e perfino alla
sua ospite.
Canidia (sia detto a schiarimento dei fatti che stanno per succedere)
vantava dei diritti sulla persona del suo ospite. Ne' suoi tempi,
Medicina aveva posto su lei gli occhi disievoli; e v'ebbe fra i due
ribaldi qualche nodo d'amore districato col coltello; ma più tardi,
accortasi la sibilla che il suo amante avrebbe forse diviso con lei una
parte de' suoi guadagni, non mai la gloria dei Medicina, si accontentò
di servirlo nelle sue ciurmerie, e di far l'amore non più a lui, ma a'
suoi gruzzoli. Con questa vista, lo salvò e lo sottrasse alle ricerche
della giustizia; ma, divenuta padrona della sua vita, non ristava dal
magnificare il servigio che gli aveva reso, e d'avanzare fuor dei denti
una cifra alquanto ardita pel suo riscatto. — Canidia era veramente
degna dell'amico suo.
Quella mattina, la sibilla se n'era andata al guado prima del levare
del sole. Ne approfittò Medicina per raccogliere il bello e il buono
che aveva posto in salvo; lo rinchiuse in una sporta; vestì il sajo
ed il mantelletto; si appiccò al mento la solita barba; tracciò alcune
rughe sulla fronte e lungo le guancie per aggiungere vent'anni alla sua
quarantina; poi, pigliato il bordone e la sporta, s'avviò per escire;
pensando di dare un canto in pagamento alla sua creditrice.
Il ciurmatore non era più riconoscibile. All'aria devota, all'andare
sghembo ed incerto, voleva sembrare uno che arriva, non uno che va.
Era questa l'arte più opportuna per deviare ogni sospetto. Scese le
scale, spalancò l'uscio della casa, e sul primo dei tre gradini, che
presidiavano la porta, girò l'occhio all'intorno, e fiutò l'aria per
sentire se spirava propizia. La strada era completamente deserta:
percorse il piccolo chiassuolo delle Tenaglie di Porta Tosa, ove
abitava Canidia, piegò a destra verso il brolo di S. Stefano, e di là
discese per un'altra stretta verso il giardino dell'arcivescovado, che
era a quei dì il mercato degli ortaggi; pensando che quella fosse la
via più diretta e sicura per giungere alla pusterla del _Butinugo_,
una delle meno frequentate della città. Per quella egli intendeva di
escire, di pigliare le strade di traverso, e di camminar ben bene prima
di voltarsi indietro.
Il giardino dell'arcivescovado, convertito a quei tempi in mercato pei
commestibili, era una piazzetta di forma irregolare, ingombra di tende
e di baracche, che la facevano simile ad un accampamento. Vegliavano
alla custodia ed allo spaccio delle civaje e dei pollami certe comari,
dalla faccia abbronzata e dall'età inqualificabile, le quali non
avevano altre gentili apparenze del loro sesso fuorchè la gonna e la
prontezza dello scilinguagnolo. In attesa del sole e dei compratori,
chiacchieravano tra loro con un tuono di voce sì vario e sonoro, che
pareva il preludio di una rivolta. Ma i visi, benchè improntati di una
fierezza maschia, erano calmi; le braccia e le mani, benchè sembrassero
latine e pesanti, pendevano inerti, o vezzeggiavano il turgido abdome.
Se Medicina avesse preveduto d'incontrare tanta gente, non sarebbe
passato per quei luoghi; ma poichè vi si trovava, vedendo che il
suo aspetto non fermava lo sguardo d'alcuno, e che le abitatrici
del trivio erano tutte occupate in provare che i migliori tempi
avrebbero racconciato l'appetito della gente e il commercio della roba
mangiativa, tirò avanti, studiando il passo, e cercando di nascondere
la testa ed il volto nel cappuccio.
Sul più buono, dopo d'aver felicemente superato più della metà del
cammino pericoloso, quando cominciava a respirare largamente e a
credersi quasi in salvo, vide sboccare da una viuzza e scendere
nella piazzetta la sciagurata Canidia, che gli veniva incontro. —
La riconobbe subito e tremò. Diè d'occhio a destra e a sinistra per
scoprire una scappatoja, e passare inosservato. Non trovando altro
partito, escì dalla retta che percorreva, e cercò di nascondersi fra le
baracche. Ma la strega che aveva scoperto l'uomo e le sue intenzioni,
ripiegando dalla stessa parte e circuendo la medesima baracca, gli
si presentò di fronte, piantandogli in volto due pupille di fuoco,
che volevano dire un mondo di cose, non del tutto cortesi — Medicina
avrebbe voluto risponderle con un'aria attonita e indifferente, come
se fosse un uomo nuovo; ma l'ideato stupore si dileguò sur un viso
sbugiardato dallo spavento. A dispetto d'ogni proposito, il falso
viandante apparve più che mai il troppo noto ciurmatore.
“Dove andiamo a quest'ora e in quest'arnese?„, dimandò ella con piglio
arrogante.
“Eh... che dite? che volete da me...? io non ho nulla a fare con
voi.... non vi conosco, io: lasciatemi andare„, rispondeva Medicina; e
intanto cercava di svignarsela con uno sciambietto un po' troppo svelto
per chi portava quella barba. La sua voce era assai alterata; ma era la
voce di Medicina falsata soltanto dalla paura.
“Si parte dunque, senza neppur dir _crepa_ agli amici? — riprese la
furia, incrociando le mani sul petto con una posa virile, che dinotava
minaccia e comando — Tutti i giorni se ne impara una....„
“Lasciatemi andare„, interruppe Medicina con una voce divenuta fessa
e piagnolosa, che aggiungeva all'espressione dello spavento il tuono
accusatore della preghiera.
“Non mi fuggirai, mio bel cecino d'oro, finchè non mi avrai pagato lira
e soldo quel che mi è dovuto.„
Medicina, invece di rispondere, tentò strapparsi dal viluppo e fuggire.
— Ma Canidia, non meno pronta di lui, slacciò le braccia conserte, e
con una mano di ferro lo strinse al pugno, dicendogli senza curarsi di
parlar sottovoce:
“Ah traditore! ah viso di fariseo! È questo il bene che tu vuoi alla
Canidia tua? è questa la mercede de' miei servigi?... mostro!„
“Ho da dirvelo un'altra volta che io non vi conosco; che sono un
povero...?„
“Ed io ti conosco te, ceffo da capestro„ — e in dir ciò stese la mano
sul volto di Medicina, e gli strappò la barba posticcia.
Medicina si sentì perduto. La scena era stata troppo viva perchè
sfuggisse alla curiosità delle comari. — Il gruppo dei litiganti era
protetto dalle pareti di una baracca; ma più di due occhi avevano
già sorpreso lo scandalo, e molte lingue si davano grande premura di
strombettarlo alla turba.
L'unica speranza, che ancora rimaneva a Medicina, andò fallita. —
Intanto che la folla gli si stringeva intorno, egli con voce pietosa,
cogli occhi imbambolati, pel merito dell'antico amore e delle comuni
ciurmerie, pregò, supplicò Canidia che non lo perdesse. Raddoppiò,
triplicò, centuplicò il valore delle cose promesse, se ella era buona a
salvarlo. Quando l'avvicinarsi della folla gl'impedì l'uso libero della
parola, l'occhio pietoso e la faccia allibita imploravano mercè, con
un'eloquenza ancora più efficace.
Ma prima che si chiudesse intorno a loro una cerchia di gente, Canidia
approfittò della confusione del ciurmatore, e, parendole di averlo
punito abbastanza, pensò a sè stessa. — Medicina, dopo le minaccie e
il tentativo di fuggire, si era messo nella posizione di chi dimanda
in grazia la vita; e, per essere più naturale e fervoroso, dimenticava
alcun poco la sporta. Tanto bastò alla strega, perchè gliela strappasse
senza alcuna difficoltà dal braccio, cui pendeva indifesa. Poscia
abbandonò il campo, e cercò di porre in salvo sè stessa e la roba.
A quella sorpresa, rinacque in Medicina l'antico istinto. Imbaldanzito
dal pensiero d'aver salva la vita, non s'accomodava a riscattarla a sì
grave prezzo. Per riprendere la sporta, in cui era racchiuso il meglio
delle sue ricchezze, stese le braccia da forsennato, tentò ghermire
Canidia, e corse sui passi di lei. — Ma la folla che lo circondava,
dopo avere, per una certa predilezione verso il proprio sesso,
accordata l'escita alla donna, si era chiusa di bel nuovo intorno a
lui, e gli impediva ogni movimento. Medicina, dimentico dei riguardi
dovuti alla sua critica situazione, avvampando d'ira, e non obedendo
che ad un bisogno prepotente di riavere il suo tesoro, gridava a piena
gola, chiamando per nome Canidia, invitandola a ridargli il mal tolto,
denunciandola alla folla come ladra.
Questo era operare una efficace diversione: ma Canidia tramava una
vendetta assai più crudele. — Postasi a capo di un bivio, che le
offriva un doppio scampo, rimbeccò la denuncia, pronunciando il nome di
Medicina, e mostrandolo agli occhi di tutti sotto le spoglie del finto
viandante.
Una favilla caduta in mezzo alla polvere può dare un'idea esatta della
commozione generale che tenne dietro al suono di quella parola.
“Medicina! lui? l'amico del tiranno, l'ammaliatore, l'assassino,
l'indemoniato!„ — gridavano alcune di quelle furie, coi capelli irti
dallo spavento e l'occhio stralunato, come se vedessero un rettile
velenoso.
“O comari, egli è costui, che vuol togliere al nostro sesso l'unico
privilegio che madre natura ci ha dato„ — soggiunse un'altra a cui la
paura non aveva alterato l'umore burlevole.
“Vi è una taglia vistosa per chi lo ghermisce vivo, o morto? — Sì. — In
comune dunque il merito ed il guadagno; non va bene così? — Da buone
sorelle: un po' di carità per tutte.„ Soggiungevano una terza ed una
quarta comare.
“Conduciamolo al Broletto. — No, al palazzo di giustizia. — Prima alla
curia; bisognerà cavargli dal corpo il demonio. — E se andassimo a S.
Eustorgio, dagli abati? — Ma che volete che facciamo noi? chiamiamo
i nostri uomini. — Gli uomini! domattina sul fresco! ci porterebbero
via tutto il merito, poi tutto il proveccio! — Che bisogno abbiam
di coloro? sappiamo anche noi menar le mani, e fare star a segno
i prepotenti. — Vivano le donne di Milano! — Suvvia, pigliamolo.
— Pigliatelo voi altre, che ne avete maggior agio. — Della corda,
della corda; bisogna legarlo. — Bisognerà riguardarlo, condurlo sano
e salvo in stia. — Perchè? — perchè fra pochi dì ci renda merito del
servigio sulla piazza della Vepra.... Che bel falò...! Che atto di
giustizia...! — Muojano i paterini e gli scomunicati. — Viva Milano,
viva Giangaleazzo!„
Tali erano i detti, o meglio le grida, che escivano da quelle creature,
tutt'altro che degne d'appartenere al sesso gentile.
I detti erano fino a questo punto più larghi e decisi che non le
azioni. Ma l'attrito di tante e così fervide parole avrebbe fra poco
conciliate le volontà dissenzienti, e messe in movimento le braccia
fin qui inoperose. Medicina non attese di vedersi soffocato da quelle
furie, e tentò un colpo da disperato. Trasse di sotto un coltello; e,
facendolo guizzare per l'aria, gridò: “Avanti chi ha coraggio.„ Il tiro
parve ottimo: invitare il nemico a farglisi incontro fu precisamente
come respingerlo. — Subito gli si aperse intorno un po' di largo;
da una parte, la siepe delle persone già gli presentava una breccia
accessibile. — Tentò di fuggire per essa; stese il braccio armato,
e lo rotò davanti a sè. — Le più vicine indietreggiarono sbigottite;
le altre, ritirandosi sui lati, allargavano il varco all'escita del
furibondo.
Allora tornò a sperare: pochi passi ancora, un po' di coraggio, ed
egli era salvo. — Ebbe tempo di rallegrarsene fra sè e sè; vagheggiò
nella mente il pensiero della libertà, e gustò la vita dopo d'aver
sentito i tocchi dell'agonia. Quanto alla roba perduta, pazienza: gli
avanzavano mente, libertà e coraggio per raggranellare un altro tesoro.
— Ma correva egli confidente sullo sgombro, quando ad un tratto si
sentì côlto da una dolorosa stretta, che, cagionandogli una specie di
vertigine, e soffocandogli il respiro, lo incatenava al suo posto. —
Una di quelle femine che teneva fra le mani la corda tanto richiesta,
e che l'aveva annodata all'estremità, facendovi un cappio corsojo per
legare il prigioniero, al vedere che costui gli fuggiva davanti, tentò
di giovarsene per arrestarlo. — Allargò il nodo; lo prese colla mano
destra, mentre colla manca teneva il capo opposto; indi lo scagliò
in aria con tale giustezza, che il nodo investì la testa di Medicina,
e gli scese fino sulle spalle. — Un passo di costui fece scorrere il
nodo, e incapestrò il fuggitivo.
Le sue smanie non facevano che stringere più fortemente il laccio:
l'infelice non lasciò intentato ogni mezzo per liberarsene. — Le
minaccie e le bestemmie, che gli gorgogliavano nella strozza, morivano
in un rantolo simile al singhiozzo d'un moribondo; una bava densa e
insanguinata gli bolliva sulle labra. Sollevò di nuovo il coltello,
e, rivoltolo contro sè, tentò di tagliare la corda; alla peggio, si
sarebbe recise le canne della gola piuttosto che arrendersi. — Ma il
suo disegno fu prevenuto e mandato a male; una strappata di chi sa
quante braccia, ciascun pajo delle quali aveva impiegato una forza
doppia della richiesta, lo fece traboccare: nella caduta gli fuggì
di mano il coltello. Con una voce strozzata, implorò da quelle furie
non la sua libertà, ma la grazia di morire secondo la legge, dopo una
sentenza e per mano del carnefice: non ivi, sul lastrico, senza aver
dimandato perdono a Dio de' suoi peccati. — Pregò, promise, pianse come
un fanciullo. — E il cuore di quelle femine, a cui bastava di potere
servire alla legge, e di prepararsi un bel guadagno e lo spettacolo di
un rogo, si mostrò pronto ad accondiscendere alla preghiera, purchè si
levasse, e non facesse resistenza. — Si alzò difatto; ma era malconcio,
pesto, deforme; aveva la faccia livida, gli occhi injettati di sangue,
le membra contuse e tremanti.
Percorse un tratto di strada senza offese; non contando le contumelie,
che gli venivano lanciate, e che egli più non udiva. — Ma, giunto
il corteggio sulla piazza dell'Arengo, incontrò una turba di gente
avvinazzata, che, veduto il parapiglia e inteso di che si trattava,
volle avere la sua parte in quell'atto di giustizia.
La mente si ritrae con ribrezzo dal pensare a quali eccessi possa
giungere la mano dell'uomo, dissenziente lo spirito, o illuso in strana
maniera da un falso ossequio alla publica moralità. — La frenesia, che
invade l'individuo, e gli toglie il senno e la coscienza, fermenta
pure nelle turbe, e ne confonde la ragione. Fuorviate dal delirio,
esse smarriscono la consapevolezza dell'opera loro, e si affaticano a
raggiungere un effetto perfettamente contrario a quello già vagheggiato
dalle intenzioni. — Quasi sempre gli assassinii, perpetrati da una
plebe furibonda, sono la somma di tante piccole intemperanze, ciascuna
delle quali è per sè stessa una perdonabile violenza. — Il presente
fatto ne è una prova. Ad uno ad uno, quei popolani s'aspettavano di
vedere un atto di giustizia richiesto e sanzionato dalla legge. Ma in
ciascuno v'era un fremito d'odio, che richiedeva uno sfogo; nessuno
volle o seppe rinunciare alla sodisfazione di esprimerlo, credendo di
porgere una testimonianza d'abborrimento al male, di fare un atto di
riverenza alla giustizia. — Non un'arma si drizzò contro Medicina; non
si pensò di tentare a' suoi giorni; anzi, tutti lo volevano salvo. Ma
intanto ei fu vittima di una generale esazione di piccoli insulti. Egli
non giunse al Broletto, ma vi fu trascinato di forza: e nel momento che
la turba credette di consegnare alla legge un reo, scoperse che il reo
era fatto cadavere. Si cercò invano sul suo corpo una ferita mortale.
Nessuno lo aveva ucciso; ma gli urti, gli spintoni, le ceffate,
i calci, che lo facevano cadere a terra, e le strappate che ne lo
sollevavano brutalmente, erano tal somma di mali, cui non potè reggere
forza umana. Nessuno lo aveva ucciso; ma egli era morto. La pena aveva
preceduto l'invocato giudizio.
Quest'atto feroce fu indegno di un popolo, che inaugurava l'impero
della legge, e voleva fare un passo verso la libertà. Fu lo stravizzo
del famelico, che dinanzi ad una copiosa imbandigione dimentica la
temperanza, ed obedisce agli istinti.
Quanto a Medicina, una fine tanto orribile era la sola veramente degna
della sua scelerata vita.