CLII.

La condotta di Giangaleazzo era un frutto precoce di quella politica

astuta e temperata, che in lui nasceva da istinto, e che più tardi

divenne una scienza a beneficio dei governanti.

Egli era certo di possedere le simpatie dei milanesi; finse nullameno

di metterle in dubio onde provocare il voto publico, e farsi forte

della sua autorità. Per tal modo, egli cessava d'essere il solo

responsabile delle sue azioni, e metteva il nuovo governo sotto l'egida

della sovranità popolare. Ma ciò era ancor poco. Il modo violento

col quale aveva trattato lo zio, immune da censura finchè durava

l'ebrezza della vittoria, coll'andar del tempo, e dietro il naturale

illanguidirsi delle memorie, poteva divenire titolo d'accusa contro di

lui. Bisognava cercare la via di giustificarlo. Laonde, ordinò che per

cura di specchiati cittadini si raccogliessero i fatti che aggravavano

la condotta di Barnabò, e si compilasse un regolare processo della sua

decadenza.

Non fu d'uopo ricorrerere a calunnie o ad esagerazioni perchè Barnabò

apparisse reo di gravissimi delitti e indegno dell'autorità sovrana.

Gli atti di ferocia da lui commessi furono registrati e documentati

colla maggiore esattezza. La sua prepotenza contro il clero, lo sprezzo

delle scomuniche e l'empietà della sua vita, lo qualificavano come un

uomo abbandonato da Dio. Il progetto di dividere lo Stato fra i suoi

figli, lo accusava di violazione degli statuti patrii. Nel sommovere

la feccia vennero a galla molte circostanze prima ignorate. Si potè

provare che Barnabò tramava contro la vita e la signoria del nipote.

Per ultimo, venne asserito che colle arti diaboliche e coi maleficii

aveva rese sterili le nozze del Conte di Virtù; onde, in ogni caso,

diventare signore di Pavia per legittima successione.

Queste accuse non avevano bisogno di prove: le prime perchè troppo

evidenti, l'ultima perchè assurda. — Eppure, mentre quelle non

aggiunsero alcuna importanza al già fatto, questa produsse conseguenze

nuove ed inattese. — L'attentato di Barnabò contro la vita del nipote

risvegliò lo sgomento, che tien dietro ad un pericolo prossimo e

gravissimo superato felicemente, ma del tutto a caso. La taccia di

stregoneria aggiunse al ribrezzo di un nome esecrato un prestigio

fatale e terribile, che destò nelle menti impaurite il bisogno di

premunirsi contro una potenza sovrumana, domata forse, ma non ancor

vinta. Gli assassinii e le crudeltà erano fatti completi, da cui non

potevano nascere altre conseguenze; queste tenebrose macchinazioni

mettevano capo nel vuoto; e le menti inferme, atterrite dal precipizio

che si vedevano davanti, si logoravano nel consultarne la profondità ed

il pericolo; pareva che il raccapriccio, che ne provavano, contenesse

qualcosa di lusinghiero.

Il publico non si curò di quanto già sapeva. Si arrestò di preferenza

ad esaminare questa nuova accusa, dimandandone ad alta voce

spiegazione, ed aspettando che fosse fatta giustizia. — Siccome

Barnabò, come principe, sfuggiva alla pena del suo delitto, la vendetta

del popolo volle rifarsi del frodato spettacolo, cercandone più al

basso i complici. È raro, che la mente umana non sogni d'aver scoperto

il vero, se lo cerca in mezzo all'errore. Quanto più il delirio è

grave, altretanto le visioni acquistano forme sode e precise, che le

fanno simili alla verità.

Bastò quindi che una sola persona pronunciasse a caso o ad arte il nome

di Medicina, perchè altri lo ripetesse, aggiungendovi che quegli era

il complice tanto ricercato. Ciò che da prima parve solo possibile,

sembrò poi probabile, e finì per essere tenuto come certo. Circolò la

notizia per le bocche di tutti; e chi la riceveva come un sospetto, la

rimetteva in giro siccome un fatto.

In questo caso, la coscienza publica non aveva bisogno d'armarsi di

solide ragioni nè di una dose speciale di credulità, per convincersi

che Medicina era uno scelerato. Non era fargli torto il crederlo

atto e pronto ad ogni nefanda azione; se il delitto che gli veniva

imputato era possibile, egli, il ribaldo per eccellenza, doveva esserne

macchiato.

La vita di Medicina era un mistero; ed il mistero s'accomodava

facilmente alle ipotesi le più arrischiate. Sapevasi ch'egli era

esperto nelle scienze occulte e nella negromanzia, che godeva di una

privilegiata domesticità col principe; che infine era ricco, e che

ammassava l'oro a palate. — Tutti indizii che nella mente del vulgo lo

condannavano senza remissione.

Come la pensassero i giudici, noi sappiamo. — Ma siccome v'era più

d'un motivo per procedere contro Medicina, anche senza piegarsi alle

superstizioni popolari, così dobbiamo ritenere, che sia stata saggia

cosa l'ordinarne l'arresto.

Ma il ciurmatore, preveduta la disgrazia, per sfuggire alle ricerche

della giustizia, riparò nel tugurio di Canidia; la quale, quando non

era una sibilla, diveniva la più laida bugandaja di Porta Tosa. Due

o tre giorni di inutili pratiche per parte della giustizia e de' suoi

bracchi, avevano dato tempo al publico di calmarsi alquanto, e l'agio

a Medicina di proveder meglio ai casi suoi. — Dolevagli però la vita

sfaccendata e neghittosa; e, per quanto si sentisse sicuro della

protezione di Canidia, sentiva il bisogno di mutar aria, e d'andarsene

lungi da Milano le cento miglia, in luogo sicuro, dove ravviare qualche

intrighetto e godersi in pace i frutti della professione. Dopo quattro

giorni di ritiro, che gli parvero un secolo, pensando che il furore

popolare fosse interamente sbollito, stimò venuto il momento di escire

dal suo nascondiglio, e di evadersi inosservato a tutti, e perfino alla

sua ospite.

Canidia (sia detto a schiarimento dei fatti che stanno per succedere)

vantava dei diritti sulla persona del suo ospite. Ne' suoi tempi,

Medicina aveva posto su lei gli occhi disievoli; e v'ebbe fra i due

ribaldi qualche nodo d'amore districato col coltello; ma più tardi,

accortasi la sibilla che il suo amante avrebbe forse diviso con lei una

parte de' suoi guadagni, non mai la gloria dei Medicina, si accontentò

di servirlo nelle sue ciurmerie, e di far l'amore non più a lui, ma a'

suoi gruzzoli. Con questa vista, lo salvò e lo sottrasse alle ricerche

della giustizia; ma, divenuta padrona della sua vita, non ristava dal

magnificare il servigio che gli aveva reso, e d'avanzare fuor dei denti

una cifra alquanto ardita pel suo riscatto. — Canidia era veramente

degna dell'amico suo.

Quella mattina, la sibilla se n'era andata al guado prima del levare

del sole. Ne approfittò Medicina per raccogliere il bello e il buono

che aveva posto in salvo; lo rinchiuse in una sporta; vestì il sajo

ed il mantelletto; si appiccò al mento la solita barba; tracciò alcune

rughe sulla fronte e lungo le guancie per aggiungere vent'anni alla sua

quarantina; poi, pigliato il bordone e la sporta, s'avviò per escire;

pensando di dare un canto in pagamento alla sua creditrice.

Il ciurmatore non era più riconoscibile. All'aria devota, all'andare

sghembo ed incerto, voleva sembrare uno che arriva, non uno che va.

Era questa l'arte più opportuna per deviare ogni sospetto. Scese le

scale, spalancò l'uscio della casa, e sul primo dei tre gradini, che

presidiavano la porta, girò l'occhio all'intorno, e fiutò l'aria per

sentire se spirava propizia. La strada era completamente deserta:

percorse il piccolo chiassuolo delle Tenaglie di Porta Tosa, ove

abitava Canidia, piegò a destra verso il brolo di S. Stefano, e di là

discese per un'altra stretta verso il giardino dell'arcivescovado, che

era a quei dì il mercato degli ortaggi; pensando che quella fosse la

via più diretta e sicura per giungere alla pusterla del _Butinugo_,

una delle meno frequentate della città. Per quella egli intendeva di

escire, di pigliare le strade di traverso, e di camminar ben bene prima

di voltarsi indietro.

Il giardino dell'arcivescovado, convertito a quei tempi in mercato pei

commestibili, era una piazzetta di forma irregolare, ingombra di tende

e di baracche, che la facevano simile ad un accampamento. Vegliavano

alla custodia ed allo spaccio delle civaje e dei pollami certe comari,

dalla faccia abbronzata e dall'età inqualificabile, le quali non

avevano altre gentili apparenze del loro sesso fuorchè la gonna e la

prontezza dello scilinguagnolo. In attesa del sole e dei compratori,

chiacchieravano tra loro con un tuono di voce sì vario e sonoro, che

pareva il preludio di una rivolta. Ma i visi, benchè improntati di una

fierezza maschia, erano calmi; le braccia e le mani, benchè sembrassero

latine e pesanti, pendevano inerti, o vezzeggiavano il turgido abdome.

Se Medicina avesse preveduto d'incontrare tanta gente, non sarebbe

passato per quei luoghi; ma poichè vi si trovava, vedendo che il

suo aspetto non fermava lo sguardo d'alcuno, e che le abitatrici

del trivio erano tutte occupate in provare che i migliori tempi

avrebbero racconciato l'appetito della gente e il commercio della roba

mangiativa, tirò avanti, studiando il passo, e cercando di nascondere

la testa ed il volto nel cappuccio.

Sul più buono, dopo d'aver felicemente superato più della metà del

cammino pericoloso, quando cominciava a respirare largamente e a

credersi quasi in salvo, vide sboccare da una viuzza e scendere

nella piazzetta la sciagurata Canidia, che gli veniva incontro. —

La riconobbe subito e tremò. Diè d'occhio a destra e a sinistra per

scoprire una scappatoja, e passare inosservato. Non trovando altro

partito, escì dalla retta che percorreva, e cercò di nascondersi fra le

baracche. Ma la strega che aveva scoperto l'uomo e le sue intenzioni,

ripiegando dalla stessa parte e circuendo la medesima baracca, gli

si presentò di fronte, piantandogli in volto due pupille di fuoco,

che volevano dire un mondo di cose, non del tutto cortesi — Medicina

avrebbe voluto risponderle con un'aria attonita e indifferente, come

se fosse un uomo nuovo; ma l'ideato stupore si dileguò sur un viso

sbugiardato dallo spavento. A dispetto d'ogni proposito, il falso

viandante apparve più che mai il troppo noto ciurmatore.

“Dove andiamo a quest'ora e in quest'arnese?„, dimandò ella con piglio

arrogante.

“Eh... che dite? che volete da me...? io non ho nulla a fare con

voi.... non vi conosco, io: lasciatemi andare„, rispondeva Medicina; e

intanto cercava di svignarsela con uno sciambietto un po' troppo svelto

per chi portava quella barba. La sua voce era assai alterata; ma era la

voce di Medicina falsata soltanto dalla paura.

“Si parte dunque, senza neppur dir _crepa_ agli amici? — riprese la

furia, incrociando le mani sul petto con una posa virile, che dinotava

minaccia e comando — Tutti i giorni se ne impara una....„

“Lasciatemi andare„, interruppe Medicina con una voce divenuta fessa

e piagnolosa, che aggiungeva all'espressione dello spavento il tuono

accusatore della preghiera.

“Non mi fuggirai, mio bel cecino d'oro, finchè non mi avrai pagato lira

e soldo quel che mi è dovuto.„

Medicina, invece di rispondere, tentò strapparsi dal viluppo e fuggire.

— Ma Canidia, non meno pronta di lui, slacciò le braccia conserte, e

con una mano di ferro lo strinse al pugno, dicendogli senza curarsi di

parlar sottovoce:

“Ah traditore! ah viso di fariseo! È questo il bene che tu vuoi alla

Canidia tua? è questa la mercede de' miei servigi?... mostro!„

“Ho da dirvelo un'altra volta che io non vi conosco; che sono un

povero...?„

“Ed io ti conosco te, ceffo da capestro„ — e in dir ciò stese la mano

sul volto di Medicina, e gli strappò la barba posticcia.

Medicina si sentì perduto. La scena era stata troppo viva perchè

sfuggisse alla curiosità delle comari. — Il gruppo dei litiganti era

protetto dalle pareti di una baracca; ma più di due occhi avevano

già sorpreso lo scandalo, e molte lingue si davano grande premura di

strombettarlo alla turba.

L'unica speranza, che ancora rimaneva a Medicina, andò fallita. —

Intanto che la folla gli si stringeva intorno, egli con voce pietosa,

cogli occhi imbambolati, pel merito dell'antico amore e delle comuni

ciurmerie, pregò, supplicò Canidia che non lo perdesse. Raddoppiò,

triplicò, centuplicò il valore delle cose promesse, se ella era buona a

salvarlo. Quando l'avvicinarsi della folla gl'impedì l'uso libero della

parola, l'occhio pietoso e la faccia allibita imploravano mercè, con

un'eloquenza ancora più efficace.

Ma prima che si chiudesse intorno a loro una cerchia di gente, Canidia

approfittò della confusione del ciurmatore, e, parendole di averlo

punito abbastanza, pensò a sè stessa. — Medicina, dopo le minaccie e

il tentativo di fuggire, si era messo nella posizione di chi dimanda

in grazia la vita; e, per essere più naturale e fervoroso, dimenticava

alcun poco la sporta. Tanto bastò alla strega, perchè gliela strappasse

senza alcuna difficoltà dal braccio, cui pendeva indifesa. Poscia

abbandonò il campo, e cercò di porre in salvo sè stessa e la roba.

A quella sorpresa, rinacque in Medicina l'antico istinto. Imbaldanzito

dal pensiero d'aver salva la vita, non s'accomodava a riscattarla a sì

grave prezzo. Per riprendere la sporta, in cui era racchiuso il meglio

delle sue ricchezze, stese le braccia da forsennato, tentò ghermire

Canidia, e corse sui passi di lei. — Ma la folla che lo circondava,

dopo avere, per una certa predilezione verso il proprio sesso,

accordata l'escita alla donna, si era chiusa di bel nuovo intorno a

lui, e gli impediva ogni movimento. Medicina, dimentico dei riguardi

dovuti alla sua critica situazione, avvampando d'ira, e non obedendo

che ad un bisogno prepotente di riavere il suo tesoro, gridava a piena

gola, chiamando per nome Canidia, invitandola a ridargli il mal tolto,

denunciandola alla folla come ladra.

Questo era operare una efficace diversione: ma Canidia tramava una

vendetta assai più crudele. — Postasi a capo di un bivio, che le

offriva un doppio scampo, rimbeccò la denuncia, pronunciando il nome di

Medicina, e mostrandolo agli occhi di tutti sotto le spoglie del finto

viandante.

Una favilla caduta in mezzo alla polvere può dare un'idea esatta della

commozione generale che tenne dietro al suono di quella parola.

“Medicina! lui? l'amico del tiranno, l'ammaliatore, l'assassino,

l'indemoniato!„ — gridavano alcune di quelle furie, coi capelli irti

dallo spavento e l'occhio stralunato, come se vedessero un rettile

velenoso.

“O comari, egli è costui, che vuol togliere al nostro sesso l'unico

privilegio che madre natura ci ha dato„ — soggiunse un'altra a cui la

paura non aveva alterato l'umore burlevole.

“Vi è una taglia vistosa per chi lo ghermisce vivo, o morto? — Sì. — In

comune dunque il merito ed il guadagno; non va bene così? — Da buone

sorelle: un po' di carità per tutte.„ Soggiungevano una terza ed una

quarta comare.

“Conduciamolo al Broletto. — No, al palazzo di giustizia. — Prima alla

curia; bisognerà cavargli dal corpo il demonio. — E se andassimo a S.

Eustorgio, dagli abati? — Ma che volete che facciamo noi? chiamiamo

i nostri uomini. — Gli uomini! domattina sul fresco! ci porterebbero

via tutto il merito, poi tutto il proveccio! — Che bisogno abbiam

di coloro? sappiamo anche noi menar le mani, e fare star a segno

i prepotenti. — Vivano le donne di Milano! — Suvvia, pigliamolo.

— Pigliatelo voi altre, che ne avete maggior agio. — Della corda,

della corda; bisogna legarlo. — Bisognerà riguardarlo, condurlo sano

e salvo in stia. — Perchè? — perchè fra pochi dì ci renda merito del

servigio sulla piazza della Vepra.... Che bel falò...! Che atto di

giustizia...! — Muojano i paterini e gli scomunicati. — Viva Milano,

viva Giangaleazzo!„

Tali erano i detti, o meglio le grida, che escivano da quelle creature,

tutt'altro che degne d'appartenere al sesso gentile.

I detti erano fino a questo punto più larghi e decisi che non le

azioni. Ma l'attrito di tante e così fervide parole avrebbe fra poco

conciliate le volontà dissenzienti, e messe in movimento le braccia

fin qui inoperose. Medicina non attese di vedersi soffocato da quelle

furie, e tentò un colpo da disperato. Trasse di sotto un coltello; e,

facendolo guizzare per l'aria, gridò: “Avanti chi ha coraggio.„ Il tiro

parve ottimo: invitare il nemico a farglisi incontro fu precisamente

come respingerlo. — Subito gli si aperse intorno un po' di largo;

da una parte, la siepe delle persone già gli presentava una breccia

accessibile. — Tentò di fuggire per essa; stese il braccio armato,

e lo rotò davanti a sè. — Le più vicine indietreggiarono sbigottite;

le altre, ritirandosi sui lati, allargavano il varco all'escita del

furibondo.

Allora tornò a sperare: pochi passi ancora, un po' di coraggio, ed

egli era salvo. — Ebbe tempo di rallegrarsene fra sè e sè; vagheggiò

nella mente il pensiero della libertà, e gustò la vita dopo d'aver

sentito i tocchi dell'agonia. Quanto alla roba perduta, pazienza: gli

avanzavano mente, libertà e coraggio per raggranellare un altro tesoro.

— Ma correva egli confidente sullo sgombro, quando ad un tratto si

sentì côlto da una dolorosa stretta, che, cagionandogli una specie di

vertigine, e soffocandogli il respiro, lo incatenava al suo posto. —

Una di quelle femine che teneva fra le mani la corda tanto richiesta,

e che l'aveva annodata all'estremità, facendovi un cappio corsojo per

legare il prigioniero, al vedere che costui gli fuggiva davanti, tentò

di giovarsene per arrestarlo. — Allargò il nodo; lo prese colla mano

destra, mentre colla manca teneva il capo opposto; indi lo scagliò

in aria con tale giustezza, che il nodo investì la testa di Medicina,

e gli scese fino sulle spalle. — Un passo di costui fece scorrere il

nodo, e incapestrò il fuggitivo.

Le sue smanie non facevano che stringere più fortemente il laccio:

l'infelice non lasciò intentato ogni mezzo per liberarsene. — Le

minaccie e le bestemmie, che gli gorgogliavano nella strozza, morivano

in un rantolo simile al singhiozzo d'un moribondo; una bava densa e

insanguinata gli bolliva sulle labra. Sollevò di nuovo il coltello,

e, rivoltolo contro sè, tentò di tagliare la corda; alla peggio, si

sarebbe recise le canne della gola piuttosto che arrendersi. — Ma il

suo disegno fu prevenuto e mandato a male; una strappata di chi sa

quante braccia, ciascun pajo delle quali aveva impiegato una forza

doppia della richiesta, lo fece traboccare: nella caduta gli fuggì

di mano il coltello. Con una voce strozzata, implorò da quelle furie

non la sua libertà, ma la grazia di morire secondo la legge, dopo una

sentenza e per mano del carnefice: non ivi, sul lastrico, senza aver

dimandato perdono a Dio de' suoi peccati. — Pregò, promise, pianse come

un fanciullo. — E il cuore di quelle femine, a cui bastava di potere

servire alla legge, e di prepararsi un bel guadagno e lo spettacolo di

un rogo, si mostrò pronto ad accondiscendere alla preghiera, purchè si

levasse, e non facesse resistenza. — Si alzò difatto; ma era malconcio,

pesto, deforme; aveva la faccia livida, gli occhi injettati di sangue,

le membra contuse e tremanti.

Percorse un tratto di strada senza offese; non contando le contumelie,

che gli venivano lanciate, e che egli più non udiva. — Ma, giunto

il corteggio sulla piazza dell'Arengo, incontrò una turba di gente

avvinazzata, che, veduto il parapiglia e inteso di che si trattava,

volle avere la sua parte in quell'atto di giustizia.

La mente si ritrae con ribrezzo dal pensare a quali eccessi possa

giungere la mano dell'uomo, dissenziente lo spirito, o illuso in strana

maniera da un falso ossequio alla publica moralità. — La frenesia, che

invade l'individuo, e gli toglie il senno e la coscienza, fermenta

pure nelle turbe, e ne confonde la ragione. Fuorviate dal delirio,

esse smarriscono la consapevolezza dell'opera loro, e si affaticano a

raggiungere un effetto perfettamente contrario a quello già vagheggiato

dalle intenzioni. — Quasi sempre gli assassinii, perpetrati da una

plebe furibonda, sono la somma di tante piccole intemperanze, ciascuna

delle quali è per sè stessa una perdonabile violenza. — Il presente

fatto ne è una prova. Ad uno ad uno, quei popolani s'aspettavano di

vedere un atto di giustizia richiesto e sanzionato dalla legge. Ma in

ciascuno v'era un fremito d'odio, che richiedeva uno sfogo; nessuno

volle o seppe rinunciare alla sodisfazione di esprimerlo, credendo di

porgere una testimonianza d'abborrimento al male, di fare un atto di

riverenza alla giustizia. — Non un'arma si drizzò contro Medicina; non

si pensò di tentare a' suoi giorni; anzi, tutti lo volevano salvo. Ma

intanto ei fu vittima di una generale esazione di piccoli insulti. Egli

non giunse al Broletto, ma vi fu trascinato di forza: e nel momento che

la turba credette di consegnare alla legge un reo, scoperse che il reo

era fatto cadavere. Si cercò invano sul suo corpo una ferita mortale.

Nessuno lo aveva ucciso; ma gli urti, gli spintoni, le ceffate,

i calci, che lo facevano cadere a terra, e le strappate che ne lo

sollevavano brutalmente, erano tal somma di mali, cui non potè reggere

forza umana. Nessuno lo aveva ucciso; ma egli era morto. La pena aveva

preceduto l'invocato giudizio.

Quest'atto feroce fu indegno di un popolo, che inaugurava l'impero

della legge, e voleva fare un passo verso la libertà. Fu lo stravizzo

del famelico, che dinanzi ad una copiosa imbandigione dimentica la

temperanza, ed obedisce agli istinti.

Quanto a Medicina, una fine tanto orribile era la sola veramente degna

della sua scelerata vita.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 88 / 103 题