Il sole indorava i comignoli delle torri, e ravvivava con una
luce purissima uno de' più bei mattini di primavera, quando entrò
inaspettato nel castello un cavaliere portatore di grandi novità. Si
affollarono intorno a lui gli scudieri e gli armati; e lo interrogavano
sul motivo di quel furioso ritorno, preleggendo sulla sua fisonomia
qualcosa d'importante e di straordinario. Egli era latore di una
lettera del Conte di Virtù per Caterina sua moglie; ed aveva un sacco
di novità da vuotare a beneficio di tutti coloro, che avessero voglia
di ascoltarlo. — Partito da Milano la notte, e testimonio oculare degli
avvenimenti del giorno prima, era fatto abile di raccontare che il
Conte di Virtù si era liberato dallo zio, e che i milanesi con immenso
giubilo lo avevano acclamato loro signore. Forse come ogni narratore,
che ha il privilegio d'essere il primo a diffundere una grande notizia,
condì di qualche iperbole il suo racconto, sopratutto quanto alla parte
ch'egli vi aveva fatta; ma la sostanza della cosa era esposta con la
veridicità di un rendiconto officiale.
La notizia, sparsasi in un momento per tutto il castello, vi destò
grande meraviglia ed una gioia ancora più grande. — Senza tener conto
dell'affetto che tutti portavano a Giangaleazzo, il merito di una
vittoria, ottenuta così a buon patto e feconda di tanti vantaggi,
faceva andare superbi coloro che portavano le armi del vincitore. — E,
infatti, mentre Caterina spiegava la lettera di suo marito, il grido di
_viva Giangaleazzo, viva il signor di Milano_, dispensava la nuova ai
quattro lati del castello.
A quello strepito, anche Agnese si destò; e, prima che giungesse
a riordinare le idee confuse, cedette alla sorpresa di quelle
acclamazioni, e volò alla feritoja per indovinarne la cagione.
Poche e confuse parole raccolte qua e là dai crocchi che si erano
fatti nella corte, e a cui rispondevano con motti più sonori le genti
sparse sulle altane e lungo i parapetti delle finestre, bastarono a
destare nell'animo di lei una speranza. — Crescevano le speranze se,
alla memoria delle minaccie di Caterina, contraponeva quelle grida,
che sembravano esserne una smentita. — Ella conosceva che il Conte di
Virtù non era uomo d'avventurare un'impresa, quando non fosse sicuro di
un buon successo: e cominciava a sperare che Caterina, in preda ad una
passione sregolata, fidando le vendette alla sua mente debole, avesse
fatto assegnamento su progetti vaghi o incompleti o male avviati. — Le
grida festose si andavano ripetendo; ed il saluto al Conte di Virtù ed
al signor di Milano era fuor d'ogni dubio diretto ad una persona sola.
A siffatto riscontro, la mente di Agnese rinvenne completamente dal
suo letargo; e, temperando gli inopportuni atti di gioja, richiamò
davanti a se tutte le circostanze che avevano preceduta od accompagnata
la sua disgrazia, proponendosi di conciliarle coi fatti presenti. —
Si arrestò a considerare in ispecial modo lo scritto di Rodolfo a sua
sorella; ella ne ricordava le frasi e le parole; anzi, se in qualche
punto la memoria non era ben sicura di sè, il foglio, sdegnosamente
lanciato a' suoi piedi, poteva venirle in ajuto; giacchè lo scritto era
stato raccolto da lei, al momento che la principessa si allontanava. —
Agnese infatti lo cercò, e lo trovò sopra di sè. Conduttasi vicino alla
finestra, dopo di averlo letto una, due volte, cessò da ogni dubio.
Quello scritto, rimasto per caso nelle sue mani, diveniva un'arma colla
quale avrebbe potuto vendicarsi nel modo il più terribile della sua
nemica. Pensò Agnese alle gravissime conseguenze che avrebbe potuto
trarre dall'uso di quel foglio. — Vide l'occasione della vendetta, ma
la guardò soltanto per isfuggirla.
La prigioniera volle trarre miglior profitto dalla sua posizione.
Pensando che Caterina doveva essere seriamente turbata nel provedere
ai casi suoi, studiò il modo di offrirle uno scampo. Non era questo
soltanto un render bene per male; la generosità dal canto suo diveniva
un mezzo per cancellare le precedenti impressioni, e per preparare a
Caterina ed a se stessa un men funesto avvenire.
Non tardò a presentarsi un'occasione favorevole per mandare ad effetto
i suoi disegni. Quando il carceriere entrò nella sua cella, e, con un
fare meno brutale del dì precedente, le raccontò ciò che noi diremo
tra poco e che Agnese aveva già indovinato, questa si giovò del buon
momento per pregarlo a volergli procurare di che scrivere; asserendo
che aveva da riferire qualche cosa d'assai importante alla principessa.
Dietro giuramento che non avrebbe usato di questo favore per lasciar
nelle secche il compiacente aguzzino, le fu recato ciò che chiedeva.
Agnese ripiegò la lettera di Rodolfo in un foglio di carta, e vi
scrisse sopra le seguenti parole:
“Non odiate colei che, dal fondo di un carcere, vi dà l'unica prova
di affetto, che le è concesso d'offrirvi. — Io rendo a voi la vostra
pace; in compenso vi chiedo che mi sia restituito mio figlio. Voi non
udrete più parlare di me; io vi avrò sempre nel cuore, se accoglierete
generosamente la preghiera di una madre infelice.„
Caterina, nel leggere queste parole, trovandosi di bel nuovo padrona
del suo secreto, sentì non quanto fosse generosa la sua supposta
rivale, ma quanto grave era il pericolo a cui andava incontro, se non
accoglieva la proferta; il perchè le fece buon viso. — È troppo il dire
che rimanesse vinta dalla generosità di Agnese: più conforme al vero è
il supporre che la vulgare sua passione, deviata dai tristi propositi
dopo gli avvenimenti, la consigliasse ad accettare una tregua.
All'idea delle grandezze, che le venivano annunciate dagli splendidi
fatti di Milano, obliò del pari i rancori verso Agnese e la sventurata
sorte di suo padre; fece porre in libertà la prima, ed apparecchiò un
sorriso di compiacenza pel momento in cui avrebbe salutato il nuovo
signore di Milano.
Agnese, appena escita dal suo carcere, fu invitata a comparire davanti
alla principessa. — L'aspetto di costei era sereno; sembrava che
la nuova grandezza avesse cancellato sul suo volto fino le traccie
dell'astiosa passione del giorno prima. Ricordi il lettore, che quando
Barnabò offerse a sua figlia il trono di Pavia in luogo di un chiostro,
ella accolse il primo anche a condizione di legare le sue sorti ad un
uomo, che non amava, e da cui non poteva essere amata. Ella esciva ora
da un egual bivio, con un'eguale risoluzione: accettava la raddoppiata
potenza della sua casa, e il seducente splendore della nuova signoria,
malgrado la disgrazia di suo padre, e col dubio d'avere al fianco una
rivale. Svolgere nel suo cuore un sentimento di pietà per la sorte
infelice del genitore e dei fratelli, sarebbe stato come rinovare il
prodigio della favolosa statua di Pigmalione. — Cosa meno ardua per lei
era il convincersi che le sue gelosie erano infondate.
Agnese cercò d'imbonirla colle parole, come prima tentò di farlo colle
azioni. — Il vederla rinunciare ad una vendetta sì bene apparecchiata
e sì prossima, riconfortò l'animo di Caterina: ma più ancora valsero
a tranquillarla le ripetute istanze con cui Agnese chiedeva d'essere
allontanata dalla sua corte. Nella preghiera poneva costei tutto
il suo cuore; le parole erano sì ingenue e sì fervide, che diveniva
impossibile il metterne in dubio la sincerità.
Caterina, che s'accingeva ad abbandonar Pavia per ricongiungersi al
suo sposo nella reggia di Milano, non volle diminuire il suo corteggio,
privandolo di una delle sue più belle dame. — Alle ragioni rispettose
ma insistenti, con cui questa le chiedeva la propria libertà, ella
opponeva con affettata cortesia esser necessario il consultare il
suo signore. Il dubio che questi le chiedesse conto della mancanza di
Agnese, la forzava a non aderire alle sue brame; e l'altro più grave
sospetto, che Agnese potesse un giorno dimenticare la promessa del
silenzio, le impose di usarle in seguito tutte le apparenze di una
protezione benevola e costante — Da quel dì Caterina ed Agnese non
furono, ma parvero amiche.
Chi pagò le spese degli errori della principessa fu l'incauto scudiero.
Nel bel momento in cui attendeva il premio de' suoi fidi servigi,
scomparve dal castello, e non s'ebbe più nuova di lui.