Pochi momenti dopo, Agnese venne rinchiusa in un camerotto, posto al
piano più elevato della torre di ponente. — Esso era angusto e scarso
d'aria e di luce. Una vôlta affumicata, tutta cosparsa di ragnateli,
quattro mura nude e polverose, un pavimento, su cui era impossibile
riconoscere la pietra o l'ammattonato, sotto una crosta d'immonda
scoviglia accumulata chi sa da quanti anni, costituivano la sua interna
apparenza. Vi erano le suppellettili di stretta necessità; un saccone
che serviva di letto, una panca che era l'unico sedile, ed un rozzo
tavolo con suvvi un'idria ripiena d'acqua.
Benchè preoccupata da gravissimi pensieri, l'infelice Agnese, al metter
piede in quel covile, ne rilevò tosto la nudità sucida e ributtante;
e, per giunta a tanti mali, provò l'incorreggibile ribrezzo del dover
rassegnarsi all'uso delle cose circostanti.
La nausea, questa aggiunta di pena non registrata in nessun codice,
è difatto la più grave esacerbazione pei prigionieri che, avendo
dall'educazione e dalle abitudini contratto speciali bisogni, sentono
in modo speciale la privazione dei commodi e dei conforti che vanno
congiunti alla vita libera.
L'assoluta parità di trattamento pel colpevole d'ogni classe, può
quindi diventare una violazione dell'eguaglianza, cui l'uomo ha
diritto in faccia alle leggi. — Questa non intende percuotere tutte
le colpe nell'egual misura; sibbene vuol ritrarre da un grado di
sofferenza appropriato al grado di colpa, la maggior possibile reazione
verso il bene. — La pena non è mai un atto di vendetta, e non è solo
un'espiazione succedanea al delitto, o un postumo di questo: ma è il
rimedio che previene la ricaduta; è la quarantena di spurgo pei malati
o sospetti di contagio. Come rimedio, dunque, la dose di essa dovrà
misurarsi secondo la natura del male, e secondo il grado di toleranza
dell'infermo. — Amministrarla a tutti in un'unica misura è propinare
a questi il veleno, a quello non cagionar altro che un solletico
passaggero.
Interrogate i carcerati, appartenenti a varie classi della società;
dimandate loro quale è la parte più dolorosa della pena che subiscono.
— Tutti risponderanno che la perdita della libertà è la privazione più
grave; ma ciascuno avrà un modo speciale di giudicare e di sentire il
resto della pena. A taluno riescono insopportabili l'angustia dello
spazio, l'aria stagnante, l'inerzia delle membra: altri anzitutto
esecra il cattivo nutrimento, il duro stramazzo, le catene pesanti:
altri non sa rassegnarsi alla solitudine, al silenzio, o peggio alla
compagnia dei tristi. Ma lo strazio privilegiato di alcune persone sarà
lo schifo di quanto sta loro intorno. La lama detersa del carnefice
è qualcosa di meno ributtante che la sordida mano del carceriere.
L'uso può rendere tolerabili i ceppi, il digiuno, lo sciopero; ma nè
il tempo, nè la ragione potranno mai abituare taluno alla violazione
di quelle leggi di pulitezza che, apprese dalla prima educazione,
diventarono una seconda natura. — Così mentre il vagabondo, avvezzo
a serenare e a trovar confortevole il più sozzo tugurio, non prova
alcun disgusto dello squallore del carcere; mentre il mendico talvolta
finge la colpa per essere ospitato in un ritiro di pena, l'uomo educato
deve esercitare una crudele violenza sopra sè stesso, per piegarsi al
contatto degli oggetti che lo attorniano, senza che la pena abbia un
più piccolo sconto per questo sopracarico di mali non preveduto dalla
legge.[78]
Anche Agnese in quel momento scordò le pene del cuore, per sentire
l'invincibile ribrezzo che le costava il dovere accomodarsi a quella
lurida cameraccia. — Pensò l'infelice che le sue membra dovevano
cercare il riposo su quello strapunto, tutto squarci ed untume, la
cui tinta cupa ed incerta potevasi chiamare il colore dello sporco.
Guardò l'idria, che sembrava brillare ad arte in alcuni tratti della
sua convessità per crescere la nausea delle striscie che la vergavano
di lordure, e degli orli bisunti e scheggiati che la coronavano.
Rabbrividì al pensiero, che avrebbe pur dovuto accostare la bocca a
quell'immondo abbeveratojo, forse inquinato poco prima dalle labra
svergognate del bestemmiatore. Le parve che l'aria fosse pregna di
miasmi da bordello, che le mura ripetessero parole oscene. — Soggiogata
da insurmontabile fastidio, pensò che il palco drizzato all'aria
libera, su cui il condannato non dà che una parte di sè alla mannaja,
fosse qualcosa di più eletto, di meno sozzo. — Eppure, malgrado
tanto ribrezzo, ella non poteva torcere i suoi sguardi da quel lurido
corredo, finchè la nausea del cuore soverchiò quella dei sensi, e ruppe
il fascino fatale.
Quando il sole sceso sull'orizzonte gittò alla sfuggita l'ultimo
raggio sull'asilo della prigioniera, questa era immersa in altri e
più gravi pensieri. — Ella rileggeva colla mente la storia della sua
vita, e faceva confronto tra lo scarso bene e il molto male ond'essa
era tessuta. Oh allora svanì la ritrosia all'uso delle immonde
suppellettili! La vista di tanto squallore materiale, era un nulla a
petto dell'urgenza dei desideri e degli affetti, che le ricordavano una
ben più orribile miseria.
In questo mezzo, si destò più vivo che mai il pensiero di suo figlio:
ma quel pensiero, in cui s'infervorava un amore oltraggiato, generò
in lei un'ansia, una necessità, un delirio ognora crescenti. —
Disconfessò le inutili ritrosíe di poco prima, pensando che il tugurio
sarebbe diventato una reggia, quando fosse diviso col suo Gabriello. —
Dimenticò chi era Caterina per volgere a lei mentalmente una preghiera
piena d'affetto e di ossequio; avrebbe osato perfino chiamarla
clemente, generosa, se le avesse concesso come una grazia ciò che Dio
e la natura le davano come un diritto. Raddolcita alquanto da questo
pensiero, cercava di consolarsi nella certezza che il suo bambino,
ormai divezzato dalla madre, era così sicuro in grembo a Canziana,
come vicino a lei. Poi le sembrava che la momentanea lontananza avrebbe
accumulato un tesoro di gioje pel dì, pel momento, forse non lontano,
di rivederlo. — Ma un istante dopo, tutto ciò le sembrava scarso, vano,
insipido; e cedeva al più imperioso bisogno di vederlo, di ascoltarlo,
di prodigargli, com'era solita, mille carezze. Se il dar del capo nelle
muraglie le avesse lasciato una debole speranza di scampo, si sarebbe
lanciata contro di esse. Se avesse potuto colle mani smagliare la
grata che muniva la feritoja, avrebbe fatto ogni sforzo per escirne e
lanciarsi a corpo perduto nell'abisso sottoposto. — Ma ogni tentativo
era inutile; ogni progetto insano; ogni speranza temeraria: bisognava
attendere nell'inerzia che Dio toccasse il cuore all'autrice de' suoi
mali.
L'ultimo raggio di sole fu per lei come l'addio di un caro che parte;
il lento scomporsi delle forme, invase dalle tenebre, era l'imagine
materiale dell'amaro disinganno, in mezzo al quale si dileguavano le
sue speranze.
Il crepuscolo è l'ora dei gravi pensieri. La vita dell'universo
sembra allentarsi; i polsi del gran colosso sociale battono più
radi e più profondi. Nel mondo materiale il cadere del giorno è il
punto intermedio fra la vita che produce e quella che consuma. Nel
mondo intellettivo è la tregua che ristora le forze dello spirito
per spingerle poi nel silenzio della notte più vigorose e compatte
alla conquista della verità. — Questa è l'ora della stanchezza per
l'artigiano; delle meste ispirazioni pel poeta, del rimorso pel
malvagio; del disinganno per l'ambizioso; del rendiconto per tutti.
I felici della terra, che non isprecano un palpito senza profitto, la
riguardano come il soprapeso della vita. — Se il sorgere della notte
li coglie solitarii, rinvengono da quella protervia, che assicura
loro un dimani così ridente come l'oggi. Davanti alla maestà del cielo
ravvivato dalla prima stella, l'uomo comprende la sua pochezza, l'empio
abbassa gli occhi, e il libertino comanda che sieno accesi i doppieri,
per affrettare la notte completa, promettitrice di gioje e d'ebrezze
artificiali.
Ma l'anima più contristata è quella del prigioniero. La luce diurna
penetra scarsa e discreta attraverso la doppia grata, e gli reca ogni
mattina una speranza; e la speranza si dilegua con essa al cadere
d'ogni giorno. — Mentre si sospendono le industrie del popolo, ed
il riposo diviene la sua prima mercede; il prigioniero chiude la
giornata nella indecorosa stanchezza della sua inerzia abituale. —
Egli invoca il sonno quando tutto il mondo veglia: e il sonno, che egli
desidera, non è quello che ristora le forze, e trasporta la mente nelle
fantastiche regioni dei sogni. Egli vuol dormire, perchè la veglia,
durante quella piena oscurità, gli torna doppiamente tormentosa. Il
sole non è ancora scomparso dall'orizzonte, ed egli, con un'ansietà
piena di dolore, già ne invoca il ritorno.
L'ora del tramonto è la più mesta per l'esule che rimpiange la sua
terra. — Ma il prigioniero è appunto l'esule in mezzo alla sua patria.
Dell'aria natía egli non beve che la parte meno eletta; del suo cielo
non travede che lo spazio più fosco; gusta i frutti più ingrati della
sua terra; ode le parole più aspre della sua favella. Diviso dagli
uomini, dalle abitudini, dalle usanze civili del suo paese, egli vede
da vicino la terra promessagli pel giorno del perdono, e trema di
morire prima di entrarvi. — Alcuna volta egli avrà creduto di poter
consolarsi facendo appello alla propria coscienza, o protestando
in faccia a Dio contro la parola tiranna della legge; ma se il suo
animo non è tranquillo, l'edificio delle sottigliezze, con cui tenta
scolparsi, crollerà; e verso la sera, quando la luce del creato si
spegne, vedrà rischiararsi quella della sua coscienza, che dà corpo e
vita alle ombre dei rimorsi.
Ma Agnese, che nel fondo dell'anima possedeva la convinzione della
propria innocenza, poteva levar gli occhi dinanzi alla luce del
tramonto, e fissare la maestà del cielo senza timori e senza esitanze.
— Ella infatti non si ricacciò nel fondo del suo carcere, non chiuse il
capo tra le mani, nè velò gli occhi; ma si volse alla piccola feritoja
per bevere cupidamente gli ultimi raggi del giorno moribondo.
Di là la povera donnicciuola, fatta sapiente dalla sventura, volgeva,
dimentica di sè stessa, lo sguardo e il pensiero alla città sottoposta,
ed abbracciava in ispirito tutta quanta l'umanità. Percorse rapidamente
le varie condizioni della vita umana, e tornò forse meno sconsolata in
sè stessa; poichè sotto quei tetti, destinati a proteggere la vita del
libero cittadino, eranvi per certo anime desolate come la sua. — Gustò
allora nella sua pienezza il conforto della coscienza; e in esso trovò
il coraggio che attenua il male.
Sotto l'influenza di così nobili pensieri l'istessa natura parve
rendersi più docile. Commise la custodia del suo Gabriello alla bontà
di Dio, confortata dalla fede che gl'infelici e gli oppressi sono suoi
figli prediletti. Bandì le inutili aspirazioni che infiacchiscono il
cuore, e raddoppiano i mali. Ringojò le lacrime feconde soltanto per
colui che ha l'anima intorbidata. — Infine, posta a confronto la sua
infelicissima sorte con quella di colei che ne era la cagione, giudicò
che non aveva nulla ad invidiarle; che anzi questa volta toccava alla
vittima l'usar pietà a chi l'opprimeva.
I dolori morali, come quelli del corpo, subiscono quasi sempre una
vicenda alterna di mitigazioni e di peggioramenti; ond'è fallace il
giudizio sull'importanza di un male, quando ci arrestiamo ad esaminarlo
esclusivamente nei sintomi di un istante. Agnese in quel punto, davanti
al tranquillo aspetto della sua solitudine, confortata dalla sua
innocenza, era calma: ma non fu sempre così. — Il cuore alla sua volta,
approfittando della stanchezza mentale, ruppe la tregua e rinovò gli
assalti. — Quando la ragione attiva e solerte le infundeva la morale
certezza che Gabriello era in salvo, sembrava convinta e taceva. —
Ma se gli argomenti a creder ciò venivano meno, o se l'intelletto
affaticato chiedeva un po' di riposo; il cuore ripigliava i suoi
diritti per abbattere l'artificioso edificio delle sue speranze, e
reclamare ciò che gli era dovuto.
Noi non accompagneremo l'infelice donna su questo sentiero sì vago, e
sì variamente spinoso, perchè, dopo di avere errato a lungo con lei, ci
vedremmo ricondutti al punto da cui siamo partiti. Basterà il dire che
Agnese ebbe durante la notte qualche breve istante di riposo; ma che
esso però non fu di tal natura da ravvivarle le forze affievolite. — La
notte, che per chi dorme tranquillo scorre in un attimo, per Agnese fu
eterna. — Ma la vicina aurora non nega mai un po' di calma alle anime
addolorate. — Quando cominciò ad albeggiare, ella chiuse gli occhi, e
s'addormentò tranquillamente.